LUCE E NUVOLA

di Marco Ercolani

John Constable

Un breve carteggio intorno al tema della luce fra Joseph Turner e John Constable (1828).

Joseph Turner

All’inizio, Constable, avevo cercato di non perdere mai il contatto con le cose viste. Valli, città, giardini, tramonti. Tratteggiavo attentamente ogni dettaglio che il mio occhio coglieva nella natura. Ma, già da allora, studiavo il modo con cui la luce penetra, isola, sommerge, confonde le cose, mutando il loro aspetto più di quanto non faccia talvolta la forza del vento.

Volli capire le analogie tra vento e luce.

Il vento cambia il reale, ma solo in superficie; lo piega e lo spezza, lasciando dietro di sé carri abbattuti e foglie travolte. La luce- caso straordinario- rispetta l’apparente integrità del reale, ma ne sconvolge le parti profonde. Vedevo colline nerissime, cieli di un blu intenso; oppure colline rosee contro un cielo nitido e nero, alberi bianchi soltanto nelle cime. Come te, Constable, amavo la morbidezza e la precisione della luce: la chiamavo calore, pienezza, magia; avevo con lei un’affettuosa familiarità, non stancandomi mai di esserne sedotto.

Ma poi, come per tutte le cose perfette, provai un senso di sazietà. I contorni erano troppo nitidi, gli alberi troppo belli, i paesaggi vanamente rassicuranti. In questa pittura così armoniosa il vento era assente. Mi parve arbitrario separarlo dalla luce.

Decisi allora di trascurare le forme perfette. Scelsi di gettarle in una luce vorticosa,senza pause. Lasciai che gli oggetti fossero,come sempre avrebbero dovuto essere,veicoli di luce e non forme differenziate dalla logica di uno sguardo.

Non so se puoi capirmi, Constable – tu e la tua minuziosa, alacre, splendida tenerezza nel vedere. Io non l’ho mai posseduta.

Joseph Turner

Fin da bambino ho sempre detestato che i corpi fossero opachi e proiettassero ombra. Mi sembravano, le ombre, macigni, che un servo è costretto a trascinare come inutili catene,come punizioni inesplicabili.

Decisi inconsapevolmente o per solitudine di dipingere come se,con me, il mondo tornasse alle origini e io fossi il primo testimone della sua nascita confusa, del primitivo plasmarsi delle forme attraverso la luce – con tutto ciò che di torbido e impuro la luce porta con sé.

La mia pittura entrò nel regno delle sfumature impalpabili, dei riflessi iridescenti, dei colori arbitrari – così mi dettava l’oscura violenza con cui volevo cogliere il centro di me nelle cose.

Cominciai ad amare i racconti dei viaggiatori, le grandi esplorazioni artiche, i ghiacciai millenari, le aurore boreali, le cacce alla balena, gli incendi di migliaia di navi riflessi al tramonto sull’oceano già nero.

Riverberi, trasparenze, pulviscoli, chiarori – conobbi tutti i ritmi della luce, dal lento mesto all’allegro con fuoco. I grandi spettacoli mi stregavano. Quando celebri critici mi irrisero come pittore del caos, io mi limitai a mormorare la frase misteriosa con cui gli indigeni di un’isola tropicale salutano il tramonto del sole.

Mi basta non essere come te e come Friedrich, un testimone attento e impassibile, sostanzialmente tranquillo. Non fraintendermi. Io ti stimo e ti amo ma c’è qualcosa in te che devo respingere. Non posso farne a meno, sono chiamato ad altro. Cerco sempre, nell’acqua inquieta di qualche naufragio, il centro accecante, il punto luminoso dove l’inizio e la fine si affrontano.

Ho viaggiato molto, Constable, e molto ho guardato.

Ma ogni volta che riprendevo a dipingere, delle cose viste non mi restava che un alone, un riverbero: tutto il resto era polverizzato e dissolto, un evanescente ricordo. La luce no. Il suo canto durava nell’udito come l’eco di una cascata.

Joseph Turner

Io lavoravo con la luce. Questo diede alla mia vita un’impronta errabonda, un amaro disordine. Non mi sposai. Non mi ancorai a nessun luogo, non ebbi figli. Giunsi, vecchio, a fuggire me stesso; ma era stupido scappare da un’identità in cui non mi riconoscevo.

Continuai a dipingere e a viaggiare, incurante dei giudizi degli uomini. Il loro disprezzo contava meno di un riflesso di uno specchio e io odiavo gli specchi, come qualsiasi diaframma tra me e la luce. Che i corpi fossero destinati a sparire,dissolti dallo splendore dell’aria, era la certezza che ripetevo ogni giorno a me stesso, con un brivido d’orgoglio.

