Mi si chiede cosa penso, come artista, dell’immagine dell’uomo. Davvero non so cosa rispondere. Scultura e pittura e disegno sono sempre stati per me altrettanti mezzi attraverso cui prendere coscienza di come vedo il mondo – e in specie il volto e l’essere umano nella sua completezza o, più semplicemente, i miei simili, e in particolare coloro che mi sono più vicini per un motivo o per l’altro.
La realtà per me non è mai stata un pretesto per fare oggetti d’arte – bensì l’arte un mezzo indispensabile per capire di più e meglio ciò che vedo. Stando a questo mio concetto, la posizione che mi spetta è del tutto tradizionale.
E tuttavia io so che mi è assolutamente precluso di poter scolpire, dipingere o disegnare ad esempio una testa così come la vedo, e che ciononostante questa è la sola cosa che mi interessa veramente. Tutto ciò che saprò fare è solo un pallido riflesso di quello che vedo e il mio successo sarà sempre e comunque inferiore allo scacco, o forse, nel migliore dei casi, pari ad esso.
Non so se lo scopo del mio lavoro è realizzare qualcosa oppure scoprire per quale motivo non riesco a fare ciò che vorrei. Può darsi che tuto ciò non sia nient’altro che un’ossessione le cui ragioni mi sfuggono, o il complesso di una chissà quale mancanza.
Ad ogni buon conto, mi accorgo che l’interrogativo che mi è stato posto è veramente troppo vasto e generale perché possa rispondervi in maniera esauriente. Con la semplicità di questa domanda, in realtà tutto è rimesso in discussione – e quindi come rispondervi?
*Da New images of man, Peter Selz, Museum of Modern Art, New York, 1959. In “Alberto Giacometti”, Edizioni all’Insegna del Pesce d’oro, Milano 1984. In occasione della mostra “Alberto Giacometti” alla Galleria Pieter Coray, Lugano, 30 marzo-12 maggio 1984.
Paesaggi come visione di un mondo interno oscuro e complesso che entra in cortocircuito con le cose viste e le frastaglia, le trasforma. Tra quei paesaggi, negli anni 1974-1976, un ciclo pittorico dal titolo, Tramare tramonti, che ha come ossessioni dominanti un sole rosso e una striscia nera d‘orizzonte, di mare o di terra.
**
L’artista “agisce” il caso. Attraverso un rullo stende oli, smalti, acrilici, inchiostri tipografici su carta da ciclostile. Crea impronte del sonno e del sogno, come Louis Soutter con le dita sporche d’inchiostro inventava ombre straziate. Vuole non controllare il paesaggio che immagina. Non prevederlo. Vederlo soltanto “dopo”.
Dipinge a partire dallo sfondo, dal buio. I segni escono alla luce, prendono corpo in paesaggi, sfavillano come soli. Ma nello stesso tempo sono sul punto di cancellarsi, dissolversi, rientrare nel buio.
**
Segni e colori formano, per l’architetto-pittore, un paesaggio fantasmatico e accidentale, dove domina l’astro rotondo e rosso e la linea liscia e nera: in questa rappresentazione l’artista si finge incosciente, ma consapevolmente lavora il mondo dell’ombra e della duplicità con variazioni seriali, come affrontando in una partitura musicale il primo e il secondo tema.
Con i segni gioca quel tanto da farsi sorprendere e accompagnare dove loro vorranno, dipanando un filo avvolto nel buio. Questo filo conduce la pittura a farsi paesaggio inconscio ma riconoscibile. Schizzo di sole e terra, di rosso e nero.
**
Tessiture. Trame. Calchi di ombre. Sfolgorii di luce. Intelligenza e coscienza pittorica. Echi di Turner e di Nolde, dell’estremo impressionismo del Monet delle Ninfee. Il pittore dipinge incantesimi materici citando la pittura del passato e del presente. I paesaggi appaiono come reperti inquieti, sospesi tra l’ossessione del colore e dell’ombra e l’aleatorietà dell’esecuzione, affidata a un lavoro manuale che proprio dalla e nella manualità porta a compimento la propria visione.
