SABBIONETA

Vita non immaginaria del signore di Sabbioneta, Vespasiano Gonzaga (1531-1591).

Progettando la chiesa dell’Incoronata, Vespasiano Gonzaga aveva comunicato con chiarezza agli architetti che voleva uno spazio chiuso e ottagonale, senza divisione in navate. Un unico spazio, una tensione assoluta verso la cupola, che progettò altissima. Per accrescere la vertigine dell’altezza, ordinò che le pareti fossero affrescate: per una sfasatura prospettica i rossi e i bianchi degli affreschi l’avrebbero resa più alta di quanto non fosse realmente. La chiesa fu costruita secondo le sue disposizioni. Di fronte alla bellezza dell’inganno, non appena l’opera fu compiuta,

provò un brivido di piacere, una commozione quasi religiosa.

Ma oggi, immobile all’interno dell’Incoronata, le ginocchia piegate sul marmo dell’altare, non prova né piacere né commozione. Un dolore atroce gli chiude le tempie. Il cuore batte con una potenza che lo spaventa. Per quanto tempo dovrà ancora vivere?

Quando la prima moglie Diana morì, Gonzaga fu felice. Senza il peso della sua voce, senza gli odori del suo corpo, che inutilmente lo abbracciava ogni notte, si sentiva sereno. Diana morì in silenzio, come una regina. Qualcuno disse che egli l’aveva uccisa insieme al suo amante. Calunnie. Si spense in modo naturale, come tanti che aveva conosciuto. Come Luigi, quel giorno, a cavallo. Come Giovanni Villa.

Le emicranie non cessano mai, nonostante il bisturi del chirurgo.

Lo ossessiona la piazza oltre la finestra: è in discesa rispetto alla massa del palazzo, a un dislivello innaturale, le pietre messe di sbieco, il mosaico obliquo; là, di notte, la pioggia può raccogliersi in angoli oscuri, i corpi scivolare e sparire, la parola, pronunciata con forza, farsi rumore, poi suono fioco, sempre più fioco, quasi inudibile.

In seconde nozze Vespasiano sposò Maria d’Aragona e dal loro matrimonio nacquero due figli. Un anno dopo, lei si ritirò nella solitudine di Rivarolo e non volle più vedere il marito. Due mesi dopo morì di un male sconosciuto. Egli cercò di vederla pochi giorni prima della sua morte. Lo respinse sempre. Gonzaga non dimenticherà mai il cenno della sua mano dalla finestra dell’eremo – un cenno fragile ma duro, di rifiuto assoluto.

Non si diede pace di quella morte. Da allora visse se stesso come silenzioso, inconsapevole assassino degli esseri che amava. Bastava che vivessero accanto a lui per un certo periodo di tempo e accadeva. Una dolorosa conferma fu il suicidio di quel giovane pittore fiammingo dal nome italiano. Lo aveva invitato a corte perché dipingesse un affresco di caccia nel suo studio privato; ma un mattino d’ottobre – erano appena passate due settimane – non lo vide venire.

Poche ore dopo seppe che si era annegato nell’Oglio. Per Vespasiano la sua morte fu più terribile di ogni possibile tragico evento. Era molto affezionato a Villa. Aveva la sensazione che, morendo, il suicida si fosse portato con sé, nel fondo dell’acqua, un segreto intollerabile che riguardava soltanto lui. Qualcosa gli si era rivelato della sua vita, che neppure Gonzaga sapeva. Lo sventurato, non reggendo il peso di questo sapere, si gettò nel fiume. Il suo nome fu inciso nell’autunno del 1562 in una lapide del cimitero di famiglia: Giovanni Villa, di Bruxelles.

Fermo nella chiesa dell’Incoronata, egli non sa pregare. Negli ultimi mesi è dimagrito di sette chili. I cortigiani se ne sono accorti: i loro sguardi sono attenti, quasi spavaldi; onorano, con subdoli inchini, il futuro cadavere, da cui si aspettano lasciti e donazioni.

Sente che la ferita alla spalla, guarita da mesi, si riapre. E’ la stessa spalla a cui fu ferito il padre, nell’assedio di Vicovaro. Il piombo frantumò l’osso, egli stava morendo, ma la benda impedì al sangue di allagare il polmone e rimandò l’attimo della morte, il trasformarsi della pelle pulsante in involucro livido. La benda – una forma rigida e bianca – circoscrisse, difese. Come le colonne delle navate e gli archi delle tombe, costruiti per reggere anni di passioni e di fedi.

Fanciullo, Vespasiano studiava Vitruvio nelle ore notturne e alla luce del giorno esercitava il braccio all’uso della spada; a mezzanotte digiunava, soffrendo nella tenda i morsi del gelo, e a mezzogiorno partecipava a danze fastose e a nozze galanti; dopo il tramonto parlava di Petrarca al cortigiano più fedele, scrivendo versi e canzoni, e all’alba espugnava con audacia le città, seminava di morti le colline, sottometteva nel sangue le forze nemiche. Ricorda le sale degli specchi e dei mesi, degli arcieri e dello zodiaco, del labirinto e delle metamorfosi: gli affreschi e le statue sopravvivono, con l’immobilità dei simulacri, al persistere della sua presenza. Sono immuni. Come non lo sono gli uomini, che in sua presenza respirano affannosamente, con un oscuro disagio.

Ricorda quando, costruendo il suo teatro, ordinò che la volta fosse affrescata di figure taciturne e tranquille, bambine affacciate ai balconi e donne vestite di bianco, uomini galanti e nobili vecchi. Sarebbero stati là, a simulare le apparenze della vita. Nessuno di loro sarebbe morto.

Vespasiano sorride. Gli uomini sono sostituibili dalla pietra e dal colore. Basta volerlo. Gli scultori e i pittori che parteciparono alla costruzione di Sabbioneta non sapevano di essere, per lui, come il sonno che genera sogni. In quel sogno Sabbioneta era una cittadella fortificata e silenziosa, autonoma dal mondo, circondata da un perimetro di mura inespugnabili. Era luogo di salvezza. Era la sfida alla morte. Sabbioneta sarebbe sopravvissuta al nome dei Gonzaga. Sarebbe rimasta intatta, con le linee perfette dei bastioni e dei viali, della fortezza e delle stanze. Fuori, il mondo poteva frantumarsi. Non importava. Lunghi anni sotto il sole di Spagna gli avevano insegnato a perfezionare le tattiche della difesa, le tecniche della costruzione, il piacere della tana.

Poi se ne saziò.

Un giorno di ottobre, nell’incendio della biblioteca, perse gli amati volumi di Tacito.

Incenerirono fra le fiamme. Vespasiano soffrì un dolore immenso, più che se avesse perso la moglie o il figlio. Urlò, accusò i suoi servi, impartì inique e assurde punizioni. I libri andati in fumo rompevano parte del suo cerchio magico. Avrebbe urlato con la stessa angoscia se un fulmine avesse frantumato i merli della fortezza o la statua di un avo fosse caduta dal piedistallo.

