Nino Iacovella (La parte arida della pianura, Pietrevive editore, 2026),
Fra le epigrafi di questo nuovo libro di Nino Iacovella ne scopro una a firma Gilles Deleuze: “il mondo è l’insieme dei sintomi di una malattia che coincide con l’uomo”: Questa frase accompagna il lettore a visitare la politica poetica del libro.”Io credo in un solo Io, creatore del ceto e della guerra…//Io credo in te, dio che hai la mia stessa faccia,/credo nella mia generazione che ha eretto/cattedrali egotiche e scavato fossati comuni/ per difenderci dagli assedi della morte”. Il credo disperante e beffardo di Iacovella è gemello della sua contrastata speranza per le forme della vita: “Amo il giorno che riesce a vivere/ della sua abitudine di nascere e morire,/ l’autunno che affiora da una pagina bianca,/ e questo vento, che riempie il vuoto del silenzio,/ mentre noi siamo e seguiamo la strada”. L’ostinato illuminismo permette all’io di combattere i soprusi costanti del mondo con una poesia nitida, graffiata nel foglio come i graffiti di Lascaux: “La lunga carovana di notti e giorni/ giunse al riposo//Uomini come filari tra i solchi della terra//Accampati tra le ferite del tempo/erigevano strutture fragili/recintando le cose che non avevano/ ancora un nome// Avrebbero seminato nascite/dai bivacchi, corpi uniti per tenere/ alta la fiamma del calore…”.
Iacovella compone il suo libro in dieci capitoli: Il bianco della pagina, Olocene, Il bianco della pagina, Lande, Antropia, Dall’alto della storia, Entropia, Madre della violenza, Crash test, La grotta di Lascaux.
Il poeta ci racconta di destini minori, lacerati, dolenti: “il dito dello spastico, puntato verso dio,/mi porta al giorno del giudizio//Così come la poesia/ agli affreschi della Creazione”; “Era come se il tagliarsi le vene/ fosse un modo per perdere peso/ una forma di vanità per il suo/girovita abbondante”. Iacovella sa quanto il suo essere poeta, perseverando nei riti della parola, sia la speranza/disperanza nel mutamento del mondo: mutamento che è sempre l’utopia a cui ogni atto poetico aspira, quale che sia la sua materia verbale. “E siamo soli, un uomo e una donna/ in cerca di riparo/ come da millenni i primi uomini/ negli inverni freddi e spietati//Ora, è nelle notti come questa/ che potrei tracciare/ a mani nude il mio disegno:/sulle pareti di casa lasciare/ vividi colori del nostro passaggio//Il calore dei corpi farà da testimonianza,/ un segno di vita in una terra graffiata/ dal gelo e d al distacco”.
Iacovella è poeta che si esprime in rari libri, ma ognuno di questi nasce da una necessità etica imprescindibile. “La parte arida della pianura” appartiene a ognuno di noi: e ognuno di noi ha il compito di non rimuoverla e di non tradirla. “A tu per tu, il gelo in volto io fisso:/lui fissa il nulla, e io fisso dl nulla./ Stirato, pieghettato, senza grinze,/ respirante miracolo, pianura”: questa epigrafe di Osip Mandel’stam, a inizio libro, ci turba non tanto per le immagini del gelo e del nulla, prevedibili corollari della condizione umana, quanto per il “respirante miracolo” della pianura. Quale miracolo può definirsi “respirante”? Quello che non sigilla la speranza in un blocco assoluto. Quello che la esige increspata, umana, mossa da un respiro, che ne sconvolga gli aridi sassi per trasformarli in linfa: “ama quel corpo e non crederai alla morte,// poi chiudi gli occhi dinanzi al buio/ come se il buio non bastasse/ a fermarti”. Questo libro arriva dal buio: è fitto di cronache atroci, di esecuzioni, di torture, di morti. La voce del poeta si sofferma su scene senza scampo, dove viene detto quanto è indicibile, ma non smette di mostrarci che, prima del suono di ogni lingua, la poesia è atto di pietà che ci congiunge a persone morte o vive, narrate al centro del loro dolore. Non si può che provare, da abitanti del pianeta, un senso di sconcertato, sgomento dolore. Non sarà la parola, né nostra né altrui, a salvarci, ma la parola resta il solo mezzo con cui possiamo traghettare quel dolore, rappresentarlo come invincibile integrità umana. “Arrivati a destinazione,/ il portellone non tiene la forza/ di chi cerca da sempre luce e aria//Marta si sorprende al primo sole/del mattino: vede nascere dalla pianura/ una promessa che non riesce a decifrare//Si abbraccia in solitudine,/ mentre gli altri sciamano ignari/nel recinto umano fatto di noi,/corda di braccia,/ paratoia dove è possibile/ soltanto spingersi per sfociare/ da un giorno all’altro”. Pur essendo evocata con potente realismo questa scena cosa ci descrive? È parte di un ricovero, di un massacro, di un arresto? Il lettore vive nella “sospensione dell’incredulità”, persuaso a credere in ciò che accade ma incapace di definirlo. La poesia di Iacovella ci costringe a entrare in un mondo dove la voce lirica è tramontata e dove la sola domanda del poeta è: “Ma cosa torna da ciò che sconfina?” Qualcosa torna sempre, non fosse che il desiderio di un abbraccio. Anche se “il fiume sarà un muro d’acqua/ che ti arriverà addosso trascinando/ via ogni fondamenta umana”, chi resta sa cosa dire, da sconfitto, alla fine dell’assedio. Il dolore è dolore, e spegne l’immaginazione, Ma, se la riattiviamo oltre ogni speranza, se mettiamo la parola al centro della nostra indagine umana, vivremo ancora la possibilità. E saremo, nonostante stragi e delusioni, visionari costruttori di un nostro futuro.
