NESSUNO, MA TI ATTENDE. Dario Capello

Poesia-collage per Il mese dopo l’ultimo

Immagine dal film Street of Crocodiles, di Stephen e Timothy Quay, 1986, ispirato al racconto di Bruno Schulz, La via dei Coccodrilli

*

Nessuno, ma ti attende

il segreto del suono –

dove non accade nulla

chi non cerca viene

trovato in un battito di ciglia.

Una giornata di vento – Un bosco – Eccoti.

Laggiù.

Nel passo successivo mostri

le voci sbalordite, quelle

che iniziano

«capisco solo il corpo scosso

che traballa, e la chiarezza

di un cielo nerissimo

quando vigila

le soglie del pensiero, sull’affanno»

(è arrivato a percepire una schiena,

un ramo di pesco, poi un coltello:

«perché porti uno specchio con te?»).

(3 gennaio 2002)

Praga, Labirinto di specchi

DESTINI INCOMPIUTI

Esistono nodi irrisolti e dolenti, nella vita e nell’opera di un artista, che non invitano a spiegare o a capire ma ad indagare ancora, come se certe domande esigessero sempre, dal mondo dei vivi, una risposta. A partire da tracce reali e indizi verosimili – frammenti di lettere, aneddoti, cronache, taccuini – è un gioco perturbante reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, risognare il passato. Chiedere a certi destini, consegnati alle cronache della storia, di tornare incompiuti, di esibirsi sul palcoscenico di un racconto fantastico per svelare ancora il loro segreto. Pur restando tale, quel segreto ci parlerà di come, fin dall’inizio, l’arte non sia stata che un lungo combattimento per la ricerca di una verità poetica, intima e assoluta, da conquistare attraverso le meraviglie della finzione. In questi racconti ‘impossibili’ succedono cose impreviste: un dettaglio si evidenzia, un paesaggio si sfuoca, un sogno si compie, una voce si rivela, una visione si forma. La condizione paradossale dell’autore ‘apocrifo’ è creare un testo impossibile che, mentre viene scritto, diventa possibile dall’interno di una scrittura-ombra che va alla caccia dei suoi fantasmi e naviga nel mondo delle ipotesi e delle congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una terra instabile e metamorfica che si impone come la sola necessaria e reale.

In: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I Libri dell’Arca, Joker, 2008.

FEDELTA’. Per Luigi Grazioli

Lo scrittore scrive, e non smette mai di ridefinire, correggere, mettere a fuoco lo sguardo. Sembra che le immagini lo aiutino a trovare ciò che non sta affatto cercando. È mite, tenace, irriducibile. Continua a osservare ma non scrive di quello che osserva se non dopo un tempo lunghissimo, quando ha dimenticato i dettagli. Attraversa le sue scritture non come se ne fosse l’esclusivo proprietario ma perché vuole condividerle con chi, arbitrario e sconosciuto, le leggerà. È il lettore il suo complice preferito. Gli parla costantemente, implacabile bavard, mai resta in silenzio. Non lo seduce con frasi poetiche, lo attrae sulle sue piste meticolose, lui, inguaribile flâneur di musei e di fiumi. Gli offre ironiche finzioni con cui capovolgere un mondo inutile e ostile. Non si fa trovare mai in un luogo previsto. Frequenta con gioia curiosa chiese, cripte, ossari, mausolei: non può fare a meno di abitare le soglie da cui i morti gli verranno a parlare. Ha con loro un rapporto discreto e segreto, come Ches Noteboom che scrive Tumbas, ma quando lo lasciano solo respira di sollievo e prende fitti appunti sui suoi quaderni. Non vuole più finire dei libri. È stanco, ormai, di libri conclusi, che se ne restano soli negli scaffali alti. Gli appunti lo soddisfano perché sono vivi e incompiuti, fitti di tantissimi libri futuri, con cui corteggiare ancora il mondo. Ha, con il mondo presente e passato, un rapporto pudico, ostinato. Tesse la tela senza esserne lui il padrone. Legge.

Se non legge non si addormenta…Leggendo, invece, si dimentica nelle parole, il corpo si rilassa e, tutte le difese allentate, il sonno può cominciare a invaderlo, dai piedi su fino alla testa ormai popolata.

