“Chi cade nella lettura del tuo libro non si trova a leggerlo parola per parola ma vaga dentro l’interminabile frammento del tuo corpo-mente che travasa linguaggi… Il concetto stesso di “scrittura” cambia, mentre scorro i tuoi versi e condivido il tuo “essere”… Sei determinato a costruire i tuoi libri unici di cui sei nomade, i tuoi personali deserti. Chi ti legge veramente ha “il buio come compagno di banco” e diventa tuo amico per sempre”, Queste sono parole tratte da Per le macchine del diluvio di Stefano Massari di Marco Ercolani. Se Stefano Massari l’avesse letto prima del gennaio 2022 (“Laboratori Poesia. Una domanda al poeta: Stefano Massari”), forse non avrebbe scritto: “Devo risalire al momento sorgivo, restargli fedele…devo costringere e convincere ogni elemento di questo corpo che dovrà sempre obbedire solo all’urto iniziale, consapevole che entrambi saremo sconfitti e traditi nel momento stesso in cui, divenuto testo, si consegnerà all’esperienza dell’altro da sé, all’esperienza del reale. Ed è necessario che succeda, è vincolante -inevitabile- giusto”. Certo, il rischio della sconfitta e del tradimento esiste ma esiste anche la possibilità che, come dice Ercolani, proprio il sigillo, “il profilo di enigmi e di catastrofi personali e collettive” dello scrivente, produca in chi legge la “cognizione di quello stesso dolore, la folle partecipazione a una comune speranza”. Qui qualcosa è avvenuto: il mondo ha risposto, il sogno che il poeta aveva potuto manifestare solo attraverso il suo negativo, si è avverato. Ma qui chi scrive è Massari, chi legge è Ercolani. Ho sempre pensato che la poesia sia per la parola quello che per la comunicazione è l’empatia. È la parte magica della parola, quella che permette ad una creatura dotata di vista di far percepire ad un nato non vedente che cos’è una rosa al di là del suo profumo. Questo accade se la poesia si apre alla vita e non si ritorce su sé stessa. La poesia-parola è per l’altro, “accade”, come dice Massari, in modo compiuto solo dopo che, nel suo viaggio nel mondo, è incappata in sconfitte e tradimenti o in amicizie imperiture. Che cosa sposta l’ago della bilancia da un estremo all’altro? Incontri come quello che viene descritto su Scritture – Marco Ercolani (art.blog) richiedono consonanze e le consonanze richiedono affinità. Qui stiamo parlando di linguaggio e più precisamente di linguaggio poetico. Esso è il luogo principe della simbolizzazione e della sublimazione, quella capacità dell’essere umano di rappresentare idee, conflitti e quant’altro lo abiti, attraverso oggetti sostitutivi staccandosi così (con un innalzamento socialmente pregevole) dal rapporto più primitivo con i suoi oggetti reali esterni o interni, attuali o storici. La capacità di simbolizzazione non è la stessa in tutti gli individui e dipende in parte da una dotazione innata e in parte dalla storia di ognuno. I livelli di simbolizzazione possiamo rappresentarceli come piani paralleli che intersecano a diverse altezze una piramide. L’area dell’intersecazione si riduce ovviamente man mano che dalla base si sale al vertice. L’ipotesi è che ogni opera poetica si posizioni ad un preciso livello accessibile ad un numero sempre minore di individui man mano che la capacità di simbolizzazione aumenta fino al paradosso dell’apice. Qui il linguaggio a furia di rastremarsi diventa idiosincratico. All’estremo opposto abbiamo il minimo di simbolizzazione che coincide con il gesto, il suono, il contatto ma non in senso metaforico, proprio con tatto del tatto, validi per tutti tanto da travalicare il linguaggio verbale e renderlo superfluo. Gli estremi della capacità di simbolizzare (al massimo, al minimo) si incontrano sulla mancanza di intenzionalità comunicativa della parola. In entrambi, quindi, la poesia non può “accadere”. È la sfasatura tra i piani occupati da autore e lettore che determina “sconfitte e tradimenti”? Ed è la coincidenza che promuove consonanze? Mi sono spesso domandata se chi scrive poesia si ponga questo dilemma e mi sono domandata anche se sia giusto che se lo ponga.
Forse è più giusto invece che chi scrive punti esclusivamente a raggiungere lo “scatto indimenticabile” di cui ci ha parlato Angelo Lumelli in un recente incontro. “Il verso è una cosa così rara, distillata, impudente che ti colpisce la mente e il cuore in un lampo. Uno scatto indimenticabile”. L’autore, quindi, in ascolto di se stesso, del suo vibrare fino alla luce bianca, sospeso su di un istante che, per restare indimenticabile, deve dimenticarsi del destino che avrà nel mondo. Forse devo rassegnarmi ad ammettere che l’arte è, come la grazia, un dono tra due solitudini. (Non c’è scambio nella grazia.) Se è così, l’arte sorpassa il condivisibile così come in S.Agostino (Angelo Lumelli “La porta girevole dell’hotel Excelsior” in Le poesie) la santità superava la poesia.
New Press Edizioni, 2022, collana Il Cappellaio Matto, diretta da Vincenzo Guarracino
Angela Passarello, con POEMA RUPE, crea una struttura arcaica dove domina la “grammatica dell’anomalia” (Lumelli). Il poema, suddiviso in tre sezioni, Trizzeri, Scacciamalocchio e figure del paesaggio e Girgenti, è preceduto da una prefazione di Angelo Lumelli, “Poema rupe: il verbo fossile e i suoi monumenti.. Il poema di Passarello è una sequenza musicale priva dii sviluppi, un “ricercare” ribattuto sullo stessa nota, un aggregato minerale di parole mai smosso dalla dinamica sintattica del verbo. Poema Rupe è un’apparizione di parole che si depositano nella descrizione mai descrittiva della Rupe, declinata ora nello stile dell’epos antico, ora nei lacerti del dialetto siculo, ora nella ferrea fissità dell’epigramma, come una Montagna Sainte-Victoire scavata nello sguardo attonito di un impassibile Cézanne. Come annota Lumelli nella sua prefazione: “Angela Passarello utilizza lo stile formulare come una retrocessione del linguaggio fino a ridosso della cosa”. Libro che turba per la sua natura petrosa e refrattaria, monumento ignoto che “per alchimia mentale lavora a porte aperte” (Insana), POEMA RUPE, fitta di epiteti, neologismi e visioni indocili al linguaggio, non è un oggetto che si dimentica: è materia-tumulto raggrumata in parole rituali. “La Rupe si staglia nell’immaginario con un che di epico, cui la lingua da’ forza con i suoi rituali espressivi, con la magia della formularità dei nomi; quasi a dire l’incombenza e la ciclicità della fatica dei tempi e delle stagioni cui uomini e animali non possono sottrarsi” (Vincenzo Guarracino). Di questo libro materico e selvatico resta l’immagine potente di un animale ferito: «nella mattanza il pescespada assediato / come un Don Chisciotte / puntava la sua arma / verso un’infinità accecante”.
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Rupe della creta originata dalle acque
scorriviscere terrestri
plasmata nella forma dalle mani
che ne ravvivano la durata
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Rupe nell’antro di Atena
sui vasi torniati con refrattarie argille
sgrovigliamito con facce di lune
mappate tra le preistoriche felci
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Rupe accarezza silenzio dei morti
nel fruscio la cima del pino
come un angelo chino
sul marmo del riposo perpetuo
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Rupe delle lingue turistiche spezzate
con gesti smorfialabbra la parola
sulla bocca decifrata
con le dita della mano in movimento
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Rupe della primaria conoscenza
con la maestra lettrice di Pinocchio
il burattino diventato bambino
vestito di pane con mollica di lusso
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Rupe dei cantastorie con l’omerica lingua orale
simulata dalla voce
nella circonferenza della piazza
con sagome di eroi vinti e dèi vincitori
Angela Passarello nasce ad Agrigento e vive a Milano. Cofondatrice della rivista “Il Monte Analogo”, ha collaborato con “La mosca di Milano”. Tra le sue opere: Asina pazza, La Carne dell’Angelo, Ananta delle voci bianche, Piano Argento, Bestie sulla scena, Pani scrittu. Parte della sua opera pittorica è stata esposta, nel 2019, alle Vetrine della Libreria delle Donne di Milano e alla Fondazione Mudima.