Mi affascinò, un mattino d’autunno, sapere che una nave di negrieri, aveva gettato nell’oceano corpi moribondi e morenti di schiavi: eccitato dalla notizia, dipinsi con mano tremante, un quadro dai colori fantastici. Quei corpi gettati giù nella stiva e rotolati in mare erano la morte di ciò che aborrivo – la psicologia dei gesti, la plasticità delle mani, l’espressività dei volti, affidati ai movimenti del mare, al flusso delle correnti, erano più simili a toni di luce che a esserei umani. Solo così, fra i rossi cupi del veliero e i gialli del mare, il bruno opaco e annaspante delle mani aveva un senso.

Il mio senso.

Varcare la soglia. Polverizzare i confini.

I vortici della mia luce hanno, talvolta, l’apparenza di una frana o di una valanga, dove i resti del vecchio mondo sono difficilmente visibili e quelli del nuovo ancora confusi, velati dal liquido amniotico.

Joseph Turner

Tu, Constable, sei un vedutista meraviglioso: ma la tua tranquillità appartiene a un essere nel mondo che per me è troppo terrestre: non lo amo. Sei così intelligente da sentire, se vedi i miei quadri, ciò che sentono anche le mie orecchie: un boato sordo e lontano come di qualcosa che esploda. Con quel rombo nella testa, obbedendo a un sogno interiore, dipinsi la Sera del Diluvio e la Mattina del Diluvio. La luce, per me, ha un’essenza minacciosa, come se un tifone…Ho sempre amato i grandi esploratori e i cacciatori di balene, se non fossi stato pittore avrei voluto essere fiociniere nella nebbia di un mattino d’inverno e lanciare l’arpione verso la cosa enorme che affiora dall’acqua con uno spruzzo altissimo e bianco. Ho sempre amato la nebbia quando da sotto la sua coltre filtra la luce: l’effetto che ne deriva è quello di un evento soprannaturale, ineluttabile. Ricordi, anche se non appartiene alla tua esperienza di pittore, come in certe limpide giornate di dicembre, il sole si versi sul mare come una lastra di bronzo fuso, e attorno a questo chiarore, i colori delle onde sono di un blu livido, con guizzi bianchi; sopra le onde il cielo non è altro che un’immensità grigia e chiara, che ignora le gamme degli azzurri. Da nubi quasi nere, i raggi del sole filtrano come frecce isolate, facendo luccicare gli scogli. Soffia il vento e le cime dei pini sono bianche come se le avesse coperte una stranissima, impalpabile neve.

Joseph Turner

La luce non si domina mai. È lei che polverizza e sorprende. Disgrega un confine, frattura un cancello. Ti si offre allo sguardo come un’abbacinante risposta alla consueta domanda del viaggiatore Dove andremo? Penetri nei meandri di un oceano ignoto. In lei volano uccelli di una specie nuova. Brillano, nel suo chiarore, astri che non conosco. Come se il pianeta noto agli uomini fosse sprofondato per sempre, lasciandoci soli in un vasto pianeta luminoso.

Ricordo l’amore di Hölderlin per Empedocle. Ma io non precipiterò nel vulcano. Non impazzirò, anche se vivendo come te, Constable, e come quella schiera di mediocri pittori che ti imitano, potrei provare il desiderio di smarrirmi, di perdere ciò che ancora possiedo della tua logica.

Da sempre, come intuisce la tua percezione, la luce ha, per me, le stesse caratteristiche di un’esplosione. Mi stupisce non dipingere,nei vortici del chiarore, frammenti di oggetti risucchiati via, divelti dalle loro radici, persi nel cosmo.

Come tu sai, amo poco la notte. Dormo un sonno di piombo per cogliere, all’alba, l’attimo in cui colline limpide e nere si oppongono a un blu sfavillante, ancora notturno ma più luminoso del sole che sorgerà.

Non resisto più, amico mio.

I confini delle cose reali mi ossessionano e non vorrei precipitare nella fantasticheria, nel delirio di questa luce che mi invade da dentro. Ti confesso che sono stanco di essere uomo. Vorrei che tutto cambiasse. Mi devasta l’angoscia di non appartenere alla luce di un astro. Vorrei non pensare più, deporre la ragione come un’ascia inservibile. Dipingere è diventata una cosa vecchia, il solitario esercizio della consueta follia.

Viaggiare ancora? Non risolverebbe nulla.

Chissà cosa desidero: forse non avere niente che mi ricordi a me stesso, vivere senza il peso della mente, senza il dolore. Non guardare più il sole, perché chi lo guarda appartiene alla notte, ma essere noi la luce del sole, la sorgente che illumina il paesaggio nero, il mare ignoto.

