HERCULES SEGHERS. Yves Bonnefoy

Hercules Seghers

La forma dell’essere umano, la strada che intraprende, il luogo dove vive: Seghers mette tutto questo in gioco e per questo ci turba. Categorie come la sicurezza spirituale, l’accecamento, l’esilio, contestate e sminuite, si perdono in uno sforzo estremo dell’attenzione artistica…

Questa messa in discussione è inappellabile: il colore – armonia possibile, possibile sogno di forme – viene negato in anticipo, mentre il contorno naturale delle cose – la roccia, ad esempio, con il suo aspetto facilmente percettibile, punto d’appoggio istintivo dell’intuizione religiosa, sbocco degli dèi sulla terra – è cancellato, eroso, scisso dall’una all’altra incisione attraverso qualcosa di bianco e di immateriale. Questo fondo, verso il quale Seghers ci conduce, non è forse l’informe, l’eclisse del progetto umano? Si pensa ai colpi di gomma di Giacometti: più che al dettaglio di un aspetto, portano all’apparenza pura, cercando di liberarla dalle categorie della vista. Seghers e Giacometti bruciano le navi dell’uomo. Ciò che rappresenta è vero al di là della parola che lo pronuncia. La parola, come il riflusso che cancella, si accorda alla notte.

Alberto Giacometti

Hercules Seghers

In Seghers, al termine di questo cancellamento delle cose, nel momento in cui lo sguardo indotto in confini ossessionati da forze incontrollabili quasi dispera dei poteri dell’uomo, la forma paradossalmente ritorna… Attraverso questa presenza povera, rasoterra, al più basso grado del visibile, si disegna il vero cammino di una terra che avvolge l’umano, poeticamente abitata…

I pittori informali disegnano le crepe del muro, l’aprirsi della pietra sotto le radici dell’albero, la sua progressiva appartenenza alla casualità della roccia. Ma tutto questo accade al sole di un orizzonte la cui bellezza razionale è sufficiente a mantenere l’illusione di un essere-in-sé della Forma; e, se la fragilità umana è voluttuosamente ammessa, è ammessa solo dando valore assoluto alle categorie che la pensano.

Seghers non ha nessun tipo di attenzione per questa tradizione romantica. …Nell’epoca di Vermeer, che assolutizza le apparenze, nell’epoca di Rembrandt che se ne distrae, occupato dalle sue stravaganti ricerche di psicologia spirituale, Seghers è un isolato. Solo Elsheimer, nei suoi disegni venuti recentemente alla luce, ci suggerisce, come direbbe Rimbaud: Ho visto. Solo Elsheimer, come Seghers, contempla faccia a faccia questa presenza nella montagna e nell’albero: questa vista o salva o conduce alla follia.

Hercules Seghers

Da quando Gallileo guardò ingrandire nelle sue nuove lenti il suolo screpolato della luna, la coscienza ha cominciato a comprendere che la forma non era ciò che sembra a Dante e a Raffaello: non era la realtà ultima dell’essere. Ma semplicemente la nostra scrittura – le nostre aperture, le nostre strade incompiute, il nostro vento. Potremmo sviluppare questa scrittura in modo felice, non mettendola in quanto tale in discussione, senza prima assumerci, con un’immersione al di là dell’apparenza, il diritto verificato di pretenderlo?

Poussin, che studiò con passione la musica antica del numero, prende un pugno di terra e dice – Ecco la Roma perduta – Questa terra che appare nei suoi ultimi quadri – Polifemo, Orione cieco, Apollo innamorato di Dafne – si confronta a ciò che Seghers ha sostenuto, povero e solo, nei fasti del secolo d’oro.

Hercules Seghers

Una certa musica, di presunto diritto divino, – che trionfa nel Concerto di Giorgione e si incupisce in Leonardo da Vinci, diventa ornamento nel manierismo, si tende e spezza nelle dissonanze di Michelangelo, ma rinascendo sempre come unica dimora, unica nave – ha fine per sempre. È a partire da questo silenzio, ormai, che la verità dell’arte prenderà corpo. Si comprendono meglio, indagando il segno di Seghers, gli alberi di Fragonard, dalle cime pericolanti come frammenti di ghiaccio; ed i visi ossessionati, travolti, che dipinsero Géricault e Goya.

Si comprende la follia, la cui ambiguità si profila nel divenire di quest’opera.. Quando l’equilibrio non è più che formula soddisfatta, lingua impietrita, artificiosa chiusura, e non sussiste più che il vuoto, la massima ambizione dell’artista può scivolare nella malattia per portarsi a contatto del limite invisibile in cui i segni cambiano senso. Ci sono momenti in cui il sintomo può essere la forma vuota di questa pienezza che, in tempi arcaici, si definiva positivamente come simbolo e nei quali la nuova armonia non può che farsi udire nella sincope dell’ordine e della forma stabiliti

Hercules Seghers (Haarlem, 1589 – Amsterdam, 1635) influenzò con l’opera grafica dei suoi ultimi anni Elsheimer e Rembrandt. Innovò la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta. Non ebbe imitatori e non appartenne a scuole. Morì in circostanze tragiche. Ubriaco, cadde e si fratturò il cranio. Fra i titoli delle sue opere: Ai limiti del bosco, Paesaggio con rocce aguzze, Paesaggio fluviale con rocce, Paesaggi con abete.

*Hercules Seghers, di Yves Bonnefoy, è pubblicato in “L’Ephémère”, 2, aprile 1967. Traduzione di Marco Ercolani in “Fanes”, 2, giugno 1990, ora in “Scritture”.

Hercules Seghers

Hercules Seghers

Hercules Seghers

SANTA BARBARA. Ilaria Seclì

Santa Barbara

Santa Barbara è una fila di case

di uguale altezza, una accanto all’altra

senza piani sopra, solo cielo.

Una lenta sequenza di film muto

su crolli di masserie feudali, ovili, stalle

strati e strati, belati, storie, stemmi

fissati nella trama del pictor optimus

mossa appena da una nonna

che spinge l’altalena. Tu guardi

e non vedi più il senso di tanta strada

altrove, quanto è piccolo ciò che conta

e quanto poco conta il resto.

Nel silenzio della piazza e filari

di muri e uomini senza sorprese

integra resiste una parola estinta altrove.

**

Fotografie di Loredana Moretti

Neve

Non viene, si ostina a non cadere

alzo piano la tendina

far durare lo spasimo

o speranza come la chiamate.

Ma cade la verità del luogo

lo sciamare vuoto, le ciance, il clima,

niente che somigli a questa disciplina.

*

Io sogno, sto sognando

ho messo l’anello più bello

un po’ per ricordare un po’ per essere felice.

Come fosse vivo il silenzio, anche qui

chiaro trasparente aria ghiaccia

un gennaio russo di armi arti fuoco

urla di futuri accesi, bagliori, battesimo

eternato. Lotte cammini infiorescenze

ostinato farsi di stagione,

schiudersi di fiore, ostinato darsi,

fa sera e fa mattino.

*

Nessuno muore, non sono mai morto

ripete la carcassa sull’asfalto di questi calendari,

ripete la carcassa sulla strada

che continuano a schiacciare.

Non sono mai morto.

Ilaria Seclì

BASTA

Da Preferisco sparire. Dialoghi con Robert Walser (1954-1956)

Questa pagina è il finale del libro e segue immediatamente Contemplazione, il breve foglietto che, nella finzione narrativa, viene donato da Walser a Weiss come esempio ultimo della sua scrittura. Preferisco sparire è stato pubblicato, nel 2014, dalle edizioni Robin (M.E.)

Hai letto? È tutto quanto ho scritto negli ultimi vent’anni a Herisau. Ora basta, con la mia risposta e con la tua curiosità. Basta con la scrittura, la paura, il dolore. Perché a Waldau scrivevo e a Herisau ho smesso? Risponderò semplicemente: sono molto, molto peggiorato. Nessuno mi ha più visto con una penna in mano. Dopo Waldau non mi sono più interessato ai miei libri ma alla mia follia. È quello il mio unico libro, e non vorrei che mi sfuggissero le frasi migliori. No, nessun inferno: è un vivere sottovoce, dentro la trasparenza di me, un po’ come Bartleby nel grande ufficio da cui non volle muoversi più. Siamo tutti vuoti, nel momento stesso in cui ci dedichiamo alla scrittura. La scrittura è soltanto l’incarnazione della vanità, è nulla. Io rinuncio in tutto e per tutto alla mia vanità. Perdo le parole, sacrifico me stesso, mi salvo. Si dirà che scrivo in segreto quando nessuno mi vede, anche dentro le suole delle scarpe. Se fosse vero, e questa è la grazia, mi dimentico di farlo. Dimenticare è salute. Ricordare, solo ossessione e mania. Tutte queste cose, adesso, le mura dell’ospedale, le facce dei malati, ho l’impressione che si accartoccino. Ma non c’è nessun incendio, solo che si trasformano e le osservo trasformarsi. Non mi sento tranquillo. Sì, certo, intrecciando canestri, annodando pacchi, leggendo vecchie riviste, conversando con te, mio innocuo scienziato, mi calmo. Capisco che tutto è sonno e non mi impongo nulla. Il mondo mi invita a diventare lo zero che sono, a non avere speranza. Appena inizio a sperare, le cose finiscono per essere troppo vive, per ardere come puro fuoco. Ma dopo bruciano, oh pena e orrore! No, mai, basta col fuoco!

