MANIFESTO IN LINGUA CHIARA. Antonin Artaud

(Traduzione di Pasquale Di Palmo)

Io distruggo perché dentro di me tutto ciò che proviene dalla ragione non dura. Credo solo all’evidenza di ciò che agita le mie midolla, non di ciò che si rivolge alla mia ragione. Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi. Adesso mi sento capace di separare l’evidenza. Esiste per me un’evidenza nel dominio della carne pura, che non ha niente a che vedere con l’evidenza della ragione. Il conflitto eterno della ragione e del cuore si separa nella mia stessa carne, ma nella mia carne irrigata di nervi. Nel dominio dell’imponderabile affettivo, l’immagine generata dai miei nervi prende la forma del più alto intellettualismo. Ed è così che assisto alla formazione di un concetto che porta in sé la folgorazione stessa delle cose e arriva sopra di me con un rumore di creazione. Nessuna immagine mi soddisfa a meno che non sia al tempo stesso Conoscenza, se porta in sé, oltre alla sua materia, anche la sua lucidità. Il mio spirito affaticato dalla ragione discorsiva si sente trascinato negli ingranaggi di una nuova, completa gravitazione. Per me è come una riorganizzazione sovrana in cui le sole leggi dell’Illogico partecipano e dove trionfa la scoperta di un nuovo Senso. Questo Senso perduto nel disordine delle droghe offre il sembiante di una intelligenza profonda ai fantasmi controversi del sonno. Questo Senso è una conquista dello spirito su sé stesso e, benché irriducibile per la ragione, esiste, ma soltanto all’interno dello spirito. Esso è ordine, intelligenza, significato del caos. Ma questo caos non l’accetta tale e quale, lo interpreta e, come lo interpreta, lo perde. È la logica dell’Illogico. È tutto dire. La mia lucida sragione non teme il caos. Non rinuncio a niente di tutto ciò che riguarda lo Spirito. Voglio soltanto trasportare il mio spirito altrove con le sue leggi e i suoi organi. Non mi abbandono all’automatismo sessuale dello spirito, ma al contrario cerco di isolare le scoperte che la chiara ragione mi offre di tale automatismo. Mi abbandono alla fierezza dei sogni, soltanto per ricavarne nuove leggi. Ricerco la moltiplicazione, la finezza, l’occhio intellettuale nel delirio, non il vaticinio azzardato. C’è un coltello che non dimentico. Ma è un coltello che si trova a mezza strada nei miei sogni e che sostengo all’interno di me stesso, che non lascio arrivare alla frontiera dei sensi chiari.

Disegno di Antonin Artaud

Questo Manifeste en langage clair venne pubblicato da Artaud nel n° 147 del 1° dicembre 1925 della “Nouvelle Revue Française”, insieme ai brani Position de la chair e Héloïse et Abélard (quest’ultimo testo confluirà nella raccolta di prose L’Art et la Mort, stampata da Denoël nel 1929). Si tratta di una delle tipiche riflessioni sul linguaggio (o, meglio, sull’insufficienza del linguaggio) che Artaud intraprende in quegli anni, dominati da una visionarietà che si esprime in maniera superba nelle prove licenziate in tale lasso di tempo: si pensi al succitato L’Art et la Mort o a L’Ombilic des Limbes, pubblicato nelle Éditions de la “Nouvelle Revue Française” nello stesso 1925. Ma il testo in questione richiama soprattutto il particolare stile aforistico (o pseudo-aforistico) presente nei Fragments d’un journal d’enfer, originariamente usciti sulla rivista “Commerce” nella primavera del 1926 ed accolti in volume l’anno successivo nella collana dei “Cahiers du Sud” insieme alla riproposta di Le Pèse-Nerfs. In queste riflessioni, presentate per la prima volta in italiano, risulta quanto mai marcata la contaminazione tra elemento razionale, di tipo cartesiano, e allucinazione di ascendenza magico-esoterica. Non è un caso che, proprio in quel periodo, Artaud aderisse al Movimento Surrealista, salvo essere sconfessato da Breton perché il suo atteggiamento “eretico” era considerato agli antipodi rispetto al dogmatismo ideologico professato dallo stesso capostipite del Surrealismo in quegli anni. La furia iconoclasta artaudiana, manifestatasi nelle polemiche del periodo surrealista e, al contempo, mitigata da una visionarietà carica dei toni spesso imperscrutabili che caratterizzano i primi libri, andrà sempre più consolidandosi, arrivando a rinnegare il linguaggio stesso che la genera, lungo le coordinate di un processo eccentrico che aspira a raggiungere l’afasia attraverso la totale compromissione con il logos. Nel Manifeste en langage clair ritroviamo così alcune considerazioni sul linguaggio che costituiscono una sorta di leitmotiv nell’opera di Artaud, tesa a dimostrare come sia evidente una netta dissociazione tra pensiero ed espressione artistica, tra concepimento dell’opera e sua reale attuazione. D’altronde lo scrittore marsigliese, in una di queste sue considerazioni, asserisce emblematicamente, anticipando le tarde tematiche legate alla dinamica del corpo e della fisicità: «Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi».

