PAESAGGIO CON VIANDANTI. Barbaro, Ercolani

Paesaggio con viandanti

di Massimo Barbaro e Marco Ercolani

Un’amicizia eretica. Riconoscersi in un amico, in un suo gesto. Con le parole e con la negazione delle stesse, come se l’altro fosse sempre lì, a prendere il senso nel momento stesso in cui uno lo lascia andare.
Eppure ad ogni sosta, ogni contemplazione, ogni tentativo di azzeramento, di tensione verso l’orizzonte, la vita erompe, eccede, con i suoi gesti, i suoi desideri, i rumori.
L’aforisma diventa la forma in equilibrio, tra il dire tutto e il non dire niente, quella centratura che tiene il passo.
Una lettura che scaraventa sui muri della stanza, in continua opposizione tra la stanza e il fuori. Tra la stanza, la pagina, il chiuso, un osso dove sbattere le mani. E la natura che spalanca e respira, il sole il bosco il cielo il vento. Non un’opposizione, un ossimoro perfetto.
Come il dentro e il fuori, il muro e lo specchio, la luce e l’ombra, l’infinito e il limite. Il silenzio e la parola. Sono ossimori che ci definiscono: solo su entrambi gli estremi, possiamo muoverci e pensare.

(dalla Prefazione di Paola Turroni)

Paesaggio con viandanti*

Black & White

Scrivo perché il muro nero della scrittura diventi il bianco di ciò che non sono ancora stato.

Ritorno a Eleusi (necessità, virtù)

Piove. Le gocce che cadono giù lungo il vetro lo fanno come versando latte ad Ananke nel tempio di Corinto. Ogni volta che sollevo lo sguardo dal foglio o dalla tastiera, mi dico: basta. Asciugo l’orlo del kernos. È vuoto.

Vedere chiaro

Talvolta non scrivere rende sereni e permette di sognare. Ci si vede meglio al buio che nella luce delle parole. Tutto è molto più leggero e tacere sembra l’atto meno oltraggioso.

Pagina bianca

Sulla pagina, quello che non sono mai stato e quello che non sarò mai si incontrano, si guardano e si allontanano, senza dirsi una parola.

Non scrivere, non dire. Non fare. Il nulla andrebbe rivalutato.

Una scheggia

Ma non è forse inevitabile narrare sempre la nostra ferita? Se siamo certi di questo, il nulla non è vago: è una scheggia del nostro specchio.

Notte luminosa accecante

La certezza di non sapere, che da sola è già filosoficamente intrigante, entra nell’introspezione: la certezza di non sapere chi sono. Siamo più di quanto possiamo sapere. Forse abbiamo più vite – questo di solito inquieta… gli altri – ma certo abbiamo più vita di quanto la vita possa contenere. E questo causa – negli altri… – il dolore del distacco. (So cosa vuol dire; la morte nel cuore…). Ma ora la serenità.

Sto nel tempo, nello spazio. Guardo al tempo e allo spazio. La coscienza dell’essere (sulla lastra, trasparentissima del non-essere). La certezza di sapere. Che è solo questione di tempo, di spazio. Luoghi dell’aperto. Attimi che si dilatano. E traboccano la vita.

Il liberatore

Gli sarebbe piaciuto trovare, dentro il muro, dentro le sue pietre, la parola giusta, quella che avrebbe potuto liberare i prigionieri che avevano subìto il muro come un carcere. Non sarebbe servito trovarla – non a loro, ormai polvere – eppure (se le parole sono semi, se i muri non smettono di esistere…) è fondamentale trovarla.

Il salvatore

Schiavi incatenati nella caverna. Uno di loro intuì. Si liberò, corse fuori. Conobbe. Il primo pensiero fu per i suoi compagni. Tornare; spiegargli.
Così fece. Non gli credettero.

Doppelgänger

Sono seduto a uno spettacolo, in platea. Mi chiamano per rianimare una persona. Io mi alzo scocciato; lo vedo accasciato su una poltrona, svenuto, farfugliante, palesemente ubriaco. Lo prendo per le spalle, lo sveglio. Poi ritorno il mio posto. Qualche minuto dopo lo stesso uomo, sobrio e sereno, mi riporta la mia cartella, quella che avevo dimenticato al suo fianco.

L’opera

Per scrivere è necessario che il libro diventi un sogno da modellare.

Scrivere brevemente ciò che osiamo sognare.

Resta il bisogno di un cielo leggero e muto, di un pino unico e mai visto.

Vedersi allo specchio, padri del proprio riflesso. Tornare a sperare che non sia accaduto nulla.

Certe grida: la loro febbrile inesistenza.

Oltre la linea d’ombra c’è una linea d’ombra che arriva da una luce inconcepibile. Ora dobbiamo solo metterci in viaggio.

Un capolavoro

Di ritorno dal viaggio che non ho mai fatto, apro la porta, e esco.

L’aperto. Si esce dalla vita per entrare nello spazio e nel tempo.

L’infinito, e l’infinitesimo. E nel mezzo dell’illimite, noi, a confermare la regola.

Astrofisica. Il silenzio: materia oscura, energia oscura; la parola: lo spettro del visibile.

Ritratto: oggetti Messier, ammassi, nebulose, galassie. Varianza cosmica. Vale a dire: io, ripreso da lontano.

*I testi sono tratti da: Marco Ercolani e Massimo Barbaro, Paesaggio con viandanti, Joker, 2015.

GOSSIPS SU MANET. Stéphane Mallarmé

Éduard Manet, Portrait of Stéphane Mallarmé, 1876, Musée d’Orsay

Gossips su Manet*

Artistic gossip

Ogni tanto alcune visite nei grandi atelier di Parigi offrono motivi di interesse. Manet, di cui si può vedere in questo momento, nel meraviglioso studio londinese del suo compatriota Tissot, un Coin de Venise, prepara un ritratto in piedi e a grandezza naturale di Faure in Hamlet, che verosimilmente è destinato a un’esposizione inglese. Ma forse una delle note più britanniche che il pittore abbia trovato si manifesta in uno dei suoi due quadri già finiti per il Salon del 1876: Le Linge (in cui, stagliandosi en plein air sull’ombra trasparente causata da un fondo di verzura, una signora, in abito da mattino, lava da sé, in un giardino di città, e fa asciugare al sole un bucato imbevuto di luce); l’altra tela è un ritratto in piedi, reale come un’incisione di moda ingrandita, e seducente come la vita stessa, di una giovane in abito da passeggio, un vestito di seta nera senza scialle né mantello e un cappello di feltro con piuma nera. Poche cose, nella pittura contemporanea e persino nell’opera del maestro, recano un sigillo così decisamente moderno.

