*Il testo è tratto da Il Canto sotto la bruma. Antologia della poesia iberoamericana del secondo ‘900, a cura dii Alberto Cappi, Editoriale Sometti, Mantova 2001.
Buia la notte in fondo alle ore. buia la nera notte di pioggia. un semaforo lampeggia d’arancio sulla strada nera. scendono le ore nel buio.
Parole nel sonno non date alle labbra. parole dell’indomani ospitate nel sonno. preparano all’impegno e all’appuntamento. nel calore del letto sogni e parole abitano la fronte del sonno. ancora è fonda, buia la notte. spicchi di luce sull’asfalto e macchine veloci. lampi d’arancio su foglie che posano come coltelli.
Platani malati. creature curve di rami cariche. affacciano all’argine le braccia come donne al fiume. donne coi panni al fiume. gli argini del tevere, i bastioni, le foglie. i platani malati si inchinano pregano il fiume. le foglie ossidate sono punte di picca. armi dell’antica battaglia.
cediamo dunque alla nera notte, ma non salgano, almeno, sulle navi gli achei.
A metà della notte, il silenzio è in ordine. vero o apparente appropriato ordine. dorme nel letto qualcuno, riposa o dà baci. o sul portone saluta, sbadiglia o dà baci. i baci della notte, le parole sussurrate, gli incontri. le parole le carezze, morbido bianco il cuscino. sul pianerottolo chi saluta e sbadiglia e rientra. chiusa la porta girata la chiave.
Qualcuno prende sonno qualcuno cerca. insegue il sonno nella culla dell’innocente riposo. cercare il sonno bambino. il giaciglio di latte, il dormire buono.
Qualcuno sogna. tra le palpebre qualcosa che vive in sogno e non passa dagli occhi. abita la fronte del sonno.
La notte è in ordine per chi dorme e studia e prega. la notte è utile e in ordine per chi viaggia o riposa. per chi vola sull’oceano, le acque gravide sotto. le acque voraci nere, gravide sotto.
C’è chi lavora. in camice o in divisa, o su una piattaforma. nel mare nero, la piattaforma sul mare. ossatura d’acciaio cisterne e trivelle bucano il mare. pompano liquido nero. il nero viscoso fluido tolto alla schiena del mare. nero il petrolio, buie le ore della notte.
L’ordine utile il geometrico quadrante. l’ordine apparente di chi saprà, di chi sta solo tardando a sapere la notizia. la notizia trapelata, ammesso che trapeli. a volte persino si celebra. si celebri la notizia, se ne parli. ammesso che a qualcuno interessi.
non so
non ne ho sentito parlare
non ne ho saputo nulla.
Domani è giorno di luminosa mattina. proficua e opportuna luminosa mattina. dolciumi e tazzine, vicino la stazione, vicino gli uffici. ma la pagina e la notizia. mal scritta, ridondante, sbiadita. cavalcata. macabra e voluttuosa.
hai sentito che atrocità.
Delitto partorito nella notte. delitto ennesimo efferato delitto. cupo esanime delitto. sanguinolenta livida trovata. che continua e reitera il circo degli orrori. ennesima trovata che ripete. amplifica e ribadisce e ripete. la natura umana che uccide. il delitto che incombe e reitera. la natura umana.
com’è irrilevante e anonimo, com’è già sentito, già detto.
Ce ne sono tanti. non si ricordano i nomi, ma le cose vengono. ogni giorno si amplificano e ripetono. e poi di nuovo le cose avvengono. la specie umana che uccide. com’è condannabile il delitto. come non mi riguarda, com’è lontano.
Eppure il circo. purché se ne parli, sia interessante e indegno. se sarà livido e indegno, allora che se ne parli.
alcuni delitti fanno piangere. alcuni delitti della specie umana fanno l’uomo piangere.
In uno stanzone di pareti spoglie franate. la luce livida del livido delitto. tutto bello e accettabile dopo la dose. dose risolve mio cuore tuo cuore mia dose. il corpo pieno e soddisfatto ora non chiede. dove sono ora i miei amici. non ci sono veri amici. la lampadina appesa a un filo sul soffitto. come si muove il soffitto, come ruota. che bella festa, stasera. come volteggia, ora, la lampadina.
sedici anni / non ci sono veri amici.
sedici anni / il corpo pieno e soddisfatto.
sedici anni / di nulla più mi importa.
