Il primo dato che emerge dalla trama poetica di Alain Borne (1915-1962) – poeta francese in Italia ancora poco noto ma apprezzato da Louis Argon e Pierre Seghers – è il segno di un’insofferenza, come se per capire chi siamo dovessimo sempre partire da quello che non vogliamo: «Non m’importa della poesia / se non è che parola sull’assenza». Sono versi che si leggono nell’antologia intitolata Poeta al proprio tavolo (I libri dell’Arca, Joker, 2011, a cura e con traduzione di Lucetta Frisa). E’ dunque di una presenza, una presenza amorosa che la vita e la poesia di Borne hanno bisogno per accendersi. Il movimento inizia dall’amore, è lui che detta i versi: «Per avere toccato il tuo corpo, la mia mano / saprà scrivere meglio». E all’amore resta legato anche nei componimenti postumi di Encres: «A forza di parlare d’amore / sentirete in bocca questa parola / più neve / che sangue». L’amore è dunque una presenza pervasiva, qualcosa che respiriamo nell’aria, che ci nutre ma può anche avvelenare la nostra esistenza: «Ha forse torto / chi parla dell’amore / come d’una minima polvere /che vola e si nasconde / e potrebbe farci morire?». L’instabilità, l’insofferenza portano la scrittura di Borne a tradurre nel ritmo dei versi anche i frammenti della memoria, a ricercare una verginità nel muoversi a ritroso, risalendo il corso del tempo: «Ma il ricordo del tuo arrivo / è un nuovo inchiostro». Certo la poesia, per Borne, procede su un terreno minato, schiva trappole e insidie, è minacciata dall’incalzare degli eventi, dal trascorrere inesorabile del tempo: «Bisogna finire. / Il vento soffia via le pagine», e tuttavia all’orrore della fine non sa opporre che lo scudo di una pagina, una “musica di cenere”: «Scrivo una poesia per morire più lentamente / lasciare dopo di me qualcosa di simile alle foglie». Ed è qui che si apre l’intenso dialogo con la natura, il tentativo di realizzare qualcosa che se proprio non può raggiungere l’intensità o la forza di un istante di vita, almeno possa inseguire una sintonia col tempo («Nell’attimo in cui io scrivo / la notte iscrive sopra il vetro /con la sua sabbia di luce / il grande gioco dei nostri destini») o col paesaggio («Io vivo di sogni / e sogno isole / e leggo aprili») giungendo così alle soglie di una metamorfosi: «forse scrivo come il ciliegio / sul cielo nero delle parole di neve». Fino alla consapevolezza – non sai se più docile o più amara – che la luce di un’aurora o anche soltanto un velo di nebbia valgono più di tutto l’inchiostro versato sulla carta: «Uno sguardo / e tutti i libri vanno al rogo / e tutte le parole tremano di freddo».
Io piango quando il sole tramonta perché mi ruba alla tua vista e io non so accordarmi con le sue rive notturne. Benché sia basso e senza febbre, impossibile andare contro il suo declino, sospendere la sua sfoliazione, strappare qualche desiderio al suo luccichio moribondo. La partenza del sole ti sprofonda nella sua oscurità come il fango del letto fluviale si diffonde nell’acqua del torrente attraverso i detriti delle rive distrutte. Durezza e morbidezza, con energie diverse, hanno effetti simili. Smetto di ricevere l’inno della parola; subito appari più intera al mio fianco; non è il fuso nervoso del tuo polso a tenere la mia mano ma il ramo vuoto di un qualsiasi albero morto, già colpevole. Non si nomina nulla se non il brivido. Fa notte. Gli artifici che illuminano mi trovano cieco.
Io non ho pianto davvero che una sola volta. Il sole sparendo aveva tagliato il tuo viso. La tua testa era rotolata nella fossa del cielo e io non credevo più a un domani. Chi è l’uomo del mattino e chi l’uomo delle tenebre?
*Da La Parole en archipel. In René Char, Oeuvres complètes, Gallimard, Paris, 1983.
Ho scritto Un uomo di cattivo tono perché mi sembrava indispensabile farlo. Se dovessi confessare le mie sensazioni di autore dovrei dire, chiusa l’ultima pagina, che ho provato un senso di grande sicurezza e di calma felice. Il libro è vicino a me come sono oggi e vicino a Cechov, per come era lui negli ultimi anni di vita. La mia riflessione è partita dalle pagine dei suoi taccuini Taccuini del dottor Cechov 1900-1904, crudeli e antisentimentali. Mi è sembrato che offrissero, oggi in cui ce n’è davvero bisogno, una voce inattuale, inconciliata, senza retoriche, immersa nel suo tempo ma anche refrattaria ad allinearsi al suo tempo e a qualsiasi tempo. Su quella voce ho modulato la mia, come un contrappunto.