Quando questo accadrà, Constable, ci congederemo senza rimpianto dalla nostra arte e non dipingeremo più.

Tuo Turner

**

John Constable

Non meritavo, Turner, la tua lettera.

E’ inutile che ostenti il tuo annullarti in una luce rovinosa e cataclismica. Vedi, l’uomo è uomo sempre: in quello che dice e in quello che tace, in ciò che fa e non fa. Anche tu che parli di marosi,di naufragi e di vortici, sei lì, davanti alla tela, col tuo bravo pennello, attento alle sfumature esatte del cielo, infaticabile demiurgo dell’opera da realizzare. All’atto pratico, ciò che resta di noi sono le tele migliori. Bellezza e memoria: senza memoria, la bellezza è vana, senza bellezza, la memoria è ingiusta.

Rileggendo la tua lettera, ho intuito che avevi bisogno di una maschera da contrapporre alla tua: io, vedutista, contro te, visionario.

Dialetticamente era lecito. Ma sostanzialmente crudele.

Tu sai che, al di là delle apparenze, noi siamo simili. Neppure in te, amico mio, nonostante l’incredibile libertà dello sguardo, la forma esplode completamente: è colta nell’imminenza dello sgretolamento oppure, un attimo dopo, come rovina.

Sono i due momenti in cui può essere vista. In questo, poiché come pittori siamo servi dell’occhio, siamo tutti vedutisti. Non possiamo fare a meno di rappresentare, salvandoci così dalla follia.

Sono realmente diversi, i miei studi di nuvole, dai tuoi rutilanti naufragi? Guardali attentamente. E la mia tela sui monoliti di Stonehenge, che ho dipinto sparpagliati sulla pianura erbosa sotto un cielo cupo e bluastro, magicamente sottratti a un equilibrio che durava da secoli, è così diversa dalle vele che ti compiaci di annegare nella luce rosso dorata della laguna veneziana?

John Constable

C’è, fra di noi, una sola differenza: io non voglio, come te, la presenza ininterrotta dell’apocalisse. La tua luce odora di catastrofi, galassie e valanghe. Mi stanca immensamente. È macrocosmo, Turner: sinfonia colossale dalle sonorità rimbombanti e insidiose; gigantesca rappresentazione dove la luce può essere talvolta, il mastice che salda le lacune dei dettagli.

Io, pittore di nuvole e rami e cieli, prediligo il microcosmo.

La mia scala è minima. Concentro la perentoria avventura dello spirito in un unico punto. Modello nel lungo bordo della nuvola la vertigine dei crepacci. Se per un attimo distogli l’orecchio dal fragore che ti assorda, non mi paragonerai più a Friedrich, che fece della Natura un referto di superfici assolute. Ma Friedrich, invasato dall’allegoria, non sapeva vedere. Per timore del paesaggio, dipingeva archetipi remoti. Per orrore dell’aria, colorava simboli inerti.

Io non sono come lui né come te.

Io conosco i silenzi della notte, benché sia indifferente ai fragori del giorno.

Con stima

John Constable

John Constable

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Vite dettate, Liber Internazionale, Pavia, 1994.

