LO SGUARDO VICINO. Fabrizio Zollo

LO SGUARDO VICINO
PHOTOGRAPHY
Catalogo della mostra
Palazzo comunale – Pistoia
1-31 Maggio 2021

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Lo sguardo vicino


Nella fotografia ho sempre privilegiato la tematica del ritratto, con la
quale tento di cogliere nella fisiognomica del modello la parte profonda
del suo essere, spesso insondabile a lui stesso.
Se persino la persona ritratta stenta a riconoscere in quell’immagine del
‘sé’ un riflesso della propria personalità è perché anche l’essere umano,
come il quarzo, riflette la luce nei variegati modi in cui questa lo attraversa.
Quando l’amico – e modello – Andrea Sabatini mi ha sottoposto l’idea
di realizzare una mostra fotografica che avesse come protagonisti i giovani
assistiti di alcune cooperative sociali attive nella provincia di Pistoia, ho accolto con entusiasmo la proposta, sia perché mi consente di misurarmi con una realtà per me poco conosciuta, sia perché la realizzazione del progetto può contribuire a infondere fiducia ai giovani nelle loro doti individuali ed avvicinare il pubblico dei visitatori della mostra a una parte viva del nostro sociale, sovente relegata ai margini della relazione.
Questa prova mi ha arricchito interiormente e mi ha fatto apprezzare
di quali e quanti contributi valoriali e affettivi siano portatori coloro che
vengono solitamente definiti ‘diversamente abili’, ed è certo che queste
individualità mi abbiano dato più di quanto io sia riuscito a dar loro.
Spero che i ragazzi traggano da questa esperienza autostima, consapevolezza di ‘esserci’ – assieme agli altri compagni, operatori, a tutti coloro che visiteranno la mostra – e che attraverso le loro sembianze s’impongano, per l’oggi così come per il domani, con il loro amore per la vita, desiderio di affetti, invocazione all’amicizia, con la stessa forza che hanno dimostrato nell’affrontare le dure prove dell’esistenza.
La mia frequentazione con questi ragazzi, pur essendosi limitata al breve volgere della seduta fotografica – poche decine di minuti ciascuno – è
stata così intensa che mi è sembrato di conoscerli da sempre.
Il modello si è posto davanti allo sfondo con maggiore o minore timidezza, ma dopo i primi scatti si è abbandonato docile alle indicazioni di posa,
assecondandole con partecipazione e sovente anticipandole in una fattiva
sinergia col fotografo, come se avesse scoperto in quei momenti la possibilità di dimostrare a se stesso e agli altri la capacità di salire con disinvoltura sul proscenio che pochi istanti prima non immaginava di possedere.
Ho cercato anche di esorcizzare le paure del modello, che sono le ansie
di tutti, mettendolo in rapporto confidenziale, quasi giocoso, con i suoi
mostri – che amo incarnare nelle maschere.
In tutti, in misura più o meno scoperta, è emersa chiara una sorta di
orgoglio, di consapevolezza di ‘esserci’ con la propria personalità, con un
portato di sentimenti e di valori precipui in questa vita di relazione a cui
tutti indistintamente siamo chiamati.
Alcuni di loro hanno persino suggerito posture ‘altre’ rispetto a quelle
indicategli, esibendo un ruolo attoriale attivo e manifestando la volontà di
contribuire con la propria calligrafia a definire il senso di questo progetto.
Hanno perlopiù dimostrato una disinvoltura superiore a quella degli
operatori, che pure sono stati ritratti in quanto parte del progetto stesso.
Ciò si spiega, paradossalmente con il più marcato condizionamento inibitorio dell’adulto a farsi ritrarre e ad assumere posture di fronte ad altri che non sia il solo fotografo.
Lo ‘sguardo vicino’ dei diversamente abili ci interroga, grida la ricchezza
del suo sentire, ci offre la condivisione del suo esserci. La nostra distanza dalle stelle è uguale alla loro, ma maggiore della nostra è la loro vicinanza al cuore.
Ringrazio i genitori e i tutori che hanno aderito con entusiasmo a questa
iniziativa, nella convinzione che possa contribuire a far sentire i ragazzi protagonisti – con un’affermazione del sé esplicito, erga omnes – e parte attiva nel consesso sociale con proprie speranze e aspirazioni.
Ringrazio infine gli operatori che hanno accettato di buon grado di figurare con la propria immagine sia in mostra sia nel relativo catalogo assieme a quella dei loro ragazzi, in maniera indistinta e indistinguibile, tutti anonimamente abbracciati come in una foto di famiglia – la famiglia umana
– riaffermando in tal modo che non può esservi distinzione di dignità tra gli
esseri di questo nostro pianeta, uniti nelle varie declinazioni, siano queste
il colore della pelle, il credo religioso, il genere, l’opinione politica, l’orientamento sessuale, le diverse abilità.

Fabrizio Zollo


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L’orgoglio del volto

L’arte classica del Novecento contemporaneo è ancora miniera di un
pensiero eretico e rizomatico, che feconda strade nuove e rifiuta semplificanti soluzioni per nutrirsi delle bellezze della complessità. Ogni artista lavora a un suo libro favoloso e interminabile che incide nel segreto della mente, nella superficie della tela, nei fogli del libro, nel ritratto fotografico, per provare infine gioia della sua bellezza. Ha ragione Artaud,
scrittore e pittore, quando, nel suo Van Gogh. Il suicidato della società,
enuncia questo semplice auspicio: «Che la vita diventi un giorno bella
quanto una semplice tela di Van Gogh e per me basterà. / E non penso
che si possa avere niente di più da augurarsi».
Qui la gioia della bellezza Zollo la trova fotografando volti di disabili
(ma anche di operatori che lavorano a stretto contatto con la disabilità).
La sua è una ‘scrittura’ di volti, che emergono non come vittime remissive di un dolore ma come protagonisti attivi del loro disagio, fissando
lo spettatore negli occhi o disinteressandosi del suo sguardo. Esistono,
nella rappresentazione di sé. Con un orgoglio a volte beffardo, a volte
attonito e sfrontato. Sembrano proclamare la loro diversità, costringendoci a fare i conti con loro senza mediazioni. Talvolta dialogano vivacemente con le sculture espressioniste del fotografo stesso, teste urlanti e
addolorate. La scelta di Zollo è radicale: nel momento in cui fotografa il
disagio scritto in un volto, lo mette al centro di una idea di bellezza non
conciliata. Nicolas de Staël scrive a René Char: «… non saprò mai dirti
abbastanza quanto mi ha dato lavorare con te, ritrovare di colpo la passione che avevo, bambino, per i grandi cieli, le foglie d’autunno e tutta
la nostalgia di un linguaggio diretto, senza precedenti, che mi trascina.
Questa sera ho mille libri unici fra le mie mani per te, forse non li farò
mai ma è selvaggiamente bello averli». L’artista è un nomade che vaga
nei suoi progetti, nei suoi personali deserti, ma ha sempre un compagno
con cui confrontarsi: in questo caso, il disabile e il suo volto, raffigurato
al centro della fotografia. L’autore si mette a disposizione del soggetto:
ne capta l’espressione di orgoglio e di fierezza con cui involontariamente
sconfigge, nell’attimo dello scatto fotografico, il cronico dolore dell’handicap. Se una delle funzioni dell’arte è quella di sospendere la sofferenza, Zollo la sospende nella raffigurazione di questa orgogliosa presenza, che rivendica in tono perentorio il suo spazio. Secondo Balthus «l’artista non deve diventare narratore di storie. In pittura, l’aneddoto non dovrebbe esistere. Un quadro, un soggetto, si impongono: solo l’artista
ne conosce tutte le profondità, tutte le vertigini. Non succede nulla in
un quadro, esso è e basta, è per definizione o non è». Se sostituiamo
al termine «quadro» il termine «fotografia», non siamo lontani dal senso necessario di questa mostra, dove la “mancanza di storia” è l’abisso
di tutte le storie mute scritte nei volti che vediamo, irriducibili ai codici
del mondo normalizzato ma vivi e selvatici, quasi sprezzanti. Un oggetto
che è soggetto, davanti a noi, e che non possiamo rimuovere, nella sua
potenza estranea e fiera. La fotografia si impone da sé: è quel percorso,
quell’apparizione, dove leggiamo la superficie, perché tutto è superfi-
cie nell’arte visiva, ma pensiamo oltre, in qualche segreto destinato
a sfuggirci. Osserva Michaux: «Dipingo come scrivo, per trovarmi». E
forse Zollo, temperamento curioso e molteplice, fotografa per lo stesso motivo.

Marco Ercolani

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Una comune appartenenza

Molti anni fa, con quella capacità di autoilludersi che sembra tipica
dei giovanotti di belle speranze, proponevo un uso creativo delle fotografie nelle scienze sociali. Ero ben consapevole che la fotografia era
già ampiamente usata dagli antropologi culturali che lavoravano sul
campo, per lo più, come il celebre Malinowski, al soldo di Sua Maestà
Britannica, così come del resto non mi sfuggiva l’intelligente ricorso al
bozzetto fotografico, viziato talvolta da inconsapevole etnocentrismo,
in certe pagine gustosissime dei Tristi tropici di Claude Lévi-Strauss.
La mia proposta era, nella sostanza, più ardita. Volevo passare
dal puro documento alla testimonianza. Sapevo, o intuivo, che i fatti
non parlano da soli. Sapevo naturalmente che le storie di vita, di cui
all’epoca mi facevo banditore, così come, inevitabilmente, le fotografie, avevano carattere aneddotico; allo sguardo ingenuo o inconsapevole potevano apparire come mere accumulazioni di immagini slegate, di frammenti. Ma questo era, appunto, il problema. Si trattava di
scoprire e rendere a tutti evidente che nel frammento vibra la misteriosa nostalgia della totalità.
È precisamente ciò che le fotografie di questa mostra straordinaria
intendono compiere. L’assistito coinvolge l’assistente. La disabilità è il
segno, l’occasione, l’albeggiare di una diversa, altra, più vera abilità.
Capire, documentare, testimoniare la disabilità comporta un partecipe
oltrepassarla. Non vi sono né assistenti né assistiti. Assistere diventa
un processo a due vie, un dare e avere, un rapporto umano unitario a
titolo pieno, in cui scompare il dislivello, l’inferiorità. È la partecipazione dell’umano all’umano, in cui si realizza il senso profondo di una
comune appartenenza alla famiglia umana come unico, fondamentale
destino.
Gli antichi Spartani scaraventavano i bambini nati con qualche malformazione dalla cima del Monte Taigeto. Non avevano ancora capito
che nessuno si salva da solo, che qualunque essere in sembianze umane nasca e per una volta passi su questo pianeta è titolare di un diritto
di umanità – un diritto inviolabile, perenne, universale.

