UN MANOSCRITTO DOMESTICO. Eugenio De Signoribus

Nel 2022 Eugenio De Signoribus pubblica Un manoscritto domestico per le edizioni “portatori d’acqua”: si tratta di un piccolo libro di prose liriche, precedute da una premessa e seguite da un congedo poetico, diviso in cinque sezioni: Carte velate; Educazioni; Altre educazioni; Custodie (sogni, dormiveglie, trascrizioni); Altre custodie. Non è mia intenzione, nei limiti di questo blog, tentare una nota di lettura a questo libro eccellente e unico nell’opera di Eugenio. Ma oso alcune riflessioni: le prose nascono da fatti ed emozioni reali (memorie, lutti, congedi, epifanie, catastrofi), ma sono tutte “scene trasfigurate”, sia che trattino di cronache esterne come di vibrazioni interiori, ricordi infantili, stralci biografici, traumi mnesici, lutti personali. In sintesi, il lettore cammina nelle memorie di una persona e si trova all’interno di un sogno mai cancellato. De Signoribus non fa nulla per accentuare il lato onirico della scena: non usa aggettivi vaghi, nomi astratti, barocchismi sintattici. Si limita a enumerare i dettagli di una storia affinché, proprio nell’ordine in cui sono disposti, rivelino la massima, spettrale intensità. La “trasfigurazione” è mostrare un reale dolente (ma sempre domestico e intimo, come una petite musique de chambre), nell’ordine poetico delle parole che lo raccontano mentre lo sognano, reimmaginandolo, resuscitandolo. Il pudore estremo di Eugenio, che evoca Ordet di Carl Theodor Dreyer, l’attenzione ai congedi dal mondo (“la poesia è un’arte del commiato”, Mandel’stam), ai ricordi senza scampo espressi in brevi nastri di parole, sono le finestre, in questa prosa memoriale e abbacinata, da cui la vita scompare e si avvicina la morte. Con lenta, modesta, suprema gentilezza (M.E.)

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Da Tornare al principio

Non è solo un sogno quello che sto per raccontare ma una una perdita vera di ciò a cui più tengo: la parola. Non ci feci caso, in un primo momento di difficoltà, quando volevo dire delle cose ma le parole non mi venivano, come si fossero nascoste, giocassero a nascondino e aspettassero che le ripensassi e gridassi infine “Tana! Vi ho trovate…” Pensavo fosse stanchezza. Quante persone conosco che, raccontando qualcosa, si toccano la fronte in uno sforzo penoso… e poi rinunciano, scuotendo la testa. Pensavo dunque di essere entrato nella folta schiera degli innamorati occasionali. Mi sbagliavo.

Nei primi giorni successivi, sempre più spesso mi accadeva di sostituire termini sfuggenti con i rispettivi francesi (la mia seconda lingua), janvier, avril, lire, ad esempio, perché “gennaio, aprile, leggere” li aveva inghiottiti una corrente grigia e non li riportava al loro posto… Arrivò il momento in cui tutti i pensieri trovarono tuute le parole sfaldate: e ogni lettera se ne stava da sé, per aria o pendolante tra le dita adunche o tra tentacoli sorgenti da un cervello confuso e abbandonato, cunicoli da cui uscivano visioni di corpi umani (ehi, dove andate?!…), fagocitati da scaglie e gusci di altri generi viventi…

(2009)

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Sogno domestico

Ero seduto in cucina, con altre persone di cui non ricordo i volti, quando sentii un tramestìo proveniente dalla camera. Nel frattempo, vedevo figure invecchiate e irriconsocibili, curve una sulla schiena dell’altra, in fila come un triste trenino di fine festa. Mentre provavo ad alzarmi, dallo stretto corridoio spuntò una cassa aperta, spinta da bambini che sembravano divertirsi. Notai dell’acqua sul pavimento, man mano che la cassa veniva alla luce, ma mi sfuggiva il volto lì dentro, come una foto mossa maldestramente. Nello stesso istante, una mano leggera mi toccò la spalla: riconobbi immediatamente, dal loden rasposo e odorante ancora di fumo, mio padre. Lo abbracciai, finalmente, poggiando la mia testa sulla sua spalla, ad occhi chiusi. Non riuscivo ad aprirli, come ci fossero pietre sopra le palpebre. Presi a singhiozzare, cercando di contenermi, a fronte di un minimo tremito interno a lui.

Intanto si era fatto silenzio, non c’era più nessuno: solo la cassa, chiusa, era stata lasciata sull’uscio di casa. “Mi aiuti, babbo? Riportiamola dov’era! Ricominciamo dall’inizio”. Nella stretta sempre più forte sembrava restringersi, fino all’evanescenza. Mi ritrovai sveglio, con le braccia dolenti intorno al petto, e senza aver visto il volto di nessuno.

(27 settembre 2021)

Eugenio De Signoribus

ALEKSANDR BLOK. TACCUINI 1902-1921

Aleksandr Blok

Io sono una febbre che vuole incarnarsi.

Una solitudine che sta imparando a sanguinare.

La mia tragedia è l’identità che quella sporca traversa del Nevskij stabilisce con il ritmo di ballata del mio ultimo poema, la perfetta uguaglianza fra il fango che mi macchia lo stivale e la scelta di una parola scurrile all’inizio della seconda strofa, la sconcertante somiglianza fra il chiarore soprannaturale che inonda la chiesa e i morsi della fame che mi contraggono lo stomaco, mentre i cavalli dei soldati scalpitano sulla Prospettiva gelata. Guardo la morte futura come un verso dei Dodici dopo l’ultima correzione: ineluttabile, definitivo, sepolcrale.

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Un colpo di tosse. Il crepitìo della pioggia sulla ringhiera di marmo. La realtà mi cerca, non come testimone disincantato ma come uomo atterrito, vivo, percorso da brividi. Evito di pensare. Nella solitudine, il pensiero condanna alla sragione.

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Strana sorte nascere in una città fredda come Pietroburgo. Ma dal suo gelo ho imparato l’amore per il fuoco, la capacità di riconoscere la scintilla nel legno inerte, l’affetto per le superfici tiepide, la devozione per e tende di velluto e la stoffa dei tappeti. Ma la contraddizione resta: il carro gelato, là sul marciapiede, e la vampa del camino qui, fra quadri e libri, nella stanza rischiarata da un alone domestico e rossastro.

Nelle notti più rigide Pietroburgo mi vorrebbe complice passante delle sue strade tortuose, muto testimone dei crimini commessi in isolati tetri, fra androni gelati, sotto ponti deserti. Ma è proprio in questi momenti che in me scatta l’amore per l’altra parte della città, per la limpida architettura dei palazzi che si rispecchiano nel corso maestoso della Nevà, per i viali ampi, le scalinate marmoree, le statue trionfali, gli stemmi lucenti. Come tutti, a Petr, vivo un duplice sogno: sono l’ufficiale dai baffi impomatati che in pieno giorno incede con portamento superbo nella Prospettiva Nevskij, tesa come una retta nel cuore pulsante della città, e sono il fantasma che si aggira di sbieco, a notte alta, fra rampe strette e vicoli ciechi, ora zoppicando ora no, reclamando con voce atona il cappotto rubato…

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Fra il sogno che mi coglie inerme in piena notte e l’eveto reale di cui sopporto il peso, fra il poema che scrivo e la notte fredda che allaga il terrazzo, avverto un’incerdibile somiglianza. È solo una questione di densità. Non commetto più l’errore di impoverire l’immagine reale confrontandola a quella sognata: le due esistenze si svolgono parallelamente, in una relazione segreta che io solo comprendo.

È ineluttabile: muoio. E nel mio corpo che decade si riassumono vite cominciate e non concluse, mille virtualità affiorano, contendendosi una carne in agonia, incapace di fermare il minimo desiderio.

Che ironico destino… Forse ho amato la vita guardandola oltre di me, come un oggetto staccato dai confini del corpo, per il quale provare una tristezza rassegnata e sprezzante. Ma un giorno dissi a Ljuba che la sua angoscia era una vela tesa, inconsapevole del vento che la gonfiava. Lei mi guardò allibita, mi strinse rapidamente la mano. Ero un uomo da cui era caduta l’ultima corazza.

O giorno irripetibile e stupendo – da segnare, avrebbe suggerito Catullo, con la pietra bianca…

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La mia tentazione è sempre stata sparire. Non esserci più, sottrarmi al ruolo di testimone a cuui sono condannato dall’esercizio della scrittura, liberarmi dalla lucida preveggenza che da anni mi inhioda alla stessa croce.

Io so troppo. Io so il prima e il dopo.

Finirà questo inutile sapere?

Mi sento inerme come un bambino. Lo schiocco della tenda mi allibisce, il fruscìo della foglia mi commuove. Tutto può essere tutto – principio e fine. Ma la preveggenza riduce gli spazi del possibile. Chiuso in una corazza di ghiaccio, gli occhi perennemente aperti, sento senza soluzione di continuità un brivido inspiegabile. Potrei paragonarmi a un blocco di pietra nel quale si muovono forme, e di ognuna di esse sento l vita presente, la morte futura, il non-essere possibile. L’unico modo per lottare contro questa preveggenza senza contenuto, questa oscura lucidità che mi fa sempre cosciente della fine di qualcosa ogni volta che ne assaporo l’inizio, è morire. Quando non tollererò più che gli occhi siano vinti dal fluire delle cose, cederò. Ma vorrei che di me restasse questa parola precisa, questo carattere di piombo stampato sulla carta: vorrei che le mie frasi avessero il peso che alle mie emozioni è stato negato.

Genova, 1988-1991

(continua)

I testi sono tratti da: Marco Ercolani, Aleksandr Blok. Taccuini 1902-1921, Ripostes, Salerno, 1992.

MUTAZIONI. Alba Pulimanti

Dedicato a chi, oggi, come ieri, come tanto tempo fa,

resiste e lotta per la libertà.

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Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole

Philip K. Dick

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INTRO

Sono stata sorpresa da un racconto.

Estremo, come il tempo che viviamo.

Evocativo, come la memoria che troppo spesso cancelliamo.

A cavallo tra incubo e catarsi, in questa storia la speranza diventa un urlo e il bisogno di cambiamento richiama la violenza, ma permane immutata la fiducia in quella parte dell’essere umano che, disposta a pagare anche costi elevati, non cessa di perseguire uno stato di salute in cui è la salvezza dell’intero organismo la sola garanzia di sopravvivenza per le singole cellule di ognuno dei suoi tessuti.

MR. W.

Il suono fastidioso, acuto ed insistente, si insinua nel suo cervello dormiente e lo risveglia. La mente è ancora offuscata dal sonno e gli occhi stentano ad aprirsi quando, allungando la mano nella parte del letto destinata a lei, la trova vuota.

Si è già alzata… e questo lascia presagire che anche il suo risveglio non sia stato pacato. Finalmente le palpebre si alzano e può scorgere, nella penombra, incastonato nello spazio che separa la finestra sigillata dal soffitto, il complesso macchinario destinato a sanificare l’aria proveniente dall’esterno. Emana il solito persistente brusio, ma l’abitudine fa sì che risulti quasi impercettibile.

Alzarsi è faticoso; la notte con i suoi incubi non consegna mai un sonno ristoratore, ma piuttosto un’altra esperienza defatigante. Quando raggiunge l’angolo cucina la trova impegnata a preparare la solita colazione. “Buongiorno”. Si scambiano il consueto saluto: parola ormai privata del suo significato augurale e diventata strumento abbordabile per ristabilire un contatto. “Sei ancora arrabbiata per la discussione di ieri sera?” la questione e impellente. Sa bene di non poter rischiare una rottura. La solitudine potrebbe consegnargli la sua perdizione… ma, in fondo, è già così solo! E, tuttavia, deve assolutamente evitare una frattura e un abbandono, perché anche questo lo esporrebbe a severe sanzioni. “Non sono arrabbiata, ma più semplicemente amareggiata. Ogni volta che parliamo dei miei desideri e che fronteggio la tua resistenza mi sembra di non poter pretendere un futuro…” “Lo so… e me ne dispiace, ma questo non mi sembra proprio il momento di pensare a un figlio. Guarda fuori! La città è quasi deserta.” Una lacrima le solca la guancia. Lei non ha più parole, anche perchè, come sempre più spesso le succede, si sente invadere dalla paura che la situazione, nella quale vive ormai da mesi la popolazione urbana , possa diventare qualcosa di più che una congiuntura transitoria.

E’ lui a interrompere nuovamente quel silenzio insostenibile. ” Oggi dovrò andare in ufficio”

“Veramente? La Società ha revocato la possibilità di lavorare da casa?”

“No, naturalmente, la situazione sanitaria non ci permette ancora di circolare liberamente… ma la riunione di questa mattina sembra rivestire particolare importanza e richiede la presenza di tutti i dirigenti.”

“Certo che la Società è particolarmente vitale! A fronte della crisi produttiva che prosegue da settimane e dello stallo generale delle attività, sembra irreale che un’azienda finalizzata a consulenza finanziaria indica riunioni urgenti.”

“Bah, dovremmo considerare una fortuna questo lavoro che non conosce crisi…” taglia corto . Poi inizia la consueta vestizione che comprende la bianca tuta isolante e la maschera dotata del potente filtro che protegge le vie respiratorie.

Quando apre il massiccio portone, anche questo sembra un baluardo protettivo per il palazzo nel quale vive, la strada appare disabitata. L’aria brumosa confonde un poco i contorni delle cose, un vento lieve sposta alcuni rifiuti leggeri accatastandoli contro il bordo del marciapiede. In quel silenzio il ritmo della respirazione, amplificato dalla maschera, diventa quasi assordante. Da molto tempo non è più possibile liberare completamente le strade dai rifiuti costantemente conferiti nei cassoni tramite i grandi tubi che fiancheggiano i condomini e li collegano alle singole unità abitative. Soltanto ogni venti giorni, a rotazione, i quartieri possono essere sanificati. Per il resto del tempo l’igiene pubblica è affidata a poche squadre di temerari che accettano di svolgere all’aria aperta la loro attività lavorativa.

Proprio uno di questi netturbini lo saluta sbracciando dopo un paio di minuti. “Buongiorno, dottore, ci facciamo una bella passeggiata quest’oggi?” esordisce ironico. “Buongiorno a lei… si riguardi.” E sta pensando che ormai soltanto i tossicodipendenti, sempre bisognosi di denaro per soddisfare la propria esigenza di anestesia, sono disposti ad operare all’aperto in cambio dei lauti incentivi che le amministrazioni consegnano alla necessità di gestire servizi essenziali.

La corsa in auto dura soltanto alcuni minuti, perchè la Società ha provveduto, al momento dell’assunzione, a garantire un’ unità abitativa nei pressi della sede centrale ad ognuno dei dipendenti… d’altra parte il traffico è praticamente inesistente. Il tunnel sotterraneo che conduce alle autorimesse fagocita il veicolo e lo restituisce ad una vasta superficie semivuota. Digita rapidamente il codice di accesso; l’ascensore lo accoglie e lo vomita dopo pochi secondi nella vasta hall della sede centrale. In questo spazio respirare sembra più facile. L’aria pompata dai giganteschi ventilatori a soffitto ha un buon profumo. Una segretaria in divisa, valorizzata da un maquillage impeccabile, lo saluta prontamente: “Buona giornata, Mr. W. , la stanno aspettando in sala grande. La riunione inizierà tra meno di dieci minuti.

