LA PIETRA DEI SANTI. Alfonso Ravazzano

di Alfonso Ravazzano

La pietra è anche sete

nelle preghiere resta muta

raccoglie le ginocchia e la fede.

L’odore persistente della croce

e le pieghe della polvere sulle

candele accese.

**

Inginocchiati diventiamo indecifrabili

torniamo nell’intimità della luce

immobili quasi disegnati nel rituale

della confessione.

**

Le ombre sono crudeli respiri

nomi e fisionomie si sommano

in percezioni sottili in minime

premure.

**

La detenzione al disagio attraversa

i luoghi rivelati dalle nostre preghiere

l’orologio scrive la sua disciplina.

**

E’ naturale precipitare come pietre

a lavoro finito i sassi tornano sassi

chi le prega è naturale che cerchi di salvarsi.

**

La pietra è in altre forme

la stanza un silenzio buio

il segno della croce diventa

una finestra aperta dove mi

lancio volando senza patemi.

Ho solo paura di condividerne

la fine.

**

Se hai paura non posso aspettarti

ho la bellezza generosa della fede

la carta su cui scrivo ha voce umana

e prega le parole che nascondi.

**

Si può pensare di costruire il dolore

in modo artificiale e poi fare finta

di morire per vedersi una volta

davvero felici.

**

Ho paura di pregare la mia fine

resistere è una fatica inutile

e poi una parte del mio corpo

non capisce se sarò io a pregare

o se sarò pregato.

**

Ma quando torni fra i vivi

pensi alle mani sudate che

dovrai stringere o alle frasi

che non contengono parole

ma soltanto uno spreco di fiato?

**

Quante preghiere sono le tue mani

io in un luogo sconsacrato sarò

la differenza che abitavamo

tu sapevi che non sarei tornato

bastava guardare come camminavo

ma le case hanno occhi indifferenti

e tutti i sogni respirati restano nell’aria.

Fra il dimenticare e il dimenticato

c’è un vizio appariscente che consola.

**

L’ho sognata la pietra dei santi

le preghiere prima e dopo la cena

e tutta una fila devota a guardare.

I fiori nella loro fine dolorosa

calpestati sui gradini della chiesa

perdonano la morte dei vigliacchi.

**

I vestiti sopra ad una pietra scura

poi scalzi a toccare l’acqua scivolando

indisturbati dentro al lago. Noi amiamo

trasformarci.

**

Quando respiri sento una mano

dietro la schiena che mi spinge

vorrei restarti sempre più vicino

dimenticami e ci sorprenderemo

in altri nomi comunque marginali.

**

L’ultima pietra che hai sognato

era quella dove abbiamo dormito

la tenevamo stretta a quattro mani

tu ci parlavi io no perché avevo paura.

Ora che consumo luoghi e angoli

senza meritarli mi chiedo se tornerò

un giorno per salvarti.

**

Le foto senza memoria vanno bruciate

mentre diventano cenere ti guardano

vogliono sapere quando torneranno.

**

Non piangerà nessuno

le lacrime in cerchio

come a tenersi per mano

e si diventa invisibili

credimi io non ho perdono

non riconosco il principio

dove tu hai costruito la croce

nessun supplizio pregato

soffrire è violare noi stessi

la mascella colpita più volte

il corpo che rincorre se stesso.

**

Penso alla preghiera che non ho mai pregato

alle parole che parlano ai pesci al disagio che

ogni suono riversa, al fiato che mostra impazienza.

Soffocatemi.

**

La fisionomia del silenzio è

nel tuo sangue diventato mio.

Avremo più tempo e temporali

alimentando spasimi e lampi.

Noi nella pigrizia dell’assedio

nel maltempo o nel tempo stesso

e questo ci rende bugiardi, cristi

in infinite figure diventate spine

PER SEGNI ACCESI. Annamaria Ferramosca

di Annamaria Ferramosca

Giuliano Ladolfi Editore, 2021, prefazione di Maria Grazia Calandrone

da Sezione I

le origini l’andare

Eppure sento il sibilare della prima neve,

la delicata melodia della luce del giorno

e il cupo brontolio della metropoli.

Bevo da una piccola fonte,

la mia sete è più grande dell’oceano.