Franco Ferrarotti

IL MIO ALTROVE. Pierre Tal Coat

Non posso procedere per categorie, pensare forma, colore, valore, linea, così non sento. Questo discorso mi è indifferente, lo lascio andare. Azione, non importa quale, liberata da ogni strettoia mentale nel tempo giusto, nel luogo giusto, anche a ritroso, accolta.

Non ci sono misure, dimensioni prevedibili, termini visibili che contengano.

Da nulla a nulla, questo mi preme: il mio altrove.

Da Libre regard, Maeght editeur, 1993.

Pierre Tal Coat

LA PIENA MISURA. André du Bouchet

Alberto Giacometti, André du Bouchet
André du Bouchet

La piena misura*

Se l’irrimediabile non è, alla fine, altro che la morte, questo sogno nel corso del quale Baudelaire aspetta una rappresentazione – della morte? della poesia? – e non la suscita se non per ricusarla, rivela in che cosa una simile attesa si risolva. Questa attesa, a prima vista, non è problematica. E io aspettavo ancora. Questa attesa, all’origine del poema, attraversa la speranza che ha potuto evocare. Si può dire che il poema non le risponde in nessun modo. Da allora il poema non è niente – nient’altro che questa attesa. Ma attendere ancora, è essere vivo. Questo niente, anche senza speranza, impegna tutti interi.

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L’attesa che avrebbe precipitato il poema è una esigenza. Esigenza che si rivela come sforzo nella caduta – sforzo del cuore che si aggrappa al mondo familiare, tanto che il tempo scaduto si svuota. Esigenza che richiama ostinatamente la conversione di fatalità in infallibilità, e alla trasformazione del suo avvenire mortale in ricordo senza scappatoie. Io ero morto. Già morto, Baudelaire non può morire. Cercando di inscrivere l’ignoto futuro nel quadro di una scena dove lo stesso dramma si sarà sicuramente già compiuto, Baudelaire ci mostra il desiderio di convertire la sua morte in pura rappresentazione, che non potrà essere se non quella del ribelle. Assistere alla sua morte, dissociarsi dal presente, morire. Lo spettatore che non è spettatore non muore della morte che può osservare. Ora, la scena è vuota. Non c’è spettacolo, un vuoto inatteso ci da’ la misura reale di Baudelaire vivo e morto. La piena misura di Baudelaire.

(trad. M.E.)

*I testi sono tratti da: André du Bouchet, Baudelaire irrémédiable, Deyrolle Éditeur, 1993. La plaquette è la pubblicazione di una conferenza che si è svolta nel novembre del 1955 al “Collège Philosophique” ed è stata pubblicata nel “Courier du Centre International d’Études Poétiques,” n. 9, maggio 1956.

NON DELUDERMI PIU’

(Una lettera di Emily Brönte a Branwell Brönte, 1845. Entrambi i fratelli morranno nel 1848).

Branwell Brönte

Caro Branwell,

leggo e rileggo la tua lettera:

«Emily, ti assicuro, sarò felice. Già l’ansia che mi tormentava sta scomparendo. Da otto giorni ho smesso di bere. Ieri, finalmente, ho incontrato il figlio di Coleridge. Un uomo strano. Tutto bianco di capelli, oppiomane come il padre. Non ricordo il nome di battesimo. Credo abbia scritto un romanzo su una città fantastica che assomiglia alla magica Costantinopoli. Mi ha promesso che i miei versi saranno pubblicati sul “New Magazine”. Lo capisci? I miei versi. Diventerò chi ho sempre voluto essere. Chi avete sempre voluto, tu, Anne, Charlotte, che io fossi. E papà. Non vi deluderò più. Finalmente ho trovato la mia strada. E all’ombra di lui, di Samuel Taylor, delle sue ballate. Un bacio. Tuo Branwell».

Ma resto preoccupata per te. Continui a scrivere, a bere, a fare progetti. Mille cose in una, Branwell. Così non va bene. Non si possono avere sette o otto vite: una è già una di troppo, ma ci deve essere cara. Io, nonostante il vento di ogni giorno, nonostante che la brughiera mi soffi addosso il suo richiamo imperioso, non faccio niente, non ho tempo per scrivere, devo reggere la casa, adesso è così. Domani, forse, avrò tempo di dare parola a quei fantasmi che ogni tanto vedo oltre i vetri, esseri minacciosi e alti, che reclamano udienza. Ma, per dare udienza a loro, bisogna che sia un po’ morta, almeno in quella parte da donna di casa che conosci, e cominci a vivere come fantasma.

Non ti perdere, Branwell. Ricorda i nostri giochi, le nostre isole. Fin dall’infanzia abbiamo iniziato a scrivere insieme i nostri magici cicli di principesse e di isole, di mari e di conquiste. Può darsi che non abbiamo ancora smesso di scriverli e che i tuoi versi adesso saranno straordinari proprio per quell’antico sapore di magica avventura. Li aspetto.

Ma non deludermi più.

Tua Emily

(M.E.)

IL CORVO. Edgar Allan Poe

a cura di Beppe Manzitti

Interlinea, 2006, collana Lyra

Nota di lettura di Lucetta Frisa (2006)

Questo libriccino è una vera piccola boîte à surprise. È uno di quei cocktail per palati raffinati e forse un po’ demodé come qualcuno di noi è ancora. Personalmente non considero fuori moda cose come queste, assolutamente degne di essere portate a conoscenza anche di un pubblico giovane e non specialistico. Cominciamo per ordine: il librino presenta subito un saggio di grande interesse di Yves Bonnefoy, intitolato Il corvo e i suoi traduttori, segue il testo originale della celebre e terribile poesia,ormai considerata il codice del simbolismo e del decadentismo, le altrettanto celebri versioni in francese di due poeti come Baudelaire e Mallarmé con rispettivi testi a fronte e la riproduzione dei disegni in bianco e nero di Manet che impreziosivano la prima edizione della versione mallarmeana del 1875. E il saggio, dello stesso Poe, The Philosophy of Composition, tradotto ancora da Baudelaire.

Edouard Manet

A chi dobbiamo questo libro?A un flâneur di librerie, il saggista bibliofilo Beppe Manzitti, che ci racconta, nella nota introduttiva, come ha trovato il libro per caso, in una libreria antiquaria di Losanna, in una edizione numerata, che la casa editrice La Guilde du Livre pubblicò nella cittadina svizzera nel 1949. Il fortuito scopritore diventa il curatore dell’edizione italiana, aggiungendo la versione di Ernesto Ragazzoni (Orta 1870-Torino 1920) brillante e tragico scrittore e poeta “minore”, di cui ogni tanto qualcuno si ricorda per recitarne i versi in pubblico. Li abbiamo ascoltati, a suo tempo, da Vittorio Gassmann (allata) e, recentemente, da Davide Riondino (I lapponi). Di Ragazzoni è questa una delle prime versioni in italiano de Il Corvo (prima di lui in 5 si cimentarono con risultati disdicevoli) e venne pubblicata per la prima volta in volume nel 1896. Ragazzoni amava Mr. Raven, aveva spirito non provinciale, pur essendo nato nel delizioso hortus conclusus del suo lago d’Orta (il nome non è casuale) e, oltre Il Corvo, tradusse, del mitico autore americano, altre cinque poesie e due prose.

Edouard Manet

A noi resta da verificare se questa traduzione d’epoca meriti o no di essere riscoperta. Per Arrigo Cacumi, curatore di una raccolta post-mortem di Poesie e traduzioni di Ragazzoni (1927), proprio le versioni da Poe erano tra le sue cose migliori perché ”…il nostro ha sentito quasi sempre il ritmo di Poe e lo ha reso con incomparabile arte”. Anche Montale era d’accordo: “Conservano… intatto il loro fascino le poche versioni che Ragazzoni ci ha lasciato delle liriche di Poe. Versioni tutt’altro che letterali ma poeticamente assai intonate”.

Edouard Manet

Baudelaire e Mallarmé non si cimentano nella traduzione in versi (per umiltà? Per rinnovare una consuetudine o altro?) ma in “fedeli” trascrizioni in prosa. Ospitate dal nostro librino siamo in grado di confrontarle e subito ci colpisce la loro esemplare diversità: come Baudelaire è drammatico e ornato, un po’magniloquente, se vogliamo, al contrario Mallarmé ci lascia smarriti in un’atmosfera quasi astratta e slontanante, molto vicina al nostro moderno e sobrio “sentire” e forse per questo il brivido che comunica è più profondo.

Charles Baudeaire

Charles Baudelaire

Une fois, sur le minuit lugubre, pendant que je meditais, faible et fatigué, sur maint précieux et curieux volume d’une doctrine oublié, pendant que je donnais de la tête, presque assoupi, soudain il se fit un tapotement, come de quelqu’un frappant doucement, frappant à la porte de ma chambre. “C’est quelque visiteur” murmurai-je, “qui frappe à la porte de ma chambre, e n’est que cela, et rien de plus.