**
Come socchiudendo gli occhi sotto il sole, che è sempre presente in ogni quadro, l’artista pensa il colore nella mente e nel corpo. Fa sempre pittura, anche se con una tecnica che evoca la pratica dell’incisione e dell’acquaforte. Le sue idee non sono mai separate dalla “romantica” violenza dell’atto pittorico ma, al contrario, la nutrono.
**
L’opera visiva di Victor Hugo nasce casualmente da macchie di caffè, sgorbi d’inchiostro sulla carta: crepe più eloquenti delle parole sublimi della Poesia e del Romanzo, squarci che non trattengono più la molteplicità del mondo. Hugo usa il segno fulmineo e segreto della mano soggiogata dalle visioni per tracciare castelli illuminati, riflessi nell’acqua nera, o l’inferno di una porta sghemba, la macchia stregata di una città immaginaria. Dove comincia il caos? Dove finisce la ragione?
Anche i paesaggi di Tramare tramonti si affidano al caso, lo serializzano, accostando la passione per la materia del colore alle logiche della combinazione e del gioco.
**
«Non vedere il mondo ma visionare il mondo» – suggeriva Henri Focillon.
**
Leonardo traccia, nei disegni del Diluvio, gli appunti per un’arte futura che non sia soltanto architettura mentale di forme. Piero di Cosimo, con la sua predilezione per le crepe, gli sputi, le macchie, anticipa, da selvaggio eremita, la pittura informale. E Alexander Cozens, con le sue macchie che evocano streganti e allucinate foreste, irride l’arte da orafi dei pittori di paesaggio. Sembra che la pittura sia, da sempre, attratta dai paesaggi indefinibili e fluttuanti.
**
Il colore non nasce mai solare. Dapprima striscia sottoterra e sembra morire al buio. come la spiga eleusina. Poi emerge e scintilla. Solo in questo modo il gioco della luce sarà iniziatico e non decorativo, alchemico e non formale. Il paesaggio sarà traversato da un soffio. Il soffio viene da e va verso: in mezzo ci sono figure, segni, paesaggi, che ricordano o anticipano; che si voltano indietro e si protendono avanti. Un vento li spazza via, li mescola insieme. Ogni volta.
**
La mancanza d’immaginazione è latitanza del corpo, ma il corpo deve esistere come materia, disegno, colore. Occorre far apparire la forma e far apparire l’informe. Il segno, nitido sul foglio, nasconde il buio e lo dispiega, abbaglia e si occulta. Tutto può apparirci statico o vorticoso. Questi due stati della coscienza convivono, si alternano o contrastano: l’opera al nero è la stasi, l’opera al rosso il vortice. Ma è dal nero che si nasce, dalla linea dell’orizzonte, è nel rosso che si è vivi, nel sole che nasce e tramonta, specchio e doppio di se stesso.
**
L’opera umana è emozione, sensi, sentimenti, percezioni: è sintesi e palinsesto di un incalcolabile numero di passaggi e paesaggi.
**
Ciò che è compiuto appartiene al regno dei morti. Solo quello che si sta per fare e che non conosciamo ancora è il prossimo lavoro, è più prossimo a noi. È futuro, è il vivente.
**
L’artista ripensa oggi un ciclo pittorico elaborato quasi quarant’anni fa. Ne fa una mostra e un libro. Ma non lo attualizza né lo museifica. il suo lavoro non è quello di un archivista della memoria. Vuole trovare futuro nel suo passato. Il ricordo non è una serie di quadri da appendere a una parete, da conservare dentro una stanza. La memoria non è museo permanente. Il ricordo si muove, in continuo trasloco da se stesso, e la serie dei quadri diventa anche riflessione teorica sulla loro essenza, libro collettivo dove anche altre voci parlano e commentano.
**
Bisogna amare la memoria che ci tradisce e ci sopravvive. Che ci fa immaginare sempre su noi stessi e amare il guardare ancora, non le cose già guardate. Amare insensatamente l’infinito inganno ottico dei colori, la tessitura delle forme, come si amano i bagliori di una stella che non è morta. Scavare strati e strati per raggiungere il fondo della luce, il sole rosso, o del buio, la striscia nera – ma ad ogni strato c’è una rivelazione, ad ogni rivelazione un’oscurità più fitta, e alla fine si smarrisce il disegno, ma non il senso dell’opera.
