PER “EQUIPAGGIO FANTASMA”. Giorgio Mobili letto da Silvia Comoglio

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Equipaggio fantasma, l’ultima raccolta di Giorgio Mobili pubblicata dalla casa editrici Fili d’aquilone nel 2026, custodisce già nel titolo una chiave di lettura. “Equipaggio” suggerisce una comunità in viaggio, una pluralità di presenze legate da una stessa rotta, ma “fantasma” introduce subito uno scarto decisivo, una condizione di assenza o di sopravvivenza attenuata. Nei testi, infatti, non emerge mai un io pienamente radicato né un noi stabile: i soggetti appaiono piuttosto come tracce, figure in transito tra tempi, spazi e persino versioni alternative della realtà. Più che vivere, sembrano orbitare, e allora il viaggio evocato dal titolo non si presenta lineare né progressivo ma disseminato, come se ogni poesia fosse il frammento di una rotta continuamente interrotta e riscritta.

Questa idea di dispersione si riflette poi nella struttura complessiva della raccolta. I testi non costruiscono un percorso narrativo unitario, ma una costellazione di scene: hotel, aeroporti, cosmodromi, tunnel, città svuotate, stanze che si moltiplicano, tutti luoghi di passaggio o di sospensione, mai veri approdi. Ne deriva così l’impressione di una realtà che ha perso il proprio centro di gravità: l’“equipaggio” è fantasma anche perché non ha più una nave definita, o forse ne ha troppe, muovendosi tra relitti di sistemi – storici affettivi cognitivi – ormai dismessi.

È proprio a questo punto che il linguaggio rivela la sua funzione decisiva. Giorgio Mobili lavora per attrito, accostando registri alti e bassi, termini tecnico-scientifici (multiverso, raggi gamma, episteme) a elementi quotidiani o apparentemente banali (il Campari, il gelato al pistacchio, la sbobba d’albergo). Una giustapposizione, questa, che finisce con il generare uno straniamento continuo dal momento che il lessico scientifico non chiarisce il mondo ma ne sottolinea l’opacità, mentre il quotidiano perde la propria familiarità, come se fosse già un reperto.

Ne emerge una lingua che potremmo definire “post-esperienziale”, capace di registrare ciò che resta quando categorie fondamentali come tempo, identità e storia non funzionano più in modo affidabile. Non a caso, proprio il tempo è uno dei nuclei più instabili della raccolta. Progressivamente ci si accorge che la temporalità lineare si incrina: il tempo si sdoppia, si inceppa, diventa reversibile o simultaneo. Passato e futuro si contaminano, i ricordi hanno lo stesso statuto delle proiezioni e le scelte sembrano negazioni retroattive di ciò che è già stato. In questa prospettiva si possono intravedere echi che vanno da Bergson, con la sua idea di durata come flusso continuo, fino a certe riflessioni contemporanee sul possibile e sul multiverso.

Ma al di là dei riferimenti teorici ciò che emerge è una condizione esistenziale precisa: il soggetto non è più padrone della propria storia ma spettatore di varianti che scorrono accanto a lui. Questa perdita di centralità si lega a un’altra dimensione ricorrente, quella del simulacro. Molte scene sembrano copie di copie, ambienti ricostruiti, set abbandonati dove la realtà appare come qualcosa di già mediato, di già visto, la replica di qualcosa di già accaduto, un già accaduto che si rivela perdita concreta di un’origine o una “stanza primigenia” in cui ci si scopre dimenticati.

All’interno di questo scenario diventa particolarmente significativo il rapporto con lo sguardo, e non a caso considerando che Giorgio Mobili è anche fotografo con una solida conoscenza cinematografica. Le poesie infatti funzionano spesso come inquadrature: tagli improvvisi, cambi di fuoco, dettagli isolati che rimandano a un fuori campo più ampio.

Più che descrivere la scrittura di Giorgio Mobili monta immagini. Alcuni passaggi sembrano veri e propri jump cut, in cui si passa senza transizione dall’intimo al cosmico, dal ricordo personale alla visione tecnologica. Anche la luce assume un valore strutturante, come in fotografia: finestre che grondano luminosità, prospettive aeree, controluce emotivi che definiscono la scena più delle azioni stesse.

Ma, attenzione, fotografia e cinema sono qui non soltanto una questione di tecnica visiva, ma anche di atmosfera e di concezione della realtà. Set, registi assenti, comparse: tutto contribuisce a suggerire che il mondo sia già una messa in scena, o forse il residuo di una messa in scena abbandonata. I personaggi non si limitano a vivere, ma sembrano guardarsi vivere, come se ogni esperienza fosse già stata filtrata da uno schermo e in questo slittamento si intensifica la sensazione di enigma e straniamento criptico che attraversa l’intera raccolta.

Equipaggio fantasma mette così in scena una condizione contemporanea riconoscibile: quella di soggetti immersi in un eccesso di possibilità – tecnologiche temporali narrative – che però non si traduce in libertà, ma in dispersione. E il fantasma non è soltanto ciò che sopravvive alla perdita, ma anche ciò che non riesce più a incarnarsi in una forma stabile, mentre l’equipaggio, pur continuando a muoversi, non condivide più una destinazione: resta una comunità intermittente, fatta di traiettorie che si incrociano, si sfiorano e infine si perdono nello spazio aperto di un universo sempre più difficile da abitare ma a cui dare, o fingere di dare, comunque una possibilità.

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Promenade

Sorseggi un Campari

mentre osservi le torri bruciare

a salvo dal rientro di fiamma:

tra i ranghi della Neue Zelle

resti un numero primo

divisibile solo per te stessa.

Ma poi, nei giorni ruggini,

so che ripensi alla vecchia Promenade…

Sorvolo a bassa quota

con l’hovercraft le cave smesse.

Paleontologo di storie altrui

pettino i resti che trovo

e per un fiasco di vino

li passo ai raggi gamma.

E poi, nei giorni ruggini,

ripenso alla nostra Promenade:

ai bagni di sole,

ai colpi di freddo,

alle notturne futili orditure

contro le stelle.

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Sentimento del buio

Certe sere il rimosso nell’aria ci fa

diffidare di vivere

e oltrepassato il trono di semafori

si scivola in un buio denso in cui nulla

serba la sua forma.

Ma non può finire così

e fingiamo – un’altra occasione

un favore che abbiamo da spendere.

Con pioggia o bel tempo restiamo sotto obbligo

stretto d’omaggio

e dove più strette ci incatenano

le cose appaiono disposte

a ogni intenzione.

Ma non può finire qui

finché chiama – un’altra occasione

un servigio che abbiamo da rendere.

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