Stéphane Mallarmé

Une fois, par un minuit lugubre, tandis que je m’appesantissais, faible et fatigué, sur maint curieux et bizarre volume de savoir oublié – tandis que je dodelinais la tête, somnolant presque: soudain se fit un heurt, comme de quelqu’un frappant doucement, frappant à la porte de ma chambre – cela seul et rien de plus.

Stéphane Malllarmé

L’italiano Ragazzoni invece, si avventura coraggiosamente nei versi e il risultato è ancora adesso apprezzabile. Quel Nevermore tragico e conclusivo che strazia ossessivamente il protagonista, in inglese assume un’eco buia, atona, strascicata verso il basso. Come renderla tonicamente simile in traduzione? Nel francese Jamais plus ci sono almeno due sillabe in più rispetto all’italiano Mai più che risulta contratto, troppo breve, e la sua u finale accentata suona come un trillo sospeso verso l’alto. Sarà meglio tradurlo con Null’altro ancora come farà, in seguito, Mario Praz che giudica quel ai più meglio adatto al chiù o a un assolo che a un corvo? Vale la pena di leggere il commento dello stesso Ragazzoni alle scelte della sua traduzione e la bella appendice critica Il Corvo vola ancora dell’esauriente curatore, che traccia la storia di The Raven e del suo successo fornendoci varie notizie sia sull’edizione inglese sia sulle due francesi.

Edouard Manet

Come sappiamo, Baudelaire fu il primo a far conoscere Poe in Francia e per il poema del Corvo scrisse in proposito Genesi di un poema, breve introduzione esplicativa alla propria traduzione (apparsa sulla “Revue française” nel 1859), che viene anche qui riportata. Si rammaricò di non avere completato il suo dovere di far conoscere meglio l’opera di Poe in Francia affermando “…que ma très humble et très devouée faculté de traducteur ne me permet pas de suppléer aux voluptés absentes du rythme et de la rime”.… “. Curiosamente è proprio la capacità ritmica che conserva quella dell’originale, il punto forte della traduzione di Ragazzoni.

Edouard Manet

Ho sotto gli occhi un’edizione de Il Corvo pubblicato nella ormai scomparsa collana I grandi libri Illustrati della BUR, con traduzione e introduzione di Mario Praz, appunto, e con le splendide, numerose illustrazioni del Doré, apparse a distanza di otto anni da quelle –ben poche- che Manet dedicò alla stessa opera: fitte di angeli seducenti, demoni e fantasmi come di luminescenti atmosfere tardo-romantiche. In breve, il lettore sfizioso può divertirsi a confrontare illustri versioni e illustri illustrazioni. Ad esempio, della prima strofa del poema, quale preferirà, tra queste due? In seguito, altre traduzioni (soprattutto in prosa) hanno tentato di catturare il tenebroso Raven, ma per ora limitiamoci a queste.

Once upon a midnight dreary, while I pondered, weak and weary,

Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,

While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,

As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.

“’Tis some visitors,” I muttered “tapping at my chamber door-

Only this and nothing more.”

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Una volta, a mezzanotte, mentre stanco e affaticato

meditavo sovra un raro, strano codice obliato,

e la testa greve e assorta – non reggevami più su,

fui destato all’improvviso da un rumore alla mia porta.

Un viatore, un pellegrino, bussa”, dissi, ”alla mia porta

solo questo e nulla più.”

(Ernesto Ragazzoni)

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Una mezzanotte grave, meditavo affranto e frale

su volumi strani e rari di dottrina ch’or s’ignora:

in sopor quasi ero assorto, quando giunse un sùbito urto,

come l’un picchiasse sordo l’uscio della mia dimora.

Mormorai. ”Sarà qualch’ospite ch’urta l’uscio alla dimora:

questo sol: null’altro ancora.

(Mario Praz)

Edouard Manet, Edgar Allan Poe

INTERFERENZA. Leonardo Rosa

Interferenza, 1995, pasta di cenere, carbone e blu di recupero
Senza titolo, 1996
Alphabet, 1990, erba bruciata e velina
Leonardo Rosa

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Frammento dalla Lettre Verticale XXXVII, dedicata da Bernard Noël a Leonardo Rosa:

alla fine del soffio visuale trema

ora un essere là senza viso

si percepisce un pensiero un luogo

un gesto dove l’amicizia

riunisce tutto il presente

Terra nomade, 1997, terra rossa, residui vegetali su carta
Fuoco, 1996, pasta di cenere, carbone di legno, residui vegetali su carta

Leonardo Rosa (Torino, 1929). Artista visivo (L’archipel ébloui. Oeuvres 1958-1999) e autore di “libri d’artista”, come poeta pubblica: I carri del cielo, taccuino delle Cicladi (L’Amourier, 1999); Apparition du silence, con traduzione di Bernard Noël (ivi, 2003). Due i libri autobiografici, dove intreccia prosa, poesia e il suo discorso teorico sull’arte: Blu al quadrato (Campanotto, 2009) e Racconto di uno sguardo (ivi, 2014). Diversi i testi in riviste (“Arca”) e antologie (Nuovi poeti, Vallecchi, 1950; Poeti italiani del dopoguerra, Milano, 1958).

DAL DONO AL FURTO: Colombo, Fitz

Dal dono al furto

di Francesco Colombo e Maria Rosa Fitz

Dal dono al furto*

Si passa dalla metafora del dono alla metafora del furto. Nell’eden, tutto veniva donato: tutti gli alberi, tutti gli animali, perfino la donna. La pienezza era insopportabile. Ma questa situazione perfetta si reggeva e faceva perno attorno a una mancanza: il divieto della conoscenza. L’uomo veniva mantenuto nella condizone infantile. Per uscirne, bisognava trasformare il dono in furto, e vincere il terrore della morte. “Non morirete affatto” assicura il serpente: ecco la forza del desiderio di vita che sopporta la contiguità con la pulsione di morte.

Nei miti etnologici, e anche nel mito prometeico, oggetto classico del furto è il fuoco. Il fuoco è una prerogativa divina, e dev’essere sottratto agli dèi (spesso viene custodito negli alberi). Come vedremo esaminando il mito di Prometeo, non sarà assurdo paragonare il fuoco alla generazione (in molti cerimoniali del folclore il fuoco era considerato simbolo e agente di fecondità). La generazione costituisce un furto, usurpazione di una prerogativa divina: ma solo dal momento in cui è intenzionale; cioè dal momento in cui anche l’uomo è consapevole di procreare. Da quando Adamo coglie il frutto insieme ad Eva. A quel punto, l’eden si trasforma in genesi, il tempo divino in tempo umano.

La generazione – necessaria – rinnova la memoria di Adamo e gli ricorda d’esser stato Caino e di avere ucciso. Eva, infatti, la madre (divenuta prima figlia nel rovesciamento paradossale) era anche madre dell’altro. Che significa ciò?

Se manteniamo la metafora dell’eden come condizione uterina, possiamo vedere questa “pienezza” situarsi tra due separazioni o mancanze. La prima è la separazione del concepimento: la vita germoglia da infinite possibilità che cadono nel nulla. La seconda è la separazione definitiva della madre: il disastro della nascita (la cacciata dall’eden). Possiamo quindi vedere la gravidanza (o l’analisi?) come elaborazione del fantasma del fratello morto?

Un mito bellissimo ci viene in aiuto. È un mito della Micronesia, e parla di un essere onnipotente, Putan, che con l’andare del tempo si sentì prossimo alla morte. Allora chiamò la sorella, Fuuna, che come lui era una creatura primigenia, non generata. Le diede, morendo, precise istruzioni: dai suoi occhi dovevano nascere il sole e la luna, dal suo petto il cielo, dal dorso la terra, dalle sopracciglia l’arcobaleno.

Fuuna eseguì i suoi precetti e così fu creato il mondo

Qui non assistiamo a un omicidio originario, ma comunque a una morte, la morte del fratello. La sorella crea il mondo dal suo corpo e lo popolerà poi di uomini e donne simili a lei e a Putan. Non potrebbe essere meglio espressa la nostalgia di una totalità originaria vista come rispecchiamento di due esseri fraterni, e il mito della creazione come elaborazione di un lutto primario.

I testi sono tratti da L’omicidio necessario. Rivisitazione di un archetipo: Caino, Orfeo, Prometeo (Danibel, 1993).

Francesco Colombo e Sonia Marchi

Francesco Colombo (Genova, 1946-2016). Allievo di Sivia Montefoschi, è stato uno psicoanalista junghiano. A Genova ha diretto il Centro Ricerche di Psicoanalisi e l’Istituto di Formazione psicoanalitica a indirizzo analitico. È stato direttore culturale della rivista psicoanalitica “Fanes” (5 numeri editi dal 1989 al 1991). Nel 1993, con Maria Rosa Fitz, pubblica L’omicidio necessario. Rivisitazione di un archetipo: Caino, Orfeo, Prometeo, per le edizioni Danibel editore.

Maria Rosa Fitz è analista junghiana e ha partecipato, con diversi articoli, alla rivista “Fanes”. Nel 1993, con Francesco Colombo, pubblica L’omicidio necessario. Rivisitazione di un archetipo: Caino, Orfeo, Prometeo, per le edizioni Danibel.

