PARTE PRIMA

Imago Show. 1*
1.
Quando le immagini scarseggiano nella mente e quelle rimaste, assorbite dallo sfondo, si rialzano a fatica – allora, in quello sgomento, uno corre verso fuori. Qualcuno dirà: un andirivieni è vivere – un dribbling per sfuggire alla presa? Sarà dunque l’immagine un giocatore che ruba la palla alle cose?
Le immagini sono il segno della nostra doppia vita – infedele. Con la scusa che le immagini servono, con piacere lasciamo correre le loro lusinghe – un bottone che porta in scena l’intero tailleur, il conseguente ginocchio.
Senza immagini, tuttavia, si perde la strada di casa, come insegna il caso di Monsieur X (studiato da Charchot e Bernard, 1883).

Esse – viventi nel pensiero che dorme – non smettono di insidiare le conquiste del linguaggio, allorché riportano in auge dettagli sorprendenti – come parole discinte.
Le immagini ostacolano in vari modi la formazione del concetto, come fosse l’arrivo di un liquidatore. Tra cosa e immagine, tra loro e noi, non esiste alcuna diretta rispondenza – sfalsati da una inclinazione primordiale evitiamo perennemente la collisione, risorgendo, stupefatti, nel discorde.

Jacopo da Lentini, agli albori della poesia italiana, tratta la persona e la sua figura come fossero due entità distinte – per cui il poeta dialoga con la figura – mentre madonna garantisce la separazione.
Così per gli occhi mi pass’a lo core |…| no la persona, ma la sua figura |…| poi porto insegna di tal crïatura.
Rimasta al di là della poesia, madonna assolve il vivere attraverso il fatto compiuto, chiudendo, per conto suo, la partita. Alla poesia rimane la negazione come origine del discorso perpetuo – punto di unione ben più dell’amore che, soddisfatto, si apparta.
Alla fine madonna è bene non ritorni a rimarginare una ferita senza eguali.
Le nozze poetiche avvengono con la figura che si rinnova in continuazione – mai sciogliendosi come una caramella, mantenendo l’estraneità il più vicino possibile, come una preghiera perenne.

2.
Jacopo da Lentini l’ho incontrato in prima liceo. Alla sua difficile scuola ho imparato che l’affermazione è monotona, come un sì prolungato, un lungo fischio senza dettagli, mentre la negazione è come un soffio che ravviva le braci, insita nell’alternanza del respiro, in tutti i movimenti caduchi, nei segni che non ritornano.
Nel passaggio della negazione l’amore brilla al massimo grado, mentre s’infiamma come stella cadente.
L’amore galleggia sulla negazione, per quanto gli amanti non ne vogliano sapere né ascoltino, nel più grande acclamare, la nave che cambia in silenzio le vele – scivolando in una deriva lontana.
In ogni caso, in quanto atto affermativo ad oltranza, l’amore non fa che risvegliare la negazione, la quale dorme con un occhio solo.
Bisognava ricercare, in quegli anni di gioventù e in merito a quel tema, una strada attraverso il negativo, luogo improvvisamente fraterno e soccorrevole, nel quale le parole mostravano le loro incredibili viscere, pulsanti di dolore come un linguaggio mutilato, ma che improvvisamente, quali corazze lucenti di uno scarabeo, parevano insorgere con una bellezza senza conforto e senza bisogni, girando gloriosamente sui suoi tacchi verso altrove.
La scena, piuttosto che diminuire la serietà della situazione, la rendeva perfettamente teatrale, con ciò trasformando la filosofia in scenografia, risorsa che non andrebbe sottovalutata.
Quando con deliziosa impudenza Jacopo da Lentini ci illustra la vera natura dell’immagine interiore – un prurito inestinguibile (mentre non po’ toccar lo suo sentore) – egli ci consegna anche un antidoto potente, un metodo per scalare il negativo, vetta di tutti i capogiri – arte primordiale dell’anestesia.

3.
Sostengono, in molti, che le immagini siano frasi. Anche se fosse, sono frasi che si attaccano alla gonna della madre, come affidandosi allo sguardo, come chi parla con gli occhi.
Esse non sono la ripetizione di una cosa – sono invece la nostra ripetizione, il nostro continuo affluire.
Come parole ancora da nascere, esse hanno tuttavia una funzione oratoria, come nelle grotte antiche i bisonti, immani, dipinti con grandi gesti, precursori inimitabili del linguaggio.
Mentre le parole espellono il loro significato e, con ciò – ritirando la mano dopo il lancio -introducono l’arte dell’esegesi e degli indovinelli – le immagini custodiscono il significato presso di sé, per intero – così che, per saperne qualcosa, bisogna essere presenti.
Questo sapere comunicato attraverso la presenza può essere illustrato dal tema della lattazione di San Bernardo, motivo noto in pittura, il quale rappresenta la Madonna che fa zampillare, dal proprio seno, il latte materno in bocca al santo, che sta ai suoi piedi, devotamente – come se niente eguagliasse la conoscenza per contatto.