Fischietto impassibile, il largo cappello bene aderente alla testa, così i pensieri non volano via come api. Cammino nel freddo Nel freddo cammino. Non devo vederti più, non voglio vederti più. Buon Natale, Weiss.

PREFERISCO SPARIRE. Dialoghi con Robert Walser (1954-1956)

*Quest brevi pagine, nella versione originale e nella traduzione in francese di Sylvie Durbec, sono, nella finzione del libro, l’unico foglietto che il vecchio scrittore Robert Walser consegna al giovane psichiatra Karl Weiss come testimonianza della sua scrittura nel manicomio di Herisau. Preferisco sparire è stato pubblicato, nel 2014, dalle edizioni Robin (M.E.)

Contemplazione

Vedo di fronte a me così tanto tempo, non posso ingannarlo se non con un artificioso trastullo, sono lieto di tutto cuore di aver trovato questo passatempo. Non mi si vuole, né mi se può dare un’occupazione, non si ha bisogno di me, sono completamente al di fuori di ogni necessità, ebbene, allora sarò io a servirmi di me stesso, sceglierò da solo il mio scopo e mi considero sufficientemente portato per svolgere qualsiasi lavoro, fosse anche il più strano ed inutile. Sono robusto e pesante e pieno di sentimenti, e di capacità pratiche non comuni. Per quanto possa anche essere miserevole la mia attuale condizione in questa Herisau, io mi sento comunque stranamente libero e coraggioso, e il mio cuore è abile nello scovare pensieri consolanti. Solo di tanto in tanto, per dirla apertamente, mi sento triste e privo di speranze, penso al mio futuro come a qualcosa di perduto e di oscuro, ma si tratta solo di momenti, e nulla di più.

**

Chi dice sentire dice memoria, chi dice memoria dice movimento, chi dice movimento dice quella concretezza piantata da qualche parte, che prende slancio da un punto preciso, Le belle nuvole fuggitive grandiose non sono attaccate a nulla e quindi non producono nessuno scuotimento, Ci sono montagne di nuvole e fortezze di nuvole la cui posizione ha qualcosa della noncuranza dei cigni che ruotano, dell’indolenza di donne che si lasciano andare a un sorriso, a un gesto. Le variazioni del bello e del sublime culmina non una docilità silenziosa e totale, come accade per idee elevate, opere di pietà di giustizia o d’amore. In un silenzio inudibile il più maestoso dei concetti si allontana, soffiato via dal buco arcaico dove scaturisce il vento.

**

In questo istante, per esempio, gli alberi sono scossi dal vento per la ragione, immediatamente impercettibile, che sono perseveranti, Nella misura in cui i rami si rilasciano, può nascere quel senso di scuotimento. Se non fossero ben radicati non si potrebbe parlare delle loro foglie e di conseguenza non ci sarebbe ragione di sentire nulla,

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Non si sveglia mai. Vive solo nel sonno, Cresce ma continua a dormire, Vive negli ospedali. Io lo vedo mentre dormo ,io povero calzolaio, amico di amici(lui non ha né padre né madre). Mi chiedo cosa stia sognando. Non lo so, Ma lui preferisce non svegliarsi. All’età di sedici anni, ne sono testimone, finalmente muore. Forse è andato a riposare in qualche altro regno, senza lasciarci un cenno.

**

I pittori, la materia del mondo la appiattiscono nella tela con bellissimi colori e lì la guardano stupiti. Fissano mappe, cartografie,mondi paralleli, sfaviillanti. Non si accorgono che fuori si è già scatenato l’ultimo temporale della terra, che nessuno è più vivo e che stanno decorando l’interno delle loro tombe con offerte segrete. O forse se ne sono accorti,lo sanno da sempre e sorridono proprio per questo.

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Mentre camminava per le coline, da ore e ore, si accorse di stare sognando e cercò di svegliarsi, ma fu inutile. Continuò a camminare per boschi e radure senza sentire la fatica, e quando una donna lo guardò e gli sorrise, non provò nessun rimpianto per il mondo nel quale non riusciva a tornare.

**

La musica non gli piaceva. Per lui era così bello non sentire suoni. Ma un giorno fu costretto a rimanere dietro una cascata e da allora capì tutti gli incantesimi che possono essere generati dalla fresca, ininterrotta dolcezza del suono. Come faranno,i libri, a restituire quell’incanto se non mancandolo sempre? Se non restarsene muti a desiderare quel suono?

*

Ci si chiede perché non sarebbe necessario trovare una finestra perché un paesaggio abbia un senso, Senza delle finestra da cui possa essere visto tutto questo mare di campi e di alberi è una musica indefinita senza strumenti.L’arte di quale fuga?

**

E si ritrova dove non credeva di essere, tante ipotesi sul tappeto, un passato che parla il suo interrotto futuro.

**

Di certe vite che si vedono sommerse non si devono piangere mai, sono opere delicate, nomi interrotti, Occorre guardarle dal vetro ma senza gridare.

**

Tutto questo sparire è un essere molto chiari nella notte e nel sonno, è dimenticare il respiro sulle rive del fiume.

Non avere quasi nulla. Terra senza di noi, da vedere a notte alta, sognando.

Resta il segreto della terra fresca,il foglio trovato per caso, dentro una pietra spaccata. Ma non è una pietra. Guardala bene: è un diamante intatto.

**

Studiare la paura riga per riga: diari di poeti, viaggi,vertigini, nuvole sparse. Così la gioia.

Tutto ancora esiste.

Specchio di quando smetterà di esistere.

**

Cantilena

che trascrivo con frasi dettate

da questo mio dio nelle dita

e sparisce il mondo fuori

neve monti giardini

ripeto la cantilena

termino il libro

poi esco nel mondo vuoto

**

Una bella aria

che al cielo stellato mi faccia salire

dal folle frinire

nella terra cara

**

Scrivere

noi

percorrere

noi

che domani non saremo più noi

pregare il mondo

perché nulla di quello che esiste

fermi i nostri pensieri

focili fiori delicatissimi del futuro

Non essere

più.

**

Cado in disparte

nn triste

odia i tristi

il mio sorridente dio

Contemplation (traduzione di Sylvie Durbec)

En face de moi, beaucoup de temps. Je ne peux le tromper qu’avec un jeu artificiel, je suis bien content d’avoir trouvé ce passe-temps. Personne ne veut ni ne peut me donner une occupation, personne n’a besoin de moi, je suis totalement inutile. Alors c’est à moi d’être utile à moi-même, de me choisir un objectif tout seul, et je me sens capable de développer une occupation quelconque, fut-elle la plus étrange et la plus inutile. Je suis robuste et fort, plein de sentiments et de capacités pratiques peu communes. Pour autant que soit misérable ma condition actuelle à Herisau, je me sens toutefois étrangement libre et courageux, et mon cœur est habile à débusquer des pensées consolatrices. De temps en temps, pour dire les choses ouvertement, je me sens triste et sans espérance, je pense à mon avenir comme à quelque chose de perdu et d’obscur, mais seulement par moments, rien de plus.

Qui dit entendre dit mémoire, qui dit mémoire dit mouvement, qui dit mouvement dit cette réalité plantée là qui prend son élan à partir d’un point précis. Les beaux grands nuages fugitifs ne sont rattachés à rien et ne produisent aucun bouleversement. Il y a des montagnes et des forteresses de nuages dont la position ne tient nullement compte des cygnes qui nagent, de l’indolence des femmes qui se laissent aller à un sourire, à un geste. Les variations du beau et du sublime culminent en une docilité silencieuse et totale, comme c’est le cas pour les idées élevées, les œuvres de piété, de justice ou d’amour. En un silence inaudible, le plus majestueux des concepts s’éloigne, rejeté loin du trou archaïque d’où jaillit le vent.

En cet instant, par exemple, les arbres sont secoués par le vent, du fait, immédiatement perceptible, qu’ils sont persévérants. Dans la mesure où les branches s’abandonnent, ce sentiment de secousse peut naître. Si les arbres n’étaient pas bien enracinés, on ne pourrait parler de leurs feuilles et par conséquent, il n’y aurait aucune raison d’entendre un quelconque son.

Il ne s’éveille jamais. Il ne vit qu’en dormant. Il grandit mais il continue à dormir. Il vit dans les hôpitaux. Je le vois bien tandis qu’il dort, moi, pauvre cordonnier, ami de ses amis (lui n’a ni père ni mère). Je me demande à quoi il rêve. Je ne le sais pas. Mais lui, il préfère ne pas se réveiller. A l’âge de seize ans, j’en suis témoin, enfin il meurt. Peut-être est-il allé se reposer dans quelque autre royaume, sans nous laisser plus de signe.

Les peintres aplatissent la matière du monde sur la toile, en de très belles couleurs et ils la regardent frappés d’étonnement. Ils contemplent des cartes, des mappemondes, des mondes parallèles et brillants. Ils ne s’aperçoivent pas qu’au dehors s’est déchainé le dernier orage de la terre, que tout le monde est mort, pendant qu’ils décorent l’intérieur des tombeaux avec des offrandes secrètes. Ou s’ils s’en sont aperçus, ils le savent depuis toujours et sourient justement à cause de ça.