Pasquale Di Palmo

TRAMONTO ANEMICO. Per Carlo Merello

Carlo Merello, Tramonto anemico, olio, inchiostro tipografico e smalto su carta

Nel 1973, Carlo Merello dipinse Tramonto anemico.

Un Sole rosso illumina, anemicamente, un cielo grigio, mentre in basso si addensano tenebre in cui s’insinuano riflessi più chiari.

Un gesto pittorico non immemore dell’opera di Turner e non immune da propensioni all’espressionismo astratto rende il quadro particolarmente affascinante per la sua atmosfera sospesa.

Il Sole, in posizione alta e centrale, tramonta in maniera misteriosa, quasi a tradire una latente vena surrealista. Viene rappresentato l’enigma del cosmo e, assieme, degli esseri che abitano il pianeta Terra? Sì, in maniera intensa.

Il suddetto enigma porta con sé qualcosa di freddo, poiché è un quesito che si replica senza trovare soluzione (se la trovasse, si dissolverebbe): da qui il valore di un’opera in cui il mistero si coniuga alla specifica persistenza di un esserci cosmico – umano nel cui àmbito anche il dato astronomico non è privo di valenza esistenziale.

Quel cerchio incandescente, quel cielo grigio e quel buio fitto esigono dall’osservatore scrupolosa attenzione. Le tenebre, ad esempio, non sono soltanto attraversate da trame chiare, bensì sono fatte anche di queste, ossia sono impronte notturne non assolute, imperfette.

Il Sole medesimo, che non tinge il cielo di rosso come normalmente accade al tramonto, disperde il suo pigmento, quasi volesse manifestare la sua esistenza imprecisa, non coincidente con i comuni modelli astronomici.

Quel Sole, insomma, è una fisionomia. Come fisionomia è il cielo grigio che s’inserisce nel buio e, in qualche modo, nel dire di sé dimentica la sua cosmica indifferenza e si mostra davvero.

Comprendiamo, così, come quel senso di sospensione di cui parlavo in precedenza sia la cifra dell’essere parte di un universo enigmatico e, nello stesso tempo, non distaccato.

La (calda) partecipazione, che si può maggiormente apprezzare nel colore giallo presente in altri coevi lavori dello stesso autore, si riconosce anche qui, in questo crepuscolo che non aspira soltanto a riflettersi nell’occhio di chi osserva ma intende instaurare un dialogo.

Tramonto anemico è, dunque, la proposta di un inedito linguaggio. Una proposta, certo, perché quell’immagine, lungi dal costituire inerte rappresentazione, chiede il contributo di chi guarda proprio con il suo evocare un continuo evolversi, un assiduo modificarsi. È una sorta d’iconica eco capace di far emergere un’intensa valenza enigmatica senza annullarsi in essa.

Siamo dinanzi a un dipinto che non rappresenta in maniera estatica un tutto meramente contemplato, ma che, piuttosto, scopre nelle caratteristiche specifiche la coerenza di un intero. L’universo, per Merello, è molteplicità vissuta, apprezzata fino in fondo nei suoi dissimili aspetti. La coscienza dell’osservatore resterà (positivamente) influenzata da quest’opera? Il suo sguardo saprà trasformarsi in viva consapevolezza?

Tutto lo fa credere.