Effetti collaterali

Nonostante la fragranza fiorita dell’aria, l’illuminazione efficiente, ma anche confortevole, la profusione di generi di conforto, nonostante sia immediatamente percepibile il privilegio di queste persone, sedute intorno al grande tavolo, nonostante tutto l’atmosfera è pesante e la tensione percepibile. Lui sta attendendo con apprensione la lettura dell’ordine del giorno e spera che le nuove proposte da parte della direzione non siano altrettanto radicali delle ultime disposizioni. Sa che gli sarebbe difficile condividerle e ancor più diramare gli ordini necessari alla loro esecuzione, ma sa anche che sarebbe impossibile una qualsiasi forma di opposizione.

Le uniche critiche che si sono trasformate in minaccia per il buon andamento del progetto in corso sono state quelle di Mr.Q. Ricorda perfettamente la sua reazione furente di un paio di mesi fa… ma sa anche che proprio da due mesi Mr.Q non siede più a quel tavolo. Probabilmente non sta bene… Poco dopo comprende che la riunione è stata convocata poiché le vittime dell’epidemia in atto hanno superato il numero previsto.

“La soglia di protezione si è spostata e si attesta attualmente al 37% della popolazione.”

“Ciò significa che ben il 63% dei cittadini non sono più economicamente in grado di procurarsi i presidi salvavita”

“Potrebbe valer la pena di abbassarne il prezzo?”

“No. Non ha alcun senso economico, dal momento che comporterebbe un aumento della produzione lasciando praticamente inalterati i profitti e procurando, al contrario, una problematica mobilitazione di maestranze alle quali la situazione concederebbe nuove occasioni …”

“Il problema sembra essere determinato dai ritardi nel reperire, sperimentare e distribuire una cura…”

“Anche questo aspetto era, in gran parte, prevedibile e previsto. I nostri rapporti con i produttori di farmaci sono da molti anni regolamentati da precisi protocolli che non possono e non devono essere modificati in corso d’opera”

“Forse un’informazione, seppur parziale, sulle modalità di…”

“No. E’ tassativo. L’epidemia è destinata ad una remissione spontanea, come sempre. Il nostro impegno deve concentrarsi sullo sfruttamento delle risorse che, a quel punto, si saranno liberate.”

“Ma il 67% della popolazione non ci sarà più!”

” Attenzione, per cortesia: non intendo tornare sull’argomento. Siete chiamati senza alcuna eccezione ad elaborare piani analitici di previsione dell’andamento dei mercati alla luce delle prevedibili variazioni delle curve di domanda e offerta.

Occorrerà senz’altro considerare la diminuzione del 67% dei consumatori, probabilmente recuperabile in meno di un decennio, dati gli effetti demografici dell’auspicabile boom economico, e comunque attualmente conteggiabile tra gli inevitabili effetti collaterali della nostra ultima operazione”

Qualche minuto dopo Mr. Z, l’uomo dal pugno d’acciaio, chiude la riunione. Amministratore delegato della Società, deve la sua rapida ascesa al potere alla sua capacità di imporre le proprie direttive a tutti i membri dello staff, ma soprattutto alla sua impermeabilità a qualsivoglia influenza emotiva sulla progettazione e valutazione dei piani di ristrutturazione volti a risollevare i profitti delle imprese che commissionano tali sfide. Adesso la riunione è conclusa e, mentre tutti stanno recuperando i mezzi che li ricondurranno alle proprie abitazioni , lui pensa che avrebbe voglia di passeggiare e di riflettere, ma che non è opportuno. Non casualmente la riunione è stata frettolosamente conclusa, poiché la vicinanza fisica tra le persone è già da molti mesi sconsigliata. Contemporaneamente gli capita di considerare che soltanto un’emergenza avrebbe potuto determinare la mobilitazione di quella mattina e che Mr. Z aveva sentito la necessità di guardare negli occhi i suoi collaboratori e di osservare l’incrociarsi di altri sguardi, di indagare le espressioni mimiche che gli strumenti di comunicazione a distanza rischiano di inquinare, di scrutare le pieghe con le quali le rughe disegnano la mappa delle emozioni prevalenti.

In altre parole quella mattina Mr. Z aveva avuto bisogno di accertarsi che nessuno e per nessuna ragione avrebbe smascherato i segreti della Società e avrebbe tradito il proprio mandato . E, forse, ma di questo non si può mai essere certi, per questa volta non sarebbero state messe in campo azioni sanzionatorie nei confronti di potenziali dissidenti. Per un attimo gli sembra di intuire che la politica societaria stia sfiorando e sfidando un punto di rottura. Se l’uomo col pugno d’acciaio a capo dell’organizzazione ha bisogno di guardare i suoi sgherri negli occhi, può darsi che un dubbio lo abbia sfiorato circa il fatto che il prezzo estremo da pagare al tradimento e alla diserzione possa continuare ad essere il deterrente adeguato.

Sequestro

Sta lavorando al proprio terminale da un paio d’ore, nella stanza deputata ad essere il suo ufficio domestico. Lei è di là, in salotto, e sta registrando una di quelle lezioni che ormai da molti mesi non può impartire dalla propria cattedra. I depuratori dell’aria funzionano a normale regime e il loro brusio, con l’abitudine, è diventato praticamente impercepibile. Queste due presenze, la sua compagna e la macchina salvavita, dovrebbero essere rassicuranti, ma non ci riescono affatto: le macchine potrebbero andare incontro a malfunzionamenti o, peggio ancora, decisioni e politiche imprevedibili potrebbero renderle indisponibili. E poi c’è lei, con la sua ineludibile inconsapevolezza. E l’inconsapevolezza non può mai essere rassicurante.

Talvolta, quando si ferma a riflettere su questo momento della sua vita, gli sembra che la tensione divenga insopportabile e che la testa stia per scoppiare… Anche se nessuna delle informazioni in suo possesso potrebbe consigliarlo, decide improvvisamente di uscire da casa. Indossa velocemente i presidi protettivi e abbozza una scusa qualsiasi con la quale rispondere all’interrogativo di lei. Lei, che percepisce la menzogna, ma che sente anche la paura. Lei, che rinuncia come molte altre volte a un chiarimento, forse perché una parte della sua mente preferisce l’ignoranza, e gli chiede semplicemente di rientrare appena possibile.

Il primo pomeriggio è brumoso come quasi tutti i pomeriggi degli ultimi tempi. Anche gli alberi spogli che fiancheggiano il viale di questo quartiere residenziale contribuiscono alla desolazione del paesaggio urbano. Intorno a lui sembra non esserci anima viva. Cammina lentamente, proprio come chi una meta non ce l’ha.

Arrivano improvvisamente, sbucando insospettabilmente da un vicolo più buio della strada principale. L’aria che respirano è filtrata da semplici passamontagna che lasciano vedere soltanto gli occhi spiritati. Queste tre persone agili e scattanti sono probabilmente povera gente, o comunque appartengono ad un ceto sociale che non può neppure permettersi di respirare in relativa sicurezza. Gli balzano addosso… è un attimo…e si sente trascinato, sollevato, gettato in una scatola buia che si richiude su di lui con il tonfo metallico del portellone. Poi può percepire il rombo isterico di un motore spinto oltre il limite della propria potenza e si sente sballottato da ogni curva e da ogni asperità del terreno.

Dall’abitacolo giungono voci concitate, ma è impossibile decodificare il significato di quelle parole quasi urlate. Per qualche ragione che non riesce a comprendere la paura che si mescola all’impotenza finisce per consegnargli una sensazione quasi consolante, che concerne la necessità della resa. l tragitto è abbastanza lungo da suggerire un trasferimento verso la periferia della città, se non addirittura verso la campagna. Quando la vettura si ferma e il bagagliaio viene riaperto non trova il tempo di guardarsi intorno, perché una mano rapida gli strappa la maschera dal volto e un drappo scuro e setoso sigilla immediatamente il suo sguardo. C’è rumore di mobili che scorrono sul pavimento, nel locale in cui viene condotto; c’è la percezione di essere adagiato, spalle al muro, su di un materasso appoggiato al suolo.

Quando i suoi occhi vengono liberati dalla benda scura si rende conto che i passamontagna non gli consentono di riconoscere i lineamenti dei suoi rapitori e che i mobili, alte e pesanti librerie colme di volumi, sono destinati ad occultarlo alla vista di chi potrebbe aggirarsi nell’appartamento o persino transitare vicino ad una delle necessarie finestre. Prima di essere lasciato solo, nell’angusto spazio ricavato tra il muro e lo sbarramento delle librerie, può ascoltare dall’ultimo dei rapitori che stanno allontanandosi una minaccia, un avvertimento…un progetto?

“Resterai qui, prigioniero. Nessuno potrà trovarti, stanne certo. Ma probabilmente nessuno vorrà provare a cercarti. Sarai sottoposto a interrogatori, e ti saranno dati ottimi motivi per rispondere. Perché abbiamo bisogno di informazioni, ma soprattutto abbiamo bisogno di confessioni e testimonianze. Adesso puoi dormire. Amanda ti farà avere acqua potabile e un po’ di cibo. Domani mattina si comincia: da questo momento dovrai lavorare per noi.”

Nello stanzone che si apre oltre le librerie ci sono un paio di letti, un paio di materassi a terra e quattro persone. In fondo al locale si può distinguere una specie di cucina da campo. L’ambiente è illuminato da un paio di finestroni che affacciano su un cortile disadorno confinato da uno di quei muri di contenimento in parte infestati dal muschio. Si tratta di uno dei tanti fondi che occupano il pianterreno di edifici dismessi e abbandonati alla periferia della città. Dopo una cena frugale e dopo che l’unica donna presente ha consegnato al prigioniero la sua razione, i quattro ripercorrono brevemente gli eventi di quel pomeriggio, pianificati da lungo tempo. E’ andato tutto come previsto e, da domani, verranno effettuati gli interventi successivi… quelli che dovranno essere registrati, archiviati e trasmessi.

Il giovane uomo che aveva guidato il mezzo utilizzato per il rapimento si avvicina, dopo un po’, alla zona del salone occupata dalle librerie. Sul lato destro è predisposta una postazione telematica. Accende il computer, si connette alla rete e carica un messaggio anonimo e molto preciso.

“In data odierna abbiamo catturato uno degli agenti impiegati presso la principale organizzazione dei Servizi Segreti del Paese. Da domani sarà opportunamente interrogato al fine di smascherare e rendere pubbliche le trame che nel corso degli ultimi decenni hanno deliberatamente danneggiato la maggior parte dei cittadini allo scopo di favorire gli interessi di una minoranza. Lo scopo principale di questa azione politica è lo smascheramento e il superamento delle tesi negazioniste che hanno fino ad oggi impedito alla popolazione di prendere coscienza dei reali rapporti di potere che da molti anni regolano le relazioni economiche planetarie. Vi auguriamo che la documentazione caricata negli ultimi mesi su questo canale possa aver favorito la costituzione di altri gruppi di attivisti e attendiamo i relativi contributi. Questo gruppo di lavoro potrà essere identificato sul canale con lo pseudonimo << cellula zero>>”.

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Primo interrogatorio

Quello di Amanda è stato l’unico volto che ha potuto vedere da quando è stato recluso dietro la lunga barriera delle librerie. Un volto teso, un po’ emaciato e, nonostante questo, illuminato da uno sguardo dolce, quasi materno, che lo ha investito con compassione quando gli ha passato il pasto serale e la colazione, e anche quando ha ritirato il bugliolo che era stato lasciato accanto al suo giaciglio. Amanda non ha detto una sola parola mentre eseguiva quei compiti che sembravano rispondere ad un piano più ampio di quello che la sua volontà avesse mai potuto compiutamente valutare. Per questo, forse, lui aveva avuto la sensazione che entrambi appartenessero ad un disegno, ad un destino, che solo parzialmente erano stati in grado di scegliere. Per questo, durante la lunga notte che gli ha consegnato appena un paio d’ore di sonno, non ha mai pensato alla possibilità di una fuga, del resto inibita dal respiro individuabile a due o tre metri di distanza e dalle frasi concitate e incomprensibili dei suoi carcerieri al momento del cambio di guardia.

Da poco la luce lattiginosa del giorno è tornata ad illuminare debolmente l’ambiente , quando un paio di quegli uomini mascherati si è ripresentato al suo cospetto. Sono entrambi piuttosto defedati e il loro discorso è talvolta interrotto da brevi , acuti e profondi colpi di tosse. La prodezza del giorno precedente potrebbe essere stata consentita da una dose sufficiente di stimolanti; d’altra parte la reperibilità delle sostanze stupefacenti sul mercato clandestino non ha mai conosciuto momenti di crisi.

Il più robusto dei due, che il collega chiama “ingegnere”, maneggia con perizia l’apparecchiatura per le riprese video e le registrazioni audio , e anche un paio di faretti destinati ad illuminare la scena. Dopo aver attivato il computer controlla il funzionamento di un’applicazione idonea al montaggio dei file audio e video, ma anche quello di un traduttore simultaneo e di un compilatore automatico di testo. Poi dà una rapida occhiata al canale utilizzato la sera precedente in rete. Si scollega quasi subito, perchè nonostante le garanzie di anonimato e di non tracciabilità fornite da un provider di IP variabili, non conviene rischiare di essere localizzati e rintracciati proprio durante questa fase del progetto. Ma, prima di chiudere, il suo sguardo si illumina brevemente di entusiasmo perché, nonostante gli sia mancato il tempo di leggere con attenzione i contributi, ha potuto visualizzare le firme di <<cellula 1>> e 2, e 3, e 4, e 5… e, allora, che la celebrazione cominci!

“Come ti è stato anticipato sei stato tradotto in questo covo in quanto persona a conoscenza di dati e fatti non pubblicizzati al fine di perpetrare l’ignoranza della popolazione e renderla manipolabile. Sarai chiamato a testimoniare sui piani speculativi che mai hanno tenuto in considerazione l’incolumità delle masse , la loro salute, la conservazione delle condizioni di sopravvivenza collettiva sul pianeta. Non credere che la scelta della tua persona sia dipesa da un errore di sopravvalutazione del tuo ruolo perché, al contrario, è stata determinata dalla tua esposizione e rintracciabilità; in altre parole, dai dubbi che ti hanno reso vulnerabile. Per noi è stata una questione di fattibilità, per usare il linguaggio che ispira e media le vostre decisioni.”

