POETA TRADUCE POETA. Ida Merello

Da tempo Lucetta Frisa accompagna la poesia all’attività di traduzione, proponendo talvolta poeti da riscoprire, come Alain Borne, quasi dimenticato anche in Francia. Negli ultimi tempi sta invece sfidando gli autori maggiori dell’Ottocento, forse perché per un poeta tradurre un altro poeta significa incorporare la voce altrui mescolandola alla propria, e in questo cimento Lucetta scava se stessa. Un’operazione molto riuscita in questa antologia di poesie scelte di Paul Verlaine (Paul Verlaine, Una orgogliosa malinconia, Gattomerlino editore, 2021), che spaziano dai Poèmes saturniens del poeta ventiduenne alle Fêtes galantes e alla Bonne Chanson, con una incursione in Romances sans paroles, per concludere, dopo un significativo Epigramma, con Chanson pour Elle. Nessuna poesia ambigua, nessuna incrinatura nella voce di questo Verlaine. La scelta indica già il tono che Lucetta preferisce, confermata al suo interno dall’antologia di titoli. Ecco, per citarne solo qualcuno, la metafisica vagamente fiabesca dei Grotesques, vicini ai Bohémiens en voyage di Baudelaire, il simbolismo del “paysage d’âme” di Clair de lune, le poesie d’amore di Chansons pour Elle, come “bonheur” senza lussuria, come incontro di esseri, sereni e uniti, anche per un istante. L’unico Epigramma è molto indicativo: la poesia del dubbio religioso, lo scoramento di trovare impossibile la certezza di una fede.

La scelta è dunque, già, Lucetta poeta: riconosciamo i suoi piccoli tocchi, lo sguardo un po’ magico, le immagini evocative, il gusto della rappresentazione scherzosa o dei giochi infantili, che si intridono di nostalgia suscitando echi. In questo suo territorio Lucetta ha buon gioco nel cantare assieme, traducendo poesie che le assomigliano. Il suo sguardo ironico sul borghese si esprime perfettamente nel Signor Prudhomme:

«Cosa se ne fa dell’astro d’oro, cosa del pergolato

dove nell’ombra cantano gli uccelli e cosa se ne fa del cielo

dei colli verdi e del silenzio del prato?

Il signor Prudhomme pensa a maritare la figlia».

Il gusto per il teatro, per la recitazione, si realizzano nel grande divertimento di Colombine:

«C’è pure Arlecchino

quel malandrino

così fantastico

dal pazzo costume

e gli occhi lucidi

dietro la maschera

-Do mi sol mi fa-

Tutta sta gente va

ride canta

danza si inchina

a una bella cattiva

bambina»

Ma di Lucetta sono anche momenti di malinconia, che un atteggiamento ludico risolve in scherzo:

«-Bah! Malgrado la sorte avara

Siete d’accordo a morire insieme?

-La proposta è rara.

-Il raro è il buono, quindi moriamo

Come nel Decamerone

-Hi! Hi! Hi! Che amante strano!»

(Gli indolenti)

Le poesie sembrano di “prima mano”, non frutto di traduzione: i soggetti appartengono a un altro secolo ma sono attualissimi negli stati d’animo; mostrano una Lucetta sorridente e malinconica, triste e scherzosa, di squisita sensibilità, che usa Verlaine per velare, mostrandolo, il proprio stare nella vita.

Ida Merello

Ida Merello è professore ordinario di Letteratura e cultura francese presso il Dipartimento di Lingue e Culture moderne dell’Università di Genova. Membro del comitato scientifico di «Studi francesi», è responsabile della sezione 1850-1900 della Rassegna bibliografica della rivista. Autrice di numerosi articoli su Nodier, Théophile e Judith Gautier, Balzac e sulla letteratura fin de siècle, si è interessata in particolare al racconto fantastico (con una monografia per Schena, 1997, e un’antologia per Slatkine, 1990) e alla poesia (monografia su Charles Guérin, Schena 2002). Ha compiuto anche diversi studi sulle origini e le teorie del verso libero, e ha appena terminato un’edizione critica per i Classiques Garnier del Mouvement poétique de 1867 à 1900 di Catulle Mendès (2016). Ha curato anche un libro collettivo su Baudelaire, Due secoli di creazione.