Ho scritto (e continuo a scrivere) Sentinella non per inventare aforismi sulla poesia ma per modulare una costellazione di frammenti sul nomadismo dell’atto creativo. Sentinella é un libro dove niente è poesia e niente è prosa: le frasi si susseguono e si inseguono come a cercare a una fine, ma ogni fine svela sempre un nuovo inizio. Rileggo Sentinella come se non lo avessi mai scritto, come il libro interminabile che sto sempre scrivendo, come la non compiuta scrittura che, compiuta, annullerebbe il senso della mia opera. Sentinella rifugge la letteralità delle scene che descrive. Non ha una mèta a cui arrivare. Custodisce le macerie del vivente come una storia in atto che puntualmente reincontra la sua rovina. Sentinella è un testo dettato, non affannoso. Nessun io vi riversa luce o vi proietta ombre. La scrittura prosegue nel foglio come una sola sequenza che non tende a un tema e non aspira a un suono.
Ogni riga è l’intero libro. Evoca un tono solo, come un Ricercare di Frescobaldi dalla lunghezza ostinata e imprevedibile.
Sentinella è un libro che non può essere né pensato né costruito. Chiama.
In Sentinella non esistono poesie munite di inizio e di fine ma frammenti lirici di un “pensiero girovago” che circuisce una sola necessità: scrivere oltre.
Giuseppe Zuccarino osserva, parlando della luce ustoria in Sentinella: “…ci imbattiamo qui in una particolare, e talvolta crudele, insistenza della luce. Scriveva Kafka nei suoi diari: ‘L’arte è un essere abbagliati dalla verità. Di vero non c’è altro che la luce proiettata sul viso, che arretra in una smorfia di sbigottimento’. Pur senza riprendere, come lo scrittore praghese, la tradizionale associazione tra la luce e la verità, Ercolani trova accenti molto simili ai suoi: ‘L’arte è uno stato di esposizione alla luce, un acuto scorticarsi, un perenne stordimento a cui dare voce con parole frantumate ed esatte'”.
“Ho bisogno/ d’essere potata/ come un albero/ dai rami secchi/ di ricordi/ inutili./ E solo così/ dal nudo tronco/ risorgeranno/ verdi/ rinvigorite/ braccia verso/ il cielo”. Così scrive Angela Maria Zucchetti in Appena ho tempo, ultima sua raccolta pubblicata per i tipi di Campanotto. Un minimalismo quello di Angela Maria Zucchetti che, come sottolinea Peter Carravetta nella sua postfazione, subito svela la sua massima espressività. E al contempo, aggiungiamo noi, condensa un atto poetico in cui la parola viene totalmente abitata nel suo sguardo e nella sua misurabilità. Un abitare che qui equivale ad un venire al mondo e che ha la sua culminazione quando l’io si dischiude nella parola perché solo così i lineamenti della parola e dell’io possono diventare un unico paesaggio, un’unica storia, un unico topos. Un evento, questo, che coincide con l’annullamento della differenza tra l’essenza-io e l’essenza-parola. E anche con l’annullamento del transito parola/io. Un duplice annullamento, dunque, il cui effetto è quello di eliminare ogni scarto o aporia tra l’io e la parola. Una rimozione, anche, di ogni alterità o sdoppiamento che si traduce poi in un linguaggio da cui si generano concise figure di illuminazione e aperture improvvise.
Un paradosso l’annullamento che genera un linguaggio fatto di illuminazioni e aperture? No quando l’annullamento è metafisica che fa coincidere essenze (lo ripetiamo, quella dell’io e della parola) mettendo così Angela Maria Zucchetti in strettissima relazione con l’oltranza, con ciò che ci trascende.
“La primavera/ mi sta riproponendo / la sua ʻResurrezioneʼ,// Ed io/ ricomincio a/ riprovarne/ il peso”. Un’osmosi che è diretta conseguenza dell’annullamento e della strettissima relazione che Angela Maria Zucchetti intreccia con l’oltre, Eterno o Tempo che sia, arrivando a rivelare e a mostrarci tutto il tessuto dell’esistenza. Un’intimità profonda che per la sua portata sconfina nello splendore, intendendo per splendore il far risplendere la parola e la sostanza, ossia ogni raggio di ombra o luce, di cui è costituita la nostra coscienza.
Ecco, illuminare. Far risplendere. I termini chiave di Appena ho tempo. Un illuminare e un far risplendere possibile solo ad una condizione, ossia perseguendo con tenacia quel minimalismo su cui si fondano tutti i testi di Appena ho tempo. Solo, infatti, stando in questa logica si può far dischiudere la parola/io mostrandone la sua consistenza e bellezza, vivendone origine e essenza, in e con uno slancio di integrale pienezza: “Colorerò/ ciliegie di rosso/ più forte/ del colore delle/ciliegie./ Perché sia di/ sangue/ questo mio sentimento,/ perché sia di/fuoco questo/ pensiero assiduo,/perché sia// passione/questo mio/ viverti”.
Silvia Comoglio
Angela Maria Zucchetti nasce nel 1953 a Rovato (BS). Nel 1995, nella rivista di estetica “Il Cobold” diretta da Ettore Bonessio di Terzet, appare una sua raccolta di 28 liriche. Nel 1997 le Edizioni Campanotto pubblicano Nata coi tacchi e nel 2010 le liriche di Sia fatta la tua voluttà. Nel 2014, con la Compagnia della Stampa, esce il volume Seriamente Finti / Fintamente Seri (con disegni di Paolo Belotti). Nel 2018, sempre con Campanotto, pubblica I Lasa Hapso Non Si Vendono e nel 2022 Appena ho tempo. Numerose le poesie visive presenti in collezioni e musei d’arte contemporanea.
Oltre che facondissimo scrittore, Marco Ercolani è (stato) uno psichiatra (il participio fra parentesi non significa che è morto, ma, testiculis tactis, che è andato in pensione). Da sempre, però, alla sua prosa creativa non corrisponde la voce impostata di uno psichiatra, ma, si direbbe, quella di un parapsicologo che parli sotto inquieta dettatura nel corso di una seduta medianica in cui lo spirito evocato… può essere chiunque. Beninteso, purché quel chiunque sia un uomo tormentato – o a volte addirittura dilaniato nel sottosuolo della sua coscienza, che il sensitivo medium ercolaniano “cattura” in qualche non-tempo della storia e trascina nel flusso etereo della sua visione – per ricomporla, frammento su frammento, nell’interminabile casa di parole piena d”anime che chiama a raccontarsi sulla carta. Tramite il suo ultratrentennale tirocinio in più libri, e centinaia di voci, nella sua scrittura, fatta, per lo più, di segmenti eterogenei, Ercolani ha cercato interferenze e associazioni con l’urgenza inflessibile di un’ossessione, per far circolare una linfa impersonale. E lo ha fatto replicando in molteplici fogge una parola neutra, una parola-riverbero di una presupposta mescolanza autoriale, dove l’io parlante non parla mai per sé anche quando parla di sé, perché quel “sé” è già il “resto” del suo destino, per così dire, e l’io scrivente ha sempre il profilo di un intruso a malapena tollerato.
Ora con questo 14 luglio 1929. Due lettere a Freud Ercolani offre un iperbolico esempio dell’ampiezza del cerchio metapsichico che va tracciando col suo interminabile gesto di frantumazione dell’io, e, di riflesso, della duttilità stilistica che gli consente la sua vocazione apocrifa, e si doppia. Scegliendo di immedesimarsi in due alter ego numinosi: Hugo con Hofmannsthal e Arthur Schnitzler, che coglie “per analogia” in un medesimo punto di massima crisi esistenziale – l’elaborata elaborazione del lutto per il suicidio dei figli Franz (von Hofmannsthal) e Lili (Schnitzler Cappellini) – disegnando davanti ai nostri occhi due parabole interiori diversissime eppure disperatamente convergenti nel “terzo” psicopompo Sigmund Freud, a un tempo deus ex machina e convitato di pietra nel singolare passo a due fra gli scrittori. Giacché, nella finzione del libro, è proprio il padre della psicanalisi il destinatario dei pensieri che Hofmannsthal gli avrebbe affidato in una lunga lettera di 50 pagine, il giorno dopo la morte di Franz, appunto il 14 luglio 1929 evocato nel titolo, e dei 30 racconti in forma di sogno che Schnitzler gli avrebbe raccontato, per iscritto, pochi giorni dopo.