La scarica di adrenalina lo invade al di là delle sue peggiori aspettative. Il suo sudore scorre copioso e fa davvero fatica a governare i movimenti dei suoi organi interni che sembrano voler esplodere improvvisamente. Sperimenta una paura sorda e muta, più potente di quella che lo aveva colto quando gli avevano strappato di dosso la maschera protettiva e la tuta isolante, a sottolineare la sua incombente vulnerabilità. Sperimenta una paura paralizzante, che non gli concede di pianificare una qualsivoglia strategia di gestione della propria posizione, che spinge la sua mente ad una involontaria regressione e che lo colloca nell’aberrante posizione di chi è già disposto a chiedere pietà. I suoi aguzzini sembrano avere, al contrario, la lucidità e le capacità intellettive adeguate a decodificare, comprendere e strumentalizzare la sua situazione. E, invocando un istinto primordiale, sentono anche che il nemico emana l’odore inconfondibile di chi è destinato a soccombere.

“Renderò il tuo compito più semplice possibile, perciò partirò dal presente per poi risalire alle origini. Domanda numero uno: l’epidemia in atto è stata deliberata a fini economici?”

“Non lo so! Come posso saperlo? Io sono soltanto un esecutore di ordini.”

L’urto di un pugno nello stomaco interrompe la sua lamentazione, ma il brivido più feroce lo coglie alla vista del secondo interlocutore che osserva con aria quasi beffarda la lama affilata di un lungo coltello. Contemporaneamente, sullo sfondo, può osservare l’ingegnere che, abbandonato il terminale, sta armeggiando con un grosso generatore di corrente al quale sono collegati alcuni elettrodi.

“No! Non potete…”

“Sì, che possiamo! VOI non dovevate ! E crediamo che VOI abbiate superato il limite!”

“Ricominciamo: detentori di poteri economici hanno pianificato questa malattia che sta falcidiando la popolazione?”

” Sì, ma i suoi effetti devastanti non erano stati previsti.”

“Non importa. Il virus che sta infettando il pianeta è stato concepito in un laboratorio?”

” Non ne sono sicuro. Forse già esisteva ed è stato soltanto modificato al fine di renderlo aggressivo per l’organismo umano.”

“Bene. Qual era lo scopo di tale aggressione di massa?”

“Non lo so. Io sono soltanto un esecutore… un analista economico assunto da una multinazionale … io faccio quello che mi dicono e non capisco nulla di questioni chimiche…”

Questa volta il suo stomaco viene colpito da un calcio. E’ abbastanza violento da causargli il vomito, mentre l’ingegnere produce piccole scintille avvicinando i suoi elettrodi ad un corpo metallico.

“Pensa attentamente alla tua prossima risposta. Ti lasceremo un paio d’ore per riflettere e per elaborare un resoconto esauriente e soddisfacente . Tieni conto del fatto che le uniche persone consapevoli della tua posizione non hanno alcun interesse a trovarti, né, tanto meno, alla tua sopravvivenza. Quelle che forse ti vogliono bene nulla sanno e nulla possono ipotizzare circa la tua scomparsa. Questa è la perversione intrinseca alla logica negazionista , laddove si vorrebbe che quanto non viene detto non esista.”

Dopo aver raggiunto il tavolo della loro cucina improvvisata si sono tolti il passamontagna e hanno bevuto un bicchiere di vino. Sembrano stanchi. Amanda li osserva con aria preoccupata. “Ma, se non collabora e non ci fornisce le informazioni di cui abbiamo bisogno, siete determinati ad ucciderlo?”

Non è l’ingegnere a rispondere, che continua ad osservare un monitor da distante, e neppure il secondo, che continua a giocherellare col suo coltello, ma ancora lui, che si è assunto il difficile compito dell’interlocutore principale.

“La risposta è no! Ad entrambe le ipotesi che la tua domanda contiene. In primo luogo escludo la possibilità di non ottenere informazioni sufficienti a sostenere una mobilitazione. Sono davvero convinto che si siano spinti oltre un punto di non ritorno. In secondo luogo non uccideremo nessuno, perché noi siamo i difensori della memoria storica e la stessa ci insegna che un omicidio ci consegnerebbe alla parte dei perdenti e al fallimento. Già troppe volte l’uso della violenza si è prestato a sigillare con l’etichetta di terrorismo le ragioni che sostenevano l’opposizione e la ribellione, occultando definitivamente i rapporti causali tra le violenze esercitate e quelle, occulte, subite precedentemente. Non cadremo un’altra volta nella stessa trappola, perché la nostra lotta è semplicemente finalizzata alla conoscenza, perché soltanto la coscienza e la consapevolezza può sostenere una rivoluzione”

Adesso, nello stanzone, c’è silenzio, e necessaria attesa.

Secondo interrogatorio

“L’economia era entrata ormai da troppo tempo in una fase irrisolvibile di stagnazione. La globalizzazione aveva favorito lo spostamento di alcuni equilibri geopolitici , ma troppo spesso il mantenimento degli interessi egemoni comportava l’ingaggio in azioni belliche cruente, ma soprattutto visibili e capaci di mobilitare massicci movimenti di opposizione. Per quest’ultima ragione, soprattutto, era stato deciso che un evento destabilizzante capace di coinvolgere ampi strati della popolazione avrebbe rimestato le carte, liberato ampi scenari utilizzabili a fini commerciali.”

“E a fini speculativi.”

“La speculazione si è ripetutamente dimostrata come motore di importanti cambiamenti economici…”

“Non abbiamo bisogno di queste precisazioni. Il punto cruciale è che l’esigenza di confermare un potere economico è stata anteposta alla conservazione della specie e del suo habitat… ciò che non possiamo esitare a definire come crimine contro l’umanità.”

“Questi meccanismi sono purtroppo e malauguratamente destinati a travolgere anche coloro che li hanno innescati… e, poi, c’era il parere influente dei tecnici che si occupano di relazioni di massa…”

“Spiegati meglio. E ricorda di rivolgere il tuo sguardo alla webcam: in questo lungometraggio ti è stato assegnato il ruolo di protagonista.”

“I Servizi, ormai in tutti i Paesi, utilizzano le ricerche di esperti in comunicazione di massa. E’ stato da tempo dimostrato che la minaccia all’incolumità collettiva e la paura che la stessa è in grado di generare producono due effetti congiunti: distogliere l’attenzione da bisogni secondari che potrebbero generare opposizione e ribellioni e produrre una percezione di impotenza e potenziale ineluttabilità della propria sorte che conduce la massa alla ricerca e all’affidamento a un capo carismatico e indiscutibile capace di promettere una soluzione, naturalmente alle proprie condizioni.”

“Questa è la funzione che in altre epoche fu affidata alle religioni, non prima di aver alienato il significato che la spiritualità può rivestire nella storia dell’umanità.

Ma nella situazione presente il punto è che la garanzia di sopravvivenza è data soltanto ad una élite facoltosa, in grado di acquisire, a prezzi esorbitanti, i presidi di protezione…”

“Un rischio genericamente calcolato… la selezione di consumatori identificati dal loro potere d’acquisto e differenziabili da quanti, al contrario, necessitano di interventi assistenziali a carico della colllettività.”

“Sopravvivono i più forti, che, in questo disegno, corrispondono a coloro che sono stati capaci di arricchirsi sfruttando e impoverendo gli altri attraverso l’accumulazione delle risorse.

Si tratta, in poche parole, di una guerra occulta che non ha più bisogno di mostrare i propri armamenti”

“Sì, credo che sia come dici tu”

“Crediamo che l’esigenza di scatenare una guerra senza mostrarla sia nata dalla necessità di prevenire l’opposizione per poi approfittare delle occasioni che le guerre hanno sempre generato.

Perciò torniamo indietro e parliamo di guerre, e degli strumenti alternativi alle armi convenzionali ormai in uso da diversi decenni. Coraggio! Racconta al mondo quando è cominciata!”

“Ma io non c’ero! Ho soltanto quarantacinque anni e sono stato reclutato da meno di un decennio!”

Lo sguardo che trapela dalla fessura del passamontagna si incupisce nuovamente e trasmette evidente disgusto. Ma questa volta non è il comandante ad agire sull’interrogato. Il secondo, coltello alla mano, viso coperto e sguardo inespressivo, gli si avvicina lentamente. Una sensazione di gelo invade l’interrogato che si stupisce a sperare che il prossimo colpo possa gettarlo definitivamente fuori da questa penosa situazione. Ma l’uomo mascherato, incombendo su di lui, alza la manica e scopre il braccio sinistro; le vene bluastre disegnano un’incoerente ragnatela appena sotto la pelle ancora giovane. La lama è affilata e il piccolo taglio autoinferto non suscita particolare dolore, ma il sangue esce ed è sufficientemente copioso per gocciolare… sulla testa, sul volto e sugli orifizi dell’interrogato. Lui si rende improvvisamente conto che la più potente delle armi chimiche generate dal sistema per il quale opera gli sta adesso proprio di fronte.

“D’accordo, d’accordo. Vi dirò quello che volete sapere. Ma adesso ho bisogno di un bagno… di acqua… di ripulirmi!”

“Vedremo cosa si può fare. Ma prima devi mostrare la tua bella faccia proprio di fronte alla camera e dirci qualcosa che valga la pena di essere ascoltata. Così stanotte il nostro ingegnere potrà restituire alle gente un pezzetto di ciò che da troppo tempo gli è stato espropriato.”

Passa, lentissimo, un paio di minuti. Il sudore scorre copioso lungo la sua schiena, l’odore rancido della paura invade lo spazio tra la parete un po’ ingrigita e le librerie. L’ingegnere orienta al meglio il faretto e la luce algida quasi lo acceca. Fa del suo meglio per soddisfare quella richiesta che, immagina, potrebbe valergli un supplemento di vita.

“Tutto accadde dopo la seconda grande guerra del ventesimo secolo, dopo che il nazismo associò indelebilmente la guerra all’oltraggio e al crimine, rendendola definitivamente inaccettabile.

Dopo la guerra fredda le contese economiche, che sempre hanno sotteso la guerra nella storia dell’umanità, non erano cessate. Ma le armi convenzionali erano ormai tacciate di barbarie. L’atomo, in Giappone, aveva chiaramente mostrato il suo volto devastante e inaccettabile. Anche le armi chimiche ebbero vita breve e furono quasi immediatamente condannate. Dovettero essere bandite principalmente per evitare che gli oppositori potessero trovare in quei metodi strumenti utili a mobilitare energie sufficienti al rovesciamento degli equilibri. Fu chiaro anche che l’opposizione e il potere di veto di alcune grandi organizzazioni internazionali nate per tutelare i diritti universali potevano diventare una minaccia per il sistema egemone e che la loro azione poteva essere superata soltanto se le azioni incisive fossero rimaste occulte e, pertanto, non criticabili. Per questo si resero necessari strumenti di controllo delle masse che non solo sarebbero rimasti segreti, ma avrebbero altresì consentito un vero e proprio ribaltamento dei ruoli…”

“Spiegati meglio… che è ora di spegnere!

“Intendevo dire che l’aggressore avrebbe potuto, dopo aver determinato una condizione di grave bisogno e mistificando la propria posizione, assumere quel ruolo salvifico che le masse avrebbero invocato senza troppo discuterne i costi.”

Sul volto dell’inquisitore passa un’ombra. Per un momento lo scoramento e la disperazione sembrano poter riprendere il posto della rabbia e della mobilitazione. Ma è soltanto un attimo, che non è questo il momento di desistere.

“Ok. Adesso vai a ripulirti, che la puzza è insopportabile. Per oggi ci faremo bastare questa parte della tua testimonianza.

Domani si prosegue.

Terzo interrogatorio

La notte è calata inderogabilmente, madre premurosa e solerte che molti ristora e che, se non riesce, consola con una pausa auspicando riflessione. L’ingegnere, collegato alla rete, è riuscito a contattare <<cellula 125>> prima di postare il video e i suoi commenti sulle circostanze nelle quali è stato prodotto. Cellula 125 dispone di ottimi garanti e il documento, entro poche ore, comincerà la sua tournée mondiale dopo essere stato vagliato dal potente traduttore simultaneo. Quando le prime luci del giorno invadono la stanza i tre uomini siedono ancora intorno allo stesso tavolo e Amanda, ai fornelli, sembra una delle tante massaie che a quest’ora mettono le proprie competenze a disposizione di una famiglia. L’ingegnere mostra vistose occhiaie, dono di una notte quasi insonne . Ma anche l’uomo del coltello presenta profonde striature violacee intorno alle orbite, e la sua tosse si fa insistente. Amanda gli si avvicina con attitudine materna.

“Come ti senti?”

“So che non ce la farò. Mi resta poco tempo… ma sono contento di essere qui, perchè tutto questo sta consegnando un significato alla mia vita abusata. E…lascia stare: ormai faccio fatica persino a parlare.”

Lei lo guarda pietosa, e terge contemporaneamente lacrime e sudore. Poi si rivolge, muta, agli altri due.

“Non c’è nulla da dire.” la intercetta l’uomo forte ” Questa è la nostra Resistenza.”

Quando i due si presentano al cospetto del prigioniero i loro volti sono ormai ricomposti e severi, anche se soltanto gli sguardi induriti sono percepibili dietro le maschere. Le luci vengono accese e il computer si riavvia con un indifferente brusio.

“Dunque, ci stavi parlando dell’intenzione che sostituì la malattia alle armi.”

“All’inizio non fu necessaria un’azione particolarmente cruenta. Fu soltanto necessario infettare qualche cibo, sacrificare qualche animale: mucche, polli, maiali… e un numero limitato di vite umane. Le informazioni adeguate furono in grado di modificare i comportamenti alimentari e di manipolare i prezzi delle derrate. Ciò permise di incrementare i profitti delle stesse parti che avevano voluto e finanziato l’intervento”.

“Un momento! Quelle che tu chiami “parti” si sono necessariamente avvalse di un apparato di consulenti e tecnici, lo stesso di cui tu fai parte. Come siete stati reclutati?”

“Ma… E’ un lavoro. Ognuno di noi ha bisogno di lavorare!”

Lo schiaffo potente gli fa voltare la testa . Già da qualche ora percepisce anche un capogiro inquietante che, a tratti, gli ha procurato conati di vomito e qualche difficoltà respiratoria, ma la situazione non gli consente di distinguere chiaramente gli effetti della paura da quelli di una probabile incombente infezione. Solleva il volto mostrando un’espressione contrita.

“L’offerta in denaro fu molto allettante. I pochi che declinarono l’invito furono mossi da una clausola del contratto che prevedeva di essere eliminati in caso di tradimento, defezione o fuga di notizie. Comunque i pochi rinunciatari furono persi di vista…non sapemmo mai che fine avevano fatto. Come vedete, non avevamo scelta”.

“Ti sbagli di grosso! Abbiamo sempre una scelta. Soltanto il nostro perverso egoismo ci acceca di fronte alla possibilità di fare l’unica scelta giusta!”

“Ricominciamo” interviene l’ingegnere “che qui c’è ancora tanto da lavorare”

“Perfetto” riprende il socio “Stavamo parlando della scoperta della malattia come strumento di controllo dei comportamenti di massa. Andiamo avanti. Le epidemie virali di fine secolo avevano la stessa matrice?”