* * *

[Fine-art gossip]

Da due anni Manet ha tentato di dare, quale maestro e precursore, la nota esatta del movimento moderno della pittura francese (di cui si trova a capo) in grandi studi di plein air. Tutti hanno visto all’ultimo Salon di Parigi e vedranno all’esposizione della Society of French Artists di Londra il quadro intitolato Les Canotiers; l’invio del pittore al Salon del 1876 ha appena lasciato il suo atelier, ed offre il complemento dello sforzo tentato un anno fa. Titolo: Le Linge. Su un fondo di verzura e di atmosfera azzurreggiante delimitato da un giardino di Parigi, una signora in abito azzurro lava, per passatempo, quel che della sua biancheria non è già steso ad asciugare nell’aria trasparente e tiepida: un bambino emerge dai fiori e guarda il bucato materno. Il corpo della giovane è interamente bagnato e quasi assorbito dalla luce, che lascia sussistere di lei solo un aspetto ad un tempo solido e vaporoso, come vuole il plein air a cui oggi tutti tendono in Francia: il fenomeno si produce principalmente nei riguardi delle carni, macchie rosa mobili e fuse nello spazio circostante. L’opera, sorprendente in sé e dotata del massimo fascino, offre all’avvenire une delle date più decisive dell’Arte contemporanea. Speriamo che percorra poi la stessa strada della precedente, e venga ad iniziare l’Inghilterra a tutto un nuovo modo di percepire e di dipingere che, fra pochi anni, sarà tipico del continente.

* * *

[Fine-art gossip]

Uno dei quadri inviati al Salon di pittura da Manet, Le Linge, segnava, come abbiamo detto, una data nella carriera del pittore e al tempo stesso una delle evoluzioni dell’Arte moderna. La giuria, cedendo alla considerazione erronea che il proprio ruolo fosse, innanzitutto, quello di mantenere una tradizione, ha creduto doveroso respingere, quest’anno, il doppio invio del Maestro: un buon atto di guerra forse, ma che pecca in quanto il pubblico può esigere che non si sottraggano al suo giudizio definitivo le prove di una causa estetica pro e contro la quale si è appassionato già da lunghi anni. Manet l’ha intesa così e si è preso a cuore il fatto di rendere la folla testimone degli sforzi da lui compiuti, organizzando nel suo atelier un’esposizione delle due tele, che, dal 15 aprile al primo maggio, diverrà uno dei luoghi d’incontro più frequentati della Parigi che pensa, esamina e critica.

(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)

* I tre pezzi qui raccolti (il titolo complessivo è nostro) sono tratti da S. Mallarmé, Œuvres complètes, vol. II, Paris, Gallimard, 2003, pp. 427, 438-439. L’autore li ha scritti, fra il 1875 e il 1876, per la rivista inglese «The Athenaeum», ma solo il secondo vi è stato pubblicato, in data 1 aprile 1876, mentre gli altri due sono rimasti inediti. Com’è noto, in inglese gossip significa «chiacchiera», «pettegolezzo». I quadri di Édouard Manet a cui Mallarmé fa riferimento sono, nell’ordine, Le Grand Canal à Venise (Il Canal Grande a Venezia), 1875; Jean-Baptiste Faure dans l’opéra «Hamlet» d’Ambroise Thomas (Jean-Baptiste Faure nell’opera lirica Hamlet di Ambroise Thomas), 1877; Le Linge (Il bucato), 1875; La Parisienne (La parigina), 1875; Argenteuil, 1874. [N. d. T.]

I “Gossips su Manet” erano già apparsi online in “Biblioego”, 2008.

L’OCCHIO E LE PAROLE. PER BERNARD NOEL. Lucetta Frisa

L’occhio e le parole. Bernard Noël

di Lucetta Frisa

«Sempre legata alla corporeità, la mia scrittura si sviluppa da “scrivo quello che vedo” a “quello che scrivo mi vive”. Questo percorso si realizza con naturalezza. Obbedisce allo sviluppo della mia coscienza che, intensificando la sua percezione primaria, giunge a creare, nel suo centro, la facoltà della vista nello stesso momento che vede. Appare, in tal modo, una funzione di sintesi in cui l’organo è una specie d’occhio centrale – un occhio che, attraverso la visione simultanea del contenuto dello sguardo e del processo del guardare, crea un nuovo modo d’indagine e di conoscenza. Questa conoscenza è, simultaneamente, tanto il sapere quanto il sapere di sapere che, dall’occhio da cui è sorto, fino al centro del “conosciuto”, mette in circolo un movimento di scambio che è organico come un qualunque circuito nervoso. Questo movimento assume il ruolo di un sistema nervoso, nel senso che non si accontenta solo di mettere in rapporto, ma sa controllare, autocontrollarsi e informare. Da qui, il fatto di vedere e di vedermi mentre vedo diventa un fenomeno fisico indistinguibile dagli altri, se non per la sua acutezza e il suo potere di concentrazione. Da questo momento, non mi definisco più in rapporto a un “interno” e a un “esterno”, ma, sinteticamente, io sono tutti e due. Sono tutti e due perché li comprendo in me. La scrittura è l’espressione di questo “io sono tutti e due” in cui trovano una tale coincidenza il mio pensiero, il mio sguardo e la mia carne (il mio Io, la mia Coscienza e il mio Me stesso) che manda in pezzi tutto il vecchio dualismo in quanto non ha più nessun senso. Io sono. Sono questo occhio aperto al centro della mia coscienza, e mai niente è stato così chiaro di questo sguardo inseparabile dal mio corpo. Il mio corpo è al tempo stesso guaina e focolare di questo sguardo, ma non produce la sua materia se non per pensarla. E ora so che non c’è mezzo di pensiero, non c’è un Io-da-pensare, che sarebbe lo spirito, ma tutto il pensiero scaturisce e si ascrive al culmine di questo lavoro materiale, lavoro del corpo che esprime questo pensiero nel corso del guardare come ho cercato di descrivere e che è l’unica sorgente delle parole (Gennaio 1956).

Nota 1

La minima carne, in me, ha la sua rétina.

Il minimo gesto, la minima immagine e

il mio sguardo al suo estremo hanno una rétina.

L’ombra va in mille pezzi.
Ovunque non c’è chiusura.

Nota 2

Poter passare,

poter dire a domani o a dopo,

poter dire ieri o anticamente,

era questa l’ombra degli organi.

Ora, tutte le facce del volume sono visibili

allo stesso tempo.

Ora,

eccomi in un mondo dove le palpebre

servono solo per dormire.

Nota 3

Centro del centro del centro,

a perdita d’occhio,

ma l’occhio mai si perde:

un altro occhio gli dà il cambio

lo guarda

lo obbliga ad auto-guardarsi

moltiplica il suo potere.

Occhio nell’occhio,

occhio corpo dell’occhio,

occhio osso del tempo.

Ho scelto questo brano in prosa e queste tre poesie (che Noël chiama note) perché appartengono a Le lieu des signes, scritto nel 1956 (oggi pubblicato in Unes Editions, 1988), dove sono raccolti i primi testi di Noël e da lui considerato, a tutti gli effetti, il suo primo libro. È dunque un volume fondamentale per avvicinarsi a tutta la poetica di Noël, che qui mostra le proprie basi, già perfettamente strutturate, per poi amplificarsi, approfondirsi, condensarsi in diverse variazioni, nei libri successivi: molti saggi e romanzi, moltissime poesie in cui ribadisce la poetica dello sguardo e del corpo, poetica suggerita dalla conoscenza di Artaud e Bataille (sul solco di Nietzsche ancora prima tracciato da Spinoza). È la percezione del corpo come psiche e della psiche come corpo con i suoi sensi allo scoperto – in particolare la vista e con la vista la visione – che recitano il dramma splendido e orrendo della vita nella sua inseparabile danza con la morte.«Il faut voyager dans son corps à la rencontre du temps» è una sua frase altamente indicativa nella sua disarmante semplicità. Pochi autori come lui hanno avuto la spudoratezza di mettere cuore e intelligenza così à nu, portando all’estremo le proprie convinzioni. In queste tre brevi poesie enunciative della sua poetica che seguono il brano precedente, si avverte questa presa di coscienza simile a un’assoluta folgorazione insieme allo stupore che provoca: il corpo può essere squadernato come un disegno cubista, dove la luce, avvolgendolo tutto, lo costringe a una veglia insonne, indicandogli il suo limite e allo stesso tempo il suo infinito.