Ci vuole pazienza per descrivere il vuoto. Lui ne ha, di pazienza. Ricorda bene quando ha imparato a volare, per qualche istante, ma poi ha deciso di non stupire chi lo avrebbe visto con qualcosa che avrebbe potuto non capire. E così ha continuato a camminare, ma con un senso di intima e tenace soddisfazione, i piedi leggeri, molto leggeri sul suolo. Camminare è il suo modo di trasformare il mondo in un foglio da riempire con i segni dei suoi passi. Oggi, che è stanco di parole, preferisce che sia così: mettere una lente fra sé e le cose, in modo che gli altri possano riflettersi in lui e nei suoi discorsi. Vuole passare inosservato, essere uno che si sente bisbigliare in mezzo alla folla ma di cui non si sa afferrare il discorso.

Voglio un’opera opaca… un’opera che se ne stia bella, pacifica, intransitabile, che non chieda a nessuno di essere completata dal suo sguardo, dal suo senso, che non abbia bisogno di porgli domande, e si rifiuti a qualsiasi domanda, anzi se ne stia lì, chiusa, perfetta… Ho bisogno di un’opera che non abbia bisogno di me e che mi faccia cantare.

Avrebbe voluto cantare e saprebbe farlo. In fondo sa anche volare. Ma perché affannarsi troppo? Per sorprendere qualcuno? È stanco di specchi che rappresentino il mondo. Il mito di Dioniso gli è estraneo, con quell’osceno squartamento. Un bel foglio opaco, un beffardo pensiero impenetrabile. E magari parole, sì, per non far entrare nessuno nel loro regno. O per realizzare il miracolo: che un passante, nonostante quelle cripte, possa entrare e fotografarlo. Finalmente. Un vero amico. Qualcuno che ha bisogno di parlare con lui e non vuole né leggere né scrivere. I neuroni a specchio esistono: consentono all’io di modellarsi secondo quello che l’altro sente e vede. Non si nasce e si muore dentro una sfera di vetro. Ci si plasma secondo respiri, profumi, libri, corpi. È un atto d’amore cambiare perché si è traversati dal mondo dentro e dal mondo fuori, sensibili sismografi di un dolore quasi simile alla gioia.

“Su molte figure di schiena si sperimenta come un’impossibilità
di fissare lo sguardo”

Sognava di essere una figura di schiena, lontanissima, nello sfondo di una tela sacra, colta mentre sta pisciando. Adesso no. Il senso è da un’altra parte. È giocare con grazia, dissimulare, osservare. Adesso vorrebbe leggere Wang Wei:

“La spaziosa montagna dopo una nuova pioggia,

l’aria al tramonto, il sapore dell’autunno.

Chiara la luna tra i pini risplende,

limpida la sorgente sulle rocce scorre”

Non ha mai amato troppo la poesia, ma questi quattro versi lo hanno sempre commosso. Gli ricordano le sue lunghe passeggiate sul fiume, quando la mente si svuota e resta un sentimento favoloso del mondo, una musica lunga e profonda. Non conosce da esperto la musica e questo è un vantaggio: può ascoltarla quando e come vuole, farsene incantare. Riprende in mano il quaderno. Riprende a scrivere. Tante sono le cose da osservare, ma una su tutte: quella ragnatela illuminata che scintilla su un ramo, alla seconda ansa del fiume. Tutto un mondo che osserva felice. Allora si chiede: con quali parole potrei proteggerla, quella tela? In che modo posso impedire che quell’architettura splendida e minuziosa possa sparire? Così si siede e resta davanti all’opera lentissima e fragile, e scrive di lei, e tutto gli sembra, finalmente, un mondo realizzato, bellissimo, come un paradiso. E lui stesso è parte di un quadro che qualche pittore fiammingo, in qualche reale passato, avrebbe potuto dipingere.

Ciò che nella schiena è tutto esterno ti rimanda al tuo interno più interno, quello che hai spinto sempre più a fondo, chiuso, seppellito nella cripta attorno alla quale non hai mai cessato di costruire case e templi e recinti, e di costruirti, assumendone sempre di più la forma.