L’INTATTA COERENZA DELLO SGUARDO. Maria Nadotti

L’intatta coerenza dello sguardo di Maria Nadotti

© Maria Nadotti, Rostia Kunovsky, John Berger

Prova d’Artista Galerie Bordas San Marco 1994/b 30124 Venezia

http://www.galerie-bordas.com

La Galerie Bordas pubblica, in “Prova d’artista”, una originale e commovente plaquette, L’intatta coerenza dello sguardo, scritta da Maria Nadotti, in stretta collaborazione con Rostia Kunovsky e John Berger. È il diario del duplice sguardo di due artisti fotografati da Maria nell’atelier di Rostia, a Châtenay-Malabry, nei sobborghi meridionali di Parigi. Chi legge le parole e le immagini della plaquette è spettatore di un “lavoro in corso” dove si pensa e si respira pittura, nell’atmosfera di un dialogo che impone la necessità di dipingere e di parlare, con la promessa di non smettere mai né di dipingere né di parlare. «Si dipinge perché non si può non dipingere, perché dipingere è un modo di stare al mondo, di guardarlo, interrogarlo, coglierlo di sorpresa e lasciarsene cogliere di sorpresa. Incessantemente, ostinatamente, furiosamente. Senza fretta. Con tutto il tempo del mondo». Il tempo della pittura e del dialogo è palpabile, come se qui fosse in atto la performance di un’opera mai compiuta. Commenta Maria Nadotti: «”Il numero delle vite che entrano nella nostra è incalcolabile”, ha scritto John Berger. Oggi, tracciando con immagini fotografiche e parole questo breve ritratto dell’amicizia tra il pittore Rostia Kunovsky e il narratore John Berger, torno a pensare a quella frase, perché il suo senso mi appare più luminoso che mai: la vita individuale si dà perché in essa entrano, effimeri o per sempre, tanti tu/voi che danno all’io/noi un corpo e un tempo e un corpus di idee, pensieri, sentimenti, emozioni, passioni, ricordi, occasioni mancate, rimpianti. L’io bergeriano è però un continuum che prevede una serie infinita e talora impercettibile di sconfinamenti non solo umani. Siamo fatti delle opere e dei gesti altrui, ma anche della compagnia dei morti e dei non ancora nati, degli alberi, del cielo, delle montagne, degli animali, delle stanze in cui abitiamo, e della luce che tutto rivela. Siamo materia e anima immerse nella materia e nell’anima del mondo, a esse consustanziali. L’attività di sguardo e di ascolto di John Berger è stata forse una costante, instancabile verifica dell’impossibilità di disegnare una soglia tra ciò che siamo e ciò che di continuo diventiamo nella relazione con quanto ci circonda? Non è forse un non-io la soggettività fluida, porosa, non identitaria, di chi è dentro e fuori e lievemente a lato, pienamente qui e sempre altrove?».

L’intatta coerenza dello sguardo è un diario/dialogo a tre, come una sonata da camera a cui il lettore/spettatore partecipa, attivamente e poeticamente.

«Quel pomeriggio di giugno del 2015 – John morirà il 2 gennaio del 2017, diciotto mesi dopo – insieme ai lavori di Rostia e al suo modo straordinario di mostrarceli, mi incanto a guardare come John li guarda e come Rostia guarda John che li guarda. Di parole ne passano pochissime. Sembrano due muratori o due boscaioli al lavoro, comunicano col corpo, con gli occhi e con le mani, mezzi più veloci e meno ambigui delle parole. Non si fa così sui cantieri o nelle foreste quando si abbattono gli alberi? Nell’atelier di Rostia regna un silenzio assoluto, come se la voce fosse inaffidabile o troppo lenta rispetto all’attenzione che l’opera in corso richiede. Forse l’unico effetto acustico lo produco io, spostandomi per fotografare quel loro dialogo fatto di gesti e di occhiate e, di tanto in tanto, di uno dei grossi sospiri di John. Rostia sposta le sue tele, spesso molto grandi, come se fossero rami d’albero, ci cammina sopra, le calpesta, le fissa a un telaio ligneo con una pinzatrice che spara punti metallici con un rumore secco, sovrapponendole le une alle altre. Inevitabile pensare al feticismo mercantile delle gallerie, dei musei, dei collezionisti. Qui le opere sono corpi viventi, in trasformazione, esposte alla luce, al freddo, alla suola delle scarpe del loro autore, alla sua amorosa disattenzione, simile a quella di chi non tratta il proprio cane come se fosse un figlio. Non gli importa del loro valore e del loro nitore, ma della loro energia, della loro possibilità di continuare a evolvere e di farsi ascoltare».