In 14 luglio 1929 ogni blocco testuale è una scossa dei nervi, e fa breccia verso una zona d’ombra della psiche. Ercolani sa rendere credibile l’improbabile, e, a furia di invenzioni, coltiva con coerenza l’hortus apertus di una fantasmatica logopedia, che mette in pratica un salutare principio di pluralità della parola applicata alla scienza dell’anima.
Mario Benedetti, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 2017
«Sei solo mani, a volte, / annodate a una parte tesa della mia pelle. // Solo bocca, aperta dal sorriso, / aperta dove non mi vedi piangere o sorridere, // nel tremito forte dove ascolti forse / una musica sognata insieme». Ogni poeta condivide lo stesso destino: circoscrivere la sua “musica sognata” dentro uno schema di parole, opponendo al silenzio del dissolvimento le tracce inequivocabili della sua presenza, il lavoro ossessivo al tema prescelto. Come osserva Danilo Kiš: «E tutto ciò che sopravvive al nulla è una piccola, vana vittoria sull’eternità del nulla». Così Mario Benedetti descrive l’”essere” delle parole contro il “divenire” della vita che muore. Se ogni poeta cerca la sua voce per soggettivarsi dal nulla, la sua voce deve però sottrarsi alla cifra dell’individuazione perché “tormentata dall’infinito”, come il Bardamu celiniano del Viaggio al termine della notte. «Sai l’odore / dove richiamata corri. Sempre. // Infinite mattine, infinite notti. / Va dolce il nulla, // il dolcissimo nulla». Il lessico prosciugato di Benedetti ci scaglia addosso una malinconia senza speranza: «Mondo non mondo, mio mondo nero».
Il progetto reale della poesia è sempre minare, alla base, ogni edificio letterario che voglia fondare la sua esistenza su qualcosa di estraneo alle sue forme. La scrittura poetica, nel momento in cui cerca di tradurre l’invisibilità in forme, non fa che aggiungere nebbia a nebbia, pur rispettando i contorni del paesaggio. È il contrario di uno schermo in cui giocare le possibilità combinatorie dell’immaginazione: è superficie opaca, increspata, isola emersa e sommersa. Non aggiunge niente al mondo: vuole dislocarlo, deformarlo, deviarlo. «Io non ho più niente di me. / Respiro la fatica della stanza a stare / dove gli uomini non sono più. / Io che sono qualcos’altro: distanza dalla vita». Dalla vita, ma non dalle parole. Il poeta, scrivendo, si pone in agguato. Sorveglia, capta vibrazioni sonore, risonanze particolari. Aspetta che la parola lo raggiunga, come una preda il cacciatore, per afferrarla; e appena ce l’ha tra le mani, prende tempo, la osserva, prima di intuire una vaga somiglianza fra il suo occhio atterrito e il proprio occhio attento: quindi la lascia libera. È solo in quel momento che può scrivere del suo incontro con lei. La verità è nell’attimo magico della risonanza che genera l’effetto, nell’incontro fra l’oggetto che sfugge e la mano che cerca di tracciarne il contorno. Nessun poeta possiede le parole. Sono loro a possederlo. lui è voce tra le voci, disseminata in intrecci, polifonie, mescolanze, tracce. Il poeta non può trovare la sua originalità che nelle variazioni di queste tracce, ripetendo la stessa frase come un attore che, ogni sera, intona il monologo preferito con vibrazioni sempre diverse, perché l’arte è la litania della stessa intonazione. Il poeta usa «le parole da sempre, ma come se venissero da un altro mondo» (Chees Nooteboom). E Benedetti, in controcanto: «Quello che resta, dopo avere parlato, c’è».
Mario Benedetti
Alcune esperienze della poesia contemporanea rappresentano la volontà di inventare, con le parole dell’alfabeto, costruzioni fantasmatiche di perentoria nitidezza, dove l’oggetto poetico è la percezione verbale che l’ha pensato e determinato.«Quanto posto da dire, da pensare, / a tastoni. A stento. Nulla // esausto. Fuori materia. / Cosciente materia. Metà estasi». Le forme grammaticali sono spie di una prospettiva del mondo che, attraverso la combinazione delle parole in quelle forme, accede a un’originalità rifondante. Il testo poetico esiste e resiste, non tanto perché ricama l’ennesima variazione sul nulla, ma in quanto individua, ai margini dell’indescrivibile malinconia, un necessario accordo di parole. «Da Mimnermo le poesie, la stanchezza dell’età. / Dalla vita l’Ade che non c’è, il non risvegliarsi più. / Inerte il sonno che già sai. Inerti nella polvere / a poco a poco le carni, le belle dita, i neri capelli. / Nessuna immagine o parola, o disperato mondo».
Il poeta intraprende un lungo viaggio per tornare al centro di se stesso: che è abitare le parole vive contro il morire della vita. Le parole sono le sole tracce del suo passaggio terreno. Solo attraverso di esse, in modi lievi e diversi, può fingersi immortale. La magica sincronicità è questo contrasto insanabile, tra vita e morte, che solo le parole hanno il potere non di guarire ma di lenire. «Io, le mie scarpe, le risa le travi dove? / sono qui i morti? Sono qui?». Scrivere è sentire qualcosa di più “grande” di noi, che ci ammutolisce ma di cui dobbiamo fare parola, perché il non fare parola è la morte reale, perché è il fare parola è la finzione della nostra immortalità, l’azzardo contro la caducità, l’apertura al sogno. La poesia è rivelazione di parole scaturita dalle parole. Dentro quel tessuto verbale, saldo anche se evanescente, vibra un alone psichico dove si addensano percezioni, epifanie, catastrofi; si dissolve e riforma ogni volta il mondo e non si può mai pronunciare la parola giusta che lo definisca, quella parola che esita e si contraddice, o troppo tanto o troppo poco, viva nell’eccesso o nell’afasia. Scrive Roland Barthes, nelle sue Leçons: «La letteratura […] sta dalla parte del mal dire, del troppo e del troppo poco, della lacuna o della ridondanza, del troppo presto o del troppo tardi, del doppio senso e del controtempo». La poesia di Benedetti, afasica, balbettante, come intrappolata, è in questo non lontana dal pensiero di Barthes; si espone nel suo difetto e nella sua inadeguatezza, che per ogni poeta è cifra intraducibile della propria navigazione del mondo e nel mondo, l’accordo enarmonico tra forma poetica e tensione di un destino. «E la casa mi volava via nel prendere sonno». Versi atoni e rassegnati della sua “tersa morte” descrivono un umano che si dissolve. «I muscoli delle spalle. / Io. Uno. Tu. // È presenza. / Ricordo. Dormi sognante // primavera estate autunno, / da questi lunghi secoli». Anche se l’arte è ancora un fremito, un sospiro: «Cezanne, Montagne Sainte-Victoire. / Cezanne, Sentiero fra le rocce. // Aria».