“Sì. Ma allora era stato possibile selezionare un patogeno in grado di colpire determinate categorie sociali.. diciamo così…indesiderabili. Con una mossa ardita fu possibile ottenere più di un risultato atteso. L’epidemia, successivamente contenuta, provocò l’espansione di alcuni settori di mercato inerenti la clinica. Questi settori conservarono vitalità grazie al fatto che la patologia venne cronicizzata, ma mai risolta, garantendo un bacino sempre rinnovabile di persone bisognose di cure. Contemporaneamente fu possibile stigmatizzare ed emarginare comportamenti devianti, indesiderabili o comunque onerosi per la collettività.”

“Possiamo affermare che quegli stessi comportamenti costituivano una minaccia per la riproduzione delle norme sociali e dei suoi fondamenti istituzionali?”

“Sì. Possiamo dirlo. Molti dei bersagli trovarono la morte. Altri furono indotti a modificare o a nascondere le proprie condotte, finendo così per delegittimarle totalmente.”

Sono stanco. Ci fermiamo qui, ma prepara adeguatamente la tua prossima deposizione, perchè dovremo affrontare lo spinoso tema della pandemia degli ultimi due anni.”

“Vi prego!”

“Il nostro martirio è una vocazione ineludibile, ma non possiamo permetterci la santità… forse avresti dovuto rivolgerti a qualcuno di quegli Dei che già da tempo avete rinnegato.”

E’ già sera quando l’uomo del coltello si accascia in un angolo dello stanzone. Gli altri accorrono, in due lo adagiano sulla brandina. Non si possono cercare soccorsi all’esterno, ma comunque già da molti mesi le richieste di soccorso sono diventate del tutto vane.

“Non ce la faccio più, ragazzi. Devo mollare”

Amanda gli porge apprensiva un bicchiere d’acqua, ma un rivolo di saliva insanguinata sta già scorrendo all’angolo della sua bocca che non si apre.

“Non ti preoccupare” lo conforta l’ingegnere “siamo a buon punto. Tra pochi giorni il mondo saprà, le trame verranno smascherate e il sistema non avrà più ossigeno… siamo più giusti, e perciò siamo più forti, e per questo vinceremo”

Il suo compagno lo guarda con gli occhi sbarrati, il suo respiro si fa sempre più corto, fino a smorzarsi in un lamento flebile, il suo saluto alla vita che gli sfugge. Quella che scende è una notte laboriosa e concitata. Il povero corpo di Manuel, l’uomo col coltello che adesso, nel sonno definitivo, sembra poco più che un ragazzo, viene trasportato a fari spenti fino alla scogliera . Poi viene consegnato all’acqua, mentre i suoi due compagni lo salutano con quel gesto che da tempo è diventato il simbolo della loro lotta. Amanda non c’è. E’ rimasta nello stanzone per sorvegliare il prigioniero. Sta piangendo e, come un animale ferito, annusa l’odore dell’altro animale presente e gli si avvicina, forse per combattere la paura che la raggela.

“Come stai?”

“Non bene. Credo di essermi ammalato. Respiro faticosamente e probabilmente questo significa che la mia storia sta volgendo al termine”

“Questa epidemia sta massacrando la popolazione dell’intero pianeta. Non so se lo avevate previsto, ma questa volta avete davvero esagerato.”

“Ti giuro, non era previsto. La cosa è scappata di mano…la follia, la follia ha avuto la meglio. Molti di noi avrebbero voluto uscirne, ma ormai era troppo tardi.”

“Non dire altro. L’odio che le tue parole alimentano mortifica noi e i nostri nemici”

Piangono entrambi, in silenzio, sui lati opposti della libreria.

Quarto interrogatorio

Questa mattina il passamontagna calato sul volto gli sembra particolarmente fastidioso. Respira con un po’ di fatica e non è riuscito ad inghiottire altro che una grossa tazza di caffè. Amanda lo osserva con tenerezza, poi posa le labbra tiepide sulla sua fronte calda e chiude gli occhi. Rivede una scena fra le tante che affollano i suoi ricordi: loro due che giocano su una spiaggia primaverile e poi, rincorrendosi, cercano un nascondiglio per fare l’amore…. Amanda pensa che le è stato tolto molto, ma che nessuno potrà rubarle i ricordi. Poi pensa che fra poche ore tanti ricordi e tanta memoria saranno finalmente restituiti e sa che la gente, quella massa di disperati costretta ormai a vivere in una condizione che la aliena persino dal mondo animale , saprà cosa farne. Quando i due oltrepassano la libreria il prigioniero sembra dormire. Lo scuotono con un calcio nel fianco che gli strappa un breve urlo di dolore. Poi, luci accese e computer attivato, si ricomincia.

“Due anni fa…erano stati i più potenti della terra a chiedere una soluzione radicale, simile a quelle precedenti, ma decisamente più incisiva. Il virus avrebbe dovuto ancora essere custodito in un laboratorio di oltre oceano quando si ebbe notizia dei primi morti. Qualcosa era forse andato storto, ma non ci fu dato di saperlo. Piuttosto ci venne chiesto di impugnare immediatamente la situazione per ottenere comunque i risultati attesi. Dopo qualche mese ci accorgemmo che la faccenda sarebbe stata più lunga e invadente del previsto. Ma anche di fronte a questo si decise di sfruttare la situazione come mai era stato possibile in precedenza. Una volta pilotati al rialzo i prezzi dei presidi salvavita, si sarebbe ottenuta una selezione eccezionale. I sopravvissuti sarebbero diventati ricchissimi accentrando e capitalizzando le enormi risorse divenute disponibili. Poi, una volta passata la tempesta, il pianeta avrebbe avuto modo di ripopolarsi, la ricostruzione avrebbe prodotto un nuovo periodo espansivo e il gioco dello sfruttamento dei molti da parte dei pochi avrebbe potuto ricominciare… mentre la curva dei consumi e della produzione si sarebbe nuovamente impennata”.

“Era stato pianificato un altro genocidio?”

“Sì”

“E le intenzioni di chi lo ha deciso sono state mistificate?”

“Sì, tutto quanto avrebbe dovuto essere per sempre e come sempre negato”

Lo sguardo furente si rivolge all’ingegnere.

“Ne ho abbastanza. Spegni tutto che faccio troppa fatica a controllare i miei impulsi vendicativi nei confronti di questo disgraziato”

“Aspetta.” lo interrompe il compagno ” Ho ancora una domanda importante prima di chiudere questo servizio.”

E poi, rivolto al prigioniero: ” Guarda la camera e spiega al mondo chi sei. Ci serve la tua firma”

“Mi chiamo Mr. W…no! Mi chiamano così le persone per le quali lavoro. l mio nome è Alex. Sono un esperto di macroeconomia e geopolitica. Sono stato reclutato otto anni fa dal corpo dei Servizi Internazionali. Faccio parte di uno staff di circa 150 membri… ma non mi è dato conoscerli tutti…”

Il tardo pomeriggio sembra voler sigillare un’altra giornata durante la quale, nelle strade della metropoli, l’inquietudine danza con la rassegnazione. Individui mascherati dai più strani oggetti con i quali la gente comune ha imparato a tentare di proteggersi passano, rari e silenziosi, quasi strisciando contro i muri, talvolta guardandosi con sospetto, più spesso ignorandosi e tirando dritto. Nel covo, scarsamente illuminato, sta volgendo al termine un’altra giornata importante. Tocca all’ingegnere interrompere il silenzio interrogativo.

“Ormai è fatta. Domani potrò caricare l’ultimo documento. Gli altri sono già stati allertati e le testimonianze potranno essere diffuse, ma anche poste al riparo dagli inevitabili tentativi di dissimularle. Il nostro compito volge al termine… è il momento di passare la mano.”

“Credo che anche la mia storia volga al termine”.

La voce dell’altro uomo è rauca e costernata. Amanda lo accarezza brevemente.

“Non dire così, Andy, ce la possiamo fare!”

“No. Tu ce la farai. Tu sei sempre stata forte. Tu non ti sei ammalata. Adesso è arrivato il momento di andare. Non restare qui! Esci fuori e cercati un altro riparo, non serve più che tu resti con noi. Vattene, in fretta!”

Amanda piange. Il suo cuore si ribella a questa ennesima ingiustizia, ma sa che nulla potrà fare per cambiare quell’epilogo già previsto da tempo. Accompagna il suo uomo verso i materassi che hanno ospitato il loro riposo durante gli ultimi giorni, si inginocchia e prende la sua testa tra le gambe…la accarezza dolcemente. Resterà lì, tutto il tempo che a lui serve per addormentarsi definitivamente. Poi metterà le povere cose che le rimangono nella sua sacca, saluterà il compagno che lascerà con il prigioniero e fuggirà con la complicità della notte, affinché nessuno possa vederla, affinché non si rischi proprio adesso che qualcuno possa vanificare anche quest’ultimo tentativo di cambiare le cose.

Uscirà, credendo ancora che un mondo diverso è possibile.

Domani

Sono rimasti soli, l’ingegnere e il prigioniero. Entrambi hanno ancora paura, ma sanno che la paura non potrà consentire loro di difendersi, né di salvarsi. Ognuno dei due, con istinto animale, sta già cercando un angolo buio nel quale lasciarsi andare. Ma l’ingegnere sa che il suo compito non è ancora finito, e in questo trova la forza per avvicinarsi all’altro, per riaccendere luci e computer, per porsi di fronte ad Alex che lo osserva un po’ stupito quando si strappa di dosso l’ormai inutile passamontagna. Di nuovo, l’ingegnere parla per primo:

“Ti lascio l’opportunità di registrare un ultimo messaggio… Ricordi quella storia dell’ultima sigaretta concessa ai condannati a morte? Entrambi lo siamo. Condannati da quelli ai quali hai accettato di asservirti. La mia ultima sarà tra poco, quando il mio dito potrà finalmente pigiare per l’ultima volta il tasto di invio. La tua ultima comincia adesso. E accende il registratore della videocamera.

“Ciao, amore. Credo sia l’ultima volta che potrai ascoltare la mia voce. Anche io mi sono ammalato … e non durerà ancora molto. Voglio chiederti perdono. Perdonami per tutto quello che ti ho nascosto. Perdona le mie scelte sbagliate e la mia mancanza di coraggio. Perdonami per tutti i figli in cui non ho creduto e che non ti ho voluto dare. Spero che arriveranno anche senza di me, e che vivranno in un mondo migliore”.

Poi si rivolge al carceriere superstite ” Ti prego, manda soltanto la traccia audio. Non voglio che lei veda il mio volto; non come mi sento stamattina.”

L’ingegnere interrompe la registrazione e, senza rispondere, si dedica ad un rapido montaggio. Poi si siede su uno sgabello e si stupisce ad osservare Alex con indifferenza. Sente un lieve senso di vertigine, ma si fida della propria capacità di dosare le forze che gli rimangono. Il prigioniero è ormai raggomitolato in un angolo del suo giaciglio e respira a fatica. Il materasso sembra troppo grande. O forse è quell’uomo che sembra troppo piccolo. Il suo respiro è un rantolo sempre più concitato che l’ingegnere associa irrazionalmente al timer di un cronometro. Allora si scuote, raggiunge la postazione e assale la tastiera. Prima di caricare il frutto della sua ultima fatica riesce a salutare i compagni di <<cellula 10.215>>. Qualcuno, da lontano, prova ancora a comunicare, ma dalla cellula zero nessuno risponde più. Soltanto i pixel dello schermo azzurro continuano ad illuminare il buio.

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Nota biografica

Mi chiamo Alba Pulimanti e sono nata a Genova nel 1958. Ho studiato psicologia presso l’Università di Padova nei roboanti anni settanta e, più recentemente, ho completato il corso di laurea in scienze della comunicazione presso l’Università di Genova. Dagli anni ottanta ho lavorato presso diversi servizi sanitari pubblici in Lombardia e in Liguria occupandomi di salute mentale e, particolarmente, di riabilitazione psichiatrica. Dal 1992 esercito la professione di psicoterapeuta centrato sulla persona, sulla base delle teorie di Carl R.Rogers e di quanti le hanno sviluppate. Dopo la pubblicazione di alcuni brevi articoli e di un paio di saggi su argomenti psicologici e sociologici, ho scoperto da qualche anno la modalità espressiva del racconto come strumento di elaborazione di idee e valori, ma anche di riflessione sui miei bisogni e i miei desideri. Vivo attualmente tra Genova e la Versilia, parlando con le persone e provando a prendere cura dei miei pensieri.

Alba Pulimanti

SEQUENZE. Claudio Salvi

Sequenze (Anterem, Edizioni, 2022) è un libro di poesie di Claudio Salvi. Come osserva Giorgio Bonacini, “si presenta in parole di nuda ricchezza, grazie a quel poco che apre a multiformi diramazioni”. Nudità e sobrietà determinano l’essenza del libro. Il “dire” di Salvi si snoda per fotogrammi/sequenze che rivelano anche la sua natura di fotografo e di musicista. Quello che sorprende il lettore è la possibilità di leggere un libro esatto e lieve, che sembra frammentario ma che frammentario non è. L’io discreto dell’autore ora appare ora sparisce, ma non si nasconde: vuole essere visibile in pochi suoni. Vuole liberarsi dall’enfasi di qualsiasi koiné poetica e apparire quasi per caso, parlando controtempo, all’interno di un discorso mai ben cucito, dove prosa e poesia sono indistinguibili, sembrano impressioni colte al volo, graffiti tracciati all’improvviso: “il suono – dici – è il cappotto di una cosa che non ricordo, così bello che ha bisogno di accortezza”; “non ancora educato segna la casa di numeri, la musica non è che un abito della matematica”. Come Salvi osserva in un’intervista a Francesca Marica: “La poesia non mi è vicina. Confondo la parola poesia. È un genere letterario, in questi anni o da sempre, come romanzo, saggio, racconto. Oppure poesia è lʼimmateriale che sta in diverse cose, per alcuni il tramonto, una sinfonia di Bach o altro”. Mi fermerei qui: “l’immateriale che sta in diverse cose” dice e non dice, di questa poesia, tutto.