Kostia Kunovsky

Un’arte che non domini uomini o paesaggi ma li reinventi, con un gesto fulmineo, come presenze aliene. Raccoglimento e meditazione, prima dell’esecuzione, come per il pittore zen: al momento dell’esecuzione, esserci: poi, dopo l’esecuzione, sparire. La figura dell’artista come lampo, nitido per il tempo esatto che serve all’opera per nascere: dopo, arrivi pure il buio. Non aver timore di essere fluidi; lasciare che l’opera, come un campo magnetico o uno spazio amoroso, parli più a sé stessa che all’autore, senza parate cromatiche o acrobazie formali. Caspar David Friedrich scrive: «Il pittore non deve ritrarre solo ciò che vede dinanzi a sé, ma ciò che vede dentro di sé. Se in sé non vede nulla, rinunzi a dipingere ciò che vede all’esterno. Altrimenti, i suoi quadri somiglieranno a dei paraventi dietro ai quali ci si aspetta di trovare dei malati o dei morti». Maria, Kostia, John, agiscono in un luogo imperturbato, segreto, preservato dalla distruzione e dal malinteso.

«il titolo delle opere cui Rostia sta lavorando nel 2015, si può leggere in due modi: No Where, in nessun dove, da nessuna parte, ma anche Now Here, adesso qui. In fondo alla serie c’è il paradiso. Il groviglio di case/finestre accatastate – non sappiamo se piene o vuote, in attesa della catastrofe o
residuo di un’apocalisse avvenuta – è sfiorato, accarezzato, lambito da un intreccio di rami verdeggianti. Il cielo non è fatto di nuvole, ma di una tessitura di foglie. Tra il sopra e il sotto c’è una cortina vegetale che, ribaltando i piani spaziali e temporali, suggerisce che le rovine non sono il passato ma l’a venire. L’angelo di Benjamin è all’opera».

Concludo ancora con queste parole di Maria Nadotti, amorose ed esatte, sulla figura molteplice di Berger: «Celebre in tutto il mondo per le tante e varie opere di cui è autore – romanzi, saggi, racconti, sceneggiature cinematografiche, pièces teatrali, articoli giornalistici, inchieste sociali – e per l’ampiezza dei suoi interessi e dei campi disciplinari frequentati – arte, letteratura, storia, sociologia, filosofia, economia, scienze, fotografia, cinema, teatro, antropologia… –, John Berger non si lascia ingabbiare facilmente in una definizione. In tanti hanno provato a attribuirgli un sapere specialistico prevalente sugli altri o a liquidarlo con l’appellativo non sempre benevolo di eclettico, una formula che spesso si accompagna difensivamente all’accusa di dilettantismo. E ogni volta il critico, il recensore, l’accademico di turno hanno dovuto prendere atto che per questo scrittore/pensatore/artista anomalo nessun sapere è tale se non nell’intreccio con gli altri saperi, con l’uso critico, consapevole, vigilante che se ne riesce a fare, e soprattutto con l’esperienza concreta e la coscienza politica […]. Berger del resto ha detto spesso di sé di considerarsi semplicemente uno storyteller, un narratore nel senso benjaminiano del termine, un passeur, un traghettatore o trasportatore di storie per il quale la scrittura di un romanzo o di un pezzo giornalistico si differenzia solo per via del mezzo usato».

John Berger

POETA AL SUO TAVOLO. Alain Borne

Traduzione e cura di Lucetta Frisa

postfazione di Philippe Biget

nota di lettura di Viviane Ciampi

Alain Borne

Quelli che la vita attraversa

come un pugnale

quelli che la morte fa risplendere

Per chi possiede ancora curiosità e acutezza di sguardo ecco le visioni disarmanti e la terribile lucidità di un poeta dérangeant et fracassé che seppe raccontare la caducità, l’amore (materia assai delicata in poesia come insegna Rilke), il mal di vivere, la natura, la vertigine del vuoto e il desiderio (forse) di salvezza attraverso la parola.

Nato a Saint-Pont nell’Allier, il 12 gennaio 1915, egli trascorre la giovinezza e parte della sua vita in una piccola città, Montélimar (conosciuta per una specialità dolciaria, i famosi nougat). Ma questa città foriera di cotanta douceur doveva stare molto stretta al poeta, eterno innamorato dell’amore e della poesia e quindi alla ricerca di quella libertà difficilmente raggiungibile negli ambienti soffocanti e pettegoli della provincia. Nel 1940 si trasferisce in Dordogna, studia diritto a Grenoble e diventa avvocato. Ma, a detta dei biografi fa spesso uso di alcol e le sue crisi peggiorano con la morte della madre. Borne morirà in un incidente stradale, nei pressi di Avignone il 21 dicembre 1962, proprio su quella “Nationale 7” resa famosa da una canzone di Charles Trenet.