Ma la notte. tra gli alberi. foglie sul selciato ancora. posate lame. posati coltelli di bronzo, punte di picca, antica eterna battaglia.
Mimmo Paladino, I dormienti
curvo il mondo si solleva dalle lacrime. pietoso e curvo.
Angoli invece. angoli che sorridono, ridono. villini e macchine scure. lunghe macchine, targhe numerate targhe vaticane. diplomatiche straniere targhe.
Angoli luminosi, strette di mano. ecco la riunione, il sorriso sbiancato. ecco gli appunti sottobraccio, le decisioni. irrevocabili proficue decisioni. vulnerabile e muta la vita degli altri.
Le donne gli uomini di giorno. vulnerabili. alberi le braccia. le mani che lavorano e caricano. lucidano puliscono, le cariche stanche mani.
Anche la notte è lavoro. proficuo anomalo lavoro. forzate riunioni dentro le macchine, lunghe nere macchine. tacchi e pelle nuda, e incerti passi e inesperte mani.
chi sei tu che te ne vai per il campo, solo, lungo le navi, nella notte oscura.
È lontano il giorno in cui non accadrà. in qualunque città che conosca la notte. i suoi grandi boulevards di foglie e di pioggia. mentre lampioni antichi di ferro nero. mentre lune artificiali di nebbia nell’antico ferro. ora fluorescente l’alone, pallido lucore minerale. passi nel buio, a terra le lance per la battaglia. passi che avanzano incerti nel buio.
cadde l’eroe con fragore, velò i suoi occhi la tenebra.
Incontri che non risultano, di cui nessuno ricorda. nessuno c’era o ne sa nulla della macchina all’angolo. al semaforo o al margine della via, sotto i lampioni di nero ferro. nessuno c’era con la ragazza. uno stanzone dall’intonaco franato. dissolvono i fatti non detti, è stato in sogno, nella fronte del sonno. nessuno dice la notizia, nessuno la celebra. solo se indegna e livida.
non salgano, almeno, sulle navi senza affanno
ciascuno si porti anche in patria una ferita
Un altro delitto, che atrocità, un altro delitto, che banalità. i nostri errori provvisori, rimediabili errori. notti e vite opportune. errori che muoiono nella fronte del sonno. nulla portano al giorno.
Il giornale e il caffè. noi, dai rimediabili piccoli errori. noi, appropriati e proficui.
Atroce e banale la notizia. riposa la battaglia. luminosa ora, proficua la mattina.
Mimmo Paladino, I dormienti
Il testo di Isabella Bignozzi è finalista nella sezione “Prosa edita” del Premio Lorenzo Montano (XXXV edizione 2021).
Heinrich von KleistTomba di Henriette Vogel e Heinrich von Kleist
Il mio scrittore preferito? Non è uno solo, come immagini, ma adesso mi viene in mente solo un nome: Heinrich von Kleist. Non posso fare a meno di Kleist e parlando di lui comincio dalla vetta, senza nessun dubbio. È come se mi chiedessi nome e cognome: ti risponderò con esattezza. Il primo racconto in cui mi riconosco come scrittore, dedicato proprio lui, risale al 1981.
Per quale ragione gli uomini si augurano tutti di morire decrepiti, come se la natura fosse obbligata a rispettare un lunghissimo ciclo vitale? Il cuore umano non conosce che la gioventù, o dell’anima o del corpo o di entrambi.
Io, se penso a Kleist, penso ai pini, agli abeti, alle macchie di rovi, alle radure sabbiose che hanno scrutato i suoi occhi, trasformandoli in distese favolose dove è incantevole camminare senza resistere all’idea di voler camminare ancora e per sempre; vedo quell’orizzonte dove si precipita il suo sogno senza pareti visibili; vedo alcune lontanissime rocce che sembrano disegni a carboncino, simili ai resti di un lontano incendio. Anche Stifter e Goethe sfumano in una nebbia irragionevole, ma in me suscitano un pallido interesse.