Danielle Jacqui è famosa come artista di Art Brut (detta anche “Art singulier” o “Outsider Art”) e non solo nel Sud della Francia. Basta guardare i suoi tanti siti web. Non lo sapevo finché un’amica mi ha suggerito di andare a visitare questa sua Maison a Pont-de-l’Etoile, a Rocquevaire, 30 km.da Marsiglia. Ecco il piccolo ponte romantico e al di là una facciata tutta colorata – non si vede altro – di una casa. Ma è una casa o una specie di pannello tessuto o quinta mozzafiato di un teatro infantile e fantastico? Lo stupore aumenta, man mano che ci avviciniamo. L’ubicazione è scomoda, davanti ci passa una strada che s’incrocia con quella del ponte e le macchine ci sfrecciano tra i piedi, per fortuna non molte. Comincio a fotografare in una sorta di raptus, non credo ai miei occhi. Confesso di non nutrire un trasporto particolare per l’Art brut (ma ringrazio mille volte Jean Dubuffet che se ne è occupato per il primo, artefice di quel Museo emozionante che si trova a Losanna) e neppure posso dire di conoscerne i diversi aspetti, ma quest’opera supera ogni immaginazione: i mosaici e le ceramiche che ricoprono letteralmente la casa sono sculture a sbalzo di una violenza cromatica tra sogno e incubo, senza interruzione, come fatti d’un solo fiato, ed è così anche per il basso muro che si trova poco lontano: un graffito come un continuum, impietoso per chi intende osservarne con un minimo d’attenzione i particolari. No, non esiste un frammento che non sia dipinto, non si può fare entrare nulla dall’esterno. Casa e muro sono tutti incastonati di specchi e specchietti, pietre scintillanti, conchiglie e bottoni, le loro figure fantastiche e grottesche sembrano carte da gioco, icone deformate tra il folle e il gioioso. Ad un tratto lei, Danielle, è lì. Scende giù dalla strada e si ferma davanti alla porta: un’anziana signora ancora bella e truccata che regge un sacco della spesa piena di verdure seguita da un uomo sudato con la lingua di fuori – cicisbeo, amante, uomo di fatica, accompagnatore – che ne regge due e sembrano pesantissime. “Madame Jacqui?”. “Oui, c’est moi”. E, gentilissima, sorridente, ci fa pure entrare, e lo stupore continua perché tutto, ma proprio tutto, compreso ogni elemento dell’arredamento come mobili, armadi e sedie, è ceramica e mosaico dipinto, vetro, intarsi di ogni genere, e tutto è stravolto, magnifico e orrendo allo stesso tempo. “Venez voir le jardin” – dice lei, invitante e tenera, e io mi trovo prima a salire una scala in ceramica blu che evoca un dipinto tridimensionale, poi affioro in un ambiente ristretto, senz’aria, dove al centro di quel delirio musivo domina un’uccelliera vuota. Mi chiedo dentro quale fiaba sono capitata. In quale stregata trappola. Si, la strega è lei, dolcissima, un attimo prima di avventarsi su Hänsel e Gretel… Penso che in Francia ci sono diversi esempi di questa art brut architettonica. Subito mi viene in mente Raymond Picassiette che a Chartres, dove abitava, in un lavoro incessante e ossessivo durato una trentina d’anni decora tutta la sua casa di cocci di ogni tipo: vetro e piatti (il nome Picassiette deriva da una fusione dei nomi Picasso e assiette che significa piatto) e vasellame vario. I cocci li andava a cercare dappertutto, specie nei bidoni dei rifiuti. Incastonati nei muri, ripetono anche il profilo della cattedrale reale. È l’unico, fra i tanti, di cui conoscevo l’esistenza, forse perché ho letto il bel libro di Edgardo Franzosini che ne racconta la storia.
Tornati a casa, la stessa amica che ci aveva spinto a visitare la Maison de celle qui peint ci impresta il volume, anche lui splendido e mostruoso (pesa 2 chili) intitolato Mondes Imaginaires. E da lì, limitandomi a cercare solo gli architetti-decoratori di case fantastiche, tralasciando gli altri – a cominciare dagli architetti di giardini, e circoscrivendo l’attenzione ai soli artisti francesi e italiani – ammiro, strabiliata, le immagini grandiose del libro monstrum. Dal ceramista Jean Linard, anche lui con la sua Cathédrale costruita accanto alla sua casa, alla Demeure aux figures di Roland Dutel, ex falegname maestro in assemblaggio di materiali di recupero, al più famoso Ben Vautier di Nizza, artista più concettuale che brut, che spesso è ospite di una galleria d’arte di Genova e invia mails interminabili in pseudorime alla Maison de la vaisselle cassée (Casa dei piatti rotti) di Robert Vasseur, fino al celebre postino Ferdinand Cheval che, due secoli fa, con il suo Palais Idéal, presso Lione, ricopre un’area vastissima con la visione di un’architettura monumentale ed esotizzante, evocativa dell’India e della Birmania, e anche della Sagrada Familia di Gaudì – tutta in pietra, conchiglie e fossili. I Surrealisti ne erano affascinati. (Altrettanto affascinati saranno stati, immagino, dal Bosco sacro di Bomarzo, una sorta di precursore, nel XVI secolo, dei giardini-iniziatici con statue fantastiche, fino quello di Villa Palagonia a Bagheria, presso Palermo).
Palais Ideal
Filippo di Bentivegna, Castello incantato
Ma tornando al postino Cheval, il suo Palais Idéal è talmente un’opera gigantesca che mi gira la testa e chiudo il libro non prima di aver dato almeno un’occhiata a due italiani, Giovanni Cammarata e la sua Casa del Cavaliere a Messina, e il Castello Incantato di Filippo Bentivegna di Sciacca, sorta di eremita, morto nel 1967, scultore di diverse centinaia di teste di pietra che rivestono i muretti della sua piccola proprietà e gli interni della sua grotta-abitazione. Pensando che sono anni che, con mio marito, mi riprometto di fare una visita al Parco dei Tarocchi di Nicki de Saint Phalle, vicino a Capalbio, nota per i suoi 22 enormi personaggi degli Arcani Maggiori.
Questa gente, che porta avanti la sua espressività “diversa” e irregolare, è folle solo a metà. Trovano nell’arte la terapia ai propri disturbi psichici, esternando il mondo interno come specchio di angosce e desideri, e proponendoli in una dimensione contraddittoriamente gioiosa, sublimata. Il loro gesto artistico è la copertura totale del mondo, con quella bellezza inventata che il grigio, drammatico quotidiano gli oppone sempre come realtà da cancellare: un gesto di assoluta onnipotenza. (Mentre, commerciando le loro opere, i mercanti d’arte fanno affari d’oro, “curando” così la loro patologica e altrettanto onnipotente avidità). Almeno queste solide case di calce non possono essere vendute, sono già o diventeranno “beni pubblici” appartenenti al territorio in cui sono ubicate.
Madame Jacqui, lei, non mi sembra per nulla matta. Solo un po’ allucinata, come più o meno tutti gli artisti. Ha iniziato la sua carriera come ricamatrice. Poi ha trasposto i suoi ricami in pittura e di lì nel cemento musivo e graffitato. È molto consapevole della sua arte e della sua fama. Infatti ci invita a visitare anche il suo atelier a Aubagne, ci parla del grandioso progetto di decorarne l’intera stazione ferroviaria e suggerisce di recarci a Nizza, dove espone in un museo della stessa città.
La immagino con lo scalpello in mano, mentre crea le sue figure, pronte a piombarci addosso come angeli arpionanti, quello scalpello che, chissà, per una bella donna mite quanto vuole farci credere di essere, potrebbe scivolarle dalle mani, in un attimo di distrazione, finendo sulla testa di qualche presunto nemico: poi, con soave disinvoltura, incastrarlo nel muro, farlo diventare una delle sue tante figure “altre”, nel suo inquietante paradiso di morti viventi.
Ho visto con certezza che esiste tutta una popolazione di figure precise che abitano i nostri sogni e che i visionari o gli affetti da ossessioni possono a volte penetrare (Enzo Fabbrucci)
Demone che dorme
Eleva architetture di sabbia nel deserto, ma ogni notte il vento annulla gli spazi che ha appena creato; e ogni notte lui grida, cercando di ricostruire la casa, la salvezza. Ma non c’è salvezza. Sedere su uno scoglio e gettare pietre contro la propria ombra: ecco l’arte. Rischiare la vita per crearne un’altra, che sarà sempre impossibile. Vivere da sonnambuli, mentre un filo d’acqua ci bagna i piedi, sul terreno sassoso.