CELAN E L’ESPERIENZA DELL’IMPOSSIBILE. Giuseppe Zuccarino

Con una poesia di Paul Celan

È noto che Paul Celan ha avuto per lungo tempo la fama di essere un poeta difficile, quasi impenetrabile. La sua replica a coloro che gli muovevano tale accusa non era la più adatta a conciliarseli: «Al giorno d’oggi è di voga rinfacciare alla Poesia la sua “oscurità”. […] Mi consentano di riportare un detto di Pascal, un detto che lessi in Lev Šestov qualche tempo fa: Ne nous reprochez pas le manque de clarté puisque nous en faisons profession! – Questa, credo, è la – seppur non congenita – oscurità che è propria della Poesia, in vista di un incontro che muove da una distanza o estraneità che essa stessa, forse, ha inteso progettare»1.

Ciò che rende difficile l’interpretazione dei suoi testi consiste nel lavoro svolto sul piano del pensiero e su quello della lingua tedesca, che si trova dunque ad essere sensibilmente modificata. Le tecniche stilistiche di Celan prevedono fra l’altro un costante e fulmineo passaggio da un’immagine all’altra, dall’astratto al concreto e viceversa, la coniazione di neologismi, un uso anomalo degli «a capo», che a volte spezzano in due la parola, e dei titoli, spesso incorporati nel primo verso del testo ed evidenziati graficamente con l’impiego delle maiuscole. A ciò si aggiunge il recupero di vocaboli arcaici o di tecnicismi: come ricorda Moshe Kahn, Celan «leggeva con predilezione dizionari antichi, come per esempio quello dei fratelli Grimm, oppure dizionari tecnici e botanici, dai quali estraeva un ricco materiale di parole. Così incontriamo parole come per esempio Eulenflucht (l’ora del levar delle civette) o chymisch (chymico) che nella lingua tedesca erano dimenticate da più di duecento anni, oppure termini tecnici come Meermühle (mulino di mare), Strahlenwind (vento irradiante) o Laufkatze (carrello in corsa). Naturalmente, tutte queste parole si trovano nelle poesie di Celan prima per quello che indicano; ma per il modo in cui vengono usate, oltrepassano al tempo stesso il loro significato originale»2.

Tutto ciò non ha un rapporto diretto, ma neppure può dirsi del tutto estraneo, rispetto al fatto che l’esistenza del poeta è stata segnata da piaghe dolorosissime. Nato a Czernowitz, in Bucovina, da una famiglia ebrea, a vent’anni ha visto l’occupazione di quel paese prima da parte dei Russi e poi, nel 1941, delle truppe rumene e tedesche, che hanno iniziato a perseguitare gli israeliti. I suoi genitori sono stati deportati e uccisi nel Lager di Michailovka, in Ucraina, mentre Celan, salvatosi per caso, è stato rinchiuso in un campo di lavoro, da cui ha potuto uscire solo nel 1944. Si è trasferito allora a Bucarest, poi a Vienna e infine a Parigi. Nei decenni successivi, la sua vita è divenuta un po’ più regolare: si è sposato e ha avuto due figli (uno dei quali morto alla nascita), è stato lettore presso l’École Normale Supérieure, ha cominciato ad essere conosciuto per le sue raccolte di versi. Ma nonostante ciò si è trovato a soffrire di gravi disturbi psichici, che l’hanno costretto a vari soggiorni in clinica. Questa condizione di disagio lo ha accompagnato fino all’esito tragico: il suicidio nell’aprile del 1970.

Per aiutarci a configurare in termini meno vaghi il nesso fra una certa esperienza dell’impossibile subita da Celan sul piano del vissuto e un’analoga (e diversa) prova da lui sperimentata al livello della lingua, può essere utile l’osservazione di un autore per certi aspetti a lui affine, Edmond Jabès: «Più Celan va innanzi nella sua ricerca poetica, più diventa difficile la leggibilità della sua grande poesia. Celan ha quasi inventato una nuova lingua tedesca perché ha messo insieme delle parole, come se le parole potessero in quel momento salvarlo […]. Ha voluto fare l’impossibile con il linguaggio, ma questo impossibile non significava per lui solo desiderio di dire, ma anzi desiderio di tacere»3.

Vediamo, sia pure per rapidi accenni, in che modo lo stesso Celan ha cercato di definire il proprio rapporto con la poesia. In un testo del 1948 redatto per un amico pittore, egli scrive: «Mi era diventato lampante che l’uomo non solo languiva nelle catene della vita esteriore, ma anche era imbavagliato e impossibilitato a parlare – e se dico “parlare” intendo con ciò l’intera sfera degli umani mezzi d’espressione – per il fatto che le sue parole (gesti o movimenti) gemevano sotto il peso millenario di un’apparente e deformata sincerità – cos’era meno sincero della tesi secondo cui tali parole in fin dei conti sarebbero in qualche modo ancora le stesse! Dovetti dunque anche dedurre che su quanto lotta da tempo immemorabile per trovare espressione si è pure posata la cenere di significati perenti, e altra ancora! In che modo allora il nuovo dovrebbe scaturire in tutta la sua purezza? Ben vengano, dai più remoti distretti dello spirito, parole e immagini e gesti, velati come nel sogno e come in sogno svelati»4. Qui Celan si mostra consapevole che le parole vanno ripensate e reinventate, per scuotere loro di dosso la cenere dell’uso consueto, per non parlare di una diversa e più tragica cenere5. Tuttavia sembra ancora riporre fiducia in una poetica di tipo surrealista, che valorizzi il sogno.

Se passiamo ad un altro testo, posteriore di dieci anni, ci troviamo di fronte a considerazioni non dissimili sulla lingua, ma unite a un’idea della poesia che si è lasciata alle spalle la speranza nelle magiche risorse dell’inconscio. Alludendo al fatto che gli eventi storici degli anni di guerra hanno cancellato la realtà precedente, incluso il paese della sua infanzia, Celan nota che di quel mondo sembra essere sopravvissuta solo la lingua tedesca. «La lingua, essa sì, nonostante tutto, rimase acquisita. Ma ora dovette passare attraverso tutte le proprie risposte mancate, passare attraverso un ammutolire orrendo, passare attraverso le mille e mille tenebre di un discorso gravido di morte. Essa passò e non prestò parola a quanto accadeva; ma attraverso quegli eventi essa passò. Passò e le fu dato di riuscire alla luce, “arricchita” da tutto questo. Con questa lingua, in quegli anni e negli anni che seguirono, io ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per accertare dove mi trovavo e dove stavo andando, per darmi una prospettiva di realtà»6. Celan è posto dunque nella paradossale situazione di colui che deve esprimersi nella stessa lingua di chi ha sterminato il suo popolo, un idioma che egli non può né vuole accusare di complicità con un tale evento, ma a cui non gli è certo più concesso di ricorrere con naturalezza. Dunque, nelle liriche che produce, «s’accosta con la propria esistenza alla lingua, ferito di realtà e realtà cercando»7.

Lo stesso anno, in risposta a un’inchiesta, Celan parla dello stato attuale della poesia tedesca: «Il suo linguaggio si è fatto più sobrio, più attento ai fatti, essa diffida del “bello”, essa tenta di essere vera. […] Pur nella totale, irrinunciabile poliedricità dell’espressione, ciò che preme a questo linguaggio è di essere preciso. Esso non trasfigura, non “poetizza”, esso nomina e instaura, cerca di delimitare il campo del possibile e del dato. Beninteso: all’opera qui non è mai la lingua stessa, la lingua in sé e per sé; bensì sempre e soltanto un io che parla dal particolare angolo d’incidenza della propria vita e che ricerca una delimitazione, un orientamento»8. Anche altrove, scrivendo su uno dei suoi maestri, Osip Mandel’štam, Celan ribadisce che la poesia è un fatto individuale e storico: «Il luogo del poema è un luogo umano; “un luogo nel Tutto”, certo, ma qui, quaggiù, nel tempo. Il poema rimane, con tutti i suoi orizzonti, un fenomeno sublunare, terrestre, creaturale. È lingua di un singolo individuo divenuta figura, ed essa possiede oggettività, oggettualità, presenza, presenzialità»9.

Com’è noto, il più ampio e importante degli interventi poetologici celaniani è costituito da Il meridiano, discorso tenuto nel 1960 a Darmstadt in occasione del conferimento di un premio intitolato a Georg Büchner. Celan intesse il suo testo di riferimenti alle opere di questo grande scrittore dell’Ottocento e ne utilizza le frasi, facendo di lui il portavoce di una «contestazione dell’Arte». A suo avviso, infatti, poesia e arte non coincidono: l’una, pur percorrendo lo stesso cammino dell’altra, «fugge innanzi», va in cerca di qualcosa di diverso, forse di «una svolta del respiro»10. Il discorso poetico tende alla comunicazione, ma al tempo stesso la avverte come necessariamente disagevole: «Il poema, oggi – rivela (il che, a mio giudizio, alla fin fine solo indirettamente avrà a che fare con le difficoltà, pur non sottovalutabili, delle opzioni lessicali, con l’accelerato declino della sintassi, o con la vivace propensione all’ellissi), il poema rivela, ed è innegabile, una forte inclinazione ad ammutolire»11. La poesia si manifesta dunque come un nodo di contraddizioni: vuol rivolgersi all’altro e stenta a raggiungerlo, tende a chiudersi nel mutismo e nel contempo è «il luogo ove tutte le metafore e tutti i tropi vogliono essere condotti ad absurdum»12.