Bruciato Roberto il Guiscardo, a Kleist cosa restava, se non oltrepassare il romanzo come intreccio, architettura, labirinto, e sparire? Fu alfiere a Postdam. Ma sparire è un atto solitario, senza eco, più debole della potenza del suo cuore. Occorre condividere quell’atto, ed ecco apparire la prodigiosa Henriette: malata terminale, soggetto docile e giusto. Costruire con lei una misteriosa unione, per il tempo della sparizione: ecco il progetto dell’eroe. Morire dentro l’enigmatica ebbrezza di pensarsi, dopo la morte, distesi insieme. Gettare la vita nel fuoco, come Empedocle, ma con una compagna. Scrive Hölderlin: «Senti questa pace attorno? Riconosci il silenzio del dio insonne? Aspettalo qui». È un abbraccio, la morte, e nel momento di quell’abbraccio non si è più soli sulla strada per Postdam. Scrive Heinrich alla sorella Ulrike: «La verità è che per me sulla terra non c’era soccorso. E ora addio: il cielo ti conceda una morte che somigli solo a metà per gioia e indicibile allegrezza alla mia: questo è l’augurio più affettuoso e più sincero che possa farti». Kleist vuole riconciliarsi con la vita abbandonandola, vivere la morte felice e non i giorni umilianti. «Ora, immortalità, tu mi appartieni». Penso a Kleist ogni volta che regolo i miei passi sulla strada che percorro e la regola non è mai quella che prevedo ma un ritmo nuovo, incalzante: se lui fosse stato un architetto e avesse dovuto costruire un ponte, si sarebbe chiesto come le arcate potessero restare sospese senza crollare e l’idea del crollo avrebbe cominciato ad agire sulla sua mente come un veleno lentissimo. Non posso, pensando a Kleist, che ricordare certe Sonate dell’ultimo Schubert (ultimo è parola, beffarda, Schubert morì a trentun anni) dove, da certi accordi ribattuti e dalla loro eco ipnotica, posso intuire “il silenzio del dio insonne”, quel dolce dolore destinato ad annientarci.
Il segreto di Kleist è l’evidenza dell’invisibile: non essere mai dentro la vita ma sempre, giorno dopo giorno, con la mano che avvicina e allontana il cappio dal collo. Se leggete i suoi racconti, ogni storia è un cristallo che vi sorprenderà e una fiamma che vi brucerà. Già da bambino Heinrich non si arrende a una vita adulta, fatta di commerci, sesso, denaro, rughe, demenza. Il cristallo è la sua mèta e arde come un fuoco. Vita come eccezione, eccezione ripetibile. Io stesso, da viandante, percorrendo a piedi i suoi luoghi, provocando la memoria, ricucendo la ferita come sempre accade a chi viene dopo, mi chiedo se non potesse scegliere un’altra strada, diversa da quella, ineluttabile nella quale è piombato. Ma, per il trasognato poeta che voleva afferrare i suoi pensieri affondando le mani nel muscolo del proprio cuore, non c’era niente che il cuore potesse accettare senza umiliarsi.
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La tua osservazione è esatta. Kleist non poteva arrendersi a ordini e gerarchie. Il sapere del mondo intero era tramontato da decenni, anche se non per i poeti ufficiali. Si potrebbe parlare di un trionfo della non-conoscenza. Detestava, Kleist, il mito onnipotente di Faust: quella che Faust avidamente cercava era solo l’immortalità di un corpo giovane. Lo stesso Hölderlin si sarebbe vergognato davanti a Kleist: alla fine, il poeta di Lauffen si era arreso alla malattia diventando un mite schiavo, chiuso nella torre di Tubinga. Per Kleist la follia non era una cosa così oscura e totale, ma un invasamento della mente, un’ebbrezza di luce. Quei due colpi di pistola, lucidi e secchi. Dopo, radura e rovi. È come se lo vedessi sempre, quel bagliore accecante, quel pulviscolo. Due corpi immobili ma forse nessun corpo: resti lievi, lontani dalle spiegazioni degli uomini. «Se fosse possibile respirare appena un minuto» si chiedeva sempre, da giovane, il giovane Kleist. Vedeva, attorno a sé, ragazzi, soldati, adulti, che obbedivano alle cerimonie ufficiali della loro esistenza avendo dimenticato quel respiro. E invece no, per lui non era possibile, non per lui. Fece di tutto: scrisse, viaggiò, sognò, si fidanzò. Ma alla fine c’erano solo due vecchi genitori che disprezzavano quel povero giovanotto che gli era capitato come figlio. Non poteva finire così.