Quasi quarant’anni più tardi Bernard Noël, in uno dei suoi libri di poesia tra i più belli e convincenti L’ombre du double, ci riparla di una vista triplice se non molteplice. Molteplicità e complessità di sguardo che ritroviamo in tutti i grandi autori contemporanei, a cominciare dal nostro Pirandello in Uno, nessuno, centomila fino allo scrittore e pittore belga Henri Michaux: «L’io non esiste. Io è una posizione di equilibrio».

che cos’è l’oggettività

la terra è curva e il senso

un dado buttato nell’occhio

lo spazio divora tutti i luoghi

bianca notte la bocca vede

il suo tu qualcosa una fossa

nell’aria una mano va via

ritagliando la forma del mondo

davanti ad ognuno si alza l’altro

*

la piega di un gesto un labbro

nel fumo qualcuno cammina

attraverso di sé e

non se ne va il tempo

tocca le mie ossa un’ombra

cerca la mia presenza

nella luce che uccide

tutta la vita scorre fuori

la memoria più non respira

*

un tu inciso nello sguardo

scava di fronte lo stesso buco

centrale come nell’occhio

chi è solo vede la solitudine

alla fine di tutto un viso nero

forbici d’illusione

ritagliano un io d’angelo

la sua ala nella mia bocca

è la lingua del tu

Da L’ombra del doppio

(I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure, 2007, trad. di Lucetta Frisa, edizione originale P.O.L. Editions, Paris 1993).

Bernard Noël nasce il 19 novembre 1930 a Sainte Geneviève-sur-Argence nell’Aveyron. Gli avvenimenti che lo hanno segnato sono quelli della sua generazione: la bomba atomica, i campi di sterminio nazisti, la guerra del Vietnam, la scoperta dei crimini staliniani, la guerra in Corea, la guerra d’Algeria. Al primo libro, Extraits du corps (trad. ital. Estratti del corpo, Mondadori, 2001) segue un lungo silenzio. Dal 1969 inizia una sterminata attività di scrittura: ricordiamo il romanzo-scandalo Le Château de Cène e i grandi libri di poesia, La chute des temps e L’ombre du double, tradotti in Italia da Guanda e da Joker. Diversi i libri ispirati ad artisti come Géricault, Giacometti, Masson, Michaux, due volumi teorici sull’arte, Roman d’un regard e Les yeux dans la couleur e diverse plaquettes con artisti contemporanei. Studioso di Sade, Bataille e Artaud, scrive un saggio sul rapporto tra Antonin Artaud e Paule Thevenin, Artaud e Paule (I libri dell’Arca, Joker, 2005). Molti i suoi libri significativi in prosa, tra cui la Langue d’Anna, dedicato ad Anna Magnani, Le Syndrome de Gramsci (trad. ital. Manni, 2001), Il poema dei morti (trad. ital. Book, 2020). Nel 2005 è stato candidato al Nobel.

CINQUE SONETTTI LIBERI. Alessandra Paganardi

                                                                                                                                                         

FUORI ORARIO

Forse pensava a noi Claudio Baglioni

quando scriveva il suo Piccolo Grande

Amore. Pensava ai tuoi vent’anni

pieni di musica sulla salita

Sant’ Agostino, alle tue tre di notte

col mondo in testa tutto da rifare

azzurro e sveglio nel buio dei vicoli

ai miei nove anni – una pagina non scritta,

il mondo avanti a me tutto da fare.

Avevi proprio “il doppio dei miei anni”

non molto dopo, mille novecento 

settantaquattro – non lo sapevamo

che il tempo qualche volta sa aspettare 

due strani adolescenti fuori orario.

L’ULTIMA VOLTA 

Se sarà stata poi l’ultima volta

lo sapremo soltanto a cose fatte

un evento di cronaca o un tramonto

che lascia il cielo all’improvviso sporco 

se per l’ultima volta io specchiavo 

gli occhi nella tua acqua senza ombre

e l’ultimo metrò senza annunciarsi

mi deponeva su un binario scuro

l’ultima volta che non sapevamo 

se la bellezza in noi dalle radici 

eri tu oppure io ma non contava

e quando è stata quell’ultima volta 

che vivere sembrava naturale 

l’ultima volta, amore, che mi eri.

SONETTO DI ERIS

E ogni volta che non ti comprendo

è la parola che manca, non noi

quella parola che non basta al cuore

che pesa più del pensiero e si muove

lenta più della vita. E ogni volta

che non sono felice al tempo giusto

non è la gioia che manca, è il bicchiere

troppo piccolo per la meraviglia

che da te a me trabocca come un dono

temuto e provvisorio. Siamo frecce

sbagliate di un bersaglio irraggiungibile

qualcuno disse “un legno storto”. Prendo

l’asta che cade e sempre ricomincio

ad amare il traguardo all’orizzonte.

L’ONDA E LO SCOGLIO

A volte penso che cos’è un ricordo

– appena visto tu lo puoi comprare

oppure ti sorprende dentro un pacco

come un moderno miracolo. O l’ombra

che ti attraversa mentre passa un treno

poi si scioglie nel sogno effervescente

che l’alba porta via con la tua sete.

Forse il ricordo è la forma del niente:

quel niente che ti lasciano le cose

quando vogliono stare e poi vanno

via, tristi come vecchi. È l’incontro

fra lo scoglio e quell’onda di ieri –

soltanto ciò che più non è rimane.

A MIO PADRE

Guardando in alto ho capito per caso

che cos’è il volo. Non somiglia a niente

che sia un istante, una nuvola azzurra,

un velo, un lieve brivido sospeso

sull’ala del ricordo o sull’eterea

strada dell’infinito, a riscattare il peso

lordo della materia che s’incatena

alle leggi del mondo. Quello stormo

trascinato dal sangue in simmetria

militare verso un altro po’ di sole

mi racconta che non esiste il cielo

che il sogno è nelle scarpe e nelle mani

adesso e qui, nell’esatto destino

scritto nell’ombra di un corpo che cade.