Donato Di Poce, Alberto Casiraghy.I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia (IQDB, 2026)
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In un’altra stanza
Tra le rotative scorreva
L’inchiostro dei pensieri brevi
L’inchiostro delle combustioni
L’inchiostro delle ciliegie
L’inchiostro dei desiderio
L’inchiostro delle contaminazioni
L’inchiostro dei gesti
L’inchiostro delle materie.
D. Di Poce
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Quando penso
di sapere tutto
ho paura
*
Quando il vento dorme
io ascolto
*
Io sono di tutti.
*
La morte è
un fiume segreto
che ci aspetta
A. Casiraghy
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In Alberto Casiraghy.I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia (IQDB, 2026) di Donato Di Poce, il lettore osserva i mille e mille libri nati dalla fantasia di Casiraghy, aforista, poeta, violinista, come creature che, dal 1998, scorrono in cataloghi, mostre, libri critici, laboratori. L’assoluto incarnato da queste felici plaquette è l’assoluto di una lettura veloce e immediata, ripartita fra immagine e testo, una iper-metafora della libertà che trasforma quella che era una spiritosa collezione privata, uno “scherzo” innocente, nel simbolo di una universale e celeste anarchia di immagini e parole formata da costellazioni non infinite ma mai finite: “Aspetta un attimo/ Vado a casa mi impicco e torno”; “la mia vita senza me stesso/ sarebbe un disastro”; “Scrivo aforismi/ perché quando/ inizio/ ho già finito”; “la gioia del fuoco/ attraversa”. E poi, i titoli dei suoi libri aforistici (Pericoli indispensabili, Dove volano gli occhi, Se gli angeli sono inquieti, I miei labirinti felici, I pesci non parlano mai ai rinoceronti) mostrano il sorriso ironico di una ostinazione poetica che traversa i propri libri e quelli del Pulcinoelefante senza mai alzare la voce ma incrinando ogni canone. In Alberto la tirannide dell’immagine e del senso non ha ragion d’essere. Tutto quello che appare nelle sue edizioni si trasforma in un coro polifonico che, nell’eternità del suo breve respiro, non ammette pause e anzi invoca altri frammenti. Ogni autore, in questa collana di ormai undicimila titoli, è un nome fra i nomi, un arabesco, un suono. E il lettore è chi capita per caso nella sua foresta di segni, deviando da ogni ragione per cercare il suo unico, molteplice sogno.
Franz Sussmayr: Io concludo i capolavori che la morte ha interrotto e che i loro autori hanno lasciato incompiuti nell’attimo in cui le forze li abbandonarono.
*Il testo è tratto da: Pascal Quignard La barca silenziosa, p. 162, Seuil éditions, 2009.
** Quando Mozart si recò a Praga per realizzare La clemenza di Tito si avvalse della collaborazione di Franz Süßmayr a cui affidò la stesura di alcuni recitativi. Secondo la tradizione, il grande compositore gli affidò, sul letto di morte, il compito di terminare il suo Requiem e lo istruì per questo lavoro fino al momento in cui cessò di vivere.
VIA – non vista come tracciato, piuttosto il cammino, da completare, un itinerario verso il senso lontano, il compimento della disciplina. Gli kaiku mostrano rispettivamente: una strada cittadina piena di traffico, un lungomare, un viale di sera e il deserto di notte.
Un lungo giro
per evitare il chiasso –
nuvole bianche
*
come ogni giorno
ritorno a casa –
sale nebbia dal mare
*
viale deserto
nel buio – qualcuno
ha scordato un cappello di paglia
*
le grandi stelle –
nelle notturne dune
i sussurri di sabbia
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Rabbia
La sola strada,
e non porta lontano.
Questa uniformità, questo obbedire
a opache, intime leggi…
Mietitura
Figura storta
voci di mietitura;
blu molto intenso
curvi nell’assolato
arancio della sera
Tortura
Dodici punte
nella calma apparente.
Dileggio interno, ferro.
Dodici dove meglio
possano non dar morte.
