KALEIDOS TIME. Paola Mongelli

Kaleidos time, photo & haiku

di Paola Mongelli

Lente d’ingrandimento

Sul mondo che si ferma

Nostalgia del presente

**

In attesa dell’alba

Ondeggiano

Foglie in controluce

**

Ogni mattina

È diverso il monte

Sotto lo stesso cielo

Rivolto la terra

I vermi sorpresi

Pietre infinite

**

Ronza il calabrone

Il piccolo fiore

È troppo stretto per lui

**

Cambia il tempo

Aria bianca soffia

Cancella i colori

**

.Squilla forte

Il merlo

A difendere il nido

**

Mille soffioni

Oscillano al vento

Qualcuno si spoglierà

La voce tocca

Quello che nomina

Muschio, corteccia

**

Specchietti d’argento

Le foglie di betulla

Fruscio di luce

Sempre aliena

Sempre piena

La Luna

Più freddo dell’inverno

L’ultimo freddo

Di primavera

Entra nella stanza

Mi sorprende allo specchio

La stella di Venere

**

Al centro degli occhi

Una rosa incandescente

Che non so descrivere

Paola Mongelli

LE LINGUE DI ARDA. Luigi Bruzzone

Disegno di J.R.R. Tolkien
J.R.R. Tolkien

Tra gli insoliti hobby di Tolkien vale la pena ricordare ciò che descrisse nel suo saggio Il vizio segreto, pubblicato nella raccolta Il medioevo e il fantastico, ovvero l’invenzione di nuovi linguaggi. Tutto ebbe inizio quando il giovane Tolkien ascoltò per caso un gruppo di ragazzi parlare in “animalico” (o “animalese”), un linguaggio-gioco che si serviva esclusivamente di nomi di animali e numeri per comunicare qualsiasi tipo di informazione. Ad esempio “cane usignolo picchio quaranta” poteva voler dire “tu sei un somaro”. Successivamente l’animalico venne dimenticato e sostituito da un nuovo idioma: il “Nevbosh”, che storpiava in maniera irriconoscibile le parole inglesi sostituendole in alcuni casi con altre latine o francesi. Da allora l’interesse di Tolkien per le lingue non fece che aumentare. Nel suo saggio Inglese e gallese Tolkien ricorda il giorno in cui per la prima volta vide su una lapide le parole “Adeiladwyd 1887” (“Costruito nel 1887”) e se ne innamorò. Il gallese divenne una fonte inesauribile di bei suoni e perfette costruzioni grammaticali, un linguaggio melodioso a cui poter attingere per le sue future invenzioni linguistiche. Infatti, dopo il gallese venne il finnico (suomi), e prima di esso il greco e l’italiano, e l’immaginazione prese il sopravvento. Bisogna ricordare che lo stesso Tolkien, scrisse in una delle sue lettere che «nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro (Il Signore degli Anelli) è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero». Le storie della Terra di Mezzo erano quindi servite unicamente a dare una collocazione (seppure fittizia) alle parole dei suoi linguaggi. Non era stato dunque il contrario.

Tra le decine di idiomi inventati da Tolkien possiamo citare:

Le lingue delle varie razze rappresentano un’altra complessità, poiché ognuna di esse, per quanto misteriosa, viene corredata di storia, sviluppo, simbologia, grammatica, pronuncia e dialetti locali; in particolare va detto che la lingua di Nani, il Khuzdul, contiene parecchi segreti: la variante parlata a Moria prevedeva sette rune segrete, e comunque segrete e non facilmente visibili erano le rune scritte sulle mappe che indicavano porte segrete. Spesso esse diventavano visibili solo sotto un raggio di luna, la quale doveva essere nella stessa fase in cui era quando le rune furono scritte. Inoltre la rivelazione più grande è che le rune naniche, così come ci vengono presentate in tabella da Tolkien, hanno delle corrispondenze numerico-matematiche, spiegate nell’opera di Didier Willis “l’uso esoterico di Tengwar e Rune”, tradotta da Francesco de Virgilio come segue:

«La Mappa di Thror e Bilbo ne Lo Hobbit è stata eseguita da J.R.R. Tolkien con grande completezza. Possiamo soffermarci sull’accuratezza dell’opera, ed ammirare la vegetazione schematizzata, i toponimi attentamente eseguiti e la calligrafia: in se stessa già è un’illustrazione magnifica. Ma chiaramente non possiamo mancare di notare le due iscrizioni runiche rappresentate sulla mappa, una sulla sinistra, segnata da un dito teso che la indica, e l’altra al centro, in lettere “trasparenti”. Questo elemento fu, per una non parte trascurabile, all’origine del successo dello Hobbit in particolare nei confronti dei giovani lettori.

J.R.R. Tolkien ci consegna molto rapidamente la chiave del primo enigma. Il mago Gandalf, quando restituisce la scheda a Bilbo ed ai tredici nani che lo accompagnano, rivela l’esistenza di un passaggio segreto per entrare nel regno sotto la montagna dove c’è il drago Smaug:

“’La porta è altra un metro e mezzo [“cinque piedi”] e ci si può passare in tre per volta’, dicono le rune”

Per la seconda iscrizione non ci sono proprio più alcune difficoltà: un po’ più tardi gli eroi arrivano alla casa di re Elrond che rivela loro l’esistenza di un testo in «lettere lunari» sulla mappa, visibile solamente alla luce della Luna, ed in condizioni il molto particolari. Nondimeno, alcuni punti delicati permangono: alcuni suoni dell’inglese sono rappresentati da un solo segno mentre la trascrizione Latina ne richiede molti.

Comunque, il sistema di scrittura illustrato qui non è un’invenzione di J.R.R. Tolkien. Effettivamente, i simboli rappresentati sulla Mappa di Thror sono solamente altre rune di un vero alfabeto, il futhark illustrato qui in una versione anglosassone e tarda (variante del futhorc a 31 segni, principalmente usato tra il 700 ed il 1200 d.C.). Da allora in poi, Tolkien fu inspirato da questo futhark per creare il proprio sistema di scrittura, adattato alle sue lingue elfiche (e di conseguenza alla lingua dei Nani, il Khuzdul). Ci ritorneremo brevemente quando parleremo delle rune ne Il Signore degli Anelli. Si impongono a questo punto due osservazioni:

a) Usando il Futhorc nella narrazione, Tolkien sembra avere volontà di costruire una «grande mitologia anglosassone». Questa volontà si incontrerà in tutte le sue opere, dove disegna la sua inspirazione sullo sfondo leggendario germanico.

(b) Tolkien stesso non sembra essere soddisfatto di prendere come è il sistema anglosassone, ma l’aggiusta, lo completa secondo le proprie necessità: nella sua concezione, si segue la tradizione storica, le rune non hanno mai formato mai un corpo consolidato e definitivo, ma sono state al contrario adattate dalle genti che le ha usate continuamente. I punti che abbiamo richiamato sopra dovrebbero giustificare, laddove fosse richiesto, la rilevanza di un utilizzo numerico delle rune de Il Signore degli Anelli.

Analizzeremo perciò l’uso di tengwar e di cirth (rune) inventate da J.R.R. Tolkien, cercando di mostrare in che maniera ciò possa consegnarsi ad un’interpretazione del loro senso ignoto, come risultato della corrispondenza di questi segnali coi valori numerici (derivanti dal loro ordine in una tavola).