SENZA IL PESO DELLA TERRA

Senza il peso della terra è pubblicato nel 2020 dalle edizioni Gattomerlino dirette da Pietra Mattei. Il volume si compone di sette racconti clinici, dove descrivo patologie neurologiche e psichiatriche (amnesia, ipermnesia, sindrome ossessiva, encefalite letargica, stato schizoaffettivo, disturbi della percezione corporea) attraverso la maschera narrativa di un io molteplice, sempre coinvolto nelle forme dei diversi dolori. Nella fotografia di copertina di Paola Mongelli, Giacinto, una testa sembra dissolversi davanti a un muro da cui scaturiscono piante e fiori. Completa il libro questa epigrafe dello scrittore polacco Bruno Schulz: “Solo per caso il tuo libro è fatto di parole e ha forma di libro. In realtà è aria che si appoggia all’aria delle cose e così tutto diventa canto”.

(M.E.)

INDICE

Primo

Fuga dal caos

Un mondo troppo pieno

Secondo

La lucidità di un’ora

Disincarnato

Levo-Dopa

Caos inesistente

Terzo

Senza il peso della terra

**

«Libero, con tutti i colori e gli odori che si aggrovigliano. Vuoi scherzare? Iosono un magma, non ho più una vita mia. Non distinguo i miei ricordi veri da quelle che sono immagini comuni. I paesaggi mi marchiano gli occhi, la faccia. Tutto è sempre presente, non va mai via. Numeri, matite, insegne dei negozi: potrei riprodurre ogni cosa e descriverla dettaglio per dettaglio. Niente sparisce. Tutto resta. Il mondo è addosso a me, denso, vischioso, immortale. Un caos proliferante; una piazza aperta e illuminata, senza notte; un magazzino traboccante e sempre saccheggiato; un mercato assordato di voci. E io, a sognare che tutto sparisca. Mi ricordo, a tre anni, di quel fotografo: mi riprese mentre stringevo una palla, il viso paffuto, determinato, serissimo. Si intuisce che non la mollerò facilmente: è il mio gioco. Mi capita lo stesso con i sentimenti, costanti o turbinosi che siano: li stringo, temendo che volino via. Scrivo nello stato di allarme di chi può restare senza tutto. Scrivo nonostante. Quando mi si prospetta l’ipotesi di non avere più la palla, comincio a strillare, divento cupo. Poi il mondo diventa un gomitolo di immagini che mi rimbalzano addosso, migliaia di palle senza direzione, trascinate nell’aria…»

«In alcune favole persiane certe figure strane, dall’aspetto indecifrabile, reggono sulle loro spalle figure ancora più strane, che dalle prime ricevono nuove forme, se ne nutrono, si annidano in loro: è una perversa simbiosi alla quale, pur increduli, si finisce per credere. La realtà diventa un mondo curvo dove si annaspa, un tunnel asimmetrico dove uscire ed entrare sono atti che si assomigliano. Le parole sembrano pensate nel fondo di qualche foresta, percepite per settimane e per mesi, come quando, svegli da un sogno terribile, si passano alcuni minuti fra veglia e sonno in cui si patiscono ancora, fisicamente, le conseguenze del sogno; poi, non appena si è totalmente svegli, il pensiero deve ricominciare dalle parole. Le parole sono leggere e veloci: sono loro a possederci, non noi loro. Sono lì da millenni. L’uomo arriva, le usa, si esalta. Ma quelle resistono. Vorrebbe fondare nuove galassie di racconti, ma non c’è niente da aggiungere a nulla. Scrive per evitare che la mancanza di scrittura sia la resa definitiva alla molestia antica del mondo».

«Mi dici che qui intorno o c’è sabbia e c’è acqua, e che io devo tornare con te, con voi, nelle vostre baracche. Una gita per psicotici, una residenza protetta, una baraccopoli per matti: ecco cosa sarebbe la Corsica. Mi ammonisci a non essere me.

Sei davvero molto stupido. Dio, quanto sei stupido! Lo dovrò inventare io, il Don Chisciotte che renda reali i libri che ha letto e opponga la fantasia della parola a questo mondo che produce solo guerre e massacri? La realtà polverizzata dai sogni della letteratura. Da sempre ingaggio fierissime battaglie per dimostrare l’evidenza del sogno nel mondo reale che vorrebbe estirparlo.

Noi morremo, ma il sogno resterà. Le chimere restano.

Il Cavaliere dalla Triste Figura lascia la sua biblioteca, che narra di favolosi cavalieri erranti, per imporre al mondo il suo fantastico libro di avventure, le incredibili visioni, il comico inferno che obbedisce solo alla smisurata legge della sua fantasia. Si riderà dell’hidalgo maltrattato e offeso dal mondo perché vuole difendere inesistenti damigelle da clamorosi giganti. Si riderà di lui e con lui, perché tutti i poeti sono irrisi e offesi e rischiano la morte per dare verità alle loro fantasie ma non si pentono mai di avere fantasticato, perché questa è la loro unica realtà. Alla fine tutti lo rispetteranno: lui sarà stato quello che gli altri cercavano di essere e non furono, meschini e noiosi notabili dell’universo reale: lui solo sarà quello che ha desiderato essere, trasformando le favolose storie degli antichi cavalieri nel regno reale del Libro che percorre da eroe. Solo dalla finzione arriva l’autentica verità di noi. Strampalato, sporco, ferito, il Cavaliere non si ritira dal mondo: gli si butta addosso, frantuma i vetri dei bar e delle corsie, abbatte i giganti da sconfiggere. E tutto è sproporzione e sogno, e mai ci si deve svegliare: le persone sveglie sono persone morte».

VERSIONE CELESTE. Juan Larrea

Motivo

Sequenza di nomi eloquenti tendenti a splendore, poesia

è questo

e questo

e questo

E ciò che giunge a me in qualità di innocenza oggi

che esiste

perché esisto

e perché il mondo esiste

e perché tutti e tre possiamo correttamente cessare di esistere.

**

Nella nebbia

Nella nebbia razza della nostra razza domicilio

della mancanza di convinzione dei nostri fantasmi

dai gendarmi fino alle ipotesi più azzardate

fino ai mandorli costretti a presagire il futuro della nostra Europa

la nostra Europa e quella dei diplomatici

che subordinano i fiori alle segrete inclinazioni della nostra pelle

serbando un equilibrio esente da oziosità

occidente bell’occidente

prima che il sole trovi la maschera che cerca

tra i rami che già si china a raccogliere

L’uomo è la più bella conquista dell’aria

**

Lentezza della mia follia

Un piede dell’ombra rassegnato ad emettere dei fiori

più pesante di un dizionario aperto alla parola tartaruga

la note

lo spessore di un sentimento che incomincia a essere condiviso

i fili della conversazione da cui pendono le mie mani

la pioggia

la mia testa stillante lunghi gufi

è tutto

intessuto

ah! e le spighe di certi riflessi

EPSON MFP image

I testi, scritti in francese e spagnolo, sono tratti da Versiòn celeste (Versione celeste), Einaudi, Torino 1969, con introduzione e traduzione di Vittorio Bodini. Juan Larrea (Bilbao, Spagna, 1895 – Cordoba, Argentina, 1980) è l’appartato e misconosciuto fondatore del Surrealismo spagnolo. Versione celeste, pubblicato per la prima volta nel 1969, raccoglie il corpus integrale delle poesie.