Marco Furia

IO SONO. John Clare

traduzione di Lucetta Frisa

John Clare

Io sono

Sonetto

Io sono soltanto so che sono

arranco sulla terra, ottuso e vuoto

il carcere terreno il corpo ha rattrappito col suo peso

di tedio e stroncati sul nascere i pensieri;

fuggii in solitudine i sogni di passione,

ma la lotta andò avanti e solo so che sono

fui creatura legata a questa specie

d’uomini che disprezzano di tempo e luogo i limiti

fui spirito errabondo attraverso gli spazi

di terra e cielo come un sublime pensiero,

tracciando il creato, simile al mio dio libero

anima che ignora le catene – come solo nell’eterno

rigettando la vanità terrena e l’umiliazione dello spirito

ma adesso soltanto so che sono – ed è tutto.

I Am

Sonnet

I feel I am; – I only know I am,

And plod upon the earth, and dull and void:

Earth’s prison chilled my body with its dram

Of dullness, and my soaring thoughts destroyed,

I fled to solitudes from passions dream,

But strife persued – I only know, I am,

I was a being created in the race

Of men disdaining bounds of place and time: –

A spirit that could travel o’er the space

Of earth and heaven, – like a thought sublime,

Tracing creation, like my maker, free, –

A soul unshackled – like eternity,

Spurning earth’s vain and soul debasing thrall

But now I only know I am, – that’s all.

**

Io sono

1

Io sono – ma chi sono a nessuno importa né lo sa:

lasciato dagli amici come un vecchio ricordo

io ingoio da solo le mie sventure

appaiono e scompaiono nel grembo dell’oblio

ombre di amorosi fermenti spasimi soffocati

ma ancora io sono e vivo- fumo perduto.

2

Nel nulla dello scherno e del rumore

nel mare acceso dei sogni della veglia

dove di vita e gioia non c’è traccia

se non l’immane naufragio della mia autostima

perfino i miei cari che ho amato tanto

mi sono estranei, più estranei di tutto.

3

Sogno paesaggi dove nessuno ha viaggiato

dove nessuna donna ha riso o pianto

per abitare solo con Dio, mio creatore

dormire come da bimbo dolcemente dormivo

senza dolore, e dove non soffrendo mi distendo

con l’erba sotto di me e sopra la curva del cielo.

I Am

1

I am – yet what I am, none cares or knows;

My friends forsake me like a memory lost: –

I am the self-consumer of my woes; –

They rise and vanish in oblivion’s host,

Like shadows in love’s frenzied stifled throes: –

And yet I am, and live – like vapours lost

2

Into the nothingness of scorn and noise, –

Into the living sea of waking dreams,

Where there is neither sense of life or joys,

But the vast shipwreck of my lifes esteems;

Even the deares, that I love the best

Are strange – nay, rather stranger than the rest.

3

I long for scenes, where man hath never trod

IoA place where woman never smiled or wept

There to abide with my Creator, God;

And sleep as I in childhood, sweetly slept,

Untroubling, and untroubled where I lie,

The grass below – above the vaulted sky.

*I testi sono tratti da Attraverso la valle dell’ombra profonda. Quaderno di poesia inglese del XIX secolo, a cura di Lucetta Frisa, con testi originali a Fronte, Robin, 2021.

PERIFERIE. Carlo Merello

Leonardi V-Idea

Vico S. Giorgio 2, Genova

orario Ma-Sa 16-19

Inaugurazione venerdì 10 dicembre 2021 ore 18

«Negli anni più recenti Merello si è confrontato con il tema delle Periferie componendo un mosaico di tasselli di variato spessore, quinte strettamente addensate, accumuli di segni e sensi; un tutto-pieno solcato da astratti profili architettonici, nitidamente stagliati su fondi neri, dischiusi appena da strette fessure nelle quali s’affaccia una incerta promessa di riscatto nella preziosità dell’oro, che negli ultimi lavori della serie arriva però a illuminare dall’alto la barriera eretta dai fabbricati, sormontandola in un orizzonte libero, senza più limite. Tornano in evidenza, nell’articolazione frontale di questi pannelli, i segni istoriati su ogni singola tessera, “tipoidi” che riportano schematicamente le strutture del corpo, dell’abitazione e della soglia, che nel loro affollarsi e nella loro valenza totemica costruiscono, all’interno dell’insieme più ampio, un sistema complesso di relazioni, dove gli estremi dell’orizzonte post-umano e delle radici ancestrali coesistono in sotterranea, reciproca tensione».