Iscrizioni che specialmente ci interessano sono le Porte di Durin e la Tomba di Balin nelle Miniere di Khazad-dûm, entrambi presenti nel primo volume del SdA, II libro, IV capitolo (“Un viaggio nell’oscurità”).

La Tomba di Balin

Le rune o “cirth” furono inventate, secondo Tolkien, dall’elfo Daeron per scrivere nella sua lingua natale, il Sindarin. Esse conobbero una sofisticazione ulteriore quando i Nani le adottarono per trascrivere la loro lingua, il Khuzdul [per questo, ci rifacciamo al capitolo 8; N.d.T.]. Anche se il loro aspetto richiama quello delle vere rune nordiche, le rune tolkieniane sono organizzate in maniera molto più rigorosa. Per esempio per identificare vocali occlusive, è sufficiente aggiungere un segno sotto la runa (da p 11, a b 22); per identificare vocali fricative, è sufficiente invertire la direzione della runa (f 33, v 44).

Una bella iscrizione in Khuzdul ed in inglese appare sulla tomba di Balin.

Una volta translitterato, si legge così:

Balin Fundinul Uzbad Khazad-dûmu

Balin son of Fundin Lord of Moria (in italiano Balin figlio di Fundin Signore di Moria)

I Nani hanno usato 27 rune distribuite su tre linee. Noi proponiamo di suddividere perciò (tutto sommato arbitrariamente) l’iscrizione di 3 linee su 9 colonne, e calcolare il totale per ogni linea [considerando che nella Tabella dell’Angerthas fornita da Tolkien nel SdA, App.E, ogni certh è identificata da un numero – vedi cap. 8; inoltre, ovviamente, la scelta delle 9 colonne deriva dalla semplice operazione 27 cirth : 3 righe = 9 cirth per riga, ossia 9 colonne; N.d.T.].

Il primo numero, 259, è più enigmatico; probabilmente sta quasi a rappresentare una chiave per calcolare la data dell’evento citato. Nell’anno 1981, i Nani abbandonarono Moria, dopo la morte del loro re Náin per poi ritornare là solamente nel 2989, data in cui Balin intraprese la riconquista delle miniere. Ciò porta ad una prima osservazione:

1981 + 3 × 259 + 231 = 2989

Il fattore 3 che qui appare in questa espressione è forse la causa della presenza di tre linee scritte in Khuzdul.

Ma la data della spedizione di Balin può essere calcolata anche in un’altra maniera: il valore del totale delle linee in Khuzdul è di 712, e la linea in inglese arriva a 759. Abbiamo di nuovo un risultato sorprendente:

2989 = 3 × 759 + 712

Il fattore 3 è di nuovo, molto probabilmente, a causa del fatto che tre linee in Khuzdul si oppongono ad una sola in inglese.

Il numero 259 attesta forse finalmente, l’aderenza di Balin al lignaggio di Erebor, perché 259 × 10 = 2590, data del ritorno dei Nani alla Montagna Solitaria. Fino a che poi Erebor assunse fama di una casa di una certa importanza, la maggior parte dei Nani risedettero di nuovo nelle Montagne Grigie o nei Monti Azzurri. È solamente a partire dal 2590, a seguito della scoperta dell’Archenpietra che Erebor divenne per eccellenza la casa della gente di Durin in esilio. Il processo è relativamente semplice, ed i risultati ottenuti sono piuttosto scioccanti: il numero 231 corrisponde indubbiamente alla lunghezza della vita di Balin, nato nel 2763 e morto nel 2994.

Suo fratello Dwalin nacque nel 2772, precisamente 222 anni prima della morte di Balin, il quale designò perciò da questo numero il suo erede, colui al quale sarebbe spettato di diritto il titolo di Signore di Moria, uzbad Khazad-dûmu.

La tomba porterebbe perciò, per colui che fosse a conoscenza di queste notizie, a leggere:

Balin figlio di Fundin

Signore di Moria nel 2989

Nano di Erebor

Il suo erede legittimo è (in questo giorno) vecchio di 222 anni [quindi “ha oggi 222 anni”; N.d.T.]

Balin visse 231 anni

Mettiamo in relazione le iscrizioni definitive del Signore degli Anelli con quelle di più vecchia data di composizione, pubblicate da Christopher Tolkien in The Treason of Isengard. I passaggi che più ci interessano sono lo schizzo grezzo della frase sotto le Porte di Moria così come appare in un appendice su come Tolkien considerò le rune al tempo. Nella quinta versione dell’iscrizione della Tomba di Balin, che probabilmente è datata 1940, la parte in Khuzdul ha importanza minore che nella Compagnia dell’Anello, ed è di nuovo su tre linee: perciò dovremmo trovare lo stesso numero di rune, ossia 27; questo però avviene soltanto se consideriamo che le rune evidenti sono 26 (per rappresentare la h in Khazad-dûm Tolkien in questa iscrizione utilizza la runa t, /kh/, laddove invece ne Il Signore degli Anelli impiega la runa e18, e il segno senza valore numerico V /k+h/. Tutte le differenze delle due iscrizioni, in questo senso, vertono verso una organizzazione più metodica del sistema di scrittura runico. Dall’altro lato, però, qualcosa si oppone a questa concezione: perché Tolkien ha utilizzato due simboli, quando ne esisteva uno solo, e peraltro, già adeguato all’utilizzo che intendeva farne?

La spiegazione diventa più semplice se si seguono le indicazioni dell’app.E del SdA. Il segno /kh/ rappresenta probabilmente una x fricativa in elfico (Tolkien usa l’esempio del tedesco bach), e /k+h/ una consonante aspirata kh propria del Khuzdul (<<più o meno come in backhand>>), in concordanza con le indicazioni del SdA. Il cambiamento non è una semplice correzione, come ci aspetteremmo dal famoso particolare rigore e dalla precisione dell’Autore.

Prima di terminare l’analisi dell’iscrizione del 1940, dobbiamo notare che questa comprende esattamente 4 × 13 rune, suddivise equamente in Khuzdul e inglese; il testo finale in inglese comprende ancora 2 × 13 rune.

Le Porte di Durin

La scrittura degli Elfi, l’alfabeto Tengwar(o le Tengwar, che dir si voglia) attribuita a Fëanor è presentata da J.R.R. Tolkien nell’App.E del SdA, con il nome ed il valore fonetico usuale attribuito ad ogni tengwa. Nella Tabella delle Tengwar presentata da Tolkien nell’App, come in quella dell’Angerthas, i segni sono numerati, da 1 a 36. L’Autore specifica che esistono vari “modi”, nei quali le vocali possono essere rappresentate altrettanto bene sia da segni diacritici posti in varie posizioni intorno alle lettere, sia da lettere separate. Molti principi di scrittura delle tengwar rimandano essenzialmente alle rune: raddoppiando l’arco della tengwa aumenta la quantità di voce nella pronuncia, aggiungendo un tratto sotto la tengwa si inserisce un’aspirazione, ecc.

Vediamo ora una iscrizione in tengwar, nel modo detto “del Beleriand” sulle Porte di Durin; in questa iscrizione, oltre alla frase di benvenuto nel Regno di Durin (incisa sull’arco) sono presenti in particolare tre simboli, dislocati separatamente dalle altre tengwar, in posizioni isolate; sono riportati di seguito:

Come si deduce dall’immagine soprastante, le tre lettere rappresentano le iniziali dei due scalpellini che incisero le porte (Celebrimbor dell’Eregion e Narvi) e del Signore di Moria, Durin VI.