Ma quello che lo scrittore si chiede è altro: è il desiderio di costruire una forma permanente, un “racconto immobile” dove la frenesia del movimento, il maellstrom del pensiero, diventi verità paradossale, fedeltà non immaginaria alle proprie radici:

Trovare le radici nascoste, il germe ancora imperfetto e informe dell’opera a venire che ora si conosce in tutta la sua complessità, è una grande soddisfazione non solo per il critico, ma anche per il lettore devoto, perché ne garantisce analisi e predilezioni e proietta, su una molteplicità che poteva anche derivare da capriccio o vaghezza di intenti, la luce della permanenza e della fedeltà a se stesso, cioè di una necessità ben più solida di quella ricostruibile a posteriori: radici vere, invece che immaginarie e solo immaginate. In questo senso sarebbe però bello pensare che Le Condottière è stato tenuto nascosto così a lungo per precisa volontà dell’autore, che ne avrebbe dichiarato la scomparsa solo per gusto malizioso, come l’ennesima casella vuota di tante sue opere, come la casella vuota della sua opera stessa (non forse la vita stessa?), con gesto tipico del giocatore che fu Perec. Ma ancora preferibile sarebbe, per me, se a partire da tracce magari sue, da versioni davvero eliminate o perse, il libro fosse un falso da lui commissionato o scritto di propria iniziativa da qualche amico, che però glielo avrebbe per sempre tenuto nascosto. 

E se chi scrive il libro dello scrittore non fosse soltanto lo scrittore? Se fosse, anche e soprattutto, il lettore che ne percorre le pagine, che finalmente prende la parola e sconfigge l’arrogante potere dell’autore? Ora lo scrittore è soddisfatto. La sua opera smette di essere sua. Può passeggiare sereno lungo le rive del fiume. Può fotografare l’ultimo quadro visto, e dietro il quadro l’amico riflesso nello specchio.

I testi in corsivo sono di Luigi Grazioli in:

Cosa dicono i morti, Pasian del Prato, Campanotto, 1991.

Racconti immobili, Milano, Greco & Greco 1997.

Figura di schiena. In “Arca” 6, 2000.

IL NON VENIENTE. Nikola Sop

Il non veniente

di Nikola Šop

Il Non veniente*

Ecco, s’avvicina a me il Nonveniente,

in fondo egli ha già soffiato se stesso in me

e io sento la mia vanità e il suo sguardo pietoso

e un sorriso tetro.

Misera terra noiosa, quasi egli mandasse un riflesso

illuminandomi col suo sorriso

alitando verso di me un’altra volta.

Presagisci pure, tra poco avverrà di te il primo franamento.

*

In quel suo dissolversi

aveva perso quasi ogni rapporto con le vicende terrene.

Solo l’antica tristezza terrestre conservava la forma intatta

e irradiava dalle sue metamorfosi

negli svariati riflessi.

E mi diresse parole

che solo ad essa appartenevano.

Mi attristo, che tu sia tuttora terrestre,

e di me non rimane che una piccola parte.

*

Quando il Nonveniente minacciando mi ammonì

di rispondergli una buona volta dissi chiaro:

sono quotidiani mareggi umani che qui perdurano.

Visto che la mia spiegazione lo lasciava indifferente,

ripetei le parole gridando quasi per disperazione,

ignorando dove fosse il suo udito.

*

Mi rammentai alla fine di poter calmare

quel suo stato vorticoso solo con qualche mia irruzione,

mi misi ad aggirare il Cosmico,

ad avvicinarmi furtivo,

per sorprenderlo in qualche suo preparativo

e per coglierlo dopotutto sul fatto.

*

Mi parve di poter farlo,

avendo trattenuto con forza gli orli di me stesso,

e il Nonveniente cosmico

da tempo non mi ammoniva

né mi suggeriva di franare di nuovo.

Quasi gli facesse piacere, ch’io avessi conservato

pressoché intatto il volto umano.

*

In quell’attimo s’illuminò di colpo,

e fu l’annuncio di qualche sua parola.

Sento e scorgo meravigliandomi.

Beato te

che hai conservato la sembianza umana.

Convinto che mi sarei rallegrato

riprese a balenare.

*Nikola Šop. In cima alla sfera. Antologia poetica, Edizioni Abete, traduzione e cura di Mladen Machiedo, 1975.

