“VERSO LA MENTE” : NADIA CAMPANA

**

Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo

niente babbo amiamo le teste bruciate

dell’amore ma non la misericordia e

i chiodi come coltelli di gelosia

tra poco cadrà la strada su di te

spergiuro sulla mia infanzia scrivo

lettere, se non mi dai da mangiare

i capelli mi diventeranno come crine

e come un fucile. Notte di lupi

sprangare l’angelo del vento

qui è la piega

dove non sarà nuovo morire

Scrive Gilles Deleuze: «Il mondo è l’insieme dei sintomi di una malattia che coincide con l’uomo. La letteratura appare allora come un’impresa di salute: non che lo scrittore abbia necessariamente una salute vigorosa ma gode di un’irresistibile salute precaria che deriva dall’aver visto e sentito cose troppo grandi, troppo forti per lui, irrespirabili, il cui passaggio lo sfinisce ma gli apre dei divenire che una buona salute dominante renderebbe impossibili. Da quel che ha visto e sentito, lo scrittore torna con gli occhi rossi, i timpani perforati».

Quelli che si attardano sul fondo dell’abisso; che tornano, sventurati, gli occhi iniettati di sangue, senza ancora la forza di parlare: che la loro vertigine si decanti nel cercare le parole. Ascoltiamoli, dopo quel lungo intervallo. Non sembrano forti ma lo sono. Messaggeri, certo. Cos’è, il mondo altro, senza messaggeri che ne riferiscano? Occorre rischiare per essere uomini che vedono e non si sottraggono. I colloqui fra folle e sano restano sempre una serra artificiale che a stento contiene l’inferno. Anzi, l’inferno non entra mai veramente in quelle parole, che costruiscono un ordine già voluto, una reciproca complicità. L’inferno è altrove, dove domina un silenzio privato del senso.

Verso la mente di Nadia Campana, nata a Cesena nel 1954 e morta a Milano nel 1985 (cura di Milo De Angelis, Emi Rabbuffetti e Giovanni Tesio, Raffaelli 2014) è una raccolta poetica imperfetta e inafferrabile che vuole combattere quel silenzio insensato; monologo lirico di un io femminile inquieto, ombroso, visionario, che segue un ritmo sincopato, fluido e affannato insieme, dove lampeggiano paesaggi ansiosi («punta tenera di un dardo / ora io esisto ancora / sfinita dal correre è vero, / mi porti sulle ossa / finché la notte non mi contrari più / madre ogni minima cosa») e immagini di catastrofe dove i confini del corpo e del mondo sono labili («Non è una caduta priva di luce / non è dei capelli tirati / da mani che vogliono ordine: / dal bordo della finestra spio / la tua maschera e il gas / che ora sentiamo per gioco / siamo in alto in cima alle mie trecce / laggiù c’è il mare laggiù»). Nadia Campana, sulla scia di Silvia Plath, si toglie la vita per inseguire una bellezza straziata e impossibile, con improvvisi slanci verso la quiete («odore di / erbe / io vengo a farmi in te vuoto fedele / a un tratto nel regno / le cose sono brezza / leggere senza pensiero»): è una poesia, la sua, scritta dall’interno di sé, con accessi e convulsioni, una poesia che va “verso la mente” come verso un approdo sicuro che ripari dall’angoscia da cui il corpo è percorso. Nadia vuole essere interrotta, slacciata, “de-mente”. Cerca una via di fuga. Nadia suggerisce l’idea di una poesia che va in “febbre d’amore”, e da contratta e inquieta diventa dolce e quasi consolante, oscilla dal desiderio di calma all’allegria irrequieta: una poesia scorticata, che matura dentro se stessa, che arriva fino alle soglie dell’autocancellazione («come ti chiamavo/ a cancellarmi»), restando sempre nascosta, come un io segreto che monologa con un altro io segreto. Ma è poesia spesso amorosa, anche se di un amore dove l’io e il tu fanno fatica a distinguersi; amorosa ma introflessa, non mistica ma sigillata dentro il proprio sé, vissuta all’ombra di poeti complessi come Porta e De Angelis, di cui forse Nadia ha amato e vissuto la parte più visionaria e urticante. Una poesia, la sua, ustionata dalla sua stessa innocenza. Una poesia senza riparo, astratta e dolcissima, che non riesce a fare da schermo a un io esposto, vulnerabile, non drammatico ma angosciosamente lirico.

Il potere della metafora, più che nelle articolazioni della figura retorica, vive nella funzione ricreatrice della realtà, nello sviluppo degli echi e delle analogie, delle ‘vie svianti’ della parola. L’uomo vive volendo essere altro da sé e superando i propri confini, proprio per comprendere se stesso. In «Circonferenza di Marina Cvetaeva», testo di una conferenza del 1982, ora raccolto dagli stessi curatori di questo libro in Visione Postuma (Raffaelli, 2014), Nadia precisa il senso della sua poesia come pratica ascetica e amorosa allo stesso tempo. Ricorda che in Cvetaeva «non esiste […] frattura tra amore e poesia perché nascono dallo stesso enigma» e che solo grazie ad un’autoesclusione dalla vita comune si può scrivere «dall’amore e nell’amore abbracciando senza mediazioni l’altro dall’inizio alla fine», svincolando la parola poetica dai lacci del pensiero e dal credo politico. L’unica maniera in cui una cosa può anche esserne un’altra è “l’essere-come” o il “quasi-essere” della metafora poetica. «La vetta/ si dissolve in turbinii,/ con più furia ancora/ che voi» (Paul Celan). Il poeta sa che il mondo non è più lo stesso dopo che lui ha pronunciato le sue parole. La scrittura, ancora una volta, ripulisce lo sguardo dallee incrostazioni di vecchi sensi. Gli artisti veri devìano e deformano, aiutano a ri-vedere e a ri-sentire, indicano soglie nuove dentro percorsi antichi. «Si sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie» (Giuseppe Ungaretti). Si può, dopo questa poesia, rileggere Mimnermo e gli altri poeti della classicità, senza avere nelle orecchie la voce chiara e perentoria del poeta di Allegria? La voce ulteriore di Nadia Campana obbliga a rileggere i poeti che l’hanno preceduta, apre un diverso ordine alle cose, produce una nuova metafora che si rifiuta di evocare i codici previsti ma vuole rinominarli – enunciarsi con coraggio, irripetibile:

come mondi sognati da miriadi di sogni

sradicati al centro quasi affondando

diciamo.

Solo così, in questa luce di apocalisse, Nadia può, “quasi affondando”, dire di sé («e coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da coloro che non potevano sentire la musica», Friedrich Nietzsche).

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Fuochi complici, Il Leggio Editore, Mestrino 2019.

Nadia Campana nasce a Cesena l’11 ottobre 1954. Si laurea a Bologna su Antonio Porta, il relatore è Luciano Anceschi. A Milano frequenta la vita letteraria e pubblica alcune poesie. Circa cinquanta poesie verranno pubblicate dopo la sua morte, nel 1990, con il titolo Verso la mente. Nadia si suicida, a trent’anni, il 6 giugno 1985, gettandosi dal ponte di via Corelli a Milano.