Sommando i numeri attribuiti ad ogni tengwa12, si ha il numero 29, che nella stessa tabella rappresenta la tengwa che ha nome silme (è un nome Quenya, significa “luce” o, in altre fonti o secondo altre interpretazioni, “luce di stelle” – è inoltre detta anche silpion).

Ricordiamo anche quanto dice Gandalf a proposito delle lettere che compongono l’iscrizione: <<Sono intarsi d’ithildin, che riflette solo i raggi di luna e delle stelle, e dorme sin quando non sente il tocco di chi pronunzia parole ormai da tempo obliate nella Terra di Mezzo.>>

Tutto ciò diventa interessantissimo se ricordiamo come sono visibili le Porte di Moria: esse appaiono soltanto alla luce della Luna o delle stelle; altrimenti, è visibile solo nuda roccia, impenetrabile, senza alcuna fessura.

Ancora una volta, è interessante notare che a nota di uno schizzo originale del SdA, Gandalf non menziona la luce delle stelle, ma solo quella della Luna:

<<Esse sono costituite di una qualche argentea sostanza che è visibile soltanto quando toccata da qualcuno che conosce le esatte parole, e io credo fermamente che esse brillino soltanto nella luce lunare.>>

Il disegno delle Porte di Moria che appare nel SdA è stato ricopiato da uno schizzo. L’originale (MS Tolkien drawings 90, fol 41) presenta qualche stranezza. Il dato più rimarchevole è l’aggiunta delle tengwar n°3, 21, e 5 a matita, in un disegno completamente realizzato con inchiostro nero. Tutto lascia pensare che quella a matita sia un’aggiunta posteriore, in seguito ad una riflessione.

Le Porte di Durin, tuttavia, non ci consegnano di nuovo tutti i loro misteri: se si conta il numero di lettere sulla prima linea di scrittura sull’arco, con l’eccezione di quelle che non hanno valore numerico (in questo caso si servirono dell’arco nel Modo del Beleriand per rappresentare la a e di un portatore con un tehtar per la i), si può notare che le lettere sono esattamente 13 per ogni lato (considerando come “centro” la tengwa úre sulla sommità dell’arco).

Se guardiamo sopra la prima riga dell’arco, notiamo dei piccoli ghirigori che, per la precisione, sono 7 per lato; senza troppa immaginazione, è facile notare che ogni piccolo ghirigoro è posizionato su una tengwa del primo rigo in particolare, dividendo ogni gruppo di 13 tengwar per lato in 7 sottogruppi precisi. Tuttavia, non sappiamo come interpretare questa particolare simmetria…

Semplicemente a scopo speculativo, potremmo considerare che alcuni ghirigori sono posti sopra una tengwa, altri invece sono posizionati tra due tengwar. Ovviamente è difficile trarre dati da una stampa piccola e – in linea di massima – non troppo precisa, così come la si ritrova nel SdA.

Ora, nel primo caso, la tengwa è semplice da individuare; nel secondo, nel caso in cui il ghirigoro capiti tra due tengwar, potremmo considerare quella che segue la nostra linea immaginaria verticale che parte dal ghirigoro (disegnata in grigio).

Il primo ghirigoro è palesemente posto sopra la prima tengwa dell’iscrizione: la e di Ennyn. Altrettanto possiamo affermare del secondo ghirigoro, ottenendo la y di Ennyn. Il terzo ghirigoro è posto sul gambo della d di Durin; una posizione abbastanza evidente da poter assumere che la d è la nostra terza lettera. Il quarto ghirigoro separa la tengwa úre, ossia u, da r in Durin; se consideriamo la lettera successiva alla nostra linea immaginaria, otteniamo la r di Durin. Il quinto ghirigoro è posizionato in maniera inequivocabile sulla a di Aran.

Proseguiamo: è abbastanza evidente che il sesto ghirigoro è posto sopra la n di Aran. Il settimo, invece, sembra essere a metà tra la o e la r in Moria, ma ad un occhio attento non sfugge certo che in realtà è posto sul corto gambo della o; assumiamo la o come settima lettera. Ora passiamo all’altro lato: l’ottavo ghirigoro è posto tra la e e la d di Pedo; seguendo la regola suddetta, consideriamo la tengwa che segue il ghirigoro: d. Per il nono ghirigoro si ripete quanto già detto per il settimo: in realtà indica la o di Pedo. Il decimo, indica a colpo d’occhio la e di mellon, laddove l’undicesimo, sebbene in maniera quasi ingannevole, indica la seconda l della stessa parola (anche se, va ribadito, non è molto evidente).

Possiamo facilmente affermare senza rischio di errori che il dodicesimo ghirigoro è posto sopra la n di mellon, così come nella stessa maniera il tredicesimo indica semplicemente la i di minno; non abbiamo neanche difficoltà nell’individuare nella o finale di minno la nostra ultima lettera, sotto il quattordicesimo ghirigoro.

Le lettere “casualmente” trovare finora sembrano possedere un significato ben preciso; riscriviamole in ordine:

Avendo un dizionario di Sindarin alla mano, avremmo varie possibilità a portata di mano:

Ora, la voce eydra precisamente non esiste, ma esiste edra, ossia il verbo Sindarin edra- “aprire”. Nodo, invece, esiste nella radice verbale nod- “legare”. A questo punto, la nostra frase sembra avere un senso ben preciso, qualcosa come “Apri i tuoi legami”, o “Sciogli ciò che ti lega!”. Infine, la tengwa úre che separa le due frasi del primo rigo è ancora più sorprendente: qual è il suo significato? Posizionata sulla sommità dell’arco, circondata da tre piccoli puntini, uno per lato, e sormontata da due ghirigori più grandi degli altri 14 a sinistra e destra, sembra acquisire quasi un valore particolare, che però ci è sconosciuto».

L’Autore delle scoperte riportate in questo approfondimento, Didier Willis, non crede che la tengwa úre sia utilizzata qui soltanto per rappresentare i due punti nella frase “Ennyn Durin Aran Moria: pedo mellon a minno”:

«…effettivamente sarebbe una concezione riduttiva, considerando che, se veramente stiamo parlando della tengwa úre e non di un semplice “cerchietto” separatore, come ogni tengwa, anche úre avrebbe un particolare significato fonetico (che in Sindarin, per la precisione, è u). Insomma, se veramente la tengwa in questione rappresentasse solo i due punti, questa regola dovrebbe essere osservata anche nel secondo rigo dell’iscrizione, cosa che non avviene. Inoltre, nello schizzo originale la tengwa úre non era posta separata rispetto al testo, ma era incorporata in esso, e non era neanche separata dai tre puntini, come invece avviene nel disegno definitivo. Senza ombra di dubbio, i due punti all’inizio e alla fine della frase sono uno dei tanti usi conosciuti della punteggiatura tengwar, e vanno considerati come tali, al contrario dei più enigmatici puntini intorno alla tengwa úre…»

Qui lo scritto di Didier Willis si ferma, ma devo osservare che rimane da analizzare il secondo rigo dell’iscrizione, cosa che farò non appena potrò dedicarmici. Seguendo il mio istinto e la mia passione per gli enigmi ho provato e riprovato calcoli e combinazioni apparentemente slegate finchè ho scoperto che le Rune segrete di Moria nascondono ancora altro, e ciò che segue, sebbene possa inizialmente almeno inizialmente apparire un po’ forzato, trova riscontro in diverse affermazioni di Tolkien durante le sue conferenze.