Lo tormentava che un evento selvaggio e inspiegabile – in questo caso il fuoco – potesse espugnare la sua stanza nonostante le difese, nonostante le mura. Allora niente serve a nulla, se…

Non riesce più a pregare. Il suo io sopporta a stento la prigione delle ossa. Quell’ultima difesa – così inutile. Se un uomo potesse sprigionare nell’aria e polverizzarsi…

Un tempo scriveva lettere. Si illudeva di uscire da sé, di andare verso l’altro. Ma ne scrisse pochissime, mantenendosi riservato e prudente. Temeva di essere capito, guardato, ferito. Non si confidò mai. Con le sue frasi corteggiò sempre la verità cercata, attesa, prevista dall’interlocutore.

Ora Vespasiano non sceglie più. Fermo dentro la chiesa dell’Incoronata come il viandante, immobile al bivio, non decide altre strade e resta nel punto del bivio. Dopo la morte di Luigi non ebbe più figli. Quando si sposò per la terza volta non fu sorpreso che sua moglie – una donna pia e fedele – fosse sterile. Non apparteneva più alla sua vita: gli sarebbe sopravvissuta. Il ramo cadetto dei Gonzaga sarebbe morto con lui come il senso di Sabbioneta.

Invecchiando, torna con il pensiero a Maria d’Aragona – alla sua scelta estrema. Esiliata a Rivarolo, la vita limitata alla visione di un ramo, all’ascolto del vento. Gonzaga non crede alla sua scelta, come non crede a se stesso. Elevare torri o rinforzare bastioni ‚ stato vano. Fecero bene, i suoi servi, a bruciare i libri, quel giorno. Fu un indizio che non volle capire. Appiccare il fuoco a Sabbioneta e distruggere la prigione: ecco quanto era necessario. Vivere la morte accettandola come evento. I suoi migliori progetti nacquero nel delirio della febbre, con il polmone che gli bruciava.

Vespasiano guarda la cupola dell’Incoronata. La osserva a lungo, perché vorrebbe volare lassù, rianimare gli affreschi, rompere la cupola, essere un’aquila nell’aria, sopra l’assurda Sabbioneta.

Tende il braccio, come a iniziare il volo, e resta così – nobile statua di bronzo che con solennità porge la mano al suo dio inesistente.

(M.E.)

(1980)

L’AL DI QUA DELLA BAMBOLA. Michel Nedjar

Il mondo può condensarsi in una bambola? E il concetto di art brut ha ancora un senso?

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C’è un al-di-qua della bambola?

C’è il desiderio: la bambola, è inaccessibile, penso sia sempre stata inaccessibile, non è mai stata una cosa-bambola, anche se la chiamo bambola. È forse proprio nell’al-di-qua. Trans-bambola? Quale al-di-qua? Una meta-bambola? In un solo colpo realizzo che non è mai stata una bambola, poiché quando mi offrono delle bambole io ho solo l’ossessione di trasformarle per farne dell’altro; è una cosa che non riesco a dire a parole.

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Tu vuoi dire che la bambola è uno stato transitorio?

La bambola è stata pulsionale, sismica, tellurica,

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Nietzsche, in Al di là del bene e del male, pretende che ogni cosa abbia un’origine pulsionale, compresa la filosofia e le scienze. Avrebbe definito certamente questo “momento-bambola” come una “volontà di potenza”. Una causa prima. Tu sai che André Masson, nicciano convinto, descriveva sensazioni simili quando eseguiva disegni automatici e che negli Stati Uniti, durante la guerra, definiva la sua pittura “pittura tellurica”? Ma torniamo a Chairdämes: hanno un aspetto fetale, occorre dirlo, morbido, e spesso impressiona il pubblico.

Io non la vedo così. Non c’è niente di morbido nel mio lavoro. Al contrario. Io vedo le bambole come feti: origini di vita, piuttosto che cadaveri. Sono simultaneamente nascita, morte e rinascita. Sono l’Ogni-essere della vita. Volevo costruire così un fondamento del mio Essere, per trovare in questa profonda crisi l’incanto dell’infanzia. Alfred de Vigny ha detto: «Una vita riuscita è un sogno di adolescente realizzato in maturità». Mi pongo una domanda: quello che faccio può essere definito “arte”? O forse, a conti fatti, è più che arte? Sono domande per le quali non ho nessuna risposta ma in fin dei conti io non ho mai creato una bambola.

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I testi sono tratti da: Michel Nedjar, Tout est poupée. Conversations avec Jean-Michel Nouhours, Editions Buchet Castel, Villeneuve d’Asq 2021.

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Artista plastico e regista, Michel Nedjar nasce nel 1947. Le sue opere sono esposte in collezioni private e pubbliche, fra cui il Centre Pompidou e la Collection d’Art Brut di Losanna. Le immagini qui riprodotte sono dell’autore.

L’ETERNO INTERROGARSI. Marco Sbrana

Benevolenza cosmica di Fabio Bacà. Una nota di lettura.

Immagine di Jean Mirò

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Londra. Non si capirà mai del tutto quale sia l’occupazione del protagonista Kurt. L’essenziale, sì: statistica. Ha faldoni di statistiche su tutto. Il mondo ridotto a percentuali. Dopo la diagnosi di un tumore – benigno – al nervo ottico, si chiede perché mai un giovane punkabbestia gli ceda il posto sulla metropolitana e perché, nonostante la ressa, il seggio resti vacante, come se fosse per lui.

Terapia di coppia, poi, con Elizabeth – scrittrice di successo. Un altro perché lo assilla: un tassista si ostina: è il suo ultimo giorno di servizio, non vuole far pagare la corsa a Kurt. Incomprensibile per un uomo – Kurt, appunto – che della razionalità ha fatto religione. Altro evento: proprio nel momento di crollo di tutte le altre azioni, quelle di Kurt si impennano e nel giro di un giorno ottiene quasi centomila sterline. Ho ricordato il Seymour Glass di Salinger, la sua “paranoia all’incontrario”: non è che tutti cospirano perché io sia felice? La notizia del commercialista sull’impennata quasi sovrannaturale delle azioni induce Kurt a ricordare il motivo per cui si avvicinò alla statistica, ossia il teorema di Kerner sugli eventi insoliti, tra cui – per forza – si annovera la morte del fratello del nostro. Di Eric. E dell’amico Simon. In una folle gara di velocità tra un aereo e una moto, si staccò la ruota del velivolo, uccidendo Simon cui piombò in pieno sterno, e costringendo Eric a un atterraggio di fortuna presso il lago, dove morì tra acqua e metallo.

Le fortune di Kurt aumentano: sopravvive a un colpo di fucile perché il fucile si inceppa, per dirne una. Donne sembrano sempre volerglisi concedere. Tale Lucia – psichiatra/sciamana – dice che a Kurt è legata una persona. Karmicamente legata (e la cosa, al razionale Kurt, puzza, lui che è ingolfato di statistica). A questa sta accadendo l’opposto: sfortune atroci. E forse la persona in questione è Richard Joyner, attualmente detenuto con l’accusa di tentato omicidio (per avvelenamento): il bersaglio era Kurt. Che scopre in fretta: nessun omicidio in programma contro di lui. Quando il protagonista si introduce nell’abitazione di Joyner, la figlia gli dice che il veleno è tale solo se preso in grande quantità; altrimenti, è medicina.