Nikola Šop (Jajce 1904 – Zagabria 1982). Insegnò latino nei licei; tradusse Catullo, Properzio, Tibullo. I versi composti prima della seconda guerra mondiale (Pjesme siromašnog sina “Poesie di un figlio povero”, 1926; Isus i moja sjena “Gesù e la mia ombra”, 1934) sono intrisi da un senso francescano di fraternità con la natura e con gli oppressi; nella produzione successiva (Tajanstvena prela “Filature segrete”, 1943; Kučice u svemiru “Casette nel cosmo”, 1957; Nedohod “Il non veniente”, 1979) la sua poesia assume toni più filosofici, concentrata nel rapporto dell’uomo verso il cosmo. Le edizioni Scheiwiller pubblicano, nel 1996, Mentre i cosmi appassiscono.

UNA TRASPARENZA ARCAICA. Per Alessandro Ghignoli

La poesia di Alessandro Ghignoli (Pesaro, 1967) sorprende il lettore per un linguaggio ondivago e fluttuante, sospeso tra poesia e prosa; la poesia rispecchia e ripensa, nella sua vertigine riflessiva, le proprie strutture, attingendo ad arcaismi, ispanismi, cantilene; la sua prosa, né “racconto” né “poème en prose”, è il naturale sviluppo di una rigorosa logica della composizione, di una scabra e musicale fermezza stilistica. “Lisca conficcata / tra carne e ossa, / pastoso deglutire / di soggetti e predicati, / liscia a tastoni / purezza violenta e tranquilla / cattura e consola / tra nome e immagine”.

Sulle tracce della più stilizzata musica contemporanea, da Bussotti a Sciarrino, l’autore ci parla di una lingua che viene dissolta dall’attraversamento delle stesse parole che la fondano. La sua scrittura è un oggetto che non può essere né definito né raccontato: sfugge, come la traccia fantastica di un passaggio alieno.Ogni parola è l’ombra di un’onda. Il presente nel passato che si crea nonostante il dire”. Ghignoli parla di un’alea consapevole del linguaggio, di un sogno della lingua davanti al quale il sognatore è sveglio, sì, ma anche estraneo, e controlla il flusso di coscienza delle immagini o attraverso improvvisi arcaismi o modificando il ritmo della sintassi, franta e imperfetta, orientata e disorientata insieme, come accade in alcuni “corpi celesti” della musica maderniana. In questa ricerca carnale della materia poetica, “tra carne e ossa”, “tra nome e immagine”, si sviluppa l’affilata, ritmica intelligenza della sua poesia, che traversa la propria vertigine. Il concetto di “traversare la vertigine” incrocia anche il compito del “traduttore” (Ghignoli è raffinato traduttore di poeti contemporanei di lingua ispanica). Il traduttore traghetta, “transduce” una lingua verso un’altra lingua, aprendo fessure nel linguaggio. Quasi fosse proprio questo il compito della poesia: scavare crepacci ma offrire nodi e corde per sostare lungo il precipizio. Ghignoli insegue lo strazio sottile e acuminato di questa trasparenza.

La malinconia profonda di Ghignoli suggerisce analogie con le riflessioni di Pessoa e le speculazioni di Leopardi su quella che è la sostanza della poesia stessa: vivere in un posto che è “parallelo alla sua stessa ombra”, abitare una vita insidiata dalla sua dissoluzione ma non rinunciare a descrivere questo spasimo, in una propria tormentosa “scienza degli addii” (Mandel’štam). Lo scrittore afferma di essere “l’intruso” – dilemma che all’ironico Walser e al pensoso Quignard è assai familiare, un eretico, un “senza permesso”, e l’agonia della sua scelta è “far andare” il bisbiglio, trovare una giusta direzione espressiva per il proprio “difforme” respiro. Celan intitolava un suo libro di versi Svolte di respiro. La lezione celaniana è inscritta nella disperata ma sorvegliata semiafasia di Ghignoli, a cui preme solo “ciò che resta” del gesto poetico (M.E.).