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

si fermano i vortici della notte si compie il tempo

l’humus prende forma imita materia d’alba

la morbida piega dei petali

sul petto approda l’arca il bosco oscilla

e uno stormire basso quasi un silenzio

permette all’utero l’ultima spinta

dev’essere pace intorno per il primo grido

così difficile e pure così gioioso

dire di un movimento che prima non c’era

e pure si predisponeva

con l’impercettibile forza del germoglio

un tendere misterioso del seme

verso un cielo che approva che chiama

il piccolo corpo a muoversi sul ventre

inesorabile verso la tepida scia bianca

**

pianeta d’aria e luce e fango

dalla notte arcaica risvegliate

memorie d’oceano alghe azzurre

e sulla terra l’alba degli incontri

brusio di passi

scavano i fianchi ai monti

una rete di valichi e sentieri

come una profezia

**

piega verso settentrione il cammino

un capriccio obliquo della luce

segue la pelle bruna la scolora

azzurrisce occhi fa chiari i capelli

larga piove bellezza sulla terra

e ci fa ibridi lungo i meridiani

ibridi siamo e solo per amore

ibridi camminiamo accanto per millenni

lasciando a terra ibridi uccisi

ibridi schiavi ibridi annientati

il senso è oscuro o uno scuro

disegno governa

tutte le cadute le polveri

i lumi le ricostruzioni

(finché il sole irradia si ripetono

incontro disincontro

i segni sulla sabbia indecifrabili)

**

qui c’era una casa e una cisterna

cigolava di vita la carrucola

intorno s’affaccendavano le api

nelle ritmiche estati

di spighe e d’ossa

poi fu davvero arduo

veder levarsi il muro inesorabile

scegliere con chi stare con chi decidere

di attraversare un mare assurdo

lasciarsi estinguere o cercare

varchi nel miraggio

del grande accordo

tutto fu davvero molto arduo

visto che

umani e pietre per muri

continuavano a confondersi a confondere

da Sezione II

i lumi i cerchi

allora sfreccia

tra gli alberi le stelle

la vita

per andare a gocciare

attratta

negli occhi dell’ultimo nato

Claudia Ruggeri

Claudia Ruggeri

quando le previsioni raggiungono

la massa critica

il quadro intero deflagra

si può agire ormai

solo per mani stringendone infinite

sgomenti emergere dal fango

salvando i pochi semi superstiti

risalire i fianchi del vulcano

raccogliere lava lapilli

versare sul tavolo l’agglomerato

farne un totem fermacarte a fermare

tutto il caos che piove dalla fronte

il tremore sgomento dei neuroni

lo spin ha invertito il suo giro

matte spirali innescate

ribaltate gravità e latitudini

contratti i fili che fanno verticale la postura

così che siamo rovinati fino a terra

e sulle caviglie – erano alate –

sta colando resina vischiosa

prima che faccia notte

prima che la bambina impari a sillabare

dobbiamo

ricomporre l’asse spezzato

liberare il volo aprire

nuove misure all’orizzonte

**

fare tabula rasa dei pensieri

affidarsi al buio

con la sicurezza dei ciechi

sostare ad ogni angolo della notte

afferrare i lumi al baluginare dell’alba

sulla bocca delle sorgenti

nel luccichio delle nascite

verrà l’oceano

verranno le sue vele

saremo nuovi per nuovi continenti

Annamaria Ferramosca

MINIME CIRCOSTANZE. Per Marco Furia

nota di lettura di Marco Ercolani

In Minime circostanze (Associazione Contatti, Genova, 2021), Marco Furia sviluppa la sua ricerca stilistica e umana nel difficile territorio della “prosa poetica”. Il libro è una raccolta di prose minimali e descrittive che evocano l’arte di Francis Ponge, autore delle brevi composizioni dal titolo Le parti pris des choses. Leggiamo le due epigrafi al libro, la prima da Osip Mandel’štam: «Vedere, udire, capire – tutti questi significati un tempo confluivano in un unico fascio semantico». La seconda da Daniil Charms: «I sostantivi danno vita ai verbi e donano ai verbi libera scelta». E iniziamo il libro: «Avvertito insolito strido, interrotta impegnativa lettura, raggiunse ampia finestra e si sporse. Poté notare, così, grosso piccione appollaiato su basso ramo e domestico felino che, nei pressi, lo osservava da terra». Cosa può percepire, il lettore, davanti a queste frasi? Un sentimento di delicato e composto equilibrio che l’occhio dell’autore ricava serenamente dai semplici fenomeni della realtà. Non un discorso filosofico o simbolico, che alluda a mondi ulteriori, ma un camminare lieve accanto alle “minime circostanze” della vita quotidiana. Non solo descritte: iperdescritte, fino a generare un quadro reale e surreale insieme, ironico e spiazzante, dove accadono cose prevedibili narrate con sorridente “sprezzatura” e raffinata lontananza emotiva: «Impetuosa raffica di gelida tramontana avendo spezzato più d’una stecca di pur robusto ombrello, riparatosi sotto ampio portico, inserito alla meglio inutilizzabile attrezzo entro cestino dei rifiuti (buona parte del manico sporgeva in maniera ben visibile), acquistò da provvidenziale ambulante analogo arnese e proseguì il cammino. Altra folata l’avrebbe investito?». Incalza una domanda: ma perché narrare le “minime circostanze” di una vita con uno sguardo così capillare e dettagliato, una prosa tanto minuziosa e razionale, come avvinta al singolo oggetto descritto? Per una semplice ragione: sviluppare l’attenzione poetica proprio a partire dal grado zero della cosa detta, senza orpelli narrativi, senza arabeschi lirici, senza complicazioni drammatiche. Chi legge deve farsi sedurre da questa partitura sfaccettata, puntillista, e vivere l’attimo semplice di un pranzo come una coreografia di nomi e di aggettivi: «Raggiunta apparecchiata tavola, accomodatosi su lignea sedia, consultò non ricco menu. Fornita pronta risposta alla sollecita richiesta di attento cameriere, strappato cartaceo involucro, estrasse sottile grissino il cui piacevole (lento) consumo – pensò – lo avrebbe aiutato a ingannare l’attesa. Soltanto dopo che fu vuotato l’intero pacchetto, fumante pietanza venne servita».