L’ESSENZIALE E’ INVISIBILE AGLI OCCHI. Per Giovanni Grasso

L’essenziale è invisibile agli occhi*

L’essentiel est invisible aux yeux, scrive Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe. E da quel regno invisibile dove tutte le interrogazioni sono possibili e ritornano senza risposta, si affacciano, su fondali arabescati o cieli ariosi, le piccole figure sbigottite di Giovanni Grasso Fravega, imbevute di uno stesso pulviscolo lunare, affettuoso e straniante. Bisbigliano fra loro un codice ambiguo come certi spiritelli senza età, un po’ ironici e quindi profondamente tristi. Vivono sospesi sull’orlo del loro dissolversi, in un vuoto occupato dalla trasparenza, fittissima e luttuosa, del segno: facendoci scoprire che infanzia e saggezza, domanda e risposta, sogno e realtà, sono le facce di un unico specchio capovolto – paese fiabesco e disperato in cui primavere e inverni si accendono e spengono, prima che ce ne accorgiamo, e i loro abitanti, sereni e spettrali, teneri e struggenti, hanno quella lievità che solo Mozart ha il dono di conoscere.

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Détour. Appunti di arte e letteratura, “opuscola”, Genova 1985. Giovanni Grasso Fravega (1938-2019) stato è pittore e studioso d’arte antica. La sua produzione artistica, rara e preziosa, si compone di acquerelli e pastelli su carta. I temi prediletti sono figure umane, animali e fantastiche, collocate su uno sfondo che evoca un ricamo o la tessitura di un arazzo antico. Ha illustrato Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, le Fiabe di Charles Perrault e La Nuova Melusina di Wolfgang Goethe.

PER FERNANDO NANNETTI. Melani, Lippi. Ercolani

Ritorno a Volterra*

Son tornata a Volterra per Nannetti. Molti cari matti mi son stati e stanno tra i piedi, ma lui, con Costanza e pochi altri, anche nella testa e nel cuore. Era stata infatti esposta una sezione del suo strabiliante graffito, strappata e salvata da morte certa grazie all’intervento della Regione, del Comune, della Soprintendenza e della onlus volterrana Inclusione, graffio e parola, associazione a cui sta a cuore quest’opera e il suo destino. Appariva bella e malinconica, enigmatica come una Madonna di Piero, la Panchina dei catatonici a cui Mino Trafeli, come un innamorato (fu lui a scoprire il talento di Nannetti), s’avvicinava commosso sintonizzando le luci dei riflettori in quell’anfratto sotterraneo, la Cantina della Pinacoteca di Volterra. Ecco dunque le pagine: la scrittura, i disegni e i segni che scontornano le sagome dei catatonici che in quel rigoglioso giardino del reparto più triste dell’area ospedaliera psichiatrica, il Ferri appunto, si prendevano il regalo di un po’ d’aria e di solicchio, immobilizzati dalla malattia nelle loro assurde posizioni, quasi per sortilegio. Bella perché risanata e ben chiara, malinconica perché separata e spaesata, sembrava una reliquia in una sua umana sacralità.

E son tornata al Ferri. Un salto indietro nei paesaggi da incubo della memoria, non solo infantile: boschi inselvatichiti dall’incuria, rumori e voci che al nostro passaggio s’azzittivano, sterpi, edifici abbandonati e reparti con alte bifore come castelli, stralunati come enormi creature arenate… Non credo che mai vi sarei tornata, non fosse stato per Angelo Lippi che amabilmente ci accompagnava, carismatico narratore, nella lettura delle pagine dei muri di Nof.

È stato detto e fatto molto per Nannetti, ma poco è stato possibile fare per salvare il suo capolavoro. Missione impossibile fin dall’inizio ma soprattutto ora che l’edificio è così degradato e il tempo sbriciola e lascia cadere in rena salnitra i suoi muri. E a terra, fra vetri e erbe e tegoli e altro, ecco brandelli di parole, disegni e numeri ncisi dal navigatore astrale: il poco intero se avvistato e raccolto si sfa fra le dita ome il sogno di una notte. È polvere che si sfarina all’aria il suo enorme graffito o al minimo tocco. Notiamo dei ritagli, porzioni rubate dai soliti ignoti e come abbian fatto non si sa, ci s’immagina, certo. Tutto è alla mano di tutti, vero, ma non capiamo se non come miserabile grettezza feticista tale appropriazione: essere lì è come esser davanti a un corpo in naturale decomposizione, vi si respira un’aria pesante come rattrappita, intessuta dai tanti dolori e tormenti di una massa d’uomini e donne che sembrano ansimare ancora fra mura e erbe come presenza obliqua. Impossibile pensare ad una mutilazione se non per offesa sacrilega.

Il salvataggio di quella parte di muro – oltre a esser testimonianza artistica e storica – ha anche questo antico valore di umile ma spropositata grandezza: è un omaggio al mistero dell’arte e della mente umana che non ha bisogno che di sé e della sua propria ricchezza per avventurarsi e donarsi suscitando stupori e commozioni impensabili e irripetibili.

Simonetta Melani

**

NOF4*

Si chiamava Nannetti Fernando ma si era aggiunto un Oreste intermedio per onorare la sua idea d’importanza e poter avere l’acronimo NOF a cui aveva aggiunto il n. 4, come quarto ingegnere minerario… ma anche per siglare le Nazioni Orientali Francesi e per contare i luoghi in cui era stato ricoverato.

Nato a Roma nel 1927 da madre nubile e non abbiente aveva percorso tutta la sua carriera di disagio cominciando da istituti assistenziali e poi strutture per minorati e poi sanatorio in cui curare la sua spondilite anchilosante che gli procurava ascessi frequenti e molto dolorosi.