Osservatorio
Scendiamo. Non da qui
dal celebrato picco
dei multipli orizzonti.
Più giù dove la luce
manca: teso lo sguardo!
Acqua
che sola puoi
riconciliare i segni
diritti e duri
infissi nella mente
oltre i sogni fluttuanti.
Elegia
Piccola bara
bianca. Veniamo dietro
affaticati.
E già pronti a scordare,
nel nome della vita.
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I testi sono tratti da: Giorgio Gazzolo, Cinque idee giapponesi e venti haiku (s.e, 2004) e Sguardi, Edizioni del Leone, 2000.
Certains de ces aphorismes étaient placardés, en écriture phonétique, sur les arbres de son domaine
Alcuni di questi aforismi erano fissati come scritture fonetiche agli alberi della sua foresta.
Guérir par le refus de la connaissance.
Guarire attraverso il rifiuto della conoscenza.
*
Attention au gouffre du raisonnement.
Attenzione all’abisso della ragione.
*
Une seule porte de sortie: le rêve.
Una sola via d’uscita: il sogno.
*
L’homme a plus besoin de mystère que de pain.
L’uomo ha più bisogno di mistero che di pane.
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L’illuminé, c’est celui qui croit à l’impossible.
L’illuminato: chi crede nell’impossibile.
*
Je ne suis pas instruit des hommes mais du ciel.
Non sono istruito dagli uomini ma dal cielo.,
*
La religion meurt avec sa définition.
La relgione muore definendosi religione.
*
Je suis riche de pauvreté, ils sont pauvres de richesse.
Io sono ricco di povertà, loro sono poveri di ricchezza.
*
L’homme doit vivre debout ou couché, s’il est assis, c’est un malade.
L’umo, che viva in piedi o coricato, mai seduto: questa è la malattia.
*
La crasse, c’est le commencement d’une nouvelle planète.
La muffa: l’inizio di un nuovo pianeta.
*
La vitesse est une insulte au créateur.
La velocità: un insulto al creatore.
*
Le temps n’existe pas dans la pensée.
Nel pensiero il tempo non esiste.
*
S’appuyer sur un mensonge pour mieux dire la vérité.
Appoggiarsi alle menzogna per dire meglio la verità.
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Dépassée la frontière de la souffrance c’est la béatitude.
Oltre la frontiera della sofferenza c’è la beatitudine.
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Avoir osé aller jusqu’aux extrémités de l’âme.
Aver osato fino agli estremi dell’anima,
*
Aucun trésor n’est comparable à un sourire de femme.
Nessun tesoro come un sorriso di donna.
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Femme, quand tu passes, tu déranges le repos.
Donna, quando tu passi, turbi il riposo.
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Tout ce qui est beau est un piège.
Tutto ciò che è bello è una trappola
*
Aimer c’est se préparer à souffrir.
Amare è preprarsi a soffrire.
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Emettez des cellules d’amour.
Sprigionate celule amorose.
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Le rire, c’est la consommation des valeurs spirituelles.
Ridere, è consumare i valori spirituali.
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L’alcool abrutit l’imbécile mais divinise le guide.
L’acool abbrutisce l’imbecille ma divinizza la guida.
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Vivre non pas pour être mais pour devenir.
Vivere non è essere ma diventare.
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L’artiste pur est un médium disponible à toutes les sensibilités.
L’artista non è un medium disponibile a ogni sensibilità.
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Dans l’extrême futur, le créateur sera total ou il ne sera plus.
Nel futuro estremo, il creatore sarà totale, o non sarà.,
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L’art n’est pas fait pour être vendu.
L’arte non è fatta per essere merce.
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Chomo, l’homme qui va mourir, vous parle.
Chomo, l’uomo che morrà, vi parla.
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Dernier message à une civilisation défunte.
Ultimo messaggio di una civiltà defunta.
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Quelle empreinte auras-tu laissée sur la terre pour que ton Dieu soit
content?
Quale impronta avrai lasciato sulla terra perché il tuo Dio sia soddisfatto?