Furia costruisce una sequenza magnetica e ipnotica di descrizioni della vita quotidiana: ogni pagina sembra rinnovare il banale incantesimo del dire il dicibile, senza attardarsi nell’indicibile. Forse perché, secondo l’autore, la vita è comunque, nei minimi dettagli esplorati con pazienza dal linguaggio, meravigliosa ed estranea alla morte. Una banale osservazione meteorologica suscita vibrazioni ed enigmi: «Ampia vetrata gli permise di notare come alle pronosticate (abbondanti) precipitazioni corrispondesse un cielo parzialmente nuvoloso. Più tardi, forse, sarebbe piovuto?» Un uomo che fischia a un gabbiano e gli porge sul marciapiede il resto di una brioche osserva: «Avrebbe l’accorto volatile accettato la sua alimentare offerta? Chissà». Quel “chissà” è una minima promessa di futuro. Il titolo del film di Roy Andersson Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza evoca, come queste prose, reali e astratte insieme, lo stesso sorriso segreto e beffardo sull’esistere.

SMASCHERATO. Philippe Jaccottet

Smascherato*

(Qualche volta ti strapperei la lingua, sentenzioso fraseggiatore. Ma guàrdati, una buona volta, nello specchio brandito dalle streghe: tu, bocca d’oro, sorgente tanto fiera dei tuoi sonori prodigi, non sei più che fogna bavosa.)

Il testo è tratto da: Philippe Jaccottet (1925-2021), A la lumière d’hiver, Poésie/Gallimard, Paris, 1994.

UN SOGNO PROFETICO

Un sogno profetico

Visione del Maestro delle Sinopie.

Tutti i muri della Grande Collegiata da cui hanno tolto gli affreschi visibili e che ora svelano frammenti di cosmologie o pianure fitte di eserciti morti o figure che ascendono al cielo, sono opera mia. Avendo vissuto per quasi un secolo, dal 1406 al 1497, ho realizzato io tutte le sinopie dei più grandi affreschi toscani, tutte le «prime tracce», ricoperte poi dalla pittura ufficiale. Senza che nessuno mi suggerisse niente, con la misera traccia di pochi disegni preparatori, ho messo io la prima impronta, con sanguigna e matita e carbone – quella dove il pittore avrebbe dipinto l’affresco finale, murando per sempre i miei segni, usandoli come stampo da seppellire sotto le sue magnifiche, definitive pitture.

Io sono il Cancellato.

Io sono il Maestro delle Sinopie.

Oggi, ma solo per qualche giorno, a causa del restauro degli affreschi, restituiscono i miei muri alla loro prima e vera natura. Il mondo, oggi, 10 giugno 1990, può vedere i miei segni. Le mie sanguigne riaffiorano. I miei fantasmi sono icone reali della mia lunga vita fuori tempo. Adesso mi riaddormento. Torno alla mia esistenza. Torno al 13 agosto 1470.

(M.E.)

IL LIBRO DEL TU, 4. Massimo Barbaro

Nicolas de Staël, Les bateaux

IV

1.

Devastazione totale, ma solo delle coscienze. La natura più o meno imperterrita. Tu chiediti se confidare.

La moralità delle piante.

Non tanto la loro Nazione, ma un impero: gentile.

L’immane incapacità di gentilezza dell’uomo.

Sei capace di restare immobile? Immagina allora come deve essere starci.

Essere senza dirlo.

Per carità, la stessa cattiveria di voler essere. L’edera… Solo più gentile, più silenziosa. Vedi? Più verde.

Sempreverde o caduco?

Sbagli prospettiva, sulla solitudine. Il bosco è una folla.

Dissipazione, sì. Ma impazziresti? Qualcosa mi dice di no. In fondo, sei gentile anche tu. Proprio in fondo, però.

2.

Trovati un parapetto qualsiasi, un punto di vedetta, per forza di cose elevato; fatti forza per dimenticarli, tutti quelli della tua vita: le torri di guardia, le ringhiere, i moli, le dighe foranee, i ponti, i finestrini… i finestrini dei treni… Un muretto qualunque. Non hai più niente da aspettare, niente da aspettarti. Ma che fai? Rimpiangi il potere sconvolgente dell’incertezza, l’acre, acuta prospettiva che la mancanza di prospettive ti apriva? Ti concedo solo un attimo, oltre il quale questo sentimento sarebbe rivoltante. Buttalo giù, nel vuoto; da quell’altezza, giù di sotto.