DAVIDE MANSUETO RAGGIO. Claudio Costa

Davide Mansueto Raggio
Davide Mansueto Raggio
Le Furie di D.M. Raggio

Furie e Pinocchi

Davide Mansueto Raggio nasce nel 1926 a Celesia di San Colombano
Certenoli. La sua gioventù è molto travagliata: la guerra al fronte e i sei mesi in un campo di prigionia sono eventi che lo segneranno profondamente. Probabilmente sono la causa dei primi squilibri psichici, che in seguito, dopo varie vicissitudini ed il definitivo rimpatrio dall’Argentina nel 1956, lo porteranno ad essere ricoverato all’ospedale psichiatrico di Quarto a Genova dove rimarrà per 46 anni. Terminerà la sua vita nel 2002.
Scrive di lui Carlo Romano: «Egli pensa come uno di quei creatori – come
se ne legge in certa fantascienza e nei testi gnostici – che della creazione non padroneggiano completamente il mistero. Questo mistero, tuttavia, Raggio lo interroga». E Raggio è, a tutti gli effetti, un ingenuo, sprovveduto creatore, che cerca di scongiurare l’incubo prodotto dalle sue visioni.
Claudio Costa lo evoca così:
“Se nel nome è celato un destino, dirò che un mansueto raggio d’ombra
in periferia può indicare la via più di cento dardi assolati. Se nel nome il fato ci appare sornione, dirò che Davide ha scagliato quel sasso, con la sua piccola fionda di vitalba intrecciata, costruita di getto in quelle candide ore che escono piano dal buio…”
Lo schizofrenico Davide Raggio si chiede ancora, in una domanda senza
una risposta e senza una fine: «Il sole, il sole… hanno sempre detto che è venticinquemila anni che brucia sempre, e non è ancora bruciato, adesso, com’è?». E continua a temere le sue Furie, stecchiti personaggi di legno che, come osserva Sandro Ricaldone, sono «la personalizzazione dell’anima del bosco, danzante e paurosa; del bosco dei contadini, per i quali il tronco è trave, il ramo è riparo, la castagna nutrimento, la fascina calore; del bosco, del mito e della fiaba abitato da Pan e dalle ninfe, popolato da orchi ed elfi; del bosco degli incubi “selva oscura” di angosce e smarrimenti».
Raggio lavora su cartoni da imballo, supporti di pittura; lavora con l’ocra,
che prende dall’argilla; il nero e il giallo, da carbone e cenere; il rosso da
scaglie di mattoni tritati. Molti dipinti, quasi tutti eseguiti su cartoncino o
cartone, hanno un tratto infantile che evoca i disegni dei bambini ma raffigurano scene che sicuramente non appartengono al loro mondo. Le sculture, realizzate recuperando pezzi di legno, radici, rami e poi assemblate con il fil di ferro, sembrano indietreggiare impaurite in precario equilibrio e sul punto di cadere. Le scene e le figure dei bassorilievi, intagliati su tavolette di legno, nascono da un segno, un colpo, un’incisione, un nodo già presente, e si sviluppano intorno ad esso, indicando una grande fantasia e un occhio attento a come trasformare in arte qualunque oggetto. Altre opere sono ricavate lacerando e strappando la superficie del cartone. Benché fosse capace di riflessioni anche folgoranti, Raggio sa essere creativo manipolando materiali elementari: il legno, le foglie, l’argilla, il fil di ferro, che aveva conosciuto nella sua infanzia contadina in una famiglia di mezzadri. Lo conobbe e lo apprezzò in modo speciale il pittore Claudio Costa, che all’Ospedale Psichiatrico di Genova-Quarto aveva inventato il suo atelier di arte-terapia, da cui sarebbe nato il Museo ora dedicato alla sua memoria.

L’attività artistica di Raggio, iniziata negli anni ‘70 con delle pitture
a olio, grazie al sostegno di Costa diventa irrefrenabile. Nascono i suoi altri
mondi: il ciclo delle Furie, realizzate con radici d’albero rovesciate, “esseri
da boscaglia in combattimento col vento e con le acque”, la serie dei Pinocchi di legno e bambù innestati su molle di ferro, le silhouettes dipinte su cartone con l’argilla (il suo “sassomatto”) e la cenere di sigaretta. La sua utopia è, e resta, semplice: «Morire al mondo sensibile per rinascere col Corpo dell’Arcobaleno». Ogni persona, per Davide Raggio, ha “i suoi consonanti, i suoi risvolti, disinvolti”. Ed è lui, ancora, che afferma, senza più dubbi: «Andare con l’immaginazione, di non poter più andare… e allora va la corriera, va lo stesso, anche senza autista!».

In Galassie parallele di Marco Ercolani, Il Canneto, 2019

Davide Mansueto Raggio
Davide Mansueto Raggio
Davide Mansueto Raggio

ISOLE. Brunetto De Batté

A BDB

Delicate intricate sospese

isole di sensi immersi

per immortali e leggere finzioni

limpidi segni nel teatro del foglio

corpi assenti seminano isole nuove

nuove case per amici inquieti

(M.E.)

13 novembre 2021

Isole delle visioni e/o isole delle eutopie
Isole delle visioni e/o acquari
Isole della visione e/o isole volanti
Brunetto De Batté

LA LUNGA MARCIA. Alberto Giacometti

Penso di avanzare tutti i giorni. Ah! A questo credo davvero, anche se è appena visibile E sempre di più penso: penso di non avanzare tutti i giorni, ma di avanzare esattamente ora dopo ora. E’ questo che mi fa trottare sempre di più, ed è per questo che lavoro più che mai. Sono certo di fare quel che non ho ancora mai fatto e che renderà sorpassato quel che ho fatto per esempio nella scultura sino a ieri sera o anche a questa mattina. A questa scultura ho lavorato sino alle 8 di stamattina, ci lavoro adesso, anche se per me non è ancora proprio nulla, è andata avanti rispetto a ciò che era, e una volta per tutte. Non ritorna mai indietro; mai più farò quel che ho fatto ieri sera. E’ la lunga marcia. Allora tutto diventa una specie di delirio esaltante per me. Esattamente come l’avventura più straordinaria: partissi su una nave in paesi mai visti e incontrassi isole e abitanti sempre più inattesi, beh mi farebbe esattamente questo effetto.

