DA CARNE A CARTA. Lucetta Frisa

Ieri sera, in televisione, parlano di un caso di cannibalismo: a un uomo, colpevole di aver mangiato un suo simile e condannato in prima istanza a soli sei anni di carcere perché la vittima era consenziente, hanno trasformato la pena in ergastolo. In breve: la vittima, dopo una serie di appuntamenti via internet, aveva chiesto al suo carnefice – e ottenuto – di essere fatto a pezzi, a cominciare dagli organi sessuali, e mangiato. Un incontro virtuale si è trasformato in qualcosa che più carnale di così… si muore. Entrambi i protagonisti hanno soddisfatto la loro reciproca perversione. Chi voleva essere posseduto fino all’annientamento ha trovato il partner speculare. Nessun dramma, nessun conflitto. Un cortocircuito terribile, che omette ogni mediazione metaforica – omissione comune alle persone afflitte da problemi psicotici e chiuse nel loro pensiero “concreto”.

Subito, per analogia e rovesciamento, mi è venuto in mente un libriccino, letto di recente, del cinese Lu Xun, riscoperto e tradotto dall’inglese dalla brava Piera Mattei: Il diario di un pazzo (edizioni Via del Vento, 2006). Lu Xun, pseudonimo di Zhou Shuren (nato a Shaoxing nel 1881 e morto a Shangai nel 1936, dopo una vita trascorsa tra Cina e Giappone) racconta di un individuo che annota quotidianamente nel suo diario le fasi progressive della propria paranoia: il terrore di venire ingoiato da chiunque gli si avvicini. Terrore dell’altro vissuto come minaccia alla propria incolumità sia fisica che psichica. Come non comprendere e giustificare questa patologia? Questo mondo è un “mondo di belve”. L’ossessione persecutoria è ampiamente motivata sia sul piano sociale che individuale e il pazzo di Lu Xun la identifica nei denti affilati, negli sguardi ferini dei suoi simili, nei loro comportamenti aggressivi e ammiccanti che congiurano per inglobarselo, distruggergli l’identità, farlo diventare quindi uno “come” loro. Leggiamo questo diario col fiato corto perché la narrazione coinvolge, scritta com’è in una lingua “parlata” di altissimo livello, con l’asciutta immediatezza di un autore occidentale dei giorni nostri. Qui il dramma c’è, e grande, direi. Inoltre, Lu Xun al suo pazzo, fa dire, nelle battute finali del libro. “Forse ci sono ancora dei bambini che non hanno mangiato gli uomini? Salvate i bambini…”

Perché teme che i bambini possano essere già feroci cannibali prima di diventare adulti. Lascio a voi riflettere se questa forma di autodifesa prematura è cosa per loro auspicabile o meno. Visti i tempi…

Jonathan Swift, nella sua Una modesta proposta…, suggeriva, con sarcastica e ambigua ferocia, di mangiarli, a scopo sociale e umanitario. Ma di questo libro si è già molto discusso e non è qui il caso di continuare a farlo.

Anche l’uomo di vetro del racconto di Miguel de Cervantes, El licenciado Vidriera, temeva, ovviamente, di andare a pezzi appena sfiorato. Ci troviamo nel truculento siglo de oro, dove lo sfoggio del potere costringeva un uomo normale a sentirsi debole, indifeso, fragilissimo. Una paura più o meno simile a quella del protagonista di Lu Xun che scrive il suo sorprendente racconto in tempi freudiani, la cui lezione però, almeno in Cina e in Giappone, non era ancora stata né particolarmente diffusa né tantomeno assimilata. Anche se Lu Xun traduceva dal giapponese autori contemporanei inglesi, francesi e russi.

La carne non è né vetro né carta, ma c’è chi mangia anche la carta, oltre che nutrirsi di cibi comuni. Mi riferisco alla carta in quanto tale e non al suo traslato – la scrittura – e non, in particolare, a chi si nutre di parole e di libri, come facciamo noi. La carta materiale che ha gusto e consistenza, come ci suggerisce Il mangiatore di carta (Sugarco, 1989), stravagante storia di Johann Ernst Biren, narrata e reinventata da Edgardo Franzosini, autore di cui non si sente più parlare da diversi anni.