I libri postumi saranno più numerosi di quelli pubblicati in vita e questo è dovuto forse al fatto che Alain Borne non sgomitò mai per mettersi in luce. Ora, dopo parecchia inspiegabile disattenzione, la Francia riscopre questo poeta e ce ne dobbiamo rallegrare: «In lui a emozionarci, non è tanto un messaggio poetico particolarmente originale, quanto l’autenticità nell’accordare il proprio strumento espressivo attraverso un linguaggio duttile e sempre penetrante». Sono parole scritte nella prefazione di Lucetta Frisa, sua traduttrice per l’Italia. Ella, più che mai fedele alla sua missione di découvreur di voci insolite, ci fa penetrare nel mondo di questo poeta che, pur giudicato minore, si dimostra rivelatore degli impervi labirinti dell’animo umano.

Forse non aveva imparato a vivere, Alain Borne, o del vivere aveva perso la chiave.

Qui l’inizio, qui la fine.

Difficile dire se fosse l’angoscia a nutrire la poesia o la poesia a nutrire l’angoscia, fatto sta che Poeta al suo tavolo si presenta come la spietata confessione di un autore talvolta prigioniero nelle maglie dell’io, eppure – a tratti – impegnato – sinceramente impegnato – nello sforzo di liquidarlo.

[…] Sapremo inventare.

Tutto sarà puro come l’inverno

Si può ipotizzare che le donne, vere o immaginate, ispiratrici di gioia e ‘aspiratrici’ d’angoscia, a cui lancia vibranti versi di passione fossero, (come spesso capita) linfa vitale per la sua scrittura.

Per aver toccato il tuo corpo, la mia mano

saprà scrivere meglio.

Segnale dopo segnale, s’intuisce che vita e poesia sono un unico respiro. In questi versi, il futuro non è mai certo. Tra essere e non essere il possibile si coniuga con l’incertezza. Perché scrivere? Forse, come molti, per necessità, per conoscere i propri limiti o per continuare a esistere.

Scrivo una poesia

evito ancora la morte scrivendola

Ora è chiaro, il poeta esiste solo con la penna in mano davanti alla «table blanche, feuille blanche» mentre «i morti del muro» lo guardano scrivere. Egli, in bilico sopra l’abisso, prende il sentiero della sua realtà interiore. Persino il cognome Borne pare inchiodarlo a una finitudine radicale. Il cognome fa irresistibilmente pensare al verbo inglese to burn e al burn out che offusca le menti e le fa deragliare. Versi che bruciano, dunque

Sotto il tetto del tuono ho dormito

sotto il sangue ansioso di finire ho dormito.

ma fanno pensare a una purezza irrimediabile

Sii pianta, ritorna viva, ed entriamo insieme nel fuoco.

Non è mai facile ammettere l’impossibilità della speranza. Presto, sarà assorbito da ciò di cui si nutre e allora si pensa a Gérard de Nerval e (facendo un bel salto) a Germain Nouveau a Antonin Artaud e anche a un poeta morto per scelta (annegandosi nella Senna) come Ghérasim Luca: «Personne à qui pouvoir dire / que nous n’avons rien à dire / et que le rien que nous disons / continuellement / nous nous le disons / comme si ne nous disions rien».

Tornando alle coincidenze dei cognomi, la parola “borne” in francese significa “confine”, “paracarro” (che delimita, quindi, le distanze). Stranezza delle lingue! Nessuno ci impedisce d’immaginare distanze che la traduzione accorcia.

Nella postfazione, scrive Philippe Biget: « […] Borne faceva parte di quella generazione di poeti che iniziò a scrivere negli anni 30, avvertendo la necessità di decantare il retaggio degli sconvolgimenti della rivoluzione surrealista avvenuta nella decade precedente. Dopo, come altri scrittori espresse con amarezza le disillusioni del dopoguerra». Lo stesso Biget segnala una intervista che testimonia l’amore di Alain Borne per l’Italia. Parole di bellezza metafisica e di quasi serenità. Di questa Italia, bella e senza malizie immaginata dal poeta, ogni lettore italiano potrebbe ancora innamorarsi.

Sarà una bella scoperta questo libro, anche perché la traduzione di Lucetta Frisa restituisce in pieno l’«ebbrezza assurda e saggia» di un poeta che nonostante tutto dava l’impressione d’aver conservato uno spirito d’infanzia che, in un certo senso, lo immunizzava dalla società:

Io vivo di sogni

e sogno isole

e leggo aprili

Viviane Ciampi (2013)

Alain Borne, Poeta al suo tavolo, I libri dell’Arca, Joker edizioni, Novi Ligure, 2011.