**

Testi

Che mi lasci guidare prematura

farmi portare impadronita

non reggono al confronto delle braccia

valigie piene di esempi

folate indicano il cappello soltanto

mutandosi in fili spazzati

e semi non custoditi in direzione

barca abbandonata lungo il fiume

guardo il ponte, un vero confine,

strappo le tasche e dal biglietto la sua fede:

si scioglie sulla guancia

la gioia del declassato.

Avendo già avuto a che fare

con la resa, scelgo

le processioni del riposo.

Io e la luna sorgente

in un punto remoto assonnate come cani

compressa da fatiche piagata

spostando di qualche strada i passi, spiccano

una dopo l’altra tenaci uguaglianze di tempo.

*

come un folle mago mi estraggo

dal petto la sete

bianco, giallo, stracci di ogni colore

spira il vento che assomiglia a pietra

sporge la gamba

accenna un passo di danza

s’incrina il bacino

si perde l’equilibrio

sul volto scende la saliva

*

perché cresca la luce

perché cresca il buio

perché al chiuso – questo –

crollano umani

rivestono di pori le gocce

d’oscuro chiama la schiuma

accesa tondo rovescia

oscuro più oscuro

annaspandoti, e tu mia mente

*

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte
Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi
ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!
Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta
ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente.
Guarda il campo
è così calmo, smisurato, stamattina.

*

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.

*

gli uccelli strappano il deserto
per vedere se stessi
scrivono nel cielo
– noi aspettiamo come mali idioti
che avanzano piano
le grida suonano
caricandosi nel cervello
fa giorno, come il cielo tutto rosso

*

il ruscello ha
molta fretta e trascina
la sua famiglia senza fine
la metà del tempo pensavo a me
quando ero bambino pensavo da bambino
ero nella nave inondata
ho visto fare l’acrobata
ero un re
molto triste e buono nella mia stanza
arriva un nano i morti non si contavano
ero in un campo verde
dove passeggiava una donna bella
un uccello arrivò e le rapi la collana
mi trovavo in un posto
c’era una ruota e si saliva
ognuna di noi teneva un’amica sospesa
in aria poi in molti appesi e stanchi
ci si lasciava cadere piangevo
perché mi era scivolata direttore
chiudete ma lui non ascoltava
il ruscello ha
molta fretta e trascina
la sua famiglia senza fine

*

Ho dovuto riconoscere, come per la Dickinson, che i tempi della distanza con le mie diffuse sensazioni di morte fossero gli unici possibili, pena la mancanza di riconoscimento della trascendenza mia e dell’amato. Anche se sentivo che era così assurdamente superfluo ferirsi per saziare gli dèi della paura, del futuro, della coazione a ripetere, mi era impossibile attraverso la poesia dire il mondo come è e non come dovrebbe essere. Potevo solo dire, con un po’ di disperazione, che fare le parole era un’imperfezione del cuore e che restavano le mie uniche deboli armi.

Finisco con i miei tre versi:
Mi porti sulle ossa
Finché la notte non mi contrari più
Madre di ogni minima cosa.

PER “IL SORRISO DI JOHN CAGE”. Antonio Pibiri

**

C’è vita dentro il cranio

incontro Herzog appeso testa in giù

gli occhi bianchi di chi non vede

nelle grotte di Chauvet

Poi nella vita c’è la vita immensa

e fiera del cervo infallibile

coi ragazzi che spaccano melograni

scagliandoli per terra

dalle naturali sedi anatomche

Fitto applauso d’ali in volo

saluta il dio che si fa giorno

La freccia punta il cuore verso sé

Chi portò la musica nell’Eden?

Chuang Tzu mi offre un rametto di corallo

senza fini ornamentali,

una rosa marina svelta dai roghi

di giostre equestri sul fondo,

dalla spolpa irriducibile.

“Usare tutto i corpo per – la – rotazione

l’intero tuo corpo, glielo devi, hai promesso

hai promesso per vivere”

*

Sveglia gli immediati tarli

un navigare

Sveglia gli immediati

nessuna scienza

-fine e inizio dei tempi-

di questo mondo e sopramondo

da grandi nebbie di demolizione

troverai tra i sette colori delle balbuzie

tutto ciò che occorre

non per ultimo alla sua

incompiutezza

*

[…]

In quale parola il volto si raccoglie?

Del lepidottero la fame non dà scampo

non la cura quotidiana delle unghie

non la doppia squilla del sole.

Io sarò in due con la mia morte:

uno di noi si salverà

*

P.S.

C’è sempre una pagina lasciata in bianco, una pagina in fondo al bianco, al lutto

lì le parole cercano

la propria assoluzione

**

I testi sono tratti da: Antonio Pibiri, Il sorriso di John Cage, collana L’arcolaio rossa, Forlimpopoli 2025.

**

Antonio Pibiri (Sassari 1968). I suoi libri di poesia: Il mondo che rimane (Lampi di stampa, 2010), Le matite di Henze (ibidem 2014), Chiaro di terra (L’arcolaio, 20016), Il prezzo della sposa (ibidem, 2018), In cosa consiste il lavoro (ibidem, 2020).

***

La poesia di Antonio Pibiri riflette se stessa con rifrazioni speculative, ironiche, filosofiche, sospese tra immagine e sentenza, componendo/scomponendo il quadro di una realtà vacillante che non è né musica né pensiero ma entrambe, plasmata dalle nebbie di una commozione reticente, ritrosa: “un ramo controgelo preme/ in furibondo silenzio/ innerva al secolo la luna”; Bergotte, amico caro, / c’è ancora molto da morire?”; “e alle pareti nella stanza d’albergo/ un riflesso di paradiso/ l’utopia sensibile”. L’utopia sensibile è il progetto non segreto di questa poesia composita, disarmonica, indocile, impervia. Pibiri, nella poesia eponima del libro, Il sorriso di John Cage, cita le parole del musicista: “se soltanto riuscissimo a escludere la mente e i desideri, lasciando che la vita scorra come vuole”. (M.E.)

PAESE CAPOVOLTO

Disegno di Henri Michaux

**

Per venti notti e venti giorni galopparono fra rovi e rocce. Il ventre dei cavalli lasciava tracce di sangue. Cominciò a piovere ma neppure per un attimo aprirono la bocca per bere: forse, inconsciamente, pensavano che l’acqua potesse spegnere le loro voci. Ansimanti, vennero da noi. Balbettarono sillabe incomprensibili. Qual’era il messaggio da trasmettere, il segreto da svelare? Sapevamo che nulla li conduceva qui. Ma il re si alzò in piedi e disse: «Comunque, devono parlare. Che riposino dopo». Ma il popolo disobbedì al re. Erano troppo stanchi, i messaggeri, gli abiti impolverati, le facce cianotiche, la vertigine nelle orecchie, la tachicardia al cuore. Fu loro permesso che alloggiassero nelle stanze dell’albergo. Nello spazio di un minuto spirarono bisbigliando: «Non c’è più tempo».

