UNA ORGOGLIOSA MALINCONIA. Per Paul Verlaine

nella traduzione di Lucetta Frisa

(Gattomerlino, 2021)

Nell’interminabile

noia della pianura

la neve lieve

luccica come sabbia

il cielo è di rame

senza luce alcuna

sembra di vedere

nascere e morire la luna

simili a nuvole

fluttuano le querce nel grigiore

delle foreste vicine

tra il loro vapore

il cielo è di rame

senza luce alcuna

sembra di vedere

nascere e morire la luna

tu, pigra cornacchia

e voi, lupi macilenti,

cosa potrà capitarvi

sotto i venti pungenti?

Nell’interminabile

noia della pianura

la neve lieve

luccica come sabbia.

**

Dans l’interminable
Ennui de la plaine
La neige incertaine
Luit comme du sable.

Le ciel est de cuivre
Sans lueur aucune
On croirait voir vivre
Et mourir la lune.

Comme des nuées
Flottent gris les chênes
Des forêts prochaines
Parmi les buées.

Le ciel est de cuivre
Sans lueur aucune
On croirait voir vivre
Et mourir la lune.

Corneille poussive
Et vous, les loups maigres,
Par ces bises aigres
Quoi donc vous arrive?

Dans l’interminable
Ennui de la plaine
La neige incertaine
Luit comme du sable.

Lucetta Frisa

UNA GRAN LUCE ALTERNA. Ponziano Medda

di Ponziano Medda

Odilon Redon

A Lucetta F.

“che con la Parola

apre isole di sole

cantando il mondo”

P.

*

Dal silenzio

una voce trepidando

Chi mi chiama?

E l’anima

che sale dal silenzio?

Non so come ma è una luce

dal colore deciso

ad aprire il giorno

che con le rose

consuma cose

e sogni che escono dal mio cuore

con baci e papaveri sommersi

strati di fiori

desolati persi

e polverosi

corrono aprendo

eternità popolate di frontiere

destinate ad essere cintura

a un nervoso potere inondando

solitarie argille i più diversi

rami come fiumi profondi

grumi

evidenti di materia

aromi di poemi

che hanno diviso il cielo

sgrana sulle alture con inferna

furia

che a grandine s’interna

là dove il vento pose un velo

rinascendo romita sorpresa una gran luce alterna

a sospese inquietudini

e le rose

portano a segreti sentieri d’amore

Odilon Redon

18/2/2014

ATTRAVERSO LA VALLE DELL’OMBRA PROFONDA. Poeti inglesi del XIX secolo

Verrai con me dolce ragazza

di John Clare

Verrai con me dolce ragazza

dimmi ragazza verrai con me

attraverso la valle dell’ombra profonda

della notte e della sua tenebra

dove l’orma ha perduto la strada

dove il sole dimentica il giorno

dove né vita né luce si vedono

dolce ragazza verrai con me…»

Da INVITO ALL’ETERNO di John Clare

**

William Wordsworth, William Blake, Percy Bhysse Shelley, John Clare, Samuel Taylor Coleridge, John Keats, Elizabeth Barrett Browning, Gerard Manley Hopkins

ATTRAVERSO LA VALLE DELL’OMBRA PROFONDA

Quaderrno di poesia inglese del XIX Secolo

con testi originali a fronte

a cura di Lucetta Frisa

Prefazione di Silvio Raffo

“Scoprendo per caso (tutte le cose più stimolanti sembra avvengano per caso) le poesie del più trascurato (in Italia) poeta del Romanticismo inglese John Clare, ho intrapreso un vagabondaggio tra i versi di quella grande poesia anglosassone alla quale questo bipolare apparteneva (da Wordsworth, Blake, Coleridge, Keats, Shelley, Barrett Browning, fino a Hopkins). Chi, meglio dei romantici, mostra o descrive uno spirito perturbato? E chi, fra loro, può dirsi completamente sano di mente? Ma forse i sani di mente raramente possiedono la grazia della poesia. Anche in questo caso, di definito non c’è nulla.

Lucetta Frisa

DUE SONETTI. Alfonso Guida

Da Sonetti dell’evasione punita

La ronda dei carcerati, Vincent Van Gogh

Lo psichiatra

Si limita a capire, spiega, spezza

come in una morgue, fuochi e dettagli,

punti e intralci di una mappa strategica,

non salva, non vince contro la morte.

È una preghiera a suo modo, la mano

che tira i dadi, cifre improvvisando,

tiene a galla alternanze, andirivieni,

teoremi, tenta una lingua, delimita.