Pendant qu’il marchait dans les collines, depuis des heures et des heures, il s’aperçut qu’il rêvait et chercha à se réveiller. Mais ce fut inutile. Il continuait à marcher à travers bois et clairières, sans ressentir la fatigue, et quand une femme le regarda et lui sourit, il n’éprouva aucun regret pour le monde vers lequel il ne réussirait pas à revenir.

La musique ne lui plaisait pas. Pour lui c’était aussi beau de ne rien entendre. Mais un jour, contraint de rester derrière une cascade, il comprit dès lors tous les enchantements que peut générer la douceur ininterrompue et fraîche du son. Comment feront les livres pour rendre cet enchantement sans le réduire ? Si ce n’est en restant muets pour nous le faire désirer ?

Il se demande s’il ne serait pas nécessaire de trouver une fenêtre pour que le paysage ait tout son sens. Sans les fenêtres d’où il peut les voir, cet océan de champs et d’arbres est une musique qui n’est pas jouée. Art de quelle fugue ?

Et on se retrouve là où on ne croyait pas être, autant d’hypothèses en jeu, un passé qui parle d’un futur ininterrompu.

De certaines vies qu’on dit souterraines, on ne doit jamais pleurer : ce sont des œuvres délicates, des noms interrompus. Il faut les regarder par la vitre, mais sans crier.

Toute cette disparition a une existence très claire dans la nuit comme dans le sommeil, comme oublier de respirer sur les rives du fleuve.

N’avoir presque rien. Terre sans nous, à contempler en pleine nuit, comme en rêve.

Reste le secret de la terre fraîche, la feuille trouvée par hasard, une pierre brisée à l’intérieur. Mais ce n’est pas une pierre. Regarde-la bien : c’est un diamant intact.

Etudier la peur ligne à ligne ; journaux de poètes, voyages, vertiges, nuages épars. Ainsi la joie.

Tout existe encore.

Miroir de ce qui n’existera plus.

**

Cantilène

que je transcris avec des phrases dictées

de mon petit dieu dans mes doigts

et disparaît le monde du dehors

neige montagnes jardins

je répète la cantilène

je termine mon livre

puis je sors dans le monde

dans le monde

qui est vide

qu’au ciel étoilé

*

un bel air me fasse monter

du bruissement peuplé

de la terre aimée

*

Ecrire

nous

parcourir

nous

qui demain ne serons plus nous

prier le monde

pour que rien de ce qui existe

n’arrête nos pensées

douces et très délicates fleurs du futur

ne plus

être

*

je tombe à l’écart

je ne suis pas triste

il déteste les tristes

mon souriant petit dieu

Sylvie Durbec, Disegni

HAIKU 2021 / 2022. Paola Mongelli

ESTATE

Profumo di tigli

Spigoli di luce

Una donna al centro di sé

*

Volo basso di farfalla

La sua ombra

Avanza gemella

*

Tra il fare e il contemplare

Muta soltanto

La posizione del sole

*

Fiammeggiano

Riflessi d’acqua

Sul tronco caduto

*

Come rovi alle caviglie

Mi agganciano

I pensieri

*

Alle sei del mattino

Dorme la voce umana

Merli sul sentiero

*

Seguo con gli occhi

La luna che s’avventura

Dentro la nuvola più scura

*

Petalo invisibile

Farfalla bianca

Sopra la rosa bianca

AUTUNNO

Il verde al giallo

Cede il passo

Ruota d’autunno

*

Sull’ultima foglia

Del tiglio

Vegliare

*

Lago di foglie secche

Fari di un’automobile

Ombra d’ombrello

*

Disegni di platani

Sulle facciate dei viali

Alba in città

*

Dall’umido e dalla nebbia

Svettante

Un girasole

INVERNO

Dare fiducia al fuoco

Dare tempo al fuoco

Inverno

*

Rivela la neve

Passaggi

Altrimenti invisibili

*

Vento tiepido

Sul viso

Neve sotto i piedi

*

Sul viale

dal sole basso

Scavalcare ombre

*

Nel cielo di dicembre

Un bocciolo di rosa

Non sboccia

*

Gatta alla finestra

Negli occhi

Sogni da cacciatrice

*

Ombra del fuoco

Al riparo brucio

Ogni certezza

*

S’incrociano le ombre

Mondo illuminato

Da due soli

PRIMAVERA

Meditare nudi

Scorrere di matite

Discorrere di sguardi

*

Il cielo non sa piovere

Dimentica la terra

Testimoni assetati

*

Secolo dal vento forte

Cede, cade

Chi non ha radice

*

Lenti fuochi d’artificio

Esplodono

Fiori di glicine

FATICA NON NEMICA. Maurizio B.

*Nel 2014 Maurizio B. si esibisce a Contemporart Hospitale d’’Arte, recitando un suo racconto in versi, accompagnato da una voce femminile e da una chitarra: questo è il testo del suo racconto-poema. Contemporart Hospitale d’Arte (Villa Piaggio, Corso Firenze 24, Genova, www.contemporart.eu) è un’associazione che ospita eventi di musica, teatro, danza, readings poetici e filosofici, incentrati sul tema arte e diversità. Tra le sue iniziative l’inaugurazione di una “Biblioteca Bandita”, destinata a raccogliere libri e testi sommersi di arti e scritture irregolari.

Gustavo Giacosa

FATICA NON NEMICA

Di Maurizio B.

La fatica non nemica fa parte

di lei, della vita…

*

Bùttati.

E sia, anche se il calcolo mi da’ come sicuri grossi danni. Urlo come un samurai e mi butto. Terrore, magia, i rovi mi accolgono come le braccia di una madre e dolcissimi mi accompagnano a terra, certo loro me lo avevano detto, ma tu va’ a capire. Apro gli occhi, profumo di humus mi accompagna, mi porta a casa. he mi prende? Perché bisogna partire?

Alzo gli occhi, lo zaino mi parla: è un giorno di bagagli, questo; il pensiero rassegnato. Preparo cibo e caffè, abbigliamento tecnico e anche Damina, il cane, capisce che non tira aria buona.

Siamo pronti. Via. Poche gocce ma grosso vento caldo. Burrasca, dettaglio marginale.. Comincia il finimondo ma è notte di bagagli. Un pensiero, perché? Come se sia dato all’uomo di conoscere le risposte.

Ricevo l’invito di una mulattiera, non la conosco ma è il Percorso. Pioggia, case buie e luci gialle, un filo spinato mi strappa i calzoni. Discesa e di nuovo sulla via, sono passati i taglialegna. Sento un fiume è gonfio ma già sono bagnato, il problema è uscire. L’acqua alle ginocchia lo percorro, finisce il muraglione, esco.

il cane piange, non ce la fa. Torna dentro. Piange. Arrivo, amico canide, ma non ti piacerà. Lo agguanto per la collottola, insieme tra i flutti. Mi merito un po’ di caffè.

Di nuovo sulla via maestra e nuova mulattiera, si sale ma l’acqua è tanta. Vuoi vedere che è scoppiata una fogna? Affermativo: troppa acqua, troppa puzza e bucce di arancia. Scendo e continua il finimondo. Riscendo e continua. Il cane e io bagnati.

Sono a Sestri, cerco una sosta, sono al porticciolo. Baracche e tettoie, un angolo nascosto, sento odore di morte. Un rampicante troppo cresciuto conferma: questo uomo più non è. Per quanti anni ho sentito questo odore prima di capirne il messaggio: queste cose hanno perduto il loro amico, aspettano un nuovo prescelto.

Prendo fiato, rispettosamente in piedi, intanto la pioggia cessa. Bacio, il caffè. i muovo lento, stralunato, non vedo niente che mi stimoli in qualche modo. Come si fa a smettere di fumare? i tornano i pensieri, non so chi li ha scritti però parla il Custode, nome dai molti significati.

Qualcuno mi ha guidato fino alla stazione di Varazze. Il cane trova subito il ristorante, molte persone mangiano, adesso mi viene da pensare che doveva essere l’ora di pranzo. Damina si fa invitare, mangerei anch’io, ma vado via, cammino un po’ verso ovest; la sento dietro di me, ha mangiato e io sulla panoramica vista mare prendo un po’ di caffè.

Cammino sull’Aurelia e tanto per cambiare cerco una sosta, sono stanco, ho anche sonno. Trovata in mezzo ai lentischi. Solitudine e conseguente meditazione portano a cercare nuovi sbocchi o strade dove poter esprimere la spiritualità/realtà emotiva. A questo punto nasce infatti un impulso cerimoniale che potremmo definirei come una ricerca di un dialogo con il circostante. È così che gesti consueti acquisiscono una valenza comunicativa consentendo una espressione della realtà emotiva e una interiorizzazione dell’esterna. Questa modalità inconsueta di espressione porta l’essere umano a porsi alcuni interrogativi sulle invece consuete modalità comunicative. La parola sotto le varie forme di discorso, discorso, dialogo, canto. L’arte ingenera danza, pittura, lo sport come espressione di ricerca dei limiti.

Quante cose vanno perdute quando si instaura quello che da un lato può essere letto come un sovraccarico di informazione? Quale differenza tra la persona che ripete per anni lo stesso gesto (ballerino o atleta?) e un’altra che da semplici azioni ricava poche misurate parole?