Sandro Ricaldone

**

«Lo spettatore della mostra di Carlo Merello, Periferie, si trova immerso in una selva di profili architettonici che evocano una misteriosa scrittura alfabetica. I segni delle singole tessere creano un effetto di scrupolosa vertigine e di ordine razionale, dove il pullulare delle soglie e delle case mostra il paesaggio come teatro simbolico di una città distopica, marginale, visionaria, dove l’occhio incontra il grattacielo, la finestra, la porta, la scala, come rituali di una stessa allegoria, di uno stesso mistero. Citando Ettore Sottsass: “Io non penso ai misteri antichi, rituali più o meno complicati, violenti, terapeutici di iniziazione verso i luoghi di una psiche liberata. Io penso anzi a quei luoghi dove la psiche non si libera mai ma forse invece continua a cercare se stessa, luoghi dove la conoscenza smette addirittura di esistere e dove la ricerca della psiche diventa fine a se stessa, diventa una specie di nomadismo permanente senza meta dentro ai meandri di se stessa».

Marco Ercolani

Carlo Merello

LA SPINA DORSALE. Danni Antonello

La spina dorsale (Poesie 2009-2017)

prefazione di Andrea Ponso

Giometti & Antonello, Macerata, 2021

**

Una poesia ruvida, aspra, rauca, che sa di resti bruciati, cicatrici rugginose; una lingua “contraria”, sonnambula e drogata, intessuta di visioni e balbettii, di rovine dil lingua e di senso, dove “ogni poesia ha il suo insonne in ascolto”. Come scrive Andrea Ponso nella prefazione, questa poesia “è una sorta di processo alchemico rovesciato”, dove nulla raggiunge una ideale purezza e tutto si orienta verso “la spina dorsale” di una distruzione evocata, perseguita fino al minimo frammento.

**

Come il mare ce l’hai davanti

la colata di castelli e ditirambi,

un’unghiata bastò a farli cadere

quando l’inverno è intero un anno,

un basso impasto di onde

e trasporta

dalla battigia all’onda e indietro

una porta sbilenca di lamiera.

*

Quando morivo e basta sognavo

un nuovo dialetto per sempre straniero

che trafugasse tutte le esse dell’ossario

dei nomi piantati nei legni

quasi fosse l’erba cattiva

della vita che vive

contro la vita che resta, tardiva, sognata.

*

Banditi dalle stelle del primo firmamento

sui polsi duri di carovanieri

oggi non riuscite e a leggere

la lingua contraria delle rocce friabili,

e del loro frantumo, della lingua friabile

soltanto riconoscete la voglia d’orbita

sul ventre della matrigna.

*

suonatori d’amore e schiume

credete alle svelte file d’incappucciati

sopra il ponte del giudizio

dimenticate Gerico e come il deserto copre

le pietre, erano mura e inscalfite,

spergjure a mezzogiorno.

*

Di quello che resta chiedo tutto il sangue che manca

versato per caso sul lastrico amisso

d’un vicolo a muro,

che però vede, indovina.

Vene d’asfalto, sulla mia strada

soltanto scogli lontani:

ogni fiato una vela – uno solo, spiegata.

Danni Antonello

*Nato a Cittadella e morto nel 2017 a Macerata, nella sua libreria antiquaria, Danni Antonello è stato poeta, editore, librario antiquario e comparatista linguistico. È cofondatore della casa editrice “Giometti & Antonello”.

A DUE. Ilaria Federici

L’Art brut nella collezione Giacosa Ferraiuolo

Mille occhi spiralici, allagati,
dimorano dove io non li aspetto.
Corpi brulicanti di occhi,
separati da un impeto e poi ricuciti,
fissano me e qualcosa oltre me.
Pungono e allora anch’io guardo
e sottopelle incontro la mia scissione,
il doppio, l’altro che è in me.
Sfioro l’estranea, la diffidente
E poi finalmente la madre,
specchio che è condanna
e insieme assoluzione.