Dopo aver concluso le scuole elementari e curato la sua malattia, divenne apprendista elettricista: forse fu questo nuovo mondo che gli stimolò la creatività e l’ammirazione per i misteri della scienza e dell’astronautica. Durante il suo apprendistato conobbe Aldo Trafeli che lavorava al palazzo EUR per la messa in opera di un mosaico e che poi divenne un infermiere psichiatrico, il suo infermiere, quello che cercava di capire il lavoro che svolgeva incidendo i muri del cortile del reparto Ferri a Volterra. Nel 1956 Nannetti ebbe un diverbio con dei carabinieri e per le sue risposte incongruenti venne ricoverato al manicomio di Santa Maria della Pietà in Roma e accusato di resistenza e violenza. Riconosciuto incapace d’intendere e di volere venne prosciolto ed inviato nel 1959 al Reparto giudiziario dell’Ospedale psichiatrico di Volterra. La misura di sicurezza gli venne tolta due anni dopo e rimase all’ospedale psichiatrico civile. Le cartelle cliniche sono incomplete e frammentate ed anche i ricordi degli infermieri che lo hanno conosciuto (a parte Aldo Trafeli, purtroppo deceduto) sono abbastanza appannati. Di fatto si sa che Nannetti, armato di fibbie del panciotto suo o dei compagni di ricovero, svolgeva il suo lavoro di graffitomane. Occorrono tre note per capire meglio: il panciotto era parte della ordinaria divisa del ricoverato; le fibbie erano uno strumento delicato, seppur di metallo, per incidere un graffito profondo 2/3 millimetri e consumandosi facilmente era necessario rifornirsene rubandole ai compagni meno capaci di difendere questa proprietà utile per costruire un acciarino capace di trarre scintille strusciando su un bottone da cappotto fatto ruotare vorticosamente con un cordino legato a cerchio e fatto girare dopo averlo arrotolato (questo del bottone che gira è anche un vecchio gioco da bambini in tempi poveri); si adopera la parola lavoro, perché questo era il vero impegno di Nannetti, svolto con una passione inaudita (salendo sulle panchine ed anche addosso ai catatonici che vi stazionavano immobili per giornate intere). In Nannetti (In/Folio Collection de l’Art Brut, Lausanne, 2011, a cura di Lucienne Peiry) si apprezza un graffito di oltre m 70 x 1,20 nel cortile del reparto Giudiziario Ferri, ma in altri testi e documenti si trova la misura di m 180 x 2 probabilmente riferita all’intero perimetro del cortile graffito da Nannetti, che in alcune parti è ricoperto da intonaco o senza l’incisione dell’artista; il passamano di una scala di cemento lunga 106 metri per 22 cm. (ora scomparsa) ed alcuni graffiti molto interessanti perché di dimensioni più piccole e diverse, incisi al reparto Charcot sul lato nord est e ad ovest davanti alla Sala degli Aranci. Di fronte al muro, che vede come una tela vergine, il Nannetti scontorna una o più pagine di diverse dimensioni e poi si mette a riempirle di dati, pensieri, deliri. Quel muro nato per dividere, per separare le persone dal mondo, diventa il suo mezzo di comunicazione, il suo libro di pietra, la prova della sua esistenza artistica sottoposta all’imperativo di graffire la vita, graffire per esistere. Di fronte al muro vede uno scenario su cui proiettare un’interiorità dilatata da visioni magiche e sacrali sue e appartenenti al vissuto collettivo: missili, antenne e sistemi telepatici, personaggi della sua vita e del mondo, il papa Bonifacio, la regina Elisabetta, se stesso, e spesso son tutti accomunati da caratteristiche somatiche come “moro, secco, spinaceo, bocca stretta, naso a ipsilon”. Insomma il suo mondo ci viene imposto, come suo io relazionale e come creatività poetica al di sopra delle regole manicomiali che vieterebbero di deteriorare la proprietà dell’istituzione e imporrebbero di parlare con il linguaggio di tutti. Il suo danno alla proprietà era tollerato perché “non creava problemi, anche se ogni tanto il direttore imponeva di intonacare qualche parte del muro”, raccontava Aldo Trafeli.

Passata l’esperienza del graffito il nostro artista ha lasciato circa 1.600 disegni di dimensioni A4 e oltre, impressi con molta forza con una penna biro, usando spesso il metodo del fronte retro. Dei disegni abbiamo le fotocopie miracolosamente salvate dal personale dell’ufficio tecnico del vecchio manicomio, personale a cui si deve la raccolta di materiali e la documentazione di moltissimi eventi e consuetudini istituzionali. Infine viene testimoniata la presenza di tre sacchi da immondizia per condominio pieni di foglietti: in genere pacchetti di sigarette morbide regolarmente aperti, scritti e disegnati. Gli originali dei disegni – che teoricamente, come proprietà private dei degenti senza familiari, venivano buttate all’atto della morte – oggi cominciano a ricomparire in vendita, mentre dei contenuti dei sacchi si sa che sono stati gettati. Auguriamoci che anche questi ricompaiano e che si possano acquisire come bene pubblico. Si deve sottolineare che nel suo percorso espressivo Nannetti ha modificato la sua forma comunicativa partendo da un linguaggio leggibile per arrivare ad una comunicazione non legata a simboli convenzionali, ma significativa in sé come espressione artistica. La sua cartella clinica: nato a Roma nel 1927 e lì residente, arrivò a Volterra nel 1959. Diagnosi “sindrome dissociativa”. Vengono riferiti episodi di pantoclastia, aggressività, deliri ed allucinazioni uditive. Nel 1961 è definitivamente associato al manicomio di Volterra: il decreto viene revocato nel 1974 dal Tribunale di Pisa per cessate condizioni di pericolosità. Il suo ricovero diviene ricovero volontario e finalmente è libero. Esce dal reparto da solo, “sconsegnato” per la prima volta dopo 12 anni e riporta pensieri che “è difficile riferire in cartella”: aveva vissuto il viaggio al bar del borgo come un’esperienza fantastica troppo a lungo desiderata. Intanto nel 1973 è trasferito al reparto Bianchi, gestito dall’IPAB Santa Chiara, reparto per “mentecatti cronici tranquilli”, dove può godere di una certa libertà. Qui si descrivono “condizioni buone, blefarocongiuntivite” alimentata certamente dalla polvere dell’intonaco che all’inizio del ricovero usava come terapia. Pochi mesi dopo si dice che è “incoerente, fatuo… si esprime in modo monotono, come fosse un robot, con manierismi e neologismi… non si riesce a comprendere cosa dice per la notevole dissociazione ideativa, però risponde a tono in modo comprensivo e coerente (???). Si perde in fraseggi con idee deliranti a sfondo persecutorio”. E ancora si legge: “comportamento sempre corretto, solo rari comportamenti reattivi o impulsivi. Col tempo è andato facendosi docile: di umore tendenzialmente depresso. Gli affetti per i familiari appaiono inariditi e torpidi” (e questo non è coerente con le molte cartoline postali che Nannetti negli anni ha scritto ai suoi parenti e che non sono state mai spedite). 1978: da dimesso ama uscire per andare al bar del “centro sociale, preciso e azzimato”, dove si comporta correttamente. In quell’anno torna dalla “vacanza al mare molto soddisfatto”! Muore nel 1994 a 67 anni ed è sepolto nel cimitero urba no in una tomba dignitosa. Le sue opere sono esaltate in molti testi, video, musiche, film, opere teatrali, e molte testimonianze sono conservate in case private. È tutto da riunire, catalogare e rendere disponibile in modo vivo multimediale in un sito a lui dedicato e tutto da creare, in un contesto museale attivo e sofferto, in omaggio a questo artista unico che scriveva nel muro: “Per sistema telepatico mi sono arrivate cose che paiono strane ma sono vere. Io sono un Astronautico Ingegnere Minerario nel sistema mentale. Questa è la mia Chiave Mineraria. Sono anche un Colonnello dell’Astronautica Mineraria Astrale e Terrestre… Sono materialista e spiritualista amo il mio essere materiale come me stesso perché sono alto ed amabbile del mio spirito”.

Angelo Lippi

**

Impaginare i muri***

Nannetaicus Meccanicus Santo con cellula fotoelettrica.

Nannetti Fernando: sei un asino!

Sono materie viventi le immagini.

Le immagini hanno una temperatura e muoiono anche due volte.