Si scrive un testo apocrifo per essere in buona compagnia. Per vivere, con un autore prediletto, un sogno comune: dove parti di lui e parti di te si incontrano e si scambiano messaggi, ma il lettore non sa dove, mentre legge il testo. È un gioco, un intreccio musicale, un “nodo rintrecciato”, per dirla con il favoloso Rossini, mai una parodia. C’è un gusto tragico nel “nascondersi”, un’arte della maschera che ha qualcosa in comune con il concetto nicciano della maschera. Si tratta, naturalmente, di una identificazione proiettiva: vestire una maschera che guidi alla verità. Foucault mette in evidenza come, all’interno della follia, invece che il silenzio del non dire possa esserci una proliferazione di maschere che parla in modo polifonico. Le maschere rappresentano l’abisso e lo allontanano.
Ecco: scrivere parole che sognavo potesse scrivere Cechov. Vivere quel sogno in modo attivo. Non accettare definitivamente la morte dell’autore. Dialogare con lui, in una forma di follia e di resurrezione. Oppure, ripeto, cercare la compagnia di uno scrittore amato e immaginare che parli ancora. Ma non come in un atto di ventriloquia, prestandogli la propria voce, ma in un atto di scambio reciproco, impossibile ma possibile. Il testo apocrifo è un atto critico estremo.
La voce immaginata si impone come la finzione più naturale, scelta modellata sulla base di una poetica personale che indirizza la propria scrittura verso il testo che non c’è, assente perché mai scritto, perso, magari immaginato o sognato, ma mai portato sulla pagina. L’autore apocrifo è colui che viene a completare il lavoro dell’altro nel senso del “non detto” che torna a dirsi, oppure ad assumere su di sé quella voce per proiettare su di essa la propria, in modo da riparare, o rendere giustizia, su un piano etico ed estetico, ad una mancanza, o alla “necessità” (personale e, perché no, storica) di una completezza possibile. L’opera apocrifa porta in sé la sua incompiutezza e il suo fallimento, anche se ogni testo che la compone, considerato autonomamente, può sembrare compatto e riuscito. È come una voce che ne chiama un’altra, in un corale collettivo non riducibile al silenzio, un “concerto” di parole che continuano oggi e domani a parlare da sole, servendosi di noi come di strumenti più o meno adeguati. La scrittura apocrifa è l’atto di lucidità del raccogliere il testimone in una gara di staffetta in cui scorgiamo appena l’atleta precedente e ancora non vediamo quello successivo. Ma la corsa è in atto, e non si fa mai da soli. Siamo in tanti. Una squadra di vivi e di morti.
Una volta, leggendo pagine mie attribuite a Walser o a Giacometti a a Blanchot, alcuni lettori e critici si sono ingannati, scambiandole per vere, scritte realmente da quegli autori. Il mio inganno è stato verosimile. Cosa posso dire? Il gioco è riuscito. Ma il mio gioco non è mai il puzzle risolto. Il mio vero gioco è dire che la scrittura è un enigma, un fruscio di parole, e basta. Quando riesco, appoggiandomi appena agli autori che amo, a trovare il fruscio giusto, convivendo con loro e creando io stesso le loro/mie parole, vivo un senso di raggiunta familiarità, come se davvero nessuno fosse mai morto, e tutti scrivessimo ancora, senza un nome preciso, senza un’identità assoluta. Chissà: è forse questa la magia che desidero. Una comunità di artisti feriti, immuni dal tempo. (M.E.)
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Antologia da Un uomo di cattivo tono*
«In giorni di malinconia e di silenzio essere in una grande libreria. Leggere è superfuo. Ma guardare i libri che, come da un anfiteatro ci avvolgono, consola sempre, come il canto degli uccelli nel bosco che credevamo silenzioso.
Per ragioni dipendenti dalla malattia la mia vita sarà breve e non riesco ad amarla più di tanto o commuovermi per il mio triste destino: posso creare personaggi che, più di me, suscitino una compassione universale. Io, da solo, resto un fabbricante di racconti.