Guarda. Smetti di guardare lontano. Ora puoi farlo. So che non puoi rinnegare poetiche, storie, psiche, inclinazioni e torsioni, storture dello sguardo e della lontananza. Né che tutto, ancora, sempre, e dopo tanto tempo, continui a non essere altro che sguardo.

Non ti aspetti più niente. Non aspetti niente.

Però, ecco Il bello delle alture, la visione si apre. Proprio quando assapori l’aurora di qualche certezza, ecco che la Storia si incarica di sospenderla, di ribaltare la prospettiva, con te come perno.

Senti la vertigine? Lo so che non ne soffri. Fai spallucce. I piani si spostino pure, ma se tutto ruota su te stesso – conceditelo, per una volta: e su chi, sennò? – tu continui a guardare tutto che cambia, tutto che si capovolge, sempre con lo stesso sguardo.

C’è qualcosa di nuovo: non c’è altro che te; e ci resti, ma ora questo riguarda anche te. Sei entrato nella storia.

Vai oltre tutto questo. Anzi, ignoralo. Tutto questo – sembra niente, ma c’è voluta una vita – è avvenuto in un attimo.

Ti sei fermato a gettare solo un’occhiata. So quanto è potente, quello sguardo…

3.

Sempre gli stessi gesti. Li fai, li vedi.

Il silenzio amplifica.

Fai qualcosa, di solito piccole cose, e già non le vedi più. Pensi a quando lo farai ancora, a quando non le farai più. Ora le disprezzi, ma potresti rimpiangerle.

Sei sempre sotto la minaccia dei gesti. I gesti ti ricattano.

Non credere che la musica riempia il vuoto.

Il vuoto, il silenzio, i gesti, vi chincagliano dentro.

La musica fluidifica. Toglie attriti, lubrifica.

Fai ogni cosa come se fosse scritta su uno spartito.

Non sai leggere, lo so. Ma tu sai ascoltare.

4.

Come un ricordo. Ti sovviene. È vero, te ne sei allontanato. O è quell’idea che si è allontanata da te? Impossibile – ti sembra di non crederci – come qualcosa di cui eri completamente intriso ti abbia del tutto abbandonato. Ma non eri tu a essere padrone delle tue idee? Sei stato tu, invece, ad allontanarti? Hai smesso di pensarci, così, semplicemente, spontaneamente, non appena la tua vita, non senza prendersi beffe di te, si è messa su un binario? Su un binario qualsiasi?

(Non qualsiasi. Lo sai bene. Da frequentatore di piattaforme e cavalcavia, da attento lettore di sigle di vagoni merci…).

E insomma ti prende, così come se n’è andata, da sé, da sé ritorna (finzione giuridica), o se non altro, così come in un attimo è sparita, così in un attimo riappare.

Vuol dire che non è mai andata via? Che c’è sempre stata? Non sforzarti, non fai nessuna fatica – vedi? – a disinteressartene. Lo so, non rinneghi niente. E ti fa onore, neanche un’ombra di spavento.

Eccola lì.

Conoscente che non disconosci e che non vuoi più salutare (non le cose fatte, ma gli amici, quelli sì, si rinnegano).

Desiderio, bisogno, inclinazione naturale, propensione, come qualcosa a cui non opponi resistenza.

Perché, è innegabile, è stata tanta parte di te.

Quell’idea.

Uscire dal quotidiano. No: uscire dal tempo.

Uscire dal tempo, uscire dall’essere.

È stata. Lo è ancora?

La stanchezza, nonostante l’ora, ti abbandona. Tipico delle lucidità maledette dell’insonnia. Ma tu dormi sempre come un bambino.

E il silenzio della notte, si fa strada tra segnali sonori di vita, tra la desolazione che non è mai troppa.

Come una stanchezza gentile. Senti? Come è diverso, ora… Come tutto resta, tuttavia, pur nell’inaudito, sempre familiare…

Come se. Uscire dall’essere e dal tempo. Come fosse entrare…

5.

Chiudi gli occhi con i polpastrelli delle dita, premute. Contempla le immagini prodotte dai tessuti, dai vasi sanguigni che pulsano e tracciano grafi, dalla luce che filtra, sulle retine. Vortici , galassie.

Non è affascinante che lo scarico di un lavandino segua le stesse leggi del moto delle galassie?

Un po’ meno affascinante, invece, che le galassie seguano le stesse regole di uno scarico di lavandino…

Togliti le dita dagli occhi.

6.

Sempre. Prima o poi si arriva alle galassie.

La giusta prospettiva.

La giusta distanza.

Ah, se nello spazio si potesse respirare!

Che solo qui, sul pianeta, si possa respirare… Non senti un po’ di claustrofobia?