Sono materialista e spiritualista, amo il mio essere materiale come me stesso, perché sono alto.
Oreste Ferdinando Nannetti

Gillo Dorfles, nel suo saggio su Filippo Bentivegna, citava un certo Ferdinando Oreste Nannetti. La storia è ormai nota. Sulle mura interne del padiglione Ferri del manicomio di Volterra un alienato, negli anni cinquanta-sessanta del Novecento, scrive interminabilmente i suoi appunti personali, usando la fibbia metallica di un vecchio panciotto: il suo nome è Ferdinando Oreste Nannetti (1927-1994). Nannetti usa i muri interni dell’istituto di segregazione, il Padiglione Ferri, come le pagine di un grande murales di pietra dove, in mezzo all’indifferenza delle autorità psichiatriche e degli alienati stessi, si descrive chiuso nella sua “cassa di salute”, si definisce ingegnere astronautico e minerario, abitante di un mondo dove luce e suono hanno la stessa lunghezza d’onda, dove la terra è ferma e gli astri girano. Taciturno, impagina i muri del cortile e poi scrive dentro quelle pagine di pietra. Descrive i fantasmi “formidabili alla seconda apparizione”, afferma che “le ombre sono vive e che l’uomo invisibile è armato e vivo, con ossa, occhio, spirito” e che “le immagini hanno una temperatura, sono materia vivente, poi muoiono”. Si sente uno scienziato che con scrupolosa precisione traccia il grafico della mortalità ospedaliera, che lui pensa determinata spesso dai rancori umani. Ostinato e non violento, innocente e osceno nella rappresentazione pubblica di se stesso, Nannetti impagina il libro di pietra delle sue allucinazioni, autonominandosi Imperatore di Inghilterra e di Francia, e descrivendo una leggendaria automitobiografia. Mentre scrive sulle pagine che ricava nei muri, rispetta i corpi dei catatonici che poggiano la schiena su quegli stessi muri: scrive sopra le loro teste, non disturbandoli ma neppure fermando mai la sua scrittura, ossessionato dalle scoperte di una scienza che lo porterà anche a prevedere, nel suo delirio, lo sbarco sulla luna dell’uomo. Questa scrittura ‘interminabile’ si conclude con il trasferimento di Nannetti in altri luoghi più anonimi di reclusione. Del suo grande libro di pietra, progressivamente disgregato per effetto del tempo e dei vandalismi, esistono dei calchi, presenti nel Museo di Art Brut di Losanna. Riportiamo qui alcune delle iscrizioni deliranti e immaginose scavate con la sua fibbia sul muro del manicomio:

«È notte, è notte…

Notte Nabucco

Ottone: orecchio sinistro

Nichelio: orecchio destro

Sono in collegamento

Va’ pensiero sulle ali dorate, va’, ti possa sui clivi, sui colli

Stazione aeroporte lancio Neuropsichiatrico

Il 15 d’ottobre tentato avvicinamento

Luna discesa ore 2

Tirreno coordinate mare

Si può…Si può… Si può volare…Si può volare…

La terra trema.

Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo.

1 luna nata nel 1700 distrutta nel 1770

2 luna nata verso il 1899

3 e 4 lune nate vecchie

Nord. Sud. Est. Ovest.

Volanti pianeti si muovono attratti l’uno dall’altro.

Per attrazione magnetica sono riforniti di materie prime, luce e aria

costantemente.

Aurora Alba

Piede Veloce

Occhio di lince

Nuvola Alba

Nuvola Cavalloni

Le nuvole si trasformano e diventano materia mediante la condensazione

di un corpo solido.

Come un corpo nell’acqua mandano le immagini.

Il parafulmine….

Scariche di nicotina delle sigarette.

Ospedale psichiatrico di Volterra.

Ore 12.15 del 25 ottobre.

Fede Federico

Pedina Piedone

Frana Franata

Ferri Ferruccio Ferroviere Fischietto.

Carrozza con cocchiere. Nocchiere

Penna rossa e Penna bianca.

Como comodino catodici comma commenda commendatore comune

colonia coloniali cefalo cavaliere

Grafico metrico mobile della mortalità ospedaliera.

10% deceduti per percosse magnetico catodiche

40% per malattie trasmesse

50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi

Le zanzare…

Nannetti Fernando che sale in elicottero.

Cessa di esistere…alle undici del … del… del…

L’origine del essere umano risale al 1600.

La donna fu creata prima dell’uomo poi nacque il doppio sesso.

Vecchi, brutti, giovani, belli…

I figli vengono con sia maschile che femminile.

La verginità si spiega mediante la fuoriuscita del neonato

Croce di mia madre.

Eva. Vipera. Il melo, l’albero

Desospedalizzare.

Fuga da Volterra

I fantasmi sono fulminabili dopo la loro seconda apparizione.

Stella perduta, stella nascente

Budda é vivente.

L’elettromagnetica isolante stratosferica.

Saturno con il suo cerchio.

Nebulosa sassosa antenna magnetica catodica.

Lancio di accostamento.

Fosforo elettronico.

Nannetti Fernando nobile moro spinacelo nato a Roma alto 1.93 bocca

stretta naso y.

I numi dell’olimpo aurifero, apparecchio per raccogliere i raggi magnetici,

Correnti emesse dal suono delle campane.

Stelle….

Molte stelle….

Stella pazza

Polare consorella

Catodico uovo con sorpresa, di cioccolata.

Venere e Giove.

Venere volante.

Come una farfalla libera canta

Tutto il mondo è mio e tutto fa sognare.

Per chi sona la campana?

Un giorno sonerà per me

Un altro giorno sonerà per te.

È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.

**

Gustavo Giacosa, proprio a partire dal graffito in pietra di Nannetti e accompagnato dalla musica di Fausto Ferraiuolo, ha portato in scena al Teatro dell’Archivolto di Genova, il 26 e 27 gennaio 2017, ha organizzato uno spettacolo dal titolo Nannettolicus Meccanicus santo. Un suono di archi, creato digitalmente su una piccola tastiera, introduce al corpo di Giacosa, disteso su un tavolo corto come su un letto, che raschia e sfrega con la mano proprio il bordo. Un rumore tormentoso, un graffio disturbante, evoca la scrittura interminabile del delirante Fernando Oreste Nannetti: utilizzando la punta metallica della fibbia del suo gilet, Nannetti, schizofrenico degente dell’ospedale psichiatrico di Volterra, incide, nel Padiglione Ferri, un grande murales di pietra che dispiega 180 metri e 22 centimetri di lunghezza di onde radio, formule, simboli, cifre, numeri, metalli.

