William Wordsworth, William Blake, Percy Bhysse Shelley, John Clare, Samuel Taylor Coleridge, John Keats, Elizabeth Barrett Browning, Gerard Manley Hopkins
ATTRAVERSO LA VALLE DELL’OMBRA PROFONDA
Quaderrno di poesia inglese del XIX Secolo
con testi originali a fronte
a cura di Lucetta Frisa
Prefazione di Silvio Raffo
“Scoprendo per caso (tutte le cose più stimolanti sembra avvengano per caso) le poesie del più trascurato (in Italia) poeta del Romanticismo inglese John Clare, ho intrapreso un vagabondaggio tra i versi di quella grande poesia anglosassone alla quale questo bipolare apparteneva (da Wordsworth, Blake, Coleridge, Keats, Shelley, Barrett Browning, fino a Hopkins). Chi, meglio dei romantici, mostra o descrive uno spirito perturbato? E chi, fra loro, può dirsi completamente sano di mente? Ma forse i sani di mente raramente possiedono la grazia della poesia. Anche in questo caso, di definito non c’è nulla.
ci sono giorni in cui nulla passa, e tornano le impressioni dismesse con cui c’eravamo dati un talento, Introvabili. niente si trova, nella cecità del tedio
*
un rosso di bue, chiedevo, che avvolgesse di velluto le pareti della mia stanza,
e un profumo di muffa, a riportarmi l’odore degli assenti amati. giovani antenati di tre generazioni
il tempo breve di convincersi di averlo portato, quel profumo non ce l’hanno, il rosso di bue.
*
mi propone un rosso aragosta orfano di bellezza
non lo sa che il rosso aragosta non macchia
che i colori non macchiano
*
l’impressione macchia. e io voglio un rosso di bue che riconosca il puzzo di muffa di Nina
immagino di portare il suo profumo, passando l’ombretto con le sue mani nello specchio del comò impiallicciato, ignara di quella donna che abita sua nonna mentre si trucca
*
questo, cerco di spiegare alla commessa, chiedendo un profumo di muffa
*
mi trapassa senza complicità, vestita di giallo limone
il suo corpo inconsistente mi accompagna alla porta sorridendo mentre cerca di spazzolarsi dalla
scollatura quella pozza appiccicosa che le rovina la camicia e spaventa i clienti.
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Cristiana Panella (fotografia di Caroline Boulord)
azzurro meridiano
ho perso il senso che fa mangiare
questa arsura sollevata con un tocchetto di brace è terra vaga
nessun dio segna i confini tra le coppe delle mani
e io che latro,
una maschera molle che bacia in bocca il cuscino
faccio ostie del tuo sperma secco
un laghetto al giorno, sotto la lingua
vorrei cedere al sonno beota che prepara alle buone azioni
invece veglio greve per tenere in vita il tuo abbraccio,
una grotta azzurra accesa da lampare di carta.
Cristiana Panella (Roma, 1968) è ricercatrice in antropologia sociale e culturale in Belgio. Dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università La Sapienza si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un master (DEA) in Storia dell’Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di reperti archeologici e sui cercatori d’oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. La sua ricerca è orientata sugli heritage studies e sul rapporto tra etica e corporalità. Tra il 2015 e il 2018 ha collaborato con una casa editrice di Bruxelles orientata sulla poesia performativa e la prosa poetica, in qualità di editor e di lettrice. Ha pubblicato alcuni testi di poesia in prosa e prosa poetica per Oblique Studio ed è stata finalista per la sezione “une prosa inedita” al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano (2019). Una sua raccolta ha ricevuto la menzione speciale al Premio nazionale di poesia Arcipelago Itaca (2020). Cura e traduce per Carte nel Vento, la rivista on-line del Premio Lorenzo Montano, testi di poesia e prosa poetica francofona contemporanea inedita in Italia. Nel 2019 ha auto-pubblicato il non-romanzo in cielo e in terra.
Il testo è tratto da: Varlam Šalamov, Quaderni della Kolyma. Poesie 1937-1956, (cura e traduzione di Gario Zappi), Giometti & Antonello, Macerata, 2021.
Taccuini preparatori di Robert Wilson intorno alla messinscena del Woyzeck (National Theater Mannhein, giugno 2013).
Sarebbe stato troppo facile rappresentare tutto il Woyzeck con le musiche di Alban Berg. Nessuno mi ha commissionato la regia di un’opera lirica. Io ero libero. Ho lasciato che fosse Tom a scrivere tutte le musiche. Tom Waits. È straordinario, Tom. Le sue idee vanno dentro le mie idee. Si scontrano come treni che deragliano allo stesso binario.
Io tolgo il coltello a Woyzeck, nell’attimo culminante della morte di Maria. Annego la scena nel blu scuro. Prima si vede tutto blu, poi tutto nero. Poi, limpido e intonato, l’urlo di una donna. Quindi la voce di Tom che miagola una canzone che sembra venire dal mondo dei morti. Una canzone da taverna. Con tanto di boccali che battono sul legno. La scena seguente, il silenzio assoluto. Piena luce. Cala un telo tagliato in diagonale da uno squarcio geometrico. Nessuna ballad, nessun essere umano. Un vestito buttato sul proscenio, tagliato con lo stesso squarcio del telo grande, un vestito rosso colmato da una luce rossa.
Mi sono molto divertito a togliere dal Woyzeck quella fetida aria da cabaret espressionista. Ora è come lo voglio io: puro cristallo, puro colore.