
Elio [Fröhlich n.d.c.] mi ha comunicato che Robert Walser è morto. È giusto in fondo che sia stato lui a darmene notizia, in quanto più di ogni altro era al corrente di quale fosse il mio legame con quell’uomo schivo e affabile, dotato di una irrequietezza così pacata da farlo sembrare all’apparenza come tanti, sotto la quale si nascondevano le doti del genio. Ignoro i dettagli di un evento che ha provocato in me un dolore enorme. Ho saputo soltanto che il corpo è stato trovato riverso sulla neve il pomeriggio dello scorso Natale da due ragazzini a Herisau, nelle vicinanze della clinica per malattie mentali della quale era ospite ormai da oltre vent’anni. La nostra cara Svizzera non si è mai curata di nessuno, all’infuori di coloro che affidano alle banche i loro conti cospicui; ciò forse spiega il motivo per cui le donazioni che faccio in favore di quegli artisti che versano in precarie condizioni economiche e che cerco in tutti i modi di fare sì che restino sotto traccia vengano, non appena scoperte, sbandierate dai giornali e lodate dai politici più infimi, che nel Paese sono la stragrande maggioranza. Di seguito presento queste righe buttate giù in fretta nei giorni successivi alla sua scomparsa, più per avere l’illusione che egli sia ancora tra noi che per un qualsivoglia intento letterario (*). Ho ritenuto di aggiungere cinque brevi prose che Walser si suppone abbia scritte poco prima del ricovero in clinica voluto, è bene sottolinearlo, da lui stesso con fermezza irremovibile. Da allora ha usato carta e penna esclusivamente per tenere aggiornati gli elenchi dei pazienti, inserendo con meticolosità il giorno e l’ora dell’ingresso in clinica, mentre i nomi dei deceduti di solito li racchiudeva in una nuvoletta. Le ho ricopiate battendole a macchina, in quanto la loro grafia è talmente minuscola da renderne quasi impossibile la lettura ad un occhio appena meno che esperto.
Carl Seelig
Zurigo, gennaio 1957
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Ricordo che Walser è stato sempre un instancabile camminatore. Una volta – allora eravamo soliti intraprendere lunghe escursioni -, colsi il suo sguardo fissare l’orologio sulla cima del campanile, all’ingresso di un paese. Eravamo giunti fin lì dopo avere attraversato diverse vallate poste fra le montagne, le cui cime sbucavano a tratti dalle nubi. Osservando da vicino il mio compagno di viaggio, notai quanto il colletto della camicia fosse troppo largo intorno al suo collo incartapecorito: a quell’epoca Walser aveva circa settantacinque anni. Alla domanda sul perché fosse così attratto da quell’orologio, mi rispose di aver vissuto quell’istante già un’infinità di volte e che la cosa si sarebbe potuta ripetere all’infinito. Biascicava le parole e il suo volto esprimeva una mescolanza di stupore e di tranquilla ebetudine. “Voglio annunciare questo momento – riprese a dire dopo una pausa piuttosto lunga – anche se in minuscolo, con l’inchiostro sbiadito, con tutto il pudore necessario. Non posso fare a meno di dichiarare che sono io a sentirlo, e che è mio, soltanto mio.”
La volta in cui gli chiesi di suo fratello, lì per lì fece finta di non capire distogliendo lo sguardo dal mio e fissando un punto indistinto in direzione dell’orizzonte. Poi, come riscossosi dal torpore, iniziò a parlare. – “Karl è nato appena un anno prima di me, ma noi due siamo così diversi che nessuno potrebbe lontanamente immaginarci come fratelli. Pensiamo e agiamo come se provenissimo da due mondi sconosciuti l’uno all’altro. Riguardo all’agire, il più delle volte prende delle decisioni a dir poco stravaganti, come quando, quasi dall’oggi al domani, decise di partire per il Giappone. Voleva a tutti i costi portarmi con sé, in quanto convinto che un viaggio del genere mi avrebbe giovato, senza però spiegarmene i motivi. Naturalmente non ci fu verso di convincermi. Ricordo che per tagliar corto gli dissi: ‘cosa cambia se facciamo una cosa piuttosto che un’altra, se restiamo in un posto o andiamo altrove. Se adesso, per esempio, rimaniamo seduti o ci alziamo per prendere quella brocca d’acqua’. Ha disegnato delle tavole a corredo di un paio di miei libri. Pur essendo dei semplici bozzetti, tuttavia non mi dispiacquero. Nemmeno, però, li consideravo così indispensabili. Mio fratello è una persona molto insistente e, quando ci si mette, diventa insopportabile. Per togliermelo di torno gli suggerii di farne l’uso che voleva e che, comunque, era stato gentile da parte sua interessarsi ai miei racconti. D’altronde è pur sempre mio fratello”.