Viviane Ciampi
Lucetta Frisa

COME UN UCCELLO CIECO. Carlotta Cicci

Come un uccello cieco di Carlotta Cicci

Eugen Bavcar

1

Mi copro di argilla

colgo urti

apro le gambe

congiungo cose lontane

chiodo scoglio materia violenza rosso

fisso gli incroci sul mio polso

accendo quiete

trattengo il fiato

sorveglio il freddo

senza tregua

inseguo vertigini

come un uccello cieco

che mangia il vuoto

sono preistoria

2

Ogni tanto torno vergine

acqua implacabile

colore di perla

invulnerabile

la tua paura addenta il polso

il sole tace

elimino il fragore

il sospetto

ti guardo le spalle

da me

ignoro in cosa credi tu

rimango in un altro angolo

nell’identico ordine

di me

Eugen Bavcar

3

Oggi dovrebbe essere

soltanto oggi

restate desti

sono venuta qui selvatica

nel mezzo di un incendio

le crepe fissano il punto rosso

al centro della mia fronte

svergognata chiedo asilo

al nido artificiale

sono come un’alba

che perdete nel sonno

porto il cielo alla bocca

crollo e non faccio rumore

precipito di continuo

in acque impazienti

tra i vostri proclami

concedetemi

un nuovo battesimo

che l’acqua

sia davvero Santa

4

Sei una mosca nel buio

irradiante

e io bianca lupa

in posizione non corretta

schiva lunare gentile

posso darti solo

viaggio

eventualità

tempo inquieto

accelerazioni

contaminazioni

livelli di vita

il mio ciclo

radicante

significante

Eugen Bavcar

5

Impossibile

non tradire qualcosa

non sono clemente

non mi offro alla speranza

sono latitante

la mia distanza non attende nulla

la vedova bianca è guasta

affamata ingrandirà la tua sagoma

il mio chiarore è acido

domani ti offenderà

fatale affonderai

fino al centro della terra

6

Vorrei cadere

nel nero dei tuoi occhi

in uno spazio tenue

una tenerezza inespressa

battezzi la bocca

con la mia umidità

la mia schiena

chiede pietà

mi offri l’umano

mi offri l’animale

mentre balli muta

in un respiro labile

sotto un cielo

che sembra crollare

in un sonno

al di sopra

delle loro guerre

Eugen Bavcar

*I testi, che compongono la sezione “La sentenza”, sono tratti dal volume inedito Sul banco dei pesci.

Carlotta Cicci

*Carlotta Cicci nasce a Roma nel 1984 e vive a Bologna dal 2016, dove lavora come videomaker e fotografa. Sul banco dei pesci è la sua prima opera poetica prossima alla pubblicazione. Con Stefano Massari ha creato il sito: http://www.disforme.net

PER SERENA OLIVARI

Serena Olivari

Signora svagata e gentile che

s’ appende ad ogni occasione

per esistere sino a quando il

franco elaboratore

d’immagini trova per parlare

felice davanti al museo di

Bilbao, a ricamare segni

dipinti. Adesso Memoria la

vive vivace e chiacchierona alle mostre magra come le

figure piccine che da sempre

ebbe dentro e che volano

ancora

Ettore Bonessio di Terzet (Giugno 2010)




SERENA OLIVARI

È mancata l’altro ieri Serena Olivari, artista genovese di grande qualità pittorica e di grande generosità: ricordiamo il suo volontario insegnamento di pittura nell’ ex ospedale psichiatrico di Ge-Quarto e nelle carceri cittadine. E lo ha fatto in punta di piedi, con estrema delicatezza, così com’ è lo stile del suo lavoro artistico basato essenzialmente su tracce minime, segni in grafite, particelle di pittura, carte increspate, viti, pietroline, fili, puntine, cocci di terracotta, vetrini… oggetti minimi e frammenti pittorici atti ad evocare scenari ormai presenti quasi solamente nei meandri del pensiero in cui luce e buio si alternano per suggerire precise suggestioni temporali. Un pullulare fantastico, la sua opera, di micro-segni vaganti in spazi vuoti. Originali e suggestive le serie dei “Totem”, numerosi elementi filiformi (con base metallica) impreziositi da un’ oggettualità ridotta allo stremo, capace di puntare dritta al relitto, a ciò che sta per scomparire. “Fate conto che l’ uomo non sappia più che cosa sia un giardino… ciò che rimane degli alberi diventa un feticcio, un totem…. Ciò avverrà prima di quanto si pensi…” sono alcune frasi guida su cui Serena Olivari ha impiantato una delle sue ultime mostre, supportata da studi in biblioteca riguardanti stili e conformazioni di giardini d’ epoca. Un’ esposizione che confermava il fascino discreto di un solitario ed appassionato recupero della memoria, in particolare quella privilegiata di una natura ambientata e codificata in preziosi ritagli di spazi storici, quelli per intenderci del “secolo d’ oro”.