Ci sono ossessioni tristi e ossessioni allegre. E quella di Biren è molto divertente e fa da pretext a questa sorta di commedia drammatica, ricca di colpi di scena, trovate, indizi, frammenti e tracce, che l’autore intreccia con maestria. Biren è il bellissimo scrivano di un barone tedesco nella Germania del XVIII secolo, per nulla turbato dalla sua bizzarra perversione: inghiotte i fogli appena scritti, fossero anche le pagine sulle quali le maestà di Svezia e di Russia hanno sancito la pace tra i rispettivi paesi. Voglia coatta di riappropriarsi in modo assoluto di sé, sconfessando e negando il proprio ruolo di traduttore-comunicatore? L’analisi di questo comportamento offre un caleidoscopio di interpretazioni, oppure suggerisce che è bene non darne nessuna. Franzosini fa scattare il motore di tutta la storia partendo dall’ultimo capitolo di Le Illusioni perdute di Balzac, il cui titolo è Storia di un favorito – Biren, appunto. L’autore fa sfoggio di ironia ed esprit, forse il cognome Franzosini non è casuale, comunque sembra caratterizzarne lo stile illuminista, “alla francese” diciamo, e mostra acutezza e leggerezza invidiabili; leggendo il suo libro vien voglia di mettersi a danzare, e di non ingoiare nulla, al limite sorseggiare champagne. Il mangiatore di carta, ancora presente nelle bibliografie delle biblioteche, è naturalmente introvabile in libreria e non più ristampato.

(2007)

UNA PENELOPE ESISTE

«Perché sono tranquillo dentro le mura di Herisau? Lo devo spiegare proprio a te, mio caro Weiss, mio illustre curioso? La tua domanda non mi torna nuova. Un filosofo, non ricordo chi, consigliava di vivere nascosti. Sono tranquillo a Herisau perché sono libero di uscire e libero di tornare. Non ho mai compreso i vagabondi che si fermano infreddoliti in baracche sempre diverse, dove non hanno mai respirato prima, o sotto ponti gelidi, dove non arde la fiamma di nessun fuoco. Lo trovo inopportuno, scortese. Occorre sempre tornare nella nostra stanza, nella nostra casa. Fossimo anche su un cratere lunare dove siamo saliti grazie al soffio potente della nuova mongolfiera, dovessimo fare un viaggio tortuoso e lunghissimo fra boschi e crepacci e ci trovassimo a dormire all’aperto, in una radura fitta di erbe spinose, alla fine, però, potremmo sorridere se abbiamo un luogo dove tornare. Come si può vivere senza una casa? Herisau è la mia, ora. La condivido con altri, certo, non è soltanto un nido per scrittori inoperosi: la condivido e così sono anche meno solo. Certo, restassi sempre fermo qui sarei un idiota. Durante il giorno occorre camminare, camminare. E poi, ancora, camminare. Io vado sempre a piedi, la mente vacilla ma il corpo no. In fondo sono un po’ come Montaigne quando diceva che il vero assetto dell’uomo è stare a cavallo, è vedere il mondo in groppa a un destriero, oscillare il corpo secondo il suo trotto, traversare vedere bere un mondo che cambia sempre, instabile, cangiante, mutevole, con odori e luci sempre diverse. No, caro signor intruso, no, mio gentile visitatore, non potrei restare sempre a Herisau. Non sono un mobile. Non sono un vaso. Non sono una gamba del letto. Io vibro. Io sono una pianta che sussulta. Posso anche tenere il dolore fermo, con radici di legno e di ferro, ma l’anima volteggia, chi la può fermare? Non sono un oggetto della casa. Sono un uomo superfluo, a cui né strada né casa interessano, ma solo le grotte, le fessure, le stalagmiti della mente. Lo traverso, il mondo, a modo mio. E come fare, se non così? Un tempo mi piaceva dire nei libri tutto questo (anche ora mi piace), ma ora me lo tengo segreto, nella mia minuscola scrittura. Ogni macrocosmo è microcosmo. Ogni foglio, piccolissimo, resta invisibile se prima il lettore non lo decifra. Ogni uomo è un libro in viaggio. Qui con me, nel mio cuore, ci sono miriadi di fogli, montagne e oceani di fogli, vertiginosi romanzi d’avventure. Cammino fra le case ma anche fra le pietre dei fiumi, magari domani fra gli scogli del mare. Percorro una mai consueta odissea. Ma dopo devo, dopo devo, dopo devo tornare. Capisci l’importanza, mio caro visitatore, mio gentile intruso, l’importanza di quello che ti sto dicendo? La casa è sì il dolore di chi ci sta dentro, murato nei suoi intimi pensieri, indolenti e terrorizzati; ma è anche nido dove piegare le piume, finalmente, dopo il lungo volo per gli spazi del cielo: luogo di silenzio e di speranza; parete dove le proprie voci si fermano come graffiti.