Un mondo sconfinato… Che te ne fai di tutta questa… libertà?

Riprendi i vecchi esercizi. Geografia, Economia, Geopolitica: dove andare a vivere?

La tua premessa era: fare tutto con poco.

Il poco che eri.

Prova ora a pensare: e col poco che ti resta?

Andavi in vacanza in paesi in cui si parlavano le lingue che conosci, leggevi giornali, guardavi gli annunci economici, ti fermavi a guardare le vetrine delle agenzie immobiliari. Un vero cittadino del mondo, non c’è che dire, altro che vacanza.

L’emigrante nel sangue. Che poi, altro non è che biologia.

Scegliti un posto in cui (tu possa) vivere. Vivere, você entende? βίος

E invece no: galassie, κόσμος

Il dire del poeta

di Antonio Prete

Antonio Prete

Il dire del poeta*

Nel verso la parola si rifugia, sfuggita al mercato del senso, del buon senso. Dal nuovo avamposto guarda le distese di significati che la comunicazione manipola, contratta, svende. Come ha potuto vivere finora senza il fremito dell’impossibile?

Nel verso la parola avverte d’essere nient’altro che l’ombra di un’altra parola dal suono impercettibile, dalle lettere cancellate, dal senso perduto. Con quest’altra parola essa intraprende un dialogo, di quest’altra parola si fa messaggera. Come l’angelo “maudit” che più di ogni altro ha contribuito alla sua liberazione, può dire: «J’ait tendu des cordes de clocher à clocher; des guirlandes de fenêtre à fenêtre, des chaines d’or d’étoile à étoile et je danse».

La parola danza per la gioia d’essere stata ammessa nella terra senza limiti dell’impossibile, dove l’origine risplende tra i rami d’un albero più intatto del primo albero, e il silenzio che accerchia la luce mattutina è più sienzioso d’ogni silenzio, e il deserto del senso ha un solo miraggio: il Verbo.

Mi chiedevo, fermando qui questa cascata di parole per discrezione verso la parte di me avvinta al giogo del significato, mi chiedevo se il “mot total” non fosse questo miraggio, la necessità di questo miraggio nel “deserto della vita”.

Stéphane Mallarmé, Un coup de dès jamais n’abolira le hasard

**

Il diie del poeta, ovvero quel passaggio segreto verso la Lingua dove l’ignoto prende voce – voce ulteriore, voce anteriore. Il corpo del poeta, trasformato, come Eco, in una voce, transita nelle regioni dell’oblìo, sulle cui sabbie le metamorfosi inseguono parole, disfano parole, seppelliscono parole.

L’ispirazione, a partire dell’antica “mania” del Fedro, s’è raccomandata a figure sempre sospese sul limite e sul vuoto dell’udibile e del visibile. Nell’esperienza di questo limite e di questo vuoto l’ispirazione intraprende la sfida con la Lingua per dare all’inconnu una forma, al risuonare della terra un ritmo, alle rive incolori dell’oblìo una siepe di fiori. Su quelle rive quel ch’è fatto silenzioso torna a stormire, perché silenzioso, quel ch’è cancellato torna ad apparire, perché cancellato. Quel ch’è appassito rinasce. Rinasce come memoria. «Oublieuse Mémoire».

Dopo l’ascolto di quella voce, con Baudelaire si può dire: «Et c’est depuis ce temps que, pareil aux prophètes, / J’aime si tendrement le désert et la mer».

*I testi sono tratti da: Antonio Prete, Chirografie. Variazioni per Mallarmé, Edizioni di barbablù, Siena 1984.

IL LIBRO DEL TU, 3. Massimo Barbaro


Nicolas de Staël, Cypresses

III

1.

Resta in silenzio per mesi. Mesi dopo essere stato lontano dalle persone. Fallo, e ti accorgerai di volere la stessa cosa per le parole. Comincia a stargli lontano, a guardarle da più lontano mentre le usi – usarle è inevitabile, e non chiedermi ora se è possibile farne a meno, è ancora troppo presto per dirlo – sempre con l’inevitabile disgusto per il loro effetto sociale, sino ad accorgerti che tra te e loro, tra te e le parole, si è creata una distanza che sembra irreversibile: se le guardi così, ti sembreranno magneti orientati in malo modo, incapaci, tu e loro, inevitabilmente, di vincere quella resistenza opponente.
Da quel momento in poi, quello che
gli altri chiameranno distanza sarà la tua vicinanza, la zona di prossimità;
tra te e le parole.
Poi vorrai che le parole non fossero più infette, vorresti un filtro tra te e loro, e tra loro e gli altri. Per proteggerli. Tu ormai sei immune, ma per un processo del tutto opposto: per assimilazione; hai accolto il danno – l’incomprensione – nella più ampia categoria dell’inutile, e questo lo riponi in quella ancora più capiente dell’inanità, e poi dell’errore. D’ora in poi l’inutilità delle parole resta inevitabile, irrisolvibile. Finché ne farai uso. Per ora.
Guarda le luci dell’alba ormai mature per il mattino. Chiediti se hai già parlato.
Vedi che ho ragione?