Quello che ha visto
Seguire strade trasversali, immerse nel buio, con la precisa sensazione di ricordare il volto anonimo e terribile elaborato in migliaia di incubi, e di non poterlo mai ricordare esattamente. Camminare sempre. Tornare. Chi torna è un resuscitato. Non è simile agli altri. E’ come se vivesse appartato, dentro la sua metafora, e non comprendesse come gli individui che lo circondano possano essere così sazi e tranquilli, così ben chiusi nei recinti del loro regno, quando tutto il mondo reale è una trama brulicante di apparizioni, di immagini, di fantasmi. Per vivere da individui normali è necessario essere ciechi e sordi alla percezione vera, che varca le soglie.
Uccello profeta
Chi non balza al momento giusto fuori dal nido, ci resta dentro, a riflettere sul balzo non compiuto, a contemplare l’oggetto perduto – se stesso librato in volo. Chi non balza al momento giusto, si trova compagno di molte anime non nate. Riflette con i morti. Ma è anche colui che reca ai vivi, così lontani da lui, la sostanza della loro stessa vita. Nascono, nelle crepe del marciapiede, nelle fessure del soffitto, nelle anse del fiume, teste rosse e bianche di uccelli-profeta, di misteriose e ammalianti sirene.
Uccello pesantissimo
Non deve dipingere soltanto ciò che vede davanti, ma anche ciò che vede dentro di sé. Ma se in sé non vede nulla, smetta pure di dipingere quanto vede. Non servirebbe a nulla. L’illusione dell’immagine può distrarre ma lo sguardo reale porta al tessuto, alla trama, alla sostanza vivente. Se il pittore scompone la corteccia di un albero ottiene linfa e non allegorie. Se dipinge il volto denuda le arterie della pelle. Se guarda la terra ne vede le combustioni profonde, i vapori sotterranei. Ogni superficie rimanda a una profondità che è impossibile percepire. E l’uccello, immobile e pesantissimo, fermo sul ramo di fronte a lui, sa tutto questo. Non si concede il volo. Con lui condivide la necessità di uno sguardo ostinato, fisso, senza palpebre.
Servo sciocco
All’inizio voleva dipingere paesaggi o schiene. Aveva sempre raffigurato gli altri sbozzandone le spalle e la nuca, salvaguardando il segreto del volto. Vedere una faccia – così pensava – era uccidere chi la possiede. Poi tutto cambiò. Capì, col passare dei giorni, che le schiene erano troppo opache, troppo cupe. Non gli servivano. Cominciò a provare un desiderio, sempre più irresistibile: essere guardato dagli esseri che dipingeva. E così nacquero le facce. Nacquero gli storpi, i matti, gli ubriachi – e cominciò a sentirsi fissato da figure che non avevano la fissità solenne dell’opera finita ma la mobilità sfuggente e stolida degli esseri vivi.
La Seppia
Il sogno dell’Animale Sommerso lui lo conosce bene: è una montagna luminosa, circondata di nuvole. Come vorrebbe realizzare il sogno del Grande Animale! Dipingere la montagna bianca nella tela bianca. Ora s accinge a farlo. Sente un vuoto sotto le costole, all’altezza del cuore – è una sensazione penosa ma forte, che garantisce forza al quadro. Aspetta. Non disegna quando vorrebbe, ma quando una voce glielo impone. Allora è l’inizio, a costo di non essere più in sé, preso da passione estrema. L’inizio del bellissimo sogno: la montagna bianca nel bianco. L’unica immagine notturna che aveva sempre sognato è una distesa piatta, un orizzonte grigio, una linea scura. Poteva essere la linea che delimita un oceano come un deserto. O la bava lasciata dall’animale. I sogni non hanno mai forme precise. Anche la visione non ha affatto bisogno di chi la continua a vedere.
Sorelle d’alga
Cos’è il bosco, per chi non ne sente gli odori? Il cielo, se non ne ascolti il vento? Gli incubi tormentosi, i capricci della mente, le immagini del delirio? Dove sono le nuvole? Da quale forma sommersa nasce il mondo reale? Sono foreste, arcipelaghi, cattedrali, ghiacciai, il gioco della matita sul foglio. E nuvole, che svelano trame, forme, racconti. Il visibile di cui è costretto a servirsi perché il mondo lo capisca, è una schiavitù desolante. Vorrebbe non usarlo più. Vorrebbe essere solo musica. Gli piacciono i ritmi, i rumori. E quando dipinge e pensa al regno delimitato dai suoi occhi, si trova a collocare strabiche e bradipi, ermafroditi e coccodrilli, gatti e farfalle, in un silenzio assoluto. Con la mente vaga fra un suono senza mondo e un mondo senza suono. Se il primo genera forme, il secondo provvede a cancellarle.
Gatto S.Leo
Il vento non riesce a piegarlo, la nebbia non ne cancella la forma. Resiste al gelo; è a suo agio nel buio; convive con le bufere. Albero freddo e severo, l’ontano. Ma talvolta la sua corteccia si fa di un rosso vivo, quasi simile al sangue. Tollera climi ostili, lasciando che il tempo passi. Considera il fragore delle foglie contro il vento l’unico suono possibile. Non cede. Sa aspettare. Essere come l’ontano, solitario ma fermo. Resistere. Ecco la nobile missione. Ma poi, mentre si aspetta con dignità e fermezza, d’improvviso il gatto spelacchiato entra nel tempio di soppiatto, si accosta all’acquasantiera, si arrampica, ci immerge le zampe. E tutto diventa strabico, sciocco, demente. L’ontano non ha più senso se quella cosa di peli e di ossa può, in piena notte, alla ricerca di acqua sacra, sgusciare nella rocca di S. Leo.
Bradipo
Un fantasma immobile e minuscolo nella spiaggia sconfinata, davanti all’orizzonte, davanti all’oceano, le nubi basse nel cielo, un grigio uniforme nell’aria, lo fa pensare a una serie di quadri dove la figura venga progressivamente sparendo, fino a cancellarsi del tutto. E dove, al centro del paesaggio, c’è un animale che cammina lentissimo, fissa l’aria con circospezione, sembra quasi fermo. Il suo nome – bradipo – evoca sensazioni di stregante lentezza.
Bambolina
Una pietra reale è segno di terremoti, eco di frane, anche se non ci sono più terremoti e non ci sono più frane. Anche se la pietra è lì, ferma, inconfondibile. A pensare questo problema ci si sente, all’improvviso, improvvisamente morti. Morti a quanto non potrà mai nascere mentre si crea qualcosa che adesso prende vita. Ogni artista, levigando la sua piccola opera, uccide il vortice di opere possibili che, proprio a causa di quella, non vedranno mai la luce. Quante piccole, deformi, non dipinte, non scritte, non narrate creature – quante bamboline grottesche!
Gattino barbone
Vede un’ombra, sente un suono, tocca del sangue, scruta una stella, percorre una strada. Ma la notte è sempre il luogo che strozza le cose e provoca nella materia torsioni che solo il fuoco avrebbe potuto produrre. In certi giorni rimpiange di non esistere nei prossimi secoli e di non poter vedere quanto accadrà. Forse l’arte sarà superflua e tutte le cose avranno questa torsione nel vuoto. Non sa prevederlo. Ma, poiché i morti non giacciono mai muti nella tomba, può darsi che l’artista parlerà ancora con la voce di qualcuno che detesta il silenzio del marmo e i vermi della terra, con la voce di chi lo invita a rispondere, in altri linguaggi, della sua vocazione ascetica e ossessiva. Ma è così diversa, quella vocazione, dal guizzo sinistro del gattino barbone, che sguscia dall’ombra e fila correndo sotto la luce enigmatica di un lampione verdastro?
Nello specchio retrovisore
Molti anni fa amava in modo particolare Francis Bacon: ma le distorsioni dei suoi corpi, ripetute ossessivamente con la stessa tecnica in simili formati, alla fine lo irritarono. Anche Paul Klee lo avrebbe annoiato, se non avesse scoperto che usava supporti diversissimi – pezzi di stoffa, carta da pacchi, colla, cotone, gesso, cartone – per esprimere le sue sempre identiche visioni. Scopre, col passare degli anni, che niente ha la misura del corpo umano. I suoi arti, come la sua testa, erano solo deboli e imperfetti strumenti per cogliere l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo, nello spazio.