Troppe volte ho vagabondato pensando di essere uno scrittore che fa i suoi giusti percorsi e poi metterà a frutto le sue passeggiate con opere pensose e delicate, fatte di belle frasi, cariche di insegnamenti positivi. Ma col tempo mi sono accorto che non ho nulla da insegnare a nessuno. Sono i cani, i gatti, i fiori, le foglie, le rondini, le aquile, le farfalle, l’universo intero a insegnarmi come si fa, finalmente, a non essere uomo fra gli uomini, padrone fra i padroni, violentatore fra i violentatori. Disobbedendo con mite (ma proprio mite?) violenza. Se sapessi come mi è sembrata inutile la mia sterminata opera, che forse leggeranno studiosi che non esistono più, vissuti in secoli passati. Credo siano più utili le lettere che spedisco ai miei lontani interlocutori: le lettere sono messaggi da casa a casa, da terrazzo a terrazzo, da continente a continente, da galassia a galassia, sono segni, scintille, fuochi: sono il sollievo da quella catastrofe che è sempre la vita, se la prendiamo alla lettera, se la vediamo per quello che ferocemente è, senza nessuna magia, senza nessuna mongolfiera gonfia d’aria celeste. Le lettere: piccoli saluti, deboli congedi. La vita è sempre e solo un cenno, un congedo, che talvolta non viene quasi visto.

Quando tu, caro intruso, uscirai di qui, quando abbandonerai le mura della mia casa, vòltati. Se sarai molto attento e mi vedrai, io ti saluterò. Non ricordare le mie parole, mi raccomando, ma il mio saluto di ospite volontario della casa. Ospite pronto a tornare nomade, a passeggiare ancora fra sassi e foreste, ma che poi inevitabilmente tornerà, qui, proprio qui, perché solo qui ci sono i folli, gli amici, i veggenti che possono parlargli. Tu sai che Itaca, per Ulisse, non era lo scoglio pietroso di cui ci dicono le carte geografiche ma il mitico e splendido nido da cui estirpare il male con le mitiche frecce omicide e riconquistare il grande letto con la sposa paziente. Non so se io sarò mai atteso da qualche Penelope o se troverò mai la mia Itaca. Ma facciamo finta che.

In fondo una Penelope esiste sempre per quei viaggiatori che non si perdono fra le Simplégadi, che non sono ammaliati da filtri e amori, ma tornano là dove sono sempre stati. Importante sarebbe ricordare dove si è stati. Ma non chiederlo a me. Non a me. Non a me. Io ne ho perso memoria e così resto qui, dentro le mura, e saluto chi arriva, intrusi, sconosciuti, navigatori, amici. Invitàti senza invito. Persone che non uccidono e non possiedono. Che si perdono sorridendo e fissano, talvolta, quel mare bellissimo e scuro. Perché laggiù, ne convieni con me, giovane Weiss, c’è il mare. Ma c’è il mare? Non è che mi inganno, ancora una volta?». (M.E.)