2.

Guardali, impilati su comodini, affiancati negli scaffali (ma perché nessuno ha mai detto una buona volta quale deve essere il verso su cui scrivere, sulle coste dei libri, per non costringere chi guarda al torcicollo? Ma che mondo è, che non è capace neanche di questo?). Guardali, tutti quei padri, le cui parole, poi, un bel giorno, non vorrai più sentire.

3.

Fermati ogni tanto come se qualcosa si bloccasse, come se attendessi qualcosa di indispensabile all’azione, ma che non arriva, come se ci fosse qualcosa di sbagliato.
Poi, anche queste rade nuvole si dissipano, e non rimane niente. Fermo, stai in questo niente. Poi ti appare. Non c’è nulla di indispensabile; nulla di sbagliato. Perché tutto è indispensabile, tutto è sbagliato.
Riprendi a far battere il cuore. La vita spinge.

IL SOLE DELLE VOLPI. Jean-François Millet

(traduzione di Lucetta Frisa)

Jean-François Millet
J.F. Millet, Angelus

L’arte della pittura

Nel 1858 appariva l’opera del pittore di origine elvetica David Soutter (amico di Millet, Rousseau e Diaz a Barbizon) dal titolo Filosofia delle Belle-Arti applicata alla pittura. Per simpatia verso l’autore, Millet ne intraprese la lettura: il più delle volte in disaccordo con lui, annotò le sue reazioni e riflessioni, evidentemente senza prevederne la pubblicazione.

L’arte della pittura consiste nell’esprimere l’apparenza dei corpi. Questo non è il fine dell’arte, ma il mezzo, il linguaggio che si utilizza per esprimere il nostro pensiero. Quello che chiamiamo composizione è l’arte di trasmettere pensieri agli altri. Per questo, non si può prescrivere regole a nessuno. Non può esserci una composizione che non comprenda essenzialmente l’ordine. L’ordine mette ogni cosa al posto che gli spetta e di conseguenza, dà chiarezza, semplicità e forza. È quello che Poussin chiamava le convenienze.

È un errore credere ci siano delle regole d’arte già trovate e stabilite per l’uso di chi vuole esercitarle. Chi può vedere la natura con i propri occhi e riceverne le impressioni non troverà in nessuna di esse il modo di comunicarle; è solo ciò che sente a comandare l’espressione. Al cane non si dà il fiuto: lo si addestra. L’educazione può fare solo questo. Ma l’esempio delle persone forti, qualsiasi cosa abbiano fatto e per quanto siano apparentemente diverse tra loro, ci conferma come nessuno abbia potuto sottrarsi a questa legge dell’ordine; e con molta naturalezza, dato che senza di essa, l’espressione non potrebbe manifestarsi, in quanto le cose non hanno il loro valore se non per il posto che occupano. Gli uomini forti non si distingueranno tra loro che per l’aspetto ultimo della loro opera. Tutti insegneranno gli stessi principi: essere sinceramente Pietro o Paolo, l’originalità è propriamente questa. Si può insegnare a qualcuno la materia dell’arte, ma solo fino a un certo punto. Ripeterà, insieme a ciò che ha imparato più o meno male, quanto gli altri hanno detto: ma non camminerà mai da solo se non vede con i suoi occhi. Si legge, nel Cuisinier français, una cosa molto più istruttiva di quanto sembri a prima vista:

«Per fare un salmì, prendete una lepre». È impossibile che un uomo diventi quello che non è chiamato a diventare; i buoni precetti possono sviluppare solo quello che c’è in lui. All’uovo occorre una chioccia; ma se l’uovo non ha il seme, cosa covare?

La bellezza risulta dall’armonia. Non so se in arte c’è una cosa più bella di un’altra. Cosa è più bello, un albero dritto o uno storto? Quello che sarà adeguato alla situazione. Una situazione dove un gobbo sembrerà più bello di un Apollo messo a sproposito. Vedremo quindi sempre che, in qualunque modo si giri o si chiami la cosa, sarà sempre una questione di ordine. L’ordine, l’armonia, sono la stessa cosa.

J.F. Millet, Le spigolatrici

**

Lettera a Thoré

In occasione della mostra di alcuni suoi quadri alla Galleria Martinet, Millet scrisse al critico d’arte Théophile Thoré, difensore del pittore dai tempi del Salone del 1844, che intendeva scrivere un articolo. Pubblichiamo la lettera direttamente dalla brutta copia per i chiarimenti che suggerisce e per il commento di tre quadri che, alla fine, non vennero esposti.