Alla galleria romana “Sic 12 Artstudio” Gustavo Giacosa e Fausto Ferraiuolo, dal 26 settembre 2021, hanno allestito la mostra “A DUE, L’art brut nella collezione Giacosa Ferraiuolo”. L’esposizione è esclusivamente dedicata a opere di Art Brut, termine coniato da Jean Dubuffet nel 1945 e che possiamo tradurre in italiano come “arte grezza” o “arte spontanea”. Con questa definizione, Dubuffet voleva porre l’attenzione su una qualità viscerale del processo artistico, frutto di un impulso creativo autentico e libero da qualsiasi condizionamento estetico, culturale e accademico. Si tratta principalmente di artisti non scolarizzati, spesso eccentrici, le cui opere non si inseriscono consapevolmente nel circuito del mercato artistico. I curatori allestiscono uno spazio in cui il concetto del doppio fa da collante tematico e nell’esperirlo è semplice avvertire la necessità di interrogarsi sul significato che gli artisti in mostra attribuiscono all’atto del guardare. Somiglia a un guardarsi attraverso l’altro per fare la conoscenza di un gemello omozigote, oppure del più estremo antipodo, forse e in fondo, combinazione altra di noi stessi. Ed ecco che lo specchio può diventare il restitutore privilegiato di un doppio che si rovescia e a volte si deforma, oppure strumento di indagine e sonda esplorante di un interno che vuole manifestarsi e lo fa su qualsiasi materiale a disposizione. Guardare ed essere guardati e allo stesso tempo non volerlo fare o non esserne in grado.

Aloïse Corbaz

Gli occhi allagati delle figure di Aloïse Corbaz restituiscono la sensazione di annebbiamento che precede il pianto, una difficoltà di messa a fuoco che non sembra turbare i personaggi e l’atmosfera fiabesca che li
ospita. Lo sguardo non segue una traiettoria esterna. È forse rivolto a esplorare una profondità intima?

Friedrich Schröder-Sonnenstern

Friedrich Schröder-Sonnenstern disegna occhi stilizzati in luoghi dei corpi di Adamo ed Eva in cui non ci aspetteremmo di trovarli. In queste figure perturbanti, la rappresentazione del peccato è esplicita eppure
così enigmatica. Perché quegli occhi? Sono quelli di Dio, il cui sguardo provoca la più dirompente delle disapprovazioni, oppure è il corpo osservato che si fa a sua volta sguardo attivo?

Michel Nedjar

Michel Nedjar, invece, con un’operazione violenta strappa a metà la figura, allontanando un occhio dall’altro e poi, in un momento successivo, scongiura lo strabismo ricucendo il tutto con il filo rosso, colore
del sangue. La cucitura è evidente e materica, affatto sublimata, una separazione marcata e una ferita che non vuole cicatrizzare.
Aloïse Corbaz, Friedrich Schröder-Sonnenstern, Michel Nedjar sono solo alcuni degli artisti in mostra che hanno stimolato la mia curiosità.
Fino al 30 gennaio 2022 è possibile fare la loro conoscenza in questo straordinario spazio espositivo che può vantarsi di essere il primo in Italia a proporre un lavoro di ricerca interamente dedicato all’Art Brut e
all’esplorazione dei punti di contatto possibili con l’arte contemporanea.

E COME VIVERE IN QUESTO MONDO DI OMBRE? Camus, Char

E come vivere in questo mondo di ombre?

Albert Camus, René Char

(traduzione di Rossella Maiore Tamponi)

Parigi, 26 ottobre 1951

Mio caro René,

suppongo che ormai abbiate ricevuto L’uomo in rivolta. L’uscita è stata un po’ ritardata da alcuni inconvenienti del tipografo. Naturalmente ho messo da parte per il vostro ritorno un’altra copia, che sarà quella buona. Molto prima che uscisse il libro, le pagine su Lautréamont, apparse sui “Cahiers du Sud”, hanno suscitato una reazione particolarmente infantile e sciocca di Breton, in cui c’era un’intenzione malevola. Non finirà mai di fare il collegiale. Ho risposto con un diverso tono, e soltanto perché le affermazioni gratuite di Breton rischiavano di far passare il libro per ciò che non è. Questo per tenervi al corrente delle vicende parigine, sempre così frivole e noiose come vedete. Io ne risento sempre di più, malauguratamente. Aver partorito questo libro mi ha svuotato, mi ha lasciato uno strano stato di depressione “aerea”. E una certa solitudine.