**
Alberto Burri, laureato in medicina, non esercitò mai la scienza medica. Ma da pittore cucì sacchi rotti, sulla tela, come un chirurgo dell’immaginario.
**
Molti artisti curano se stessi mostrando le loro ferite. “Tramare tramonti” è anche un gioco di parole, ma non solo. È tessitura di un ordito che fa trapelare l’angoscia del punto e della linea, il dramma fra architettura della forma e irrazionalità della pulsione.
La linea-terra: il femminile. L’astro-sole: il maschile. Facili simbologie, ma troppo vaste e vaghe per essere, in sé, significative, o per non compenetrarsi e contraddirsi, in un gioco pirandelliano delle parti. Il pittore non usa il simbolo in modo extrapittorico e concettuale, ma come strumento tra gli strumenti. Ne scaturisce un ciclo di opere simili ma sempre diverse, dove non manca mai il richiamo figurativo alla curva e alla linea, al contrasto colore/ombra, ma a contare sono solo le visioni del pittore come sequenza musicale e rapsodica, dove il suono rotondo e continuo di Giacinto Scelsi si alterna alla linea aspra e secca della poliritimia di Pierre Boulez.
**
Una ricerca, questa, che mette al suo centro il paesaggio come “paesaggio dell’anima”, terreno sospeso tra mistero e realtà, tra veglia e sonno, esorcismo che accoglie la potenza dell’inconscio e la logica della coscienza in uguale misura, e il loro compenetrarsi. Se è vero che la psicosi disperde le sue angosce dentro uno schermo bianco, se è vero che la nevrosi mostra i suoi sintomi come geroglifici da decifrare nella pietra, ci sembra significativo che l’artista, insieme sano e folle, sperimenti segni e colori come libere e coraggiose improvvisazioni musicali, segnale di un rigoroso fluttuare dell’anima e della mente nelle forme e nel colore.
**
Quel punto rosso, sole o sangue, è sempre presente, nello sfondo frastagliato e buio di tutti i dipinti. Un punto da cui partire, da non dimenticare, dal quale non separarsi, come origine e/o come mèta finale, come desiderio ostinato dell’oltre.
**
«Sulla tela bianca del Mondo
sta per fare qualcosa.
È deciso.
Per il momento
cammina,
benché senza dubbio
si senta uccello pronto a volare».
(Henri Michaux)
*Scritto a quattro mani con Lucetta Frisa per alcuni dipinti (1972-1976) dell’architetto e pittore Carlo Merello, ora pubblicato in Tramare tramonti (De Ferrari, 2012).
Carlo Merello, architetto e pittore (Genova, 1950). Tra i suoi libri recenti: “L’autoRitratto indiretto. Opere 1977—1982″, De Ferrari editore, Genova, AA.VV.; “Biennale dell’immagine”, Comune di Chiasso. Testo in catalogo a cura di Viana Conti. (CH); “Tramare Tramonti” (volume sulle opere dei primi anni Settanta), testi di V. Conti, M. Ercolani, L. Frisa, C. Merello, De Ferrari editore, 2012; “Natura Struttura Ibrido” catalogo, presentazione di Riccardo Zelatore, Genova, 2013; “FUORI DAL PROGETTO – tipoidi, segni e riflessioni – 1987/2007” Edizioni Campanotto, Udine; “NATURA STRUTTURA IBRIDO – Opere e progetti 1993/2013” Edizioni Campanotto, Udine; SATURA Rivista d’arte e cultura, copertina e saggio sul progetto “Reliquiari di architettura” di Flavia Motolese. Genova 2015; FOGLI DI VIA, rivista online e cartacea, intervista a cura di Carlo Romano, per De Ferrari editore, Genova 2017; Vuoti a perdere, presentazione della mostra personale alla galleria Entr’acte, 2019.