Giunge il sonno nel profumo d’erba, è garantito un buon risveglio, un sereno cammino. Sono di nuovo qua, di nuovo io. Come sarebbe bello se la luce di una candela fosse sufficiente per scrivere. La lampadina mi ferisce. Un sacco di cose mi feriscono. Ho voglia di tornare a Mornasco, la più grossa cinghialata della mia vita. Non è una scelta facile. Il primo dovere della mia vita è cercare di star bene quindi – stai con Raffaella, mi dico. C’è una difficoltà: da troppo tempo una parte di me attende uno spazio di espressione. La mia regola della giusta misura mi impone di tenerne conto. Il pericolo è quello di avere necessità di uno sfogo disorganizzato. Ci vuole cautela anche nel reprimere parti di se stessi che disturbano la quiete, scomode.

**

Lontano

nel nulla

ti sembra

vedere tornare la vita

componi te stesso

respiri

con gli occhi fai grande

più grande

questa nuova venuta

nebbia infinita

lontano

nel nulla

ti sembra

comporre la vita.

**

Il cucciolino abbaia. È’ pieno di difetti, uno dei miei amici canidi. Per esempio mi mangia le ciabatte e ruba, però fa bene la guardia. Quando dormo, amici o nemici nessuno può passare vicino alla casa senza che io ne venga informato. Poi torna, cerca le coccole, è il suo modo per raccontarmi tutto. Ha abbaiato, fatto grr e l’intruso è velocemente entrato in casa sua.

**

Comunque, nonostante tutto, la loro compagnia non è bastata,

La solitudine mi ha fatto male

lame alla gola

di chi ferma

il respiro dell’amore

il custode aspetta

solo una vita

solo un lavoro una fatica

senza che appaia

visibile un segno, un senso.

Per piccole o grandi spalle

piccola o grande fatica, segno..

Senso. Verità.

Sennò, dove cercare senza

sapere cosa?

Qualunque e dovunque ma

troppo grande per piccoli

occhi la triste verità.

ci resta un po’ di cibo

il tenero germoglio

sempre che sia nato

Di un nuovo futuro.

**

Vivrà soffocato da tanta malerba? Possibile che essa diventi per lui fertile terriccio, prezioso nutrimento? Questo lo stato d’animo. D’altronde la civiltà occidentale è in decadenza economica e morale. Certo il progresso è un processo positivo ma, insieme a tutte le conquiste di cui posiamo godere, il nostro percorso ci ha portati a dimenticare qualcosa di essenziale. Prova ne sia che non vi è un rimedio a tutto un sacco di storture. Mordi la prima mela non funziona, il Carpe diem è distruttivo. Ci vuole empatia, affetto, per tutto ciò che ci circonda, non importa il prezzo.

**

Una carezza e…

torna la vita

una ciocca sul viso

e senza vedere

so ciò che mi aspetta

una pelle di seta

e senza spere

vicino un calore un sapore un cadere

un amore

Aspettare finire la notte

e solo potere vederti volare

solo sognare.

una carezza e…

Raffaella dorme, i miei sentimenti vegliano.

che devo fare?

Dove trovare lo spazio per un piccolo re?

Datti tempo, mi direi, ma quanto?

La mia vita è un punto interrogativo, posto che esistano vite certe.

**

Una buona giornata, che mi porta a una sera dai mille dubbi, mille rigagnoli di unico grande lago: che fare di questa mia vita? Che fare, alla luce dell’inversione del pensiero di Cartesio? E di una diversa interpretazione dei vangeli? Della rivelazione animista? Dell’utilità di parte della filosofia orientale? Troppe domande. Per ora ritengo di accontentarmi di una: chi sono? Un tagliaboschi, un raccoglitore di more o il Custode del Tramonto? Un San Francesco? Mi torna utile riordinare alcune direttive primarie figlie della saggezza dei 50 anni. 1. Stare bene (leggi evitare ricadute psicotiche) per me, i mie figli, i miei cari, tutta la società civile. 2. Pagare la mia indole che non sopporterebbe l’eterna attesa (leggi rischio suddette ricadute). Non posso vivere senza il bosco, non posso stare bene se mi isolo troppo. Ho chiaramente bisogno di conciliare queste due verità. Per il momento la questione cruciale è la casa in vendita.

Devo trovare una giusta dimensione in entrambe le possibilità, che si venda o no ogni momento è una ripartenza, un divenire. Di nuovo qua di nuovo io. Sospeso ascolto, interpreto. L’eccesso di interpretazione è un sintomo psicotico ma non mi sembra questo il caso, manca completamente il delirio di onnipotenza, anzi, mi sento piccolo come piccoli sono effettivamente gli uomini. Diminuire a coscienza di sé è il modo per meglio comprendere quello che ci circonda, esseri umani compresi. Il mondo è invaso da voci che vorrebbero farsi ascoltare. Cartesio sostiene: Cogito ergo sum, chiudendo il significato, la motivazione della nostra vita dentro il piccolo essere che ognuno è. Sum ergo cogito mi porta a pensare che il significato della nostra vita sia talmente grande e importante da non poter essere compreso dalla nostra limitata mente.

Certo ribaltare completamente il pensiero del grande filosofo è riservato ad eminenti studiosi. Ma io persevero e dico anche la mia sull’interpretazione dei Vangeli. Il santo Bambino nasce e cresce in una povera e decorosa famiglia poi avverte una vocazione e parte per predicare al mondo. Molte persone vengono attratte da questo Messia che predica e pratica il bene. Così come molte persone potenti ne vengono disturbate. Qui il nostro eroe viene imprigionato, conosce il male, la sofferenza, muore. Secondo me la morte è un’allegoria come la resurrezione, si vuole invece parlare della nascita di un uomo nuovo, più completo, che sa, che conosce il bene e il male.

Ci sono due livelli di realtà – una piccola realtà, che è il nostro raziocinare, e una grande realtà che comprende l’universo. Se noi saturiamo la vita di raziocinio perdiamo la facoltà di comunicare con la grande realtà di cui il nostro inconscio fa parte.

**

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

Là dove scende

o vive senza capire

Custode del tramonto

del tempo che prego sia senza vento.

Sia nuova forza la tradizione perduta,

ed ogni sabbiosa cancellatura.

Fuoco e fiamme

È di nuovo mattina,

mi sento cerebroleso

in grana la marcia bambino

e schiaccia la tavoletta!

Attento, adrenalina!

Bisogna rischiare nella vita

Se vuoi campare!

Un bell’incidente mortale

oppure senti l’aria intorno a te,

d’improvviso ti potrebbe parlare,

quanto sottile sarebbe la voce,

di grasso e rumore sono piene le orecchie.

Gentile.

Trova la forza.

Gentile.

Vita come Odissea, come puledra ombrosa

che ama la briglia salda.

Entra…C’è una porta dentro te,

una porta che non hai mai varcato.

L’ignoto spaventa, ciò che ti aspetta

è momento di puro terrore.

Entra…la caduta diventa discesa,

sempre più lenta, dolce.

Finalmente dialogare con l’interezza di te.

Entra…unica via.

Non più inadeguata, c’è una persona

che dove serve sta, anche con se stessa.

Vincere la presunzione:

imparare l’arte dell’attesa, del vuoto.

Corri la vita alla criniera veloce di luce

che schiva, volta, riparte inarrivabile

senza segno di momento inerziale,

senza segno di sosta.

Come in sogno, reale, il tuo arco si alza, si tende.

Parte la freccia, l’immateriale semiretta

si compie, colpisce, punge. E tu…

Non vedi la punta, il bersaglio.

La tua pena, la tua fortuna.

Sei salvo da un’inumana pietà.

Quanto pesa la verità, quanto una luce troppo forte.

Chiudi gli occhi, chiudiamo gli occhi, ascendiamo,

affrontiamo l’ignoto senza coraggio, senza paura.

**

Comunque alla faticosa gestione del malessere esistenziale è deputata la spiritualità dell’essere umano. Divertente notare che la conoscenza apporta risorse utili allo scopo e insieme comporta maggiori e onerosi interrogativi.

**

Lontano

nel nulla

ti sembra

vedere tornare la vita

componi te stesso

respiri

con gli occhi fai grande

più grande

questa nuova venuta

nebbia infinita.

Lontano

nel nulla

ti sembra

comporre la vita.

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

Là dove scende

o vive senza capire

Custode del tramonto

del tempo che prego sia senza vento.

Sia nuova forza la tradizione perduta,

ed ogni sabbiosa cancellatura.

**

Neve latte pan bagnato

serve cerchi ciò che è stato

zuppa dolce uomo antico

trova il debito non pagato

quando monta la marea,

scendi la duna, parla all’ebrea.

Acqua alle caviglie, salsedine alle narici,

cancella l’ordine dei lari

trova la serpe e cambia la sorte

ora ti basta la luce della luna

Quanto

se canto di me

trovi sentimento e ragione

in una tua nuova armonia

vento

posso sentire

di guerra o di grande sapere

nella mente del sia

fame

nel mondo che c’è

di pancia o di tecnologia

senza

capire di sé

ogni vita nasconde

una sorte senza una via.