Ma non è a voi che posso insegnarlo. Ho pensato molto alla nostra ultima conversazione, a voi, al mio desiderio di vedervi. Ma in voi c’è di che sollevare il mondo. Semplicemente voi cercate, noi cerchiamo, un punto d’appoggio. Voi sapete almeno che non siete solo in questa ricerca. Ciò che forse non sapete bene è a qual punto voi rappresentiate un bisogno per coloro che vi vogliono bene e che, senza di voi, non sarebbero gran ché. Io parlo anzitutto per me, che non mi sono mai rassegnato a vedere la vita perdere il suo senso, e il suo sangue. A dire il vero il solo volto che io abbia mai conosciuto è il dolore, Parlo del dolore di vivere. Eppure non è vero, bisogna dire il dolore di non* vivere.

E come vivere in questo mondo di ombre? Senza di voi, senza le due o tre persone che rispetto e che amo, tutte le cose mancherebbero definitivamente di importanza. Forse non ve l’ho detto abbastanza, ma non è nel momento in cui vi sento un po’ smarrito che voglio mancare di dirvelo. Oggi ci sono così poche occasioni di vera amicizia che gli uomini a volte se ne vergognano. E poi ciascuno considera l’altro più forte di quanto non sia, mentre la nostra forza è altrove, nella fedeltà. Vale a dire che essa è anche nei nostri amici, e che in parte ci manca se ci vengono a mancare. E’ anche per questo, mio caro René, che voi non dovete dubitare di voi, né della vostra incomparabile opera: questo significherebbe dubitare anche di noi, e di tutto ciò che ci innalza.

Questo lutto senza fine, questo equilibrio spossante (e a qual punto io ne sento a volte lo sfinimento!) oggi ci unisce. La cosa peggiore dopo tutto sarebbe morire soli, e colmi di disprezzo. Tutto ciò che siete, o che fate, si trova al di là del disprezzo.

Tornate al più presto, in ogni caso. Vi invidio l’autunno di Lagnes, e la Sorgue, e la terra degli Atridi. L’inverno è imminente, e il cielo di Parigi ha già le sue fauci di cancro.

Fate provvista di sole, e dividetela con noi.

Con molto affetto,

A. C.

* Il corsivo è mio

**

L’Isle, 3 novembre 51

Mio caro Albert,

non avrei voluto tardare a rispondere alla vostra lettera, il cui cuore ha battuto in tutti questi giorni con il mio, ma i detestabili impegni di famiglia, e la successione** che mi tengono occupato in questo momento, aggiunti alla mancanza di salute un po’ troppo prolungata, mi rendevano indolente al momento di scrivervi, in una segreta contentezza del pensiero, le braccia incollate al corpo, e lo sguardo rivolto a voi.

Ho letto le strombazzate di Breton nel cortile della caserma dove è stato trascinato come disertore e mi sono detto che questi tempi da baraccone non metterebbero insieme il mondo e gli innocenti di una volta. Triste Breton! Ricordo di avervi confidato che non era uomo dal dialogo e dallo scambio leale. Lo vedete voi stesso. La vostra risposta era l’unica da dargli. Breton non ha capito né capirà mai che gli antenati che ha scelto avevano vissuto, loro sì, un’avventura solitaria e unica, quando noi, noi oggi viviamo, poeta, un’avventura che non è più avventura poiché noi rischiamo di provocare, a ogni parola, la creazione di un nuovo peccato originale.

La torre più alta, la più illuminata, in questa notte di cui voi siete la sentinella, caro Albert, la torre più alta del vostro Uomo in rivolta chiarisce in modo giusto questa preoccupazione, e senza dubbio ci mette in guardia. Sì, sono pochi gli scrittori che si sentono responsabili. E allora! Siamo d’accordo – e lo dico per non infierire – che sono infantili, o meglio dei collegiali, per riprendere la vostra espressione su Breton, che rappresenterebbe abbastanza bene un Ubu-Charlot arrogante presidente dei predestinati alla creazione politica e poetica del suo mezzo secolo, con la stessa competenza che Chaplin mostrava in Tempi Moderni quando lavorava alla catena di montaggio. Ma insisto per niente. Dissipo il mio inchiostro. Charlot era il contrario della figura di Breton.