Il re scosse la testa. Già lo sapeva. La storia si ripete. Degli uomini viaggiano insieme per giorni e il racconto che pensano di fare al termine del cammino, il sangue che esce dalla bocca, la vista offuscata, i crampi allo stomaco, la sete, la nostalgia, la fame, diventano indicibili. Ogni tanto, guardandosi, emettono suoni incomprensibili, per illuderci che ricordano ancora: ma anche per dirci che non sanno più cosa ricordare, che sono partiti per perdere il loro nome, diventare altro da sé, sparire come si sparisce in un luogo dove le radici degli alberi sono esposte al vento. «ll nostro paese è capovolto» bisbigliò il re, poi tacque.

SOGNARE CONTRO IL MONDO. Giuseppe Zuccarino

…non possiamo avanzare la pretesa di esplorare in un breve spazio tutti i racconti di Discorso contro la morte, e ancor meno ci è lecito tentare di raffrontare questi testi all’insieme dell’opera ercolaniana, ormai molto vasta e variegata. Accenniamo solo al fatto che tale ricchezza dipende da un rapporto particolare con la scrittura, simile a quello che Foucault attribuiva a Gérard de Nerval, di cui il filosofo diceva: «Sin dal l’inizio, è stato ghermito e preceduto dal vuoto obbligo di scrivere. obbligo che di volta in volta assumeva la forma di romanzi, di articoli, di poesie, di teatro solo per essere subito dopo distrutto e ricominciato. I testi di Nerval non ci hanno lasciato i frammenti di un’opera, ma la ripetuta constatazione che bisogna scrivere».

La soluzione migliore, per noi, sarà allora quella di cedere da ultimo la parola allo stesso Ercolani, che ha saputo spiegare meglio di ogni altro il senso profondo dei suoi racconti basati sull’effetto d’apocrifo, e anche il titolo scelto in questo caso per la nuova raccolta: «Sognare contro il mondo. In che modo sognare? Rubando voci. rubando l’attimo in cui ci si mette a nudo, in cui si scrive la lettera definitiva, la confessione sconcertante, il frammento inatteso che fa luce sull’enigma. ogni metafora nasce dallo stesso presentimento: la morte imminente. Cosa fare, contro questo assedio? Sviluppare molteplici modi di sognare. Allontanare il peso assoluto della morte. Nei tratti di penna e di matita che riempiono il foglio non si parla di letteratura o di pittura ma di qualcosa che sarebbe inesprimibile senza quelle frasi e senza quei segni: non si tratta di un esercizio stilistico o di un capriccio pittorico, ma di un destino fatale, di una questione di vita o di morte. Per lottare si entra nelle vite altrui. Anche la propria è una vita altrui. Si cercano frasi mai esistite, si trovano, si inventano. È un modo per dire che niente è realmente morto, niente si è realmente polverizzato – per dire che possiamo pensare e ripensare, riscrivere e ricreare, perché nulla è definitivamente concluso, per noi che soffriamo di metamorfosi».

(2009)

**

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Giuseppe Zuccarino, Reciproche consonanze, I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure 2025 (p. 104).

LA CRONICA RINITE. Marco Sbrana

Alberto Giacometti, Diego, 1953

**

Spossessamento

Prelevati i nomi

i vagoni

nel bilico del quasi

mi grondano di mare.

*

Canzone semplice

Ha un cancro nella barba per ogni sigaretta

e sogna le balene quando passa il furgone

ha un porto dentro il cuore e i pesci nelle calze

trapassa nella birra per farsi addormentare

la vita non gli piace ma è gentile con tutti

le volte che è felice fa il suono delle orche

ha un figlio che non vede fratello di un aborto

però non si abbandona ai suoi persi vent’anni

lo sa che non va bene che viene la tristezza

non piange quasi mai però non è che rida

ha i disegni sul petto li fa vedere in giro

dicono che ha le ossa con incisi dei simboli

ma è solo una leggenda ma a volte pensa È vero

ma a tutti dice No non è giusto vantarsi

forse beve un po’ troppo e ha l’epilessia

il colore degli occhi come i fili di pane

quando aveva vent’anni diceva Se mi baci

ti resta sulle labbra la farina dei forni

dice solo bugie perché ha sempre paura

per non aver paura prende tante pastiglie

ha iniziato a mentire in una notte brutta

quando il papà gli chiese Hai freddo, mio ragazzo?

quando il ragazzo disse No, papà, non ho freddo

mentre adesso va via non c’è la sofferenza

il suo bastone bello ha un doppio fondo pieno

di quelle senza filtro per sentire il tabacco

domanderà all’aborto Perché non sei venuto?

e capirà se ha freddo il figlio suo mancato

Gli aliterà pagnotte sul torace

per fare della morte

il sogno di un fornaio.

*

Fina

Albeggi perdonandomi la notte

ti ho vista riesumarmi le camicie

il corpo della piana è cosa di alluvioni

la vita in questa stanza mi ammoscia nel limaccio.

L’attesa di un arpione

che mi voli lontano

dal cotone a brandelli

saperti quando albeggi

sartoria.

*

Segni di morte

La fattoria negletta del legno gonfio d’acqua

non riesce a conservarla il finestrino in corsa

irta in ogni passare ci dice del cadere

di tutti lo scemare la cronica rinite.

Grugnito di cinghiale ritorte le pupille

i nipotini sanno la nonna diventata

un varco nel domani su cui tapparsi gli occhi

differire starnuti è dicembre la felpa.

Diplomazia col mondo ad alta voce il matto

la lingua di righello per bacchette le mani

la mamma nell’ottone non gli dice neppure

che trasmissione vuole cosa si mangia a cena.

Conosco domattina un alzarmi cadendo.

*

Le civette di mio padre

Radice di mio figlio la cabina di un porto

la crapula e la sborra la terra per Anchise

del primo Anchise ignoto si sa che navigava.

La sborra è una civetta

morirò senza figli.

So bene boccheggiare

senza di te, papà.

Fino dalla cabina ci inchiodano civette

una paraplegia che m’impedisce il mare.

PER “L’ETA’ DELLA FERITA” DI MARCO ERCOLANI. Francesco Scaramozzino

I disegni sono di Franz Kafka

**

Una “Premessa”

La prima impressione che si ha leggendo L’età della ferita è quella di un libro che ti si “scompagina” in mano, e non in senso materiale ovviamente. Appena letta la Premessa, infatti, si giunge alla fine di una densissima paginetta in cui l’Autore (dolosamente!) sembra averci tolto da sotto i piedi quelle certezze a cui siamo abituati, specie nella lettura di un libro di “critica” (ancorché anche di narrativa, come precisa il risvolto di copertina). Per cui, prima di proseguire, tocca fermarsi e cercare di chiarire almeno tempo, luogo e io narrante del libro. Quando ci ho provato, il risultato, una sorta di sintesi della Premessa stessa, è stato il seguente (riporto la prima bozza appuntata sul mio pc): «in un libro scritto in tre mesi, l’autore “traduce” il sogno fatto in una notte, in cui “è” un filosofo praghese che legge e commenta la versione autografa dattiloscritta dei diari di Kafka. L’autore fornisce una datazione certa di questo sogno, e cioè la notte dell’8 febbraio 2022, in quanto, ci dice, il giorno prima, il 7 febbraio dunque, egli stesso aveva riletto i diari; l’autore indica poi il periodo in cui, nel sogno, l’amico filosofo di Kafka inizia la lettura dei diari, e cioè il settembre del 1938, “pochi mesi prima dalla rivolta della Cecoslovacchia antinazista”; infine, l’autore confessa di non sapere, meglio: di non ricordare “esattamente” chi fosse stato durante la stesura del libro (e quindi durante il sogno e quindi durante la lettura e il commento dei diari fatti in sogno), se non perché in proposito gli tornava alla memoria “un nome, Felix Weltsch, il filosofo amico di Brod e di Kafka, che criticava la politica antisemita di Hitler e che con lo stesso Brod lasciò Praga nel 1939».