Dal luglio 1933 fino al termine della sua vita Walser soggiornò come paziente in una clinica per malattie mentali nella cittadina di Herisau, dalla quale si allontanava soltanto il tempo necessario per intraprendere lunghe passeggiate sui sentieri dell’Appenzell, nel Cantone di San Gallo. Durante le sue frequenti escursioni Walser non si preoccupava di calcolare il tempo che lo separava dal ritorno alla clinica. L’orologio che portava inseparabilmente al polso gli serviva solo per decidere che era venuto il momento di una sosta in uno dei tanti villaggi che punteggiavano le vallate circondate dai boschi. È probabile, del resto, che nessuno badasse più di tanto alle sue assenze, che potevano protrarsi anche per giornate intere. Si fermava volentieri nelle trattorie e, in più di una occasione, fu notato mentre offriva mandorle ai bambini lungo le vie, sempre che nelle vicinanze ci fossero i genitori. Nella scelta dei luoghi e dei cibi Walser sembrava avere un istinto di autoregolazione. Se le passeggiate erano lunghe consumava carne in abbondanza, ma non i bolliti unti e grassi che diminuiscono la resistenza e appesantiscono la digestione. La cena, invece, era quasi sempre leggera, in quanto il riposo notturno non doveva essere turbato da sogni tormentati. L’aria, infine, che egli amava respirare era quella incontaminata della montagna. Soltanto i silenzi che pervadono le grandi altezze permettono di prendere congedo dal vociare indistinto e petulante che circola tra gli uomini. Per lui, come forse per pochi altri, risuonano dense di significato le parole di Nietzsche contenute in Ecce homo: “come venti vigorosi noi vogliamo vivere al di sopra di loro, vicini alle aquile, vicini alla neve, vicini al sole. In verità, Zarathustra è un vento vigoroso contro tutte le bassure.” Si può ben dire che Walser abbia scritto e camminato con instancabile energia, al punto che queste due attività hanno finito per formare una unità inscindibile. Due sentieri lunghi e faticosi che alla fine sono confluiti in una strada più ampia, in fondo alla quale si apre bel panorama.
Sul finire dell’ultimo Natale il corpo senza vita di Walser giaceva nella sua stanza. Ormai da alcune ore si era fatto buio, gli ospiti avevano già cenato e molti di loro si erano ritirati nelle rispettive camere. Erano rimaste solamente tre o quattro persone accanto al letto, in una strana veglia funebre in cui nessuno pregava. In piedi vicino alla porta stava immobile un anziano inserviente che prestava servizio da oltre vent’anni, più o meno da quando Walser era giunto alla clinica accompagnato dalla sorella, con il fermo proposito di farvisi ricoverare. I dialoghi tra loro in tutto quel tempo erano stati pochi, ma qualche ricordo gli era rimasto. Come quando gli diede una copia scritta a mano – Walser non voleva usare la macchina da scrivere – di un suo racconto in cambio di una manciata di mandorle, per le quali andava pazzo e che portava sempre in tasca durante le passeggiate. Ne ricordava piuttosto bene il contenuto, forse perché parlava di uno scrittore vissuto oltre un secolo prima e che aveva anche lui la testa fuori posto. Il tipo in questione aveva risieduto per qualche tempo in una località che sorge sull’omonimo lago di Thun, nel cantone bernese, e vi aveva trascorso giornate dapprima tranquille e perfino serene, ma in seguito piene di ansia e disperazione. In preda a crisi nervose talmente forti da farlo tremare dalla testa ai piedi, finalmente un giorno arrivò la sorella a portarlo via a bordo di una carrozza e del poveretto non si seppe più nulla. Il racconto terminava in pratica con quel congedo, che assomigliava di più a un tragitto verso luoghi popolati di ombre e di fantasmi. L’uomo si era anche un pochino documentato sulla vicenda, scoprendo che quello scrittore era esistito per davvero, che si chiamava Kleist e che, dopo altri tormenti, aveva deciso di farla finita sparandosi al cuore. – Con i modi e i tempi giusti – mormorò tra sé, dopo aver dato un’ultima occhiata al cadavere disteso nella stanza.