Fa ombra dove il raggio colpisce a saetta,

toglie i chiodi, allenta le fissità,

rende neutri gli specchi e i meccanismi

di proiezione. Definisce gli echi,

soccorre le unioni in preda al degrado,

toglie il continuum sacro, non guarisce.

**

Postpsichiatria

E non è cadere, non più, radice

di precipizio, casa muta e lotta

del silenzio, dio parola in parola,

ciclostile inceppato, né le antenne

si associano a segnali, una radura,

pietra di fiume, cronache vergate

per penitenze. La vita è di un giunco

di palude. E le mani sono strette

di sangue tra le nebbie. E il grido amaro

resta quieto come morto, una stuoia

sulle acque, un rifiuto di superficie.

Vaga in un limite la mente, enumera,

concatena, si ascolta e si distingue,

le ore è un chiedere a tamburo chi è assente.

DA OSCURO A OSCURO. Antonio Pibiri

Antonio Pibiri

Radi e irti peli sullo specchio del lago

somigliano a un falso giuramento.

Gravante nembo nerissimo dal cielo

minaccia rovina, lo punta.

Il falco sacro che vira e sormonta

è mirabile incomprensione per noi.

Ai figli di Orizzonte è bastato poco

da palpebre che chiuse filtrano

spezzare in aria dove incrocia

nuvola e falco una fiala di luce

nell’ordine reticolare

(Highland Lake, Turchia)

Volcanic landscape

**

L’ orologio si porta avanti con il lavoro del tempo,

cantieri sigillati, gli operai siedono

al tavolo, la paga gli si eccita in tasca.

Ferocia e irridenza.

Sanno solo scherzare dalla paura.

Attraverso l’eritema che pulsa sul viso

il bambino agita ai vetri le smorfie.

Un tosaerbe rumina dietro la rete metallica

e fiori oscillano da culmini gioielli d’ipnosi

in solitudine quanto i fratelli alpini.

Chi tiene il conto dei gradini, chi le rampe

in discesa perdutamente?

Come nessuno ristà nel barlume del principio

che pure a volte da macchie di ginepro

e boscaglia sfila una collana di daini, il selvatico

ci invade la strada, l’assetto oculare,

un silenzio dietro l’altro taglia il campo…

Oh la luce regina ai pini, luce regina all’albero

gli siedi troneggiante accanto.

I nostri nomi antichi di pietà si guardano

e scivolano per il verso, da oscuro

a oscuro

(Come riconoscere l’Eternità)

Mimmo Paladino

**

Che fai tu qui, sola, in piena ombra

piccola tra questi edifici di basso impero.

Gli inverni newyorkesi sono rigidi, impietosi

a volte, dovresti saperlo. Non rispondi.

Tu non puoi parlare. Sciocco che sono! Poi capii…

La bambina con mani sui fianchi

La bambina con l’aria minacciosa

non stava lì, scultorea, o per sfida

piuttosto cavalcarlo il folle Toro di bronzo

nella piazza tra Broadway e Morris Street

giacere e congiungersi col bestione magari

crescere, crescere più in fretta

a prematura specie, immergersi

nella stessa vasca di fonderia dove

maschi adulti estraggono i vitelli

dove volume d’affari immenso

e piedini sulla groppa del cornuto

verso i piani più alti la propulsione

come su un tappeto volante

come sul plantare di un dio

(Da un corno all’altro di Re Mida)