Joyner era effettivamente sulle tracce di Kurt: ma solo per arrivare a Elizabeth, nella speranza che la scrittrice scrivesse la sua biografia (a stessa ammissione della figlia, Joyner non è del tutto sano, forse è stato il licenziamento).

E allora? Cosa sta succedendo? Sicuramente una cosa: Kurt sta per diventare padre. Elizabeth è incinta di tre mesi e mezzo. Neanche il tempo di gioire, che Kurt ha un incidente. Coma. Durata: cinque mesi e mezzo. Gli basta guardare la figlia negli occhi: è lei, pensa Kurt, la persona che si vendicherà della benevolenza cosmica. Sì, perché nei nove mesi la bimba ha rischiato di morire a cadenza preoccupante, con tre aborti sventati per miracolo. Gliela farà pagare, quando nascerà. Tramite relazioni con tossicodipendenti. Tramite sesso non protetto, ironizza un riappacificato Kurt.

Avrei potuto dire di più della trama; è sempre necessario, malgrado la crescente preoccupazione dello spoiler. Mi sono trattenuto. Bacà è un corpo estraneo. Marchigiano, ha come genitori i postmoderni. Pynchon, sì, Wallace, anche; ma soprattutto Bolano e Cortàzar. Si può collocare la produzione – per ora costituita da Benevolenza cosmica (Adelphi, 2019) e da Nova, nel solco del realismo magico, che in letteratura è il discendente diretto del postmodernismo. Quei viaggi – che sono sempre, sempre ricerche – a cui abituavano Cortàzar e Bolano; quelle feritoie nel mediocre reale a rivelare scorci di meraviglia; i personaggi surreali di Pynchon, caricaturali, ma a tal punto da risultare credibili nello spazio diegetico, ora preoccupanti ora ridicoli, sempre veri anche nel gioco metaletterario del “Lettore, so che sai che è finto”.

L’incomprensibile, dunque, ma nell’estremamente ordinario. L’asetticità (si parla di uno statistico) è straniante se applicata alla vita, perché preleva l’emotività. Ne riesce un grottesco che sulle prime diverte e che, con l’incalzare di una trama ben orchestrata, inquieta. Si ricordi il capolavoro di Kaufman Synechdoche New York: nulla di straordinario, si è solo rotta una tubatura; nulla di straordinario, le feci hanno solo un colorito strano. Insomma, nulla di straordinario, ma c’è qualcosa che ci puzza. Kafkiano, Bacà, nella gestione dei tempi comici: teatro gestuale come quello dei funzionari sepolti nella polvere del praghese, e comicità nell’analisi fredda lucida distaccata di Kurt, nel filtro intellettuale che appone per osservare la qualunque. La paratassi è sobria, così sobria e concettuale da produrre nel lettore – di nuovo – straniamento, qualcosa di unheimlich: ci si chiede cos’avrà mai di strano questo Kurt. L’estensione del dettaglio è il trucco che Bacà usa per stranire senza mai uscire dai confini del realismo. La vertigine provocata dall’analisi che estende ed estende l’infinitesimo instilla la domanda che percorre tutti gli scritti del già citato Bolano: So cosa sta succedendo, ma cosa sta davvero succedendo?

La prosa analitica – che ricorda a tratti anche Morselli, non insolito al fantastico (nel suo caso erano ucronie – apprezzate solo postume) – è l’iper-razionalità di un uomo che, di fronte alla fortuna insostenibile, si pone l’eterno Perché? sul mondo e la vita, che stavolta – e in questo l’originalità di Bacà – non scaturisce dal grave ma dalla botta di culo. Rimane il problema del motivo, della causa prima. Come spiegare il mondo? Perché non lo capiamo? Il flusso degli eventi è indeterministico, e quindi non posso conoscere una particella per il solo fatto che, al fine di conoscerla, devo illuminarla (così Heisenberg). Eppure, io – umano, troppo umano – ho bisogno di credere che ci siano nessi karmici, rapporti causali, statistiche che mi illudano (e spesso, infatti, Kurt ammette che tutte le statistiche sono manipolate: tale il caos). Non meno importante della questione epistemologica è, in Benevolenza cosmica, l’aspetto psicoanalitico. Freud diceva che il piacere è tale se prevede rischio (banalizzo): quale vita grama quella dove il piacere è sicuro, quale infelicità se l’istinto di morte è inappagabile. La felicità non è felice, questo è Freud; e l’infelicità non è infelice. Perversioni nel nostro inconscio, e contorcimenti che non possono ammettere che la vita prosegua nel solco di un eterna beatitudine, che è l’atarassia dei non più vivi, una prospettiva che atterrisce il nostro Kurt. Nel suo bisogno di soffrire un altro po’. Il finale già preso in esame sospende la risposta al Perché? e riaccende la domanda sul davvero: Cosa sta succedendo davvero? La figlia e Kurt sono legati karmicamente? La sfortuna del feto era proporzionale alla fortuna del padre? Non c’è modo di quietare il fermento del nostro interrogare il cielo zitto. Alienati nel metropolitano, nelle reti di segni, ci chiediamo a volte se la domanda – addirittura – sia mai stata posta. E lì, credo, Kurt si rallegra. Nel dirsi che la risposta è: Non c’è la domanda, la calma e la resa al fiume di Eraclito. Insomma, Wittgenstein. Forse dovremmo assumere un atteggiamento meno impegnato emotivamente, sembra dire Kurt, nel nostro spasmodico interrogare; perché non possiamo davvero parlare di destino karma vita e dio, e di quello di cui non possiamo parlare – ammoniva Wittgenstein nell’ultima, celeberrima, proposizione del Tractatus – bisogna tacere. Tacere e, come Kurt, baciare. E sentire il primo rutto di nostro figlio.

*Marco Sbrana (26/03/2003) studia scrittura creativa presso la scuola Mohole a Milano, dov’è nato. È nella redazione di Zona di disagio e Evidenzialibri. Cura la rubrica settimanale di cinema per Odissea di Angelo Gaccione e collabora con il blog Scritture di Marco Ercolani. Ha scritto un romanzo sui disturbi mentali e una raccolta di poesie di prossima pubblicazione. Cura il blog di cultura e critica cinematografica Carrello a seguire.

LIBRI BUONI. Friedrich Nietzsche

Disegno di Vincent Van Gogh

Non riesco a trovare traccia di una particolare provvidenza in favore dei libri buoni: quelli cattivi hanno quasi più possibilità di mantenersi. Sembra un miracolo che Eschilo, Sofocle e Pindaro siano stati sempre di nuovo trascritti, ed è evidentemente per mero caso che noi siamo in possesso di una letteratura antica.

Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi, inizio 1873

L’ARDENTE MIETITURA. Carmine Mangone

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Dobbiamo persuaderci che la natura della poesia è quella di penetrare nel mondo solo quando la rendiamo varco di tutti i possibili, e che essa si manifesta perentoriamente già quando vengano gettate le fondamenta di una riduzione critica e gentile dell’impossibile; per questo motivo, essa non si manifesta mai troppo presto e non accetta in alcun modo, alla sua tavola, un desiderio indegno.

La sete di oggi è un bisogno di cielo.

Dal tuo Nord al tuo Sud,

un viaggio di mani lungo il morbido declivio della notte.

*

Il divino. Questo fragore che mi mette in comunicazione con le tue mani, le tue impudenze, la tua sterminata area di fiducia.

L’accoglienza, il divino, il divenire di tutte le cose nel mio affidarmi. È la morte del soggetto in una notte trasparente. È il convincimento della poesia, il tenersi per mano nella sofferenza frantumata, nell’insolenza abbandonata. È la tua voce che scompagina le convinzioni di sempre, riportandole a casa per una determinazione mai occasionale. È il rito che investe il controllo, lo stupore che non ha più un sesso, l’innocenza senza ipoteche e senza costernazione dell’inviolabile che ci porta.

*

Sentire un brivido

lungo ogni pensiero e

accorgermi di non essere mai solo.

Pensare eroticamente le parole,

lo spazio,

i fiori del pesco,

la ciotola del cane.

Consegnarti a tutte le morbidezze,

a tutte le inquadrature,

e far sì che la poesia del vivente possa

riscattare l’origine senza mai porre un

termine alla grammatica accorata dei germogli.

*

L’amore è la maledizione del divenire, il passo falso di ogni sogno della materia.

Al di qua della caduta, dove si rintana il nostro corpo plurale? Arroganza della luce, il saperti in un eccesso di mancanza. Dimenticare la riserva, danzare con una voce che non si lasci uccidere dalla parola, e aderire a ogni invocazione che allontani il giorno dalle banali ritorsioni della fatica.

*

Accade che.

Non so. Di questa grande pretesa contro la

nostalgia d’un fuoco di bivacco,

cosa difendere.

Il relitto dell’oltremodo,

l’Alzheimer di mia madre,

la fragranza del pane caldo,

una fortuna randagia,

un puntiglio, e alcune fotografie tra le macerie d’una

casa bombardata.

*

Smarrire il mio nome o l’esigenza delle radici.

Ripudiare la compassione.

Consumare le parole fino a sentirmi vano.

Come potrei?

Mentre la notte ha un gusto dolce di restituzione,

il fuoco si accanisce,

il dubbio si arrende

e il libro della speranza si chiude per sempre.

*

Vorrei dirti molto di più. Dire te con la vampa, le lacrime; dire con te la fiducia, il risveglio, i fiumi carsici del dubbio. Affrontare il dire. Dissodare la Storia. Aver bisogno d’inscrivere la determinazione sulla soglia dell’intentato in modo da scongiurare il mai. Un passo al di qua e si resta nel pantano della speranza. Un passo al di là ed è l’accoglimento, la sentenza di vita, il lato toccante del possibile. Sentire il mio nome tra le tue mani. Concepire un tatto del pensiero. Aderire a tutte le paure che ti sanno e ti fanno entrare. Ecco. L’assolvimento, il pungolo, l’ardente mietitura.

*I testi sono tratti da: Carmine Mangone, Post adventum veris (Il Convivio editore/Occhionudo, 2024).

LA CHIAREZZA DEL TRAUMA. Silvia Rosa

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Scrive Eliza Macadan: «Non c’è redenzione possibile senza un linguaggio che sappia nominare l’inenarrabile: è questa la lezione più feroce e necessaria che la poesia di Silvia Rosa ci consegna. La parola poetica, nelle sue mani, diventa il luogo in cui la vergogna si trasforma in testimonianza, il silenzio in resistenza, l’ombra in una geografia di segni condivisibili. 𝙇’𝙤𝙢𝙗𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙞𝙣𝙛𝙖𝙣𝙯𝙞𝙖 (Pequod, 2025) è un libro che non concede tregua e che spinge chi legge in un territorio al limite tra lirica e documento, confessione e fiaba rovesciata. Ogni testo svela la frattura di un’infanzia violata, mettendo in scena non un “io” isolato, ma un “noi” collettivo… un libro politico nel senso più alto: perché dichiara che nessuna violenza può essere normalizzata, che il linguaggio poetico non deve sottrarsi ai compiti più dolorosi, e che la voce delle sopravvissute non può restare ai margini. È un atto di coraggio letterario e umano, che riconsegna alla poesia la sua funzione etica: non consolare, ma dire». Queste parole ci svelano il segreto del libro. Nessuna consolazione è possibile. Ma anche nessun silenzio che rimuova un dolore inenarrabile. Silvia Rosa racconta con chiarezza e non nasconde il trauma delle violenza subìte dalle donne nei loro destini: senza nessuna ellisse, questi versi, sono un racconto straziato, suddiviso in stazioni di dolore, intonato da una lingua ora gridata e ora bisbigliata, sempre nitida; un lucido e dilaniato discorso che, volendo dire la frana incontenibile di una pena segreta, ne diventa universale testimonianza. Silvia usa le parole come le immagini essenziali di una rovina che non smette mai di esistere nella memoria: ma che, narrata, impone il suo tema e costringe il lettore a essere, drammaticamente, dentro l’ombra di quell’infanzia sofferta, vivendo la chiarezza del trauma che non va cancellato e le strategie di liberazione da quel dolore comune, finalmente nudo, esposto agli occhi dell’altro: «Occhi neri a precipizio/ sempre paura sempre sola/ bambina piccina cuore friabile/ sbranato a morsi, cresce pane/ nel tuo petto per il pettirosso del libro delle fiabe, cresci obliqua/ per non farti male, ferita dal vento in pieno/ volto, volo d’ali spiumate, piccola scintilla/ di fuoco brucia la città dei balocchi/ il dio dei bambini rotti non ti ascolta:/ e tu corri a nasconderti dalla fame,/ nel luogo segreto dei bottoni–/ mettili in fila, inghiottili/ prima che ti chiudano la bocca».

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Testi

Si può giocare con il peso, ad esempio,

smettendo di mangiare, oppure mangiando

fino a sentirsi così piena, un otre in miniatura,

diventare una mappa d’ossicine in rilievo

o un pupazzo gonfiato da strati e strati

di carne rosa dietro cui far capolino. Si può

sperimentare ancora il gioco dell’acquaNo,

smettendo di lavarsi, i capelli unti e i piedi

nelle scarpe che odorano da vergognarsi,

vestirsi con maglioni larghi e non mettere

mai una gonna, essere di sé la versione più

imbruttita, ma pure fingersi donna con un

certo anticipo, cavalcare l’onda dell’oltraggio

e portare il rossetto a nove anni con uno sguardo

malizioso e conturbante. La bambina ha scelto

un’altra opzione: rendere il suo corpo il luogo

del dolore, l’attore consumato che mette in scena

mal di pancia memorabili, e ogni sintomo che

serva a raccontare quel che lei vorrebbe farsi:

scomparire, un organo dopo l’altro.