Con il suicidio Kleist avrebbe toccato l‘immortalità. I suoi libri, forse, chissà, in futuro. Ma lui la esigeva ora. Era impaziente, non avrebbe aspettato un minuto di più. Non si conquista la vita se non cesellando la propria morte, se non trovando la sola pallottola necessaria, quella da tirarsi dritta al cuore. Titanismo, dirai. Naturalmente. Ma un uomo che sparisce dal mondo con l’energia di un ragazzo, che non vuole scrutare i paesaggi secondari, le nebbie della vallata, che vuole, con la sua sposa di un attimo, uscire dai recinti della norma e trovare il silenzio come un fulmine: ecco Kleist. Ogni opera tende, perfetta, alla sparizione perfetta. Ogni vita esiste solo nel momento in cui sarà troncata. Continui a essere se stesso, il luminoso Goethe, inutilmente irriso da generazioni romantiche. Quella scrittura ampia e solenne esige una vecchiaia riflessiva e pensosa, così come è naturalmente accaduto. Ma Kleist odia essere adulto. La sua Henriette Vogel, che senza rimpianti scambia il dolore terreno con la felicità celeste, esegue il suo desiderio alla lettera, anche se per lei è sempre immaginabile un Dio. Non per Heinrich, che si limita a essere Dio sulla strada di Postdam, nell’attimo in cui esplode i due colpi: decide, in quell’attimo esatto, che ci sia un prima e che ci sia un dopo, con l’impazienza della divina giovinezza.
Anch’io, talvolta, camminando nei suoi luoghi, mi chiedo se il suo pensiero non sia stato il cristallo più fulgido: quello di cui gli uomini dimenticano lo splendore invecchiando. Qualcuno lo conserva, tenendosi stretto il proprio delirio nella mente. Altri, neppure quello. A che vale essere vissuti, se non abbiamo sognato di essere Empedocle? O un Giulio Cesare Vanini, destinato a bruciare nel rogo a Tolosa il 6 febbraio 1619, perché omise di confermare la firma di Dio a creatore di tutte le creature? Sparire è pensare con coraggio la pianura dopo di noi, i suoi tramonti e le sue albe. Perché mondo e natura non sono nostre proprietà, ma soffi leggeri attraverso i quali tormentosamente avanziamo finché siamo in vita. Io capisco che troverò, anche oltre il destino di Kleist, le tessere che compongono il mio: le vertigini che mi perdono sono le architetture che ritrovo. Io sono e non sono quelle vertigini e quelle architetture.
(M.E.)
Il testo è tratto dal libro in fieri “L’altro dentro di me”.
ho avuto una strana impressione, lo scorso mercoledì, mentre mi avvicinavo a S. Antimo. La basilica mi attendeva laggiù, nel mezzo di una pianura accogliente. Il vento soffiava forte. Mi fermai per un attimo: mi voltai a destra, sprofondando nel silenzio: a sinistra e il rumore del vento mi frastornò. Fu in quel momento che, portate dall’aria, distinsi due voci: una di un uomo, l’altra di una donna. Non c’era nessuno nella pianura ma il vento le portava fino a me. Le sentivo chiaramente ma non percepivo le parole: era una lingua bisbigliata, che le correnti dell’aria rendevano incomprensibile. Come avrei voluto capire tutto e tracciare ogni parola su un foglio! Forse due amanti si stavano scambiando parole d’amore. Forse una madre salutava il figlio dopo una lunga assenza. O un amico confessava all’amica i suoi pensieri più segreti.
Come un rabdomante va scoprendo vene d’acqua sottoterra, io percepivo quelle voci nell’aria. Là, nella solitudine, non potevo fare a meno di udirle. Mi pareva di essere nata con quel solo scopo: udirle, nella pianura erbosa, davanti alla pietra lucente di S. Antimo. Capii, dopo un attimo, di stare assistendo a qualcosa di prodigioso: per non non so quale miracolo, nel mistero di quel luogo, due esseri umani tornavano vivi e riprendevano a parlarsi. Le voci si incrociavano nell’aria come in una partitura. Rimpiansi di non saper decifrare le parole; e, se non le parole, almeno le note di quel canto.
