
Nei libri di poesia di Aurelio Valesi, da Annuario (1984) a Lavoro poetico (2008), il poeta costruisce un journal intime dove ogni volume è rigorosamente diviso in sei sezioni. Ogni sezione inizia con le poesie più recenti per terminare con quelle più giovanili. I temi dell’esistenza – la riflessione ontologica, l’amarezza esistenziale, il disincanto sociale, l’amore quotidiano, i dilemmi religiosi, la malinconia dei paesaggi – sono colti in un costante rovesciamento del ciclo temporale, come per dimostrare che presente, passato e futuro si equivalgono, che nella vita non accade nulla e quanto accade è solo un’occasione irrimediabilmente perduta. La poesia di Valesi è un seriale cahier philosophique mascherato dalla apparente colloquialità del verso. «Ho avuto una vita apparente/ avrò una morte effettiva». Le immagini sono quelle di un degradarsi del mondo e di una solitudine assoluta, alleviata solo dagli affetti e dai ricordi. «Sono esistito per sentito dire/ e ho passato la vita da orecchiante/ da ogni gloria distante/ intimo del patire». La vita umana, spogliata delle sue principali illusioni, si riduce a un’antologia di scene esemplari, di tic psichici, dove ogni facile psicologismo è azzerato in sentenze definitive, malinconiche. «Tutto alla fine stanca, anche il destino,/ qualsiasi destino». «Si parla solo delle cose vane/ le importanti si tacciono».La lingua di Valesi appartiene meno alla storia della letteratura che all’antropologia del gesto artistico. La lingua si prosciuga, si essenzializza, si fa referto e reperto, caparbiamente radicata nel proprio vissuto. Anche il paesaggio esterno, mentre viene evocato, non lenisce niente, rinforza l’asprezza del timbro, la ‘sprezzatura’ della sentenza, come nella poesia sarcasticamente intitolata Bavardage: «Il silenzio di Dio/ depone a suo favore». La voce di Valesi descrive la minima disperazione quotidiana dell’«uomo superfluo» – interstiziale, dimesso, purgatoriale – che mette in scena la propria inesistenza, disseppellisce con beffarda ironia i piccoli fleurs du mal del quotidiano. E lo fa attingendo a stilemi classici, consapevole della compiutezza formale, dell’etica inesorabile, della rassegnata fierezza alla propria vocazione. «L’esistenza m’ha scosso/ come cenere della sigaretta:/ mi ha levato di dosso,/ fastidiosa disdetta».
Amaro fino al sarcasmo, espresso in poesie dai versi brevissimi e dal ritmo da canzonetta, Valesi graffia la cadenza classica dei suoi endecasillabi. Pur nella reazione risentita all’evento autobiografico, non rischia mai il genere memorialistico o il crepuscolarismo minimo. La sua voce non subisce né flessioni né mutamenti nel corso del tempo: dal poeta sedicenne al poeta settantenne più che a una evoluzione assistiamo a una misteriosa contiguità, come tra i tanti alter ego che nella stessa persona condividono la disperante confessione della propria mal-esistenza, la «gaia scienza» del loro comune dolore.
Valesi appare più come il contabile di una catastrofe già avvenuta che come l’inventore di una nuova prospettiva linguistica. Appartiene alla famiglia dei cronachisti dell’angoscia, come Valerij Rozanov. Chi chiedesse a questi scrittori, accaniti nel trascrivere i referti di una vita invivibile, di trasformare la propria visione del mondo, si sentirebbe rispondere con i versi che, in Deposito (1992), il poeta ha consegnato alla memoria del lettore: «Destinazione tra i rifiuti urbani/ con vita letteraria su altri luoghi». (M.E.)
**
Antologia poetica
Da Annuario
E’ come se la morte mi volesse,
ma lasciandomi vivo per vederla.
(1964)
Vicenda
Mia cattedrale laica
tu Galleria Mazzini,
trovavo i miei confini
nelle tue opacità.
Sotto le tue vetrate
cercavo un dio sicuro
il mio domani oscuro
perdeva la sua età.
Ai tavolini fuori
anche quando pioveva,
la verità sapeva
la nostra verità.
Sei stata. Una memoria
di giorni non vissuti
sognati e non avuti:
piccola eternità.
(1969)
Da Archivio
Vissi nei tempi morti della vita
nelle pause dell’epoca ufficiale:
utilizzai ritagli specchi rotti
lamette per la barba arrugginite
e la luce riflessa dei balconi.
(1964)
Sono vissuto fra tavolini zoppi
e verità indiscrete;
mai ho bevuto come la mia sete.
(1970)
Fui nel contempo vittima e aguzzino
nei gulag interiori dove persi
gran parte di me stesso: detenuto
per uso incompleto della vita.
(1979)
Da Silenziario
Ebbi una vita esigua
un esito verbale,
sperimentai l’inerzia
d’un mondo colloquiale.
Non venni a conclusione
d’esperimenti lievi,
perdetti ogni speranza
dopo illusioni brevi.
(1961)
I film di serie B americani
dei primi anni Cinquanta che dolcezza!