(Ma il corpo non è d’accordo e per questo

duole per davvero, fuori controllo).

*

Ma perché non hai detto nulla, bambina?

1.

Non avevo più la lingua, la bocca

era un calco svuotato, per quanto urlassi

a perdifiato la voce non saliva in superficie,

si fermava in gola, un garrito fioco, un suono

inerme e vago.

2.

Le parole che tenevo in tasca non bastavano,

erano pezze sfilacciate da buttare, buone solo

per soffiarsi il naso, forse per asciugarsi un po’

le lacrime. Erano contorte forme d’alfabeto,

che non avevano un legame con le cose contro

cui sbattevo gli occhi e mi facevo male.

3.

Sentivo una stretta all’altezza dello stomaco

e la vergogna che si arrampicava sulle gambe

fino all’incendio che sbocciava in faccia,

ero così sporca che lo sguardo di chiunque

non poteva che franarmi addosso, con un tuono

fragoroso di rifiuto.

4.

Credevo fosse vero che parlando con qualcuno

il cosmo si sarebbe capovolto e io sarei rimasta

morta al fondo, schiacciata da quel peso. Credevo

a quel che mi diceva l’Orco, che non mi avrebbero

creduta, che nessuno mi avrebbe più voluto bene,

che sarei seccata in un baleno dentro un vortice

d’incuria.

5.

Pensavo fosse colpa mia, che quel rituale

sconsacrato mi toccasse in sorte perché mio

padre vero m’aveva abbandonata e all’altro,

l’Orco, c’era da pagare pegno se volevo che

mi amasse un poco, indegna come ero di sicuro

Immagine di Wols

L’ARTE DEL RAGNO. Chiara Daino

Immagine di Louise Bourgeois

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«E con la sigaretta spengo – ogni pianeta»

«Una forma di resistenza ai meccanismi dell’utile, del produttivo, del consumo, in quanto inconsumabile, invendibile e eternamente fuori dal tempo e dalle mode»: la definizione di poesia di Luigi Metropoli è sostanziale a queste trentasette poesie di Chiara Daino, dal titolo L’arte del ragno. Ogni poesia è dedicata a un ragno reale, ma questo è solo un dettaglio compositivo, perché ogni poesia è una scheggia autobiografica del passato e del presente di Chiara, un bagliore derisorio di “biologia ritmata” che ha la forza dirompente di uno “schiaffo al gusto del pubblico”.

L’arte della sovversione non appartiene alla storia della letteratura. Ma la linea borderline dello sberleffo traversa questo divertissement, dove follia, invettiva, rancore, pulsione omicida, tenerezza, citazione, sarcasmo, si fondono in intrico di disperata freschezza, e rendono tutta la composizione un’opera buffa, dove il comico è un velo che appena separa dal tragico, e offre agio all’autrice per studiare con erudita competenza i suoi piccoli mostri ragneschi.

Qui Chiara ci parla di sé con versi incisivi:

«[Fumo a cancrena, eccetera.

Carne da Prosa! Blablabla]

Non è bisogno ma necessità…

Disimparo un cervello ingordo

e bacio per evirare il silenzio

Sono una bimba contrariata

che ninna il mare capovolto.

E nemmeno il diavolo

mi vuole al suo tavolo».

Daino, o erompe o non è. Se osservassimo che scrive con toni violenti, con ritmica rock, faremmo un’osservazione tautologica: lei sa bene che qualsiasi scrittore autentico usa il suo stile come uno stilum acuminato e la sua lama infilza con piacere poeti molli e diligenti, intelletti pensosi e prevedibili.

Il suo atroce rispetto della lingua le fa inventare librini come questo, “libri brevi” e non “librini”, dove il gioco linguistico, quando c’è, non è mai onanismo da postavanguardia (“la lingua è un gioco, la palla è un verso”) ma veleno letale in cui, come nelle più cruente tragedie shakespeariane, intingere la lama per l’ultimo duello. Ogni duello di Chiara, ogni combattimento poetico nell’universo dei ragni, nasce sempre da una sete di libertà e di vita incontenibili che il mondo (“l’immondo”) le nega: per questo, da sempre, Daino grida e si batte, corpo e carta, sempre scorticata e presente sulla scena del suo teatro da cui i sipari sono felicemente/infelicemente spariti, benianamente padrona dei suoi riflessi e delle sue maschere. Forse alcuni lettori di questa plaquette la liquideranno come un oggetto superfluo, che non riescono né a definire né a inquadrare. Ma l’inutilità è il sale/sole della bellezza. Chi vuole può uscire e non leggere. Chi resta e legge, eviti di incasellare L’arte del ragno in un genere letterario. Esiste un genere mai generico che è la specie umana, la sua inalienabile dignità, difesa dal poeta fino all’ultimo sangue, dal poeta contro l’uomo che la mortifica e offende. Sarà questa la “strategia del ragno” che le poesie di Chiara ci mostrano nel loro nodo indissolubile come beffarda provocazione?

«Sono poeta della rivolta

o manuale di psichiatria?».

La risposta è nella domanda. E nella forza sperimentale del poeta, in quello che lui vorrebbe. Come scrive Peter Handke: «Voglio leggere qualcosa che non esiste, però è influenzato da ciò che esiste: e precisamente in tutto e per tutto – soltanto allora avrei modo di sperimentare tutto ciò che esiste» (M.E.)

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Il ragno classico


Io ho mangiato Amore.

*

O De “Il ragno pavone”

Sei lo zenit puro della noia purissima;

sei il regio nadir d’una regolare boria!

Maschio o femmina: è solo etichetta.

Chiunque colora, contamina

purché sia colorita la leggenda!

Cambia modi, mosse, mezzi

cambia volti, verbi, vicoli…

cambia voci, messe, varianti

Ragni pavoni siete troppi e tanti!

Dirsi speciali è fumo da cuochi

e non bastano più luci

più effetti medianici

non bastano più: fritture copiate.

L’unto parla alle coronarie.

Scrivo sul serio e – non vi perdono

le parole: hanno peso, suono, accento.

E voi? Voi avete solo l’ombelico di piombo.

Io mi miglioro nel vomito

cerco un’ulcera vista mare

io sono l’equazione giusta

per la formula sbagliata…

Ritornerò a Genova

per sentirmi un po’ più sola.

*

Il valzer del moscerino

Prego, chiamami pure Amore

Angelo Tesoro Splendore. Cucciolo Meraviglia, Piccolo Fiore.

Caro, chiamami copiando qualche canzone: grazie, cantautore!

E son bella da morire donna cannone bella belinda senz’anima.

Bella stronza bocca di rosa e su di noi nemmeno una nuvola

perché se bruciasse la città sono il tuo trottolino dudùdadadà

ed eccomi contessa e tortellino; e topa toposa topona topino.

Stella stellina, polpetta e poi micina…

Tata o Patata? E quanta fantasia! Chérie? Darling? Querida?