Annotazione straniante, questa mia, anche se occorre dire che il senso di primo smarrimento si supera allorquando si cerca di dare una spiegazione alla scelta dell’autore. A mio avviso, infatti, L’età della ferita è un libro che destruttura le principali dimensioni con cui siamo soliti orientarci nella realtà e quindi anche nella lettura di un libro – soggetto, spazio e tempo, e lo fa per scelta coerente col contenuto di scritto “intorno ai diari” di Kafka, non di una specifica opera quindi, ma di quella serie eterogenea e frammentaria di annotazioni, prese quasi all’impronta, con uno stile per sua natura laconico e a tratti perfino ellittico, che hanno accompagnato per circa quattordici anni la vita dell’autore boemo intervenendo sui temi più disparati suggeriti dal quotidiano e spesso casuale avvicendarsi di fatti, incontri, emozioni, pensieri, e in cui non mancano nemmeno racconti o descrizioni di sogni (nei diari, se ne contano oltre cinquanta).

Tempo, soggetto e oggetto

L’intento di destrutturazione è esplicito soprattutto per quanto riguarda la dimensione temporale in cui si colloca il libro, declinabile in almeno cinque diversi livelli e, in particolare: 1) quello in cui, di fatto, il libro è stato scritto; 2) quello in cui asserisce di essere stato scritto (in tre mesi dall’8 febbraio 2022); 3) quello in cui nel sogno avvengono il commento e la lettura dei diari (siamo nel settembre 1938, abbiamo detto); 4) lo stesso arco temporale interessato dai diari di Kafka che va dal 1909 al 1923, un anno circa dalla morte per tubercolosi, avvenuta il 3 giugno 1924; e ovviamente 5) il tempo effimero (una notte? un’ora?pochi attimi?) del sogno stesso.

Peraltro, questa dimensione temporale, così “scomposta” (se si ritiene che il termine “destrutturata” sia troppo impegnativo sotto il profilo filosofico), risulta rafforzata nella sua valenza anche storica, non potendo essere un caso, a mio avviso, che al riferimento dichiarato al settembre 1938 e con esso ai tragici eventi che avrebbero interessato l’Europa e, nello specifico, la Cecoslovacchia e la città di Praga negli anni successivi, corrisponda il riferimento a un periodo – il febbraio 2022 – connotato da un’altra grandissima crisi che si è abbattuta sull’Europa dell’est con l’invasione dell’Ucraina da pare della Russia: riferimenti, questi, che forniscono al libro una cornice storica essenziale all’interno della quale si sviluppano i temi esistenziali più intimi, ma non per questo meno universali, tipici della “poetica” (per nulla “estatica”, cfr il commento al frammento del 19marzo 1922) di Kafka.

Nella breve, ma densissima Premessa al libro, l’autore confessa anche che, mentre rileggeva i diari, sentiva che “ogni commento critico, per quelle pagine nitide e tragiche, sarebbe stato superfluo”. Ma questa sensazione (perché così ci viene presentata con la scelta del verbo “sentire”) – che è una sensazione di appagamento e di impotenza insieme, non contraddittoria proprio perché si colloca nel campo del “sentire” – è subito affiancata – non direi superata e tantomeno contraddetta – dal commento dei diari che avviene in sogno quella stessa notte, che solo per finzione narrativa viene attribuito a un filosofo, forse Felix Weltsch si dice in “Premessa”. Considerazione che ci permette di chiarire come anche la dimensione del “soggetto” sia investita nel libro da quello stesso intento di destrutturazione (scomposizione?) che abbiamo visto in atto a proposito della dimensione temporale, e che qui si delinea almeno attraverso quattro diversi livelli: 1) l’io conscio che legge e sente di non dover aggiungere alcun commento critico; 2) l’io inconscio che sogna e legge e commenta, invece; 3) l’io del filosofo “rammemorato” che non può andare disgiunto dalla sua storia personale e di pensiero (non serve citare Gadamer per affermarlo), e ovviamente 4) l’io stesso di Kafka presente in modo sinottico con stralci dei suoi frammenti. Declinazione quasi prismatica che risponde perfettamente a quanto il libro stesso, nel commento al frammento del gennaio 1912, dichiara riguardo l’“antica invenzione della maschera”: «Lo scrittore si interroga, preda di una caccia segreta: chi è lui, chi è l’altro, chi è “noi”», dove particolarmente apprezzabile è il ricorso al termine “caccia”, evocativo delle grandi “venazioni” dei filosofi rinascimentali, e non solo.

Considerazioni, già di per sé complesse (poteva essere diversamente nel commento a un libro su Kafka?) destinate a complicarsi vieppiù laddove ci si ponga la domanda su cosa si debba poi intendere per “diari di Kafka”, sull’oggetto stesso del libro quindi, perché anche in questo caso le risposte potrebbero essere almeno le seguenti: 1) i diari sono quelli di cui alla prima stesura dattiloscritta resa pubblica nel 1951 da Max Brod, l’amico al quale Kafka aveva consegnato con precise prescrizioni la sua opera olografa, che però, è noto, intervenne sull’originale con una serie di correzioni (soprattutto omissioni) effettuando una sorta di “normalizzazione” di quei passaggi in contrasto con la figura di “santo laico” che avrebbe voluto dare dello scrittore; 2) o quelli della versione del 1953 di Ervino Pocar presa a riferimento dal libro, che si avvale, pur con qualche scostamento, della stessa edizione di Brod; 3) oppure quelli di cui alle versioni che si sono succedute dopo e di quelle che verranno ancora, e che, come le prime, si sono dovute o si dovranno confrontare con ovvi problemi di interpretazione della grafia, pur sufficientemente nitida di Kafka, e soprattutto con la traduzione di un autore di lingua tedesca, è vero, ma pur sempre di “accento” boemo; e infine, 0vviamente, 4) gli originali, sottratti da Max Brod all’invasione nazista di Praga e ora conservati nella “Bodleian Library” di Oxford, dopo essere avventurosamente passati per Tel Aviv e Zurigo, che Kafka aveva chiesto all’amico di distruggere insieme a vari capolavori rimasti incompiuti, fra cui Il Processo e Il Castello, e che, grazie alla provvidenziale disubbidienza dell’amico, giacciono lì invece, con le loro scancellature, le loro sovrascritture, le pagine sbarrate, i brani omessi e le parole tradotte, magari in attesa di una traduzione migliore.