Barbizon, 18 febbraio 1862,

Mio caro Thoré,

poiché desiderate occuparvi dei miei quadri esposti da Martinet, vorrei dirvi un po’ qual’è stata l’idea che me li ha fatti fare. Giudicherete voi se ci sia qualcosa di buono da cavare fuori da questi appunti. Prima di tutto, devo dirvi che cerco di esprimere, in quello che faccio, il senso rustico. Il mio motto sarebbe volentieri: rus!

In La donna che ritorna dal pozzo (1) ho fatto in modo che non la si possa scambiare né per una portatrice d’acqua né per una serva: che viene da attingere l’acqua per l’uso domestico, l’acqua per fare la minestra al marito e ai suoi figli, e abbia l’aria di trasportare né più né meno che il peso dei secchi pieni, e attraverso quella specie di smorfia stirata dallo sforzo dei pesi sulle braccia e gli occhi socchiusi a causa della luce, si indovini sul suo viso un’aria di bontà contadina. Ho evitato, come sempre, con una sorta di orrore, quello che potrebbe tendere al sentimentale. Al contrario, ho voluto svolgesse con semplicità e bonomia e senza considerarlo una corvée, un atto che è, come gli altri lavori domestici, il lavoro abituale di tutti i giorni della sua vita. Vorrei che si immaginasse la freschezza del pozzo e che il suo aspetto antico ci mostri come molti, prima di questa donna, siano venuti ad attingerci l’acqua.

In Pecore appena tosate (2) ho cercato di esprimere quel tipo di stordimento e confusione che le pecore provano appena spogliate e anche la curiosità e lo sbalordimento di quelle che non sono ancora tosate nel vedere tornare tra loro creature così nude. Ho cercato di infondere all’abitazione un’atmosfera rustica e serena. Che si possa immaginare il recinto erboso che sta dietro dove sono piantati i pioppi che la proteggono: infine che tutto questo abbia quell’aria abbastanza antica da far credere che sia stata abitata per intere generazioni.

Contadina che dà da mangiare ai suoi figli (3). Vorrei fosse come una nidiata di uccelli a cui la madre dà l’imbeccata. L’uomo lavora per nutrirli tutti.

Poi, nel caso giudicaste necessario parlarne, il mio desiderio è che, in quello che faccio, le cose non diano per nulla l’impressione di essere mescolate a caso e per l’occasione, ma abbiano tra loro un legame indispensabile e intenzionale. Che gli esseri da me rappresentati abbiano l’aria di essere destinati al loro stato e che sia impossibile immaginarne un altro. In breve, che persone o cose siano là per un fine, uno scopo. Desidero dipingere pienamente e con forza quanto è necessario, ma professo l’orrore più grande per le inutilità e i riempimenti, che hanno solo il risultato di indebolire il quadro.

Non so se c’è da cavarne qualcosa da quanto vi ho detto, ma è esattamente così.

Ricevete, mio caro Thoré, una bella stretta di mano con l’augurio di una perfetta salute.

**

Appunti

Non sono tanto le cose raffigurate a fare il bello, quanto il bisogno di rappresentarle e il bisogno stesso crea il grado di energia col quale si assolve a questo compito. Si può dire che tutto è bello a condizione che giunga a tempo e al suo posto; al contrario, nulla può essere considerato bello se è controtempo. Si potrà certamente lodare qualcuno per la bellezza della sua capigliatura, ma è difficile esprimere lo stesso apprezzamento trovando una ciocca degli stessi capelli dentro la minestra…Il bello è quello che è adeguato.

Rientro del gregge nel loro campo (4). Finito il brusio di questo ultimo atto della giornata, tutto deve restare calmo e silenzioso. Mi piacerebbe lasciare presagire il regno sereno dell’astro che la gente di campagna chiama “il sole delle volpi”, e dare al mio quadro un aspetto tale che si ascoltino con l’immaginazione i rumori notturni: il coro delle rane e il lontano abbaiare di un cane di fattoria: e infine, esprimere il regno del silenzio. E ancora una volta (ci tengo) che la luna sia davvero “il sole delle volpi”.

Un contadino e sua moglie che piantano patate (5). Il loro campo è lontano dal villaggio, perciò non hanno potuto lasciare a casa il bambino da solo. Lo hanno sistemato in una delle ceste dell’asino, assieme al resto del carico, e, appena giunti a destinazione, l’hanno deposto all’ombra del melo nel cestino dove ha viaggiato: quindi coperto con la camicia del padre. Anche l’asino è stato messo all’ombra. Vorrei saper rendere commovente la maniera di lavorare di queste due creature così intimamente legate e fare in modo che le loro azioni si accordino talmente da sembrare una sola. A proposito: perché l’atto della semina di patate o di fagioli sarebbe meno interessante e nobile degli altri? Sia bene inteso che di nobile o basso non c’è che il modo di comprendere e rappresentare le cose, e non le cose stesse. Quanti esempi potrei citarvi a sostegno di questo!