Lei sa perfettamente, Alessandro, perché noi scriviamo – e per noi intendo quella comunità silenziosa di cui è quasi inutile pronunciare i nomi. Scriviamo per non essere inclusi. (Rubo le parole a Ennio Flaiano, uno scrittore a me non familiare.)
Nessuno di noi, per esistere realmente nella sua più intima natura, ha bisogno del sostegno di una leggenda o del conforto di una biografia. La nostra opera, sconveniente o smisurata, inflessibile o adamantina che possa essere, deve avere una sua definitiva irriconciliabilità con qualsiasi adeguamento al mondo.
Aver sentito quelle voci nell’aria mi ha fatto rivivere questo destino di “non-riconciliata”. Io sono una scrittrice fuori dal mondo, che ha ascoltato due voci fuori dal mondo e ne ha registrato la presenza in una sacra pianura erbosa, dove millenni fa la parola era un evento straordinario.
Non so, oggi, cosa significhi vivere da scrittori in questo mondo. I nostri testi, anche quando fortuitamente diventano pubblici, restano comunque carte segrete. Lettere, appunti, taccuini: un materiale che brucia, che sarebbe più facile richiudere in qualche archivio, sottraendolo per sempre al giudizio del mondo. Il misconosciuto Leopardi, che pubblicò oltre un secolo fa, nella più totale indifferenza, le Operette morali, osava sperare nella giustizia postuma del critico futuro e del lettore veggente, poteva confidare nel suo sguardo cosmico e risolutivo. Oggi nessuno di noi può sperare nulla di tutto questo e solo un caso fortuito – l’occhio misantropo e bizzarro del lettore occasionale, la riscoperta del libro eretico e imperdonabile nel mare magnum delle sciocchezze stampate – saprebbe assicurargli, accidentalmente, una traccia duratura nella memoria degli uomini.
Noi siamo la parte occulta della scrittura – quella che non semplifica e non consola. Siamo un lampo di coscienza che serve a illuminare un paesaggio di macerie. Ma chi ha abitato queste macerie? E’ giusto viverle sempre come tali? Non è forse necessario immaginare i sermoni di Donne, fantasticare la voce di Shakespeare, rivivere i pellegrinaggi di Cervantes, per essere contemporanei?
Si scrive, lei lo sa, tastando nel buio, senza sapere di cosa andiamo in cerca. Si scrive per toglierci dalla faccia questa maschera prevedibile e asfissiante: l’aria è così vecchia attorno a noi, tante volte già respirata…
Ma noi, Alessandro, restiamo in ascolto. Non siamo mai soli. Esercitiamo quella che si chiama attenzione – una forma di amore per le voci dei morti. I morti, come sappiamo, non sono mai sepolti troppo bene. La terra smotta, l’aria vibra, e loro sono qui, gomito a gomito con noi, sullo stesso argine nel quale scriviamo. A volte – mi corregga se sbaglio – scrivendo lettere e taccuini – queste nostre carte segrete – non sembra che appartengano solo a noi, bensì a loro. Loro sono noi.
Meditiamo sul mare, e ci vengono alla mente Omero e Melville. Pensiamo all’amore, e ci torna alle labbra un verso di Dante. Vivono sempre attorno a noi, con tutti i dolori e tutte le speranze, come ritmi di un canto che non è stato compiuto, come sillabe di un testo che non si finisce mai di scrivere. Non siamo soli a parlare. La scrittura è materia di sogni, che a loro volta generano sogni; abita e turba il possibile. E ogni futuro, amico mio, è un futuro eventuale. Non c’è mai nulla di impensabile. Ogni ipotesi dilaga nel campo delle ipotesi infinite, dei mondi paralleli, di chissà quali orrori e meraviglie.