SETTE FRAMMMENTI. Annamaria Carrega

Sette frammenti*

Ritrarsi mentre ci si ri-trae, ovvero rappresentarsi, inscenarsi, riflettersi nell’atto di sottrarsi, sfumare, retrocedere. È nella forma di un’ironica auto-dissoluzione che l’autore presuppone e proclama più che mai necessaria la propria visibilità. La funzione autore si esercita pervasivamente e intensivamente nel corpo della scrittura, la “abita”, si intreccia e si compone nel suo tessuto come una cifra, come un geroglifico. L’autore che si ritrae ri-traendosi lungo i margini, ai limiti della scena oppure sulla soglia, somiglia a certe figure di James, annichilite da improvvisi faccia a faccia con i fantasmi, o fantasmi, a loro volta, la cui coazione al controllo e alla sorveglianza si tramuta in ineluttabile regia.

La funzione autore, lungi dal negarsi, si “oscura” e si ri-vela nel circuito di echi e riflessi che, attraversando la scrittura, programmano e attivano la memoria interna al testo e consentono l’interazione con altri testi, con altre scritture. Pertanto, recuperando una valenza secondaria della forma se retrahere, si può forse azzardare che la funzione autore ponga se stessa “sotto custodia” e ribadisca, preservandosi, mimica e simulacri di una dissipatio impossibile.

Il medium della rappresentazione conferisce realtà immaginaria all’Inferno e al Purgatorio: il Paradiso è il paradosso di una rappresentazione che media se stessa. La fictio del viaggio-visione incornicia la fictio da cui è raddoppiata, quella che popola di scrittura il vuoto teologicamente necessario delle sfere celesti. L’ineffabile è per Dante ciò che trascende “ogni ubi e ogni quando”, è il non luogo dell’ek-stasis, eccedenza che “dissigilla” il linguaggio e, oltrepassandolo, ne decreta la vanitas. Ma la scrittura nel Paradiso (e del Paradiso) traduce se stessa in un ubi e in un quando che non le preesistono. Essa non è semplice differimento e preannuncio del proprio sfaldarsi nel silenzio abbagliante dell’ineffabile: con essa e in essa si organizza la differenza che, dis-traendo l’Uno dal molteplice, dis-trae e attrae in sé lo stesso ineffabile, predisponendo i propri vuoti come spazio del suo manifestarsi.

La scrittura del Paradiso è umbra nell’accezione teologicamente autorizzata di “figura”; ma è umbra anche in quanto scia, traccia opaca necessaria a comunicare un senso nella dimensione della differenza e del dis-tinto. Con l’anti-immagine della “perla bianca in bianca fronte” (III, 14) la scrittura si mostra inseguita dal proprio fondo chiaro che, in quanto tale, non è comunicabile. L’epifania del bianco su bianco attualizza la possibilità del Bianco assoluto, preservandolo come non riducibile alla dis-crezione rappresentativa della sintassi. Ma simultaneamente, in quanto avvolta dall’umbra della scrittura, tale epifania si insinua come doppio ineludibile di quella stessa dis-crezione, di quella stessa sintassi.

Forse, la tanto invocata specificità della scrittura letteraria consiste nel potere di far giocare, impugnandole, le forme della propria natura eteroclita; speculare a se stessa, può infatti opporsi come schermo sul quale, attraverso e nonostante il quale, si rende trasparente il preteso oscuramento di ogni mediazione. Appartiene alla scrittura letteraria la proprietà di sdoppiarsi in spazio-paesaggio-superficie di visuale e in punto di osservazione metacritico.

Quando la scrittura letteraria non si costituisce come presupposto del gioco delle proprie maschere, essa tende a tramutarsi in oggetto di una scrittura altra, parassitaria e sovrana, che la traduce in spazio su cui costituire i propri presupposti e dietro cui dissimulare le maschere da cui è, a sua volta, giocata.