Piccole sale buio che accarezza
e una felicità senza domani.
(1965)
Eventualità
Ti voglio esattamente come sei
e se fossi diversa ti vorrei.
(1980)
Il segreto
Sovente faccio questo gioco: metto
che tu sia morta e del ricordo io viva
di quando la tua voce mi diceva
le cose quotidiane, e faccio finta
d’essere solo e di passare il giorno
fra cosa e cosa. Poi quando ti vedo
nei tuoi rientri serali ti nascondo
la mia finzione e dico ciao e ciao
fra stanca e lieta mi rispondi e allora
hai compiuto il miracolo, e non sai.
(1983)
Da Stilario
Presenza
Tra il pino e il prugno ho messo quattro sedie
e un tavolo di legno circolare:
così la sera discutiamo insieme
alla pari tra il verde più maturo
io e la natura e il muto argomentare
di memoria e di storia: io tra di loro
e loro in me, creati e creatori
e dell’essere vittime felici
(1985)
Da Dopo la fucilata
Sono cresciuto nel sarcasmo chiaro
d’una città anglo mediterranea
dove si mercanteggia e si poeta.
Sono venuto su senza una mèta,
anima collinare e litoranea
nave antica diméntica del varo.
(1971)
Quel che sappiamo è la caricatura
di quel che non sappiamo: nella notte
ce ne andiamo guidati da una lucciola.
(1978)
Da Taccuino sottoproletario
Il reale è un sapere già saputo
nella sapienza della creazione:
velato ancora all’umana ragione
ma immanente allo spirito assoluto.
(1995)
Non credo in nulla: agli scritti alla voce
dell’uomo con le sue ideologie
Le sue pseudosaggezze segaiole,
agli amici da bar e da balera.
Nella vita che mostra la sua sera
credo soltanto a Gesù cristo in croce.
(1999)
Da Il mulino dei giorni
La prognosi fu infausta quando un giorno
m’ammalai di me stesso.
(1963)
L’esistenza m’ha scosso
come cenere dalla sigaretta:
mi ha levato di dosso,
fastidiosa disdetta.
(1966)
Compensazione
I perdigiorno sono trovanotti.
(1968)
Sono esistito per sentito dire
e ho passato la vita da orecchiante,
da ogni gloria distante
intimo del patire.
(1974)
Bavardage
Il silenzio di Dio
depone a suo favore
(2004)

(Inediti)
Fui senza gioventù: tutto il vigore
si consumò in un’epica minore,
nacqui al contrasto e alla dimenticanza
al breve alterco senza rilevanza.
(1973)
La casa era casa il prato prato
vento era il vento e il mare mare:
tutto era quel che era e quel che adesso
chiami nominalismo era la vita.
(1974)
Gli anni ti nascondono il viso
e ti cambiano il sorriso;
quando ti guardi allo specchio
non sei né giovane né vecchio:
il tempo che ti lavora
non sì è deciso ancora.
Sei uguale e diverso,
impercettibilmente perso.
(1973)
Chi mi può più colpire? Tanto è piena
di fori la mia vita: tanti sono
i colpi giunti a segno. Non c’è spazio
per altre piaghe, miei diletti arcieri.
(1974)
Nei giorni sordi nelle piogge oscure
densamente m’appago: in questo darsi
inferiore del mondo mi ritrovo.
(1974)
Questo non esser te non puoi capire
se non hai provato quest’assenza
questo divario fra la tua presenza
e la tua verità, questo patire.
(1975)
Liguria non petrosa non solare
dei boschi interni, dove l’acqua scende
negli spazi padani: riposata
bellezza di ventosità discrete
dove il tempo con calma si consuma.
(1975)
Mi suicido lasciandomi morire,
servendomi del tempo come spada
come veleno: assisto con stupore
felice al decadermi mi travolgo
senza rumore e se l’angoscia a volte
grida il uso disperarsi non ha forza
per prolungare il grido o completarlo
col gesto che concluda. Son lo scemo
del villaggio che ha il genio dell’attesa.
(1976)
Emergenze notturne, subcoscienza
tra sonno e sonno, spesso mi donate
chiarezze meridiane, alti stupori
verità più rischiose del morire.
(1960)
Lo sai, la vita non è solo vita
ma la somma delle sue negazioni:
lo sanno i manicomi gli ospedali
i campi di lavoro, e tutti quelli
che in silenzio si sfaldano nell’ombra.
(1968)
Drogati
Giorni come avventure imprecisate,
complicanze senza traguardi, bassa estate
dell’eventualità: stanze perdute
su vertici di scale sconosciute.
(1970)
Poesia
Comunichi il celato a tutti noto
con parole notissime e celate.
(1974)
I terrori d’infanzia non mi tolse
amore alcuno: e intatti son rimasti,.
e mi danno il risveglio ogni mattina.
(1974)
Nello specchio di casa non ti vedi
ma nel vetro dell’autobus, di notte
dentro l’impermeabile, un po’ emerso
dagli abiti autunnali: e ti svalori
per questo non parerti che ti muta
in un estraneo sottile ed ostilmente
t’osservi proprio come guarderebbe
lo sconosciuto l’altro che l’incrocia.