Opere. In poesia: La prossima impronta (Gazebo, Firenze 1999), Fabulosi parlari (ibidem, 2006) e Amarore (Kolibris, Bologna 2009, Premio Lorenzo Montano 2010). In prosa: Silenzio rosso (Via del vento, Pistoia 2003), Lenta strana cosa (Formebrevi Edizioni, Caltanissetta 2018). Per la critica: La notte dell’assedio. Quattro poeti spagnoli contemporanei (Orizzonti Meridionali, Cosenza, 2005), Un diálogo transpoético. Confluencias entre poesía española e italiana (1939-1989), (Academia del Hispanismo, Vigo, 2009), La comunicazione in poesia. Aspetti comparativi nel Novecento spagnolo (Fara, Rimini, 2013), La palabra ilusa. Transcodificaciones de vanguardia en Italia (Comares, Granada, 2014). Ha curato numerose edizioni critiche su autori spagnoli, portoghesi e ispanoamericani all’italiano, fra cui José Hierro, Luis García Montero, Camilo Pessanha, Hugo Mujica, Juan Gelman. Suoi scritti sono stati tradotti in polacco, spagnolo e tedesco. Redattore della rivista L’area di Broca”, è  codirettore della collana “Quaderni di poesia europea (Orizzonti Meridionali, Cosenza) e vicedirettore del programma radiofonico “Sala de ensayo” (Radio Círculo de Bellas Artes, Madrid). È docente presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Malaga.

IL VALORE DELLLE COSE NUDE. Jannis Ritsos

Il valore delle cose nude*

Quelli

Quelli che si nascondono dietro a quelli

quelli che hanno bruciato gli alberi

che hanno bruciato gli uccelli e i bambini

quelli che hanno bruciato l’acqua

fra un chicco di riso in fiore e una farfalla

Esattamente quelli che si nascondono dietro a quelli.

*

Tutt’e tre

Fece due passi indietro

per indicare il colpevole

l’altro infilò le mani in tasca

per non indicare il colpevole

il terzo chiuse gli ochi

per non vedere.

Li fucilarono.

*

Nel museo

S’infilò nell’armatura di ferro

all’angolo del Museo –

forse per combattere?

non nascondersi?

L’ora trascorsa.

Il guardiano agita le chiavi.

Chiude.

Le statue saranno almeno d’accordo?

*

Resistenza

Cool fremito delle palpebre

col dito mignolo dell’erba

col sienzio con la parola

col movimento con l’immobilità

Dietro il finestrino del treno

gli occhiali del miope

la sigaretta del guardiano notturno

il pezzo di carta sotto la porta

la scarpa la tosse il segnale

perfino la stella

quella stella accanto al comignolo

come riescono a vedere e camminare

in tante notti?

*

Sincerità

Ostinatamente

volontariamente

necessariamente

giacché vivi giacché viviamo

ora noi

domani gli altri.

Non mentire.

Giacché viviamo.

E l’albero sulla cancellata

la foglia la tazza il tagliacarte

la stretta di mano il sono

la poesia.

*

Così

Come altrimenti?

No il nero.

No.

I sette colori

gli otto

i nove

sul vetro della finestra

quando il mattino passano

i fiorai

i fruttivendoli

quando non vuoi morire

malgrado il mal di testa

e la mela

rotola sull’umido marciapiede addentata.

*

Li-ber-tà

Ridirai la stessa parola

nuda

quella

per la quale hai vissuto e sei morto

per la quale sei risorto

(quante volte?)

proprio per nulla.

Così tutta la notte

tutte le notti

sotto le pietre

sillaba a sillaba

come la fontana che gocciola

nel sonno dell’assetato

goccia a goccia

ancora e ancora

sotto le pietre

tutte le notti

contata sulle dita

semplicemente

come quando dici: ho fame

quando dici: ti amo

così semplicemente

respirando

davanti alla finestra

li–ber–tà

*I testi sono tratti da: Jannis Ritsos, Il valore delle cose nude, introduzione di S. Saglimbeni, traduzione di C. Sangiglio, Edizioni del Paniere, 1980.