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Breve antologia

dal buio non metto insieme chiarezza, io penso se guardo

una finestra chhe vedono dentro

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dal muro si vede il viale, sei a posto nel poco che sta

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pretesto – ragione apparente di cui ti servi per nascondere un disegno

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lungo una linea di volo a capo

una linea di volo

lungo una linea di volo a capo una lnea di volo

lung ua linea di volo una linea di volo

lugoo una linea di volo a capo

lungo una linea di volo

*

moto lento

o lento moto quale

nuvoli

lenti nuvoli

FORME DELLA SINGOLARITA’. DA MICHAUX A QUIGNARD. Giuseppe Zuccarino

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Il commento a questo volume potrebbe celarsi in queste antiche parole di Edmond Jabès: «Ogni nuovo libro mi dà l’occasione di interrogare i precedenti; come se ognuno di essi fosse la tappa del percorso: il mio percorso, dal libro al libro, in cui la mia vita si lascia leggere». Opera, questa di Zuccarino, ultima solo cronologicamente nell’arco di una ricerca temporale ininterrotta che, da decenni, convoca scrittori e artisti visivi del Novecento francese per interrogarli (e interrogare noi attraverso di loro) sul tema del farsi e disfarsi del linguaggio dell’arte, tema che l’autore insegue e persegue tessendo una rete di analogie e di corrispondenze fra opere e artisti, rete che sottolinea la “gravità” dell’atto di creazione, la sua ineluttabile necessità interiore, la ricerca, ardua e forse impossibile, di un’opera sempre da raggiungere e definire – inquieta, essenziale energia di un blanchotiano livre à venir che siamo sempre costretti a sognare, alludendo, inventando, reimmaginando. La via maestra e sinistra dell’allusione/evocazione è il fondo onirico del libro, sospeso fra rigore e intuizione, perché l’esercizio della critica è un’avventura etica pari per intensità alla creazione di una poesia o di un romanzo (M.E.).

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Antologia minima

Da: Ritratti reciproci. Leiris e Bacon

Dunque il dialogo intercorso tra lo scrittore e il pittore è continuato fino alla fine. Pur essendo differenti per età (Bacon era di otto anni più giovane) come per luogo d’origine e residenza, essi si sono sentiti accomunati dai gusti artistici (ad esempio l’ammirazione per le opere di Picasso e Giacometti), dalla ricerca di una forma non convenzionale di realismo e più ancora dall’atteggiamento verso l’esistenza. Entrambi, infatti, hanno escluso con rigore qualunque scappatoia per la condizione umana, necessariamente vorata all’invecchiamento e alla morte, ma entrambi hanno saputo sottarsi allo sconforto grazie alla passione per l’arte e per quei momenti di euforia che la vita comunque concede.

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Da: Archivi per la memoria. Simon e Novelli

«Simon comincia subito col cogliere un aspetto importante quando scrive che, “se un dipinto di Novelli, con la sua spessa materia cremosa, le sottili modulazioni di tono e le coloriture splendenti, viene in un’infima frazione di secondo interamente afferrato, colto (o meglio: ci afferra, ci coglie), esso può per contro essere ‘conosciuto’ soltanto dopo una lunga investigazione, un lungo inventario nel corso del quale l’occhio deve percorrere l’intera superficie, alla scoperta degli elementi che vi sono raccolti e che compongono il quadro”. In effetti le opere dell’artista, già suggestive al primo sguardo, a un esame ravvicinato si rivelano come un insieme di segni, colori, parole, che dovrebbe essere esaminato e decifrato in modo attento e paziente, poiché dall’ìnterazione tra gli elementi che lo compongono “deriva una risultante attraverso la quale l’uomo si definisce: il linguaggio, l’irriducibile compromesso fra l’innominabile e il nominato, l’informe e il formulato”».

LA PROMESSA DELL’ALBA. Daniela Bisagno

Per una lettura di Ho tante albe da nascere di Lucetta Frisa

«La poesia vive nel sonno che ne matura il risveglio»

Marco Ercolani, Sentinella

«Ogni parola: luce a picco.

Chiudi gli occhi: è questa

l’aurora»

Marco Ercolani, Sentinella

«La poesia non nasce: genera» scriveva Joë Bousquet, ed è a tale idea di nascita, non della ma grazie alla poesia, che ci avviciniamo leggendo questi dichos de amor riuniti nella raccolta poetica di Lucetta Frisa. Ho tante albe da nascere (puntoacapo editrice, 2022) è, infatti, un vero e proprio omaggio amoroso alla poesia, alla sua capacità di mettere al mondo – di stabilire ogni volta un inizio siglato dall’apparizione di una “parola” che, per propria virtù aurorale, ha la sua matrice incantata nell’oscurità, esattamente come la luce albare si sprigiona dal cosmico groviglio della Notte. Se dovessimo guardare all’alba attivando i sensori dell’immaginazione mitica, essa ci apparirebbe come una figura mostruosa, dalla duplice etnia, tanto partecipe della temporalità notturna, in cui affonda le sue chele primordiali, quanto di quella diurna, seppure non della plenitudine solare, di cui è un annuncio, senza essere segno. O come la sorgente rilkiana, evocata da Kerényi, nell’Introduzione ai Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, immagine di quel “tempo nascente”, “notturno e luminoso” che «emerge dalle tenebre senza sopprimerle completamente» (1). Il tempo aurorale «che non racchiude alcun evento, che non dà segno di mutarsi in avvenire e nemmeno di proseguire uguale o di fermarsi» (2), limitandosi semmai a fungere da “idea”, da stampo archetipico per la parola perduta, balbuziente della poesia, di cui la Frisa, quasi sulla traccia evanescente di María Zambrano, in Chiari del bosco, ricostruisce la genesi in questo libro.

Un primo dato importante ci viene fornito dal titolo della raccolta, dove l’uso transitivo del verbo nascere, con il lemma “albe” a fungere da complemento oggetto – una licenza grammaticale trascurabile, nonché legittima trattandosi di un contesto poetico – sembra offrirci un esempio di quel modo di esprimersi tipico dell’immaginazione materiale, in grado, per Bachelard, di trasfigurare la vita in poesia (3) e in virtù del quale i confini fra astratto e concreto, visibile e invisibile si fanno porosi favorendo quel passaggio dall’uno all’altro, e dell’uno nell’altro, equiparabile al processo metamorfico descritto in alchimia. Si tratta di ridurre al minimo, se non di azzerare, le distanze, di stabilire una continuità laddove prima vigeva una chiusura. Sicché tale licenza grammaticale, così trascurabile da passare inosservata, finisce per acquisire il valore di una “rottura instauratrice”, nella misura in cui instaura una transitività al posto di un’interruzione, attivando e conferendo concretezza fisica a quel rapporto fra nascita e luce (albare), a cui comunemente, nella prospettiva di un’immaginazione non materiale, è attribuito per lo più un senso astratto, figurato.

È la poesia, infatti, autorizzando la violazione del codice grammaticale, a far nascere realmente, concretamente, secondo l’intuizione di Joë Bousquet, la luce, la cui esistenza effettiva sembra inconcepibile indipendentemente dalla parola che la nomina, come leggiamo nel testo inaugurale della raccolta, in una sorta di suggestivo richiamo al Fiat lux dei versetti della Genesi:

Fili sottili di luce

ancora nessuna parola

per dare luce

alla luce

forma

alla forma

ancora non si sapeva

di respirare.

All’alba

gli uccelli cantano note smemorate

consegnano una luce

tenuta stretta in gola

nella notte.

In assenza della parola che chiama al mondo non vi è accesso all’essere né al sapere, se non nelle forme di un sapere inconsapevole («ancora non si sapeva/ di respirare»), come le «note smemorate» che gli uccelli cantano all’alba. Ma è proprio questo sapere “insipiente”, che si produce nella zona intermedia fra le lagune oscure dell’essere ancora in preda ai sogni e le terre emerse del risveglio e della nascita, a costituire il polo fascinatore della poesia di Lucetta Frisa, e di questa raccolta in particolare. È la parola primigenia, non destinata alla comunicazione, la cui origine risale un “prima” aurorale, si inscrive cioè in quell’epoca di pienezza nella quale la vita non si risolveva ancora nella storia, né le parole si risolvevano nel linguaggio. Dice Zambrano che queste “parole perdute” a cui alludono le parole comuni, «come si sente e si sa all’improvviso con angoscia a volte, e in una sorta di albeggiare che palpitando le annuncia da un momento all’altro» (4) e che si presentano o addirittura si vedono quasi profetizzate in alcuni animali, possono apparire in trasparenza sotto tutto un parlare o disegnarsi nei vuoti di un testo, negli “avventurosi passaggi” della poesia e del pensiero, dove appaiono fra quelle d’uso, «essendo altrettanto usuali» (5).

Sapere

Cosa provò la prima volpe che posò una zampa nella neve

la prima rondine che si levò in volo

l’occhio che si dischiuse piano

dopo il buio freddo del sigillo

e quel bambino che per la prima volta vide il mare.

Mise tremando il suo piccolo alluce

nella grande schiuma bianca

e scoppiò a ridere.

Io muoio per quello che non mi sorprende più

e inerte si ripete senza emozionarmi.

è l’atto prelusivo di una recherche che muove verso un “prima”, da intendersi come “l’inizio di ogni cosa” (6), profonda scaturigine dei tempi conosciuti: quel centro d’intimità a partire dal quale è possibile – spiega Bachelard – acquisire «la visione e la coscienza dell’immensità del mondo» (7). Senza dimenticare che tale ricerca non avviene dietro la spinta propulsiva di un sentimento, per eccellenza poetico, come la nostalgia, giacché la sua meta è immanente e non trascendente; non è ubicata in un circonfuso dall’aura (vagamente numinosa) di un generico altrove, ma qui – in questo mondo, in questo spazio, compreso quello onirico, percepito (e vissuto) dalla Frisa in tutta la sua concretezza di luogo fisico e reale.

Non sorprende perciò che fisico e concreto sia anche il desiderio che innesca questa spinta, il cui obiettivo non è tanto un essere (o un avere), quanto un “sapere”, nell’accezione etimologica del termine, per cui sapientia a sapore dicitur, secondo un detto di tradizione medievale che riconduceva l’esito di un processo sostanzialmente astratto, intellettuale come la conoscenza, alla sfera corporea dei sensi, ovvero alla percezione sensoriale. Ecco allora, l’io poetante interrogarsi sulle sensazioni fisiche delle prime creature di quel mondo ancestrale. Tutto ruota, quasi pavesianamente, intorno a un “prima” – la prima volpe, la prima rondine – o a una “prima volta” – quella in cui il bambino vide il mare –, all’emozione destata dalla sorpresa o shock di fronte a un “nuovo” sul quale l’essere vivente si affacciava, in un’esperienza inedita quanto elementare, il cui strumento era il più semplice e rudimentale di tutti: i sensi.

Che questa esperienza inedita o sorpresa – “la prima volta” –, il cui veicolo è la percezione corporea nella forma specifica del tatto (8), sia il nocciolo noumenico della scrittura poetica lo lascia intendere la Frisa stessa nei versi successivi: «Io muoio per quello che non mi sorprende più/ e inerte si ripete senza emozionarmi». Versi ripresi a p. 24, in forma pressoché identica, con l’unica variante della sostituzione del pronome di prima persona singolare “io” con la terza persona “lei” (9), a rimarcare il valore fondativo di un’esperienza in cui ciò che stupisce e sorprende emozionando non è la replicazione del noto, ma l’aspettativa dell’ignoto, dell’evento perturbante che ci costringe a subire (gioiosamente) la sopraffazione della bellezza, secondo Marco Ercolani (10). Un po’ come avviene nella conoscenza dell’altro – o ammirazione – stando alle parole di Certeau: «In fondo, ciò che ci è possibile come conoscenza dell’altro non è che un’alterazione dell’attesa del suo farsi presente. Si potrebbe anche chiamarla ammirazione: la capacità di essere “sorpreso”. La conoscenza dell’altro si misura nel “trasalimento” che viene a dar respiro e segno alla nostra attesa» (11).

Il testo stesso funziona come un’attesa dell’altro – “l’evento perturbante” (Unheimliche) che agita, sorprende, emoziona, cioè a dire, fa poesia – («La poesia nasce da uno shock emotivo che non è riconsegnato al silenzio» (12), si configura come uno spazio (poetico) ordinato dal desiderio, sicché, se questa aspettativa viene frustrata e il trasalimento che dà respiro e segno alla nostra attesa non si produce («Attendere. Scrivere. Tornare ad attendere», (13) inevitabilmente l’ego scriptor si spegne («io muoio»), il corpo della scrittura non è più che un oggetto inerte – morto anch’esso. Così, anche i neonati regrediscono alla condizione insignificante di insetti, se la loro emotività non è destata e tenuta viva dagli adulti.

Lei non rideva mai e sua madre

un giorno prese pentole e coperchi

passò e ripassò sotto i suoi occhi

battendoli

battendoli furiosamente

e finalmente lei

rise

si mise a ridere

aprì qualcosa in lei

divenne umana

(dicono che se non si parla

non si sorride ai neonati

loro rimpiccioliscono

ingrigiscono

tornano insetti)

Il riso è, nei bambini, la risposta emotiva, non verbale, al mondo, la “capacità di essere ‘sorpreso’”– prima, elementare forma di conoscenza dell’altro o ammirazione, secondo Certeau –, non è una dote innata, ma l’esito di una sollecitazione esterna. È quanto sembra volerci dire la Frisa in questi versi, dove il trasalimento causato dal rumore – quasi una deflagrazione – prodotto dalle pentole e dai coperchi sbattuti dalla madre, produce un’apertura che rende umani, fa crescere, in quanto prototipo della ferita (dell’essere) da cui scaturirà – come un’acqua mirabile – quel dolore di germinazione, che attiva potenziandoli i sensori del linguaggio (poetico), di cui ci parla Simone Weil.

L’attenzione all’infanzia umana, alla «magia naturale dei bambini» («Penso alla magia naturale dei bambini/ e agli animali/ al loro puro mondo nelle pupille», p. 18), di cui già parlava Giordano Bruno, e a quell’altra infanzia, animale, destinata, a differenza della prima, a non ricevere mai la grazia battesimale del verbo, si chiarisce appunto sulla base dell’attrazione per quel sapere insipiente delle origini e del mistero («lo sanno gli animali e i bambini/ che conoscono le origini, i misteri», Toccare terra, p. 57) che, in Rilke ad esempio, si declina nella forma del legame tra infanzia e morte, e in Frisa nella forma del rapporto, altrettanto primario e determinante, tra infanzia e sonno – l’«assoluto sonno dell’inizio», patria comune dell’animalità e dell’infanzia. Sicché, se in Rilke il bambino è il prototipo del primo morto, nella poesia della Frisa egli diventa il prototipo del primo sognatore, sin da quando è ancora “in germe” («ogni germe d’essere è germe di sogni» scriveva d’altronde Bachelard (14), immerso nel sonno di un’acqua amniotica che, raccogliendo le suggestioni del mito, è insieme Mnemosyne e Lethe, immagine di verità e di oblio.

Se è vero che «l’uomo che sogna vuole penetrare nel cuore delle cose, nella materia stessa degli oggetti» (15), è altrettanto indubitabile che, nella poesia della Frisa, il sogno – e il sonno, il “grande sonno del grembo materno” da cui scaturisce, per emanazione, come il mondo delle forme dall’Uno plotiniano – è l’inesauribile reservoir di energia vitale (e movimento) – il pneuma –, in assenza del quale l’essere umano rischia la morte per asfissia, come scrive la Frisa in un testo di schietto sapore cosmogonico e bachelardiano intitolato significativamente L’energia del sonno, incluso in questa raccolta:

Se gli alberi dormono da quando sono nati

gli animali vivono nel torpore

e ci guardano dal loro chiaroscuro

simile al nostro dormiveglia.