Lo spazio – i luoghi del libro

Un discorso a parte va fatto poi per la terza dimensione citata, fra quelle destrutturate/scomposte dal libro, quella dello spazio, che fin dall’inizio, nell’incipit stesso del primo frammento riportato subito dopo la “Premessa”, è introdotta in modo volutamente (ma coerentemente) contraddittorio: “Gli spettatori impietriscono quando passa il treno” “chi vorrebbe partire non può partire” (frammento, e relativo commento, del gennaio 1910). È proprio attraverso di essa infatti che, a mio avviso, si penetra nei recessi più significativi di pagine densissime e stimolanti, e non solo perché L’età della ferita ci costringe a un moto continuo, quasi ossessivo che procede dallo spazio chiuso in cui si immagina avvenire la scrittura di Kafka – che ora è camera ora “dimora lunare” e scrivania ora “radar puntato all’interno del suo corpo” – e da lì si irradia ai luoghi tipici della Praga “dai tetti d’oro” della prima metà del secolo scorso – da Malà Strana al caffè Arco all’isola di Kampa al ponte dei suicidi sulla Moldava. Ma anche e soprattutto perché il vero luogo del libro, onnicomprensivo, ubiquo, quasi fagocitante resta quello della ferita, che è dentro e fuori, veglia e sonno, aperto e chiuso, in una parola “fessura” che la dimensione umanissima del dolore dell’attraversamento, che è dolore del dubbio dell’esitare della paura di cambiare e con ciò stesso di morire, qualifica appunto come “ferita”. Ma una ferita particolare, che nasce con la vita stessa, e che, come si evince dal frammento eponimo del settembre 1917 (“veder medicata nuovamente la ferita, già operata infinite volte, questo il guaio”), non si rimargina.

Parimenti significativo in questo senso è un altro frammento, quello del gennaio 1912, con il relativo commento in calce, dove all’affermazione che “si scrive attraverso di noi”, segue la considerazione che “Ogni vero libro dovrebbe restare sempre aperto, sempre riscritto dalle parole dell’autore e della fantasia del lettore”, con la conseguenza “logica”, quasi sillogistica, che noi stessi siamo la ferita della scrittura nell’atto di compiersi, e in questi termini una ferita che non dovrebbe mai rimarginarsi. Che dovrebbe restare sempre aperta. Che resta sempre aperta.

Insonnia

La fessura, la relazione fra dentro e fuori, aperto e chiuso, sono espresse nel libro anche attraverso il rapporto sempre tormentato in Kafka fra veglia e sonno, come si legge ad esempio nel frammento del 2 ottobre 1911: “Notte insonne. La terza di fila. (…) Dormo, per così dire, accanto a me, mentre devo dibattermi coi sogni. (…) Quando mi sveglio, tutti i sogni sono raccolti attorno a me, ma mi guardo bene dal ripensarli”; oppure, nel frammento, e relativo commento, del 14 dicembre 1914: “Il lavoro procede miseramente, forse nel punto più importante, dove una notte propizia, sarebbe tanto necessaria” (…) “Ma esisterà mai una notte propizia? Conoscevo la sua insonnia da molti anni. Sembrava che Franz volesse trasformare tutta la sua esistenza in una notte propizia alla scrittura”.

Si tratta di brani solo esemplificativi dei tanti che si possono trovare nel libro, dove emerge con chiarezza come la linea dell’insonnia fosse per Kafka essa stessa tergiversare irrisolto davanti a una concezione imminente della morte intesa con Baudelaire come “sensazione dell’abisso”, “vita che precipita in morte”, “solo luogo possibile della scrittura” (commento al frammento del 4 agosto 1917): dunque, da un lato, categoria anche filosoficamente diversa dall’heideggeriano “essere per la morte” prossimo a presentarsi sulla scena del pensiero occidentale (Essere e tempo è infatti del 1927); dall’altro ferita continuamente rimedicata dalla scrittura capace perfino di sottrarre spazio al sonno per farne vita: “Si lamentava, sì, per la fastidiosa mancanza di sonno, ma in realtà ne godeva: così, se avesse vissuto trentotto o quarant’anni, ne avrebbe realmente vissuti il doppio” (commento al frammento del primo febbraio 1922).

È necessario, infatti, evidenziare come l’alternarsi sinottico fra frammenti e relativi commenti in cui si articola il libro, sia spesso anche confronto fra annotazione diaristica ad altissima densità emotiva e di pensiero di un uomo geniale e tormentato, e svolgimento di pensiero (ipoteticamente di di un filosofo) per sua natura necessariamente argomentativo, con la conseguenza che nella giustapposizione che ne deriva, accanto a momenti di sincera empatia, non mancano passaggi anche “dialettici”, come nel commento al frammento dell’11 dicembre 1913 (“Sono stupito… Il racconto di Kleist più vicino a Kafka recitato male da Franz! Forse gli era troppo vicino: forse per questo lo lesse e fallì.”); ma con l’avvertenza che talvolta è proprio nello stile quasi aforistico del frammento, aspro e assertivo, a tratti perfino scarno, che è possibile rinvenire considerazioni di carattere filosofico profondissime, come nel frammento del 19 settembre 1917: “Non riesco a capire come a quasi tutti coloro che sanno scrivere sia possibile, nel loro dolore, oggettivare il dolore, in modo che io, per esempio, nella sventura e forse anche con la testa che mi brucia, possa sedermi e per iscritto comunicare agli altri che sono infelice” – osservazione in cui, a mio avviso, è già rappresentata in nuce la tesi di Wittgenstein sull’incomunicabilità del dolore, che l’autore delle Ricerche sosterrà circa quarant’anni dopo ricorrendo alla famosa metafora del “coleottero nella scatola”.

La scrittura come gesto

Si tratta di un’osservazione potentissima sulla parola e, nello specifico, sulla scrittura che il libro di Marco Ercolani “pesca” sapientemente in un contesto in cui la scrittura resta il tema centrale e inaggirabile nella sua radicalità. Interessante, però, è notare come nel libro la scrittura sia colta anche in una dimensione allusiva e quasi plastica, emergendo in più punti come “gesto” e quindi nella sua relazione con il corpo. Significativo, da questo punto di vista, il fatto che fra le parole più ricorrenti del libro ci siano “dita” e “mano” (arti della scrittura sopravvissuti, anche etimologicamente, al digitale!), di cui si contano direttamente o indirettamente circa venti occorrenze, spesso esplicite come nei seguenti frammenti: “Così mi passa la domenica, quieta e piovosa, sto seduto nella mia camera in pace, ma invece di risolvermi a scrivere e a riversare nello scritto, come per esempio avrei voluto fare ier l’altro, tutto me stesso con tutto ciò che sono, ho fissato ora per parecchio tempo le mie dita” (frammento del gennaio 1912); oppure “sono io la domanda che ha dentro di sé la perfetta assenza di risposta. Io sono realmente uomo, anche se non avessi questa penna fra le dita” (commento al frammento del 28 settembre 1915), e infine: “Ogni parola rigirata nella mano degli spiriti – questo slancio della mano è il loro movimento caratteristico – diventa una lancia rivolta contro chi parla” (frammento de 12 giugno 1923). E altrettanto significativi in questo senso risultano anche i vari rimandi ai luoghi e ai tempi della scrittura – alla “dimora lunare” della camera con il “rettangolo di legno” della scrivania, o alle notti insonni con i loro silenzi sottratti al “fracasso dei carri” – con l’effetto, di grande impatto espressivo, che la lettura del libro sembra emergere staccandosi dall’immagine di Kafka intento a scrivere in sottofondo, quasi che la lettura, nella dimensione onirica in cui il libro si colloca fin dall’inizio, sia traduzione contestuale di quello che avviene pervasivamente alle sue spalle, in un contesto di vita “pangrafico” per esigenze di sopravvivenza.