Molte cose tengo per me

alcune sono per chiunque voglia sapere e…

posso serenamente affidare

l’onore di piccole, nobili mani solo una vita

dura o leggera fatica

per forti o tenere spalle

Il tenero germoglio

sempre che sia nato

di un nuovo futuro, o…

Troppo grande per piccoli occhi la verità?

Il senso del segno del sogno

può fare capire.

**

La luce è troppo forte, chiudo gli occhi, odore di caffè, passa un trattore sulla strada. Non sento canto di uccelli da molto tempo. Lentamente mi siedo, non vorrei agire troppo, scollarmi dal reale. Ricordo un lento camminare, la strada trafficata, persone, volti. Buongiorno sì buongiorno no, dipende dall’umore, sono in fondo, passo sul ponte e, il rito, guardo giù… Un sentiero, ormai son qua, entro e nel bosco mi collego con i miei amici leggeri, loro hanno sempre un buon motivo per volare o cantare. Mi lascio prendere, ascolto, mi guidano anche verso improbabili direzioni, verso passi impenetrabili. Ma non mi dispiace avere un senso, val la pena pungersi e faticare: è sempre più difficile, impervio. E ora? Ho i piedi su di un albero caduto e dondolo…. Vedo un grappolo di succose more e la volontà muove la mia mano. Non c’è desiderio nella mia mano che con delicatezza sfiora i frutti. Solo i più maturi sono destinati a cadere. Altri rimangono. Altri verranno. Comunque alla faticosa gestione del malessere esistenziale è deputata la spiritualità dell’essere umano. Divertente notare che la conoscenza apporta risorse utili allo scopo e insieme comporta maggiori e onerosi interrogativi.

Che facciamo con ‘ste more?

Il vino naturalmente! Così le metto in un vaso di vetro che chiudo ermeticamente per ottenere una fermentazione carbonica. Dopo un paio di mesi lo ritrovo e, magia, champagne di more! Me lo bevo goloso. A questo punto mi dico –ancora!- e richiudo il vasetto dopo aver versato una generosa dose di zucchero.

**

Aiuto,

è il messaggio cifrato,

il Druido è in armi accerchiato,

la mano è salda ma per il timone c’è bisogno del favore del vento.

Chiamerà a raccolta lo spirito dei fratelli.

Una vita votata allo sconfinato, alla frontiera, al bordo, all’immatura ricerca della solitudine dove trovare l’immensa brughiera, l’immensa prateria, lo spirito, la realtà di un antico fantastico mondo. Ataviche fantasie di viaggio in un mondo deserto hanno trovato spiegazione nell’abbondanza dei presagi. Il cane guardava il falco ma le cornacchie erano con loro. Il cane deve decidere se chiamare a raccolta il branco ma il grande valore della preda non gli fa dimenticare che il fiero rapace può identificare la sorgente di un attacco e privarla della vista. Questa la motivazione della cautela che il falco avverte intorno a sé, incurante delle prede che si mostrano. Bene o male non ce n’è per nessuno. Per volare l’unica cosa è il vento e trovare le correnti. E d’improvviso…un’esplosione che squarcia la notte…

Insieme ai cani scendo la scala con sentimenti interrogativi e trovo la spiegazione. La dose di zucchero per il vino era eccessiva e il pur robusto vaso di vetro è esploso.

**

Una buona giornata, che mi porta a una sera dai mille dubbi, mille rigagnoli di unico grande lago: che fare di questa mia vita? Che fare, alla luce dell’inversione del pensiero di Cartesio? E di una diversa interpretazione dei vangeli? Della rivelazione animista? Dell’utilità di parte della filosofia orientale? Troppe domande. Per ora ritengo di accontentarmi di una: chi sono? Un tagliaboschi, un raccoglitore di more o il Custode del Tramonto?

**

Una carezza e…

torna la vita.

Una ciocca sul viso e…

senza vedere

so ciò che mi aspetta.

Una pelle di seta e…

senza sapere

vicino

un calore un sapore un cadere un amore.

Aspettare finire la notte e solo potere vederti volare

solo sognare.

Una carezza e…

Custode sa

e chiama un piccolo amico dal grande cuore

Custode aspetta

che l’orrida mano semini il suo stesso raccolto.

È così che la lama scende

tanto veloce da non apparire

alla gola di chi ferma il respiro dell’amore.

Ad ogni meraviglia

nuova meraviglia. Ad ogni terrore

nuovo terrore

Come la mano

raccoglie la sabbia

la sabbia cade

il vento la porta via

qualcosa rimane

la mente pensa

un’altra cosa

Come la mano…

La domanda che fai al destino

è il grande segreto che porti.

Mai devo capire il tuo sogno.

Bagna la mano

l’odore che senti

è una seconda voce.

Togli il rumore al vivere

sentirai ciò che è dolce.

Chiudi gli occhi

per colorare il buio.

Ogni corpo parla

anche se

non sempre risponde.

La libertà comincia dall’amore per la propria prigione.

Solo una vita. Fatica non nemica. Di lei, della vita.

La libertà è un’esperienza vertiginosa che confina con il nulla. Chi sa, sa.

A ciascuno il pane che semina.

La rabbia alimenta se stessa.

**

Volevo un mondo senza esseri umani.

Oppure persone leggere, come nuvole.

Quando camminavo, lo sa,

aprivo e chiudevo il ventaglio.

L’io è gli altri. Io sto abbastanza bene, ma questi colloqui sono importanti non soltanto per me. Se lei impara dalle mie parole qualcosa di più di quanto già non sappia, ne potrà trarre beneficio qualche persona che soffre più di me, che ha bisogno di lei ora più di quanto non ne abbia bisogno io: non siamo soli al mondo.

La mia malattia è stata un’esasperazione della mia vita interiore. Io […] devo stare attento alla mia corda psicotica. Però voglio parlare con gli uomini, ironizzare. Chi non sa cogliere l’ironia, che provi a cogliere pomodori. C’è spazio per la melissa e per l’origano: basta che li piantiamo in campi diversi. Una vita è poco, ma quel poco è essenziale. Per quel poco lavoriamo. E il lavoro è fatica. Fatica non nemica. Capisce? Fatica non nemica.

Se una madre sente il suo bambino piangere deve alzarsi da letto e andare verso la culla. Deve faticare. Non può continuare a dormire. Passo dopo passo si costruiscono i confini. Non sono mai certo di dove andrò veramente. Diciamo che la persona che sono adesso è venuta fuori da uno stato di necessità, e quindi anche dalla malattia. Per una persona intelligente la mancanza di una malattia psichica può anche essere un vero problema, può banalizzare la vita. Io ora, sto bene così. Non essendo né spontaneo né istintivo e mancandomi i fondamentali della vita, gioco la mia battaglia sapendo di aver perso qualche partita, ma non smetto di lottare.

**

Basta con le scatole delle convenzioni. Io mi sento una persona che ha un suo preciso valore etico e lo stesso valore lo sento in lei, Marco, anche se le nostre affinità non sono molte. Io non ho inibizioni. Ho handicap da cui attingo forza. Io stendo il mio lenzuolo senza disturbare la funzionalità dello scambio fra me e l’altro. Che anche l’altro stenda il suo. Se poi troveremo modo di tessere qualcosa insieme, tanto meglio. Io voglio avere una funzione, essere utile all’altro, essere una ricchezza. Io ho il rigore di un obiettivo: questa è follia? Bisogna applicare una spinta, non arrendersi.

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

**

Come la mano

raccoglie la sabbia

la sabbia cade

il vento la porta via

qualcosa rimane

la mente pensa

un’altra cosa

Come la mano…

(Genova, 2014)

Fausto Ferraiuolo

**

L’IO E GLI ALTRI

*In questo breve testo, pubblicato nel n. 34 (aprile-giugno 2014) di Fili d’aquilone sono annotate, in corsivo, le parole reali di Maurizio B. e, in tondo, le mie riflessioni sulle sue parole.


1.

«Volevo un mondo senza esseri umani. Oppure persone leggere, come nuvole. Quando camminavo, lo sa, aprivo e chiudevo il ventaglio».

Maurizio ha immaginato un mondo altro, disabitato dall’uomo, che possa essere aperto e chiuso dal movimento di un ventaglio. Sigmund Freud definisce il sogno allucinazione notturna e il delirio allucinazione diurna. Wilfred Bion descrive l’universo del delirio come “stato permanente di sogno”. La differenza tra allucinazione e sogno sarebbe solo la capacità di risvegliarsi, che nel folle è assente. Ogni notte, quando l’io tace e i sogni affiorano, sperimentiamo la possibilità di impazzire per un limitato numero di ore: il sogno è la follia notturna che permette al giorno di esercitare le strategie della ragione. Secondo Maurice Blanchot: «Quando la follia si fu completamente impadronita della mente di Hölderlin, anche la sua poesia si capovolse. Tutta la durezza, la concentrazione, la tensione quasi insostenibile degli ultimi anni, diventa riposo, calma, forza placata. Perché? Non lo sappiamo». E se il poeta Hölderlin avesse finto, almeno in parte, la sua pazzia? La poesia è anamorfosi del mondo, suo specchio rovesciato: attraverso le vie segrete del linguaggio difende la necessità dell’uomo di creare sogni paralleli al mondo ma reali. Conoscere un folle che salvi la sua follia dalle regole del delirio e la trasformi in vivente poesia è la mia personale utopia di psichiatra e di scrittore.