L’impazienza e l’inquietudine dell’attesa (6) Ecco che il sole, ancora una volta, è appena tramontato: e niente! Che fare se lui non ritorna? Ammesso che non gli sia successo niente! Non possono più decisamente tenersi l’uno all’altra. Partono insieme, ma giunti in strada, la madre non può fare a meno di allontanarsi un po’ dal cieco, che comunque cerca di discendere la soglia della porta, a tastoni, come chi non ci vede. Lei teme tuttavia di allontanarsi troppo da lui. Ora, col suo sguardo, interroga in tutti i modi la strada, che resta vuota e scura. La noia ha invaso la casa. Poveri vecchi, vi tornerete molto tristi! Facciamo finta che queste persone siano dei vecchi Tobia: si potrebbe raffigurare la loro storia in maniera diversa da quella dei sentimenti umani?

Note

1) Paysanne revenant du puits (1855-1862).

2) Les moutons qu’on vient de tondre (1862) Yuzo Ilida, Chuo-Ku, Tokyo.

3) Paysanne donnant à manger à ses enfants (1860), Musée des Beaux-Arts, Lille.

4) Le parc à moutons au clair de lune è probabilmente il quadro che si trova a Parigi e non l’omonimo quadro del Museo Walters a Baltimora.

5) Les Planteurs de pommes de terre (1861-1862), Museo delle Belle Arti, Boston

6) Tobie ou l’Attent (1861), Galleria Nelson-Museo Atkins, Fondi Nelson, Kansas City.

**

Nota biografica

Jean-François Millet nasce a Gruchy, nel 1814, nei pressi di Cherbourg da una famiglia di contadini molto religiosi. Fin da ragazzo inizia a dipingere. Amico di Theodore Rousseau e Théophile Gauthier, è stato criticato da Baudelaire nei suoi Salons. Nel 1868 viene nominato cavaliere della Legion d’Onore. I suoi quadri di scene di vita contadina sono sempre più celebri. Muore a Barbizon nel gennaio del 1875. I testi sono tratti da: Écrits choisis, L’Echoppe, 1990.

IL LIBRO DEL TU, 2. Massimo Barbaro

Nicolas de Staël, Lumières du nord. Lumières du sud

II

Siediti in un angolo.

Guarda la creazione del tempo. Produzione.

Il tempo si addensa impercettibilmente – no, è fluido. Si affaccia alla memoria, compare.
Non fare niente. No, sei tu che ricordi. Te ne accorgi. A tratti. Il tempo che sembrava finito; épuisé, spostato, riaffiora. Ondeggia. Resta lì, resta incredulo che tu ne abbia ancora. Non fare niente. Il tempo è quando ti fermi.

Questo solo puoi fare, intravedere. Accorgerti appena.

Il tempo si produce.

2.

Sta’ a sentire.

Rotolamento di pneumatici, voci lontane, a tratti, urla di bambini. E più incalzante, la voce di una radio. Un tutto indistinto. Tu lascia tutto così, anche se percepisci per segmenti.
E sempre tutto insieme.
È sempre stato insieme (un tratto indistinto…). Tutto insieme.
Tu lascialo così.

Non toccare mai quello che senti. Lascialo stare.

3.

Resisti all’impulso, ferma il cuore a comando. Chiuditi agli impulsi esterni.

Stimoli. Alle sensazioni mai. Riscrivi i manuali sulla percezione. Chiuditi al mondo, entraci per la prima volta. Fanne parte.
Hai analizzato per i due terzi della tua vita; chiediti quando fermarti, quando entrare a far parte della sintesi. E sorridi dei tuoi giovanili studi hegeliani. Sorridi di tutta una genia di ottimisti che, alla sintesi, ci credono. Invece preóccupati di avere trascurato l’antitesi, evitato ogni conflitto, disprézzati – se me lo permetti – per averla data vinta, sempre, al mondo. Il mondo andava osteggiato, piegato. Al tuo bisogno di piccolo animale di ogni foresta pluviale, di ogni savana, di ogni steppa, di ogni tundra, di ogni deserto, di ogni bush, di ogni permafrost, di ogni piccolo angolo di mondo. Hai lasciato invece il mondo alla sua enormità, e in mani enormi.
Smettendo di essere piccolo, il mondo è diventato infinitesimo, enorme nella sua finitezza; da quando hai potuto guardarlo da lontano – ah, la poesia della singolarità, degli attimi eternamente immobili… – il mondo è diventato una piccola cosa.
Chiuditi al mondo, ritorna al mondo, fallo tornare ampio a sufficienza perché tu ci possa stare.
Chiuditi ai tuoi consimili, chiudi l’uomo fuori dal tuo mondo. Resisti. Senti il morso dell’intimità. Rifuggine. Solo l’intimità dei corpi è possibile. Solo nel mondo. Solo se mondo il tuo consimile è aperto al tuo tocco. A volte anche il contatto è inutile, e non è detto che il futuro non ti prepari altro che questo: l’infinita tristezza della monade.
Chiuditi in te, entra nel mondo.