

Per le edizioni “Prova d’artista”, a cura della Galerie Bordas (Venezia, 2021), sono appena state pubblicate, nella traduzione di Domenico Brancale, le Lettere a Pierre Bordas di Antonin Artaud, con uno scritto introduttivo di Pierre Bordas, immagini dello stesso Artaud e di Nicola Samorì, e postfazione di Pasquale Di Palmo.



In queste lettere Artaud parla delle cinque poesie di Artaud-le-Mômo, che Picasso ha disdegnato di illustrare e che Artaud stesso, infuriato dal silenzio del celebre pittore («Non sono un debuttante alla ricerca di illustrazioni di un grande pittore per lanciare i suoi primi scritti. Ho già cagato e sudato la mia vita in scritti che valgono poco più dell’agonia da cui provengono» (Lettera a Picasso, venerdì 3 gennaio 1947), illustrerà per l’editore Bordas. Sono lettere di collera e di dolore, scritte dal 26 dicembre 1946 al 14 febbraio 1948, a un paio di settimane dalla morte, avvenuta il 4 marzo di quello stesso anno, nel padiglione di Ivry, lettere colme d’ira e d’orgoglio che ruotano attorno alla necessità che il libro sia realizzato secondo il volere di Artaud: «Ci vorrebbero dei caratteri in grassetto e più grandi, cosa che aumenterebbe considerevolmente il numero delle pagine […] in ogni caso non accetto assolutamente che le mie poesie siano stampate con quei caratteri che non sono dei caratteri possibili per un libro di lusso né per un libro di poesia di MERDA, ma della merda VERA» (6 giugno 1947); o ancora: «Ma c’è una cosa che mi interessa più di ogni altra nella tiratura. È che questi disegni siano tirati su carta opaca. In questo momento niente mi sembra più volgare della carta patinata. Non resta che rafforzare la stampa dei tratti, questo sarà utile» (11 dicembre 1947). Il tono di Artaud oscilla fra attimi di esaltazione «Caro signor Bordas, mi permetta di congratularmi con tutto il mio cuore dell’ammirabile riuscita che costituisce l’edizione delle mie poesie Artaud-le-Mômo» (17 dicembre 1947), oppure di improperi e contumelie: «Mi sono informato. So che Artaud-le-Mômo è andato esaurito. Con Artaud-le-Mômo lei ha raccolto una fortuna, tutto questo PUZZA DI TRUFFA» (14 febbraio 1948).
Nel breve scritto introduttivo Bordas ricorda di avere frequentemente versato degli acconti ad Artaud, che «si trovava spesso al verde, poiché si drogava con la regolarità di un malato che segue un trattamento – il solo modo di calmare i dolori che lo torturavano». Bordas incontra Artaud per la prima volta nella galleria di Pierre Loeb, all’angolo tra rue de Seine e rue des Beaux-Arts. E lo descrive come un «fantasma, pallido come un trapassato, devastato da rughe profonde, l’aspetto febbrile, le mani tremanti. Ci lesse alcune delle sue poesie, strane litanie seminate con parole sporche». Fu proprio dopo quell’incontro che nacquero le prime trattative per la pubblicazione, con Bordas, di Artaud-le-Mômo.
Per Artaud, «la scritura è tutta una porcheria», come ci ricorda Di Palmo nella postfazione, perché è insufficiente a rendere «le infinite sfaccettature che ruotano intorno all’intuizione, all’idea primigenia di progetto». Forse per lui hanno più senso i fogli graffiati o scarabocchiati, perforati o bruciati, delle sue stesse lettere, cariche di valenze apotropaiche, più talismani che scritture. Artaud, partendo dal suo personale tormento di perseguitato, è arrivato a vedere “il fondo dell’essere” nel suo stesso delirio/verità, dove la natura dell’uomo, della donna, degli organi umani, è sovvertita: «in giro, / che non capite l’immagine / che è in fondo / al mio buco di fica». Di Palmo ci ricorda che «il termine Mômo ha carattere polisemico, comprendendo una vasta gamma di significati, tra cui quello del bambino e dello scemo del villaggio».
Le Lettere a Pierre Bordas non è un libro, ma un omaggio amoroso del gallerista Hervé Bordas, figlio dell’editore, del traduttore e poeta Domenico Brancale, del saggista e poeta Pasquale di Palmo, dell’artista Nicola Samorì, al “suicidato dalla società” che sempre siamo costretti a ricordare: Antonin Artaud.



Di Artaud, prigioniero di un corpo che sente suppliziato e avvelenato e dal quale vorrebbe fuggire per sempre, di un corpo ridotto a fantasma, precocemente e paurosamente invecchiato, è celebre una foto che lo vede ritratto di schiena, seduto su una panchina, la matita stretta sulle vertebre, nel tentativo di lenire il dolore delle fratture causate dagli elettroshock. La leggenda vuole che Artaud, fermo in qualche caffè, tirasse fuori quaderno e matita e cominciasse, digrignando i denti e gridando, a riempire di segni l’ennesimo foglio, in mezzo all’allarmato stupore dei camerieri. Lo scrittore, che nelle sue lettere si dichiara vittima di stregonerie operate dalla polizia e dalla classe borghese, incarna il ruolo di vittima sacrificale di una società bigotta e ottusa, che «suicida» i suoi poeti, da Poe a Nerval, da Baudelaire a Van Gogh, fino allo stesso Artaud.

Il poeta troverà pace soltanto nei suoi ultimi giorni, come scrive Paule Thévenin evocandone la morte, prevedibile ma improvvisa:
«Antonin Artaud aveva dichiarato che mai sarebbe morto in un letto. È morto seduto. Aveva anche detto che non sarebbe mai morto come tutti gli altri, che il suo corpo sarebbe andato in pezzi.
Chi sono?
Da dove vengo?
Io sono Antonin Artaud
e che io lo dica
come io so dirlo
vedrete il mio corpo attuale
volare in frantumi
e ricomporsi
sotto diecimila aspetti»
(Nota di M.E.)