Autarchia e sopravvivenza

Ma i riferimenti al significato che la scrittura ha avuto nella vita di Kafka sono molti e dominanti nel libro, tali da costituire un altro filo conduttore con cui l’autore ci conduce attraverso i dedali di un materiale per sua natura variegato e frammentario, nel quale è tuttavia possibile trovare una destinazione unitaria:

“8 aprile 1914: Ieri incapace di scrivere sia pure una parola. Non meglio oggi. Chi mi salva?”

“15 agosto 1914: Da qualche giorno scrivo. Possa durare”.

“20 gennaio 1915: Ho finito di scrivere. Quando sarò di nuovo in grado di farlo”.

“Commento al frammento del 25 settembre 1917: Sogni di scrivere. (…) Continui a scrivere, se non lo facessi senti che moriresti”.

“Commento al frammento del 30 ottobre 1921: Ma io senza scrittura non sarei più qui. Se scrivo mi tolgo dalla legge degli uomini. (…) La scrittura mi permette di perdermi senza che nessuno, guardandomi in faccia, se ne accorga e inizi contro di me la guerra di cui sarò vittima”.

Questo desiderio di autarchia perseguito attraverso la scrittura è espresso poi in modo ancora più nitido nel Commento al frammento del 20 dicembre 1921: “Ma nulla come la scrittura ti permette di fare a meno dei legami col mondo. Così facendo li rinsalda, ma senza che tu soffra. Il corpo si alleggerisce, la mente evapora, e il tuo libro futuro sarà interminabile, fluido, felice” – dove, come detto, emerge un rapporto vitale, esclusivo e totalizzante con la scrittura, quasi ideologico, come forma di respiro per il quale, per natura, non possiamo dipendere da altri che dal nostro corpo. E non a caso nel libro il rapporto fra respiro e scrittura si fa più intenso a mano a mano che si procede verso quel fatidico giugno 1924 e le condizioni di salute di Kafka peggiorano progressivamente. Ancora dal frammento del primo febbraio 1922:

“Al malato di polmoni il dio della soffocazione. Come si può sopportare il suo arrivo se non si è parte d lui già prima della orribile unione?” E il relativo commento: “Come ha potuto, per tanti anni, tollerare quella mancanza di respiro? La scrittura veniva a patti solo con l’asfissia dei polmoni: la rappresentava, e durante quell’esercizio ostinato lui poteva, come per miracolo respirare”. E così L’età della ferita rende esplicita quella corrispondenza tragica, della quale Kafka sembra essere stato da sempre consapevole, fra apertura respiro e vita, da un lato, e chiusura soffocamento morte dall’altro, e della quale la scrittura è insieme segno grafico e ferita, confermando quello che, a mio avviso, resta il merito principale del libro di Marco Ercolani: l’aver saputo, attraverso un lavoro “speleologico” e “metodico” insieme, individuare, fra le molte possibili di un materiale intimo e irriducibile, una traccia capace di esprimere il significato profondo di una scrittura radicale che, così colta dalla sensibilità dell’autore, ci appare ora come ombra e matrice, calco e antigrafo di alcuni fra i libri più influenti della letteratura di tutti i tempi.

Possiamo entrare solo lì dove possiamo aprire. Il già-aperto immobilizza: (…) entrare è ontologicamente impossibile nel già-aperto. (M. Cacciari – Icone della legge)

UN LAVORO ALLO SPECCHIO. Lucetta Frisa

Una fantasia

Francesco Botticini, Zodiaco (miniatura), 1470

**

Il mio lavoro? Astrologa.

Non mi guardi con quell’occhio diffidente… Lei che segno è?

L’avrei giurato. E l’ascendente? Dov’è la luna?

Non lo sa. Poco male. Provvederò io a tempo e luogo. Però ci tengo a chiarirle subito la differenza tra il lavoro di un’astrologa e quello di una cartomante. Il primo è scientifico e umanistico allo stesso tempo, l’altro no. Non è il caso né la sede per spiegarle i perché e i percome. Ma il mio personale impiego dell’astrologia, qualità e scopo del mio lavoro, sì. Non è come un altro, certo. Perché l’ho uccisa? È una storia complicata, signora commissario. Devo chiamarla così? Sa, è la prima volta che mi trovo in un commissariato e mi fa molto piacere che un lavoro come il suo sia svolto da una donna. Immagino la sua fatica per arrivarci. Brava! Dunque, il movente, lei mi chiede, ma prima devo parlarle del mio lavoro perché tutta la questione sta lì.

Bene, quando redigo il cielo di nascita il computer fa i calcoli, perciò è presumibile siano esatti. A me spetta l’interpretazione. Il cielo astrale è come uno specchio, non si sfugge al suo sguardo come non si sfugge a quello – così indifferente – del cielo materiale. Sì, il cielo è popolato anche di noi. Di notte lo guardo spesso, amo il suo mistero. Perché un mistero è e un mistero rimane, malgrado tutte le scoperte degli astrofisici e la lettura degli astrologi. Ma torniamo al mio lavoro: alla cliente indico i punti del suo cielo su cui fare leva per prendere coscienza delle tendenze caratteriali, e soprattutto delle dipendenze che condizionano la sua vita. Chi viene da me si trova sempre in qualche garbuglio, subisce amori sbagliati o desidera che sul suo orizzonte piatto l’amore si affacci ad animarlo un po’; ma ora, per fortuna, le cose sono cambiate: le donne non mi parlano solo di problemi amorosi ma chiedono anche indicazioni sul lavoro: a quale sono più adatte e se lo troveranno soddisfacente. In poche parole, da che trappola devono scappare, in quale trappola – migliore della prima – finiranno… Il mio è un lavoro di apertura, speranza e liberazione. Invece il suo, signora commissario, di chiusura, se mi permette. Lei manda la gente in gabbia, no? E io, le gabbie, cerco di aprirle. Mi scusi per queste divagazioni, stavamo parlando del mio delitto.

Ecco, troppe donne, lei lo sa, sono dipendenti da tutto: dalla famiglia, dalla casa, dai sentimenti, da certe idee stupide, dal lavoro e dai soldi degli altri, da certi disturbi di salute dovuti a stress e frustrazione. Lo stress non è che la conseguenza di una serie di cattive abitudini, di un cattivo ambiente, di una cattiva società impostata su chi sfrutta e su chi è sfruttato. Vittime e carnefici, ingenui e furbi, la solita storia vecchia come il mondo. Ma alle donne è riservato uno sfruttamento speciale. Da parte mia, cerco di aiutarle attraverso la lettura degli astri, per evitare o almeno ridurre queste dipendenze. Cose che un’amica intelligente e di buon senso può suggerire, lei mi dirà, ma se il suggerimento proviene da un’astrologa….si prende più sul serio. Mi segue?