Il Toro di Wall Street

MOTIVETTI. Mia Lecomte

MOTIVETTI

Sombras imaginarias

vienen por el camino imaginario

entonando canciones imaginarias

a la muerte del sol imaginario

Nicanor Parra

1 – Auto-Jodler: del Maloja e le sue bestie

La famiglia in macchina tra le montagne

sul passo l’unica salvezza è cantare

tri oc andaven a bev, tri oc andaven a bev

tri oc andaven a bev, andaven a bev a la fonte del re

la conta sublima la nausea sui tornanti

preghiera assetata che sale

cuatr oc andaven a bev, cuatr oc andaven a bev

per scendere

cuatr oc, tri oc, du oc, un oc, un uchin un uchet

non si placa

quella mano sulla fronte mentre vomitavi

in folle l’oca algebrica all’assalto del re

La mamma rilancia con altri animali

un éléphant se balançait

sur une toile d’araignée

troppo grossi e non possono che crescere

in prima carneossa sul precipizio

Alla fine i tre laghi oltre

inesprimibile la luce dai finestrini

un kilomètre à pied, ça use ça use

domani saremo là sopra

deux kilomètres à pied, ça use les souliers

e se non tornassimo più

**

Il passo del Maloja

2 – Waltz for Debby

Al nonno che parlava l’altra lingua

devo ancora la scioltezza del mio valzer

les belles dames font comme ça

et puis encore comme ça

allacciati gli arrivavo appena in vita

un due tre un due tre

mio fratello seduto al pianoforte

ainsi font, font, font,

trois p’tits tours et puis s’en vont

Era dritto senza fede

i libri prediletti dentro al cuoio

gli occhiali in bachelite

inforcando adagio il nostro tempo

prête-moi ta plume

pour écrire un mot

prima del mio nome

il nonno metteva sempre la petite

**

3 – Brasil ‘66

Sono nata quell’anno cruciale

ma in un piccolo nord

il mio vero paese esplodeva

quando a giugno si atterrava sull’isola

olha que coisa mais linda

mais cheia de graça

era lì col suo vento

un’ingiustificata intimità

eu mesmo mentindo devo argumentar

que isto é bossa-nova, isto é muito natural

Le passeggiate a riva

sono andate tutte lungo la sua lingua

chega de saudade

a realidade é que

sem ela não há paz

eppure solo per cantare

quel che sentivo appartenermi

tristeza não tem fim

felicidade sim

il resto l’ho inventato

come una tiritera seriamente

e pa e pe

é pau é pedra

eu fin du camin

é o fim do caminho

Con te quell’invenzione per un poco

tesoro

mi è stata anche destino

a promessa de vida

no teu coração

**

4 – Begin the beguine

All’asilo dichiarò di volermi sposare

Biondo braghe corte

La mamma: una faccia da tedesco

Il primo batticuore

I fall in love too easily

I fall in love to fast

Lo invitai a una festicciola

durante il film

gli poggiai tenera la testa sulla spalla

l’intenzione di formalizzare la promessa

tú siempre me respondes

quizás, quizás, quizás

o più precisamente:

Non sono mica il tuo cuscino!

Il primo cuore infranto

per poi indovinare

mi sono innamorata di te

perché non avevo niente da fare

più consapevole dei platonici pretesti

ardori ad uso di scritture

il giorno volevo qualcuno da incontrare

la notte volevo qualcosa da sognare

Ma è dovuto passare molto tempo.

Finita quella festa

gli occhi gonfi di lacrime seguii

le sue due orecchie a sventola

sparire in ascensore

every time we say goodbye, I die a little

**

5 – La banda dell’Ortiga

Nonna zii cugini

assieme attorno al tavolo

per una a gara di canzoni

di cui conoscevamo le parole

a turno fino a esaurire

il proprio repertorio

Spontanei e incoraggiati i cori

escluso per principio chi stonato

vengo anch’io? no, tu no

ma perché? perché no

Erano gli anni della consapevolezza

ho visto un re.

sa l’ha vist cus’e`?

ha visto un re!

ah, beh; si`, beh

all’insegna dell’impegno delle parità

cercavamo di mostrarci degni

questa è la canzone intelligente

che farà cantar, che farà ballar

lo sciocco in blu

La nonna seduta a capo tavola

il bel sorriso politicamente non corretto

dirigeva i più piccoli in una voce sola

in d’una foresta del Centro Katanga

gh’era la tribù dei Vacaputanga

Quell’affettività da clan

in apparenza senza un argomento

prisencolinensinainciusol

a giochi fatti

ol rait

significa abbastanza

Mia Lecomte

PIETRA E FRUTTO. André du Bouchet

Pietra e frutto*

una parola libera dalla sua storia, si orienta verso il futuro e questo futuro spetta a chi se ne accorge e le accorda il soffio con cui lei chiama.

la pietra stessa può diventare frutto.

nella sua radice senza memoria l’opera troverà materia.

*Il testo è tratto da: André du Bouchet par Clement Layet, présentation et anthologie, Seghers, Paris, 2002.

André du Bouchet

IN CERCA DEL ROSSO DI BUE. Cristiana Panella

Francis Bacon, Trittico per una crocefissione

in cerca del rosso di bue

ci sono giorni in cui nulla passa, e tornano le impressioni dismesse con cui c’eravamo dati un talento, Introvabili. niente si trova, nella cecità del tedio

*

un rosso di bue, chiedevo, che avvolgesse di velluto le pareti della mia stanza,

e un profumo di muffa, a riportarmi l’odore degli assenti amati. giovani antenati di tre generazioni

il tempo breve di convincersi di averlo portato, quel profumo non ce l’hanno, il rosso di bue.