“Mi pare che il tradurre da una lingua in un’altra […] sia come quando si guardano gli arazzi fiamminghi da rovescio. Le figure attraverso tanti fili che le confondono […] non appaiono così nitide e a vivi colori come da diritto”: il cavaliere della Mancha riferisce alla pratica della traduzione l’immagine dell’arazzo rovesciato. Ma scrivere che cos’è (specie dopo l’esperienza del “secondo autore” del Don Chisciotte) se non intrecciare fili che confondono le linee, smorzano i colori, travestono e dissimulano le figure? che cos’è se non quell’opacità dai contorni opinabili che suscita l’opposizione recto/verso soltanto per eluderla e per beffarla? Traduzione e scrittura sono come i due rovesci di un arazzo i quali, dopo aver risvegliato in chi osserva la nostalgia di un improbabile effetto di realtà, lo costringono a spostare l’attenzione dall’oggetto-immagine ai modi della sua rappresentazione.

* Testo apparso in AA.VV., Voci incrociate, in «I Quaderni dell’Arca», 1, 1996.

LONTANO GONG BOATO. Francesco Denini

cathedrales consumptae en ardeise

bui portali, immanem successionem,

sfreccia cavallo giù, che a palazzo

ducale sfiora, in films fin-de-siècle,

dal centro storico, a passo d’uomo

*

quel serial killer che scese, infine,

dal fondo scena du grand théâtre

era, ora e chiaro, ein kleiner hampelmann

mia e la sua faccia, la sua storia

ma l’indagine anche, e un po’ integrando

*

su quel vecchio permesso d’ingresso

luci leggevo ancora e poi pollini

di tempo frammenti ingigantiti

tornanti ancora con l’energia

di impressionanti macchie sui muri

*

materico respiro notturno

dilata in convalli un moto lento

mare aperto o minimum vitale

di cigli lontano gong boato

dilegua nel sonno si persuade

*

ancora esilio d’un treno in costa

luci uguali schermo bianco tenebre

moto finestrini d’autostrada

oltre quel ritorno delle rocce

assente non non cessi di mancare

*

finalmente cedendo in morendo

se schegge sfuse fuoco sfinito

enfisemi fango fiasco fine

mistero piscio cenere e nuvole

ad ascoltarne e in quel che si perde

*

tra i budelli del borgo maltese

poco al riparo da un fluxus formae

a 200 km/h

per via caravaggio forma fluens

di un mio vento biologico crudo

*

nero vetro vero – nero cero

remo mare nero – zelo zero

nilo negro giro – rene tiro

timo pero ritmo – nero rito

nero ramo rima – mero mito

*

poca acqua piana pieno pianto

pasto perso piatto posto punto

piastra pianta rostro arco sbarco

sorso pialla pesto pasta porta

fusto mosto fausto fuoco furto

*

questa sera ho intravisto al tramonto

sul piazzale a mare in via marconi

un mio replicante d’otto anni

era un ragazzino sui suoi pattini

vuoto a rendere in voz abismàtica

*

i colori caldi del sonnambulo

tornano nel vuoto che riapre

discoste ombre a nascoste luci

se salvasse sé dalla catastrofe

entro cui si perdette staccandosi

*

neve in via turati a tarda sera

foto sulla città in ritorno

senza oblio, di nuovo lento vuoto

sentimento, senso infrasottile

di un day after colto in altri occhi

*

sfogliando le pagine in sequenza

di un suo brano, simile a periodes,

bande verticali ricorrenti

a rendere illeggibile il continuum

come dei possibili invisibili

*

potrebbe divincolarsi ultimo

all’ordine sospendere gli urti

in linee che ritmano luci

separare spasmi nella cenere

più sottile e involi potenziali

*

difficile risveglio in frantumi

tale demolire, ritagliare

di apatiche mura, e in una lingua

cuscino interno, a tremare, o questo

stesso tuo stormire, costruito

*

cade luce sottile, se spersa

frangi la parola, e un vuoto intorno

recide foro esca cascata

indaco cede che vibra, e al buio

ritiro innervato, incarnato

LA VALSE!

testo di Marco Ercolani

Fotografie di Chiara Romanini

La Valse!