Dettaglio dello studio di Alberto Giacometti con i graffiti della moglie Annette, 1958.

Proseguire, proseguire: bisogna! Per sempre andrò da questo lato, e mai da un altro! (Roger Laporte)

*I testi sono tratti da: Roger Laporte, Giacometti o la rassomiglianza assoluta, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2002.

STORIE, FORSE INCUBI

Storie, forse incubi. 71 racconti

Foto in copertina di Chiara Romanini

Il Canneto editore, 2021

Premessa

Questi racconti mi sono accaduti dal 1990 a oggi, e nel
corso degli anni ne ho solo prosciugato e affinato la forma,
mantenendo neutro il tono del linguaggio. Invenzioni, cronache, visioni, confessioni – fatti atroci di cui esseri fragili sono
autori o vittime. Sempre di più, con il passare del tempo, ho
sospeso ogni giudizio su queste storie, equiparandole a incubi
che con la vita si incrociano più spesso di quanto pensiamo
e che lo scrittore ha il diritto, se non il dovere, di rappresentare. Questo libro è l’ennesima variazione della mia personale opera al nero – dove le emozioni non devono restare nell’inferno dell’inespresso ma scaturire rigorose sulla scena del foglio. Se l’“estetica notturna” delle mie storie evoca la vicinanza della follia, la loro rappresentazione in libro è il
legame con le ragioni di una salute minacciata ma viva.

**

I giorni di Annecy

Più lo guardavo, più tutto mi sembrava definitivamente strano.
I giorni passavano e Arthur non cresceva.
Non diventava, come noi, un adolescente.
Restava ragazzo.
Anzi, tornava impercettibilmente bambino.
A maggio era alto un metro e 63 centimetri. A ottobre 1 metro e 55 centimetri. Così diceva la tacca
sul muro, nel grande soggiorno della villa. In quattro
mesi era diminuito di otto centimetri, mentre noi crescevamo come dei ragazzi normali.
Cosa sarebbe accaduto, di Arthur, fra dieci anni?
Noi saremmo diventati giovani uomini e lui sarebbe tornato bambino, poi neonato. Lo scorrere del tempo lo avrebbe reso un alieno.
Arthur era il mio migliore amico: non avrei permesso che accadesse. A una gita al lago di Annecy, in cui festeggiavamo insieme il nostro diciassettesimo anno, lo annegai volontariamente, liberandolo da un destino mostruoso. Ricordo che appena muoveva il collo, sotto il livello dell’acqua, ma senza uno spasimo, proprio come un bambino. Sembrava ringraziarmi.

**

Graffio insignificante

Lei comprende, caporale, che non posso, in nome di qualche inopportuna misericordia, difendere la Sua opinione. Se anche sapessi che quei due neonati, ad Auschwitz, sono stati uccisi con un colpo alla nuca perché
l’autopsia dei loro corpi potesse fornirci nuove scoperte genetiche, anche se ammettessi che la morte di un nano potrebbe essere un metodo efficacissimo di eutanasia razziale, io mi domando come Lei non si sia accorto che il Reich ha disintegrato in pochissimi anni, assieme a
qualche gene anomalo, milioni di geni sani, distruggendo le risorse dell’umanità per almeno un secolo.
Mi perdoni, caporale, io non ne faccio una questione personale. Potrei anche incontrarla a Monaco, come lei vuole, e parlare con Lei. Ma credo che le nostre idee siano molto diverse. E credo che arriverà un giorno in
cui Lei avrà perfettamente ragione e quel giorno saranno così numerosi i genocidi su questo pianeta che sarà irrilevante ricordarli con patetiche lettere umanistiche.
Ma poiché non siamo ancor arrivati a quel giorno mi permetto di dire NO a uno Stato che separa i vivi dai vivi secondo regole discutibili e bizzarre – regole che domani potrebbero cambiare se cambiassero le idee di
una Commissione o di un Partito. E a Lei, caporale, se fra due settimane o un mese le succedesse di graffiarsi l’avambraccio destro con un coltello da cucina, è proprio sicuro che non finirebbe arrestato e deportato in quel certo lager, assieme a migliaia di individui che hanno subìto
come lei, un graffio nello stesso punto, un profondo, insignificante graffio di coltello sull’avambraccio destro.