Da sempre il mare dorme

cullandosi limpido o torbido

né gli urti di tempeste e scogli

potranno mai risvegliarlo.

La strana oscillazione di onda e nave

che ripete la culla umana

è legge creaturale del cosmo

del suo modo di respirare.

I gesti insonori

vorrebbero soffiare via il rumore

l’insistente brusìo delle parole e non increspare

la sintesi del sonno e del silenzio.

Che ci facciamo qui

noi così svegli e stretti

con le pietre chiuse sul petto?

Se non torniamo presto a dormine

moriremo di noia e asfissia

senza l’aria del sonno.

Quel magnifico sonno

che attraversò la storia le storie

le figure le poesie le musiche

che continuano a riposare nel cervello.

Come nacquero le immagini

dall’inizio del mondo fino a qui:

lampi di sonno che squarciarono

la luce accecante e cieca

di una terra troppo sveglia.

Come nacquero sole e luna

quelle prime forme in alto scintillanti

ancora spoglie di simboli

emersi da dove?

Come nacque la notte

prima molto prima del giorno

che conosceva la forza più profonda

l’immisurabile durata di ogni possibile?

Si passa via senza un saluto.

Noi non siamo dove siamo.

Come quando le palpebre inclinate

chiudono il mondo in basso

e si guarda incerti solo l’esito della pioggia

i chicchi di grandine e di neve.

(…) L’energia non è che questo respito

dell’aria raggiante

intorno a noi.

È dalle fessure

che i nostri profili folli e atterriti

vedono futuro e realtà

spiando le misteriose scene della storia.

(…) Noi si viene

dal grande sonno del grembo materno

poi passiamo il tempo a svegliarci

dimenticando i luoghi sacri

la cima di potenti montagne

il fondo di potenti deserti

perché l’energia del sonno

passa tocca unisce e va.

Gli eremiti

le figure bizantine

le figure graffiate sulle rupi

le figure senza figura

le figure di Antonello e di Piero

tutti i suoni naturali

continuano qui a testimoniare

quell’energia.

Perché piange forte chi nasce

nello strazio di questa luce crudele

che lo strappa al suo sonno?

E noi ostinati

a volerci svegliare

camminare e svegliarci

svegliarci e camminare

solo per allontanarci.

Mi inginocchio

ai piedi del Grande Sonno

mai diviso o interrotto

dove so di entrare se scrivo

di uscire se smetto

e perdermi e impazzire.

Se scrivo

è come chiudere gli occhi

tornare l’animale che sono

che ha nell’aria il suo piccolo eden.

Il Sonno

è la prima cellula di tutte le cose

il resto

è opera teatrale del tempo

del suo gioco prospettico

che ci conduce ad aprire gli occhi

lentamente

lentamente scivolando

nell’assoluto sonno dell’inizio.

Scrivere, dunque, «è come chiudere gli occhi», è l’atto inaugurale di una catabasi nel grande sonno del grembo: un’immersione nelle acque prenatali o ritorno alla madre che, per la psicanalisi, rappresenta una delle tendenze più profonde verso l’involuzione psichica, la quale si accompagna di solito a una rimozione delle immagini. Ed è ancora una volta Bachelard a chiarirci il senso questo passaggio, con parole che si direbbero un commento puntuale, il preludio di un’esegesi, ai versi della Frisa:

«Rendendo precise le immagini, la seduzione di questo ritorno involutivo viene ostacolata. In questa direzione, infatti, si trovano le immagini dell’essere addormentato, le immagini dell’essere con gli occhi chiusi o socchiusi, sempre privo della volontà di vedere, persino le immagini dell’inconscio rigorosamente cieco che forma tutti i suoi valori sensibili sulla base del calore tenue e del benessere. I grandi poeti sono capaci di farci ritornare a questa primitiva intimità dalle forme più indefinite». (16)

E tale “primitiva intimità delle forme più indefinite” alla quale i grandi poeti, stando a Bachelard, sarebbero in grado di condurci, è un’intimità “tutta intensità”, i cui valori primari sono «così remotamente radicati nell’inconscio da superare le immagini familiari e attingere gli archetipi più arcaici» (17), forse quegli stessi archetipi che balenano, come lampi epifanici, nelle figure bizantine, in quelle graffiate sulle rupi, nelle figure senza figura, o nelle visioni sonnamboliche, dalla frontalità abbagliante, di Piero della Francesca, o ancora nei volti cesellati dal sogno, così simili a oracoli sempre sul punto di svelare un mistero che resta invece, eternamente sigillato nel sonno, di Antonello da Messina, di cui accenna la Frisa. Ma soprattutto, per chi sa «parlare solo la lingua notturna», scrivere è toccare “l’alfabeto infantile”. È risalire alla radice di sogno delle parole, al tempo profondo «quando il sogno/ fu legge delle parole e del respiro» (18), a quella sorgente rilkiana, insomma, di cui già ho detto, dove conoscere è essere conosciuti (dalla conoscenza): un sapere passivo che si distilla, come in un alambicco alchemico, nel calore materno dell’intimità sognata. «Dentro di te ho saputo/ lo splendore di non capire e di essere/ la gioia del respiro e del sonno» (Gioia piccola, il corsivo è nostro) scrive la Frisa in questi versi, in cui l’unione perfetta con la madre, nella “casa del ventre” (materno), con tutti i suoi valori di benessere, è l’adempimento del sogno arcaico inscritto per sempre nella memoria – incancellabile, come quelle figure “graffiate sulle rupi”, quasi emanate dalla pietra – di vivere al centro del proprio essere, “nell’intimo del mondo” (19), appunto.

Si tratta di restare «nella gioia di non capire», scrive Marco Ercolani (20), quasi replicando a distanza, dall’altro capo di quel sogno comune in cui consistono le loro opere, ai versi della Frisa, nella passività accogliente, di cui il grembo materno è immagine simbolica, al pari della casa natale. Una “passività d’atteggiamento” capace di ascoltare e ospitare dentro di sé “le parole furtive e indelebili”, interiori e balbuzienti (21) come l’alba (22), più propense a eludere che non ad assecondare la nostra volontà di possesso, le parole senza linguaggio, che, come le “figure senza figura”, stanno a testimoniare, con la loro (incisiva) latenza, “l’energia (trasfigurante) del sonno”. Se infatti «poesia è tradurre in parola quanto sarebbe impossibile descrivere con il linguaggio» (23), è perché le parole della poesia non hanno la stessa matrice del linguaggio. La distinzione suggerita da Ercolani ricalca quella già segnalata da Zambrano fra la parola “balbettio”, a malapena udibile, la “parola nascente” che non è concetto, ma “fa concepire”, che abbandona eludendola ogni pretesa afferrativa, e la parola intelligibile, imperativa, il Logos trionfante e diurno, frutto della ratio discorsiva, con cui è impresa difficile, se non impossibile, «parlare della notte» e dalla notte: dare alla luce, senza tradire l’alveo materico di sogno, che è luogo di grazia e germinazione delle parole della poesia, come delle immagini della pittura («dal sogno la pittura ha la sua nascita»(24).

E quale altra luce, se non quella dell’alba, la cui chiarezza è interamente materiata di oscurità, quasi formando un corpo solo con il buio prenatale; la luce che non può essere spogliata del suo involucro amniotico, al pari della parola da cui la poesia riceve un”illimitatezza”, così aliena dal linguaggio, può consentirci di cogliere le immagini “allo stato nascente”, ancora pregne del loro segreto o – che è lo stesso – di tutta la loro «capacità di sintesi», come scrive Bachelard (25)? Se la verità perseguita dalla filosofia si configura come aletheia, è il frutto di un processo di spoliazione, culminante nell’atto di svelare (il nascosto), quella a cui è dedita la poesia si specifica invece come accudimento, cura reverente di quel segreto stesso (e di quel velo), su cui il poeta veglia, in qualità di “sentinella”, affinché non vada perduto, «tradito/ dalle parole della terra».

Penso alla magia naturale dei bambini

e agli animali

al loro puro mondo nelle pupille.

Davvero l’aurora ha un segreto

perduto per strada tradito

dalle parole della terra.

Penso a Giordano Bruno

incenerito

per un’aurora vista solo da lui.

Chi apre troppo in fretta i nascondigli

brucia di febbre inumana

e in giro va appiccando roghi

di follia e meraviglie.

Pericoli.

La figura di Giordano Bruno, la cui opera, tutta disseminata di annunci, se non di oracoli, di eventi perturbanti, aurore eclatanti, ha tutti i requisiti per entrare di diritto nell’orbita della poesia, è l’emblema del visionario che infrange i sigilli del segreto, non per dedizione ad un’astratta verità, nell’intento di svelarla, ma per quel medesimo, smisurato fervore, che già lo aveva spinto a trasferire, nel logos, “l’energia dislocante” propria della poesia, trasmutandolo in oracolo (o in “favola”), invece che in aletheia. L’intransigente fedeltà che il filosofo eretico professa nei confronti della sue visioni si esprime nella forma di un excessus («febbre inumana»), che, al pari dell’excessus mistico, «non costituisce “rinforzo” di tono, ma incessante fuori-uscita, non enunciato, ma enunciazione, éclat»(26), come gli scoppi che decompongono i quadri di Matta, di cui parla Édouard Glissant (27), o i fuochi accesi dal “pensiero girovago” di Bruno, generatore di eresie (28) – quei roghi di follia e meraviglie, mirabili e perigliosi, come i doni di un dio, da cui il poeta-sentinella non ha il compito di proteggerci, ma a cui ha il dovere di esporci, anche a costo di incenerirci (e incenerirsi) (29).

“Pericoli”, piccole catastrofi, non minacciosi solo di per sé, per ciò che segnalano in qualità di portenti, ma anche (soprattutto) per ciò che fanno presagire, nell’istante in cui, preannunziando l’apparizione di un “ignoto”, testimoniano che c’è dell’altro. Qualcosa che spaventa e seduce con i suoi tocchi, come i lievi disastri che sconvolgono la quotidianità e di cui la Frisa ci dà conto, con un piglio ironico-affabulativo la cui agilità ricalca l’andatura di uno scherzando musicale, nella raccolta di ispirazione scopertamente bernardhiana, Cronache di estinzioni (puntoacapo editrice, 2020). Incidenti curiosi, fatti stupefacenti, anomalie, o trasgressioni minime, infantili che si sarebbe tentati di rubricare sotto il titolo musicale, pur nobile, di “follie” o “stravaganze” (30), se non fosse che queste piccole catastrofi, di portata in apparenza irrilevante, sono a tutti gli effetti i segni annunciatori dei cataclismi descritti nel libro, con una leggerezza inversamente proporzionale alla loro gravità. Il che dimostra come, in questa raccolta, la Frisa abbia saputo affinare, al fuoco di un’ironia sempre incisiva, sia pur temprata dalla grazia della fiaba, quel suo talento nell’arte di insinuare, sotto le spoglie inoffensive del “bizzarro”, dello “strano” o del “fiabesco”, l’irruzione di un “perturbante” che contesta trasgredendolo l’ordine delle cose, come la parola dell’angelo, secondo Certeau, o la parola della poesia che mette il linguaggio (se non la realtà) in stato di emergenza, secondo Bachelard.

In Cronache di estinzioni a subire le conseguenze fatali di una catastrofe di proporzioni bibliche è la terra e il genere umano che la abita. Ma si capisce bene come, al di là di ogni facile retorica ecologista o ambientalista, al centro dell’interesse della Frisa, prima ancora della sorte del mondo, stia il destino della parola poetica. Il crollo dei ponti che taglia in due le città, la caduta della luna e del sole, lo scioglimento dell’Antartide, le minacce e le aggressioni quotidiane a cui è sottoposta la terra soffocata dalla plastica, sfigurata dalle conquiste di un progresso globale dei cui benefici ci limitiamo a godere, incuranti delle future conseguenze, disegnano uno scenario apocalittico, in cui il vero dramma sembra riguardare la sorte della bellezza e della poesia. Una catastrofe che non è affatto, come potrebbe apparire a uno sguardo sprovvisto del necessario nitore, l’esito ineluttabile dell’altra, ma al contrario. È l’estinzione o il graduale inarirdirsi, per sopraggiunta sterilità, della poesia, denunciato dalla Frisa con toni appassionati, dove la forza della disperazione ha sostituito il fervore della grazia, a suscitare il disastro irrimediabile – di cui la finis rerum si direbbe una potente metafora –, che, interdicendo il passaggio dal buio alla luce, blocca per sempre il processo della nascita, l’aprirsi aurorale delle parole (e dell’essere) qui sostituito dal movimento opposto che culmina nel loro “sprofondare” (31).

Un rischio che sembrerebbe scongiurato, a dispetto dei timori dell’io poetante, nell’ultimo testo della raccolta, segnatamente nella chiusa, dove la considerazione finale – «Solo quello che è ancora da fare è eterno» – lascia affiorare la fiducia in un ripristino del patto di alleanza con la poesia e, insieme, la promessa di un futuro ancora (poeticamente) ricco di albe da nascere.

È dal buio che scrivo.

Le parole ad una ad una escono alla luce, prendono un corpo,

sfavillano. Legano te a me.

Se le cancello

rientreranno nel buio.

Ma il ponte crollato

non esiste più.

Ne rifaremo un altro, dicono.

Comporre un verso o un ponte

è strutturare

la vibrazione di una colonna vertebrale

sognare

ancora un nesso

perché le parole con le macerie non restino

inerti strumenti sul fondo.

Ciò che è compiuto appartiene subito al regno dei morti,

Solo quello che è ancora da fare è eterno.

NOTE

1. MARÍA ZAMBRANO, Dell’aurora, Genova, Marietti, 2000, p. 53.

2. Ibidem, p. 33.

3. «Giambattista Vico affermava: “Qualsiasi metafora è un mito in miniatura”. Ne consegue che una metafora può anche essere fisica, biologica, ovvero un sistema alimentare. L’immaginazione materiale agisce davvero come il connettore plastico, che unisce le immagini letterarie e le sostanze. Esprimendoci materialmente, è possibile trasformare tutta la vita in poesia» (GASTON BACHELARD, Psicanalisi dell’aria, Milano, Red edizioni, 2007, p. 26).

4. MARÍA ZAMBRANO, Chiari del bosco, Milano, Mondadori, 2004, p. 92. Il corsivo è nostro.

5. Ibidem, p. 89.

6. «Da lì mi è nato il male di cercare/ l’inizio di ogni cosa», Gioia piccola, in Gioia piccola, Treviso, All’antico mercato saraceno, 1999.

