A e Z

Una lettera immaginaria di William Blake, Londra 1826.

Caro signore,

un giorno – io lo credo lontano, altri lo immaginano vicino – si leggeranno i miei sermoni e si guarderanno i miei disegni. In quel giorno, un mattino stupido e normale, io non sarò presente. Le opere a cui mi accingo a lavorare adesso e che non saranno mai pubblicate e stampate, quelle sì, sono straordinarie: pensate con attenzione suprema in ogni dettaglio, dal disegno alla parola, sottratte alla deperibilità del libro e del quadro, al saccheggio delle opinioni future e dei commenti critici.

Sono due opere. La prima si chiama A. La seconda Z.

A è un commento al diluvio universale, la narrazione in versi di un superstite al diluvio, che in un monologo ininterrotto riporta alla luce le città, le vie, gli alberi, gli abitanti scomparsi, ridà voce a tutti, uomini e donne e bambini, e la sua parola non smette di narrarci del mondo sparito che fa riapparire. Z è l’opera opposta: angelica quanto l’altra è diabolica, tranquilla quanto l’altra è tumultuosa, rappresenta il paradiso terrestre, l’ineffabile giardino – e lo descrivo in una lingua che non è possibile definire umana tanto è vicina alla parola degli Arcangeli e alla natura del sogno.

Entrambe le opere sono pensabili, segno per segno, parola per parola, ma la loro trascrizione in disegni e poesie sarebbe, se accadesse, paurosamente lacunosa, a tratti ridicola. E io non voglio che le mie due opere fondamentali siano solo patetiche apocalissi o grottesche battaglie.

Quindi non scrivo e non disegno. Le lascio nella mia mente, così andranno perdute. Che gli uomini conoscano solo l’eco dell’eco dell’eco di questi due supremi capolavori, e che ogni individuo abbia la possibilità di pensare e di sognare quanto William Blake, in queste opere, ha racchiuso e disperso, perché possano essere riscritte e ripensate da un suo simile. Voi sapete suggerirmi una più nobile pietas? Non voglio essere capito dagli uomini. Una montagna, con le sue cascate e i suoi crepacci, sarebbe, nelle condizioni in cui mi trovo, più capace di comprendermi di quanto non lo sia un individuo miseramente legato al suo respiro. Non so, in effetti, che cosa gli uomini amino nelle forme del vivente se non l’imminenza di esserne strappati. Di questa Imminenza io sono il Re. E da oggi dichiaro: non avrete più da William Blake le Opere del Cielo e della Terra.

(M.E.)

William Blake

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