**

Parola di Derek


Parola di Derek. Gli ho tenuto il collo premuto, sì, per 8 minuti, forse di più. Tutte le scuole di polizia lo insegnano. Se c’è una sommossa, blocca il rivoltoso, bianco, nero, giallo che sia, e premigli il collo. Non ti fidare
se dice che soffoca. Tienilo fermo. Poi tutto tornerà a posto. Io ho fatto così, capo. E adesso quand’è che le cose torneranno a posto? Sì, mi diceva che soffocava, ma lo dicono tutti «soffoco, soffoco…», per poi divincolarsi e piantarti una coltellata nel ventre. Io non voglio essere pugnalato da nessuno – asiatico, negro, bianco, haitiano, sordomuto, pazzo. Parola di Derek. Cosa ne sapevo di quel povero George Floyd.

STANZE/PIECES. Sylvie Durbec

(traduzione di Lucetta Frisa)

Tapisserie de Bayeux – Scène 55 : le duc Guillaume se fait reconnaître

Chambre cavalière

Deux chevaux ont traversé la stanza où je me tenais pensive

attendant le retour de l’hiver

Ils étaient rouges et fumants

La stanza était bleue d’attente et je me demandais

où aller maintenant

Les chevaux rouges allaient sans cavalier et comme souvent

la maladie

doucement

auréolait les fenêtres d’un peu de blancheur

j’étais un peu fièvreuse

et la nuit gardait mes yeux ouverts

Je suis sortie

le matin marchait sur la route

J’entendais le refrain de ses sabots clic cloc

des chevaux rouges avançaient dans le paysage vert

absolument innocents de tous les crimes divers

commis en ce jour ici partout maintenant

La stanza s’est mise à bruire dans le vent

et ce n’était plus qu’un mot dans un chant

Stanza dei cavalli

Due cavalli hanno traversato la stanza dove stavo pensosa

ad attendere il ritorno dell’inverno:

erano rossi e fumanti

La stanza era azzurra d’attesa e mi chiedevo

ora, dove andare

I cavalli rossi galoppavano senza cavaliere e come spesso

la malattia

lentamente

sfumava le finestre di un’aureola di perla

io ero un po’ febbrile

e la notte mi teneva gli occhi spalancati

Sono uscita

Il mattino camminava sulla strada

sentivo il motivo dei suoi zoccoli clip clop

dei cavalli rossi avanzavano nel paesaggio verde

assolutamente innocenti di tutti i crimini

commessi in quel giorno qui ovunque adesso

La stanza si è messa nel vento a bisbigliare

e non fu che la parola di una canzone

Chambre des solitudes

Le dos à la fenêtre l’air est froid dans la stanza déserte

On cherche des yeux la neige qui ne vient pas

La montagne s’inverse tranquillement sous le doigt

Et se creuse comme un appétit de vent et de bois

Où partir ?

Assez loin,

Tout près,

Endormi dans le lac froid des rêves.

Autour du cou le fil rouge des mots silencieux,

à la main une feuille fraîche de figuier,

aux pieds, les sandales des divinités.

Tout est prêt.

Stanza delle solitudini

Con la schiena alla finestra, nella stanza vuota l’aria è fredda

Gli occhi cercano la neve che non viene

La montagna si rovescia tranquilla sotto le dita

E si buca come fame di vento e bosco

Partire dove?

Molto lontano

Molto vicino,

Dormendo nel lago freddo dei sogni.

Intorno al collo il filo rosso delle parole mute

In mano una foglia fresca di fico

Ai piedi i sandali degli dei.

Tutto è pronto.

Stanza finlandese

Ce que nous savons du silence se trouve

dans la parole

et ce mot SILENZIO ressemble à la chambre

où l’enfant est laissé à dormir

seul

dans la STANZA

Silence et sommeil se donnant la main

et cherchant dans les couloirs du cœur

une raison

à tous ces craquements

qui trouent la maison

en donnant vie au bruit

Ce que nous savons du tremblement

du glissement

du frôlement

se trouve dans le frisson silencieux des nuits blanches.

Parler peu, un régime de la voix

pour amincir son âme en se taisant.

Amincir sa parole jusqu’à la rendre silencieuse :

travail du poète.

Le tronc du vieux chêne est-il rongé

de l’intérieur

comme nous le sommes

par ce mal inconnu que sera notre propre mort ?

Sur le chemin, un crapaud,

mort.

Sur le chemin une procession de mouches,

vivantes.

La mort du crapaud a nourri les vivantes.

écrite sur l’île des ours, Finlande, 2004

Stanza finlandese

Ciò che si sa del silenzio si trova

nella parola

e la parola SILENZIO assomiglia alla camera

dove si è lasciato il bambino dormire

da solo

nella STANZA

Silenzio e sonno si danno la mano

e cercano nei corridoi del cuore

una ragione

a tutti questi scricchiolii

che penetrano la casa

dando vita al rumore

Ciò che si sa del tremare

del scivolare

del frusciare

è nel brivido muto delle notti bianche.