2.

«L’io è gli altri. Io sto abbastanza bene, ma questi colloqui sono importanti non soltanto per me. Se lei impara dalle mie parole qualcosa di più di quanto già non sappia, ne potrà trarre beneficio qualche paziente più grave di me, che ha bisogno di lei ora più di quanto non ne abbia bisogno io: non siamo soli al mondo».

Maurizio era affascinato dal delirio, oggi è sedotto dalla normalità. Pensare che il proprio problema possa risolvere quello di un’altra persona è un atto di solidarietà, generale ma non generico, che orienta verso la guarigione. M. non si trincera più in una verità-delirio da opporre al mondo ostile. Cerca di capirlo, quel mondo, anche con una certa ironica pietà. Cerca di venire a patti con lui, a costo di soffrire la tristezza di alcuni sogni falliti. Una pizza condivisa con i figli è più importante di un solitario delirio di onnipotenza. Talvolta, ma solo talvolta, rimpiange l’energia che lo traversava. Ora quell’energia, mi ricorda, gli serve per camminare in altre strade. E, se in anni passati pensava il cibo come qualcosa di ostile e di nemico, ora il cibo lo prepara lui e dei suoi piatti si vanta con un sorriso.


3.

«Lontano / nel nulla / ti sembra / vedere tornare la vita / componi te stesso / respiri».

Il racconto di Georg Büchner, Lenz si conclude con queste parole definitive: «Così trascinò la sua vita…». Maurizio esige il contrario: comporre se stesso, respirare. Non vuole l’assenza di via e di viaggio, il prolungarsi indefinito dell’angoscia, come Siegfried Lenz, scortato via dalla casa di Oberlin. Il poeta che si sente disperato al calare del buio e cerca nel dolore fisico la certezza di essere vivo, è l’uomo descritto da Celan: colui che guarda il cielo con la testa rovesciata. Il cielo, è per lui, la voragine azzurra in cui precipiterà. Lenz è il simbolo del poeta folle, veggente: dell’occhio condannato a non chiudersi mai sulla visione che lo attraversa.


4.

«La mia malattia è stata un’esasperazione della mia vita interiore. Io […] devo stare attento alla mia corda psicotica. Però voglio parlare con gli uomini, ironizzare. Chi non sa cogliere l’ironia, che provi a cogliere pomodori. C’è spazio per la melissa e per l’origano: basta che li piantiamo in campi diversi».

Pacificato dalle sue crisi, che lo portavano a viversi o come un nomade senza pace o come un dio dal potere illimitato, Maurizio è consapevole di poter modulare la sua sofferenza: di far vibrare meno la sua corda, che però non smette di essere presente, e lui ne è consapevole. Scrive Emile Cioran: «Non ho incontrato un solo uomo interessante che non abbia avuto una malattia più o meno segreta». E questa malattia più o meno segreta non può che corteggiare i confini incerti della mente. Ma neppure troppo incerti, se si riesce a trovare il gusto delle differenze e dell’ironia. In campi diversi convivono diverse energie, e si mescolano senza confondersi.


5.

«Una vita è poco, ma quel poco è essenziale. Per quel poco lavoriamo. E il lavoro è fatica. Fatica non nemica. Capisce? Fatica non nemica. Se una madre sente il suo bambino piangere deve alzarsi da letto e andare verso la culla. Deve faticare. Non può continuare a dormire».

Alle parole di Maurizio continuo a rispondere ogni giorno, perché ogni giorno è costruzione di salute, per me e per gli altri – costruzione irregolare, erratica, confusa, nebbiosa. Talvolta dimentico di cercare le parole giuste. Lascio che mi arrivino. E soltanto dopo, lavorando con frasi e sorrisi, giudizi e commenti, cercando di osservare nodi, di sciogliere dilemmi, mi accorgo che guarire gli altri è possibile, ma sempre in modo relativo. A spicchi. A frammenti. Per attimi. Dopo anni. La vita è inguaribile, scrive Artaud. E la ferita, ogni ferita, nel presente e nel passato, resta inconsolabile. Quando un giorno un paziente mi chiese se anch’io sentissi le voci, gli risposi che talvolta le sentivo, ma senza dolore. Lui restò interdetto, ma sorrise.


6.

«Passo dopo passo si costruiscono i confini. Non sono mai certo di dove andrò veramente. Diciamo che la persona che sono adesso è venuta fuori da uno stato di necessità, e quindi anche dalla malattia. Per una persona intelligente la mancanza di una malattia psichiatrica può anche essere un vero problema, un banalizzare la vita. Io ora, sto bene così. Non essendo né spontaneo né istintivo e mancandomi i fondamentali della vita, gioco la mia battaglia sapendo di aver perso qualche partita, ma non smetto di lottare».

È una convenzione affermare che la follia sia una disgregazione dell’identità. In certi casi, cronici e di estrema gravità, può esserlo, ma più spesso ci troviamo di fronte a un quadro diverso: una esasperazione delle idee ossessive, una eccessiva riorganizzazione del mondo, che rallenta il flusso vitale e lo cristallizza in gesti, formule, cifre. Il compito del terapeuta è non tanto quello di una chiarificazione precisa del sintomo ma quello di una volontaria divagazione dal, di una amorevole distrazione, dove il paziente possa trovare modo di sciogliere i suoi nodi anche con gli strumenti dell’improvvisazione. La malattia mentale è uno dei modi concessi all’uomo per approfondire le dinamiche del vivente. ma occorre anche riposarsi.


7.

«Basta con le scatole delle convenzioni. Io mi sento una persona che ha un suo preciso valore etico e lo stesso valore lo sento in lei, dottore, anche se le nostre affinità non sono molte. Io non ho inibizioni. Ho handicap da cui attingo forza. Io stendo il mio lenzuolo senza disturbare la funzionalità dello scambio fra me e l’altro. Che anche l’altro stenda il suo. Se poi troveremo modo di tessere qualcosa insieme, tanto meglio».

Maurizio conosce la mia doppia natura: il critico che ascolta la parola veggente e sregolata dei poeti, e lo psichiatra che ha il mandato sociale della reclusione dei matti. Entrambe le mie identità gli sono note. Sa qual è il mio lenzuolo e se può entrare in una rete di scambi con il suo. Quando si fa socio dell’associazione culturale* , dove organizzo mostre e readings su arte e follia e dove dirigo le attività della Biblioteca bandita, si assume l’incarico di rinfrescare le pareti dei bagni e di riverniciare le porte. Stende il suo lenzuolo. Io gli chiedo se non sia troppo faticoso, e risponde semplicemente:

«Dottore, va bene così. Tutto questo mi rende eccitato, curioso. È un modo di essere diversamente poeta. E poi, gliel’ho detto. Non ho paura della fatica. Lo ricorda? Fatica non nemica. Non nemica».

Io mi allontano nella sala della Biblioteca Bandita, che ospita testi eccentrici di autori non presenti nelle librerie e nelle biblioteche regolari. Ricordo le parole di Giovanni Benedetto Castiglione:

«e chi è riuscito pazzo in versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche, chi in cavalcare, chi in giocar di spada, ciascun secondo la miniera del suo metallo; onde poi, come sapete, si sono avuti meravigliosi piaceri. Tengo io adunque per certo: che in ciascun di noi sia qualche seme di pazzia, il qual risvegliato, possa multiplicar quasi in infinito».

Non solo “moltiplicarsi” ma “reinventarsi”. Scopro che una casa traversata dai vortici può essere anche una casa che contiene il vento. Smetto di capire ciò che potrei non capire. Il filosofo Platone dice che la mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere. Il poeta persiano Hafez che il segreto di questo mondo è un enigma che nessuna sapienza può sciogliere. Io sorrido delle citazioni che mi vengono alla memoria. Intanto Maurizio finisce di smaltare le porte e io sento che l’enigma resta indecifrabile, come lo restano i sogni, anche dopo l’interpretazione più convincente.

Biblioteca bandita


8.

«Io voglio avere una funzione, essere utile all’altro, essere una ricchezza. Io ho il rigore di un obiettivo: questa è follia? Bisogna applicare una spinta, non arrendersi».

Anch’io non mi arrendo. Se un obiettivo è rigoroso, mi sembra sano perseguirlo con ostinazione. Io resto qui, sentinella, tra chi crolla e chi è sospeso.

«Con gli occhi fai grande / più grande / questa nuova venuta / nebbia infinita / lontano / nel nulla / ti sembra / comporre la vita […] Di qua e di là / dal canto / allunga / e trova la via / è stato / e sarà / della scienza del sale / consente davvero / per la fine del tempo»

Se il sale è un fluido virtuale, che non si vede ma che si sente e insaporisce il cibo, la scienza del sale potrebbe essere quella conoscenza tutta umana, quel sapere concreto (l’etimologia è saphés, dal sapore penetrante) che da’ senso al percorso fisico e metafisico dell’uomo, dove la via si trova proprio di qua e di là dal canto. Parole come quelle che io e Maurizio ci scambiamo, nel corso delle settimane e dei mesi, vorrebbero accennare ai confini che si costruiscono camminando, segni di strade ancora nuove, da esplorare con la magia del reciproco parlarsi.