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HOMMAGE A CHOMO
Il y a dix Il y a dix ans mourait Chomo, l’ermite de la forêt de Fontainebleau, artiste total à la fois poète, musicien, peintre, sculpteur, architecte, et auteur d’un film récapitulatif de toute son œuvre, plus long que le Mahâbhârata : Le Débarquement Spirituel. Une véritable légende vivante, dont l’empreinte est profonde sur tous ceux qui l’ont rencontrée. Des milliers de visiteurs, de toutes conditions, ont été admis, au fil des ans, dans le territoire mythique de son Village d’Art Préludien, sur la commune d’Achères-la-Forêt, non loin du Cyclope de Tinguely et de la chapelle Saint-Blaise-des-Simples, où est enterré Cocteau, à Milly-la-Forêt. D’Angleterre, des Etats-Unis, d’Allemagne, du Japon, la télévision est venue filmer l’Eglise des Pauvres, le Sanctuaire des Bois Brûlés ou le Refuge, trois chefs d’œuvre de l’architecture spontanée de Chomo, réalisés, comme toute son œuvre, en matériaux de récupération : bois morts de la forêt, grillage, plâtre, bouteilles, tôles de voitures, glanés dans les sous-bois, les décharges publiques et les casses automobiles des environs. Déjà, en 1960, les derniers surréalistes, André Breton, Dali, Joyce Mansour, Henri Michaux, mais aussi Cocteau, Anaïs Nin, le peintre Atlan, les galeristes Claude Bernard et Iris Clert ou même Picasso, avaient admiré, à Paris, les Bois Brûlés de Chomo, ses assemblages de verre et ses toiles lacérées, dans l’unique exposition qu’il devait consentir avant de se retirer du monde. Par la suite, sur les traces de Clara Malraux, mandatée en son temps par le Ministère des Affaires Culturelles pour faire protéger le site à ses débuts, des personnalités aussi différentes que Bernard Anthonioz, Jacques Attali, Henri-Claude Cousseau, Jean-Hubert Martin, se sont rendues dans le « Royaume » de Chomo, pour voir de plus près celui qui se disait aussi médium et guérisseur et vivait dans une telle symbiose avec ses abeilles qu’une séquence « choc » lui a été consacrée, en 1965 dans un film d’Edouard Logereau, Paris-Secret. Bernard Lassus, Michel Ragon, les peintres Jean Revol, Lisette Combe et Jean de Maximy, le sculpteur Josette Rispal, les photographes Jean-Paul Vidal, Marcus Schubert, Jean-Claude David, Pascal Brousse, Minot-Gormezano, le psychiatre Gaston Ferdière, Michel Thévoz, de la Collection de l’Art Brut de Lausanne, Jean-Paul Favand du Musée des Arts Forains, John Maizels, de la revue internationale Raw Vision, et beaucoup d’autres ont été parmi les admirateurs et défenseurs de l’univers de Chomo. Clovis Prévost et Antoine de Maximy lui ont consacré un film. J’ai moi-même recueilli les souvenirs et les pensées de Chomo, dans un livre iconoclaste publié en 1978. France Inter, France Culture, Radio Libertaire sont venus enregistrer la poésie sonore, les musiques expérimentales et les propos détonants de cet écologiste avant l’heure, grand pourfendeur de la société de consommation, auquel une Fondation a même été un temps dédiée, destinée à protéger le lieu et l’oeuvre de Chomo. Mais Chomo était un irréductible, et s’il avait décidé de poursuivre son œuvre en-dehors du circuit des galeries et du marché, payant sa rébellion au prix fort de l’inconfort et de la solitude, c’était pour préserver sa liberté totale d’esprit et de création, pour pouvoir sans entraves enseigner sa voie à tous ceux qu’il prenait au piège de son rêve, et pour rester jusqu’au bout fidèle à sa révolte contre une société qu’il estimait gravement dévoyée, sur une planète elle-même en grand danger. Depuis dix ans, l’univers de Chomo n’est plus accessible au public, et ce créateur inoubliable, ce visionnaire tourmenté par tous les excès de l’inspiration, auteur de centaines d’expériences de tous genres en sculpture, peinture, poésie, musique, cinéma, est en passe de disparaître de l’écran de nos mémoires. Il était temps que la France reconnaisse le génie de cet artiste extraordinaire, trop longtemps cantonné dans les curiosités du bord des routes, et rende hommage à celui que le chanteur britannique Jarvis Cocker, dans son road movie Journeys into the Outside (Voyages dans l’ailleurs), tourné l’année même du décès de Chomo, considérait déjà comme un monument du XXème siècle. Ce sera l’honneur et la fierté de la Halle Saint Pierre d’avoir eu, la première, ce souci et ce privilège. Puissent, dans cette lancée, les pouvoirs publics prendre les décisions qui s’imposent afin de consacrer à Chomo, sur le lieu où il a vécu, le musée qu’il mérite. (2009) Laurent Danchin
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CREAZIONE DISSIDENTE. Eva di Stefano
La scena dell’arte che amiamo ha perso all’inizio di quest’anno uno dei suoi più appassionati e competenti paladini: Laurent Danchin (1946-2017). Intellettuale generosissimo nel condividere il suo sapere e il suo archivio, battagliero contro tutti i compromessi e conformismi culturali, lucido ed empatico promotore degli artisti del margine. Abbiamo avuto la fortuna di godere della sua amicizia e del suo appoggio fin dall’inizio dell’avventura dell’Osservatorio di Arte Outsider, e di pubblicare nel corso del tempo alcuni suoi preziosi articoli su questioni che ci stanno a cuore: le ragioni dell’attuale successo dell’Art Brut nel contesto dell’arte contemporanea (n.2, 2011), le caratteristiche dell’arte medianica (n.3, 2011), la storia della ricezione in Italia delle creazioni fuori norma (n.6, 2013), l’esperienza di tutela delle costruzioni outsider (n.10, 2015).