Parlare poco, una strategia della voce

per fare sottile l’anima tacendo.

Per fare sottile la parola fino al silenzio:

è il lavoro del poeta.

Il tronco della vecchia quercia è corroso

all’interno

come lo siamo noi

da quel male ignoto che sarà la nostra morte?

Sulla strada, un rospo,

morto.

Sulla strada una processione di mosche,

vive.

La morte del rospo ha nutrito le vive.

Estate 2004, Isola dell’orso, Finlandia

Stanza del deserto


Pour Johanne qui écrit la lumière

La stanza cette fois ouvre sur les dunes noires :

des enfants lisent un livre à la lueur d’une lune absente.

Un homme les accompagne

dans leur lent voyage immobile,

d’est en ouest.

La stanza est inscrite dans un rectangle de sable ocre

et lumineux adossé à la nuit.

Au sud, une petite fille en rose.

A l’ouest, le garçon parle à un autre

que lui-même,

l’absent de tout désert, son frère.

Sa tête est un pays, son âme, un haut plateau.

Que regardent la petite et l’homme ?

Un livre d’images où le mot désert s’écrit

dans une autre langue que la mienne :

montagnes d’air et de vent noirs.

Un petit pic de soie effilochée derrière eux se dresse,

triangle de tendresse tissé.

Un coussin tressé

pour le repos des trois voyageurs.

La dune dessine ses ombres sur le mur.

Un Himalaya de sable et de lumière

contre lequel, doucement, s’appuyer

pour lire sans souffrir du vertige.

Je ne sais pas si je peux entrer

dans cette pièce de papier,

dans cette stanza du Désert

où zigzague la lumière

en rayures

de soie.

Je ne sais encore rien

du désert, ni du froid,

de la couleur du vent et de sa force,

du sable dans les yeux. Je regarde.

Stanza del deserto

Per Johanna che scrive la luce

Stavolta la stanza si apre su dune nere:

bambini leggono un libro alla luce di una luna assente.

Un uomo li accompagna

nel loro lento viaggio immobile,

da est a ovest.

La stanza si staglia in un rettangolo di sabbia ocra,

luminoso e addossato alla notte.

A sud, una bambina in rosa.

Ad ovest, il ragazzo non parla

che a se stesso,

l’assente di ogni deserto, suo fratello.

La sua testa è un paese, l’anima, un altipiano.

Cosa guardano la bambina e l’uomo?

Un libro di figure dove la parola deserto si scrive

in una lingua che non è la mia:

montagne d’aria e di vento neri.

Un piccolo pizzo di seta sfilacciata dietro a loro,

triangolo di intrecciata tenerezza.

Un cuscino tessuto

per il riposo dei tre viaggiatori.

La duna disegna le sue ombre sul muro.

Un Himalaya di sabbia e di luce

dove appoggiarsi dolcemente

per leggere della vertigine senza soffrire.

Non so se posso entrare

in questa camera di carta,

in questa stanza del Deserto

dove la luce va a zig zag

in striature

di seta.

Non so ancora nulla

del deserto, del freddo,

del colore del vento e della sua forza,

della sabbia negli occhi. Guardo.

Rovaniemi, Aurora boreale

Sylvie Durbec nasce a Marsiglia. Poeta, scrittrice, artista visiva. Ha scritto sui destini di Robert Walser e W. G. Sébald.

Opere pubblicate (2005-2017):

Les nuits de Vollezele, les Jours de Flandre. Marseille, éclats et quartiers. Comme un jardin (bleu). Prendre place, une écriture de Brenne. Chaussures vides, scarpe vuote. La huppe de Virginia. Ce rouge qui brillait/Soutine. Le paradis de l’oiseuleur. SANPATRI. Route d’avril, vif tambour. L’IDIOT(E) devant la peinture, poésie. Un voyage aux petites plaines. Fugues (récits). Passagères de l’est. L’ignorance des bêtes. Bascoulard/Opalka.

Romanzi (2001-2002):

Un été de Reine en Finlande. L’apprentissage du détachement. Un bon Indien est un Indien mort.

Fughe (racconti, 2006) e Scarpe vuote (poesia, 2016) sono tradotti in italiano da Lucetta Frisa per le edizioni Joker.

Sylvie Durbec

QUANDO. Alberto Casiraghi

Scrivo aforismi perché

amo gli abissi di poche parole

*

Vivo intensamente

per capire la fine?

*

Chi ti promette libri nel deserto

è perché ha molta sete

*

La vita è un grande paesaggio

senza limiti di tempo

*

La natura è un mito perfetto

che vive in tutte le foglie

*

Nei teneri abissi

saprò mai ascoltare?