Bimba bambola barracuda? Bestia, bestiaccia o biscottina?

Sono io la bambolina che fa no no no no no, io l’Amorillo
Mordicchio, Amoracchio, Sirocchia, Strega e Pastrocchio.

La bella mora dagli occhi di ghiaccio,

Divina, Piccola? Mostro e Ciospetto?

Principessa, Ciccipicci, Pulce, Pulcino?

Regina, Diabula, Belina? Pirulino? Sbirulino?

Zucchero, Cuoricino, Cocca, Cerbiatto. Crostatina?

Polpo, Dolcezza; Polipona? Disgrazia?
Fanciulla e Fatina, Fuffola e Farfallina!

Hey stellaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!
Teppa; Teppista, Trappola Sexy Fenomena.

«Anima mia, Vita mia, Gioia mia»

E di tuo – metti solo la noia.

*

Occhi indiretti

[Dimentico un bacio colposo e un caffè sospeso

per qualcuno che non conosco, e non giudico].

Posacenere come astronave da sbarco
Posacenere come corazzata dell’Ergo

Posacenere della saga umana – Cogito.

Sono duro d’occhio: vi fisso

e con la sigaretta spengo

– ogni pianeta.

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L’arte del ragno, Lulu, 2015.

Immagine di Alfred Kubin

Postilla

Oltre il vulcano

Chiara Daino è un punto di squilibrio nella poesia contemporanea. Dove dominano i refrains dei patetismi nostalgici e delle malinconie filosofiche, lei inveisce con la potenza sgradevole dello sberleffo etico, del sarcasmo linguistico. Non da’ requie al clima narcisistico-crepuscolare della modesta poesia dominante, comportandosi come un infelice, irritante, non empatico Gavroche. Ma Chiara è di più: è aculeo e disturbo, come quando Lenny Bruce lanciava invettive ai suoi spettatori con un beniano, indiscutibile vaffanculo; aculeo e disturbo che non si lascia ingabbiare in regole, Non dimentichiamo che ogni logica del discorso potrebbe includere anche la logica del suo opposto eversivo, per renderlo innocuo. Ma ci sono eversioni indiscusse, non rappacificate e non rappacificabili che, da Rabelais in poi, mettono in crisi, come schegge al vetriolo, la parola aurea del poeta laureato. Forse soltanto un pigro Rossini avrebbe potuto ridere con Chiara, senza comporre più un rigo di musica e senza offrirle un piatto di foisgras ma un bel whisky algerino con il quale precipitare, come Malcolm Lowry, “oltre il vulcano”. Non sempre deve accadere – il sempre è psicosi – ma quel tanto che basta, sì. Oltre il vulcano.

NEI MILLENNI CHE SALTANO DAL BUIO. Isabella Bignozzi

Una prosa come quella di Fermagenesi (Anterem, 2025) attrae il lettore per la lingua visionaria e floreale, accesa da una fiamma che si potrebbe definire “mistica” se il termine fosse adeguato: il libro, al di là di ogni classificazione extrapoetica, esprime un interiore dissolvimento che le parole restituiscono come eco, trasformando il tessuto verbale in una partitura estatica e ininterrotta dove nominare senso e suono è fuori luogo. Chi legge è assorbito in un pulviscolo di luci che modellano l’intima preghiera del poeta, il suo luogo più sacro (M.E.).

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Testi

E allora si arriva. Che nei rossi cuori battenti, dove il rosso aperto non si teme, c’è l’innato raccolto tutto nell’attesa, orbita sospesa di chiarore in una cripta caldissima che conosce. Vulnerabile come una fionda, questo battere implicito all’indentro, e tingere di rosso il rosso aperto, come un ardere bollente, nel separare i metalli, leghe pesanti del pesante male: come una gravità incendiaria il fiore di ogni tenebra arde forte nell’incavo del dolore, diamante del mondo, fino a che balziamo in alto, tutti bianchi e vuoti di criniera, nel galoppo della furia sovrana che vuole spargere pace.

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Rossi erano i cuori, battenti, un attimo prima del mondo. Era una polifonia lo spazio che dirigeva il sogno, una fusione di reale, scenario sinfonico che puntinava dettagli di semicroma, tutti i capi reclinati sulla partitura, come calici irradiati da un’aurora di animale disciolto. Muto nel bene, dorato di vita senza bordo, sempre su una riva di amore selvatico, che avvampava senza pensiero e senza margine.

le ottave aperte, le ariose corti volteggiavano

i sipari nel vento

Interminato soffio che sopravvivi nella durata, una staffetta di fiati che ancora comincia l’acqua, come insisti linfa e di una trasparenza fletti il silenzio, t’inoltri come un’onda nell’atlantico, mentre chiara la luna è nostra sibilla di notturne infiorescenze, raccolte in sfera di fermezza frontale, in questi blu ripetuti, profondissimi nei millenni che saltano dal buio.

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Isabella Bignozzi (Bologna 1971). I suoi libri di poesia: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa, 2021), Memorie fluviali (MC edizioni, 2022); I bimbi nuotano forte (Arcipelago Itaca, 2024). In prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate (2020) e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023) editi da Lepre Edizioni. Cura lo spazio web “L’astero rosso – luogo di attenzione e poesia”.

ANIMALI. Piero Zino

Paul Klee, Animali che recitano una commedia

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Una mosca ha bisogno di una parete bianca perché la si possa vedere bene; poco importa se una volta lì è più vulnerabile. Lo spazio che la circonda appaga il suo essere, ne giustifica la presenza nel mondo.

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Fra tutti il gallo è l’animale più prossimo al mito: il suo canto giunge fino a noi dalle onde del Diluvio.

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Il miagolio del gatto che avverte del suo ritorno nel cuore della notte scuote lo spirito che veglia nel sonno, conducendolo fuori dalla camera da letto.

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Il vecchio gallo è ancora signore del pollaio, nonostante le penne sul dorso comincino a diradarsi e il canto si sia fatto più roco. Non vede rivali e perciò non si preoccupa, ma non si accorge che laggiù, accovacciato in un angolo, un pulcino ha imparato il suo verso e lo ripete per ore, ostinatamente.

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La presenza dell’anima zavorra il corpo, ne rallenta i movimenti. Un gatto fa piroette e acrobazie a piacimento.

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La figura bistabile dell’anatra-coniglio come le strisce sul manto della zebra: confondono i predatori.

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Il volo ad alta quota di un rapace ha un che di necessitato, come di imposto da una volontà superiore ed estrinseca a quella dell’animale. Le ‘ruote’ disegnano dei cerchi concentrici, tanto perfetti nella loro esecuzione quanto prevedibili, al punto che un occhio appena un po’ esperto è in grado di anticiparne le traiettorie. Tutt’altra cosa è, invece, il volo delle rondini, soprattutto quando si esibiscono in piccoli stormi: riempiono il cielo con un reticolo di linee così fitto da non potersi in alcun modo districare.