(M.E., Genova, 2014)

SE UN ANIMALE SOFFRE. Lucetta Frisa

(da Se fossimo immortali, Joker, 2006)

Scissura

In quella abbazia nella conca del prato

i mistici

hanno coperto il vuoto

di pietre canti altari colonne

alzato luce coon uomi buio con pietre:

tutte hanno un compito diverso di preghiera.

Dimmi in quale tastiera si può trovare

in quale parte del cercello

trovare una nota lucente

pietra di tempio voce di morto.

Cosa c’’è in mezzo al cranio?

Una scissura – hai risposto –

dove le fibre si intersecano:

fibre con note vuoto con fiato

muovono

lampi nella notte.

Tutto prega la tenebra.

Se qui non ricade

il canto dove va?

Se un animale soffre

Se un animale soffre

è nell’inferno dei bambini

che non parlano a nessuno

non sanno farsi domande

hanno corpo e lingua intorpiditi.

Se un animale soffre

sta nella parte assorta dell’ignoto

le sue afasie

somigliano al nostro modo di morire.

Il dolore del bambino è il primo strappo

lui deve crescere

verso il dicibile e il suo malinteso

bussare ai muri

truccati da cielo.

Lettera agli annegati

La prima lotta fu uscire da un ventre

verso l’asciutto vuoto verticale

l’ultima è il ritorno all’acqua.

Lo sai che i pesci tacciono muoiono

non tentano nessun limite nuotano

nella rete chiusa del mare.

Può ancora respirare chi continua a scrivere

lettere agli annegati

e chiedere eternamente quale fessura

fine di sasso separi

chi fugge da chi resiste.

*I testi sono tratti da: Lucetta Frisa, Se fossimo immortali, Joker, 2006.

UN SECONDO PRIMA DI PIANGERE. Francesca Serragnoli

Nessuno mi vuole come madre
mi guardano e non parlano
con occhi celesti o marroni
battono le mani sulle ginocchia
e corrono scalzi
negli ingressi luminosi.

Joseph Sudek

Miseria delle storie non raccontate
l’ora davanti a cui
non potrai più inginocchiare niente
l’essere ascoltati quando si piange
le cicale le foglie del leccio
le scie bianche incrociate sulla luna
i nasi bagnati degli animali
l’odore del miele
bere quando si ha sete
l’odore delle mani che hanno cucinato
il silenzio nella sala d’aspetto
il caffè, il vino.

Tutto nel mondo è piccolissimo
cade in terra come i bambini
ti guarda con occhi impietriti
un secondo prima di piangere.
Allargo le braccia
come una madre o come una croce.

Joseph Sudek

La profondità del lago mi fissa
la superficie vibra battuta da un ventaglio
come il salice vorrebbe sfiorare l’acqua
la mia ombra s’inclina
l’infinito è quel centimetro enorme
sgualcito dove la vita spinge
la testa per passare

nella stanza l’arazzo lava i miei colori
un panno che mani bianche
alzano e abbassano da un cesto
scendere ricorda i movimenti di una culla
risalire ha la bruciante paura dell’acqua
di evaporare, diventare niente

il sole scuce la rosa del volto
l’orlo increspato di un vestito
l’onda è vapore, salsedine
goccia che riconosce una spalla non sua
l’oro blu della quasi notte, nient’altro
dà al fiore l’ultimo tremito.

I teti sono tratti da: Francesca Serragnoli, La quasi notte, MC Edizioni, 2021.

Joseph Sudek

**

Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972. Si è laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose. Ha pubblicato le raccolte Il fianco dove appoggiare un figlio(Bologna 2003, nuova ed. Raffaelli Ed. 2012), Il rubino del martedì (Raffaelli Ed. 2010), Aprile di là (LietoColle – collana Pordenonelegge, 2016), La quasi notte (MC, Milano, 2020). E’ stata tradotta in varie lingue. Suoi testi sono apparsi in varie antologie estere e in volume in Argentina, Spagna e Romania.

Francesca Serragnoli

LA CROCE VERSA. Paolo Castronuovo

La croce versa (Effigie, 2022, collana Le ginestre)

Indice

La croce versa (o il tentativo di cambiare)

Sul crinale dell’occhio

Il lunedì quando sono chiusi i barbieri

Poesie morte

Il passo dell’infatuazione

Abiura

Poesie dal quotidiano

L’indipendenza del muschio

Le stanze del morbo

E vai di asfalto

Echi

L’autore ringrazia Paolo Cosci, Alfonso Guida e Antonio Moresco per la fiducia, e l’editore Giovanni Giovannetti per il coraggio editoriale.

Paolo Castronuovo

**

“sulla parete di calce la tua pelle si è fatta edera

ha varcato ogni buccia di intonaco

e scardinato l’asfalto bruciato

per portare i miei occhi ai tuoi fossili

fioriti tra rovi

(…)

è giunto l’autunno e le lenzuola ormai

ci prendono a gambe aperte

dentro la mansarda fuori dall’umido

qualcuno ha già bruciato i residui di vendemmia

e quell’odore è intriso nelle fibre

dei nostri corpi

che dall’ascensore al letto distruggono la terra

sbattendosi su muri appena imbiancati

tavoli e lavatrici

tubi di scarico di docce ingorde di noi a lavarci

stretti negli abbracci compulsivi

delle camicie di forza”

Leggendo un libro di versi possiamo intuire la direzione dell’opera anche da queste due brevi poesie tratte da sezioni diverse del libro: immagini reali, violente, esatte, lacerate, sessuali, trapelano da versi che sono variazioni belliche, combattimenti verbali, con oasi di quiete (“la poesia muore / in ogni verso / te”) e di riflessione (lì dove il poeta muore/ nell’ultimo verso// prima di un nuovo libro”). Le trafigge tutte un’aura surreale, crudele, vibrante di un’ironica follia. Castronuovo costruisce un libro compatto e tagliente, antilirico, felice della sua crepitante forza eversiva. Il poeta conosce le parole amorose potenti, pronunciate ai confini del dicibile (“ti ho guardata per tanto tempo/ come fa lo scolaro da dietro al muretto/ e al materializzarsi del tuo corpo/ non sentivo le catene strisciare/ sul pavimento della nausea/ restavo muto perché il verbo/ è superfluo dinanzi a te/ e nel frattempo mettevo/ le parole taciute/ in un bacio”). Carica di metafore, la parola si avvicina a zone di incantamento rapinoso e di nulla violento. (M.E.)

**

Antologia

ho voglia di scriverti su un foglio

arricciato all’angolo come

il tuo naso di linoleum

lasciare il pennino appuntare

il neo accanto al sopracciglio

na firma pensata

per il tuo capolavoro

sempre se fossi il tuo uomo madre natura

o il folle fuggito al day hospital

**

amica mia facciamo pace

il cuore è un posto troppo piccolo

per il dispiacere

è pieno di nodi e calcinacci saltati

per via dei proiettili vaganti delle illusioni

è una casa crepata un trauma una contusione

e tu avevi lo stucco giusto per riparare

la pasta buona per sfamare

e pochi lunedì per saziare

**

il buio unisce sempre

gli oggetti spennellati nel campo unificato

l’amalgama di ombre coi propri crampi

i corpi sul materasso

le gambe a treccia e le lingue a nodo

è il luogo con l’ecosistema più vasto

di immagini suoni e colori

basta saperlo interpretare

mescolarlo ai tuoi capelli

occhi gambe e braccia

è cupo come il sapore delle labbra

che in questo secolo sa di morte

non dell’erba bagnata e della margherita

dietro l’orecchio

il buio è un’entità che non puoi descrivere

al massimo poetare

perché è lo stimolo al contatto

l’alcol che stronca l’imbarazzo

i sorrisi che non vogliono incontrarsi

la spinta che ci serve per toccarci

**

mentre ti parlavo eri troppo impegnata a salpare

verso un altro oceano di ingranaggi rotti

inon ti ho baciata sulle colline

perché tutto muore sotto le gallerie

lo stesso posto in cui cerchi l’amore respingendolo

con l’imposizione cardiaca

mentre butti reti per lasciare che il caso si impigli

e poi muoia

Paolo Castronuovo è poeta, scrittore, editor. Tra prosa, poesia e volumi d’artista ha pubblicato undici libri. Ricordiamo la trilogia poetica composta da: Labiali (Pietre Vive, 2016), L’Insonnia dei Corpi (Controluna, 2018) e La Croce Versa (Effigie, 2022); il romanzo La Falla Oscura (Castelvecchi, 2018). Ha scritto la poesia più breve mai esistita poi pubblicata in tiratura limitata come libricino d’artista. Dirige la collana «Occhionudo» per la quale ha curato diversi volumi di poesia e testi sperimentali. Ha curato e tradotto H.P. Lovecraft nel volume Il Simbolo della Bestia (Joker, 2022).