Ogni tentativo di essere felici passa per lo stato d’estasi a cui ci abbandoniamo durante l’atto amoroso. Dopo, chissà quanta neve fradicia in cui inciamperemo.
Se rifletto al futuro, immagino finestre che non siano più pezzi di vetro preparati a separarmi dal mondo ma schermi che riflettono altre realtà, interne ed esterne, vicine e lontane, felici e infelici – foreste, mari, montagne, miraggi di città.
Perché scrivo appunti? Perché l’opera finita mi annoia.
Una commedia è sempre troppo complessa. Non accade niente ma le persone devono parlarsi. Occorre un tema: un ciliegio, un cimitero, una casa, un ubriacone. Qualcosa che giustifichi cinque atti di lamenti e sproloqui.
Se questi pensieri liberi diventeranno o commedie o racconti importa poco; trascriverli è un esercizio di salute.
Scritture anonime, fogli d’album sparsi in qualche bancarella sulla Nevà.
Molti monaci del Medioevo, di cui non conosco il nome, hanno scritto cronache esemplari dei loro eremitaggi. Da loro imparo, dagli epigoni di Turgenev no. E poi, se ignoro il nome dei primi, certamente dimenticherò il nome dei secondi, benché le gazzette strombazzino, oggi, i titoli delle loro novelle.
Il mondo è stupidamente reale, come sapeva bene Flaubert. Quanto al resto – l’indifferenza, la noia, il fatto che gli uomini di talento vivano e amino unicamente nel mondo della loro fantasia e della loro immaginazione – posso dire una cosa soltanto: ognuno risponde del proprio cuore.
Quello scrittore non riesce ad azzeccare il tono giusto: c’è sempre qualcosa di strano, di indefinibile, che a volte è simile a un delirio… Neppure una figura viva, vera.
I fatti sono fantasmi – ho dimenticato chi lo diceva. Ma non esistono che i fatti: è il modo di narrarli che ogni volta è diverso, come una voce di donna.
Il monaco gli sussurra che è un genio e che muore solo perché il suo fragile corpo umano ha perso l’equilibrio.
In certi momenti l’impossibilità reale di prendere appunti su un taccuino rende forti e sani come se si camminasse all’aria aperta per boschi che non hanno ancora un nome preciso».
Pavel, barricato nella sua camera di liceale scrupolosamente ordinata, era angosciato dalla presenza dei genitori come lo sarebbe stato dalla loro assenza. O, per dirla meglio, imbarazzato. L’angoscia non dovrebbe nutrirsi di temi familiari ma essere. Punto e basta. Ogni storia personale è un’insignificante dissonanza.
Non sento nessun suono, come se l’intera orchestra fosse coperta da strati e strati di neve, ma vedo ogni musicista suonare il suo strumento con ostinazione. Vedo e ascolto.
Ricopiando certe parole altrui renderle nostre per la prima volta».
*Un uomo di cattivo tono, Amazon Fulfillment, 2020. In copertina: Isaak Levitan, Nuvole, 1890.
ti scrivo, dopo tanti anni di silenzio, per raccontarti un mio sogno.
Mi trovavo in India, nei pressi dell’isola di Ceylon. I contorni dell’isola splendevano di un bagliore azzurro. Accanto a me, vicino a una grande pietra di colore rosso bruno, c’era una donna sconosciuta che mi parlava con una voce stupenda e io trascrivevo le sue parole su un taccuino. C’era della meraviglia nel mio cuore, come se sentissi le parole di un oracolo. La donna continuava a parlare e io mi sentivo sempre più leggero e felice. Alle nostre spalle, un po’ in ombra, acquattato dietro la pietra, vedevo una figura di vecchio, forse barbuta, che mi ricordava un saggio indù.
Poi, d’un tratto, la donna spariva. Il taccuino mi cadeva sul prato e io non lo trovavo più: anche il vecchio spariva, restavo solo e disperato, e mi svegliavo di colpo, accorgendomi con angoscia che non ricordavo neppure una delle meravigliose parole della donna.
Il sogno mi ha turbato, Sabine, e ho voluto subito scriverne a te. So che ora stai bene: ti sei sposata, hai due figli e scrivi. Ho letto il tuo saggio sulle fantasie infantili e quello sui sogni di una donna schizofrenica. I miei più vivi complimenti!
