CHURCH, CASA DI CAMPAGNA, 1854. Marco Furia

Frederic Edwin Church, “Casa di campagna”, 1854, olio su tela, Seattle Art Museum, WA, USA

Nel 1854, Frederic Edwin Church dipinse “Casa di campagna”.

Sotto un ampio cielo non privo di grigie nubi, si stende un pianoro posto alla base di modesti rilievi montuosi.

Al centro, la limpida superficie di un piccolo lago è attraversata da un’imbarcazione a remi, mentre, sulla destra, un alto albero sembra osservare da lontano la scura macchia vegetale in cui è nascosta una casa.

Più che dinanzi a un paesaggio, sembra di essere al cospetto di un’immagine onirica: in particolare, la morbida e suggestiva luce, ovunque diffusa, richiama l’idea di una raffigurazione visionaria.

Tuttavia, se il sogno spesso collega tratti comuni in modo illogico o inconsueto, nel caso in parola l’insieme appare coerente perfino nei minimi dettagli.

Forse, proprio in questo realismo contemplativo consiste il fascino di un dipinto che attira lo sguardo, invitandolo ad addentrarsi.

Nonostante lo stile sia improntato a un’attenta precisione descrittiva, noi osservatori, quando volgiamo altrove le pupille, avvertiamo di non aver esaurito l’esame dell’opera, di non aver visto proprio tutto.

Quel paesaggio, sebbene l’occhio abbia indugiato a lungo sulla sua totalità e sui suoi specifici aspetti, difficilmente sarà anche nostro: come se un infrangibile (sottilissimo) vetro la proteggesse, isolandola da tutto il resto, la “Casa di campagna” resterà sempre distaccata.

Quella figura – ci pare – è davvero specchio di un’anima, ossia riflette innanzi tutto l’interiorità del suo creatore.

Nondimeno, tale rappresentazione resa intangibile da sapienti tocchi, simili a intatti riverberi, promuove ulteriori riflessioni.

Comprendiamo, così, in virtù di successive analisi, che il gesto pittorico di Church è frutto di una vivida volontà di fermare l’attimo allo scopo di renderlo durevole.

I tempi cambiano, ma qualcosa può rimanere indenne: ad esempio, l’opera di un valente artista votato a dare il meglio di sé senza curarsi d’altro.

Ci accorgiamo, allora, di come, apprezzando (e seguendo) la via di siffatta rigorosa e appassionata dedizione, riusciamo ad annullare ogni distanza, fino a partecipare appieno a una visionarietà pittorica che, al punto in cui siamo giunti, diventa profonda esperienza estetica.

Siamo in grado, ora, sognando assieme al Nostro, di oltrepassare la soglia della casa e, dopo averne visitato l’interno, di attraversare in barca il laghetto godendo di un panorama naturale ormai intimo.

Lo spazio e il tempo non sono più misure, bensì sensazioni ed emozioni ricche di desiderio.

Desiderio di un esserci, dimentico delle coordinate esterne, tendente a coincidere con un’intensa immagine capace di aprirsi e chiudersi infinitamente su sé stessa e sul mondo.

Insomma, ci sentiamo vivi in quell’ambiente che respira assieme a noi e che nei suoi lineamenti generali, come nei dettagli, si mostra, oggi come nel lontano 1854, ancora disponibile.

Ecco, alla fine, ci siamo incontrati con Church.

Marco Furia

Marco Furia

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