Per cultura e vocazione, Danchin apparteneva ad una specie in estinzione: era un umanista e non solo un brillante critico e curatore di mostre, era più di uno scrittore come lui amava definirsi, e cioè un uomo libero e uno studioso dalla prospettiva ampia e labirintica, non ingabbiata negli specialismi disciplinari, spinto da una curiosità insaziabile verso ogni campo delle scienze umane. Con l’impronta libertaria del maggio francese della sua formazione, ma affrancato da ideologismi di ogni sorta. Si esprimeva con forza polemica contro un’idea di cultura come produzione e consumo di eventi, e contro la parcellizzazione del sapere e il riparo asfissiante delle puntiformi specializzazioni accademiche, che mortificano il pensiero del mondo ma spianano la carriera universitaria, a cui lui, pur con un percorso di eccellenza all’Ecole Normale Supérieure e negli studi in storia dell’arte ed estetica, aveva rinunciato preferendo insegnare lettere nei licei ‘difficili’ della periferia parigina. Guardava perciò con diffidenza al recente interesse degli ambienti accademici verso l’Art Brut e alle conseguenti mortifere speculazioni teoriche, e rifletteva con prudenza critica sulle nuove aperture istituzionali e commerciali, temendo a ragione la calata di opportunisti ed impostori. Anche nel nostro primo incontro parigino, nel 2010, accolse con cautela iniziale il nostro progetto, nato all’interno dell’Università di Palermo, ma per aderire con
entusiasmo subito dopo, avendo accertato che, nonostante il mio ruolo, condividevo una spregiudicata attitudine antiaccademica. La sua insofferenza verso i binari precostituiti e la sua fedeltà agli ‘scartati’ della società lo avevano indotto ad approfondire il pensiero dissidente di Jean Dubuffet, a cui aveva dedicato un ‘importante monografia (Lione, 1988, riedita a Parigi nel 2001), e di Antonin Artaud, di cui aveva documentato accuratamente l’intera vicenda manicomiale (Parigi 2015). Ma, come accade il più delle volte, sarà l’esperienza vissuta a determinare la sua iniziale scelta di campo: il legame che stabilisce con Chomo, artista che, per rifiuto della società dei consumi e del sistema culturale ufficiale, ha vissuto per decenni in eremitaggio nella foresta di Fontainebleau dove ha realizzato in povertà e disinteressata solitudine la sua ‘opera d’arte totale’. Danchin gli fa visita ogni settimana tra il 1975 e il 1983, e ne raccoglie le dichiarazioni in una pubblicazione del 1978. Infine, dopo la morte dell’artista, si batterà fino all’ultimo respiro per la salvaguardia del luogo, realizzando due grandi mostre (Halle Saint-Pierre, 2009-2010; Castello di Tours, 2015-2016) e fondando nel 2015 un’ apposita associazione. Dal tempo di quei pellegrinaggi nella foresta, lo scrittore dedica tutte le sue energie alla creazione dissidente, ne ripercorre la storia, si addentra nelle vie dei creatori, scopre, promuove, polemizza con l’arte contemporanea ufficiale, scrive e raccoglie documenti. Il suo volumetto Art brut, L’istinct créateur, pubblicato da Gallimard nel 2006, è un ottimo esempio di divulgazione, sintetico e completissimo, anche per la capacità di scrittura chiara e coinvolgente. Ma, la sua riflessione forse più originale, che esplora -fuori dai sentieri battuti- sia l’arte contemporanea che la creazione irregolare (medianica o virtuosistica), si trova in Le dessin à l’ère des nouveaux médias (Parigi 2009, purtroppo senza illustrazioni) dedicato al fantasma della padronanza tecnica del disegno, “scheletro delle arti visuali”, generalmente avversata nel novecento, ma che riemerge in età contemporanea in settori sottostimati come i cartoni animati, l’illustrazione, il fumetto e l’infografica.
(Primavera del 2017, Osservatorio Outsider Art, n. 13)
Nel 2014 Leonardo Rosa pubblica, per la collana “Le Carte nascoste” delle Edizioni Campanotto, Racconto di uno sguardo. Il libro è un complesso quaderno di appunti, riflessioni, ricordi, pitture, raccolti nell’arco di una vita intera: è un oggetto indefinibile e cangiante, che si può leggere sincronicamente come autobiografia e diacronicamente come zibaldone. Una pagina riporta dei fili d’erba bruciati collocati dentro rigorosi quadrati; la pagina contigua queste parole: «Caro Pierre, la nostra pelle è spiegazzata / ma l’entusiasmo è ancora respiro fresco. / Bisogna continuare a dipingere…/ Non abbiamo tempo di perdere tempo. / Dove siete arrivati? chiedono. / Siamo sempre in viaggio nel nostro mondo interiore / Orsi in libertà». E ancora, qualche pagina dopo: «Mi è venuta un’idea? / Stanotte? / Stanotte. / Ma il tuo cervello non rallenta mai? / Di notte ha dei lampi». E, alla fine del libro, in omaggio a chi scrive questa breve nota, questa citazione: «Abbiamo scritto. Abbiamo modulato il nostro nulla. Adesso aspettiamo».