In Minime circostanze (Associazione Contatti, Genova, 2021), Marco Furia sviluppa la sua ricerca stilistica e umana nel difficile territorio della “prosa poetica”. Il libro è una raccolta di prose minimali e descrittive che evocano l’arte di Francis Ponge, autore delle brevi composizioni dal titolo Le parti pris des choses. Leggiamo le due epigrafi al libro, la prima da Osip Mandel’štam: «Vedere, udire, capire – tutti questi significati un tempo confluivano in un unico fascio semantico». La seconda da Daniil Charms: «I sostantivi danno vita ai verbi e donano ai verbi libera scelta». E iniziamo il libro: «Avvertito insolito strido, interrotta impegnativa lettura, raggiunse ampia finestra e si sporse. Poté notare, così, grosso piccione appollaiato su basso ramo e domestico felino che, nei pressi, lo osservava da terra». Cosa può percepire, il lettore, davanti a queste frasi? Un sentimento di delicato e composto equilibrio che l’occhio dell’autore ricava serenamente dai semplici fenomeni della realtà. Non un discorso filosofico o simbolico, che alluda a mondi ulteriori, ma un camminare lieve accanto alle “minime circostanze” della vita quotidiana. Non solo descritte: iperdescritte, fino a generare un quadro reale e surreale insieme, ironico e spiazzante, dove accadono cose prevedibili narrate con sorridente “sprezzatura” e raffinata lontananza emotiva: «Impetuosa raffica di gelida tramontana avendo spezzato più d’una stecca di pur robusto ombrello, riparatosi sotto ampio portico, inserito alla meglio inutilizzabile attrezzo entro cestino dei rifiuti (buona parte del manico sporgeva in maniera ben visibile), acquistò da provvidenziale ambulante analogo arnese e proseguì il cammino. Altra folata l’avrebbe investito?». Incalza una domanda: ma perché narrare le “minime circostanze” di una vita con uno sguardo così capillare e dettagliato, una prosa tanto minuziosa e razionale, come avvinta al singolo oggetto descritto? Per una semplice ragione: sviluppare l’attenzione poetica proprio a partire dal grado zero della cosa detta, senza orpelli narrativi, senza arabeschi lirici, senza complicazioni drammatiche. Chi legge deve farsi sedurre da questa partitura sfaccettata, puntillista, e vivere l’attimo semplice di un pranzo come una coreografia di nomi e di aggettivi: «Raggiunta apparecchiata tavola, accomodatosi su lignea sedia, consultò non ricco menu. Fornita pronta risposta alla sollecita richiesta di attento cameriere, strappato cartaceo involucro, estrasse sottile grissino il cui piacevole (lento) consumo – pensò – lo avrebbe aiutato a ingannare l’attesa. Soltanto dopo che fu vuotato l’intero pacchetto, fumante pietanza venne servita».
Furia costruisce una sequenza magnetica e ipnotica di descrizioni della vita quotidiana: ogni pagina sembra rinnovare il banale incantesimo del dire il dicibile, senza attardarsi nell’indicibile. Forse perché, secondo l’autore, la vita è comunque, nei minimi dettagli esplorati con pazienza dal linguaggio, meravigliosa ed estranea alla morte. Una banale osservazione meteorologica suscita vibrazioni ed enigmi: «Ampia vetrata gli permise di notare come alle pronosticate (abbondanti) precipitazioni corrispondesse un cielo parzialmente nuvoloso. Più tardi, forse, sarebbe piovuto?» Un uomo che fischia a un gabbiano e gli porge sul marciapiede il resto di una brioche osserva: «Avrebbe l’accorto volatile accettato la sua alimentare offerta? Chissà». Quel “chissà” è una minima promessa di futuro. Il titolo del film di Roy Andersson Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza evoca, come queste prose, reali e astratte insieme, lo stesso sorriso segreto e beffardo sull’esistere.
(Qualche volta ti strapperei la lingua, sentenzioso fraseggiatore. Ma guàrdati, una buona volta, nello specchio brandito dalle streghe: tu, bocca d’oro, sorgente tanto fiera dei tuoi sonori prodigi, non sei più che fogna bavosa.)
Il testo è tratto da: Philippe Jaccottet (1925-2021), A la lumière d’hiver, Poésie/Gallimard, Paris, 1994.
Tutti i muri della Grande Collegiata da cui hanno tolto gli affreschi visibili e che ora svelano frammenti di cosmologie o pianure fitte di eserciti morti o figure che ascendono al cielo, sono opera mia. Avendo vissuto per quasi un secolo, dal 1406 al 1497, ho realizzato io tutte le sinopie dei più grandi affreschi toscani, tutte le «prime tracce», ricoperte poi dalla pittura ufficiale. Senza che nessuno mi suggerisse niente, con la misera traccia di pochi disegni preparatori, ho messo io la prima impronta, con sanguigna e matita e carbone – quella dove il pittore avrebbe dipinto l’affresco finale, murando per sempre i miei segni, usandoli come stampo da seppellire sotto le sue magnifiche, definitive pitture.