Ricordo appena, con uno strano disagio, l’intensità della tua sofferenza e la bellezza delle tue visioni, quando eri malata e cercavo, con ostinazione, di dare un senso alla tua malattia.
Ora sono io a chiederti aiuto. Che cosa ne pensi del mio sogno? Sii sincera, Sabine.
Per quanto mi riguarda, più mi sforzo e più intravedo una sola ipotesi: c’è un momento, nella vita di un individuo, in cui la Grande Madre Terra, l’immaginazione e l’inconscio, non possono più nutrire nulla. Ci si stanca di essere rivolti all’infinito, sempre in ascolto dei sogni. C’è un momento, drammatico e personale, quando tutte le bellezze e le meraviglie del Sé devono sparire. Forse è per questo che la donna sparisce e il taccuino viene perduto. Significa che la mia ricerca si è conclusa? Che devo abituarmi a essere solo, Sabine?
Un abbraccio dal tuo
Gustav
***
Rostov, autunno 1939
Caro Jung,
non ho neppure mezz’ora per risponderti con la calma che merita la tua lettera. Sono trafelata e preoccupata. Questo è un tempo terribile e anche in Russia sono cominciate le persecuzioni. Devo mettere in salvo me e le mie figlie e non posso pensare ad altro. La psicosi collettiva antisemita che ha sconvolto il nostro secolo non mi avrà come vittima consenziente.
Non è più il tempo di sognare, Gustav. E tu, proprio ora, con paradossale inopportunità, mi spedisci il tuo sogno e chiedi la mia opinione. Avrei desiderato che lo facessi molto tempo fa, quando mi era necessario, ma allora tu eri troppo attento alla tua opera; trascrivevi i miei delirî con puntuale esattezza e non ti curavi se io stessi bene o se soffrissi. Ti servivo, eri affascinato, forse mi amavi.
Solo quando sono guarita e ho cominciato a comprendere il mio dolore e a comprenderlo negli altri, ho sentito che anche la schizofrenia poteva avere un senso. Lo riconosco, tu mi hai aiutata come meglio hai potuto. Ma alla fine ho dovuto essere sola per dare un senso al mio male. Allora ho cominciato a studiare, a scrivere, a definire.
Comprendi ciò che intendo dirti? Tu hai sognato me, Gustav. Il tuo sogno vuole dire solo questo.
Non c’entra né l’India né la Grande Madre: tu hai sognato me, Sabine Spiellrein, la schizofrenica che hai amato e sulla cui malattia hai preso appunti definitivi per il tuo concetto di psicosi. Non mi hai forse ascoltato giorno per giorno? E quel vecchio barbuto, alle tue spalle, non è forse Sigmund Freud, l’altro “grande uomo” che ha rubato le mie intuizioni? Hai forse dimenticato che la sua idea dell’istinto di morte, che elevò a teoria in Al di là del principio di piacere, è stata una mia idea, che pubblicai dieci anni prima in un breve articolo, intitolandolo La distruzione come causa della nascita?
Quindi il tuo sogno è semplice, Gustav. Non c’entra nessuna Grande Madre. C’entrate tu e Freud. Voi mi avete rubata a me stessa. E quando nel sogno io scompaio e tu perdi il tuo prezioso blocchetto di appunti, mi viene da dire soltanto questo: che hai preso coscienza di ciò che io sono stata per te, di quanto imparasti attraverso di me e questa dolorosa consapevolezza ti ha fatto vacillare, il taccuino ti è caduto di mano, hai cominciato a soffrire.
Il sogno è dunque chiarissimo. La donna che scompare sono io. E forse in questo sei assolutamente reale: io vivo in mezzo a tali quotidiane sparizioni – persone deportate, cancellate dal mondo nel giro di poche ore – che ho il timore quotidiano di essere strappata a me stessa. Di svanire come è accaduto nel tuo sogno. Di morire realmente. E se tu fossi profetico, Gustav?
Non scrivermi più. Non pensarmi. Non sognarmi. Forse, un giorno, ci rivedremo ancora. Ma sarà in un mio sogno, stavolta, e tu dovrai riportarmi quel taccuino che ti cadde di mano; io lo leggerò e vedrò che è firmato col mio nome: Sabine Spiellrein.
Allora io, di mio pugno, aggiungerò, accanto al mio, il tuo nome: Carl Gustav Jung. Eccoci insieme, come non siamo mai stati.