E allora alle mie clienti e anche ai miei clienti suggerisco, con una certa energia (non intendo parlarle ora del mio cielo di nascita), di compiere certe scelte piuttosto di altre, qualche volte “forzando” un po’ le indicazioni astrali.

Mi chiede se è possibile cambiare il destino? Beh… Non lo so, cara commissario, non lo so. Devo ancora studiare, studiare molto. Sa, quello che si sapeva appena 10 anni fa… gli studi sul cervello, ad esempio, e il dna… La scienza fa enormi progressi, no?

Sissignora: astrologia, psicologia e psicoanalisi, sconfinano una nell’altra. Un tempo, questi pianeti, segni, numeri, configurazioni, ingressi e uscite di astri, questa geometria in continuo movimento veniva interpretata in modo fatalistico: sei così, la tua vita è così, morirai così, non c’è scampo, non c’è margine d’autonomia, chiaro? Ora la prospettiva è cambiata: l’astrologia è una scienza umanistica, punto e basta, e gli errori interpretativi si fanno, d’accordo, come in ogni professione: è meglio un medico che sbaglia una diagnosi e opera malamente o un’astrologa che consiglia di lasciare un uomo violento o che non si ama più? Anche se poi le conseguenze non sono quelle desiderate: un suggerimento razionalmente perfetto può risultare un errore, perché la sua cliente, ad esempio, è troppo sessualmente o economicamente dipendente e non è matura per metterlo in pratica. L’astrologa non è in grado di recidere cordoni ombelicali troppo stretti, ma…indicandoli, ci prova.

Si, è vero: vorrebbe sostituirsi al tempo, che è sopra tutte le cose il vero dominatore, lui si, è la grande trappola, la grande prigione. L’astrologa può sbagliarsi dato che è umana, interpreta fuori tempo o controtempo: se la ricorda Cassandra?

Ma alt: le ho detto che il mio intento è quello di indicare alla donna le sue schiavitù e quindi aiutarla a liberarsene: e quindi liberarsi anche di me, voglio dire dalla dipendenza all’astrologia e dal proprio cielo di nascita. Io non sono che una specie di passaggio, un trampolino verso l’indipendenza. È questo il mio compito, che va controcorrente e contro i miei interessi economici: io traghetto, come fa Mercurio – ricorda la mitologia? – i vivi e i morti. Dal buio alla luce e da una luce, quando è ingannevole, a un buio più reale – da cui ripartire ma per rinascere, però.

La pistola? Certo che è mia e io l’ho uccisa con quella. È la realtà.

Ma sa, commissaria, che lei mi è simpatica, e legge anche dei libri! Brava. Già, è una donna, quindi… Mi sta parlando di Oscar Wilde. Il celebre racconto della morte della chiromante, vuole che non lo conosca? Si, è vero, nel mio caso la situazione è opposta. A parte che io – come le ho già detto – non sono una chiromante ma un’astrologa, nel racconto di Oscar Wilde la chiromante viene uccisa da un cliente al quale lei ha predetto che sarebbe diventato un assassino. La chiromante non indovina che quel cliente ucciderà lei. Se lo avesse fatto non sarebbe morta. O forse l’aveva visto nelle carte ma non si è potuta sottrarre ugualmente al suo destino.

Ma certo che credo al destino. Che domande! Ci credo ma voglio liberarmene, appunto perché ci credo. Cosa serve sapere le cose in anticipo se poi non si riesce ad evitarle? È la solita domanda che ci facciamo tutti. Lei sa rispondere? Io no. Comunque bisogna sempre tentare. Mi chiede se non l’avevo letto nei miei astri che sarei diventata un’assassina: no, cara signora, confesso di no e di non averlo saputo finché non ho sparato.

Si, i motivi, ci sono, eccome. Al mio posto, avrebbe fatto la stessa cosa anche lei, oh, mi scusi, non volevo… avrà pure il senso della giustizia, no? Giudichi lei, allora.

La mia vittima era una ragazzetta smarrita quando è venuta la prima volta da me, il suo cielo natale è quello di una persona debole, insicura, una specie di straccio in cui tutti si puliscono, una che non sapeva cosa fare di sé, un vero disastro. Io le ho dato la forza necessaria per staccarsi da una famiglia balorda che la strumentalizzava in tutti i modi, poi l’ho convinta a lasciare il marito mafioso e alcolista che la spediva all’ospedale una settimana sì e una no, poi a cercarsi un lavoro perché, le dicevo, l’indipendenza economica è il primo passo verso l’autonomia, per sentirsi parte di questa società, un primo passo verso la propria dignità. Un primo passo, ma poi…Sul lavoro, la poverina, subiva ogni sorta di supruso: il mobbing, già, come la ciliegina sulla torta, oltre a una sottopaga di fame, lavoro nero, compromessi, ricatti e umiliazioni di ogni genere, e poi seguendo il mio suggerimento si è messa a studiare per cambiare tipo di lavoro, ma le hanno soffiato il posto, insomma… si è scontrata con la realtà quotidiana, una realtà durissima. Per mantenersi ha fatto di tutto, la poverina, perfino la prostituta, ma anche lì, ne ha subite di tutti i colori e le colleghe, come se non bastasse, contribuivano a peggiorare le cose: altro che solidarietà, altro che sorellanza. Io cercavo di incoraggiarla, di darle speranze, e nel frattempo di sottrarmi a quel ruolo di guida di cui mi aveva investito in modo assoluto.

Baravo con i suoi astri: dovevo dirle che le erano sfavorevoli? Dovevo dirle che lei era nata vittima e vittima sarebbe rimasta? E poi, se veramente qualcosa sarebbe andato dritto nella sua vita?! L’imprevisto esiste. I miracoli accadono. La ingannavo, ma…a fin di bene, no? E certe volte, ingannavo anche me.

Era diventata ossessiva, persecutoria, cercavo di liberarmi di lei aiutandola a liberarsi di me… Finché ha cominciato a dire che un lavoro non frustrante, un lavoro in cui lei potesse finalmente non dipendere da nessuno, un lavoro al di sopra di tutti gli altri, in cui rispecchiarsi e dare un senso alla sua vita, era un lavoro come il mio. Non come il mio. Ma il mio.

Nessuna dipendenza da nessuno, solo quella in via diretta, dagli astri.

Si, invidiava il mio lavoro. Quelle donne, signora commissario, invidiano tutto, anche il tuo respiro. Sono scimmie melodrammatiche. Può una scimmia diventare un cavallo?

Se lo immagina una come lei fare l’astrologa? Se lo immagina che senso di onnipotenza? E da che pulpito, vero, viene la lezione! Immagini le persone ignare cadere nelle mani di una come lei, di una cacciaballe presuntuosa. No, nessun astro nel suo oroscopo indicava una tendenza per lo studio dell’astrologia.