Un ultimo accenno meritano due brevi dichiarazioni di Celan, datate rispettivamente 1960 e 1961. In esse egli ritiene necessario, per evitare equivoci, distinguere la propria posizione da quella dei poeti sperimentali che cominciavano a sorgere ovunque in quegli anni. Scrivendo al direttore della rivista «Akzente», che lo ha invitato a partecipare a un’antologia, il poeta afferma: «Certo, esistono modi per esercitarsi – in senso spirituale, caro Hans Bender! E a margine, a ogni angolo di strada della lirica, c’è questo andar sperimentando con il cosiddetto materiale verbale. […] Non succede per caso. Viviamo sotto cieli oscuri, e – di uomini ce n’è pochi. Proprio per questo ci sono anche così poche poesie»13. Analogo nello spirito è il secondo pronunciamento celaniano, in risposta a una domanda sul bilinguismo: «Al bilinguismo in poesia io non credo. Doppiezza di linguaggio – sì, questo esiste, anche in diverse arti poetiche o in artefatti verbali d’oggi, specie in quelli che, in giocondo accordo con i consumi culturali del momento, sanno farsi strada con poliglotta policromia. Poesia – ciò vuol dire, fatalmente, unicità della lingua»14. Qui Celan si separa con fermezza da ogni sperimentazione di ordine puramente formale, che consideri il linguaggio come un inerte materiale verbale da scomporre e ricomporre nella ricerca di una novità tutta esteriore. Dal suo punto di vista, per poter raggiungere un’espressione realmente originale e poeticamente efficace, occorre saper riflettere sulla propria lingua, conoscere a fondo la storia, le accezioni e le connotazioni di ognuna delle parole a cui si fa ricorso.

Anche ai giorni nostri, i pochi poeti capaci di fare questo, ossia di pervenire ad una lingua altra senza bisogno di chiamare in aiuto altre lingue, sono quelli che si scontrano regolarmente con l’esperienza dell’impossibile. E tuttavia ciò non li condanna affatto al silenzio. Così uno di essi, Andrea Zanzotto, ha potuto osservare, sintetizzando assai bene i vari aspetti di questa problematica: «La poesia oggi non può non sentirsi “impossibile”, ma il sentimento di tale realtà rientra pur sempre nello “spazio curvo” della poesia; le “impossibilità di esistere” della poesia sono infinite, forse – com’erano le sue possibilità. E tutte da dire»15.

(2007)

1 P. Celan, Il meridiano. Discorso in occasione del conferimento del Premio Georg Büchner, Darmstadt, 22 ottobre 1960, in La verità della poesia, tr. it. Torino, Einaudi, 1993, pp. 12-13. Notiamo per inciso che la frase di Pascal ripresa nel passo celaniano aveva, nel contesto originario, un senso assai diverso: «Non ci si rimproveri [a noi cristiani] dunque più la mancanza di chiarezza [del testo biblico], poiché noi ne facciamo professione» (Blaise Pascal, Pensées, Paris, Gallimard, 2004, p. 172; tr. it. Pensieri, Pordenone, Studio Tesi, 1986, p. 282).

2 M. Kahn, Introduzione a P. Celan, Poesie, tr. it. Milano, Mondadori, 1976, p. 14.

3 E. Jabès, Risposta ai relatori, in AA. VV., Il libro dell’assenza di Dio, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 1988, p. 95.

4 Edgar Jené e il sogno del sogno, in La verità della poesia, cit., p. 26.

5 È quella che Celan nominerà con desolata insistenza in una famosa poesia: «Cenere, / Cenere, cenere. / Notte. / Notte-e-notte» (Stretta, in Grata di parole, in Poesie, tr. it. Milano, Mondadori, 1998, p. 337). Su questa lirica si veda il commento di Peter Szondi (Lettura di «Stretto», in L’ora che non ha più sorelle. Studi su Paul Celan, tr. it. Ferrara, Gallio, 1990, pp. 11-68), secondo cui la «cenere» allude ai forni crematori e allo sterminio degli Ebrei.

6 Allocuzione in occasione del conferimento del Premio letterario della Libera Città Anseatica di Brema, in La verità della poesia, cit., p. 35.

7 Ibid., p. 36.

8 Risposta a un questionario della libreria Flinker, Parigi (1958), ibid., pp. 37-38.

9 La poesia di Osip Mandel’štam, ibid., p. 49.

10 Il meridiano, cit., pp. 10, 11, 13 (Atemwende, ossia «svolta del respiro», sarà il titolo di una raccolta poetica celaniana del 1967).

11 Ibid., p. 15.

12 Ibid., p. 17.

13 Lettera a Hans Bender, ibid., p. 58.

14 Risposta a un’inchiesta della libreria Flinker, Parigi (1961), ibid., p. 59.

15 A. Zanzotto, Poesia? (1976), in Le poesie e prose scelte, Milano, Mondadori, 1999, p. 1203.

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IL MONDO DA RIBALBETTARE

dove io ospite

sarò stato, un nome,

trasudato giù dal muro

cui alto lambisce una ferita

(Paul Celan, 1969)

GRAFFITI. Ercolani, Frisa

Graffiti

di Marco Ercolani e Lucetta Frisa

Graffiti*

Il segno è figura, la figura è atto, l’atto è unità, comunione, integrazione, generazione; l’unità è il divino, il divino è figura, la figura è segno. (E. Villa)

La prima traccia artistica dell’homo sapiens appare 77.000 anni fa nelle caverne di Blombos, in Sudafrica. Sono graffi incrociati su pezzi di ocra rossa, antecedenti ai grafiti di Lascaux e di Touc d’Audobert che risalgono a 15.000-30.000 anni fa.

A Requepertuse (Bouches-du-Rhône), nella valle dell’Arc, nel comune di Veloux, a quindici chilometri da Aix-en-Provence, vengono ritrovate statue di uomini e di uccelli e di mostri marini mescolate insieme.

La necropoli di Pecine e quella di Piscault ospitano statue votive in legno, oblunghe, arcaiche, con volti indistinti, come coperti da un velo di nebbia o di pioggia: risalgono al IV-V secolo D.C.

Nel 1902, sulla volta d’argilla di un caverna della Dordogna, all’altezza di due metri dal suolo, Breuil scopre dei graffiti che risalgono al paleolitico; alcuni anni dopo, assieme a Cartilhac, ritroverà dei segni simili in una caverna d’Altamira, situati alla stessa altezza. I due studiosi, insieme a Obermaier che scoprirà tracce simili in una caverna di Lourdes, concordano sul fatto che si tratti di impronte provocate dalle zampe di giganteschi orsi dell’era glaciale. Reuil afferma che gli orsi, cercando nel buio l’uscita dalla grotta, si sono appoggiati ala parete lasciando involontariamente una traccia. Obermaier sostiene invece che gli animali hanno appoggiato le zampe sulla volta della caverna per strofinarsi le unghie.

Grotta di Lascaux
Grotta di Chauvet

Non importa quale delle due interpretazioni sia più vicina alla realtà. Da entrambi i casi si ricava questa tesi: è il segno di una belva a produrre l’arte grafico-pittorica del pleistocene. La prima manifestazione artistica dell’uomo scaturisce dunque non tanto da ispirazioni magiche o religiose quanto dalla goffa imitazione di tracce animali. Le rupestri “tragedie di caccia” di Lascaux, i graffiti narrativi di Limeuil (dove una figura mana veglia una figura morente), i graffiti su lastra d’ardesia di Pechilat (con la “battaglia degli orsi”), rappresentano l’evento nato dalla visione di quelle tracce nel buio. Atterrito dall’animale, che è assente, ma affascinato dal suo segno, che è presente, diviso fra la natura “ferina” di quel segno e la sua apparenza “magica”, l’uomo da un lato testimonia la sua paura per “l’altro da sé” che è “mostro” da esorcizzare, catastrofe da scongiurare; dall’altro lo rappresenta, lo introietta, lo mostra a se stesso trasformandolo in totem, in simbolo.

Grotta di Chauvet

Il disegno dell’uomo preistorico è la prima metafora di una creazione in imminenza di distruzione.

Disegnare è “pensare per immagini”: è il momento in cui, tra vista e visione, tra percezione e immaginazione, si definisce una fase della creazione artistica: quella in cui si “assorbiti” dall’oggetto prescelto. Non ha importanza in cosa consista l’oggetto: una traccia esterna, un sentimento interno. In questa fase si è “chiamati” a creare: potremmo definirla semplicemente il momento dell’ispirazione, condiviso dall’artista primitivo che disegna scene di caccia, dal bambino che traccia ghirigori sul foglio, del folle che riempie la pagina di figure. E’ la fase dell’”incantesimo della creazione”, di condensazione e stilizzazione magica propria di un inconscio arcaico, che non concepisce ancora la trasformazione di quelle tracce in forme.

L’uomo si identifica, subito, nel gesto di tracciare qualcosa, come se rispondesse a una chiamata. La traccia sembra imitare quella di un animale e crea qualcosa dove prima non c’era nulla. È un gesto casuale e imprevedibile di risposta, che traduce la necessità di scongiurare una minaccia reale con la sua rappresentazione magica – con la sua ri-creazione.

Grotta di Chauvet

La prima arte pittorica si riduce successivamente a forma ornamentale e si semplifica a segno geometrico, a sua volta portatore di significati precisi. Diventa scrittura, prima ideografica, poi alfabetica. Ma è proprio vero che, diventando tale, la scrittura tradisce la sua natura originale di traccia provvisoria, imitata dal segno di un animale?

Così mi appare nel fregio di Lascaux,
madre fantasticamente travestita,
la Saggezza dagli occhi pieni di lacrime. (R.Char)

Manoscritto di René Char

Il primo gesto artistico dell’uomo non è né pittura né scrittura ma schizzo materico. L’energia di questa idea è sostenuta inconsapevolmente da alcuni grandi pittori nel corso dei secoli: Leonardo, che interpreta le crepe dei muri come scene di battaglia; Piero di Cosimo, che vede come segni pittorici i suoi stessi sputi; Alexander Cozens che inventa paesaggi rocciosi a partire da macchie d’inchiostro; Victor Hugo, che da fondi di caffè o sgorbi casuali abbozza castelli, dirupi, mani da incubo.