(1974)
Vite senza destino, non vedute
Ombre d’umanità imperfette cose:
né riusciti né rotti, oggetti usati
prima dell’uso, tramontati fiori.
(1974)
Bersaglio
Chi mi può più colpire? Tanto è piena
di fori la mia vita: tanti sono
i colpi giunti a segno. Non c’è spazio
per altre piaghe, miei diletti arcieri.
(1974)
Infanzia
La casa era casa il prato prato
vento era il vento e il mare mare:
tutto era quel che era e quel che adesso
chiami nominalismo era la vita.
(1974)
Nei giorni sordi nelle piogge oscure
densamente m’appago: in questo darsi
inferiore del mondo mi ritrovo.
(1974)
Questo non esser te non puoi capire
Se non hai provato quest’assenza
Questo divario fra la tua presenza
E la tua verità, questo patire.
(1975)
Non ho di me che questo mio mutarmi
sempre in me stesso, questo continuare:
non mi rifiuto e non mi sfaccettare
non m’abbandono e non so ritrovarmi.
(1975)
Liguria non petrosa non solare
dei boschi interni, dove l’acqua scende
negli spazi padani: riposata
bellezza di ventosità discrete
dove il tempo con calma si consuma.
(1975)
A volte essere me mi costa come
Essere il mio nemico per la vita:
tanto fui sopraffatto dalle cose
del disamore nei lottai giorni.
(1975)
Gli anni ti nascondono il viso
e ti cambiano il sorriso;
quando ti guardi allo specchio
non sei né giovane né vecchio:
il tempo che ti lavora
non sì è deciso ancora.
Sei uguale e diverso,
impercettibilmente perso.
(1975)
Più il tempo passa più i ricordi sono
simili a sogni: e sogno diverrai
nel ricordo di chi ti avrà veduto,
prima d’andar con lui nel tempo andato
che non ricorda, e sogno non diviene.
(1975)
Mi suicido lasciandomi morire,
servendomi del tempo come spada
come veleno: assisto con stupore
felice al decadermi mi travolgo
senza rumore e se l’angoscia a volte
grida il uso disperarsi non ha forza
per prolungare il grido o completarlo
col gesto che concluda. Son lo scemo
del villaggio che ha il genio dell’attesa.
(1976)
Il panico che prende al ricordare
quelli che non son più ch’eran vivi
è un po’ la tua agonia non accaduta:
un presentirla, un segno anticipato
(1976)
Nel diluviare canta la cicala
sopra di lei settembre si conclude,
e nel suo canto disperato grida
il mondo delle erbe il suo finire.
(1976)
Bambino futuro
Fra corpo e tempo è una corsa perduta
una sconfitta prima di giocare
una disgrazia non ancor venuta:
una tristezza nota e sconosciuta
un sogno avverso che dovrai sognare.
(1973)
Maciak
Mi guarda tra stupito ed abituale
Il gatto se lo chiamo, amico mite:
e non parole umane ho mai udite
più del suo verso prive d‘ogni male.
(1974)
Bastano una coperta e due giornali
Per mimare la giungla al gatto ameno:
non si può dare di più, di più sapere.
(1975)
È tra grigio e marrone e ha zampe nere
il gatto che da me l’infanzia vive,
viene dal niente niente l’ho pagato
è un regalo del mondo per signori.
(1976)
Se ti sbadiglia in faccia il gatto amico
è perchè è amico e quella è la misura
della sua pace del tuo farti degno
d’entrare in lui, di tesserne lo lodi.
(1976)
Un filo di gomitolo bastava
a darti la certezza della vita:
ti sei persa nel vento sconosciuto
che rapisce da sempre ogni clamore.
(1980)
Situato al centro di nemiche cose
di tutte sono un poco e non rimane
di me stesso che la periferia.
(1974)
Malamore
Poiché fui rifiutato mi rifiuto,
vendico su di me l’insulto avuto.
(1974)
**
Aurelio Valesi (Genova, 1935-2013). Alterna l’attività poetica a quella di traduttore dalla lingua francese (Michelet, De Sade, Apollinaire, Klossowski). Poesia: Annuario, 1984; Archivio, 1985; Documenti, 1987; Deposito, 1992; Silenziario, 1994; Stilario, 1996; Dopo la fucilata, 1998; Verso il millennio, 1989; I nuovi secoli, 2001; Taccuino sottoproletario, 2003; Al frantoio del verso, 2004; Il mulino dei giorni, 2006; Lustri e decenni, 2007; Lavoro poetico, 2008. Tutti i libri sono pubblicati dall’editore Sabatelli di Savona. Nel 2016 viene pubblicato un Quaderno della Fondazione Novaro della Riviera Ligure a lui dedicato, a cura di Marco Ercolani (settembre-dicembre 2015, n. 78), con inediti, interviste e saggi, fra gli altri, di Francesco de Nicola, Lucetta Frisa, Rosa Elisa Giangoia, Massimo Morasso, Carla Ida Salviati, e testimonianze di Pino Boero e Carlo Romano.