Sono partito dalla forte convinzione che il cambio di segni, significati e valori numerici fra le rune di Erebor e quelle di Moria dovesse avere per Tolkien una motivazione segreta molto più profonda che un semplice senso estetico, così ho analizzato a lungo e attentamente ogni differenza. Dalla mappa di Thror si evincono le 28 Rune di Erebor, con i loro relativi valori fonetici e numerici (quasi per tutte), mentre le Rune di Moria ce le fornisce Tolkien nell’Appendice C de Il Signore degli Anelli (lo stesso vale per le cirth elfiche). Comparando fra di loro, una ad una, le Rune di Erebor con quelle di Moria, si evidenziano sette rune completamente nuove nell’alfabeto di Moria:

La prima operazione matematica “da enigmista” che ho fatto è stata la somma di tutti i valori numerici di queste sette rune (un po’ come per la tomba di Balin) ed otteniamo il numero 137; forse è forzato ma 1 potrebbe simboleggiare l’Unico Anello che comanda sui Nove, 3 gli Anelli degli Elfi e 7 gli Anelli dei Nani: comunque potrebbe essere pura interpretazione personale.

L’operazione successiva è stata quella di dividere 137 per il numero delle rune (sempre come sulla tomba di Balin…) ed il risultato è: 137/7 = 19,5714285714. Un numero che non significava niente… oppure era una specie di data? Pensando proprio alle date ho provato ad indagare sull’argomento della comparazione fra il nostro Calendario Gregoriano e quello elfico di Imladris (i calendari sono anch’essi disponibili nell’Appendice B de Il Signore degli Anelli).

Il Calendario Elfico è così suddiviso: un anno elfico (Yen, al plurale Yeni), è composto da 144 anni solari (Loa); in una delle varie conferenze tenute Tolkien disse che il nostro mondo era la Terra di Mezzo in un’altra epoca, e che ci trovavamo da qualche parte tra la Sesta e la Settima Era; un lavoro pubblicato sul forum di Eldalie a proposito della comparazione fra i due calendari afferma chiaramente che il 28 marzo 2001 siamo entrati nel 129° Loa del 14° Yen della Settima Era della Terra di Mezzo.

Ecco che in questa data e in tutti questi numeri comparivano il 14 e il 28; che fosse un segno che mi trovavo sulla strada giusta?

Un’altra affermazione importante è che il 14° Yen è iniziato il 29 marzo 1873; se di quel risultato apparentemente astruso che avevo ottenuto prima (19,5714285714) consideriamo le prime quattro cifre senza la virgola otteniamo 1957.

Dopo parecchi tentativi ho applicato questo calcolo: 1957 – [(14+28) x2] = 1957 – (42 x2) = 1957 – 84 = 1873 Ecco un altro segno che mi trovavo sulla strada giusta.

Dalla comparazione dei due calendari inoltre emerge la seguente corrispondenza:

Appare evidente che il numero 28(9) corrisponde al numero 3, cioè il mese di marzo, quando è iniziato il 14° Yen, mentre 14(5) corrisponde a 2; qui una macchinosa operazione che prende il 3 e il 2 si svolge in questo modo (anch’esso ottenuto dopo parecchi tentativi): 3 – 2 = 1, da aggiungere a 28 per ottenere 29, cioè il giorno di inizio del 14° Yen. In questo modo decisamente farraginoso avevo però ottenuto un risultato assolutamente corrispondente alla data comparativa di inizio del 14° Yen della Settima Era.

Conclusioni

Ringrazio innanzitutto mia moglie Caterina che mi ha supportato (e sopportato).

Un grazie anche al mio migliore amico Daniele per avermi donato lo splendido Atlante di Karen Wynn Fonstad.

Grazie al collega e maestro Marco per le disquisizioni sull’immaginario, la poesia, la creatività e la mente e per l’incoraggiamento a scrivere.

Grazie a Fabio e Pervinca perché hanno davvero portato un pezzo di Contea (reale, viva e abitabile!) nel mondo di oggi.

Grazie ad Alessandro per aver prontamente risposto ad ogni iniziativa.

Grazie a tutti coloro con i quali ho potuto avere scambi di opinioni ed informazioni costruttive sulla Terra di Mezzo e su Tolkien.

Riporto nella bibliografia un ringraziamento alle fonti informatiche delle informazioni qui contenute.

Alla luce di quanto detto sino a qui, scoperte le ragioni per cui Tolkien scriveva, a cosa si ispirava, cosa voleva dire, ci resta da riflettere sul perché noi dovremmo leggere, lasciarci trasportare ed ispirare dalle gesta degli Eroi della Terra di Mezzo: perché i nostri tempi, con le loro iniquità e brutture, non sono poi tanto diversi da quelli narrati, e anche a noi, proprio come a Frodo per la venuta dell’Anello non è dato decidere; noi possiamo solo scegliere cosa fare del tempo che ci viene concesso. Ma se in quel tempo ci lasciamo ispirare da valori retti e buoni, alla fine di tutte le cose saremo ricompensati come noi vorremmo; ora spetta ad ognuno di noi pensare a quale vorremmo che fosse la nostra ricompensa: rivedere la verde Contea, o rivedere le Montagne ed i prodigi di Bosco Atro, o essere accolti dal chiaro suono di trombe d’argento nella bianca città di Minas Tirith.

Bibliografia e citazione delle fonti

Come detto nell’introduzione, la maggior parte dei testi sulla fantasy e sul contenuto delle lettere di Tolkien, oltre alla sua biografia, è mutuata da Wikipedia, fonte infinita di informazioni dettagliate ed esaurienti.

Per la parte relativa ai messaggi nascosti nelle rune dei Nani, ho citato un testo di Didier WILLIS, Ajaccio, Séminaire Des Géographies imaginaires à Tolkien, Deuxième semaine, Tolkien, créateur d’un monde, Conférence du 22 octobre 1999. Il testo si intitola L’utilisation ésotérique des runes et des écritures elfiques par J.R.R. Tolkien, con traduzione a cura di Francesco de Virgilio.

Per le mappe mi sono ispirato all’opera di Karen Wynn Fonstad, “The Atlas of Middle-Earth”, esauriente e formidabile atlante dedicato alla Terra-di-Mezzo.

Rimando qualsiasi altra ricerca alla lettura delle opere di Tolkien (non solo sulla Terra-di-Mezzo) e alla raccolta delle sue lettere, “La realtà in trasparenza”.

ALLA FINE Il SEGRETO SI SVELA. Wystan Hugh Auden

(traduzione di Lucetta Frisa)

W.H. Auden

Alla fine il segreto si svela*

Alla fine il segreto si svela,

come sempre deve accadere

è matura l’incantevole storia

da raccontare all’amico del cuore:

davanti alla tazza da tè e nella piazza

la lingua ottiene ciò che voleva;

le acque ferme, nel profondo,scorrono,

mio caro, non c’è fumo senza fuoco.

Dietro il cadavere nel serbatoio,

dietro il fantasma sui prati da golf,

dietro la dama che danza

e l’uomo che beve come un dannato,

sotto l’aspetto affaticato

l’attacco di emicrania e il sospiro

c’è sempre un’altra storia

c’è più di quello che balza agli occhi.