Non diversamente, nelle grandi praterie, tra le altissime erbe – circondato dal più aperto orizzonte – lo sguardo incontra una cosa per volta, nella stretta prossimità, per cui si può addirittura parlare, lodandola, di una conoscenza particolare: quella di pianura.
Dentro di noi, nel palazzo con mille finestre della mente, le immagini si accendono e spengono, passano da una finestra all’altra, nostro animato luna park.
Spesso si notano flash accecanti, come un incontro tra immagini infiammabili – si pensa, allora, che esse abbiano risolto il problema – con ciò assomigliando al fulmine che tutto decide, del quale parla Eraclito – fulmine guaritore potremmo dire, per cui non c’è niente di graduale nell’esistere, se non le cause banali.

4.
Il nome proprio è quello più vicino all’immagine. Nei documenti di riconoscimento è unito alla fotografia.
Il nome proprio non ha alcun significato e vano è cercare nell’araldica e nell’etimologia misere prove.
La sua toccante bellezza è data dal linguaggio che si stringe fino a indicare una cosa sola.
Il nome di persona, insignificante, non può essere spiegato – può essere indicato o chiamato, con ciò mostrando la sua natura esclamativa, un’appartenenza all’orazione.
Il nome proprio è imitato, follemente, dalla poesia, la quale fa passare tutto il linguaggio per trovare il residuo resistente, l’ultimo avanzo di tutti i nomi.
La poesia, avendo rinunciato al parlare attivo – per pudore, per non bleffare ancora una volta – si dispone ad occupare, nel linguaggio, la posizione del nome proprio, in realtà un posto vuoto e come muto tra gli indaffarati nomi comuni.
Classificandosi, volutamente, come un avanzo – una deiezione irrecuperabile – essa contrasta – come martire – il linguaggio che rimane in pista – ormai lontano, tra tutt’altro.

5.
Siccome l’immagine si forma anche in presenza della cosa, non è facile gestire il nostro privato cinematografo.
A volte accade che, mentre la cosa volta l’occhio, noi interveniamo sulla sua immagine. Con un veloce photoshop, avendone il tempo, apportiamo modifiche a piacere, trasformiamo un piccolo albero in una quercia millenaria, visitata da scoiattoli.
Questa libertà nel trattare le cose potrebbe essere castigata come deplorevole, o applaudita come segno di positiva connivenza.
È pur vero che noi completiamo una cosa tramite l’immaginazione e la memoria, che integriamo il suo lato nascosto – con ciò applicando una sollecitudine, un benvolere che meriterebbero ogni riconoscenza.
Allora fottiti! dirà l’occhio alla cosa, improvvisamente, quando s’accorge che l’averla guardata con tanto trasporto non l’aveva commossa – nessun fremito, nessun volo di foglie cadute in autunno, come la svestizione dell’anima nei più alti momenti.
La nostra memoria istantanea, tuttavia, non smette di balzare accanto alla cosa, come per dire: siamo in tre a questo gioco.
Spesso la cosa lascia fare, altre volte fa segno di no – che fin che essa è presente l’immagine deve fare un passo indietro – per stare un po’ insieme da soli, aggiunge la cosa, senza quell’altra – spettacolare scena di gelosia, non inferiore a quella di Esodo (20, 4-5), dove si dice: ” …non ti farai idolo né immagine alcuna…poiché io sono il tuo Dio, un Dio geloso.”
Tuttavia non è concesso agli uomini accettare la dolcezza della passività, fare come la pietra, sottomessa al tempo che la leviga, come se in ciò trovasse la beatitudine – diversamente dalla pietra, noi abbiamo il tempo dentro di noi, come un gatto infuriato che ho visto da bambino, chiuso in un sacco.

*Venti prose di Angelo Lumelli verranno pubblicate in un libro fotografico di Pietro Bologna dal titolo Ettaro, Artphilein De Pietri Foundation. Qui sono presenti online le prose dal numero 1 al numero 5.