Anche se non è facile, perché il tempo scorre veloce, occorre aspettare. E occupare il tempo con libri inesauribili, come Racconto di uno sguardo; libri da percorrere come diari, taccuini, memorie personali, frammenti poetici, dall’infanzia alla giovinezza all’età matura. Il titolo del volume è un omaggio al poeta Bernard Noël che ha dedicato a diversi artisti visivi, tra cui Leonardo Rosa, il suo Diario di uno sguardo, dove apre un dialogo inesauribile fra poesia e pittura. Dialogo che percorre anche questo libro di Leonardo, oggi ottantaseienne.
Riascoltiamo ancora, dal libro, la sua voce, come se parlasse a se stesso: «Dice dalla tua prima opera sono passati cinquant’anni. / Che artista pensi di essere? Come ti definisci? / Semplicemente artista a come anomalo / a disagio in un ambiente di trappole rispondo».
Anomalo, Leonardo lo è sempre stato. Nel 1948, nell’immediato dopoguerra, fonda la rivista poetica, “Momenti”; negli anni cinquanta conosce Emilio Scanavino e inizia la sua ricerca informale; nel 1974 si ritira a Castelvecchio, un borgo medioevale ligure, e inizia a lavorare con cenere e carbone; viaggia in Corsica e in Grecia; espone in Germania, Olanda, Svizzera; nel 1992 incontra Raphaël Monticelli, poeta e critico d’arte, con cui inizia una lunga intimità creativa; inventa i bois flottés – legni di deriva – che intitola Tjuringa, ispirandosi alle Vie dei canti di Bruce Chatwin; lavora con imballi alimentari, pelli vegetali, filtri da thè, erba bruciata; inizia i suoi soggiorni nelle Isole Cicladi e a Iraklia torna a scrivere componendo proprio Taccuino delle Cicladi, tradotto da Raphaël Monticelli con il titolo Les chariots du ciel. Nel 2009 scrive Blu al quadrato, un libro che anticipa Racconto di uno sguardo, e che è ancora un diario-zibaldone, una sorta di jam session del poeta-pittore su temi a lui cari.
Riascoltiamolo ancora: «La sera dopo il mercato cronaca in forma di lettera. // Cele cara / mi trovo in una falsa antica osteria. / Bevo vino che non è. Sul mio tavolo c’è un piatto ovale / con polpettone e torta di cipolle. / Al tavolo vicino tre giovani coppie dissertano / su Mozart e Mahler / con brividi di acciughe affogate in un catino di limone».
Qual’è la capacità sottile e intrigante di Leonardo Rosa? Quella di giustapporre i toni con felice, selvatica, innocente disinvoltura. Si parla di Miss Maremma, Miss Estate, Baglioni, tabaccherie, biciclette, uva barbarossa, e di teorie pittoriche, con un tono sempre svagato, da ragazzo che prende appunti, disorganizzato e anarchico, addolorato e scherzoso, sentimentale e grottesco.
«Attraverso una periferia di ciminiere e pedalo tra i campi. / Lontano appare un capannone schiacciato fra le zolle. / È la filatura. / Avvicinandomi il portale di ferro ingigantisce / e le inferriate dei finestroni diventano più massicce. / Mi sento libero».
Rosa dispone in versi il materiale della sua scrittura, ma sono versi liberi da qualsiasi intenzione poetica; sembrano ancora una volta annotazioni sparse, dove l’andare a capo è la tonalità emotiva del momento.
Il libro si suddivide in lunghi capitoli: Tempo uno, Tempo due, Tempo Tre, e cinque Intermezzi, in cui Rosa continua a raccontare le sue storie: «intanto l’autore novizio / raccontandole s’è distaccato dalle sue memorie / e noi siamo diventati personaggi di un racconto». Racconto di uno sguardo non si vergogna di non avere un centro. Lo scrittore-artista intreccia la scrittura come se dipingesse: «No, non userò le tele ma povera carta / e in un giorno brucerà sarà cenere di cenere». In queste sue “carte nascoste” Leonardo è pienamente libero: assembla schizzi inconsci, fumetti, poesie visive, fotografie, versi, frammenti; divaga come se tracciasse uno schizzo della sua vita d’artista.
In una pagina annota: «Ricomincio. / Voglio conoscere il materiale carbone e disegnare corpi / a grandezza naturale. / Non cerco idee ma l’emozione di avere davanti un foglio / più alto di me e misurarmi con l’ampiezza del gesto». Nella seguente riproduce un suo nudo arcaico, giacomettiano, tracciato col carbone.