Sabine
«Sabine Spielrein nacque nel 1885 e presumibilmente morì con le due figlie nel 1941 in un lager nazista. Conobbe Sigmund Freud, con cui ebbe un breve carteggio. Soffrì di alcune crisi psicotiche, per le quali venne curata da Carl Gustav Jung, che si innamorò di lei. Guarita, Sabine divenne psicoanalista e scrisse diversi saggi, fra cui Comprensione della schizofrenia, determinanti per l’interpretazione psicoanalitica della psicosi».
*Il racconto a due voci è tratto da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Furto d’anima. 40 lettere reali e immaginarie fra uomini e donne nella storia e nell’arte, Greco & Greco, 2018.
Paola Ricci, Paper art (dettaglio di “Intra-vedere”)
Dal monte Tauro*
Dal frammento 145,1 a, di Leonardo da Vinci a Diodario di Soria.
A Diodario di Soria
Per tuo ordine, molti anni fa, ho controllato l’origine del chiarore che tu non sapevi se attribuire a una cometa o a qualche altra imprecisata fonte di luce. Nelle mie mappe ti spiegai che quella luce non proveniva da nessuna stella ma era la cima stessa del monte Tauro, che scintillava con i suoi ghiacciai sopra il promontorio del Caucaso. La parte inferiore del monte – ti dissi – è oscurata da nuvole e nebbia, con il vento che soffia tra le fessure della pietra, i lampi che rischiarano sassi fracassati e tetti in rovina. Intorno, selve di abeti, faggi, frassini, betulle. Se si sale ancora, ci sono praterie e pascoli e campi. Poi nuvole, uno spesso strato di nubi bianco grigie. Ancora più in alto, cielo, solo cielo, con uccelli rapaci che scendono sotto le nubi per afferrare le loro prede; appena sotto il cielo tre ghiacciai che, nelle notti di luna, mandano un riflesso abbagliante fino all’orizzonte del mare. Mentre facevo le mie rilevazioni, una tempesta di eccezionale violenza scoppiò nella regione: una pioggia carica d’acqua, fango, pietre, radici, sterpi, cadde dal cielo, e per un attimo non seppi più se le mie mappe fossero vere e se quello che avevo deciso di scriverti sul ghiacciaio del monte Tauro corrispondesse alla realtà. Alla fine, Diodario, sospesi le spiegazioni e rimandai la mia relazione. Il giorno dopo ero lassù, in quel punto che dalla terra può essere definito ghiacciaio.. Traversate le foreste, ero arrivato senza fatica alla neve della cima. Crepacci, strapiombi, voragini: un silenzio assoluto. Non soffiava alito di vento. Raggiunsi l’orlo dell’abisso e da lì abbassai lo sguardo nel vuoto. Dapprima distinsi solo nebbia, poi vidi una città. Viali, palazzi, tetti, chiese, scale, gradini che la luce del tramonto illuminava ancora. Scesi un sentiero, lentamente. Un uccello mi traversò il cammino, il chiarore del ghiacciaio si spense e la città affondò nel buio. Ma un buio colmo di voci, scricchiolii, sibili, colpi. Un tonfo di cose grevi, trascinate sulla pietra, ogni tanto uno schiocco secco, come di frusta; un fragore d’acqua in moto, un ticchettìo leggero come di pioggia, una mano che batte sul vetro, un martello che picchia sul chiodo, una stoffa sbattuta, la carrucola cigolante, l’eco di una voce. È questa – pensai – la sostanza del monte, la sostanza di quella luce bianca. Qui, dove sento il mercante invisibile chiamare il cliente fantasma, la donna di profilo ridere dell’innamorato seduto, il soldato camminare marciando nella piazza, la palla rotolare sul selciato, la veste frusciare per le carezze, la musica vibrare dei colpi delle dita sui tamburi di pelle. Qui, dove qualcuno mi urta in silenzio correndo e io ne resto stordito, confuso, e vorrei restare per anni nel punto dove sono stato toccato, come dentro un incantamento sonoro. Sono tornato, Diodario. Sono risalito. Ho rivisto la vetta, chiara come una cometa e ho cercato di dimenticare la città dei suoni. Sono qui, Diodario, e parlo con te. Ma sono ancora, in parte, l’uomo che mi ha urtato in basso, nell’oscurità, e che non potrò più dimenticare. Sento ancora quel suono sordo salire da sotto, offuscare la neve. Mentre guardo la terra e il mare, osservo con una certa pietà le forme del mondo, così facilmente possedute dagli occhi. Difficile, Diodario, reggere questo silenzio e immaginare architetture ed essere uomo logico, quando la notte penetra il corpo, uomo di conoscenza quando la cecità azzera i sensi. Si può solo farsi pittore. Stringersi, mani e corpo, ai grumi della materia, dove nulla parla dell’alto, né ali, né luce, né aria, ma tutto sale dal basso, emerge dal vortice, odora di notte…
A cosa può ricorrere il dolente corpo, ansioso d’attirare su di sé la nostra attenzione, se non esternare l’immagine della sua sofferenza?