Bella posa
Lo attrae, più di ogni altro gesto, quel singolare senso di capogiro che consiste nell’abbassare la nuca, ruotare gli occhi verso l’alto, lasciare la terra lontana, come un fondale invisibile. Allora il mondo non è più uguale, perché sparisce. Tutto appare silenzioso e vastissimo, e la felicità consiste non tanto nel guardare le stelle ma nello scoprirsi guardato da quei punti luminosi e lontani come una qualsiasi gibbosità del pianeta. Ci sono visioni che, per essere ben vissute, per intridersi di noi, esigono, da noi stessi, una perfetta cecità. Ci chiedono di non vederle nemmeno. Vederle è già un’offesa: la visione esige una popolazione di ciechi che ne sopporti le lunghe, intollerabili vibrazioni.
Guarda spesso l’oggetto – quel muro, ad esempio – ed è grande, piccolo, piatto, lontano, curvo, girato, confuso, leggero, pesante, duplicato, capovolto. Così accade per il suono dei movimenti umani – ora alto e basso, ora limpido e roco. Sente la pioggia che cade. Batte sui muri. E’ fresca ma lentissima. Copre il vetro, ma poi lo libera. E in quei momenti il vetro non è più martellato dalle gocce, ma è una grande oasi di luce, con quel sordo crepitìo che non smette di picchiettare, di tormentare il cristallo.
Fissa la crepa nel muro. Elabora un lentissimo rituale. Immagina, da quella crepa, un raggio di luce che si muove, serpeggia, crea forme ibride e discontinue, figure di folletti e di gnomi che saltano ora qui ora là, come gocce di una cascata o pulviscoli di polvere. Ma è come illuminare un buco. Dentro ogni cosa c’è sempre una bocca nera, un vuoto buio. Come può l’essere umano, travolto dalle creature più sotterranee e sopraffatto dalla visione di stelle alte e meravigliose, non riscoprire il primo codice, la prima regola – e balbettare?
Pifferaio cappuccio
Vivere tranquilli sapendo di cose oscure. Scrivere appunti nella penombra, quando non è neppure visibile il foglio, quando tutto è scollegato dalla volontà. Sa che i danzatori girano su se stessi, che paralizzano gli ascoltatori col movimento rotatorio dei corpi. Sa che la veglia sfocia presto nel sonno, e la tollera per questa fugacità. Sotto il cappuccio nero, l’uomo ha una faccia stravolta, senza lineamenti definiti, e regge un piffero strano, che incute molta paura. Ha visto delle scimmie, nei sogni di tarda notte, e sopra la fronte delle scimmie dei piccoli scheletri, forse di bambini, forse di dinosauri. Spesso si trova con una seconda, piccola testa che gli pende dalla fronte sopra gli occhi, e lo guarda dentro le pupille.
Andare veloci come il vento, che è incontrollabile, o come la mente, che lo è. Oppure, da artisti, rovesciare l’antitesi.
Ci sono persone malate e moriture, che però non si fanno mai raggiungere dalla morte. Ci sono, talvolta, compagni segreti – esseri necessari, che portano il nostro fardello e ce lo restituiscono, dopo averlo condiviso, mutato e irriconoscibile. La disperazione, se è vissuta in due, rende attenti, quasi concordi.
Coccodrillo-insetto
Vedere certe figure di fondale che non si vedono mai, uccelli microscopici, corpuscoli alati, pesci fossili, insetti grandi come caimani. Immagini che non appartengono al regno delle immagini. Figure – si può azzardare a dirlo – che non portano dentro di sé nessuna figura. Conoscenze mute, composte da gesti ieratici e bizzarri, che tracciano nello spazio angoli acuti, come di corpi feriti. Sa che, in certe figure, che a volte osa appena dipingere, persiste un odore acre di sudore, di fatica, di sonno, a cui è bene attingere nei migliori momenti creativi.
Luna della testalunga
Ci sono divinità buone, che hanno un aspetto allungato, una bizzarra contorsione degli arti, e sono sempre girate verso la luce lunare. Spiriti che col buio prendono corpo e con la luce lo perdono. Spiriti che lasciano segni nel bosco e nelle pozze d’acqua, e si possono inseguire solo immaginandoli. Animali che affiorano dalle foreste che ricoprono l’isola come se non fossero mai esistiti in quel punto e loro stessi fossero sorpresi dall’apparire in piena luce. Poiché la piena luce è sempre un inganno che distorce le cose e le rende falsamente armoniose.
Santo sciocco
Spesso è necessario incontrare degli sciocchi, che guardino con aria stralunata nell’aria santi modesti e silenziosi, capaci di sopportare pazientemente le più atroci visioni e le più inique torture. Immergersi nella nebbia – e poi tentare di chiamarsi. Per scoprire che la voce è mutata e che il suo risuonare delimita altre fisiognomie, perse fra i vapori della terra. I suoni non incantano – paralizzano. E da questa paralisi nasce la possibilità di osservare il vuoto come maschere protese sull’orlo di un crepaccio.
Gli idoli, se esistono, che siano almeno bifronti. Gli sciocchi esaltano la tenerezza dei bambini e dei cani, gli adulti imparano le leggi dello sterminio.
La pioggia, dove cade cade, dove erode erode. Immaginiamo la Gioconda di Leonardo sotto un temporale battente, e poi esponiamo il quadro. Tutti i concetti di armonia saranno disarticolati, slegati, inservibili.
Amica LSD
Gli capitò di vedere quella donna bellissima e alta rimpicciolirsi all’istante, con una benda che le copriva metà volto, il collo che si raggrinziva, i capelli neri e sporchi, e sentì di trovarsi davanti a un totem, a una maschera mortuaria inquietante che si muoveva lungo le vie della città con straordinaria disinvoltura, poggiandosi su un corpo giovane e intatto.
Gigante spiaggia
Giace sul fondo della spiaggia sommersa, immobile ed enorme. Sente i corpi nuotare a pelo dell’acqua, ma non accenna gesti, non provoca correnti, non si fa sentire per nulla. Non vuole mostrare nessun tipo di reazione che sia individuabile da esseri umani. Cerca, in tutti i modi possibili, di non lasciar trapelare la sua monotona, assurda, inutile, improbabile esistenza di mostro-scoglio.
Sul letto
Uno dei suoi desideri più intensi è riposare: non sapere in che posizione esatta metterà la testa sul cuscino e a quale tipo di incubi si dedicherà, nella prossima notte, il suo cervello. Soffre di spaventose emicranie e ricorda di essersi spesso svegliato con una benda che la madre gli aveva ben stretto sulla testa: però sentiva, nel suo inconscio, che nessuna madre poteva avergli fatto questo ma solo sinistri agenti del sonno, minuscoli démoni che, nel corso della notte, gli si erano avvicinati di soppiatto per stringere la sua scatola cranica in una morsa micidiale. Quando si nascondono tutti gli appunti nel fondo di qualche visione, quando si vuole mettere in ombra tutto quello che abbiamo creato per settimane e per mesi, in giorni sordidi e strani, significa che rivelarsi potrebbe essere minaccioso – come quando, appena ci si sveglia da un sogno terribile, passano alcuni minuti, fra la veglia e il sonno, in cui si potrebbe patire ancora, fisicamente, le conseguenze del sogno.
Dio del freddo
Il dio del freddo, il fantasma sciancato, l’insetto catturato nell’ambra, hanno lo stesso diritto: non appartenere al mondo. E se il fondale dell’oceano fosse soltanto un falso scenario? Anche se lo fosse, sarebbe sempre il fondale dell’oceano. Il falso diventa vero solo per la sua smisurata, verosimile potenza.
I malformati guardano lucidamente – ma solo dal buio.
Così le scie luminose, attorno ai profili, evocano l’alone incantato della disgregazione.
E se il contorno di una figura fosse composto da una figura che, a sua volta, è il contorno di una figura invisibile?