*

Quando il bruco tace

è una speranza

*

Tradire l’universo

è imperdonabile

*

Un violinista astuto

è metà del quartetto?

*

Anche la normalità

ha i suoi frutti impossibili

*

Nei primi ascolti

c’è già tutto il resto

*

Gli aforismi

sono la parte migliore

dell’invisibile

*

L’astrazione è un punto

di segni inquieti

*

Il poeta è un abisso che vede

in tutte le direzioni

*

A volte respiro

tra un sogno e l’altro

*

Il silenzio

è un punto fermo

che ascolta

*

Il bianco

è nella natura stupenda

*

In ogni riflesso

c’è un prodigio che sente

*

Il mal di vivere

è un oceano imperfetto

*

Quando è il caso

tagliare a pezzi un violino

fa bene

*

Il cerchio è l’inizio dell’infinito

*

Se potessi inventare

la vita

sarei impossibile

*

Il mio lato oscuro

è la mia luce

*

Nei momenti di estasi profonda

dormo con le balene

*

Il silenzio è un grande inizio

*

Crederò solo

se sarò crocefisso

*

Se un ruscello ti chiama

è ora di sentire

*

Chi vive felice

sa anche vivere?

*

Nei dubbi che dormono

c’è sempre un risveglio in agguato

*

Prima o poi mangerò

I cacciatori di balene

*I testi sono tratti da: Alberto Casiraghi, Quando. Novantanove aforismi quieti e inquieti. Con tre disegni di Alda Merini, in “Fuori collana. Collezione di scritture extra ordinarie”, Book editore, Castel Maggiore, 2006.

Alberto Casiraghi nasce a Osnago (Lecco) nel 1952. Gestisce personalmente una casa editrice, le Edizioni Pulcinoelefante, conosciuta e amata dai più raffinati cultori dell’editoria. Inoltre dipinge, è stato liutaio e suona il violino.

Fra le sue raccolte di aforismi:

Aforismi sulla saggezza della morte, Milano, Shakespeare and Kafka, 1992

Pericoli indispensabili: sogni e racconti da immaginare, disegni di Max Marra, Salvatore Carbone, Pino Rosa, Milano, La vita felice, 1994

Distrazioni e giraffe: aforismi e riflessioni sul tempo che corre, disegni di Igor Ravel incisi su legno di pero da Adriano Porazzi, Cernusco Lombardone, Hestia, 1996

Aforismi per bambine inquiete, disegni di Igor Ravel, Milano, La vita felice, 1997

Dove e nato il pulcino: aforismi per bambini amanti della libertà, Milano, La vita felice, 1997

Meditazioni dell’occhio sinistro: tre poesie di Alberto Casiraghi, una incisione di Luciano Ragozzino, Scandicci, F. Mugnaini, 1997

Novantottesima Avenue, disegni di Alberto Rebori, Milano, La vita felice, 1998

Storie di piccoli fiumi segreti: aforismi, postfazione prefattiva di Ambrogio Borsani, Milano, La vita felice, 2000

Disegni per il rosso, disegni e aforismi di Alberto Casiraghy; testi di Alda Merini e Roberto Borghi, Milano, Galleria l’Affiche, 2001

Dove volano gli occhi: domande per giovani filosofi, Milano, La vita felice, 2002

L’ anima e la foglia, presentazione di Giuseppe Pontiggia, Milano, Frassinelli, 2003

Nel silenzio atteso, con collages de José Joaquín Beeme, Angera, La Torre degli Arabeschi, 2006

Dico molte bugie, quando la verità confonde, con disegni di Felix Petruska, Milano, Cabila, 2007

L’ estasi della foresta, Milano, Il ragazzo innocuo, 2008

Gipi: lo straordinario e il quotidiano di un narratore per immagini, Roma, Coniglio, 2008

Gli occhi non sanno tacere; aforismi per vivere meglio, con un testo di Sebastiano Vassalli e illustrazioni dell’autore, Novara, Interlinea, 2010

I segreti del fuoco, prefazione di Giuseppe Leone, Book Editore, 2019.

Alberto Casiraghi

SURGISSEMENT. Pierre Tal Coat

Pierre Tal Coat, Surgissement

Io lavoro sempre molto velocemente, velocemente e a lungo. Rapidità e folgorazione implicano una costante messa in discussione, certamente su un buon numero di quadri. C’è talvolta una logica perché il quadro deve dare un’impressione di apparizione, uno scaturire che implica profondità, cancellamenti. Può emergere solo ciò che è stato cancellato. Non si può nascere da nessuna parte.

*Testo e disegni di Pierre Tal Coat sono tratti da: Florian Rodian, Pierre Tal Coat. Biographie commentée par les textes, Domaine de Kerguéhennec, Paris, 2017.