E quindi è diventata aggressiva, non me la toglievo più dai piedi. Studiava libri su libri, seguiva corsi su corsi e si faceva le ossa – come si dice – sul mio oroscopo. Voleva conoscermi, togliermi la pelle, impadronirsi di me, della mia anima, del mio lavoro, di tutto quanto. Finché non mi ha sbattuto in faccia che io, per come avevo disposti i pianeti nel mio cielo, ero una potenziale assassina, sarei diventata comunque un’assassina.

Non si fanno così gli oroscopi. Non si può mai dire una cosa così, le dicevo. È un modo assolutamente errato di interpretare un cielo. Io non sono un’assassina e tu non sei una vittima. E lei mi rispondeva che se lei non era una vittima io non ero una buona astrologa perché lei – e la sua vita lo dimostrava – era una vittima: della sua vita e di me. Ma che non lo sarebbe stata più perché voleva prendere finalmente in mano il suo destino:in poche parole, fare quello che io desideravo facesse .

Si è fatta minacciosa. Mi perseguitava giorno e notte. Bene, le ho anche detto, fai l’astrologa, fai quello che ti pare ma lasciami in pace. Ti do pure i soldi per iniziare. Mi sarò sbagliata su di te, sei l’imprevisto, per me, il mio errore, non ho interpretato correttamente il tuo oroscopo.

Ma poi… al pensiero che le donne e anche gli uomini, cadessero tra le grinfie di una come lei, una che non libera…ma imprigiona, che parla di destino come una cupa fattucchiera d’altri tempi…E io, proprio io, dovevo subirla? Esserne vittima? Signora commissario, io non sono né masochista né sadica, né vittima né carnefice, ma dovevo difendermi, le pare? – e difendere la mia categoria.

Mi spedisca pure in prigione. Lei faccia pure il suo lavoro, ma lasci che io continui a fare il mio. Farò l’oroscopo a lei e a tutti i detenuti, devo lavorare per aiutarli, continuare a lavorare e studiare per capire le possibilità del loro cielo astrale, i segni di cambiamento, il cedimento delle loro sbarre…

Come ha detto? Non capisco, mi scusi. Io avrei sparato a uno specchio? Non ho ucciso nessuno? Che cosa significa? Mi spieghi bene: sarei una visionaria? E la pistola e…

Ah si? I colpi sono stati due? Non ricordo. Uno diretto allo specchio e l’altro al soffitto. Già….anche al cielo volevo sparare…eh già. Se le cose stanno così, cara commissaria….ma scusi, lei è sicura di essere proprio un commissario di polizia? E io dove sono? Chi è lei veramente? Un medico? Uno psichiatra? Ah. Comunque ha fatto un ottimo lavoro, davvero. Brava. Eh, noi donne…Ma io, adesso… sono libera o no?

(2006)

LA NUDA FOGLIA Ilaria Palomba

Georges Braque, Carro

**

Inaffidabile, dicono non originale

E tutto diventa intelligenza artificiale

L’algoritmo sa ciò che il cuore non conosce

Guerra atomica alle porte: stai bene?

Forse l’ospedale. Fatti curare.

Adesso dicono il dolore sia più antico di un fiore

Mai piantato nel Verbo, sia scerpo

Alle radici sventrare. Qualunque cosa

Tu possa dire qualcuno potrà dirla meglio

Qualunque trama tu possa scrivere

Qualcuno la scriverà meglio, o l’ha già scritta –

Hai chiuso nei cassetti decine di anime,

Nessuna perla ai porci, nessun giudizio.

La tua invisibile frattura risuona nel ventre

Nelle spire della marina bora.

Sento piombare addosso la luce verticale

Dei tramonti, l’aurora primordiale dei deserti,

Tempo muto in cui ogni parola è pietra

Il senso viene strappato via dal guado

Delle trentasei ore di silenzi, muti

Sulla soglia degli altri mondi, la

Spiaggia arrubinata, questo coro

In cui cantammo la fine di un futuro

L’ingresso della sete immacolata

L’incanto del ricordo dell’estate.

Parlo con tutti e non esisto, se l’eco

Smarrisce l’abito, resta la persona?

Cosa di me non sarà spreco o sacrificio?

E guardami ancora sul taglio del confine

La nuda foglia – mistero dell’Angelo –

L’arca poderosa che ci traspose

Oltre il piccolo grido della Voce.

L’IMMEDIAT INSIGNE. Bernard Noël

L’insigne immediato

La solitudine delle cose

è un’invenzione della nostra:

le occorreva uno specchio.

A volte ombra e luce si intessono

così bene l’una all’altra

che ne vediamo il respiro

perfino una vita interiore:

è bastato fermarsi

davanti fuori.

Fate sentire lo spazio

e la minima pianta

alzerà le braccia

mentre l’albero

mangerà cielo o vi si bagnerà

La vista è sempre una frase

in sospeso in mancanza di spettacolo

che vorrebbe cogliere con passione

ma che, di continuo,

la oltrepassa.

Il mondo è sempre intero

inizia e finisce all’istante

ci assorbe

ed eccoci colmi

poi chiudiamo gli occhi.

Il silenzio è sulla pelle del mondo

come su di lei è la luce

lo si ascolta guardandola.

Crediamo di abbellire il mondo

non facciamo che coprirlo

della nostra firma

per dargli la nostra natura

togliendogli la sua.

Ciò che guardiamo

assomiglia a ciò che è

ma ciò che è non somiglia ai nostri sentimenti

e meno ancora alle nostre storie

tuttavia dobbiamo guardarlo.

**

L’immédiat insigne

La solitude des choses

est une invention de la notre :

elle avait besoin d’un miroir.

Parfois ombre et lumière se tissent

l’une à l’autre si bien

qu’on voit une respiration

et même une vie intérieure :

il a suffit de s’arrêter

devant dehors.

Faites sentir l’espace

et la moindre plante

lèvera les bras

tandis que les arbres

mangeront du ciel ou s’y baigneront.

La vie est une phrase toujours

en suspence par la faute du

spectacle qu’elle voudrait

passionnément saisir mais qui,

sans cesse, la déborde.

Le monde est toujours entier

il commence et finit à l’instant

il nous absorbe

et nous voilà comblés

puis nous fermons les yeux.

Le silence est sur la peau du monde

comme est sur elle la lumière

on l’écoute en la regardant.

Nous croyons embellir le monde

nous ne faisons que le couvrir

de notre signature

pour lui donner notre nature

en lui ôtant la sienne.

Ce que nous regardons

ressemble à ce qui est

mais ce qui est

ne ressemble pas à nos sentiments

et moins encore à nos histoires

et pourtant nous faut le regarder.

**

I testi, tradotti da Lucetta Frisa, sono tratti da L’immédiat insigne di Bernard Noël e sono dedicati alla mostra fotografica di Jean-Marc de Samie, dal medesimo titolo, ospitata dal 19 luglio al 4 settembre 2003 presso il Monastero di Saorge, in Provenza.

Immagini di Jean-Marc de Samie