Lo sguardo è solo disattento. E la vista non è mai consacrata dagli oggetti del mondo. Le proprietà sono attimi di infelice pienezza.
Oh, se il dio caprone non avesse quelle pupille umane…
Come puoi nasconderti in una città che non conosci? Quale punto segreto sei in grado di scegliere, se per te tutti i punti sono segreti?
Senza pelle – così i sani definiscono i matti. Macchie nel fondale.
Il lampione, che versa il suo chiarore nella strada deserta, quale enigma suggerisce, con le sue sfuggenti, sfuocate, spettrali zone di luce?
I paradossi della logica: i chicchi di grano che trattengono visioni.
Ominidi, con scarsa pelle attorno alle ossa, con pensieri che bucano la testa, escono all’aperto, sciamano come api.
Gli esseri viventi non sono figure armoniose ma mostri incompiuti: non è necessario avere delle ali, delle ruote o sei occhi sulla fronte, per essere diversi. Bastano delle cose piccole, insignificanti. Bastano leggeri colpi di sonno che ci sottraggano ai ritmi sciocchi della veglia e ci facciano addormentare in mezzo alle comunicazioni più ragionevoli, costringendoci a sognare le immagini che non riusciamo neppure a prevedere. Con l’aiuto di queste amnesie minime, di questi proficui malesseri, proteggeremo i luoghi sacri dalla volgarità delle definizioni.
Il censore precettore
Guarda i suoi quadri come persone. Talvolta li riconosce. Talvolta – e questo accade più spesso – sono loro che riconoscono lui, gli fermano la mano, gli chiedono cosa ne è dei morti e cosa ne è dei vivi. Sente spesso un fischio nel parco. Vorrebbe seguire quella nota acuta, un si minore. Sente che potrebbe, quel suono, se lo volesse, animare una crepa nel muro, renderla mobile, sinuosa, serpeggiante. Si potrebbe, a partire da lei, reinventare figure su figure, che si addensino e si sostituiscano, le une alle altre, come un cosmo brulicante e doloroso, come un purgatorio di anime strane.
Tante volte guarda una linea, tracciata sulla carta: una linea annerita, indurita, ossidata, che libera strani crateri sotto di sé. I crateri hanno il fondo arrugginito e rovinoso di certi specchi d’acqua, ingombri di macerie di ferro.
Zia e nipote lerce
Una strana città, popolata di accattoni e di storpi, dove improvvisamente tutti si trovano a pensare che gli esseri umani sono sì di carne, di muscoli, di pelle, con i loro sensi torbidi e oscuri, con le loro storie inenarrabili e cupe, ma anche di carboncino, di pietra, di marmo, di sabbia, perché tutti nascono da un’idea storpia e inquieta del mondo. Egli lo sa. Ma il suo compito è organizzare questo inizio deforme per trovare gli snodi di una mitologia nuova.
Smettere di essere sordi. Smettere di essere ciechi.
Percepire.
Diceva, la vecchia, che in ogni tenda consumata dall’umidità poteva affiorare una macchia rossa, e in quella macchia era facile che affiorassero i contorni del volto infantile che ricordava accanitamente da sedici anni, ma che non aveva mai varcato le soglie del suo normale sentire.
Amico LSD
Gli esseri umani hanno il dovere di sognare di giorno: la notte, per loro, è solo un piccolo evento, che i comuni mortali utilizzano per i loro normalissimi desideri. Ma il dovere diurno del sogno è una missione precisa, a cui non ci si può sottrarre.
Analizzare se stessi è detestabile: ma, quando si parte da certi paesaggi e si scopre che, sullo sfondo, molto lontano, c’è anche una figura, si può, con prudenza, ipotizzare che esistano analogie fra sfondo e contorno.
Non sa niente di loro. Sa che sbucano dalla soglia e fanno ammutolire. E, anche se nessuno venisse fuori e sbucasse da quel punto, tutte le fibre del corpo, in chi attende, sono già in stato di allarme. La vista non è consacrata da nulla di visibile. Non ci sono pietre miliari che autorizzino la chiarezza di uno sguardo assoluto. Dèi obliqui e oscuri si nascondono ovunque. E niente è mai limpido. Niente è come appare. Le superfici esistono per essere sopraffatte, per non avere più limiti.
Vedere in piena luce non si può. Tutto è sfuocato, pieno di polvere e nebbia. L’occhio vede solo quando lo sguardo oltrepassa il fondale e coglie il brulichìo delle cose impossibili, emerse in quell’attimo. La verità dell’uomo non ha nulla di razionale, se non questo sguardo inesatto e distorto, errabondo e infelice.
Maschera
Ripercorrere le rughe di un volto. Incamminarsi nella storia di un paesaggio, di cui adesso si conoscono solo queste tracce e che è difficile immaginare prima, quando la freschezza del sorriso e la bellezza della pelle facevano supporre un’immortalità raggiunta, definitiva, felice.
La forza segreta del sonno è tutta in quella mancanza di vento, in quella fissità senz’aria, che si rende visibile nei sogni.
Lo affascinano quelle giornate caldissime, dove talvolta spira un vento freddo che non si sa mai da dove provenga.
Si sveglia non appena sente il latrato dei cani. Formano, nel suo orecchio, una figura esatta, una costellazione muta che, nel mondo dell’udibile, si esprime con il suono dei latrati.
C’è qualcosa di inesistente e di infelice. C’è un buco bianco nel tavolo nero. Guarda gli oggetti che lo circondano – vaso, muro, orologio – perché sa di essere guardato da loro. Perché sa di essere ricambiato. E questo lo mette in uno stato di tenerezza, di pace.
Davanti a certi strapiombi, in certe particolari condizioni di luce o di vento, se appendiamo due corde al ramo di una betulla, queste prendono a intonare un canto strano, una melodia spesso aspra, e chi la ascolta è afferrato da una sonnolenza visionaria che lo rende assorto e cupo, quasi fosse sul punto di prendere il volo verso l’alto come un uccello o di ficcarsi sottoterra come una freccia.
Nana diavolo
Quando è sdraiato sul letto, talvolta gli sembra di non avere più la testa, perché gli occhi gli vengono portati via, e le orecchie, e il naso, e tutto sembra prossimo a crollare. Allora pensa a certe facce di gesso o di cera, di nani o di storpi, al centro di una stanza, con i capelli che colano sull’ovale rossastro del viso e una grande macchia di caffè sulla blusa bianca.
Ragazza rossa
Era bella, era rossa. Ma, nel buio, il fazzoletto che sventolava in direzione dell’amico era stranamente opaco, mandava un lampo biancastro, ricordava una bufera di neve. E in quella bufera ragazze rosse e bianche sparivano come in un vortice
Arlecchino tartaglione
Chi balbetta ha necessità di dover riferire con ansia qualcosa che non riesce a proferire con parole articolate. Si aggira attorno alle sue stesse parole. Le comprime, le accorcia, le violenta. Narra, come può, di qualcosa che è totalmente inenarrabile. Ma chi balbetta ha un senso assoluto della realtà. Sa che la catastrofe è già avvenuta, ma finge che il passato sia ancora futuro. E si colloca nell’attimo precedente, come se non sapesse nulla, come un Arlecchino bislacco.
Mino imbecille
Dicono che un tale continui a camminare con aria attonita lungo la spiaggia, dopo il tramonto, raccolga un numero enorme di vongole, che poi ammassa in un grande cesto; ma non le cuoce, non le mangia. Alla fine le spiaccica sul lastricato di cemento, perché lo disgustano.
Si narra, in certe leggende medioevali, che il re, nel massimo giorno di festa del carnevale, mandasse davanti al corteo, per guidarlo, un delinquente, uno stregone, un mago, un pirata – un essere che poi veniva bastonato e ucciso, e la sua morte consentiva l’inizio della festa. Poi, nel corso del tempo, quel corpo umano sacrificato divenne, per decoro o per viltà, la carcassa di un toro.