Miriam Cristaldi (27 giugno 2010)

Serena Olivari

**

Un cubetto d’amore smisurato

QUADERNO

CANZONI FRANCESI. Brassens, Brel

Canzoni francesi. Georges Brassens e Jacques Brel

(traduzioni di Lucetta Frisa)

Georges Brassens

La cattiva reputazione

Da quando nacqui io non so come
godo cattiva reputazione
se resto zitto o mi metto a parlare
passo per uno da livellare
E non faccio mai del male a nessuno
anzi molte volte resto a digiuno
Ma la gente tira sassate
A chi non prende le vie segnate
Ed io offendo la gente onesta
Perché ragiono con la mia testa

Nessuno mi darà un salario
perché son nato
bastian contrario!

Anche quando la bilancia
Pende dal lato della pancia
e c’è chi in poltrona si siede
resto a guardare dritto su un piede
Io della carriera me ne strabatto
e per questo dicono che son matto

Ma la gente tira sassate
a chi non prende le vie segnate
ed io offendo la gente onesta
perché ragiono con la mia testa
nessuno mi darà un salario
perché son nato
bastian contrario!

Quando la gente senza coglioni
va negli stadi e a processioni
e s’inginocchia alle istituzioni
e dei capelli compra lozioni
non sono dei valori il sovvertitore
se me ne sto a letto a far l’amore

Ma la gente tira sassate
a chi non prende le vie segnate
ed io offendo la gente onesta
perché ragiono con la mia testa
nessuno mi darà un salario
perché son nato
bastian contrario!
Non c‘è bisogno d’esser profeta
tutti mi dicono che sono poeta
e che i poeti come i barboni
van negli ospizi o nei manicomi
e s’inginocchia alle istituzioni
e dei capelli compra lozioni.

Ma la gente tira sassate
a chi non prende le vie obbligate
e io offendo la gente onesta
perché ragiono con la mia testa
pur di non esser livellato
compro una corda e muoio impiccato!

(Musica e testo di Georges Brassens)

**

Storia del vento

Quando l’universo intero
non era ancor terminato
qualche cosa a spasso andava
in mezzo al creato
C’era molta confusione
e lui furbo approfittò
non aveva forma e nome
Dio se lo scordò

E fu così
che è nato il vento
che volle essere diverso
e contestava l’universo
E fu così
che è nato il vento
il vento che nessuno sa
da dove viene e dove va

Per il vento di follia
che trasforma i saggi in bruti
pur le Figlie di Maria
i santi fan cornuti
A chi cerca di sfidarlo
con il calcolo più esatto
lui si vendica e di colpo
lo fa diventar matto

Ed è così
che corre il vento
nelle foreste degli abeti
e dentro il cuore dei poeti
ed è così che corre il vento
che fruga ed alza le sottane
delle donne puritane
Ed è così che corre il vento

(Musica e testo di Georges Brassens)

**

Faccio l’amore con te

Che me ne importa del sole
da quando conosco te
la notte o il giorno
che differenza c’è
faccio l’amore con te
Tu fai spuntare le viole
nel letto e sul parquet
che me ne importa del sole
faccio l’amore con te

Per il padrone di casa
sono puttana perché
sto con un uomo che marito non è
che cosa importa a me
Vorrebbe entrar nel mio letto
quel porco al posto di te
io me ne infischio di tutto
e faccio l’amore con te

E poi c’è il principale
che mi licenzia perché
gli sbaglio i conti e non sono puntuale
non gli sbaciucchio il bebé
Farò la fame più nera
ma chiedo che male c’è
se dal mattino alla sera
penso all’amore con te

Senza contare l’impegno
di far la rivoluzione
sparino gli altri io la faccio da me
quando son sola con te
Sarei una vera alienata
se non pensassi un po’a me
la mia condotta impegnata
è far l’amore con te
La mia condotta impegnata
è far l’amore con te.

(Musica e testo di Georges Brassens)

**

Sulle panchine

Tutta la gente perbene crede le panchine
posti d’ozio e vizio
fatti per l’appuntamento di barboni e vento
Ma è soltanto un pregiudizio
perché son lì apposta per timidi cuori
per accoglier le premesse a favolosi amori

Sulle panchine siedono gli innamorati
abbracciati abbracciati
sfidano gli sguardi avvelenati
dei passanti onesti

E si tengono le mani parlan del domani
del futuro nido
che fabbricheranno insieme con le ore più belle
Ci sarà la luna e il sole
che faran da tetto sopra il loro letto
dove nasceranno viole grandi come stelle