E l’anima?
L’anima che soffre non può mostrare nessuna immagine.
Fa soffrire e soffre sola.
*
In mezzo alle sabbie, o solitudine della sorgente!
Dio è solo – diceva il saggio: è la mia anima, è il pozzo.
*
Oh, insospettata triistezza dei lunghi fiumi impavidi.
Abbagliato lo zampillo via via smarrisce il senso della sua convincente potenza.
Beffato nel suo orgoglio altro non diventa che una forza addomesticata dall’uomo.
*
Moriamo di ciò che ci riduce.
*
Macchie e imperfezioni: miserie del diamante.
*
Non domandare all’oceano di indicarti la strada.
Chiedila alla canna che l’ha perduta.
*
Come si considera il getto di una sorgente, così si valuta il flusso della sua parola. Bisogna ridurla per non inaridirla.
*
Diceva «un rumore d’aceto». Questo mi era parso curioso al principio, poi mi sono abituato, a poco a poco, a questa espressione senza comprenderla meglio. Non mi succede qualche volta di dire «Un silenzio d’olio?». Egli aggiungeva: «Le immagini, spesso, non sono eloquenti che per coloro che le usano», L’anima è il corpo della stessa malattia.
*
Il giorno è malato d’immagini. Follia, Follia. E la notte malata di oblii.
*
Non c’è silenzio vero se non nel cuore dei segni.
*
Fatica di dire: la malattia.
*
L’inverno ha coperto di neve la mia penna.
La bianca pagina è di ghiaccio e le parole, così giovani, condannate.
Scrivere solo con le parole risorte. Con le parole della stagione alta.
*
Non vedere, non sapere. Esistere..
Arrivare al termine. Poi tuffarsi.
*
«Non lasciare che i malati riflettano» – scrieva ironicamente il saggio.
“Per loro la malattia viene prima d’ogni altra cosa. Ciò è l’inverso della saggezza».
«Un malato non è precipitato nella demenza a forza di credersi malato?».
«Il fatto è è che soffriva, inconsapevole, d’un’altra malattia».
*
Si muore di quella morte che non ci aspettavamo.
*
La malattia. Il male ha detto. Il male ardito.
*
Non basta una fiamma alla gloria dell’incendio.
*
Invecchiando si accorse presto che una domanda premeva sopra ogni altra, per lui: come non invecchiare?
*
Dice il giorno: io esisto.
Dice la notte: chi mi vede?
*
La lampada affievolisce. L’uomo reclina.
Si vela il libro. Anche il cielo.
*
A patti con l’ombra.
Invecchiare pian piano.
*
Soltanto l’intraducibile ha la possibilità di tradurre l’intraducibile.
*
Separare il libro dal libro: una maniera per riaccendere il desiderio delle pagine.
**
*I testi sono tratti dall’edizione bilingue: Edmond Jabès, Pages nouvelles, traduzione di Attilio Lolini, con una nota di Ginevra Bompiani, Taccuini di Barbablù, Siena 1990, n. 12.
Io lavoro all’ultimo minuto. Le “cose” che faccio e rifaccio per mesi, le finisco in tre ore. Il mio desiderio non è lavorare ma sapere ciò che voglio fare… e finirlo al più presto. Forse sono un falso scultore e un falso pittore.
[…]
Per me, un oggetto smette di essere una scultura. Per me, una scultura deve essere la rappresentazione di qualcosa d’altro da se stessa. Una scultura non mi interessa veramente se non nella misura in cui, per me, è il mezzo di esprimere la visione che ho del mondo esterno… O meglio, non è per me altro che il mezzo per conoscere questa visione. Al punto che non so mai ciò che vedo se non lavorando.
*Je ne sais ce que je vois qu’en travaillant, Association Alberto e Annette Giacometti, Yvon Taillandier e l’Echoppe, 1993.