Io sono il Cancellato.
Io sono il Maestro delle Sinopie.
Oggi, ma solo per qualche giorno, a causa del restauro degli affreschi, restituiscono i miei muri alla loro prima e vera natura. Il mondo, oggi, 10 giugno 1990, può vedere i miei segni. Le mie sanguigne riaffiorano. I miei fantasmi sono icone reali della mia lunga vita fuori tempo. Adesso mi riaddormento. Torno alla mia esistenza. Torno al 13 agosto 1470.
Devastazione totale, ma solo delle coscienze. La natura più o meno imperterrita. Tu chiediti se confidare.
La moralità delle piante.
Non tanto la loro Nazione, ma un impero: gentile.
L’immane incapacità di gentilezza dell’uomo.
Sei capace di restare immobile? Immagina allora come deve essere starci.
Essere senza dirlo.
Per carità, la stessa cattiveria di voler essere. L’edera… Solo più gentile, più silenziosa. Vedi? Più verde.
Sempreverde o caduco?
Sbagli prospettiva, sulla solitudine. Il bosco è una folla.
Dissipazione, sì. Ma impazziresti? Qualcosa mi dice di no. In fondo, sei gentile anche tu. Proprio in fondo, però.
2.
Trovati un parapetto qualsiasi, un punto di vedetta, per forza di cose elevato; fatti forza per dimenticarli, tutti quelli della tua vita: le torri di guardia, le ringhiere, i moli, le dighe foranee, i ponti, i finestrini… i finestrini dei treni… Un muretto qualunque. Non hai più niente da aspettare, niente da aspettarti. Ma che fai? Rimpiangi il potere sconvolgente dell’incertezza, l’acre, acuta prospettiva che la mancanza di prospettive ti apriva? Ti concedo solo un attimo, oltre il quale questo sentimento sarebbe rivoltante. Buttalo giù, nel vuoto; da quell’altezza, giù di sotto.
Guarda. Smetti di guardare lontano. Ora puoi farlo. So che non puoi rinnegare poetiche, storie, psiche, inclinazioni e torsioni, storture dello sguardo e della lontananza. Né che tutto, ancora, sempre, e dopo tanto tempo, continui a non essere altro che sguardo.
Non ti aspetti più niente. Non aspetti niente.
Però, ecco Il bello delle alture, la visione si apre. Proprio quando assapori l’aurora di qualche certezza, ecco che la Storia si incarica di sospenderla, di ribaltare la prospettiva, con te come perno.
Senti la vertigine? Lo so che non ne soffri. Fai spallucce. I piani si spostino pure, ma se tutto ruota su te stesso – conceditelo, per una volta: e su chi, sennò? – tu continui a guardare tutto che cambia, tutto che si capovolge, sempre con lo stesso sguardo.
C’è qualcosa di nuovo: non c’è altro che te; e ci resti, ma ora questo riguarda anche te. Sei entrato nella storia.
Vai oltre tutto questo. Anzi, ignoralo. Tutto questo – sembra niente, ma c’è voluta una vita – è avvenuto in un attimo.
Ti sei fermato a gettare solo un’occhiata. So quanto è potente, quello sguardo…
3.
Sempre gli stessi gesti. Li fai, li vedi.
Il silenzio amplifica.
Fai qualcosa, di solito piccole cose, e già non le vedi più. Pensi a quando lo farai ancora, a quando non le farai più. Ora le disprezzi, ma potresti rimpiangerle.
Sei sempre sotto la minaccia dei gesti. I gesti ti ricattano.
Non credere che la musica riempia il vuoto.
Il vuoto, il silenzio, i gesti, vi chincagliano dentro.
La musica fluidifica. Toglie attriti, lubrifica.
Fai ogni cosa come se fosse scritta su uno spartito.
Non sai leggere, lo so. Ma tu sai ascoltare.
4.