Per la limpida voce che d’un tratto canta

lassù dalle mura del convento.

per il profumo dei cespugli di sambuco

per le stampe di caccia nell’ingresso,

per le gare di croquet in estate,

la tosse, il bacio, la stretta di mano,

c’è sempre un cattivo segreto

una ragione privata in tutto questo.

*

At last the secret is out

At last the secret is out,

as it always must come in the end,

The delicios story is ripe

to tell to the intimate friend;

Over the tea-cups and in the square

the tongue has its desire;

Still waters run deep, my dear,

there’s never smoke without fire.

Behind the corpse in the reservoir

behind the ghost on the links,

Behind the lady who dances

and the man who madly drinks,

Under the look of fatigue,

the attack of migraine and the sigh

There is always another story,

there is more than meets the eye.

For the clear voice suddenly singing,

high up in the convent wall,

The scent of the elder bushes,

the sporting prints in the hall,

The croquet maches in summer,

the handshake, the cough, the kiss,

There is always a wicked secret,

a private reason for this.

**

Calypso

Fai più presto, macchinista, fai più in fretta

Per la Springfield Line sotto il sole che brilla

Vola via come un razzo, non frenare mai

Fino a New York, nella Grand Central Station

Perché là in mezzo in quella sala d’attesa

La persona che amo di più mi aspetta.

Se non fosse lì al mio arrivo in città

Rimarrei sul marciapiede a singhiozzare

Perché è il solo che io voglio ammirare

Massimo esempio di perfezione e grazia

Lui mi stringe la mano e dice che mi ama

Una cosa davvero fantastica e rara.

Sui lati del binario splende un verde brillante

Anche gli alberi, a modo loro, amano il loro amante.

Ma il vecchio banchiere grasso, nel treno lussuoso,

oltre al suo sigaro no, non l’ama nessuno.

Se fossi io Il Capo della Chiesa o dello Stato

con il naso incipriato ordinerei a tutti di aspettare,

Perché l’amore è più importante e più potente

di un sacerdote o di un parlamentare.

*

Calypso

Driver drive faster and make a good run

Down the Springfield Line under the shining sun.

Fly like an aeroplane,don’t pull up short

Till you brake for Grand Central Station, New York .

For in the middle of that waiting-hall

Should be standing the one I love best of all.

If he’s not there to meet me when I get to town,

I stand on the side-walk with tears rolling down.

For he is the one that I love to look on,

the acme of kindness and perfection.

He presses my hand and says he loves me,

Which I find an admirable pecularity.

The woods are bright green on both sides of the line:

The trees have thir loves though they’re different from mine.

But the poor fat old banker in the sun-parlor car

Has no one to love him ecept his cigar.

If I were the Head of the Church orThe State

I powder my nose and just tell them to wait.

For love’s more important and powerful than

Even a priest or a politician.

*I testi, tratti da W.H. Auden, Collected Shorter Poems 1927-1957, A Random House Book, London 1967, sono apparsi online in “La foce e la sorgente”, numero 5, seconda serie.

IL DOVERE DELLA CURA. Isabella Bignozzi

Isabella Bignozzi

Ricorderai la dacia, la vespa,

l’astuccio sporco d’inchiostro

o i mirtilli che mai raccogliesti

da bambino nel sottobosco.

Osip Mandel’štam

(trad. Remo Faccani)

**

Teatro familiare

rientrerò con il distacco del sidha

la dignità polare della bambina

tra quei parati da quirinale

sotto quei soffitti dipinti

pieni d’occhi:

icone buie, cobalti, mappe siderali.

riecheggeranno tra i legni

di librerie come cattedrali

gli anatemi della nonna

che grida al gatto in dialetto

le ciabatte di panno

les mots français di Padre

gli strilli da profetessa di Sorella

tuniche di fuoco e capricci di trine

la maglietta, il sugo, i maccheroni.

rivedrò lo sguardo da leopardo fragile

di Fratello

i suoi terrori virali

la berlina delle bionde replicanti

le sue fisse nietzschiane (riverberare)

ai fuochi fatui dei fornelli.

e mia madre, mia madre

in finestra che fuma

che dice ve ne accorgerete.

quando morirò, dice,

allora sì che davvero vedrete.

chiare le note di un pianoforte,

iva zanicchi e la ruota della fortuna

le carte scritte a mano – la grazia dello scriba –

di Padre:

occhi gialli, affetti indecifrabili,

carezze ieratiche, siglate in stele

madre disegna arabeschi

con la brace della sigaretta

– dalla bocca al fianco, dal fianco alla bocca –

il suo credito inesigibile

dal gioco del mondo

ribolle in doppia iride.

nei silenzi precipiti

una combustione sotterranea

perpendicolare.

ma può dirsi domenica:

alla fonte lustrale

del rubinetto

la nonna riempie la brocca

butta acqua nella farina.

il suo gesto liturgico:

cuocere il pane.

**

Lirica del padre

le frasi dette

i gesti delle mani

lasciano memoria nell’aria

come traiettorie aeronautiche

rotte alate

a calcolo numerico

ogni desiderio

che esca dalle labbra di un bambino

disegna a terra

con pietra bianca, di gesso

i quadrati

del gioco del mondo

dicevi intelligenti sì, ma siete fragili

la vita tatuata

da una medaglia

strazio – prigionia – fame

dismessi

in altra pelle

emergeva, a volte,

in una smorfia di diniego

una stranezza orfana

inattesa

un dispetto

io ti dicevo

vieni papà

ma mi pareva tardi

come fossimo sorvegliati

due stranieri in autunno

avrei voluto conoscerti infine

prima che la vita finisse

di strapparci gli occhi

ti cercavo

ti cercavo

con la nostalgia dei ritorni

nel rovescio assopito

delle parole

ma sono rimasta a guardare

inebetita

il nostro cristallo

farsi anisotropo

deformarsi

la tua voce

divenire

massa mancante

priva di trasmissione.

**

Annotazioni

ecco, dunque, il tuo quaderno di spine.

è minuto, sai, rispetto a quello d’altri

non farne un vanto, né un oggetto raro

portalo con eleganza, con discrezione

non lo stanerai con la lama d’acciaio

con gli agglomerati di nuove molecole

ti sta parlando del lupo ferito

curvo sulle zanne

gli occhi d’allarme

inchioda col martello i bracci della croce

che siano proporzionati, perpendicolari

leviga il legno scuro, percorrine le vene

spiana con la lingua i margini scheggiati

lava mille volte i piedi dalla polvere

e poi avviati, e guarda bene avanti

la schiena diritta, le ossa che bisbigliano

non ti lagnare, c’è pace nell’ultimo raggio

il crepuscolo assopisce care le foglie

sbiadisce la furia bionda del grano

un tepore verde sale da teatri d’erba

che piegano al tintinnare dei sistri.

ecco, dunque, il tuo compito è questo.

è più minuto, sai, di quello d’altri

non è vanto, né oggetto raro

ma solo una ferita gelida di luce,

la tua più preziosa tenerezza

ora fatti calice

grembo d’ombra

è il tuo corpo che chiama casa.

**

Il cercato incontro

Affollare gli specchi

aprire crepe sotto i passi

tenere in tasca il proprio dolore

come un pugnale

questo l’allarme quieto

la possibilità incrinata

amara

che scoperchia il nero niente

in ogni cercato incontro.