Sulle panchine siedono gli innamorati
abbracciati abbracciati
tubano allegri e spensierati
son colombi appena nati

Quando la sacra famiglia passa nei dintorni
di quel loro regno
fioccan frecce inacidite di disprezzo e sdegno
Ma sia il padre che la madre il figlio un po’ impotente
e la figlia zitella
stan morendo dal prurito di una scappatella

Sulle panchine siedono gli innamorati
abbracciati abbracciati
tubano allegri e spensierati
son colombi appena nati

Anche se il tempo è maligno e ricopre il cielo
di nuvole nere
e l’inverno e il vento freddo li farà fuggire
Resterà sempre per loro il ricordo caldo
di quelle panchine
dove han vissuto insieme le ore clandestine

Sulle panchine siedono gli innamorati
abbracciati abbracciati
sfidano gli sguardi avvelenati
dei passanti onesti

(Musica e testo di Georges Brassens)

**

Jacques Brel

Le bigotte

Diventan vecchie, pianin pianino,

fra un gatto magro e un canarino,

le bigo-otte…

a 18 anni son vecchie lo stesso

perché immunizzano il loro sesso

sesso di bigo-otte…

se fossi diavolo vedendole pregare

dalla rabbia mi farei castrare

se fossi dio quando è notte

da un bruto le farei violentare

le bigo-otte…

e processionano da mane a sera

d’acquasantiera in acquantiera

le bigo-otte…

d’incenso cavolo e mele cotte

sanno le preci e le litanie

delle bigo-otte

vestite a lutto come il curato

che è un uomo santo e sarà premiato

han gli occhi bassi e il collo storto

come se Dio fosse già morto

le bigo-otte

e I gioni alllegri della festa

la gente parte alla conquista

ma non le bigo-otte

che preferiscono restare in sacrestia

a catechizzare altre bigo-otte…

così preservano illibato il giglio puro e immacolato

che fra le gambe è addormentato

per astenersi dal peccato

brave bigo-otte

così pian piano vanno a morire

quattr’ossa secche da seppellire

ossa di bigo-otte

e il funerale è di buon mattino

per maggior gloria del becchino

che odia le bigo-otte

nel paradiso c’è un gran daffare

ali e corone da preparare

gli angeli volano felici in coro

ed esse volano….frrrr…

insieme a loro…

Viva le bigo-otte

(Musica e testo di Jacques Brel)

(traduzioni 1969-1970)

Lucetta Frisa

VALZER INFANTILE. Lucetta Frisa


Amore, dolcissimo Amore.
Cuore, Fiore, Languore, Rossore
Pallore
Sudore
Dottore.

Carriera, radiosa Carriera
Si spera Si spera Si spera Si spera
Pane e Pera
Fame nera
Galera.

Vita, dolcissima Vita
Fiorita, Infinita, Infinita, Fiorita
Sfiorita
Fuggita
Fallita.

E tu che ci credevi
E tu che facevi il presepio
Aspettavi Gesù Bambino
all’angolo del camino…
Il Bravo Bambino
Lo Spazzacamino
La Fata buona
La Strega Minchiona…

E pian pianino
(Qualcosa era vero)
Col tuo panierino
Filasti dritto al cimitero
Con l’uomo
Con l’uomo nero…

(Musica di Jacqueline Perrotin, testo di Lucetta Frisa)

*Diverse canzoni di Lucetta Frisa (tra cui Valzer infantile e Tutto il mondo va in cerca d’amore) sono state interpretate da lei stessa, con accompagnamento al pianoforte di Giovanni Del Giudice, e poi da Milly nel suo album D’amore e di libertà (1974).

Lucetta Frisa

VITA. Angelo Maria Ripellino

Vita

Vita, non abbandonarmi. Comunque tu sia, cactus, coltello,

daga, cappio, ferro in fuoco, oscurità malsanìa

sei sempre vita, e frullina e leggiadra e civetta:

anche se nonostante, continuo ad amarti.

Comunque tu sia, laida e scrignuta e streghesca e malvagia,

sei sempre vita, e preziosa nel mio lapidario.

Verde riviera, non abbandonarmi:

anche se involto d’atroce malinconia,

non voglio smarrirti, zitella dal fiato pesante,

guercia bigotta, garrula becchina,

tu rogna e affrantura, tu amore, mia vita,

tu limpida vita, tu vita inimica, ma vita.

*Ritrovo casualmente, dentro una copia de Il trucco e l’anima, Einaudi, 1982, questa poesia di Ripellino trascritta per non so quale occasione.