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Il gallo silvestre di Leopardi non ha nulla della selvaggia bellezza del gallo cedrone. Scherzo della natura, «sta in su la terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo» posizionandosi in un contesto ibrido, che ne fa qualcosa di familiare e mostruoso al tempo stesso, cui si somma il grottesco di una lingua straniante della quale fa uso «come un pappagallo». Se uno è il signore della montagna, l’altro è soltanto una invenzione letteraria, anche se pienamente riuscita.

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Platone nel Fedro dice che «uno», quando riesce a vedere la «bellezza terrena», pare che voglia cambiare il suo stato e trasformarsi in un «pennuto […] agognante di volare». Ma ciò risultandogli impossibile, finisce per sembrare soltanto uno che è «uscito di senno» agli occhi degli altri. All’opposto, gli uccelli inquadrano dal basso un punto che sta più in alto rispetto a loro e lo raggiungono in un attimo, senza alcuno sforzo.

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Gli abitanti dell’isola di Rottnest, nell’Australia occidentale, considerano il quokka «l’animale più felice del mondo». In realtà non si direbbe dal momento che, appena avverte una presenza ostile nelle vicinanze, questo marsupiale non più grande di un gatto abbandona il cucciolo che ha con sé, nella disperata speranza che il predatore concentri l’attenzione soltanto sul suo piccolo.

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Il tempo, nella sua dinamica eterna, decompone ogni cosa. Una piuma già si sfrangia sul terreno quando chi l’ha perduta è ancora sul ramo o vola libero in cielo; i mari e le montagne appaiono immutabili soltanto a uno sguardo umano. L’universo ci avvolge senza che ce ne accorgiamo.

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Il pesce che ha abboccato si dimentica di avere abboccato un attimo dopo che è stato slamato.

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Nelle passeggiate solitarie c’è sempre un cagnolino che sbuca da un cancello aperto e abbaia fino allo sfinimento.

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L’universo è tanto grande che, se uno schiaccia un insetto, non si accorge di nulla. Il problema è che molti fingono di averlo fatto inavvertitamente.

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L’afasia di cui è vittima Lord Chandos la si vede riflessa nell’insetto che, prigioniero in un innaffiatoio colmo d’acqua, «remiga da una sponda oscura all’altra», o «in un cane al sole».

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«Masticare, digerire tutto, questo è davvero da maiali! Dire sempre di sì: questo solo l’asino l’ha imparato», afferma Deleuze. Ogni ‘sì’ deve contenere in sé il ‘no’ della ribellione.

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Quando un moscerino entra nell’occhio si comincia a tormentare la palpebra sperando di rimuovere quanto prima l’intruso. Se i tentativi riescono vani, allora aumenta l’irritazione e non soltanto dell’occhio, al punto che si vorrebbe avere in tasca un coltellino.

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Nei pomeriggi assolati capitava di trovarsi lungo le sponde di un laghetto che serviva per l’irrigazione dei prati. Si setacciava con lo sguardo l’erba alta e, non appena si scorgeva un rospo, lo si uccideva. A volte, però, le anime di quegli anfibi sventurati comparivano nei nostri sogni per vendicarsi come Shiki, i vampiri che si nutrono del sangue degli abitanti di Sotoba.

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Kafka sembra non provare simpatia verso il «cagnolino di città», il «disgustoso cane da grembo», talmente debole e insignificante che «basta soffiargli sul muso» per allontanarlo.

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A prima vista la scena appare serena: un gruppo di ragazzini gioca a rincorrersi in uno spiazzo davanti alla chiesa di un villaggio della Cornovaglia. Tre di loro stanno chinati intorno a un cagnolino bianco e nero, lo accarezzano e gli danno piccole pacche sulla testa e sul dorso. L’animale non sembra sentirsi particolarmente a proprio agio; si acquatta come a volere evitare le attenzioni che costoro gli rivolgono con così tanta insistenza. Chi ha visto il seguito di Cane di paglia sa bene come andranno a finire le cose.

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Se accade di imbattersi in una serpe acciambellata al sole sul selciato davanti all’uscio di casa, il primo impulso è quello di scacciarla con una scopa. Se però ricompare il giorno dopo, torna in mente un antico detto popolare che dice che, quando si spara a un serpente con il fucile, questo si rompe.

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Una coppia di lepri e una famigliola di volpi condividono il medesimo spiazzo ai margini del bosco. Durante il giorno regna la calma, ma al calare dell’oscurità ha inizio l’eterna battaglia per la sopravvivenza.

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Il nostro orecchio può captare una grande quantità di suoni tra loro diversi, ma non possiede buone capacità di selezione. Il verso rauco e profondo di un’anatra selvatica udito in lontananza può essere confuso con il muggito di una mandria.

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Gli «esili levrieri» sono quelli che promettono senza mantenere, che mentono senza ritegno. Per costoro Nietzsche ha «pronte le sue pedate».

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I poemi epici hanno questo dalla loro: che ogni azione compiuta dagli umani è indirizzata dal volere divino, nel bene o nel male. Nel male per Mesenzio, che sta per affrontare Enea e confida al suo cavallo il fatale destino cui entrambi vanno incontro. Questi, allora, piange amaramente.

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I piccioni se ne stanno allineati l’uno accanto all’altro sul filo che collega due tralicci, come i bersagli del tiro a segno di un vecchio luna-park.

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Tutte le volte che si giocava a nascondino in cortile, uno di noi spariva e non ritornava nemmeno per la conta. Era là con la faccia incollata alla rete del pollaio e lo sguardo rapito dai goffi movimenti dei pennuti, “Fabio delle galline”.

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Qualora si trovi un insetto capovolto, si cerca di rimetterlo nella posizione naturale. Ma non ci si deve scordare del tempo in cui si proseguiva oltre, o peggio.

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Nulla di più irreale che quei documentari dove i tempi degli animali sono dettati da quelli delle riprese.

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– La lepre correva a zig-zag, per questo l’ho mancata! – Ripensando all’episodio, ora il vecchio cacciatore benedice la sua cattiva mira.

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Drôlerie. Come quelle figure bizzarre che appaiono talvolta nei manoscritti medievali: centauri in lotta con la propria coda, che termina in una testa di drago o di serpente. Tre pesci, raggruppati a formare un triangolo, con le teste in comune e un occhio al centro. Geometrie teratologiche, le si potrebbe chiamare.

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Ruminare, come in genere fanno gli animali da pascolo, non conviene, perché vuole dire stare sopra le cose per troppo tempo e i pensieri, anche quelli che all’inizio possono dare conforto, alla lunga diventano stucchevoli e molesti. Meglio trangugiare alla svelta come fanno i carnivori, e sperare che tutto esca il più rapidamente possibile.

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Liberarsi da «tutta la massa brulicante dei libri», come suggerisce Nietzsche. Abbandonare per un po’ di tempo qualsiasi genere di lettura e fare come quelle lucertole che, sotto una minaccia incombente, lasciano che la coda si distacchi dal resto corpo, sapendo che presto o tardi si riformerà.