**

Dissezioni

la continua vivisezione

gli uni sugli altri chini

chini sui corpi sul cuore

la compartimentazione

nelle sue pertinenze elettriche

analizzare sfacelo dettare

annotare dell’aperto miocardio

segnare il tracciato appuntito

nodo del seno atriale

valvola mitrale corde tendinee

indifesa carne sul tavolo

settorio tavolo-acciaio, indifeso torace

disarmata gabbia con le dita apriamo

di coste il dono caldo

sulle mani la carne rossa

la tenerezza che era un equivoco

la tenerezza cara sul tavolo

errato il calcolo aperta la cassa

dal bisogno il cuore diamo accordiamo

ora l’acciaio settorio sul tavolo

la lama la pinza e l’ago ricurvo

sul freddo imbrattato tavolo

la grossa nera sutura montata

su pinza l’ago pronto ricurvo

ferita lacerti ventricoli aperti

la compartimentazione

bianco pulsare dei corpi la carne

dissanguato livido grumo sul tavolo

le camere ancora percorse da impulso

aperte ridenti ancora percorse

la competenza elettrica la pertinenza

oscena la cassa,

aperte le camere

le coste divelte porgiamo

apriamo porgiamo offriamo

non governato l’impulso l’equivoco

l’amore il naufragio il tenero equivoco

insistere riparare pulsare

dal bisogno apriamo e porgiamo

riprovare dissanguare

dal dolore ripetere

dal bisogno ancora

riprovare.

**

Sutura

è tempo di trarre

il frenulo-corda

tra i denti-colonna

sollevare la lingua

e vibrare papille

provare a dire del lacrimare

che irrora rugiada-marea

scioglie le ciglia

nel lago di cigno nero

del ricordo strano

che bolla nel buco

sfoca sospeso

rotola nel quadrante di polvere e pane

del fastidio che accende – incandescenze – come tungsteno

corrente alternata di rabbia

nel filamento

della colpa che scava come guscio

pieno-che-svuota

parete di crepa che grida di alzarsi

di fare, di dare

della fatica che graffia epitelio

incurva colonna a segmenti

incava la fronte

come cranio vuoto che brulica

del dispiacere che ara il petto

preme come pollice sugli occhi

fa radunare tutto il male

allo sterno come punta

è tempo di provare a dire

cercando sutura

provare.

**

L’ombra delle cose

a Chiara

non diciamo più di noi a chi non ha spazio in petto

a chi imbocca le soglie brevi, volta le spalle presto

fa barbarie che silenzia le voci della notte

restiamo in riva al mare, sedute, la sera

in tasca la ferita più nostra, conservata piano, in un involto scuro

la fretta e la pioggia alle spalle come coltelli

una quieta emergenza, una luce rossa di preghiera

sarà calda ancora di sole l’acqua

sarà l’ora di salutarsi, di guardare alle spalle, alla pineta preziosa

armeggiare un impegno, un rinvio, dipanare un rientro ragionevole che sale

agli avambracci, alle clavicole, alle labbra poi

ma l’estate coltiva fino a tardi l’ombra delle cose

e le parole piene, le mani cave fanno culla e canto di madre,

compassione di chi innalza l’ascolto, di chi digiuna l’attesa.

**

La legge dell’acqua

il battere della pioggia sul vetro

foresta svelata intima foresta

la notte nel modo più indifeso, la fronte in disparte,

la discesa nella rotta, in bilico,

le gambe piegate nella legge dell’acqua

stelle nel nero il fuoco tu

il dolore di una musica piano

una sospensione vuota di sonno e di affetto

ti scrivo fragile di parole senza vergogna

fedele di tenero estremo amore.

**

Le ore

cercami di notte

dove solo tu

dove solo noi

questo cuore che tambura adesso

questo pensiero sciolto tra le mani

un nero fuori che parla duro, dice cose sue

avevamo un volto solo io e te

così tenero e serio era il nostro fiore

ci aprivamo il cuore dalla bocca

ora ti aspetto qui

dilatata la giostra di carne in granelli muti

irradia dal fondale un’antigravità

con fatica

con cura e fatica

solleva dalla terra piccole cose bianche

piccole cose care

fatte d’ali e gonfie d’acqua buona

con il palmo dandole al volo

ma le ore salgono piano

col dito mi disegno sul seno

l’impronta fredda della tua mano che manca.

**

L’amore degli umani

essere toccati

in quel punto indifeso e segreto

dove depone il suo bene la parola esatta

che ci fa immobili in un battito da dentro

nella nostalgia profonda della cura.

CONVERSARI. Alfonso Guida

‘round midnight edizioni, 2021

Disegno dell’autore

«Non è una lingua liquida. È roccia granulosa. È tronco, pietra. Non è liquida. Scava». Cosa scava? Dove scava? Quando comincia a scrivere Alfonso Guida? Quando decide di interrompersi? Dalla lettura di Conversari si ricava la certezza che non c’è né un inizio né una fine per la sua voce: esiste, nei frammenti in prosa come nei liberi versi, ininterrotta ma suddivisa in frasi brevissime. «La mano in cui entro, una specie d’infanzia dove gli uomini ballano», e la forma del libro può solo temporaneamente arginarla. Potremmo azzardare a pensarlo, il libro, come un’isola temporanea per questa voce scheggiata, rapida, sassosa. «Da dove viene iI nome? Tra le sbarre. È aria e cesella. È il fuoco a cui si accostano gli dei». Guida non pensa, in modo apollineo, a costruire un libro di versi. Cerca un vortice che pulsi per ritmi dionisiaci, come una litania da cui il lettore sia afferrato come da una raffica di vento. «Perché tua è l’ombra. // Perché tua è. / Ti scriveranno. / Eco l’ombra. // Devi entrare e nasconderti. / Devi entrare e nasconderti, / Devi entrare e nasconderti. / Non è muraglia. È ferita, proteggerla». Si legge un poeta laconico che produce per sequenze minime forme vaste, in una germinazione reale e surreale del pensiero, dei sentimenti, della biografia. Si legge Guida non pensando che ci sarà una fine al suo libro. Il paradosso è che, nel suo caso, il lettore non si chiede più cosa sta leggendo – un romanzo in versi, il tragitto di una iniziazione, scene di natura, visioni interiori – perché la misura della sua lingua è una pienezza senza tempo e senza misura. Il linguaggio, secco, icastico, rigoroso, è al servizio di una voce potente, infantile, oracolare, tenerissima, molteplice. «Siamo circondati da acqua. Occorre ancora un giorno».

Conversari è come un libro profetico, ma cosa profetizza, se non l’inarrestabile pullulare della poesia? “Nulla è sicuro, ma scrivi”: sono queste le parole di Alfonso. Restare a scrivere nella propria grotta non nella percezione di essere folle, ma al contrario sapendo che di essere sanissimo mentre fuori il mondo è allo sfacelo. Per questo si continua a scrivere. Perché la poesia vive solo nell’intimo.

Conversari è una delle forme di Guida poeta. Apro a caso il libro: «Non frammentarti. Non cercare la polvere / nei denti del vomere. Ignora gli scherzi del più cupo fogliame. / Ritarda, non rievocarti, revoca la pedita, / cura ogni croce, disbosca le radici più aride». Ma potrei aprirlo in un punto diverso: «La grazia è nel buio e la pazienza è il suo mattino. / Con quanta cura mostriamo la nostra carezza, / la voce nei massacri calcolati, una curvatura / di specchi».

Potremmo imputare ad Alfonso solo l’interminabilità del suo discorso. Ma non è forse vero che ogni poeta, anche il più riservato e silenzioso, è, nel fondo del suo essere, uno scrittore che mai troverà una fine al suo magmatico dire? «Sarà la morte a trasporre ciò che del visibile / abbiamo perso. Lascia / che il sonno s’impasti della gruma dell’indistinto».