7. GASTON BACHELARD, La terra e il riposo. Le immagini dell’intimità, Milano, Red edizioni, 1994, p. 107.

8. Anche la scrittura è anzitutto un’esperienza sensoriale, che si compie, come in un alambicco alchemico, nell’alveo placentare della notte («Io so parlare solo la lingua notturna», Gone away (Un sogno), in LUCETTA FRISA, Notte alta, Book editore, Castelmaggiore, 1997), dove «il pensiero si sente come un corpo» (Parlare della notte, in Modellandosi voce, Corpo 10, Milano, 1991; è l’esito di un’esperienza sensoriale che passa principalmente per il tatto, come leggiamo in Scrivere, «(…) Calma, nella notte, non invento nulla/ neppure una parola logica – scrivo/ respirando, tocco l’alfabeto infantile / che inavvertitamente si è fatto adulto.//(…) È così facile scrivere. Lascio alla luce/ ogni angoscia, pongo la mano sulla penna,/ la stringo. Mi porta via, cieca» (ibidem).

9. «(Lei muore se nulla la sorprende più / e inerte si ripete senza emozionarla)».

10. «Non è l’esperienza estetica che consente l’ammirazione della bellezza, ma l’evento perturbante, che obbliga ad esserne sopraffatti (Marco Ercolani, Sentinella, 2010-2022, Forlimpopoli, L’arcolaio, 2022, p. 59).

11. MICHEL DE CERTEAU, Le corp et les musiques de l’ésprit, cit. in CARLO OSSOLA, Historien d’un silence, in MICHEL DE CERTEAU, Fabula mistica, Milano, Jaca Book, 2008, n. 122, p. LIV.

12. MARCO ERCOLANI, Sentinella, 2010-2022, op. cit., p. 25.

13. Ibidem, p. 64.

14. GASTON BACHELARD, La terra e il riposo. Le immagini dell’intimità, op. cit.,p. 37.

15. Ibidem, p. 54.

16. Ibidem, p. 55.

17. Ibidem, p. 56.

18. «Quale lingua quale paese dei sogni infantili/ dei sogni infernali degli occhi aperti/ quando il sogno/ fu legge delle parole e del respiro?/ Ci sono ombre sui muri/ ombre mortali dopo mezzogiorno/ – non c’è altro lessico» (LUCETTA FRISA, L’altra, Manni, Lecce, 2001).

19. Nell’intimo del mondo. Antologia poetica 1970-2014, è il titolo di un’antologia poetica di Lucetta Frisa, pubblicata dalla casa editrice puntoacapo (Alessandria) nel 2016.

20. MARCO ERCOLANI, Sentinella, 2010-2022, op. cit., p. 65.

21. «È di indole docile la parola, lo mostra nel suo destarsi quando comincia a sgorgare indecisa come un sussurro in parole slegate, in balbettii, appena udibili, come un uccello ignaro che non sa dove andare, ma si dispone ad alzare il suo debole volo» (MARÍA ZAMBRANO, Chiari del bosco, op. cit., p. 28).

22. «(…) L’alba/ balbetta e canta/ nelle gole dei neonati/ che come latte/ a piccoli sorsi/ trangugiano il mondo» (LUCETTA FRISA, Ho tante albe da nascere, op. cit.).

23. MARCO ERCOLANI, Sentinella, 2010-2022, op. cit., p. 65.

24. MARÍA ZAMBRANO, Dire luce, Milano, Rizzoli, 2013, p. 107.

25. GASTON BACHELARD, La terra e il riposo. Le immagini dell’intimità, op. cit., p. 113.

26. CARLO OSSOLA, Historien d’un silence, in MICHEL DE CERTEAU, Fabula mistica, op. cit., p. XLI.

27. ÉDOUARD GLISSANT, Il pensiero del tremore, Milano, Scheiwiller, 2008, pp. 46-47.

28. «Nelle ultime ore della notte può sempre apparire un “pensiero girovago”, come lo definiscono i monaci egiziani del IV secolo un pensiero che conduce da una mente a un’altra, senza nessun nesso logico, e genera eresie», MARCO ERCOLANI, Sentinella 2010-2022, op. cit., p. 27).

29. «La sentinella ha il dovere non di proteggere dal fuoco ma di esporre alle fiamme. Nessuno è immune dalla cenere futura» (Ibidem, p. 23).

30. Si veda, ad esempio, un testo illuminante come Natura morta (Cronache di estinzioni), dove la Frisa, facendo sfoggio delle sue abilità nel costruire situazioni al limite fra il fantastico, l’onirico e il bizzarro, parte da alcuni piccoli e ordinari incidenti domestici, per arrivare, in un crescendo vieppiù frenetico di momenti grotteschi, alcuni dei quali tradiscono ascendenze gogoliano-kafkiane, al surreale epilogo: «Sulla tovaglia hai rovesciato il vino/ e quante briciole, quanto disordine./ Io volevo un’altra tovaglia, altre pietanze/ non proprio natalizie ma almeno pulite./ Dovevamo mangiare in sala da pranzo/ non sempre qui con questo odore e i sacchi/ della spesa fuori posto. Fuori posto qui è tutto/ a cominciare da me e da te che non sappiamo/ tenere bene una casa mettere ordine alla vita./ Non c’è più caffè il frigo è guasto e ho dimenticato/ di pagare le fatture. Se almeno sapessi scrivere/ di tutto questo ruvido vivere mettendomi a ridere/ ma chi può aiutarci gli amici sono all’ospedale/ e poi ognuno fa la sua vita ed è nato pratico./ Intanto i topi squittendo salgono sul tavolo/ si contendono gli avanzi sporcano ancora di più./ Uno sciame di scarafaggi scricchiola sul pavimento/ cumuli di siriani afgani e africani si affollano/ silenziosi sotto il tavolo per morire schiacciati/ uno sull’altro liste e liste di nomi di ammazzati/ coprono il cielo piovoso e nessuno mette ordine/ e a chi chiede il cessate il fuoco regalano/ con un sorriso un fiore di Sanremo. Dove mettere/ i piedi per fuggire in un’altra stanza mentre/ zanzare e api ferocemente cominciano/ ad attaccarci con il loro kalashnikov scambiandoci/ per dolci pollini creature di zucchero. Ma sappiamo/ che ancora almeno per domani/ forse noi non andremo in guerra».

31. «Un tempo la parola/ saliva su dalla gola/ dentro la voce risvegliata/ avvolgeva le cose che voleva toccare/ si inebriava di silenzio e di suono/ accarezzava e uccideva/ nel suo vagabondare./ Almeno così si diceva./ Un tempo le parole/ me le scrivevo sulle mani per non dimenticarle/ – esatte profonde –/ quando volevo scrivere una poesia/ che si faceva da sé./ Mi correvano avanti trascinandomi/ a dire cose che ancora non sapevo/ adesso ammutolite/ a malapena fanno capolino/ sembrano ammiccare e masturbarsi/ sprofondano/ in non so quale buco nero/ dentro di me./ Se ritornassero/ a scuotermi violentarmi/ anche solo per dirmi/ che sono morte// morte dissolte/ da sempre,/ io tornerei viva per quell’attimo» (LUCETTA FRISA, Un tempo la parola, in Cronache di estinzioni).

OLTRE IL VULCANO. Per Chiara Daino

Chiara Daino è il punto di squilibrio della poesia contemporanea. Dove dominano i refrains dei patetismi nostalgici e delle malinconie filosofiche, lei inveisce con la potenza sgradevole dello sberleffo etico, del sarcasmo linguistico. Non da’ requie al clima narcisistico-crepuscolare della modesta poesia dominante, comportandosi come un infelice, irritante, inarrestabile, non empatico Gavroche. Ma Chiara è di più: è aculeo e disturbo, come quando Lenny Bruce lanciava invettive ai suoi spettatori con un beniano, indiscutibile vaffanculo; aculeo e disturbo che non si lascia ingabbiare in regole. Non dimentichiamo che ogni logica del discorso potrebbe includere anche la logica del suo opposto eversivo, per renderlo innocuo. Ma ci sono eversioni indiscusse, non rappacificate e non rappacificabili che, da Rabelais in poi, mettono in crisi, come schegge al vetriolo, la parola aurea del poeta laureato e del critico pensoso. Forse soltanto un pigro Rossini avrebbe potuto ridere con Chiara, senza comporre più un rigo di musica, e offrirle non un piatto di foie gras ma un bel whisky rock con il quale precipitare, come Malcolm Lowry, “oltre il vulcano”. Non sempre il precipizio accade – il sempre è psicosi – ma quel tanto che è necessario, sì. Oltre il vulcano. L’arte della sovversione non appartiene alla storia della letteratura, ma la linea borderline che traversa la poetica di Chiara è un irriverente sarcasmo alle convenzioni della poesia stessa, un pugno levato contro la stupidità del mondo, un’opera buffa dove il comico è il velo sottile che appena separa dal tragico. (M.E.)

(M.E.)

SUL BANCO DEI PESCI. Carlotta Cicci

Il libro d’esordio di Carlotta Cicci, Sul banco dei pesci (L’Arcolaio, 2022, prefazione di Alberto Bertoni), è davvero un’opera d’esordio. Artista visivo, specificamente videomaker, Carlotta trova, alla sua prima raccolta di versi, una flessuosità ritmica che rende le poesie del libro frammenti crudeli, misteriosi, compatti, cantabili: intrisi, oserei dire, di una semplice, disperata, inevitabile cantabilità. (“in un passaggio / di vortici e soglie / con l’anima capovolta / in un improvviso odore / di fieno e sale / nel delirio / lei nasce // il suo respiro / come una carezza / assoluta // un suono / piccolo”). Bertoni osserva, nella postfazione, che questo libro innova la percezione del linguaggio: “montaggio dinamico e variegato di fotogrammi che lasciano alla fine della lettura una sensazione di attività cooperante e soprattutto di libertà reciproca”. Io aggiungerei: questi versi non sono pensati come versi autonomi di singole poesie ma come strutture cangianti di una cantata profana, fra tragico e sacro, radicata in una straniata “pressione” della psiche a contagio col “garbuglio del mondo” (Bertoni).

Suddiviso in quattro sezioni(“La sentenza”, Bestie caute”, “Tunnel”, “Stanze deserte”), il libro racconta, con echi surrealisti e secche sequenze metriche di versi brevi, un viaggio iniziatico di conoscenza/sperdimento/spoliazione dell’io. Naturalmente, ogni poeta ci comunica sempre il suo personale sperdimento. Ma c’è chi lo fa dall’esterno, come se sviluppasse teoricamente un tema prima di trascriverlo in versi. Nulla di tutto questo accade in Carlotta: la sua poesia, che per necessità non appartiene neppure a lei scrivente, la nutre dall’interno, come la trascrizione fisica, nelle parole, di un potente terrore psichico, che dal linguaggio viene appena placato: “cerco un appello / cerco la mia faccia // mi manco // senza pericolo / senza inventarlo / è calma / è sevizia”; “devo difendere il silenzio / tornare dove le allodole / fanno i nidi / dove la vita smarrisce / nella pazienza del tutto // devo cercare la sua voce / così un uccello mi segnerebbe / il petto // spalanco la bocca / scelgo di coprirmi il volto // schiantare / voglio schiantare”). Si potrebbe parlare per questi versi di epifanie, se la parola non fosse fin troppo abusata. Ma occorre dirlo: di epifanie qui si tratta, di fessure visionarie dove è abolita la punteggiatura ma non il ritmo, e che rivelano l’immediato riversarsi della percezione in poesia, gettata “sul banco dei pesci” senza mezze misure, fra odori, soprassalti, brandelli di preghiere (“latente / pregiata / rara / come un cervo bianco / eludi tu che resti”), in un campo perturbato di emozioni e di polifonie ritmiche, alla ricerca della parola adeguata, la più nuda possibile (“la mia parola marciva / nelle tue parole perdute / nella spirale inattesa / nella misera fine”).

“Zona disforme” è il titolo del lavoro, a quattro mani, che Stefano Massari e Carlotta Cicci hanno intrapreso come teoria del “fare poesia” in questo tempo: un progetto utopico, multimediale, lacerato, alla ricerca di quell’anomala bellezza di cui i veri poeti sono assetati e dipendenti. Di questa “zona disforme” la poesia di Carlotta è uno degli emblemi più autentici. (M.E.)

Antologia

Cammino in una gabbia

che non attende nulla

un enorme ventre

senza acqua

senza bianco

il ferro mi anniente

non c’è cerimonia

non c’è potere

non c’è beatitudine

non ci sono i ladri

e i giovani

nessun segreto

sembra il letargo dei custodi

è tardi anche per i mostri

**

Incarno un colibrì

occorre rederlo fratello

ma ho perso il paesaggio

ho perso l’acqua

il sangue mi è sfuggito

tutto è già accaduto

anche tu domandi

mentre spietata

perdo vigore

mi lecco le ferite

chiedo asilo

tra sublime

e immondo

**

Nei silenzi vicinissimi

ho la bocca macchiata di reato

rigo muri col pollice

scortico tavoli e sedie

mi sposto di continuo

tocco fondi

riemergo

sola sono tutta mia

Carlotta Cicci, videomaker, illustratrice, fotografa, nata a Roma nel 1984, vive a Bologna. Ha curato e realizzato progetti video e documentari (www.disforme.net). Sul banco dei pesci è la sua opera prima in poesia.

LE DONNE DEI QUADRI. Giuseppe Zuccarino

La centralità della rappresentazione figurativa della donna nelle opere di Colette Deblé costituisce senz’altro uno dei motivi che hanno suscitato l’attenzione di Jacques Derrida, da sempre interessato, sul piano teorico, alle questioni relative alla differenza sessuale, cosa che ha reso i suoi scritti molto influenti nell’ambito del pensiero femminista1. Da ciò deriva anche la sua disponibilità, in materia di arti visive, a collaborare alla realizzazione di libri e cataloghi con pittrici come Camilla Adami, Lena Bergstein, Micaëla Henich, Michèle Katz, Wanda Mihuleac. Nel caso di Deblé, la collaborazione è cominciata, nel 1993, con la stesura di una breve nota riprodotta sulla quarta di copertina di un libro dell’artista, Lumière de l’air2. Ecco la nota: «Opus e Corpus di un’arte che sembra coniugare l’attivo e il passivo di due verbi, più precisamente di due operazioni che possono essere distinte ma che non è errato confondere: imprimere e impregnare. Due operazioni effettuate sul corpo stesso. Invadere lasciando il proprio segno, ma penetrare al modo dello sprigionarsi di un flusso dopo che è stato tolto uno sbarramento, inondare, ingravidare una matrice, imprimersi persino nella fluidità. Nulla a che vedere con un impressionismo. Tracce d’acqua e semi delle generazioni, impronte annegate e linee in trasparenza. Allo scopo di rimettere a galla un corpo della donna. (Tale sarebbe, molto dopo l’opera di Freud, un’altra Introduzione al narcisismo. Tesi, ipotesi: Narciso è il Pittore.)»3.