SEMPRE OLTRE. Massimo Barbaro

Nei suoi Cahiers e nelle Entretiens, E.M. Cioran ha spesso avuto parole di disprezzo per i critici e la critica, giustamente accusati di distanza, inconsistenza, astrattezza, inautenticità, e, in definitiva, di incapacità rispetto a qualsiasi opera. È anche per questo motivo che mi astengo dalla critica, eccettuati i lavori di amici o autori che per qualche motivo conosco personalmente. In qualche raro caso ho accettato di recensire libri “su commissione” – scrivendo per riviste e altri progetti collettivi succede – ma anche in questo caso la recensione è diventata causa di amicizia, anche se con la distanza e la sporadicità del tutto normalissime nel caso di autori illustri. Ad ogni modo, mi accosto sempre alla critica in senso kantiano, fenomenologico, ontologico, e non crociano o lukacsiano. Scrivo solo se i libri altrui costituiscono pretesti per dire cose che mi appartengono, scrivo di libri quando me ne sono appropriato, da una distanza estrema, e non solo da ogni intento valutativo.

Una profonda amicizia e qualche complicità letteraria mi legano a Marco Ercolani. Ciò nonostante, mi sono accinto a scrivere del suo Sentinella, apparso nella Collana di poesia contemporanea delle Edizioni Carta Bianca (Bazzano, 2011) dopo più di un anno. Per un preciso motivo, di cui accennavo in una conversazione con Stefano Massari, che della piccola casa editrice emiliana è animatore: il lavoro poetico di Ercolani, il secondo dopo Il diritto di essere opachi (Milano, La Vita Felice, 2010, prima opera in versi e sistemazione di un lavoro poetico più che decennale), rende inutili e impubblicabili le 200-300 pagine in diversa misura già limate e composte che chiunque maneggi la poesia e non sia affetto da esibizionismo compulsivo tiene da qualche parte in un file, versione moderna del “cassetto del poeta”.

Scrivere poesia dopo Sentinella di Ercolani non è più possibile. Ci sto pensando seriamente. E questo libro aggiunge motivazioni più elevate e oggettive a quella che potrebbe essere solo una scelta frutto di un’elaborazione o di una vicenda personale. Quella serietà richiedeva tempo. Ercolani ha spinto la poesia al suo limite estremo, oltre il quale non è lecito andare. Quello della liceità non sarebbe un problema. È che proprio oltre quel limite non è possibile andare. Ci si potrebbe interrogare su quale bisogno ci sia di dover andare poeticamente sempre oltre, ma inutilmente: il poetico – ha ragione a dirlo Bertoni, e da tempo – non è il dominio dell’intimismo e dell’introspezione, buon discrimine della poesia per diletto, bensì lucidità cioranamente intesa, sentenza che nessuno ha pronunciato, condanna autoinflitta, accettazione di destino, inconsistenza vincolante. Che senso ha più scrivere versi? Il secolare dibattito e l’evoluzione della ritmica, della metrica e delle forme, l’influenza pur vitalissima della gnomica appaiono distanti, fuori luogo. Ecco: il luogo. Il luogo della poesia conserva ancora un barlume di vigenza:

«Disegno sul muro con temperini spuntati, città inutili e favolose, composte di nuvole o di foglie. Di quelle città, dove sono sveglio e dove dormo, sono io la sentinella».

E subito dopo:

«Le vedo, circondano il precipizio: sono montagne reali» [p. 6].

La follia, l’arte, la rappresentazione linguistica e simbolica, la materialità, la quotidianità, il lavoro, la salute, la malattia e il limite. Il limite, sempre. La materialità e la vita, cose che hanno a che fare con la spazialità e la temporalità. Il luogo. Dove temporalità e spazio sono indistinguibili, dove il limite cessa di essere demarcazione visibile, esterno, per apparire fugacemente per quello che è: segno interno, linea tracciata sull’acqua. Le città disegnate sui muri sono quelle che abitiamo. In realtà, abitiamo muri. Divisioni, distanze, misure terrene dell’incolmabilità, voragini, abissi, quotidianità, abitudini, comodità illusorie. Montagne che circondano il precipizio. Sono montagne e precipizi reali. Il deserto del reale. Benvenuti nel «deserto del reale». Ma in quel deserto non siamo benvenuti.

«Non conoscere le risposte e non comprendere le domande: sapere. Ogni realtà rinvia a realtà ulteriori, tangibili come la polvere nell’aria. Se la luce che arriva sul foglio fosse tanto forte da cancellare le parole…» [ivi].