*

mi propone un rosso aragosta orfano di bellezza

non lo sa che il rosso aragosta non macchia

che i colori non macchiano

*

l’impressione macchia. e io voglio un rosso di bue che riconosca il puzzo di muffa di Nina

immagino di portare il suo profumo, passando l’ombretto con le sue mani nello specchio del comò impiallicciato, ignara di quella donna che abita sua nonna mentre si trucca

*

questo, cerco di spiegare alla commessa, chiedendo un profumo di muffa

*

mi trapassa senza complicità, vestita di giallo limone

il suo corpo inconsistente mi accompagna alla porta sorridendo mentre cerca di spazzolarsi dalla

scollatura quella pozza appiccicosa che le rovina la camicia e spaventa i clienti.

**

Cristiana Panella (fotografia di Caroline Boulord)

azzurro meridiano

ho perso il senso che fa mangiare

questa arsura sollevata con un tocchetto di brace è terra vaga

nessun dio segna i confini tra le coppe delle mani

e io che latro,

una maschera molle che bacia in bocca il cuscino

faccio ostie del tuo sperma secco

un laghetto al giorno, sotto la lingua

vorrei cedere al sonno beota che prepara alle buone azioni

invece veglio greve per tenere in vita il tuo abbraccio,

una grotta azzurra accesa da lampare di carta.

Cristiana Panella (Roma, 1968) è ricercatrice in antropologia sociale e culturale in Belgio. Dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università La Sapienza si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un master (DEA) in Storia dell’Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di reperti archeologici e sui cercatori d’oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. La sua ricerca è orientata sugli heritage studies e sul rapporto tra etica e corporalità. Tra il 2015 e il 2018 ha collaborato con una casa editrice di Bruxelles orientata sulla poesia performativa e la prosa poetica, in qualità di editor e di lettrice. Ha pubblicato alcuni testi di poesia in prosa e prosa poetica per Oblique Studio ed è stata finalista per la sezione “une prosa inedita” al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano (2019). Una sua raccolta ha ricevuto la menzione speciale al Premio nazionale di poesia Arcipelago Itaca (2020). Cura e traduce per Carte nel Vento, la rivista on-line del Premio Lorenzo Montano, testi di poesia e prosa poetica francofona contemporanea inedita in Italia. Nel 2019 ha auto-pubblicato il non-romanzo in cielo e in terra.

LO STRUMENTO. Varlam Salamov

Varlam Šalamov

Quanto è primitivo

il nostro semplice strumento:

dieci quinterni di carta da dieci soldi,

una matita frettolosa:

ecco tutto ciò che occorre agli uomini

per innalzare qualunque

castello, raramente in aria,

sul destino quotidiano.

Tutto ciò che a Dante era bastato

per costruire quelle porte

che danno sulla buca ribordata

di ghiaccio dell’inferno.

Il testo è tratto da: Varlam Šalamov, Quaderni della Kolyma. Poesie 1937-1956, (cura e traduzione di Gario Zappi), Giometti & Antonello, Macerata, 2021.

L’ALTRO WOYZECK

Taccuini preparatori di Robert Wilson intorno alla messinscena del Woyzeck (National Theater Mannhein, giugno 2013).

Sarebbe stato troppo facile rappresentare tutto il Woyzeck con le musiche di Alban Berg. Nessuno mi ha commissionato la regia di un’opera lirica. Io ero libero. Ho lasciato che fosse Tom a scrivere tutte le musiche. Tom Waits. È straordinario, Tom. Le sue idee vanno dentro le mie idee. Si scontrano come treni che deragliano allo stesso binario.

Io tolgo il coltello a Woyzeck, nell’attimo culminante della morte di Maria. Annego la scena nel blu scuro. Prima si vede tutto blu, poi tutto nero. Poi, limpido e intonato, l’urlo di una donna. Quindi la voce di Tom che miagola una canzone che sembra venire dal mondo dei morti. Una canzone da taverna. Con tanto di boccali che battono sul legno. La scena seguente, il silenzio assoluto. Piena luce. Cala un telo tagliato in diagonale da uno squarcio geometrico. Nessuna ballad, nessun essere umano. Un vestito buttato sul proscenio, tagliato con lo stesso squarcio del telo grande, un vestito rosso colmato da una luce rossa.

Mi sono molto divertito a togliere dal Woyzeck quella fetida aria da cabaret espressionista. Ora è come lo voglio io: puro cristallo, puro colore.

(M.E.)

Robert Wilson e Tom Waits
Tom Waits