Nota di Marco Ercolani

TRE POESIE. Emily Jane Bronte

Tre Poesie di Emily Jane Brontë

(traduzione di Lucetta Frisa)

Emily Jane Brontë

Intorno a me la notte va oscurandosi

selvaggiamente soffiano i venti freddi

sono legata da una stregoneria

e io non posso, non posso andare via.

*

Gli alberi giganteschi abbassano

i rami spogli pesanti di neve

scende la tempesta a precipizio

e io non posso, non posso andare via.

*

Nuvole e nuvole sopra di me

rovina sotto e rovina sopra

ma nessun orrore mi fa muovere

e io non voglio andare via, non posso.

**

Sono più felice se spingo lontana

l’anima mia da questa casa di sabbia

In una notte di vento e di luna

quando l’occhio per mondi lucenti può viaggiare.

*

Quando io non sono e nessuno mi è vicino

né la terra né il mare né il cielo terso

ma sono solo spirito che vaga nell’aperto

e attraversa l’infinito, tutta l’immensità.

**

Cadete foglie e appassite fiori,

allungatevi notti e accorciatevi giorni,

ogni foglia mi farà felice

se cade da un albero autunnale.

Sorriderò quando i fiocchi di neve

sbocceranno al posto delle rose

e canterò quando la notte scendendo

ci annuncerà un giorno più triste.

Le traduzioni sono tratte da: Emily Brontë, Poesie, a cura di Ginevra Bompiani, Torino, Einaudi 1971.

L’INGANNO. Lorenzo Pittaluga

Lorenzo Pittaluga

**

L’inganno

Le rese dell’anno

magre e disdegni

l’angelo delle

appartenenze.

Cade oltre la tua

pena di palpebre

giunte al giorno.

Nasce, in questa

fase, l’idea

risentita.

Dio:

Quante mani ancora

interporrai?

**

Dipingendoti

Nella parte decifrata

della mente, come

calvario cieco cerco.

E leggo bene: trasuda

sfatta l’opera all’ascolto

del suo permanente

parodiare.

Decido sorti distese

abbellendo domande.

Elusa tornerai sul

falsopiano a MENTIRE.

**

Il distacco

Acqua bastevole

al fiore.

Per te asserisco

vendette e primavere:

dettato

rispetti sino

al collo e luna

indietreggia – madre

del bel peccato.

Nutri la tua stella

chiamata a convito

nella cantina.

E per amore per amore

il distacco.

**

Chi ti ama

Somiglia a inversioni

capovolgimenti

del senso.

Taci.

Sa, ora inferma – che

episodico al tempo

è l’eterno

promesso nelle gabbie

di amore.

Tranquilllo nei sommovimenti

tellurici – ancora mistero.

Doni.

Chi ti ama?

Forse il trifoglio e la vite.

Il vino che ti muterà.

Così. In segreto.

**

NEGLI ABISSI LUMINOSI. Angelo Tonelli

Negli abissi luminosi*

Mànteis e prophétai

D12, Plat. Tim., 72 a-b

Di qui la regola di istituire la classe dei profeti (prophétai) come interpreti delle divinazioni ispirate dal dio. Ma alcuni li chiamano divinatori (mànteis) perché ignorano completamente che costoro sono interpreti delle parole enigmatiche e delle visioni, ma in nessun modo divinatori: sarebbe giusto in massimo grado che fossero definiti interpreti di ciò che viene divinato.

D13, Plat., Tim., 71e-72a

C’è un segno sufficiente che il dio ha assegnato la divinazione alla umana dissennatezza: nessuno è toccato da una divinazione ispirata dal dio e veritiera quando è in sé, ma quando la forza del suo pensiero sia impedita durante il sonno o nel corso della malattia, oppure sia alterata dalla possessione divina. Ma spetta a chi governa la propria mente rintracciare memoria delle cose dette durante il sogno o nella veglia dall’indole divinatrice ed entusiastica e riflettere su di esse, e discernere il raziocino di tutte le visioni contemplate, per cogliere in che modo significhino qualcosa e a chi indichino un male o un bene futuro, passato o presente. Chi invece è posseduto dalla manìa e rimane in questo stato non deve giudicare le visioni e le parole da lui stesso proferite….

D14, Paus., I, 34, 4

Fuorché quelli che dicono posseduti dalla follia a opera di Apollo, nell’antichità nessuno dei divinatori pronunciava oracoli, ma erano eccellenti nell’arte di interpretare i sogni.

**

Mania è conoscenza

D15, Plat., Phaedr. 265B

Abbiamo diviso in quattro parti, ognuna per un dio, la folia divina: l’spirazione mantica ad Apollo; quella iniziatica a Dioniso; quella poetica alle Muse: la quarta ad Afrodite ed Eros.

D16, Plat., Phaedr., 244 a-c

Ora i beni più grandi ci vengono dalla follia, che viene concessa per dono divino. Sono state proprio loa profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, possedute dalla follia, a procurare molti bei benefici alla Grecia, privati e pubblici, nessuno, invece, nella padronanza di sé…

Questo è degno di essere riportato come testimonianza: tra gli antichi neanche quelli che assegnarono i nomi ritennero vergognosa e biasimevole la manìa: in caso contrario non avrebbero chiamato maniké (folle) l’arte più bella, grazie alla quale si discerne iI futuro, apponendole questo nome. Ma la chiamarono così perché pensavano che la follia fosse una cosa bella, quando accade per sorte divina. Gli umani di adesso, invece, che non sanno cosa sia bello, hanno inserito una t e la chiamano mantiké (divinazione).

*I testi sono tratti da Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia Antica, a cura di Angelo Tonelli, UE, Feltrinelli, Milano, 2021.

Sciamano (Grotta di Chauvet)
Angelo Tonelli

DOVE TUTTO AFFIORA. Dario Capello

Dove tutto affiora (Undici variazioni sull’Apocalisse)

di Dario Capello

Albert Welti, Litografia, 1900

Ecco, viene con le nuvole

voce di molte acque, così suona la fine

del mondo…

E a lui darò una stella

quella mattutina, e un nome

nuovo e l’intelligenza metrica

come un mare simile

(ma è un nome da lontano).

*

Ecco, il giorno grande, dell’ira

e il nome della stella: Assenzio

a chiudere il cielo, a sferzare la terra.

*

La ricorda così. Una donna

con gettato addosso il sole, un momento

breve, uno spasmo, questa è la morte

quella seconda, quella

che si pensava lontana.

La ricorda così: dalla parte del sorgere.

*

Ogni settimo istante delle cose

un fiato più sospeso, poi la girandola

di vocali tenute per anni, rivolte

al tratto di cielo visibile,

al suo ordine alfabetico.

*

Alle spalle, dove tutto risuona

colpirà con voce fantastica

alla cieca, a strappo, pelle

contro pelle, non ti stupire,

così adesso, proprio adesso

è questa luce di semaforo

a decidere un paradiso feroce

*

“…qui, dove tutto affiora

e sprofonda,

a specchio della nostra ombra.”

*

Segnano la medesima ora

a bocca chiusa, due labbra

urtate, sprofondate nella memoria

di chissà chi. Come riconoscerti

se non dalla maestria,

quella che avvolge i pensieri (gli ultimi?)

da questo davanzale la catastrofe

si misura per lampi.