Tornerò a Parigi nel corso di questo mese e la prospettiva di trovarvi lì mi è di grande conforto. Credo che la nostra amicizia fraterna – su ogni piano – vada ancora più lontano di quanto sentiamo, e immaginiamo. Sempre di più metteremmo in imbarazzo la futilità degli sfruttatori, dei fini dicitori di tutti i fronti della nostra epoca. Tanto meglio. Comincia la nostra nuova lotta e la nostra ragione di esistere. Nonostante tutto, ne sono persuaso, lo presagisco e lo sento. Affettuosamente stretto a voi.

René Char

**La madre di Char era morta di recente.

Non resurrezione

Abbiamo goduto

nella tua anima,

antico sonno della putrefazione.

Di luna in luna

di giorno in giorno

di morte in morte

aspettiamo.

L’Isle, novembre 1951)

I testi sono tratti da: Albert Camus, René Char, Correspondance 1946-1959, Gallimard, Paris, 2007.

ESTATE. Marco Furia

Nel 1893, Gunnar Berndtson dipinse Estate.

Seduta su un ligneo pontile, con le gambe sospese sopra un limpido e tranquillo specchio d’acqua, una giovane donna, tenendo un libro in grembo, si volta verso una barca su cui si trova un ragazzino.

Lo sguardo dell’osservatore, oltre che sulla giovane, cade su una grossa pietra posta in primo piano.

L’imbarcadero, costituito da tavole appoggiate su robuste travi, è sostenuto da sassi posti l’uno sull’altro.

Sotto il cielo sereno, si scorgono, in lontananza, prati e alberi.

La donna, accanto alla quale si notano uno sgargiante scialle e un’ampia borsa, indossa una lunga gonna, un’elegante camicia e un cappello dalle ampie falde.

La scena è improntata alla serenità.

Il masso aspro e tagliente, tuttavia, presenta un aspetto non rassicurante.

Anche il pontile, retto da semplici pile di pietre, non pare molto stabile.

La profondità del lago, nei pressi dell’imbarcadero, è minima e, in generale, pare pressoché nullo il rischio di un moto ondoso.

La torsione del busto della giovane, che mostra il volto di profilo, non pare provocare sforzo, mentre il libro, trattenuto in grembo con la mano sinistra, induce a pensare alla momentanea interruzione di una serena lettura.

Gli alti alberi che s’innalzano sui prati sembrano quasi osservare la scena, godendo, anch’essi, i tepori dell’estate finlandese.

Più lontano, però, si erge, vera e propria impenetrabile barriera, la fitta vegetazione di una fosca foresta.

Laggiù, presumibilmente, la natura è incontaminata e selvaggia: quella selva, di cui si scorge appena una minima parte, conserva il suo fascino ma anche la sua pericolosità.

Non incombe, tuttavia è visibile.

Le condizioni della vita umana non sono mai univoche: un aspetto può prevalere, anche di molto, su altri che, pure, non sono assenti.

Quel tagliente masso e quel precario pontile non sono irrilevanti: nell’immagine dipinta da Berndtson il pericolo, sebbene remoto, non manca del tutto.

La stessa protagonista, d’altronde, è probabilmente una giovane madre che ha interrotto la sua lettura per sorvegliare il figlio seduto, solo, all’interno di una (robusta) barca poco distante da lei.

Insomma più di un elemento d’inquietudine è presente in un dipinto che ha per oggetto una pacata scena dell’estate nordica.

L’umana esistenza è in ogni modo esposta a rischi di ogni genere, ma non per questo ogni consapevole tranquillità è esclusa.

Non è per nulla privo di senso, perciò, godere appieno un’assolata giornata estiva anche se si è seduti su un pontile di legno costruito non proprio a regola d’arte, se un figlio giovinetto, solo su un’imbarcazione che galleggia, sicura, sopra placide acque, desta pure qualche preoccupazione e se la natura, sotto forma di un aspro masso o di una lontana, fosca, foresta, può far riflettere su certi suoi aspetti poco rassicuranti.