EPSON MFP image

LA SEDUZIONE DELL’IMMAGINE. Claudio Bertieri

Esistono scritture intensive, introspettive, e scritture estensive, molteplici, che ampliano gli orizzonti della conoscenza. La scrittura di Claudio Bertieri appartiene alla seconda categoria, che privilegia la visibilità e le molteplicità del mondo visto, la costante seduzione dell’immagine. La sua lunga e laboriosa esistenza ne è la conferma. Per chi lo conobbe e gli fu amico, a mancare sarà la potente sonorità della sua voce di sorridente e ironico affabulatore.

I fratelli Marx

…Entrati nel loro gioco non sappiamo più come uscirne, prigionieri di un macrocosmo ignoto che di continuo prende per il bavero il nostro dimostrando come la logica, le convenzioni e l’equilibrio non siano che buffi, superati, ingombranti princìpi tradizionali. Basta un’occhiata di Groucho, un cenno di Harpo, una battuta di Chico perché tutti i sistemi vengano buttati per aria come palloni di un giocoliere e frantumati all’istante. Ma la ricorrenza della distruzione dei Marx (non tanto degli oggetti, degli strumenti musicali di cui si servono, degli scenari che li circondano, quanto di qualcosa di ben più importante) non è solamente la filigrana di una vis comica: è una precisa lezione morale. «Nessun mondo, sognato o reale che sia» scrive Richard Rowland «può essere imbrigliato in un sistema, anche se le esigenze naturali vogliono che l’uomo continui i suoi sforzi di sistematizzarlo».

I Marx, dunque, hanno sempre giocato dall’altra parte (il solo Groucho è oggi ancora attivo e partecipa a show televisivi) e sta a noi intuire – sotto il segno delle trovate farsesche e dei lazzi allo sbaraglio – il nocciolo di una ribellione pacifica condotta per decenni sotto la bandiera della risata. Non vogliamo vedere nella loro opera la rabbiosità di una rivolta – non assegniamo, cioè, alla loro presenza un peso maggiore di quello che in realtà gli compete -, però non intendiamo neppure sottovalutare il contributo ch’essi hanno recato attraverso gli infiniti spunti di una comicità tenuta sempre al di sopra del “divertimento”.

È risaputo che le tasche di Harpo contenevano ogni cosa immaginabile. Anche una tazza di caffè bollente. Ma al momento giusto, saltava regolarmente fuori quella inaspettata. Era il suo asso nella manica; il fascino di una eterna sorpresa che, ogni volta, riusciva a coglierci impreparati. E neppure ci dispiaceva questo suo potere su di noi. Coscienti, ma sedotti, lasciavamo che Harpo se ne vantasse. Per questo lo rimpiangiamo. E di più.

Da I Marx: imprevedibili come liocorni, pubblicato in “Cinema 60”, n. 46, ottobre 1964, ora in La seduzione dell’immagine. Claudio Bertieri spettatore di professione, Gammarò, 2016.

Claudio Bertieri

Claudio Bertieri (Genova, 1925-2021). “Uomo delle immagini”, tessitore e intrecciatore di saperi diversi, massimo esperto di fumetto e di cinema, ha scritto, fra gli innumerevoli libri: Le rotte dell’immaginario, Gli atleti di carta, Film di carta, Cinema di carta, Comic Show, La seduzione dell’immagine.

ZONA DI CONFINE. Lorenzo Pittaluga

Osvaldo Licini

Edenica utopica illusione

S’illuna in volto invocando

la raggiunta palpebra che è carta

emblematica che vigila

sugli assilli della beata visione

edenica utopica memoria di un

arredo perfettibile o perfetto:

salgono al loro posto gli Dei

aperti e ben disposti per dire

a te di incrinare il muro

di rena che ottunde l’inconto

presagito.

Agguanta le virgole terse del suo

monologare scemerà nel tuo cuore

il soliloquio che ti fu buio custode.

**

Zona di confine

Si ridesta rovistando nella

rubrica alla cerca di una

stretta senza strazio venendo

in un colloquio disteso nelle

nascenti azioni di pietà

esaurisce il sangue contaminato

dalle ardenti fioriture del seme

e se ne sta dell’inseguimento

fra le diverse specie. Si gela

nei diacci confini fra respiro

di vivo e il suo disfarsi

vista l’informazione che da’ spazio

all’allegra agonia dei Dodici:

ma non tutti hanno un maestro

e una preghiera che consoli:

i censiti dal cielo vanno soli

verso il baratro ben riservato

le rose diventano rocche la

pietra diventa inamovibile

guardi noi ci guardi il Dio

che segno rapido sulla tabella…

Osvaldo Licini

*I testi sono tratti da un quaderno inedito datato 1993.

Dattiloscritto di Lorenzo, con correzioni autografe