IL POETA E IL SUO DOPPIO. Donato di Poce

Opera in copertina e illustrazioni di Emanuele Grigolin

I QdB I Quaderni del Bardo, 2019

Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

Sede Legale e Redazione: Via S. Simone 74 73107 Sannicola (LE)

mail: iquadernidelbardoed@libero.it

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Donato Di Poce

INDICE

Oltre il silenzio del mondo

Per Antonin Artaud, il poeta che vide l’invisibile

Aforismi Poesismi della follia

Per Antonin Artaud, il poeta che vide l’invisibile

Il corpo ritrovato o il taccuino di Artaud

Lettera di Artaud a Picasso

Note di lettura

Il corpo ritrovato o il taccuino di Artaud

Credo che qualsiasi discorso critico su Antonin Artaud, artista o poeta o drammaturgo che sia non possa che iniziare da un omaggio poetico nato dal respiro del suo respiro e che più che una creazione diventa una restituzione. Da qui l’incipit (i lettori perdoneranno questo incipit critico inusuale ma credo doveroso) di questa piccola riflessione critica sui taccuini, i disegni e i pittogrammi di Artaud. Senza dimenticare che uno degli ultimi scritti di Artaud (scritto il 31 gennaio 1948, morirà il 4 marzo dello stesso anno) di autopresentazione dei suoi pittogrammi, si intitola Cinquanta disegni per assassinare la magia. Ed è un capolavoro magico, esorcistico, poetico, critico, un vero respiro dei bassifondi della sua creatività, l’ultima ratio di un’anima che voleva ricomporre gli strati dissestati dell’essere. E in questa sede citerò solo questi versi di Artaud:

“…essi sono puramente

e semplicemente la

riproduzione sulla carta

d’un gesto

magico…”,

ma invito sin d’ora i lettori a leggersi d’un fiato tutto ciò che Artaud ha scritto e fatto solo allora si potrà capire veramente cosa significa liberarsi dell’ossessione della vita, della parola e dell’essere perché i testi di Artaud sono di un’attualità, un’energia e una magia alchemica sconvolgente. Diciamo subito che Artaud è stato assassinato dalla società (non a caso uno dei libri più belli, lucidi e profetici da lui scritto è dedicato all’artista con cui si è identificato maggiormente per intensità, novità, solitudine: Van Gogh il suicidato della società). E qui vorrei aprire una riflessione; perché Artaud scrive della società e non dalla società.

Certo non per vezzo o superficialità linguistica, anzi, tutti sappiamo dell’ossessione linguistico-esistenziale di Artaud, quindi non è un caso né un errore ma una scelta da combattente per l’umanità ferita. Artaud affonda le mani nel marcio della società rivelandone ipocrisie e contraddizioni, moralismi e mediocrità partendo dalla società e dal contesto culturale e sociale dell’epoca, ma andando a toccare i gangli vitali dell’organizzazione, della cultura e dei pregiudizi morali e culturali. E cosa dice di Van Gogh nel suo libro (Adelphi, 1996): “…nessuno fino ad allora aveva mai dipinto la terra come le onde di un oceano trasportato, né mai fatto della terra questo panno strizzato e di vino e di sangue inzuppato…”, “…la pittura lineare pura mi rendeva pazzo da molto tempo quando ho incontrato Van Gogh che dipingeva, non linee o forme, ma cose della natura inerte, come in piene convulsioni…” “…Van Gogh era una di quelle nature di una lucidità superiore che permette loro in ogni circostanza di vedere più lontano, infinitamente e pericolosamente più lontano del reale immediato e apparente dei fatti…”. E tante altre illuminazioni su di lui, su se stesso e sulla società e in particolare sulla psichiatria e il dott. Gachet che accusa apertamente di essere il responsabile del suicidio di Vincent per non aver capito il suo genio, per accusarlo di delirio e mortificare l’innocenza creativa di Van Gogh.

Ogni scritto, disegno, parola o gesto di Artaud dopo aver transitato nella sua anima e nel suo intelletto, è vissuto sulla propria pelle e nel suo corpo sino alle estreme conseguenze, perché lui è un uomo che non accettò mai i limiti, i compromessi e cercò sempre la verità. Ciò lo portò a scontrarsi prima con il mondo culturale (i surrealisti di cui era amico) e poi con il mondo psichiatrico (elettroshock) e sociale (pestaggi della polizia a Dublino) che lo devastarono nel corpo e lo isolarono dalla realtà sociale ma non dalla vera realtà psichica, culturale, poetica ed esistenziale che egli difese e sviscerò con ostinazione sino alla fine e che ne ha decretato il successo (iniziato con la consacrazione ufficiale della vittoria del premio Sainte-Beuve nel 1948 per il libro Van Gogh il suicidato della società) e la fama mondiale dopo la morte e che troverà tra i tanti amici, studiosi, critici, ammiratori ed esegeti, in particolare Paule Thévenin, amica e curatrice delle Oeuvres Complètes di Artaud edite da Gallimard (scomparsa nel 1993) e il filosofo Jacques Derrida (recentemente scomparso) che gli dedicherà uno scritto fondamentale dal titolo: “Antonin Artaud – Forsennare il soggettile” (in italiano Ed. Abscondita, aprile, 2005).

Ma prima di analizzare cosa dice Derrida di Artaud, è utile precisare al lettore tre considerazioni personali. La prima è che ritengo i Quaderni di Rodez e in generale i Cahiers e i pittogrammi di Artaud tra i documenti artistici più importanti per l’umanità dopo i taccuini di Leonardo da Vinci; la seconda è di specificare che la produzione grafica di Artaud si può riassumere in quattro fasi: quella delle lettere e missive varie sino al 1937, quella dei grandi disegni di Rodez, fatti tra il 45 e 46, quella dei ritratti e autoritratti fatti a Ivry e Parigi (1946-1948) negli ultimi tre anni prima della sua morte, infine tutti i disegni scritti o pittografie o pittogrammi che costellano i suoi 77 cahiers che non cessò di creare dal febbraio del 1945 sino alla sua morte (anzi più precisamente come ci rivela lo stesso Artaud, “…E da un certo giorno del 1939 non ho mai più scritto senza anche disegnare”). La terza e ultima considerazione è che nonostante Artaud avesse studiato il disegno classico per 10 anni, si è sempre rifiutato di proporre disegni e ritratti lineari, armoniosi, o ritenuti belli e somiglianti dalla cultura artistica corrente. Insomma lui andava oltre l’accademia e il ritratto convenzionale, cosiddetto veridico, lui come Van Gogh esprimeva l’anima del disegno, il soffio e il respiro dell’essere, la magia dell’emozione in divenire, la musica dello spirito e del corpo, a lui interessava comunicare l’emozione generatrice del disegno, insomma dei veri Totem di esseri, metamorfosi scolpite e scalfite nella carne e sulla carta e quindi come Artaud stesso ci ha lasciato scritto, ricordiamo…:

I miei disegni non sono disegni ma documenti,

bisogna guardarli e capire quel che c’è dentro

Derrida riprendendo una nota di PauleThévenin in cui nomina la parola soggettile ( a evidenziare la novità e l’uso raro di questo termine usato da Artaud in modo chiave e innovativo, sta anche la testimonianza della trascrizione del mio testo a computer che si ostinava a correggere in automatico la parola in soggettive anziché soggettile …provate!!!), trae spunto per analizzare tutta la storia, la potenzialità e rivoluzionarietà che riveste in Artaud questa parolaconcetto prontamente e acutamente còlta da Derrida. Derrida entra subito nel centro della questione dicendo che: ”alcune parole di Artaud assillano questo vocabolo, lo tirano verso la virtualità dinamica di tutti i sensi” (Sensi è un’altra parola chiave in Artaud). Acominciare da soggettivo (subjectif), sublime (sublime), trascinando così l’il nel li, per finire con proiettile (projectile). E’ il pensiero di Artaud. Il corpo del suo pensiero… Derrida subito dopo cita una riflessione rivelatrice di Artaud del 1922 “…Dobbiamo purificarci dalla letteratura. Vogliamo essere uomini prima di tutto, essere umani. Non vi sono forme o forma. Non vi è che lo zampillare della vita. La vita come un getto di sangue…” Più avanti a proposito del pittogramma Derrida dice alcune cose da sottoscrivere in pieno: “Ma io la intenderò soprattutto come la traiettoria di ciò che letteralmente intende attraversare il limite tra la pittura e il disegno, il disegno e la scrittura verbale e, in modo ancora più generale, le arti dello spazio e le altre, tra lo spazio e il tempo. E attraverso il soggettive il movimento del motivo assicura la sinergia del visibile e dell’invisibile, in altre parole della pittura teatrale, della letteratura, della poesia e della musica”. Infine coglie in pieno la poetica di Artaud quando scrive: ”Gettare, gettarsi: nelle parole come in pittura, l’intonazione proietta, dinamizza un contenuto…” e in una attenta e preziosa rilettura di Artaud cita e sottolinea le sue acute e originalissime riflessioni: “… indurlo (il linguaggio) a esprimere ciò che di solito non esprime… significa infine considerare il linguaggio come Incantesimo…” E giunge alle considerazioni finali: ”Il respiro: un -respiro gettato– nella grammatica del verbo (io respiro) o del nome (il respiro)… Il respiro respira nel pittogramma e letteralmente lo respira imprimendovi il ritmo e la musica.” “…Il soggettile raffigura l’Altro, o meglio l’Altro divenuto parte avversa, l’opposto supposto, luogo portatore di tutti i sottoposti, i succubi e gli incubi, rappresentanti di tutti i rappresentanti da contrastare”.

Sora, 26/8/2004 – Milano, 18/9/2018

Antonin Artaud, La maladresse sexuelle de dieu, 1946
Bernard Noel, Artaud e Paule, 2005, a cura di Lucetta Frisa