Alexander Cozens
Victor Hugo

In modo analogo, quando faceva Kioku-je, cioè “pittura dell’immaginazione”, il celebre pittore Hokusai si serviva, come materiali, di oggetti immersi nell’inchiostro di china e talvolta, al posto del pennello, usava le sue stesse unghie. Sengai, calligrafo giapponese e maestro zen del XVIII secolo, diceva: “Da questo mio gioco di pennello e d’inchiostro non nasceranno calligrafie o pitture. Solo le menti molto limitate possono prenderle per calligrafie o pitture”.

In alcuni maestri dello Sho – l’arte millenaria della calligrafia cinese – la massima concentrazione corrisponde a uno stato di raccoglimento e di silenzio in cui l’artista può convivere per un tempo indefinito con il rotolo di carta bianca, pensando alla forma da disegnare; ma, non appena il pennello toccherà la carta, la sua arte sarà “arte del momento”, agile, diretta, sciolta, veloce. E’ questa velocità di esecuzione, che succede a uno stato di attenzione, a suggerirci che la sostanza dell’atto artistico sono le prove, gli schizzi, in cui si traduce questa attenzione.

Hokusai

I disegni e gli schizzi sommari non ci indicano uno stato inferiore a quello dell’opera conclusa, ma un momento diverso, subliminale, arcaico, in cui la vertigine iniziale non si conclude e non si consuma in un risultato. L’opera non è ancora un regno stabile, una certezza che azzera le altre ipotesi con un colpo di spugna.

Quando Théodore Géricault soppresse gli episodi più feroci e cannibaleschi de La zattera della Medusa spalmando sulla tela una sostanza velenosa e nera, il bitume di Giudea, rese omaggio alla tradizione di quella stabilità, cancellando le parti del quadro che i contemporanei non avrebbero saputo capire.

La zattera della Medusa, Théodore Géricault

Il linguaggio in cui l’origine parla è essenzialmente profetico. Ciò non significa che esso predice gli avvenimenti futuri, ma che non parte da qualcosa che già c’è, né da una verità in corso, né dal solo linguaggio già detto e verificato. E’ un linguaggio che annuncia, poiché comincia. Indica l’avvenire, poiché non parla ancora, come un linguaggio futuro, e in quanto tale assume senso e valore solo innanzi a sé. (M. Blanchot)

Alla visione iniziale – il segno della belva – risponde un movimento di forme che ci riconsegna, più consapevoli, alla stessa visione: lo scrittore che annota o il pittore che disegna si rivelano fantasmi di quell’uomo primitivo che, nella luce del giorno, ricreava le tracce lasciate dall’animale nel buio della notte.

Scrivere, nella scrittura poetica e analogica, è dipingere, lasciare una traccia, un segnale visibile. «Comme des longs échos qui de loin se confondent / Das une ténébreuse et profonde unité, / Vaste comme la nuit et comme la clarté, / Les parfums, les couleurs et les sons se répondent» – suggerisce Baudelaire nelle sue Correspondances. Scrivere è farsi sedurre dall’eco della notte: non notte opaca ma tenebre squarciate da lampi. Scrivere, in stato di veggenza, di una notte rischiarata da tracce, frammenti, scie luminose – non sigillata nella sua totalità di buio. Scrivere portando alla luce il gesto ferino che restava assopito dentro di noi finché lo sguardo umano lo ha risvegliato.

Amo la lotta dell’albero per rimanere diritto e crescere, a dispetto delle avversità; e il ramo di spine, calpestato dagli zoccoli degli animali e contorto, che continua a crescere, vivo nonostante tutto. (G. Sutherland)

Graham Sutherland

Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti della pittura cioè ci stanno davanti come se vivessero, ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio. (Platone, Fedro, 275d).

Scrittura e pittura, come ci ricorda Blanchot, sono vicine al silenzio sacro di ciò che sembra vero. Ma ciò che sembra vero è un’immagine capace di trasmetterci i brividi del terrore, come lo furono quei segni sulla caverna della volta di Altamira. E se il terrore nasce nell’ignoto e nella notte, è altrettanto vero che ogni opera su serve del buio per approdare a una forma precisa, consapevole della notte che la nutre e del giorno che la modella, come ci indica Char: «Ecco che nel vento brutale i nostri segni di passaggio trovano, sotto l’humus, la realtà di quelle polverose falcate che sollevano una primavera dietro di sé».

Grotta di Chauvet

Il disegno, lo schizzo, l’appunto, ci mostrano un artista nudo, che ha deposto quasi tutte le sue maschere, e cerca di catturare i primi segnali di un’opera a venire. Questi segnali sono prove, presenze provvisorie, fantasmi della creazione imminente, immaginata come conclusiva; ma, più di questa, sono rivelatrici del gesto iniziale: tastare nel buio, alla ricerca di non si sa ancora cosa, per poi esprimerlo non si sa ancora come.

Tutte le tribù osservano quello che lo stregone ha dipinto. Agli occhi di quegli uomini la pittura è stata eseguita per ricordare o anticipare il combattimento, per mostrare ciò che viveva nella loro mente come episodio del passato o visione del futuro. (E. Kris)

La prova dell’arte si misura sempre e soltanto con altre prove: non cerca storie o musei, archivi o memorie, ma continuità e intimità con l’origine sempre rinnovata e radiante dell’atto creativo.

È nel disegno sommario e non nel quadro finito che il pittore svela il suo gesto intimo, la sua soggettività spoglia, essenziale. Quel segno, tracciato di slancio e in pochi attimi, veloce stenogramma di un battito segreto, mette a nudo il nucleo più intimo del suo fare –che in questo caso coincide con il suo essere. Da parte sua lo scrittore, negli appunti preparatori del libro che scriverà o deciderà di tacere, non si obbliga forse a una dimensione più autentica ed estrema?

Nudità, concentrazione, intensità, necessariamente consumate in un tempo breve: tre unità non classiche che accomunano il disegno del pittore al taccuino dello scrittore, ed entrambi agli “appunti della mano sinistra!.

Fra opera compiuta – che afferma una precisa visione del mondo – e schizzo veloce – metronomo di un effimero stato d’animo che non afferma nulla, corre la stessa differenza che separa l’io ordinatore e descrittivo dall’espressione concentrata e febbrile del soggetto che annota le sue emozioni, come la mano trascrive il sogno che la memoria diurna sta per dimenticare.

Felix Fénéon, il critico francese che ha raccolto per noi le prose rimbaudiane delle Illuminations e che per anni è stato il più attento e moderno commentatore degli Impressionisti, ci rivela, come in certi quadri, non solo di suoi contemporanei, il pittore si è nascosto e ha lasciato parlare le convenzioni del suo tempo. La propria natura intima l’ha confinata in un dettaglio segreto – trascurabile, secondario, forse invisibile – della tela ultimata. In modo analogo il disegno preparatorio dell’artista ci svela una via che il quadro cancellerà – via marginale, forse più significativa della principale – che però doveva essere nascosta dal quadro ufficiale per sancire la sua esistenza.

Felix Fénéon

Lo scrittore – ne sono illustri esempi Hugo e Baudelaire – ha spesso tracciato pittogrammi ai margini delle sue pagine scritte, come se volesse evadere dal regno diacronico e chiaro della scrittura verso quello, enigmatico e sincronico, della pittura. In questo senso, per secoli, il disegno ha rappresentato la mano sinistra che si contrappone alla mano destra.

«Che felice mestiere quello del pittore paragonato a quell’uomo di lettere! All’attività felice della mano e dell’occhio nell’uno corrisponde il supplizio del cervello nel secondo; e il lavoro che per l’uno è un godimento per l’altro è una pena…». Così i fratelli Goncourt, nel loro Journal, separano il mondo razionale e riflessivo della scrittura da quello irrazionale e istintivo della pittura. Ma in realtà anche nella scrittura si profila, alla fine del XIX secolo, un discorso dell’ombra dove al venir meno delle forme tradizionali corrisponde la voce di nessuno della poesia contemporanea, dove al sonno delle forme risponde il limite illuminato dal buio.

Jules e Edmond de Goncourt

In questo doppio movimento, tra sonno e coscienza, tra sogno e realtà, tra vertigine e limite, si rivela meglio il senso dell’antica visione: il segno dell’orso lasciato sulla volta d’argilla, nel buio di quella caverna della Dordogna, e lo stupore dell’uomo, il giorno dopo, diviso tra il terrore atavico per l’animale da placare e la magica influenza esercitata da quelle tracce.

In modo analogo lo scrittore clandestino, in regimi d’oppressione, traccia sul muro, a rischio della vita, la sua scritta di protesta come un anonimo graffito che colpisce per la sua imperiosa visibilità e per l’invisibilità del suo autore.