Ha fatto benissimo Massari a ritornare al progetto originario, dopo un tentativo di composizione tradizionale del testo in consueti versi aderenti, accorpati, divisi dal salto pagina. Il luogo del testo di Ercolani comincia proprio nella pagina, si sarebbe tentati di evocare un’ecologia poetica se, come dicevo poc’anzi, non nutrissimo riserve per le categorie della critica. Il respiro spezzato. La sentenzialità quasi epigrammatica, semmai. Ma guai a parlare di laconicità o di poème en prose. Il dubbio di Massari di fronte alla pagina di Ercolani testimonia il disorientamento di un poeta, un altro, quale Massari è, molto attento alla cifra della propria scrittura (al punto da usarla perfino nella corrispondenza privata…). Senza alcun dubbio la scrittura di Ercolani spinge il poetico al limite proprio nella misura della brevità, una brevità densissima e capiente. La spaziatura doppia tra un’isola e l’altra (solo i primi due testi della sezione Il miraggio cieco si sottraggono, inspiegati, a questa scelta stilistica) si attraversa con un senso di ingiustizia. Si abbandona con riluttanza il testo che precede, si sprofonda nel successivo, si potrebbe continuare, ma ci si ferma. Si torna indietro. Percorso difficilissimo, metafora elevatissima di ben altre (e alte) aporie, ma lettura agevolissima, leggerissima. La stessa facilità dalla quale non smetteremo mai di mettere in guardia. Ancora una volta la dimensione tipografica si presta; a proposito dei libri di Carta Bianca non smetto di sottolinearne la costitutività del materico: l’esilità, il corpo tipografico minuto, la portabilità, che anche questa volta si rivelano essenziali al testo. Neppure il «pensare breve», la scrittura aforismatica, che da tempo indico come unici orizzonti possibili, possono perimetrare il luogo che Ercolani delinea. Un luogo non solo oltre cui è difficile andare, ma anche un luogo da cui è difficile, se non impossibile, tornare.

Rischiando di essere tacciato di banalità, non posso fare a meno di accostare questa difficoltà del ritorno a un’altra visione di deserto del reale, quella del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. La banalità è data dalle assonanze e somiglianze dei luoghi. Ma in questo caso i luoghi diventano topoi. Assonanze e somiglianze, apparenti. Del romanzo di Buzzati è forse possibile oggi isolare alcuni nodi, in modo del tutto autonomo dalla lettura prevalente, da una prospettiva del tutto particolare. L’affacciarsi sul niente, l’attesa del niente come metafora della mancanza di senso e inutilità ontologica e esistenziale, l’indifferenza di trovarsi al mondo; l’inutilità, e tuttavia la coazione a dedicarvicisi, tracciano i solchi di uno scetticismo stoico e post-esistenzialista. Le alternative città/avamposto, facilità/difficoltà, viltà/eroismo, fuga/resistenza possono essere estremizzate – se non ora, quando? – come antinomia suicidio/vita: la scelta stoica di restare al proprio posto, pur insensata e inutile, è l’unica che può farci ritenere di trovare quello stesso sorriso di Drogo di fronte alla morte. (Ma posso – pur sempre – sbagliarmi).

Nessun estremismo abita la cittadella di Ercolani. Più che in una fortezza, i turni di guardia che si snocciolano nella traccia del tempo avvengono in luoghi della pietà, una pietà sempre più scettica e disillusa. Non è solo pietà per un’umanità sempre sofferente, di mali vecchi e nuovi. Pietà per le parole, per inchiostro e carta, per chi impiega tempo assurdamente, inutilmente, senza senso alcuno, lasciando tracce.

«Questo foglio è sempre stato bianco. Lo sarà anche dopo la mia scrittura».

«[…]Annotare impressioni. Essere su questo pianeta e fingere di non esserci. Ma, dopo, esserci veramente come chi trasforma le nuvole passeggere del suo mondo parallelo in un mondo reale documentato da atlanti, strade, nomi, percorsi e che non smetterà mai di esplorare – vero, sporco, imperfetto, sonoro, opaco, luminosissimo. Scia di parole. Cosa tenera e viva». [p. 18]

Dio (o chi per lui, o cosa) solo sa se da questi turni di guardia mai troveremo merito.