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Maghi
A differenza di quanto avveniva un tempo, nelle età più oscure, quando gli uomini vivevano immersi in riti occulti e talvolta spaventosi i maghi odierni non si riconoscono tanto facilmente. Non indossano mantelli lunghi e sgargianti, non portano i cappelli a punta e la bacchetta la tengono chiusa in un cassetto. Hanno tolto gli arredi dagli antri, e i vecchi saggi non scagliano più invettive contro di loro. Oggi i maghi si mimetizzano così bene fra la gente, che nessuno riesce quasi più a riconoscerli e a smascherarne gli intrighi. Agiscono per lo più senza il minimo disturbo, travestiti da netturbini o da impiegati. L’altro giorno deve essercene stato uno seduto alla scrivania accanto a me: sbirciava con occhietti maligni sulle mie carte. Allora io, con la scusa di dover fare una commissione per conto del signor Albert, mi sono alzato e me ne sono andato. Hanno seguaci in ogni angolo della terra; le loro pozioni viaggiano perfino con la posta aerea e le loro formule vengono recitate di nascosto anche dai bambini. Esiste un modo per catturarli (una volta afferrati si possono fare a pezzettini come fossero di carta), ma richiede molta pazienza. Occorre infatti restare immobili ai bordi dei fili, sfidando le ore più calde della giornata. Quando un mago vi resta impigliato, il suo corpo emana però un fetore tale da indurre a rinunciare alle successive catture.
Una gita domenicale
Il giovane Fadera quella mattina si era alzato molto presto, quando dalla finestra della sua stanza non filtrava ancora un raggio di luce. La mamma gli aveva fatto trovare la colazione pronta sul tavolo della cucina e poi evidentemente era tornata a letto. “In fondo è domenica per tutti, e non solo per me” – pensava con un sorriso. Libero dagli impegni a volte gravosi dell’ufficio, aveva deciso di fare un viaggio su una delle mongolfiere che da lì a un’ora si sarebbero levate dal prato che distava solo qualche centinaio di metri da casa sua. Aveva visto quei grossi palloni di tela variopinta levarsi in volo spinti dall’aria calda e solcare il cielo azzurro e, da allora, non si era più tolta dalla testa l’idea di salirci almeno una volta. “Non ho mai sofferto le vertigini, neppure quella volta che il nonno mi fece salire sugli alberi di prugne perché le raccogliessi insieme a lui”. Questo pensiero gli aveva suscitato un altro sorrisino. Ed eccolo finalmente in mezzo a un gruppetto di persone, pronte a entrare nella grande cesta che li avrebbe condotti a solcare gli angoli più luminosi del cielo mattutino, non ancora del tutto liberatosi dai fantasmi della notte. A bordo era salita insieme a lui una famigliola composta, oltre che dai genitori, da una fanciulla sorridente. Erano già in alto da alcuni minuti e nessuno diceva niente: tutti erano intenti a guardare verso il basso da dove emergevano, nel pallore delle prime luci dell’alba, i profili dei campanili con le loro guglie appuntite, le stradine dei villaggi che sfioravano i perimetri dei cortili mentre, in lontananza, il corso dell’Elba sfavillava delle luci emesse dai lampioni ancora accesi. Tutto ciò andò avanti ancora per qualche tempo quando, all’improvviso, alla giovane si era alterata la voce dallo spavento mentre stringeva con forza il braccio di sua madre: “Guardate quella grossa nube che ci sta venendo incontro!”. Era proprio una nuvola di un grigio molto scuro quella che vide anche Fadera, e un po’ ne fu preoccupato. La mongolfiera procedeva dritta proprio in quella direzione e ne venne avvolta. In un attimo tutto precipitò in un buio così fitto che anche le funi dei tiranti quasi non si scorgevano. Ad un tratto il giovane sentì il fianco della ragazza accostarglisi delicatamente e la mano di lei afferrare la sua con un vigore inusitato. Egli non seppe dire quanto durò quel momento, né se fosse stata l’improvvisa oscillazione della cesta a creare il contatto fra i loro corpi. Sta di fatto che appena uscirono dalla nube le posture tornarono ad essere quelle di prima e gli sguardi puntavano nuovamente incuriositi verso il basso, come se nulla fosse accaduto. Rimesso piede a terra, Fadera passò il resto della giornata a domandarsi se era il caso di raccontare quell’avventura ai suoi colleghi in ufficio la mattina seguente.