“Serenità” non è un’entità ideale assoluta, ma un non univoco, complesso lineamento dell’esperienza comune: gli uomini possono essere sereni soltanto così.

Presto, non ne dubito, la coscienziosa madre riprenderà a leggere.



Gunnar Berndtson, Estate, 1893, olio su tela, Turku Art Museum, Finlandia
Gunnar Berndtson

TOUJOURS CHASSE’. Giacinto Scelsi

Toujours chassé, inedito di Giacinto Scelsi, fa parte di un manoscritto di ventiquattro poesie risalente agli anni ’40. E’ indicata con il numero 11 nella prima sequenza, ma non è prevista nella raccolta Sommet du feu che raggruppa tutte e altre. Quattordici di queste poesie risultano pubblicate nel volume Le poids net, ed. Guy Levis Mano, Paris, 1949.

**

Sempre cacciato

nel clamore

illimitato

appesantito l’occhio bianco

dalla sconvolta attesa

atroce di dolore

annientarsi

*

Riflesso di memoria

felice assenza

dell’antico sogno

attraverso tutti i nomi

del peccato e del sonno

nell’impossibile abisso

in un grido solo

far tremare

il silenzio dei cieli

Giacinto Scelsi

*Il testo è presente nella rivista ‘A Camàsce, Anno III, numero 3, 2003, insieme a scritti di Nino de Vita, Adriano Napoli, Franco Loi, Vitaniello Bonito, Domenico Brancale, Francis Ponge, Hervé Bordas, e una conversazione con Castor Seibel.

SHITAO E CEZANNE. Charles Juliet

Shitao

Io recepisco. È la percettività che precede, la conoscenza viene dopo.

Oggi, il pittore Gu Kaizhi raggiuge, si dice, la tripla perfezione. Quanto a me, io raggiungo la triplice follia: folle io stesso, folle il mio linguaggio, folle la mia pittura. Nonostante questo io cerco la strada: accedere, infine, alla pura follia.

Ora, i Monti e i Fiumi mi dicono di parlare per loro: essi sono nati in me e io in loro.

La più importante emozione per l’uomo è saper venerare.

Colui che è incapace di venerare i doni delle sue percezioni spreca se stesso in pura perdita.

Io voglio essere semplice. I sapienti sono semplici.

La pittura sprigiona dal cuore.

L’artista opera in se stesso incessantemente.

Shitao (1642-1707) è uno dei più celebri pittori individualisti del primo periodo Qing. La sua arte fu rivoluzionaria, apertamente trasgressiva rispetto allo stile dominante al tempo, teso alla riproposta degli stilemi classici. Pur riprendendo lo stile di alcuni predecessori, in primis Ni Zan e Li Yong, la sua pittura è contraddistinta da una freschezza inedita nella tradizione cinese. In accordo con la visione taoista dell’Universo, il pittore diviene catalizzatore di forze che convoglia sulla carta con il metodo denominato “una pennellata da Shitao”. Nelle sue opere si nota l’angoscia che caratterizza la sua personalità, in conflitto fra ascetismo monastico e vita mondana. È inoltre autore di testi teorici tra i più significativi di tutta la ricca tradizione cinese.

**

Cézanne

Penetrare ciò che si ha davanti a sé.

Il paesaggio si pensa in me: io sono la sua coscienza.

Bisogna lavorare, bisogna lavorare.

L’arte è una rellgione. Il suo scopo è l’elevazione del pensiero.

Se il pittore è giusto, penserà giusto.

Vedere come chi è appena nato.

Paul Cézanne (1839-1906). Tra i suoi capolavori: Natura morta con brocca d’acqua, L’Estaque, I giocatori di carte, La signora in blu, La Montagna Sainte-Victoire, Le grandi bagnanti.

*Le frasi qui raccolte sono tratte dal saggio: Charles Juliet, Shitao e Cezanne. Una stessa esperienza spirituale, Tusson, Editions l’Echoppe, 2003. Il saggio raccoglie il testo di una conferenza, tenuta a Aiix-en-Provence il 10 e l’11 luglio del 2002 in occasione del centesimo anniversario della costruzione dell’atelier di Cézanne.