(2012)

Marco Ercolani, Sentinella, Bazzano, Carta Bianca, 2011, € 12.


CONGEDO. Giorgio Galli

Giorgio Galli (Foto di Chiara Romanini)

Gentile dottore,

ho deciso di rinunciare al suo aiuto. Il motivo della mia decisione non le piacerà, ma la prego di rispettarla e di non cercare di convincermi a tornare indietro.

Vede, io ho studiato letteratura su libri di testo in cui le critiche avevano un’impostazione psicanalitica: così, se Pascoli parlava di un fiore, quel fiore doveva simboleggiare gli organi genitali di una donna e alludere all’impossibillità per il poeta di vivere un rapporto d’amore. Tutto questo ha avvelenato la mia crescita inducendomi a pensare che la letteratura fosse una malattia. Troppo tardi ho capito che la mia malattia non aveva niente a che fare con la letteratura: troppo tardi, quando già mi ero preso responsabilità familiari e di lavoro che mi impedivano di ricostruire quell’amore giovanile e di portarlo avanti. Per colpa della sua disciplina ho perso quella porzione di bellezza che avrebbe potuto migliorare la mia vita.

Ricorrere a lei per scoprire la mia vera natura è stato un errore nell’errore. Ormai sono convinto che la vera personalità di un uomo sia quella pubblica. Il Novecento e la sua disciplina ci hanno abituati a scavare nell’inconscio delle persone rendendole tutte uguali, i grandi come i meschini, perché nell’inconscio siamo più o meno tutti uguali. E’ nelle manifestazioni che emergono le nostre differenze, le nostre più profonde individualità. Nel modo in cui modelliamo la materia magmatica del subcosciente per farne vita. E allora chi, come me, è in cerca di un’identità non la troverà mai in quel rutilante materiale di base. La troverà fuori. Si deve essere superficiali per profondità, diceva Nietzsche. Per questo io rinuncio alle sue cure. Per questo penso che, per conoscermi meglio, d’ora in poi vivrò solo in superficie.

Non creda che non le sia grato per il lavoro fatto fin adesso.

Cordiali saluti,

AFORISMI. Alda Merini

Aforismi*

A volte Dio

uccide gli amanti

perché non vuole

essere superato

in amore

*

Sono piena di bugie

ma Dio

mi costringe

a dire la verità

*

La vera misura

dell’uomo

è la pace

*

Dormivo,

e sognavo

che non ero

al mondo

*

Ciò che lega

la parola del poeta

è il turgore segreto

del suo potere nascosto

*

Sono molto

irrequieta

quando mi legano

allo spazio

*

Non sempre

si riesce

ad essere

eterni

*

Ci sono notti

che non

accadono mai

*

Qualche volta

il nostro angelo migliore

depone le uova

*

Non si sa mai

quanto sia lunga

la lingua

degli innamorati

*

Se Dio mi assolve

lo fa sempre

per insufficienza

di prove

*

Gusto il peccato

come fosse

il principio

del benessere

*

Il poeta

che vede tutto

viene accusato

di libertà

di pensiero

*

Le libellule

riposano

su un fianco solo

*

Non mi lascio mai

escludere

dal mio io

*

La calunnia

è un vocabolo sdentato

che quando arriva

a destinazione

mette mandibole di ferro

*

Il veliero

del mio canto

è fatto

di motori

e spugne

*

Non sono

una donna

addomesticabile

*

Sono stanca

di sentirmi

inventare

*

Io amo perché

il corpo

è sempre

in evoluzione

*

La veste

è il fogliame

dell’uomo

che copre

la nudità

del suo respiro

*

Dietro ogni

libertà sospirata

c’è in agguato

una belva

*

La lobotomia

è il tocco finale

di un grande

parrucchiere

**

Questi aforismi di Alda Merini sono una scelta

fatta tra le centinaia stampati nei libriccini del Pulcino

in quattro anni di assidua frequentazione.

Autentiche perle dettate al telefono

o al tavolo di un bar del Naviglio.

I ritratti invece sono nati casualmente

da una mano non abituata al disegno,

per ricordare gli amici come in un gioco.

Alberto Casiraghy

*I testi sono tratti da: Alda Merini, Aforismi, Edizioni Pulcinoelefante, 1996.