Come un ricordo. Ti sovviene. È vero, te ne sei allontanato. O è quell’idea che si è allontanata da te? Impossibile – ti sembra di non crederci – come qualcosa di cui eri completamente intriso ti abbia del tutto abbandonato. Ma non eri tu a essere padrone delle tue idee? Sei stato tu, invece, ad allontanarti? Hai smesso di pensarci, così, semplicemente, spontaneamente, non appena la tua vita, non senza prendersi beffe di te, si è messa su un binario? Su un binario qualsiasi?
(Non qualsiasi. Lo sai bene. Da frequentatore di piattaforme e cavalcavia, da attento lettore di sigle di vagoni merci…).
E insomma ti prende, così come se n’è andata, da sé, da sé ritorna (finzione giuridica), o se non altro, così come in un attimo è sparita, così in un attimo riappare.
Vuol dire che non è mai andata via? Che c’è sempre stata? Non sforzarti, non fai nessuna fatica – vedi? – a disinteressartene. Lo so, non rinneghi niente. E ti fa onore, neanche un’ombra di spavento.
Eccola lì.
Conoscente che non disconosci e che non vuoi più salutare (non le cose fatte, ma gli amici, quelli sì, si rinnegano).
Desiderio, bisogno, inclinazione naturale, propensione, come qualcosa a cui non opponi resistenza.
Perché, è innegabile, è stata tanta parte di te.
Quell’idea.
Uscire dal quotidiano. No: uscire dal tempo.
Uscire dal tempo, uscire dall’essere.
È stata. Lo è ancora?
La stanchezza, nonostante l’ora, ti abbandona. Tipico delle lucidità maledette dell’insonnia. Ma tu dormi sempre come un bambino.
E il silenzio della notte, si fa strada tra segnali sonori di vita, tra la desolazione che non è mai troppa.
Come una stanchezza gentile. Senti? Come è diverso, ora… Come tutto resta, tuttavia, pur nell’inaudito, sempre familiare…
Come se. Uscire dall’essere e dal tempo. Come fosse entrare…
5.
Chiudi gli occhi con i polpastrelli delle dita, premute. Contempla le immagini prodotte dai tessuti, dai vasi sanguigni che pulsano e tracciano grafi, dalla luce che filtra, sulle retine. Vortici , galassie.
Non è affascinante che lo scarico di un lavandino segua le stesse leggi del moto delle galassie?
Un po’ meno affascinante, invece, che le galassie seguano le stesse regole di uno scarico di lavandino…
Togliti le dita dagli occhi.
6.
Sempre. Prima o poi si arriva alle galassie.
La giusta prospettiva.
La giusta distanza.
Ah, se nello spazio si potesse respirare!
Che solo qui, sul pianeta, si possa respirare… Non senti un po’ di claustrofobia?
Un mondo sconfinato… Che te ne fai di tutta questa… libertà?
Riprendi i vecchi esercizi. Geografia, Economia, Geopolitica: dove andare a vivere?
La tua premessa era: fare tutto con poco.
Il poco che eri.
Prova ora a pensare: e col poco che ti resta?
Andavi in vacanza in paesi in cui si parlavano le lingue che conosci, leggevi giornali, guardavi gli annunci economici, ti fermavi a guardare le vetrine delle agenzie immobiliari. Un vero cittadino del mondo, non c’è che dire, altro che vacanza.
L’emigrante nel sangue. Che poi, altro non è che biologia.
Scegliti un posto in cui (tu possa) vivere. Vivere, você entende? βίος…
Nel verso la parola si rifugia, sfuggita al mercato del senso, del buon senso. Dal nuovo avamposto guarda le distese di significati che la comunicazione manipola, contratta, svende. Come ha potuto vivere finora senza il fremito dell’impossibile?
Nel verso la parola avverte d’essere nient’altro che l’ombra di un’altra parola dal suono impercettibile, dalle lettere cancellate, dal senso perduto. Con quest’altra parola essa intraprende un dialogo, di quest’altra parola si fa messaggera. Come l’angelo “maudit” che più di ogni altro ha contribuito alla sua liberazione, può dire: «J’ait tendu des cordes de clocher à clocher; des guirlandes de fenêtre à fenêtre, des chaines d’or d’étoile à étoile et je danse».