Contrasti continui, che rendono il libro increspato, imprevedibile, doloroso, umano, talvolta buffo, dove la riflessione sull’arte è contigua a una percezione sarcastica della realtà e dei suoi imprevisti dettagli. Ecco un’altra annotazione, di sorprendente autoironia: «Vorrei avere la rabbia ironica di Bukowski. / Invece scrivo lagni lagni d’infante». O quando festeggia il suo compleanno con un graffiante viaggio à rebours: «2009 14 marzo mi sveglio alle 3.28 compleanno. / Ero vecchio a sedici anni frusto a ventiquattro. / Senescente a trentotto. Poi mi sono fermato. Magia di Cele. / Adesso sono un ragazzo ottantenne. Chioma abbondante. / Pelle e tutto il resto a norma senza coloranti e conservanti».
Leonardo Rosa, indomabile ragazzo, non smette di mostrare, libro dopo libro, disegno dopo disegno, la sua non placata energia vitale, associata a una cupa malinconia distruttiva, a un fotogramma in negativo: «non ho visto / non ho ascoltato / non ho detto / non ho fatto / non ho capito», al quale noi lettori non riusciamo mai del tutto a credere, convinti, leggendo questo libro, autoritratto di artista puer e senex insieme, che brinderemo sempre a un possibile futuro: «Brindiamo / A che cosa? / Brindiamo all’anima a quella che il borgo non ha più. / All’anima che se n’è andata con l’ultimo vecchio. / E l’idea? / E’ in una domanda. Assurda alla nostra età. / Quale? / Cosa ne dici di mollare tutto e cercare un luogo nuovo?». E chiuderò questa mia divagazione con un frammento dalla Lettre Verticale XXXVII dedicata da Bernard Noël a Leonardo: «alla fine del soffio visuale trema / ora un essere là senza viso / si percepisce un pensiero un luogo / un gesto dove l’amicizia / riunisce tutto il presente». (M.E.)
(2014)
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Leonardo Rosa nasce a Torino nel 1929 e muore nel 2024 a Castelvecchio di Rocca Barbena. E’ noto per la continua ricerca e utilizzo di materiali poveri: da legni di deriva, imballaggi alimentari, a ciò che apparentemente può sembrare scarto, ma che per Rosa diviene materiale suggestivo e poetico. Realizza preziosi libri d’arte con Michel Butor e Raphael Monticelli: uno di questi ha come titoloSerena 5.
I suoi libri:Respiro di un luogo, Esilio dell’isola, Racconti minimi, Paesaggi di una linea, Paysage de passage, Melange, Blu al quadrato, Racconto di uno sguardo.
Ha avuto contatti con Eugenio Montale, Fernanda Pivano, Salvatore Quasimodo, Arturo Schwartz, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini. Emilio Scanavino, Lucio Fontana, Mimmo Rotella, Michel Butor, Bernard Noël.
Questa poesia, direbbe Arnold Gehlen, è «chiaroveggenza intellettuale e sentimentale». Innanzi a noi – qui o dove, ma sempre da un’altezza atemporale –, il piú ostinato dei cercatori, vir portendens che abita nella reciprocità e mai non dice addio. Risparmiatevi considerazioni del tipo ‘Difficile, Paul Wühr’, poiché non c’è degna poesia che non sia altrettanto sommessa, ombrosa, che non faccia del vuoto la propria energia, non attiri in sua segreta esuberanza e inattesa spensieratezza, non abbia lacuna e ritrosía. Da Eraclito a Heidegger, a Beaufret: «Rien n’est plus cher à l’éclosion que le retrait».