Troviamo qui, condensati in poche righe, alcuni dei temi che, lo stesso anno, verranno sviluppati in un testo più ampio, Prégnances4. Questo saggio, prima di essere incluso in una raccolta postuma di scritti derridiani sull’arte, ha avuto due edizioni come volumetto autonomo, assai diverse fra loro per la veste esteriore. La prima aveva l’aspetto di una plaquette dalla copertina grigia, nella quale lo scritto derridiano era accompagnato da quattro lavis dell’artista, stampati su una particolare carta semitrasparente (papier calque)5. Ricordiamo per inciso che i lavis sono una sorta di acquerelli, realizzati ricoprendo un disegno con inchiostro di china o con altro colore diluito nell’acqua. Nel caso specifico, si tratta di lavis gris, perché comportano l’uso del solo inchiostro sfumato grigio. Questa edizione è importante in quanto è la sola a contenere, stampato su un foglio a parte e inserito fra le pagine del volumetto, un testo programmatico dell’artista. Vale la pena di citarne un passaggio, che chiarisce bene il modus operandi di Deblé e le finalità del suo lavoro: «Si è forse mai tentato di esplorare con i soli mezzi plastici la storia dell’arte o uno dei suoi aspetti, come fanno lo storico o il saggista con l’aiuto della scrittura? Il mio progetto è quello di cercare, mediante 888 disegni, di riprendere le diverse rappresentazioni della donna dalla preistoria fino ai nostri giorni, allo scopo di realizzare un’analisi visuale delle diverse posture, situazioni, messe in scena. La citazione pittorica non potrebbe essere letterale come lo è la quella letteraria, perché passa attraverso la mano e la maniera di chi cita. Da qui un leggero tremolio, doppiamente allusivo all’opera citata e a colei che la cita. Di fatto, proseguendo questo lavoro giorno dopo giorno, ciò che aspiro a realizzare è una specie di diario intimo quotidiano attraverso la storia dell’arte»6.

Conviene aggiungere che il progetto dell’artista, avviato nel 1990, consiste nel prelevare dai quadri del passato le figure femminili, isolandole dallo scenario d’origine e raffigurandole in maniera libera, semplificata e talvolta incompleta. Inoltre Deblé è passata ben presto dai lavis gris a quelli colorati, dapprima con campiture monocrome, poi policrome. Più tardi ancora, alla fine degli anni Novanta, ha iniziato a realizzare le sue figure sotto forma di grandi silhouettes ritagliate, poi ricoperte con vari strati di colore e con l’aggiunta, fra l’uno e l’altro strato, di polveri e lustrini argentati o dorati. Queste silhouettes, alte in qualche caso fino a due metri, vengono talvolta applicate direttamente sulle pareti della sala espositiva. Tutti questi sviluppi dell’arte di Deblé, che Derrida non poteva prendere in considerazione nel 1993, vengono ben rappresentati nella nutrita serie di foto a colori che correda la seconda edizione di Prégnances, datata 20047.

Nel suo saggio, il filosofo comincia col sottolineare la presenza dell’acqua nella pittura di Deblé, giocando come di consueto sul significante e il significato delle parole, per cui lavis richiama laver (lavare), mentre l’inchiostro diluito imprégne la carta (ossia, nel contempo, la inumidisce e la ingravida, doppio senso ravvisabile anche nel titolo): «Un lavis non per annunciare che si laverà, beninteso da cima a fondo, la storia delle donne, in vista di riappropriare, di mettere finalmente a nudo il corpo, il corpo vero, il corpo proprio della donna. Ma insomma. No, seguendo la fermezza del tratto, un disegno colorato a lavis si vede tingere con discrezione, impregnare piuttosto che inondare, si vede filtrare, ma anche preservare intatto, il corpo della linea, ancora tremolante nell’elemento liquido»8.

Riprendendo una frase di Deblé da Lumière de l’air, Derrida paragona l’artista a una balena, che «avrebbe inghiottito la pittura occidentale da capo a piedi, storia e preistoria comprese, tutte le sue donne inghiottite una ad una, le avrebbe lasciate nuotare o crescere nel proprio ventre – ed eccole di colpo […] restituite alla loro verità, tutte sputate fuori, ancora umide. Partorite. Rigenerate»9. Il filosofo non manca di sottolineare l’aspetto critico di questa rilettura al femminile della storia dell’arte, rilettura che implicitamente polemizza «con tante mani e manovre d’uomo, con tutti i maestri che hanno messo in scena e rappresentato (occultato, sublimato, elevato, violato, velato, vestito, svestito, rivelato, svelato, velato di nuovo, mitizzato, mistificato, denegato, conosciuto o misconosciuto, in una parola verificato, il che rimanda alla stessa cosa, la verità): il corpo della donna»10. Ma quella condotta da Deblé è una polemica indiretta, poiché a lei interessa soprattutto rieducare, mediante i propri dipinti, l’occhio di chi guarda: «Attraverso gli strati opprimenti della memoria paterna (e Veronese, e Tintoretto, e Tiziano, e Rubens, e molti altri capiscuola, esibitori e registi patentati), lei affina una visione senza precedenti»11. L’artista suggerisce infatti l’idea di donne che, una volta estratte dai capolavori del passato, vengono restituite al loro libero modo di presentarsi e di esistere. È un’operazione effettuata non in maniera greve e rivendicativa, ma con grazia e leggerezza, e implica dunque, nei confronti della tradizione pittorica, una sorta di «omaggio ironico»12.

Il modo in cui Deblé cita l’altro modificando, almeno in parte, il senso del suo discorso, richiama alla memoria del filosofo un episodio mitologico, quello della ninfa Eco, così come viene narrato nel poema di Ovidio13. Ricordiamo che, resasi colpevole di aver favorito le scappatelle extraconiugali di Giove, Eco è condannata da Giunone a poter parlare solo ripetendo gli ultimi suoni delle frasi altrui. Inoltre, innamoratasi del bel Narciso, la ninfa viene da lui respinta e, per il dolore, si consuma riducendosi ad essere soltanto voce. Ciò che interessa in particolare a Derrida è «l’astuzia della sublime Eco», che «aveva giocato con la lingua, impeccabilmente, da interprete nel contempo docile e geniale. Aveva fatto finta di citare le parole di Narciso, mentre il frammento ripetuto diventava una frase intera, inventata, originale»14. Vediamo come Ovidio descrive, con finezza, il comportamento della ninfa nei riguardi dell’amato: «Oh quante volte avrebbe voluto abbordarlo con dolci parole e rivolgergli tenere preghiere! La sua natura si oppone, non le permette di cominciare; però – questo le è permesso – sta pronta ad afferrare i suoni, per rimandargli le sue stesse parole. Per caso il fanciullo si sperde dai suoi fedeli compagni e dice: “C’è qualcuno?”, ed Eco risponde. “Qualcuno”. Lui si meraviglia, e cercando con gli occhi da tutte le parti grida a gran voce “Vieni!”. E lei chiama lui che la chiama. […] Insiste, e smarrito dal rimbalzare della voce dice: “Qui riuniamoci!”, ed Eco, che a nessun suono mai risponderebbe più volentieri, “Uniamoci!” ripete»15. Questo passo è assai caro al filosofo, che non manca di commentarlo anche altrove16. Ciò dipende forse dal fatto che corrisponde alla sua idea di una scrittura che si appoggi sui testi altrui non per limitarsi a ripeterli, bensì per far dire loro sempre qualcosa di nuovo e inatteso.

In maniera simile procede Deblé: d’altronde se, come abbiamo visto, «Narciso è il Pittore», tocca a lei giocare d’astuzia come Eco. Nelle sue opere, l’immagine femminile desunta dai quadri del passato diviene non soltanto autonoma, ma anche incerta, sfumata. L’artista dichiara appunto: «La mia materia dipinta è fatta di colature, di schizzi, che nel contempo rendono confusa l’immagine e la costituiscono»17. Secondo Derrida, in questa frase «è detto tutto, fondere e fondare, riguardo al lavoro di mescolamento di queste acque: esse fondano, fanno e lasciano fondere, producono l’immagine disfacendola, la “costituiscono” nel “renderla confusa” […]. L’impronta di ogni disegno sembra essere impregnata, pregnante, imbevuta, imbibita di memoria»18. Tuttavia, per quanto ogni opera prodotta da Deblé rientri in una serie – che avrebbe dovuto raggiungere il numero, già molto elevato, di 888 lavori, ma che è divenuta poi senza limiti quantitativi –, «la serie non dissolve mai la singolare o la plurale in qualcosa di maiuscolo come la Donna nella Pittura»19. Non si assiste dunque al raccogliersi dei suoi dipinti nell’ambito di un discorso che si voglia unificante, o che avanzi la pretesa di essere esaustivo.

Derrida mette in guardia lo spettatore dal definire «femminili» le immagini di Deblé, dunque dall’affermare che in esse sono in causa dei corpi di donna disegnati da una donna, perché – diversamente da quanto ha ripetuto per millenni il pensiero occidentale – il corpo non ha il suo opposto nell’anima, e «un sesso non ha un contrario»20. Dunque, «l’ironia di Colette Deblé può soltanto giocare la verità contro la verità. […] Poiché è una visionaria dei corpi, un po’ folle, un po’ allucinata, scoppia a ridere ad ognuna delle apparizioni, come se non si aspettasse di vedere, a stento ci crede, ciò che ha appena visto, attraverso ciò che vede – e che voi vedete qui – attraverso, attraverso la citazione amniotica […], per esempio Leda che beve come una carta assorbente dal Cigno di Veronese che prende nella bocca, o ancora (come un’altra visitazione) la Venere in levitazione di Lorenzo Lotto, o le Tre Grazie di Rubens al Prado, quella cinematografia di un girotondo, di più di un girotondo, che si muove e danza ancora»21.

Deblé, dunque, lavora con ostinazione, «ma questo lavoro è anche un gioco»22. La sua speranza resta forse quella che Narciso, il Pittore, esca per un attimo dal suo narcisismo, fosse pure in extremis, «nel momento di dire “Addio” […], come se avesse non soltanto ascoltato la dichiarazione di Eco, ma compreso la sua lezione»23. Qui, tuttavia, l’interpretazione del mito offerta da Derrida si rivela fuorviante per ottimismo, poiché in verità, nelle Metamorfosi, il bel giovane dice addio alla propria immagine riflessa, mentre Eco ripete l’esclamazione rivolgendosi a lui: «Le ultime parole che egli pronunciò, tornando a guardare ancora una volta nell’acqua, furono: “Ah, fanciullo invano amato!” e il luogo gli rinviò altrettante parole. E quando disse “Addio!”, anche Eco disse “Addio!”. Reclinò il capo stanco sull’erba verde. La morte buia chiuse quegli occhi che ancora ammiravano la forma del loro padrone. Anche dopo, quando fu accolto nella sede infernale, continuava a contemplarsi nell’acqua dello Stige»24. Derrida era stato più cauto in un’altra occasione, quando aveva dichiarato che «nell’esperienza della morte stessa – ammesso che sia un’esperienza – il narcisismo non abdica assolutamente»25. Ma il poeta latino, dimostrandosi in ciò ancor più saggio del filosofo, ci fa comprendere che il narcisismo dell’uomo (e in special modo dell’artista) continuerebbe a sussistere, se fosse possibile, persino dopo la morte.

1 Tra i suoi vari testi sull’argomento possiamo ricordare ad esempio Chorégraphies (1982) e Voice II (1985), entrambi in J. Derrida, Points de suspension. Entretiens, Paris, Galilée, 1992, pp. 95-115 e 167-181.

2 C. Deblé, Lumière de l’air, Creil-Paris, Dumerchez-L’Arbre Voyageur, 1993.

3 J. Derrida, quarta di copertina, ibidem. Cfr. Sigmund Freud, Introduzione al narcisismo (1914), tr. it. in Opere, vol. 7, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp. 439-472.

4 Il testo si legge ora, col titolo Prégnances. Sur quatre lavis de Colette Deblé, in J. Derrida, Penser à ne pas voir. Écrits sur les arts du visible 1979-2004, Paris, Éditions de la Différence, 2013, pp. 167-178 (tr. it. Pensare al non vedere. Scritti sulle arti del visibile 1979-2004, Milano, Jaca Book, 2016, pp. 185-197).

5 J. Derrida, Prégnances. Quatre lavis de Colette Deblé, s. l. [Roubaix], Brandes, 1993.

6 C. Deblé, L’en-deça, foglio incluso ibidem.

7 J. Derrida, Prégnances. Lavis de Colette Deblé. Peintures, Mont-de-Marsan, L’Atelier des Brisants, 2004. Sull’opera dell’artista in generale, cfr. ad esempio Jean-Luc Chalumeau, Colette Deblé, Paris, Éditions Cercle d’Art, 2002.

8 Prégnances. Sur quatre lavis de Colette Deblé, cit., p. 168 (tr. it. p. 186).

9 Ibid., p. 169 (tr. it. p. 187).

10 Ibid., p. 170 (tr. it. p. 188). Per quest’idea di una tendenziosa appropriazione della donna da parte dell’uomo, pronto anche a farne un’immagine della verità, nuda o velata, vicina o tenuta a distanza, occorre tener presente un importante saggio derridiano, Éperons. Les styles de Nietzsche, Venezia, Corbo e Fiore, 1976; Paris, Flammarion, 1978 (tr. it. Sproni. Gli stili di Nietzsche, Milano, Adelphi, 1991).

11 Prégnances. Sur quatre lavis de Colette Deblé, cit., p. 170 (tr. it. p. 188).

12 Ibid., p. 172 (tr. it. p. 190).

13 Per l’intera storia di Narciso ed Eco, cfr. Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, III, vv. 339-510 (tr. it. Torino, Einaudi, 1979; 1994, pp. 109-117).

14 Prégnances. Sur quatre lavis de Colette Deblé, cit., pp. 172-173 (tr. it. p. 191).

15 Metamorfosi, III, vv. 375-387, tr. it. p. 111.

16 Di Derrida, cfr. À force de deuil (1993), in Chaque fois unique, la fin du monde, Paris, Galilée, 2003, p. 204 (tr. it. A forza di lutto, in Ogni volta unica, la fine del mondo, Milano, Jaca Book, 2005, p. 182), Avant-propos. Veni, in Voyous. Deux essais sur la raison, Paris, Galilée, 2003, pp. 10-11 (tr. it. Prefazione. Veni, in Stati canaglia. Due saggi sulla ragione, Milano, Cortina, 2003, pp. 10-11), e anche una sequenza di Derrida, film del 2002 di Kirby Dick e Amy Ziering Kofman (poi in DVD, Paris, Blaq Out, 2007), sequenza visibile anche separatamente al link: https://www.youtube.com/watch?v=ya46wfeWqJk.

17 Lumière de l’air, cit., p. 34.

18 Prégnances. Sur quatre lavis de Colette Deblé, cit., pp. 174-175 (tr. it. pp. 192-193).

19 Ibid., p. 175 (tr. it. p. 193).

20 Ibid., p. 176 (tr. it. p. 194).

21 Ibid., p. 177 (tr. it. p. 195).

22 Ibid., p. 178 (tr. it. p. 196).

23 Ibidem (tr. it. p. 197).

24 Metamorfosi, III, vv. 499-505, tr. it. p. 117.

25 «Il n’y a pas le narcissisme» (autobiophotographies) (1986), in Points de suspension, cit., p. 213.

Colette Deblé