*

Ecco, il cavallo rossofuoco

eccolo, compie l’opera…spacca la notte

mi confonde…

si rovescia in voce.

*

Quel sussurro che quasi non si coglie

è la voce più terribile. Il fischio,

il fischio di un dio ci ha richiamati

al fantastico scontro, il finimondo,

quello scintillare di due luci (era

la tua passione).

*

Mille anni di squilli e riprese

di fiato, suono di una voce

perfezionata dal sangue, guarda:

anche una donna ubriaca del sangue.

A sciogliere il cuore,

ad angosciare così…

*

La polvere scossa

al primo rimbombo, questione

di un attimo, di un niente

poi il giudizio, in silenzio

e in novità di luce.

“Annunciali tu i nomi, tutti,

leggili sulle tue carte stese,

allontanami i pensieri”.

*

Parlano di questo andare, del cielo

mirabile, non raggiunto. C’è un muro

di cinta, esiste, visibile, lontano

non ha confini.

E nasconde il giardino.

*

Ma qui nulla sorregge nulla.

Neppure quello sguardo che

ti riverbera, non si lascia incontrare

solo il sogno sale, scivola dalle mani.

La destra è aperta, vi si legge dentro:

vampate di pensiero

agitate dal passo degli anni,

dalla flessione delle voci:

è la tua stanata severa linea della vita.

*

Il mondo tolto all’improvviso

spento nel suono, nel suo squarciagola.

Anche se l’istante non finirà mai

di squillare con la tromba, la settima.

Sempre lo stesso momento che non passa

tutte le apparizioni finite

alle spalle.

Quel dondolio che ora ci culla

è tempo che eredita il tempo

confrontato, giudicato in cerchio.

*

Verrà ed è adesso.

E aggiunge. Trombe del ricordo,

sopra uno strano mare rigido di vetro

dove l’acqua non bagna

le mani, non batte gli scogli, non

ti risale.

*

Nulla da raggiungere.

Finite le peripezie, gli svelamenti

di nudità, le staffilate al cuore

gli incantesimi in aria.

Non te li ricordi,

soffiati via dalle due narici

ugualmente commosse,

umide di fiato, di parole.

*

Tutta la vita sfociata nei volti

che la scrittura ricopre.

*

Viene un’ora ma è sempre adesso.

*

Qualche verso ci prenderà, colpirà duro

con le rimanenti voci, fanfare del prezioso

paradiso. Cristallo conforme a un destino

solenne, durissimo. E un sasso bianco.

*

Poi sfiaterà su di sé, nell’aria nervosa

questo volto, questa ragione scossa.

Questa vita. Ho scordato,

ho ricordato:

la patina stupenda, la somma

imparziale dei ricordi

*

Ecco, faccio nuove tutte le cose

indeclinabili, il principio e la fine,

conto i passi, le sillabe

e la pausa che le separa dall’anima.

*

Le gole invisibili

impediscono all’aria di tornare

e far musica per questo teatro

di stragi. Una musica di boato.

Preme come una volontà,

vita senza nome.

*

Dalla parola morente viene

sempre più ombra e noi

ci teniamo stretti, pronti

per l’unisono di quest’ombra.

*

Fuori, è rimasta la tua Renault,

lamiere lucide come stelle, aperte

ai fuochi

mentali che scottano la bocca.

Fuori sembra un altro mondo.

*

Ma senza fretta, un dio semplice

sapiente di sigilli ha chiuso

nell’amen

tutte le fessure, tutte, ad una ad una.

*

Noi debitori di un senso all’eterno

capofitto

di questo e di tutti i fuochi.

*

Guarda altrove, se puoi, scorri

lo sguardo dalla linea della schiena

alla bocca delle nuvole. Bocca

di tenebre e fiato di cielo.

Scrivi: dei cieli di cieli. Ora

si calcola dal grido, non da altro,

il visibile margine della terra

con tutto il suo miele, la sua pietra

intoccabile, fino

al battimani dei fiumi, quelli

celesti, da sponda a sponda.

*

Questa: l’ora che non scocca.

Solo tendini tesi, pronti

all’urto, su ogni ginocchio che si piega.

Ma il tuo passo deciso, sapienzale…

*

È un urlo a chiamare

le visioni. Tenuta di voci.

Sarà salvezza. Ma sgolarsi così

senza riposo, evitare la morte

con acrobazie, il bene tutto

nella gola…

*

Non ha contorno, arriva clamorosa

la parola detta per sempre, più vicina

al sibilo, e ti bacia tre volte

l’ombra della bocca, con saliva mescolata

a lingue di fuoco.

E polvere.

*

Polvere nera sul libro

che parla antico e costringe

a scegliere.

Ciò che dona.

Ciò che toglie.

Torino, agosto 2009

Dove tutto affiora (undici variazioni sull’Apocalisse) è pubblicato a stampa per le edizioni “alla chiara fonte”, collana Quadra, novembre 2009.

Dario Capello, poeta e critico letterario, nasce nel 1949 a Torino, dove vive. Suoi testi sono apparsi su diverse riviste tra cui Niebo, Poesia, Hebenon, Arca, La Clessidra, Steve, Galleria. I suoi libri di versi: Il corpo apparente, CDC, Collana di Niebo, 2000 (Premio Dario Bellezza 2001 per l’opera prima); Nel gesto di scostarsi, Dialogolibri, 2001; Caput vertiginis, Weber & Weber, 2002; Le assenti, Chateau de Rosemonde 2005; Vanità del tema, viennepierre, 2007; Dove tutto affiora (undici variazioni sull’Apocalisse), alla chiara fonte editore, 2009. In prosa ha pubblicato il saggio Torino. Da Nietzsche a Gozzano, Unicopli 2003 (integrato poi in Amante vertiginosa. Torino in 12 movimenti, Casaccia editore, 2010) e un saggio per Paola Mongelli Della visione inquieta (I libri dell’Arca, Joker, 2009).

Albrecht Dürer, I quattro cavalieri dell’Apocalisse
Dario Capello

L’ALBATRO. Charles Baudelaire

(Traduzione di Lucetta Frisa)

Gustavo Doré, The Rime of the Ancient Mariner

Spesso per divertirsi gli uomini dell’equipaggio

catturano degli albatri grandi uccelli dei mari

che seguono da indolenti compagni di viaggio

il battello fluttuante sopra gli abissi amari.

Appena è coricato sopra le plance

questo re dei cieli timido e maldestro

lascia pietosamente le grandi ali bianche

accanto a lui come remi trascinarsi.

L’alato viaggiatore com’è fiacco e balordo!

Lui, prima così bello, ora è comico e brutto!

Uno con una pipa tormenta il suo becco

zoppica l’altro e mima chi si elevava in volo!

Il poeta è simile al principe delle nuvole

che insegue la tempesta e ride dell’arciere

in mezzo ai fischi sta sulla terra esule

le ali da gigante gli impediscono di andare.

L’Albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’equipage

Prennent des albatros,vastes oiseaux de mer,

Qui suivent, indolents compagnons de voyage,

Le navire glissant sur les gouffres amers.

A’ peine les ont-ils déposés sur les planches,

Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,

Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches

Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!

Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!

L’un agace son bec avec un brûle-gueule.

L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées

Qui hante la tempête et se rit de l’archer:

Exilé sur le sol au milieu des huées,

Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

Felix Nadar, Charles Baudelaire