La parola danza per la gioia d’essere stata ammessa nella terra senza limiti dell’impossibile, dove l’origine risplende tra i rami d’un albero più intatto del primo albero, e il silenzio che accerchia la luce mattutina è più sienzioso d’ogni silenzio, e il deserto del senso ha un solo miraggio: il Verbo.
Mi chiedevo, fermando qui questa cascata di parole per discrezione verso la parte di me avvinta al giogo del significato, mi chiedevo se il “mot total” non fosse questo miraggio, la necessità di questo miraggio nel “deserto della vita”.
Stéphane Mallarmé, Un coup de dès jamais n’abolira le hasard
**
Il diie del poeta, ovvero quel passaggio segreto verso la Lingua dove l’ignoto prende voce – voce ulteriore, voce anteriore. Il corpo del poeta, trasformato, come Eco, in una voce, transita nelle regioni dell’oblìo, sulle cui sabbie le metamorfosi inseguono parole, disfano parole, seppelliscono parole.
L’ispirazione, a partire dell’antica “mania” del Fedro, s’è raccomandata a figure sempre sospese sul limite e sul vuoto dell’udibile e del visibile. Nell’esperienza di questo limite e di questo vuoto l’ispirazione intraprende la sfida con la Lingua per dare all’inconnu una forma, al risuonare della terra un ritmo, alle rive incolori dell’oblìo una siepe di fiori. Su quelle rive quel ch’è fatto silenzioso torna a stormire, perché silenzioso, quel ch’è cancellato torna ad apparire, perché cancellato. Quel ch’è appassito rinasce. Rinasce come memoria. «Oublieuse Mémoire».
Dopo l’ascolto di quella voce, con Baudelaire si può dire: «Et c’est depuis ce temps que, pareil aux prophètes, / J’aime si tendrement le désert et la mer».
*I testi sono tratti da: Antonio Prete, Chirografie. Variazioni per Mallarmé, Edizioni di barbablù, Siena 1984.
Resta in silenzio per mesi. Mesi dopo essere stato lontano dalle persone. Fallo, e ti accorgerai di volere la stessa cosa per le parole. Comincia a stargli lontano, a guardarle da più lontano mentre le usi – usarle è inevitabile, e non chiedermi ora se è possibile farne a meno, è ancora troppo presto per dirlo – sempre con l’inevitabile disgusto per il loro effetto sociale, sino ad accorgerti che tra te e loro, tra te e le parole, si è creata una distanza che sembra irreversibile: se le guardi così, ti sembreranno magneti orientati in malo modo, incapaci, tu e loro, inevitabilmente, di vincere quella resistenza opponente. Da quel momento in poi, quello che gli altri chiameranno distanza sarà la tua vicinanza, la zona di prossimità; tra te e le parole. Poi vorrai che le parole non fossero più infette, vorresti un filtro tra te e loro, e tra loro e gli altri. Per proteggerli. Tu ormai sei immune, ma per un processo del tutto opposto: per assimilazione; hai accolto il danno – l’incomprensione – nella più ampia categoria dell’inutile, e questo lo riponi in quella ancora più capiente dell’inanità, e poi dell’errore. D’ora in poi l’inutilità delle parole resta inevitabile, irrisolvibile. Finché ne farai uso. Per ora. Guarda le luci dell’alba ormai mature per il mattino. Chiediti se hai già parlato. Vedi che ho ragione?
2.
Guardali, impilati su comodini, affiancati negli scaffali (ma perché nessuno ha mai detto una buona volta quale deve essere il verso su cui scrivere, sulle coste dei libri, per non costringere chi guarda al torcicollo? Ma che mondo è, che non è capace neanche di questo?). Guardali, tutti quei padri, le cui parole, poi, un bel giorno, non vorrai più sentire.
3.
Fermati ogni tanto come se qualcosa si bloccasse, come se attendessi qualcosa di indispensabile all’azione, ma che non arriva, come se ci fosse qualcosa di sbagliato. Poi, anche queste rade nuvole si dissipano, e non rimane niente. Fermo, stai in questo niente. Poi ti appare. Non c’è nulla di indispensabile; nulla di sbagliato. Perché tutto è indispensabile, tutto è sbagliato. Riprendi a far battere il cuore. La vita spinge.