Una lettera di Camille Claudel al fratello Paul, maggio 1899, scritta nella sua stanza di Quai Bourbon.

Acquerelli banali: nulla di più grottesco e di più innocuo: dipingere l’ansa di un fiume stagnante, il profilo di un massaia volgare. Forse mi avrebbero voluto così, i miei colleghi artisti, i miei uomini vili, ma così non è stato. L’artista vero non inventa nulla di nuovo: impara il segreto che gli è stato affidato fin dall’inizio. L’arte non lo scioglie: il segreto rimane un nodo scorsoio che le opere successive stringono sempre più strettamente, in un gioco di forme e di temi che non arriverà mai allo scioglimento dell’inganno. Io scolpivo anche figure mitiche, ma il mito è un inganno che spiega gli spazi infiniti, non serve alle persone ferite. La stagione del canto non c’è più: resta il bagliore del frammento.

Penso molto alla condizione umana, fatta di sete e di fame. Cambiano gli oggetti, non la sete e la fame. Io non vivo nella storia, marcisco in una stamberga affumicata. Avresti 200 vecchi franchi da mandarmi? I soldi non ti mancano, Paul. Carne e pane costano troppo qui, mancano sempre. Dai cortili salgono urla di cani. Chissà se le mie sculture saranno ancora esposte in qualche magnifica Mostra, firmate Auguste Rodin. Ma cosa importa?

Ieri ho abbozzato qualche disegno, rubandolo al sonno. Ma non ho fatto niente di nuovo. Sento che la mia arte si allontana dal marmo dove, una volta apparsa, vorrebbe sparire. Ma si sparisce quando si è certi di essere nati. Io ne sono certa, Paul?

Non dormo più da giorni. L’arte non è grazia di nulla. Sei tu che mi hai parlato per primo di Rilke e delle sue Elegie. Ma Rilke è un ospite di lusso, uno “straniero” fortunato. Quando si è ricchi, è facile diventare succubi dello Spirito. Ricordo le statue come erano allora, nella mia giovinezza, piene di ombre e di luci, finché scalpellandole le ridussi a frammenti di me – copie della mia angoscia, schegge insensate, furiosa Valse. Dal quartiere arrivano ordini rauchi, cigolii notturni, e molte creature vere sono portate chissà dove su vetture buie. Parigi è affollata di militari dalla faccia opaca, dal passo pesante. Tutti giovani fantocci la cui crudeltà, se fosse scatenata, sarebbe terribile.

Il mio nuovo indirizzo, Paul, è Quai Bourbon, 51, ti venisse in mente di mandarmi del pane, del latte, della carne. Agli spasmi della fame, alla certezza che gli anni migliori sono morti per sempre, si aggiunge lo sconforto di non sapere più nulla di te. Le orecchie tese a ogni voce che mi ricordi la tua, che mi restituisca il coraggio di sopravvivere, ti scrivo dal buio del letto, vestita, come se qualcuno da un momento all’altro potesse spalancare la porta e irrompere. La minaccia è nell’aria. Gli abitanti sono chiusi nelle loro case, sotto un cielo da temporale. Cosa mi consigli per restare viva?

Il lavoro, naturalmente. L’arte è sempre il miglior narcotico. Ma io non ce la fa faccio più. Mi hanno espropriata della mia natura di Scultore. Sono giunta al punto che svegliarmi ogni giorno è sinonimo di suicidio e di pazzia e, se non ci fossero queste nuvole che cambiano forma nel cielo a ogni secondo, forse non leggeresti più niente di mio. Ogni uomo è notte impenetrabile per l’uomo che lo guarda. Non ci può essere amicizia, Solo un reciproco vegliare il mistero di ciò che siamo. Mettere un segno di noi, in qualche luogo, perché, prima della fine del pianeta, possa nascere qualcuno la cui memoria non dimentichi l’antico segreto.

Ti sembro sibillina? Lo sono troppo poco.