Dentro le sagome, tra viluppi e meandri, nel solco di graffi, di strappi di incisioni […], dentro il punto o il buco, dentro l’angolo, dentro l’incrocio tracciato, dentro le sagome, dentro le forme che sono materia aperta irradiata dal vigore dalla concezione, dentro il simbolo della bestia o della chimera, dentro ogni perimetro segnalato e posseduto, dentro il profilo del fallo e della vulva, e perfino nell’ìmpronta semplice, nell’orma, nella scansione del moto sull’argilla o sul fango, nello sfregio lasciato dalla punta di silice, o dal sasso lanciato, o dall’unghia o dalle dita, nel sentiero condotto da luogo a luogo (che è luogo unico), corre la vita; la vita nutre il mortale, la morte rigenera la vita. (E. Villa)

Grotta di Lascaux

Raccogliere fogli diversi per contenuto, spessore, formato, materiali; trasformare la carta bianca di un qualsiasi domestico quaderno in intrico di segni, combinazione magica, sogno perturbante; modellare stravaganti boîtes à surprise, copertine esotiche per scritti aforistici, misteriosi scrigni colorati, criptiche micrografie, fogli a fisarmonica fitti di versi e acquerelli, pagine materiche, scherzi concettuali, capricci utopici, eccentrici viaggi biografici; comporre un libro comune fatto di schizzi, disegni, fotografie, scarabocchi, scritture, di quei «segni della mano sinistra» che echeggiano le parole di Osip Mandel’štam: «Distruggete i manoscritti, ma conservate ciò che avete tracciato a margine, per noia, per disperazione e come in sogno». Segni “tracciati a margine” di un unico libro collettivo – manuale di scritture fantastiche, astratte e reali, sospese tra l’estrosità del segno e l’imprevedibilità del senso, non estranee a quelle macchie di caffè di cui Victor Hugo, pittore e scrittore, si faceva artefice e medium, elevandole a immagini fulminee della propria visionarietà, sulla scia di Leonardo da Vinci che, nelle crepe o nelle macchie dei muri, intuiva paesaggi streganti. Leonardo scrisse che un buon esercizio di fantasia per i pittori è quello di osservare le macchie d’umido e di muffa sui muri antichi. Proprio dal casuale intreccio delle loro forme l’immaginazione e la capacità associativa, lasciate libere, dovrebbero suggerire volti, mostri, grovigli di battaglie e infiniti altri soggetti di ispirazione da riprodurre in pittura.

Victor Hugo

I grafismi di Roland Barthes hanno la pienezza persuasiva di una pagina scritta che vorrebbe liberarsi dalla tirannia del senso, ma restano frammenti di un desiderio.

In alcune opere Sho di Norio Nagayama la forma apparentemente astratta – che ricorda le tracce di Kline e le pennellate di Hartung – in realtà è un ideogramma, una parola poco leggibile e reinterpretata pittoricamente, ma carica ancora, tutta intera, del suo significato originale. Ancora parola.

Un paesaggio di Tal Coat, esposto al Museo Granet di Aix-en-Provence. Un semplice tratto verde chiaro, un lungo segno colorato, in tutto e per tutto simile alla più astratta delle Sainte-Victoire cezanniane. L’impressione è che sia stata dipinta da un Cezanne apocrifo, che conosceva già gli effetti futuri della sua stessa arte.

Pierre Tal Coat

Nella breve serie delle Scriptions – disegni di pennarello nero su carta di piccolo formato – Jean Dubuffet tocca, a oltre ottant’anni, l’apice della sua ricerca pittorica: rinuncia alla scorza emblematica del colore per affidare l’esistenza della sua opera al semplice impulso del disegno, alla sua sommaria incompiutezza. In questo modo si avvicina, più di altri artisti, a quanto lui stesso definisce “il limite dello scarabocchio infame e del piccolo miracolo”. Dall’”eresia del colore” all’”eresia del disegno” la strada, direbbe ancora Eraclito, è “sinuosa e diritta”.

Scription 25, Jean Dubuffet

Dall’”annottare” silenzioso delle ombre sulla volta dell’antica caverna, dal terrore ispirato dalla presenza minacciosa dell’animale, deriva un altrettanto silenzioso “annotare”, con segni e parole – sulla pagina bianca, sul muro di pietra, sullo schermo del portatile – quanto per noi appartiene, ed è sempre appartenuto, al regno instabile della notte e non a quello rassicurante del giorno. Solo in questo movimento l’arte può essere fulminea nell’espressione e buia nella radice, estranea a ogni inutile paradiso.

Graffiti è stato pubblicato, in questa versione, in “Arca, prima serie”, n. 32, febbraio 1996; poi, con alcune varianti, nella prima sezione de Il muro dove volano gli uccelli, L’Arcolaio, 2013, e in “Carte sensibili”, ottobre 2013.

Grotta di Lascaux

Grotta di Chauvet

LO SCRITTORE APOCRIFO

Lo scrittore apocrifo

di Marco Ercolani

Senza titolo, Giovanni Castiglia

Lo scrittore apocrifo*

Quando lo scrittore si accinge a scrivere, non è mai solo. Ogni sua scrittura, se è una prova estrema, un parlare oltre, arriva dalle voci degli altri, che lui ascolta come in sogno. Verso di lui si muove l’ombra di una biblioteca impossibile, fitta di taccuini, lettere, racconti, romanzi di altri scrittori che prima di lui (o dopo di lui) hanno condiviso i suoi stessi sogni. Si identifica, fin dall’inizio, con anime che possano condividere le loro passioni con la sua. Si fa portavoce del dolore di una ferita che non è suo e, proprio perché non è suo, gli assomiglia. Cerca destini che gli rispondano ancora, completando il senso di un’opera imperfetta, interrotta, interminabile. Smaschera amnesie, denuncia torti, rivela dettagli illuminanti o ottenebranti. Riconsegna, a destini fraintesi, la loro intima ossessione. Interroga artisti marginali, eretici, misteriosi, che lo attraggono ancora per la follia delle azioni, l’eccesso degli affetti, la bizzarria delle opere, la morte tragica o prematura. Quei destini non risolti, non comprensibili, non “finiti”, irradiano echi: sono nodi irrisolti e dolenti che vorrebbe sciogliere, come se certe domande esigessero ancora, dal mondo dei vivi, una risposta. A quelle vite consegnate alla storia o al silenzio chiede di tornare ancora incompiute, sul palcoscenico di un racconto fantastico, per svelare il loro segreto, per ”parlarle” ancora. Crea per loro un testo impossibile e, mentre lo scrive, sa che diventa possibile dall’interno di una scrittura-ombra che snida i suoi fantasmi con ostinata pazienza, sapendo di costruire solo altri fantasmi. Naviga nel mondo delle ipotesi e delle congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una terra instabile e metamorfica, al confine tra veglia e sonno, mosso da una pietas paradossale per nodi ancora dolenti di vite passate che sente ancora vive. Le storie che inventa a partire da questa pietas non possono violare il segreto che loro custodiscono, ma a questo segreto si riferiscono sempre, attraverso una rete di invenzioni e di analogie di cui non sa né l’inizio né la fine. Esseri e opere cancellati dalla vita e dalla storia riaffiorano in falsi e favolosi atti di giustizia postuma, che hanno l’ambizione di turbare e reinventare la memoria.

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Louis-René des Forêts ci ricorda che l’opera fallisce quando perde il senso della sua impossibilità. In questo senso, e solo in questo, la scrittura interminabile dell’apocrifo non fallisce, ben salda nel suo regno impossibile, nella sua inguaribile ferita. Lo scrittore, rabdomante di risonanze, scrive oltre i limiti del tempo e dell’io. Diventa ‘portavoce’ di quest’assenza assoluta, di questa ferita sempre aperta. La sua posizione è sostanzialmente ‘politica’, una politica eretica e scomoda che sanziona la sua radicale estraneità a ogni narrazione che non sogni il suo stesso narrarsi.

Senza titolo, Giovanni Castiglia

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Ogni scrittura immaginaria che trasforma e rimodella il passato, da Marcel Schwob a Walter Pater, da Jorge Luis Borges a Roberto Bolaño, può chiudersi nel tema della storia o impoverirsi nel cerchio del gioco formale: ma resta inesauribile nell’inventarsi la strategia sempre diversa del suo sogno. Nel momento in cui questo sogno si realizza con chiarezza, definire “chi parla” è insensato. La scrittura scrive se stessa, anche se l’autore resta muto. Chi trova i suoi compagni, è difficile che li abbandoni: diventano parte di lui. Le visioni sono visioni. Si legano a immagini, nodi, ossessioni: non sono proprietà del linguaggio o dell’io, traversano questo o quell’autore come personali modi di vedere il mondo. Non hanno bisogno di uno scrittore superbo ma di un umile trascrittore, che regoli la propria voce secondo l’intensità della sua percezione. Che usi il linguaggio come un ponte di corda per arrivare da un punto all’altro dell’abisso e continuare così il viaggio. Il percorso è quello dell’immagine, dell’idea. Ma il lavoro è con e nelle parole, che lui rivede, cancella, aggiunge, riscrive – ma quando ha già visto, nella sua interezza, tutti i nodi e gli intrecci del ponte. Un ponte non di cemento, di ferro o di marmo, ma di fibre diverse annodate insieme, oscillante e resistente, composto dal lavoro ostinato, plurale, onirico, di mente e corpo.

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Senza titolo, Giovanni Castiglia

Chi non ha mai provato desideri impossibili che avrebbe voluto tradurre nella sua arte? E, se questi desideri sono esistiti, allora perché lo scrittore non può, da cronista apocrifo, tradurli in scrittura tangibile, dando corpo di scrittura a quei fantasmi? Prendere a prestito diverse voci per narrare un sentimento che, pur mascherato da molteplici variazioni, è sempre lo stesso: l’urgenza di esserci contro qualcosa che nega quell’esserci? Inventando una cosmografia apocrifa, tracciando la mappa di un universo ipotetico e impossibile, non impone una geografia del meraviglioso, un’altra terra da sostituire a questa, ma mostra come l’uomo voglia sempre oltrepassare se stesso, “ricostruendo” il passato e proiettandolo nel futuro.

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La scrittura apocrifa è una ‘scrittura del brusìo’, una ‘visione silenziosa’, attenta a registrare processi psichici al limite dell’esprimibile, né sensuale né metafisica. Il suo progetto è minare, alla base, ogni edificio letterario che voglia fondare la sua esistenza su qualcosa di estraneo alla scrittura stessa, ed entrare in un regno prossimo alla poesia.

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Il processo creativo non è un procedimento sur-realista, perché non allontana dalla realtà delle emozioni. Ma il realismo appartiene a un occhio espressionista, che vede il reale come la materia di un sogno. «È tutta l’arte che cerca il vero con i mezzi della menzogna» (Peter Stein).