(Nanni Cagnone)
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Gar | Proprio
Gli occhi soffiano è proprio una
bella espressione
là si lacera il giorno si fa il buio
bianco
quando il vento c’investe ecco cosa
accade
come uno disse è ogni giorno piú grande
la sua bocca
sempre piú piena vuole la leggenda
uscire da noi e ciò che
di noi è scritto non potremo
piú vederlo
solo il silenzio
ha un volto
Die Augen wehen zu gar ist ein | schönes Wort || dort reißt der Tag weiß wird | das Dunkel || wenn es uns durchweht das kommt | davon || wie einer sagte täglich nimmt | ihr Mund zu || immer voller will die Sage aus | uns hinaus und wie || wir geschrieben stehen werden wir | nicht || mehr sehen können nur die Stille | schaut aus
*
Schwer | Pesante
Non smette di raccontare uno
a cui serve meno
sonno d’un uccello quando
dal senso
addormentate le sue mani
prendono congedo
da tanti anni
è abbandonato
il volto bianco pesante
quando
perde il giorno
la sua luce ma
c’è ancora di notte
un po’ di mondo
danno una mano
le leggende
Erzählt einer uns fort der | weniger Schlaf || bedarf als ein Vogel als | vom Sinn || geschlafen seine Hände | abdanken || von so vielen Jahren | verlassen wird || das weiße Gesicht schwer | wenn es || dem Tag an das Licht | geht aber || nachts ist noch Welt | da || gehen die Sagen zur | Hand
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Paul Wühr(1927-2016) è nato a Monaco, in Germania, ma ha vissuto parte della sua vita in Italia. Maestro elementare in Baviera, negli anni del dopoguerra inizia a dedicarsi alla scrittura, pubblicando il suo romanzo d’esordio Embryonen (tra il 1954 e il 1957) e lavorando ai primi testi per la radio. Nel settembre del 1963 il Westdeutscher Rundfunk trasmette il suo radiodrammaDas experiment. L’editore di Monaco Carl Hanser pubblica le sue opere a partire dagli anni Settanta: il romanzo Gegenmünchen (1970), il ciclo di poesie Grüss Gott ihr Mütter ihr Väter ihr Töchter ihr Söhne(1976), quindi Rede. Ein Gedicht(1979), il romanzo Das falsche Buch (1983), il diario Der faule Strick (1987), nuove poesie Grüss Gott, Rede (1990), poi Luftstreiche. Ein Buck der Fragen (1994) e il volume Salve Res Publica Poetica (1997). Numerosi sono i riconoscimenti ottenuti tra i quali ricordiamo: nel 1971 il Premio radiofonico dei Kriegblinden, nel 1977 il Literatur–Förderungspreis della città di Monaco, nel 1984 il Premio della Città di Brema, nel 1990 il Premio Petrarca e il Premio Ernst Meister, mentre la Bayrische Akademie der schönen Künste gli ha conferito nel 1997 il Grosser Literaturpreis.
Vetro veglia casa tintinnio (collana Gli Insetti, Medusa editore, 2023) è il titolo del libro poetico di Francesco Balsamo. Ma, nel pronunciare la parola “libro”, il lettore vorrebbe solo sorridere. Questi versi aerei e disseminati, che affiorano fra i molti spazi bianchi, non sembrano davvero le poesie di una raccolta conclusa: sono volatili epigrafi, teneri haiku, giochi infantili, toni incantati, arie in forma di scherzo. Sono, come in una danza sulla sabbia, i granelli sollevati dal ritmo dei passi. Un Walser bambino sarebbe d’accordo con la musica lieve di queste folli, felici, disperse poesie, che non sopportano né virgole né punti. Già il solo leggerle offende la leggerezza di questa lingua surreale, volatile, lampeggiante come una candela al vento, una lingua che non narra storie e non esprime pensieri ma descrive scorci d’incanti: “Libro intagliato in una trave del tetto/casa per mano//; così/ si apre un polmone/e se ne sta vuoto pieno/ d’aria// e piccoli uccelli/ si ammucchiano dentro fuori// fuori dentro; c’è la luna/ guardare il cielo è un’altra lingua//; per un arabesco della luce/ o per un atto di gravezza// dove sono arriverà il vento/ all’improvviso// come uscito dalla manica/ a cercare l’ultima preghiera// e non trovandola vorrà/ abbattere la torre// lasciarla cadere/ sulla grande terra del tavolo”; Quanti fogli ho tra i rami?/ E quanti liberi confidenti sparsi tra le case/ quanti animali visti con la coda di un occhio/ e quante pietre ho su un fianco/ e quante sull’altro?/ Matita, resta muso a terra e dimmi:”
*
È evidente come a Balsamo interessi, da artista, il segno/disegno della parola: solo il disegno guida la mente emozionata a questi impromptus (così giustamente li definisce Di Palmo) come alle note di uno spartito libero, immerso in nature incantate e reali, che evocano le waldszenen schumanniane. Il poeta, quando scrive “D’inverno/ le storie russe dei nostri corpi”, ha in mente i geli sottili della steppa, che tanto affascinarono il giovane Cechov. E, verso la fine del libro, affiora la dolce identificazione con l’animale più silenzioso, estremo compagno di questa sibillina, ammutinata poesia: “chi dormendo si fa conchiglia/ il suo respiro ai pesci// e nel sonno apre gli occhi e guarda/ il fondo//e vede/improvviso ammutinamento di pesci”.
racchiuso nella mia coscienza tranquilla ero, sono e resterò fedele alla mia scelta più radicale.
A Cassis, i sassi, i pesci gli scogli visti con la lente d’ingrandimento il sale del mare e il cielo mi hanno fatto dimenticare l’importanza dell’uomo mi hanno invitato a voltare le spalle al caos dei nostri intrighi mi hanno mostrato l’eternità nelle piccole onde del porto che si ripetono senza ripetersi.
Nulla può spiegarsi non conosciamo che apparenze.
Tutti gli amori portano a uno solo.
Al di là degli amori personali c’è l’amore senza nome il grande mistero l’assoluto X Tao Dio Cosmo Spirito Santo Uno Infinito.
L’astratto che tutto penetra è inafferrabile: in ogni istante in ogni cosa
l’eternità è là è probabile
che i cani siano più liberi dei non-cani e la merce scadente sia rivoltante