Giacosa, un finto naso rosso piantato in faccia,seduto immobile a un tavolo, indossa una veste da internato e intona le parole di Nannetti come il pazzo che finalmente può declamare a voce alta i suoi deliri costringendo al silenzio i sani. Giacosa-Nannetti sul palcoscenico parla e canta al microfono, cammina e balla, appare non solo vittima delle sue allucinazioni ma anche individuo che sa esprimere una prodigiosa, cosmica libertà, sospendendo il discorso del delirio tra sogno e realtà, fra scienza e immaginazione, da poeta. Giacosa non solo da’ voce alle scritte murali dell’Ospedale di Volterra ma le alterna a lettere che il recluso ha scritto a parenti immaginari, dai quali elemosina il dono di una visita e qualche quattrino per vivere. In questa prima parte dello spettacolo, intensamente drammatica, con i forti contrasti luce-ombra di sedia e tavolo proiettati sullo schermo, la follia viene esposta nella sua durezza allucinatoria e perturbante. La musica complice e persuasiva di Ferraiuolo, accompagna i movimenti dell’attore-ballerino-cantante Giacosa non come un basso continuo ma come uno strumento dolente, complesso, duttile. Il “Va’ pensiero” del Nabucco verdiano e la canzone Pino solitario, prediletta da Nannetti, vengono evocate come frammenti sonori dove si celano anche echi jazz e classici, come una Sonatina mozartiana. Ma, a circa metà spettacolo, batte la testa sul tavolo, spinge via tavolo e seggiola, si espone seminudo alla luce come fosse sdraiato su una metafisica spiaggia, indossa un vestito rosso femminile e comincia a ballare, irriverente e libero, in trance dionisiaca, snocciolando sarcastiche battute in uno stravagante divertimento giocoso. Farnetica su matematica, fisica, universo interstellare, sesso, amore, giocando con le parole con ritmi futuristi. I suoi canti sono inni alla libertà come quando intona il “Va pensiero” verdiano. E la sua voglia di libertà è quella che gli fa dire, all’inizio come alla fine, “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Proprio con queste parole Nannetti-Giacosa si congeda dagli spettatori e si adagia sotto il grande schermo, come se dormisse. Le immagini, ora, proiettano Fernando-Oreste-Gustavo che rientra nel manicomio di Volterra, traversa il lungo corridoio, che poi diventa un viale alberato, e alla fine, nel suo femminile abito rosso, danza, ride freneticamente, con nello sfondo le sue stesse scritture murali, come proiettato verso un futuro migliore, lontano dal male. Scrive Nannetti:

«Prendono sembianze materiali le ombre….

Sono vive, sotto cosmo…

Così, il disegno le immagina.

Così, anche gli animali sognano….

Tutto il mondo è mio e tutto fa sognare…

Stelle della via lattea….

Stelle….

Le stelle si alzano e discendono nell’aria…

Quasi una marcia armata…»

Indimenticabile, nello spettacolo, la presenza di Fausto Ferraiuolo, alchimista del suono che modella la musica, fra impennate potenti e improvvise dolcezze, sui movimenti dell’attore e i chiaroscuri della scena. E commuove pensare che, grazie alla magia del teatro, torni a prendere vita un corpo che fu vivo nella sola scrittura ostinata del muro manicomiale:

Nel catalogo della mostra Noi, quelli della parola che sempre cammina, scrive Giacosa di Nannetti: «All’interno di un’architettura votata a una duplice valenza di sorveglianza e di guarigione, i cortili degli ospedali rappresentano il solo spazio dove è possibile, per i reclusi, esercitare un elementare cenno d’attività motoria e sociale… I corpi diventano muri ai quali solo una paziente opera di scalfittura concederà parole. Il corpo fantasticante di Nannetti s’arrampica come un’edera, moltiplicando i chilometri percorsi sul luogo, in un’opera che si estende in 180 metri di lunghezza e 2 metri circa d’altezza. In seguito, la sua scrittura ambulante andrà a ricoprire il passamano di cemento di una scala di 106 metri per 20 centimetri e a immaginare alcune migliaia di destinatari per cartoline che non saranno mai spedite. Nonostante il disperato bisogno comunicativo, la sua opera non conosce un’apertura verso l’esterno».

Questa apertura verso l’esterno è oggi, a oltre vent’anni dalla morte dello schizofrenico e recluso Fernando Oreste Nannetti, lo spettacolo Nannetti, colonnello astrale di Gustavo Giacosa, musicato da Fausto Ferraiuolo.

Marco Ercolani

*Da “Il Grande Vetro”, 109, maggio-giugno 2013.

**Da “Il Grande Vetro”, 109, maggio-giugno 2013.

***Da: Galassie parallele. Vie non maestre dell’arte contemporanea, Il Canneto editore, 2019.

USCIVANO A VITA LENTISSIMI. Gabriela Fantato

USCIVANO A VITA LENTISSIMI*

(in viale sarca)

la linea a perdita di sguardo

si da’ potentemente grigia

di cubi: facciata d’occhi

senza mani alla finestra

(superficie disegnata

nel ripetersi di case a deserto

in sempre passi, uno su uno

segnato a dito sta l’azzurro

quella bellezza che ci buca

uno su mille: a sorte)

nella voluttà che convince a vivere

proprio qui sotto, qui da noi

in basso cielo dove la vita

come aria si consuma

e l’angolo ottuso della visuale

s’affoga da una riva della piazza

arrabattati ai giorni invochiamo

al nascere del mattino, ogni mattino

nella sapienza della pioggia

a marzo, sul tetto che la tiene

finché sarà l’estate a prenderla con sé

e stamo tutti qui qui buoni in riga

come infilati a tubo nel morire

**

(fughe)

esuli: nomadi: in corsa: in fuga

uscivano a vita lentissimi

a frotte veniano dall’acqua

come marea che insegue il flusso di luna

sino a quel punto che porta a un passo

là, tra il gelo e la parola

andavano verso quel filo di terra

che si perde cielo all’orizzonte

fuggivano con solo le orme a separarli

(restano ceste di cibo nel peso

delle ginocchia e ancora un sorriso)

molti, perdute le tracce dell’andare

stavano in letti lunghi, quasi il buio

li tenga uniti nella dolcezza o come morti

(le labbra aperte al giuramento

mentre il nome sa di stanze

lasciate al bianco dei ricordi)

si dice che un bambino vaghi

dentro il labirinto che la corsa

ha scavato nelle sue vene

(dicono che chiami qualcuno

ma è tardi, è già scappato via)

**

(come il ramarro o la formica)

di doppio volto è il ciclo

che non finisce e non inizia

nel mondo che ci tiene

doppio è lo sguardo al dopo e ancora

oltre la fine che impone

requie al patto d’esistenza

doppio è quel venire a luce

e darsi al vento in città non scelte

mai sapute: lasciate o amate

doppio è il passo del ramarro

immobile sul sasso finché

viene una stagione nell’amore

sempre la formica vive stretta

temendo una suola che la strappa

eppure va al passaggio e s’infinita

corpo in altri corpi

e molte volte attendere: mutare

* I testi sono tratti da: Il tempo dovuto. Poesie 1996-2005, editoria & spettacolo, Roma, 2005.

DELIMITAZIONE. René Char

Delimitazione*

Colei che apparve senza essere vista sarà nata dal bagliore di due candele accese molto prossime ai dominanti emersi. Georges de La Tour le metterà di nuovo in alto solo spostandosi l’oggetto della sua attenzione. E sulle reti della fiamma rossastra. Così, primo alleato, fino alla cima sarà percorso l’Olimpo nevoso delle rocce brunite. Vegliano in lontananza senza scivolare al suolo tenebre che non hanno ali, leste consigliere.

Sotto i fiocchi già sanguinanti – non smetteranno più il loro affaticarsi in cerchio – il passo di Vincent si spegne nella neve che grida. Il pittore ha ripreso il suo cammino, ma verso l’immagine muta come se il quadro non conoscesse altra espressione. Fu mortale per noi essere ospitali? Ancora ieri rovesci di colori in successione, pazzi santi nella tirata del gran riso della notte oscura.

*Il testo è tratto da René Char. Le vicinanze di Van Gogh (a cura di Cosimo Ortesta), SE, Milano 1987.