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Inventando una letteratura complementare a quella tradizionale, composta di testi reimmaginati e favolosi, lo scrittore apocrifo non realizza l’utopia di un’estasi collettiva in cui tutti gli scrittori possono essere, indifferentemente e indistintamente, tutti gli scrittori, in un patchwork combinatorio. Al contrario, la sua idea deriva dall’ossessione che esista un unico e anonimo artista, percepito con volti e voci e vite diverse, nel corso dei secoli.

Senza titolo, Giovanni Castiglia

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L’origine della scrittura apocrifa è un’ingiustizia, una morte, un lutto. È qualcosa di violento e di irreparabile, che guarisce magicamente nell’istante della narrazione. Una narrazione vissuta nel segno di un’ardente malinconia, ma che non corteggia questo sentimento struggente: al contrario, lotta nel compito impossibile di una ricostruzione incessante dell’oggetto, della parola, della vita perduta.

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Senza titolo, Giovanni Castiglia

“Turbare” il passato, ridando voce ad autori che sono realmente esistiti, potrebbe essere giudicato un atto di voyeurismo aggressivo e onnipotente. Ma lo scrittore apocrifo sa che, proprio restituendo la parola a chi non può più parlare, attraverso un artificio dell’immaginazione, non morrà l’illusione di quella giustizia postuma che trasforma anche le verità sigillate dalla storia. Lo scrittore apocrifo ha l’ambizione di trovare, nelle opere che reinventa dal passato, se stesso. Crea dei ‘falsi d’anima’. Certe angosce e visioni del nostro tempo possono esercitare un feedback critico su quel passato. La possibilità di questo feedback sovverte la bloomiana “angoscia dell’influenza” del passato esercitando, al contrario, una “gioia dell’influenza” che, à rebours, fa della letteratura non un repertorio di performances interrotte dalla morte ma un’enciclopedia “in divenire” di vite, destini e opere sempre viventi e cariche di potenzialità ulteriori.

Senza titolo, Giovanni Castiglia

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Il compito dello scrittore apocrifo ha qualcosa in comune con l’esercizio della caccia: scrivendo, stana delle prede nascoste. Si mette in agguato. Sorveglia. Poi capta delle vibrazioni sonore, delle particolari risonanze. Allora si mette in posizione e aspetta la preda: passa, guizza, e la afferra; la tiene tra le mani, ha il tempo di osservarla per un attimo, di intuire una vaga somiglianza fra il suo occhio atterrito e il proprio, e poi la lascia libera. È solo in questo momento che può scrivere del suo incontro con essa, esattamente come un critico parlerebbe di un’opera di Dante o di Boccaccio. La verità è solo nell’attimo magico di una risonanza che genera un effetto: la scrittura è il ralenti di questo incontro, la sempre inadeguata, forsennata, a tratti impotente descrizione di questo incontro dove l’io è l’altro e l’altro è l’io. Le verità che ammira sono spesso immagini viste in sogno e soprassalti del dormiveglia. Aritmie della percezione. Nei paesi mesopotamici, per esorcizzare il potere diabolico del sogno, il sognatore ne incide il contenuto su tavolette d’argilla e lo immerge nell’acqua: così il sogno, insieme all’argilla, può dissolversi. Della potenza assoluta del sogno sono attenti ascoltatori gli indigeni del Gabon, che gli conferiscono valore di testimonianza giuridica, di responso oracolare. D’altronde, al di là di responsi, credenze o formule, nessuna opera corrisponde a qualcosa di autentico se non al sogno del suo stesso autore. In questo senso è sempre anomala, intrusa. Le strategie dell’illusione e del sogno raggiungono effetti di verità che nessuna realtà potrebbe raccontarci.

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Inventare dei ‘falsi d’anima’ che raggiungano ‘effetti di verità’. Non imitare tracce passate, ma reinventare tracce anteriori che non sono mai esistite. Creare un musicale movimento di fuga da un io monodico, insonoro, a un io multiplo, immerso in arcipelaghi di risonanze. Per lui l’io è una goccia d’acqua che cade contro una superficie – il testo – e da lì si espande in migliaia di gocce, ognuna delle quali, nella sua differenza, conserva la stessa identità della goccia-madre.

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Senza titolo, Giovanni Castiglia

L’arte è un paradossale tentativo di cura dalle distorsioni e dalle ingiustizie subìte nel corso del tempo e della storia da uomini e artisti, l’arte destinata a sopravvivere come fantastico desiderio di giustizia contro i soprusi del potere. Il testo apocrifo è la guarigione immaginaria da una ferita inguaribile. La cura di un’assenza attraverso una presenza fantastica. Come per i sacchi cuciti di Burri, qualcosa di lacerato va ricomposto. La guarigione, in questo caso, non è la cura razionale che sopprime la malattia ma una benefica follia di libertà, uno sciogliere, à rebours, cose e pensieri dall’eccesso di ragione e di violenza che li ha fatti ammalare.

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Il catalogo delle opere complete è, per lo scrittore apocrifo, un’offesa e un paradosso. Ogni opera autentica è costituzionalmente incompleta, perché invasa da tutti i libri possibili che l’autore ha pensato e sognato senza scriverli e dal desiderio dei suoi sempre nuovi lettori di leggere in modo nuovo le sue scritture. Ogni opera reale è violata, e felice di esserlo – flusso interminabile, infinito bisbigliare di voci. Il libro è solo la fortuita emersione di una di queste voci alla coscienza della scrittura, un approdo momentaneo, un’isola instabile – come nella parabola della balena e dell’isola ne Il Fisiologo – che ci permette di vedere, da una particolare inquadratura, il “libro impossibile” che continuiamo a scrivere. «La biblioteca ideale a cui tendo è quella che gravita verso il fuori, verso i libri “apocrifi” nel senso etimologico della parola, cioè i libri “nascosti”. La letteratura è ricerca del libro nascosto lontano, che cambia il valore dei libri noti, è la tensione verso il nuovo testo apocrifo da ritrovare o da inventare» (Italo Calvino).

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Ogni scrittura segreta ha il privilegio di essere impossibile, in quanto non appartiene alla storia della letteratura. Esiste, ma deformata come in un sogno, e conferisce alle opere e ai pensieri dell’autore di cui prende la voce una sorta di ‘abbandono onirico’. Proprio per la sua natura fantasmatica la voce apocrifa si impone come la finzione più naturale, che orienta la scrittura verso il testo che non c’è, assente perché perso, immaginato o sognato, mai scritto sulla pagina. L’autore apocrifo è colui che viene a completare il lavoro dell’altro, che assume la sua voce per proiettarvi la propria scrittura in modo da rendere giustizia, su un piano etico ed estetico, ad una mancanza, cercando la completezza impossibile. L’opera apocrifa porta in sé la sua incompiutezza e il suo fallimento, anche se ogni testo che la compone, considerato autonomamente, può sembrare compiuto e riuscito. È come una voce che ne chiama un’altra, in un corale non riducibile al silenzio, un “concerto” di parole che continuano a parlare da sole, servendosi di noi come strumenti più o meno adeguati.

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«Abbiamo scritto insieme [D. e Guattari] un libro su Kafka. Quando scrivo su un autore, il mio ideale sarebbe di riuscire a non scrivere nulla che potesse rattristarlo, o, se è morto, che potesse farlo piangere nella sua tomba: pensare a lui, all’autore sul quale si scrive. Pensare a lui con tanta forza che non possa più essere un oggetto e che non sia neanche più possibile identificarsi con lui. Evitare la doppia ignominia dell’erudizione e della familiarità. Restituire a un autore un po’ di quella gioia, di quella forza, di quella vita politica e di amore che lui ha saputo donare, inventare. Tanti scrittori morti han dovuto mettersi a piangere per colpa di quel che si scriveva su di loro. Così, spero che Kafka si sia rallegrato del libro che abbiamo scritto su di lui, ed è per questo che tale libro non ha rallegrato nessuno» (Gilles Deleuze).

Senza titolo, Giovanni Castiglia

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Scrivere, ma non essendo i primi. Scrivere perfettamente soli, ma in mezzo alle voci che ci rendono soggetti scriventi. Noi non siamo che l’esito di alcune storie. Noi narriamo, registriamo, curiamo i nostri taccuini, con l’imbarazzante impressione di essere sempre arrivati dopo.

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Creare un’enciclopedia incompiuta di voci invisibili è il progetto dello scrittore apocrifo. Ostinatamente identificarsi con vite e pensieri altrui, con “anime perse” da far tornare alla luce per un attimo e salvarsi con loro, riperdersi con loro. Qualcosa che è stato interrotto e deve ritrovare la sua armonia. Un’ingiustizia è stata patita e attende il suo riscatto. Un sogno donchisciottesco, quello sognato dallo scrittore apocrifo, composto di scritture che si mettono sulla scia di altre parole, appaiono e poi spariscono, restano visibili, tornano invisibili. Un atto illuminista e onirico: correggere ferite, orrori, silenzi, con lo strumento del sogno, dentro un ostinato “discorso contro la morte”. Torcere il reale con un atto di immaginazione fantastica, simile a quello che compie Don Quijote nelle rovinose finzioni evocate dalla sua follia cavalleresca. Un atto che, di per sé, è sogno lacunoso, assoluto, interminabile – attimo di equilibrio sull’orlo del precipizio; «un prodigioso equilibrio in uno stato di disastro ininterrotto, in un continuo franare» (Henri Michaux). L’arte salva l’artista e lo rende folle. È, come scrive Robert Bazlen, «una linea chiara nel caos».

Senza titolo, Giovanni Castiglia

*I testi sono tratti, con alcune varianti, da: Nottario, Scriptions, 2012.

Sito web di Giovanni Castiglia: Giovanni Castiglia – Biografia, mostre e opere