È avvilente la sproporzione delle parole. Le parole non sanno reggere alle metafore. Hanno il compito di definire, di raccontare, ma come si può raccontare, di fronte ad abissi imperscrutabili? La mancanza di frasi che esprimano con la giusta fermezza l’esistenza favolosa delle cose non ancora vive, è spesso intollerabile.
Prolunga l’infanzia in tutti i sensi possibili. Di lui non ci sono opere e segni tangibili. Resta un bambino che non vuole e non sa essere adulto, che conserva intatta la stanza dove è cresciuto, e lascia che decida per lui lo smisurato inconscio del suo essere piccolo.
Lui è tutto. Come dire: non è nulla. Si nasconde agli occhi degli uomini. Non si fa giudicare. Offre ai rari osservatori il suo caparbio non svegliarsi, la sua infantile invisibilità. E chi lo guarda guarisce perché trova in lui non il padre che giudica ma il compagno di giochi. Sentono la gioia di questo gioco, nella mente e nel corpo. E ballano, si esaltano, sono felici.
A colpi di sonno
Le visioni sono da attraversare. Perché sanguinino, come un corpo che si intrufola fra i rovi.
Voleva viaggiare sempre dentro la sua casa, che ogni passo nuovo allungava e allargava sempre di più, trasformando i muri dell’edificio nelle pareti di un crepaccio.
Ci sono fiumiciattoli che irrigano valli dimenticate, dove chi vive ripete sempre lo stesso gesto, e l’idea è che sia sopravvissuto anche alla necessità del suo gesto.
Mai ridurre le percezioni del freddo, del caldo, degli odori. Mai ridurre i colori ai colori essenziali. Nessuno può giudicare cosa sia fondamentale o cosa sia superfluo.
Ci sono animali che ti perseguitano – strani uccelli rapaci che volano solo alle tue spalle. Ci sono anche uccelli che non si muovono mai e, pesanti come pietre, aspettano che tu le veneri come idoli diabolici.
Seduto accanto al fuoco, il vecchio racconta di non essere nato da nessun padre, “perché mio padre – dice con voce incolore – era un folletto e non aveva aspetto umano”. Quando il volto mostruoso non è ancora divino, ecco che volteggia accanto a noi come la testa di una farfalla.
Chi sogna di giorno dovrebbe avere un collare che lo distingua dai suoi simili – un collare invisibile che, quando è tirato da qualche demone, gli strozzi il collo e gli faccia percepire un senso di soffocamento. Nessuno sa cosa significhi far affiorare un volto dal niente. Il volto non è che una macchia accesa o spenta dal colore.
Paesaggio
Dare un’occhiata. Vedere l’espressione di un essere umano che ti passa accanto, che non vedrai più, e ricordarla per sempre, come un evento fulmineo e straordinario, che non riuscirai mai a decifrare.
E’ maestoso, ma zoppica. Bisogna fidarsi di lui. I passi irregolari rivelano irripetibili destini. Cammina per tutta la città. Ha gli occhi azzurri, la faccia abbronzata, i capelli a treccia, l’occhio folle. Va avanti e indietro lungo lo stesso marciapiede, per diversi chilometri, senza dire mai nulla, ripetendo sempre la stessa strada: non svegliarlo dalla sua ossessione, non chiarirla mai, è fondamentale.
Le piogge che cadono e i vapori che salgono si equivalgono. Talvolta può piovere anche dal basso, come se la terra ruotasse. I segni e le parole sono il nodo scorsoio che stringe l’artista: ogni espressione è lo strozzamento necessario da cui può sbucare la sua voce, originale e deforme.
*Appunti nati come anomalo commento alla pittura di Enzo Fabbrucci, scritti a Ortisei nel luglio del 1998. Quella pittura mostra la città sommersa di Valbruna, i suoi spettrali abitanti, i suoi paesaggi e fantasmi. Enzo, posseduto dagli incubi e lirico affabulatore, concerta Valbruna come luogo mitico e reale, che nessun mito potrà mai contenere e nessuna realtà classificare. La scrittura lambisce le sue immagini. Come osserva Emil Nolde: «Quanto più ci si allontana dalla natura e tuttavia si resta naturali, tanto è più grande l’arte».
Poesie di Lorenzo Cabral scritte per Clara Desez (1979). Viene evocata la “Camera 33” dell’Albergo La Villetta, a Montevideo, dove si amarono. La traduzione dall’uruguayano è a cura di Lisa Consalvo Lima.
[…Per alcuni anni ho raccolto le voci di chi, nelle gerarchie della sanità e dell’assistenza, svolge le mansioni più umili: lavare i corpi, pulirne i rifiuti, farvi entrare il nutrimento necessario alla sopravvivenza…In queste voci e nei silenzi che le circondavano, ho potuto sentire echi di storie. Li ho custoditi lasciando che la memoria facesse il suo lavoro che come sempre intreccia ricordo e oblio…] (dalla Nota al lettore)
OSPITI
1.
Adesso che non può cantare più
Cantare, che era tutta la sua vita
Adesso, quassù, coglie fiori muri
4.
Provateci voi a passare. Piangono
tremano, urlano portami in bagno
Ho alzato un muro davanti agli occhi.
5.
Portami via, lo ripete ogni giorno
Portami via, non è questa la casa
Non siete voi, ripete, non sono io
8.
Avrebbe compiuto sessantadue anni
Amava i vestiti di buon taglio, le cravatte
Era orgoglioso, aveva una gamba sola
9.
Quando la fermavo giù al cancello si arrabbiava
Mi ha detto, lei chi è per tenermi qui?
Stringeva la borsetta tra le mani
12.
Ho una sorella qui dentro. Mi chiede
dove sei stata ieri che non c’eri
Anch’io ne parlo dico, mia sorella
14.
Piange, dice che è la nostalgia
Le racconto della vita fuori
Dio, ti prego, non farmi finire qui
16.
Mi trattava come una figlia
Andavo a casa e sentivo
le sue urla nelle mie orecchie
23.
Perché ha preso mia figlia, dice
Non poteva prendere me
Di notte controlla che le porte siano chiuse
26.
Da dicembre non vede l’ora di morire
Lo dice ogni volta che entro nella stanza
Non è la tua ora, ogni volta rispondo
28.
Le gambe hanno ripreso a muoversi
Per quale motivo, m’ha domandato
Non ho nessun posto dove andare
29.
Se la prendeva con tutti
Urlava, agitava i pugni
era il suo cancro a parlare
30.
Li chiamiamo ospiti, come fossero
venuti qui per un caffè
non decidendosi mai ad andare
32.
Noi non pensiamo che quello che fanno
-bere un sorso d’acqua, lavarsi la faccia-
forse lo stanno facendo per l’ultima volta.
33.
Se ne andava per I campi. Rischiava
di morire congelata. Poi l’hanno
calmata. Cintura e sedia a rotelle.
73.
Vederli morire lentamente
Da quando entrano, ogni giorno
Non ci si abitua mai
75.
Mi parlava con la sua voce lenta
Dopo l’ictus non ha parlato più
È morta accarezzandomi la mano
**
Alcuni scrittori scrivono dentro una loro istintiva pietà per i “sommersi” del mondo. Questo istinto, in Paolo Miorandi, psicoterapeuta e scrittore, trova uno stile acuminato e lieve. Nella plaquette Ospiti, in 80 sequenze di tre versi ciascuna, trascrive i pensieri dei malati terminali e di chi li cura. Lo fa sottotraccia, bisbigliando, trattenendo il tono della voce. Ne nasce un libro che alle soglie del silenzio esiste con disperata tenerezza, (M.E.)
Paolo Miorandi
Paolo Miorandi lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato: In basso a sinistra. Un viaggio in Cile (2003); Ospiti (2010); Nannetti (2012) da cui è stato tratto il cortometraggio “Libro di sabbia”, realizzato con il regista Lucio Fiorentino; Lessico di Hiroshima (2015) portato in scena con musiche originali composte da Roberto Conz ed eseguite da Marco Dalpane; Verso il Bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser (Exòrma 2019); L’unica notte che abbiamo (ivi, 2020); Nannetti. La polvere delle parole (ivi, 2022).Ha lavorato come sceneggiatore ed è stato co-autore di cortometraggi.