Un profeta
C’è un profeta in piedi su una cassa. Vuole a tutti i costi che la gente lì attorno lo ascolti. Agita le braccia e impreca di continuo. Resta in bilico su una gamba, poi sull’altra, proprio come un bravo ballerino. Non senza sforzo, però: lo si capisce dalle smorfie che fa. All’improvviso arriva qualcuno dal deserto e lo afferra con forza. In molti l’hanno visto dimenarsi mentre urlava di essere stato lui ad aver inventato il golf, e che la folla era paragonabile a una fogna.
Zarathustra paesano
L’aria di montagna è di gran lunga più salutare di quella che si respira in campagna: così almeno la pensavo un tempo. Sì, perché ho vissuto lunghi anni in una caverna nascosta fra le cime più inaccessibili e circondato da animali che a volte scambiavo per esseri umani. Mi sembrava di padroneggiare il mondo intero da lassù e, quando scendevo in mezzo alla civiltà, era soltanto perché non volevo che la gente pensasse che avessi troppi grilli per la testa. Una sera d’autunno entrai in una taverna, allo scopo di avvicinarmi alle abitudini delle persone semplici. Ah, quale non fu la mia sorpresa quando vidi della gente raccolta intorno ai tavoli a parlare allegramente! Dai gesti e dalle gentili parole si capiva che la loro gioia era autentica, pur se si esprimeva in modi molto contenuti e aggraziati. Se qualcuno, forse preso dalla foga del discorso, alzava un po’ troppo la voce, gli altri lo guardavano con una espressione di delicato rimprovero, e in un attimo tutto ritornava tranquillo come prima. I bambini poi costituivano la parte migliore di quella piccola comunità. Si rincorrevano sotto lo sguardo indulgente delle loro madri, senza mai uno screzio o un litigio che turbasse i loro giochi. “È questa la vita di campagna? – mi lasciai scappare di bocca, e per un attimo ebbi timore che qualcuno mi avesse sentito; capii però che nessuno sembrava essersi neppure accorto della mia presenza. Quando uno di quei bimbi si fermò accanto al mio tavolino e con uno bel sorrisetto mi offrì il dolcetto che aveva tra le mani, quasi fui colto dal pianto. Avevo vissuto per un tempo immemorabile nella più nera solitudine in attesa che qualcuno venisse ad apprendere la mia presunta saggezza, convinto che ciò potesse renderlo un essere perfetto. Quando ci ripenso, ora che sono stato accolto fra questa gente come se fossi da sempre uno di loro, non posso fare altro che riderci sopra.
Un regalo inatteso
Una penna di per sé non ha grande valore, soprattutto se non ha il pennino d’oro e il cappuccio di madreperla, ma è facile capire che per uno scrittore le cose stanno in modo alquanto diverso. Egli ne deve avere a centinaia (è risaputo quanto siano i numeri che una persona dà, piuttosto che gli aggettivi che le vengono attribuiti, a connotarne nel modo più preciso e consolidato il carattere), quando decide di cambiare stile alla sua prosa, conviene che scriva con la punta alla rovescia per renderla più convincente. La carta, poi, è necessario che sia di spessore e porosità diversi, come le frasi che restano alla superficie e si dileguano appena pronunciate, al contrario di quelle che invece si imprimono nell’animo di chi le ascolta e non è detto che abbiano effetti benefici. Ma adesso parliamo un po’ della penna che sta qui sulla mia scrivania e che è arrivata con la posta di stamattina. È senza dubbio un regalo: lo si può dedurre dal biglietto inserito nell’astuccio, anche se il nome e l’indirizzo del mittente restano per me avvolti nel mistero, al pari di tutto ciò che mi sta attorno ma che, sia bene inteso, non mi opprime. Colui, anzi, a ben guardare, colei che me l’ha inviata saprà certamente chi sono e avrà pur qualche ricordo di me, all’opposto di me che non ho alcun ricordo di lei. Ora che ci penso, potrei scrivere alcune pagine, se non migliaia, sul conto della sconosciuta. Dovrò pertanto intraprendere un’opera monumentale su di lei servendomi com’è ovvio di questa penna per descrivere i passaggi più intimi e toccanti, si intende dopo aver deciso il nome da affibbiarle. Avendo però necessità di scrivere altre decine se non addirittura centinaia di opere nei prossimi giorni, dovrò per forza accantonare questo progetto almeno fino a quando non avrò fatto rientro dalla passeggiata.
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*Frutto dell’amicizia fra Carl Seelig e Robert Walser è Passeggiate con Robert Walser, edito in Italia da Adelphi nel 1981.