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Nietzsche ci dice trattarsi di un «animale marino» quello che «si stende al sole rotondetto, felice». Viene da pensare ai castori o alle lontre, che costruiscono i loro rifugi con pazienza, ramo dopo ramo e li assemblano con il fango neanche avessero a disposizione calibri, mattoni e cemento.

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Grande è la sorpresa quando, lungo un sentiero di montagna, ci si imbatte all’improvviso nel teschio di un mammuth. La cavità dell’orbita oculare è perfettamente posizionata sul profilo sinistro della fronte; appena al di sotto si apre una larga fenditura che arriva fino alla mandibola (probabile segno di cruente battaglie) e da lì si estende, ancora perfettamente conservata, la zanna ricurva. È necessario qualche istante per accorgersi di aver scambiato la radice di un albero per un magnifico reperto fossile. Ma, del resto, una specie capisce sempre quando sta per estinguersi.

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Federico Tozzi scrive un libretto e lo intitola Bestie. È composto da sessantotto racconti brevi o brevissimi, in ciascuno dei quali, quasi sempre alla fine, compare l’immagine inattesa di un animale. La fauna è piuttosto variegata: oltre venti uccelli, una quindicina di insetti, un numero imprecisato tra cani, gatti, topi, capre, cavalli e rettili, un pesce rosso e un liocorno. Quest’ultimo è «color di carta bianca», uscito «da qualche favola vecchia» e in grado di poter essere addirittura ammaestrato.

HORROR PLENI. Piero Zino

Immagine di Chiara Romanini

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I vuoti lasciati dalle rovine li si riempie di cadaveri.

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L’abisso che così tanto temiamo e che a volte ci opprime può avere maggior peso del suo orlo, che calpestiamo da sonnambuli per tutta la vita?

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L’oblio come una pesante zavorra scaricata dall’alto sull’umanità.

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Soltanto nelle storte di un alambicco i pieni e i vuoti sono sempre bilanciati.

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Sono vertebrati gli uomini, i gatti, gli alberi che con i loro rami spogli puntano verso il cielo. Sono invertebrati le nuvole che li sovrastano, le menzogne, la legna che sta per diventare cenere. Inorganica è invece la polvere, alleata del tempo.

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Si dice che gli egizi, prima di partecipare a un’orgia, ponessero nel luogo convenuto qualche macabro emblema che ricordasse la fugacità della vita.

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I quaderni in cui si trovano raccolte le citazioni dai libri che si sono letti diventano, con il passare del tempo, il magazzino delle provviste dal quale si potrà attingere durante i frequenti periodi di carestia.

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La penna raspa il foglio e le parole ne contaminano la superficie, fino al punto che neppure l’anima resta integra.

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Alle volte la solitudine consente di leggere un dialogo avvertendone distintamente le voci.

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Non si discute con chi ha fede: lo si lascia cuocere nel suo brodo.

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La calligrafia avvisa che il tempo dello scrivere male va archiviato.

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In ultima istanza, la scrittura si può ridurre al binomio nero/bianco.

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Il corpo che sta di qua, l’anima che se ne va di là. La volontà di ricongiungerli deve farsi in quattro.

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Il passato si stende come un velo sopra il presente, come quello che ricopre le poltrone nelle stanze dove da anni nessuno mette piede.

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Si è in attesa del sogno che riporti alla luce i luoghi bui del passato.

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Ci fu chi diceva che le fave intorbidano l’anima, ma erano tra i pochi alimenti che offrivano i luoghi montani durante l’inverno.

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Per riprodurre il visibile è sufficiente la perizia di un fotografo, ma un dipinto ha il potere di rendere visibile fin nel profondo il mondo che c’è dietro.

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Dei graffiti rupestri sappiamo a sufficienza, ma che si può dire di un’orma impressa sul terreno milioni di anni fa: horror vacui?

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Il vuoto creato dai Tagli di Fontana rompe il pieno della tela.

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È raro che gli oggetti di una casa si trovino liberi dalla schiavitù di essere utili.

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In giapponese gutai significa ‘concreto’, inteso come libertà di movimento nel caos della materia.

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La tendenza odierna è quella di evitare accuratamente i luoghi intricati e profondi del pensiero, le sue zone tropicali.

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Almeno davanti al baratro l’invidia dovrebbe fare un passo indietro.

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Se è vero che non si possono risolvere i problemi con un colpo di bacchetta magica, lo si potrebbe fare con un colpo di pistola.

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Andrebbe accolto il suggerimento di Nietzsche, che invita a mettere da parte il risentimento per la leggerezza della nuance, «la migliore conquista della vita».

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Se prima di andare in battaglia gli indiani si dipingevano il viso con i colori di guerra oggi, tuttalpiù, lo si spalma con la schiuma da barba.

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Si deve entrare in un libro come si entra nell’acqua, tuffandocisi.

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Così come anche il giardino più protetto e curato non può restare a lungo immune dall’aggressione delle piante infestanti, altrettanto accade per le società colpite dal processo di industrializzazione. McDonald’s e smartphone necessiterebbero di periodiche potature.

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Quando si sente dire da qualcuno: “non mi reggo in piedi”, ci si allarma pensando che possa essere qualcosa di più di una semplice stanchezza passeggera. I più apprensivi hanno addirittura davanti agli occhi la targhetta identificativa appesa al piede di un cadavere.

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La vecchietta pia e zelante aggiunge un’altra fascina di legna alla pira del supplizio: sancta simplicitas!

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Si rimane aggrappati al sesso e ai divertimenti come i naufraghi al relitto della nave.

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Circa l’uso delle citazioni vale il nietzschiano «si prende, non si domanda da chi ci sia dato».

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Il tempo dello scrittore è quello che gli serve per portare a termine il libro. Quello del lettore è tutto il tempo che viene dopo.

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Gettate in una discarica insieme ad altri rifiuti, due marionette guardano stupefatte il cielo stellato. “Non conosco la via giusta; dice la più giovane. Non fa niente; nemmeno io”, risponde l’altra, che per lungo tempo aveva fatto divertire gli spettatori.

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La nuvola spinta dal vento sottrae per un attimo al sole la dittatura del cielo.

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L’occhio dovrebbe contenere inchiostro per vedere con più chiarezza la scrittura.

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Da quando gli ha sottratto l’uomo il Paradiso terrestre ha preso le distanze da Dio.

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Solitudine e fascinazione – qualche volta la fascinazione della solitudine – permeano la scrittura.

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«Non siamo alla fine, bensì all’inizio di un’era di civiltà». Con la fermezza e il coraggio che gli appartenevano, quell’inizio Scheerbart non ha voluto attenderlo; da lì in poi nessuno ha osato più sperarvi.

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Il planetario è una rivisitazione al ribasso del cosmo.

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Il rabbino che doveva trascrivere la Torah sapeva bene a quale rischio lo esponeva quel compito: se avesse omesso o aggiunto una sola lettera, avrebbe distrutto il mondo intero.

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Nella cabala antica (“Chi?”) allude al Dio nascosto e imperscrutabile. Nel buddismo Zen Mu indica il “Niente”, il “Nulla”.