Quando questa mia lettera le arriverà, forse non sarò più viva. Il mio cuore ha già subìto lunghe assenze, come se non volesse più battere in questo mondo. Ma, anche se questo accadesse, lei non si lamenti, non rimpianga niente – cammini in qualche sentiero e io la raggiungerò. Non era forse nostro, il sogno di sciogliere quei nodi che è impossibile sciogliere – le aride tesi del classicismo, gli astratti furori del romanticismo, gli strepiti infantili delle avanguardie? L’unica forma legittima di immaginazione è un’attenzione medianica che non sia distratta da niente e da nessuno: non sopporto l’impazienza caotica della fantasia, cerco una parola che, offrendosi nei suoi multipli significati, pur mostrando tutti i suoi strati geologici, riveli, in un punto preciso, il segreto di cui è l’unica portatrice – l’inflessibile segreto che non sospettavamo.
Lei sa quanto adoro la forma, come mi è piacevole ripetere le litanie di certi riti religiosi, come vorrei che tutte le pagine assomigliassero a degli scudi forgiati al fuoco dell’estasi e alla fiamma della chiarezza. Ma, più che la necessità della forma, io sento oggi la gioia silenziosa di una festa, perché tutto è ancora eventuale. La festa dell’amore può essere celebrata ininterrottamente, anche se con un brivido di terrore.
Con quelle due voci ancora nelle orecchie, quella bisbigliante dell’uomo e quella febbrile della donna, le giuro che ho tremato e non sono stata certa neppure della mia forma umana. E non avevo altro pensiero, dentro di me, se non quello di raccontare a lei, che mi ascolta da sempre, la mia irripetibile avventura: i morti, in realtà, sono vivi e stanno sognando il nostro stesso sogno. No, non saranno loro a risorgere. Saremo noi a morire, come è giusto. Ad entrare nel loro buio. Dove però non dormiremo, non avremo né stanchezza né sonno né fame, ma vigileremo e parleremo, senza comprendere nulla di quanto conosceremo, senza capire assolutamente nulla, come ci accadde in vita.
Sua Cristina.
*Il testo è tratto da Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Furto d’anima. 40 lettere reali e immaginarie tra uomini e donne nella storia dell’arte, Greco & Greco, Milano, 2018.
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Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini, pubblica in vita due saggi, Fiaba e mistero, nel 1962, e Il flauto e il tappeto, nel 1971, oggi raccolti nel volume Gli imperdonabili. Traduce John Donne e William Carlos Williams. Commenta alcuni libri mistici, fra cui Detti e fatti dei pellegrini del deserto e Racconti di un pellegrino russo. Per Cristina Campo “la scrittura non cessa il suo inavvertito circuito; fiore, stella, morte, danza, continuano a somigliarsi”. E il suo invito allo scrittore è preciso: “Siedi contro il muro. […] Attendi il tuo turno. […] Ogni rigo è imperdonabile”. Uno dei suoi migliori amici fu lo scrittore Alessandro Spina, siriano di origine e naturalizzato italiano, con il quale ebbe una lunga corrispondenza epistolare, confluita nel volume Lettere a un amico lontano, pubblicato nel 1969 da Vanni Scheiwiller.
Luciano Budigna (Trieste, 1924). Pubblica, in versi, Pianura (1944), L’oscura forma (1969), Infine vivere (1975). Autore di numerose monografie d’arte, traduce poeti tedeschi e francesi, da Hölderlin a Hofmannsthal a Racine.
William Wordsworth, William Blake, Percy Bhysse Shelley, John Clare, Samuel Taylor Coleridge, John Keats, Elizabeth Barrett Browning, Gerard Manley Hopkins
ATTRAVERSO LA VALLE DELL’OMBRA PROFONDA
Quaderrno di poesia inglese del XIX Secolo
con testi originali a fronte
a cura di Lucetta Frisa
Prefazione di Silvio Raffo
“Scoprendo per caso (tutte le cose più stimolanti sembra avvengano per caso) le poesie del più trascurato (in Italia) poeta del Romanticismo inglese John Clare, ho intrapreso un vagabondaggio tra i versi di quella grande poesia anglosassone alla quale questo bipolare apparteneva (da Wordsworth, Blake, Coleridge, Keats, Shelley, Barrett Browning, fino a Hopkins). Chi, meglio dei romantici, mostra o descrive uno spirito perturbato? E chi, fra loro, può dirsi completamente sano di mente? Ma forse i sani di mente raramente possiedono la grazia della poesia. Anche in questo caso, di definito non c’è nulla.