Il cielo non mi ha concesso niente, neppure il chicco di riso sul quale Hokusai traccia la sua valle perfetta o gli artigli d’uccello che intinse nel blu e lasciò liberi di scorrere sul foglio. Io non ho avuto anni e anni per perfezionare la mia arte. Io sono nata unica. È ancora fresco il ricordo delle statue che scolpivo di notte, con furore, e che Auguste modellava di giorno, con calma. Ma su ognuna di esse c’è soltanto il suo nome.

Io? Io non sarò mai ricordata. Io ero solo la sua amante. Proprio a me doveva capitare questo furto senza rimedio, al quale non posso più ribellarmi.

Paul, almeno tu aiutami in questo: fa’ che io abbia la carta necessaria. Mi raccomando: fogli scritti. Bruciano bene nella stufa. Pagine che non siano bianche come il muro nudo della stanza, come la neve alta che ricopre la strada. I libri scaldano bene: sprigionano fiamme nitide e convincenti. Non sono come il bronzo o come il marmo, che il fuoco può appena lambire. I fogli si sbriciolano, crepitano, scompaiono, conquistano orgogliosi il nulla. Da mesi soffro di una tosse convulsa, che non accenna a guarire. I medici, a Montparnasse, sono introvabili, Respiro, come tu dicevi una volta, giorno per giorno…

Sai bene perché mi sono separata da Auguste. Non potevo più sopportare che si gloriasse delle mie opere e ne facesse emblemi di una poetica che non aveva mai pensato. Ora sono sola. Condannata al silenzio, non vivo come vorrei. Mi spezzo contro la massa del muro come mi ferivo contro il bianco del marmo. Resto un fascio di energie possibili. Il sangue non esce dai polsi. Sbatto contro le resistenze della materia. C’è sempre un fantasma, all’inizio, e una prova, alla fine. In mezzo, il reale sordido: l’affitto, le bollette, la tosse convulsa. E i soldi dei disegni che ho mandato al Salon e che non arrivano mai.

È un’ora consueta per me: l’una di notte. Da anni invoco la normalità del sonno, ma non mi viene concessa. La notte allevia dal peso dell’aria, dal coltello tagliente, dal fuoco che brucia nei fornelli sporchi: guarisce la vita con la luce delle visioni o con il nulla del sonno.

Ma tu, Paul, puoi realmente capirmi?

Quanto ho scolpito è sommerso dal tempo che muore e non restituisce. L’oblìo non redime le sue vittime: conserva gli stenti, le ingiustizie, gli spasmi. La mia vita è una fossa colma di tempo sprecato, che non serve più a nessuna opera. E il futuro non mi salverà. Dovresti vedere come il cielo, a Parigi, si è fatto livido e duro: una terrazza di marmo, di cui non vedo la fine, e che vorrei scolpire con forme di cavalli, getti di fontane, sorrisi umani. Invece resta sopra di me come una testa di Medusa.

[…].

Grazie del denaro, Paul. Sei stato generoso, ma non mandarmene più. La polizia controlla tutte le lettere, consigliata da Auguste. I soldi che mi spedisci possono essere intercettati e ingrassare lo stomaco delle spie. La possibilità – me la concederai – è rivoltante. Non è tanto la lurida tana in cui vivo quanto l’impossibilità, nell’attimo in cui lo volessi, di creare qualcosa, perché non ho niente qui, né pietra né marmo né bronzo. Solo pavimento e muri.

Con la povertà pago la mia intransigenza. Gli inquilini minacciano, i padroni pretendono. Io penso a Velàzquez e alla sua luce naturale, fluida come acqua sulle cose. Ma il suo occhio sereno appartiene al passato. Mio è l’occhio di Géricault. Gli sguardi dei suoi matti sono opachi, sono veri. Se noi contemporanei abitassimo il suo quadro, se fossimo fra i naufraghi della Medusa, non leveremmo le braccia, non chiederemmo aiuto, ma annegheremmo fuori scena, travolti da un’onda non ancora dipinta.

Ricordo quando lavoravo come una pazza, sbozzando marmi su marmi, inventando figure musicali e convulse quando sognavo, nella mia ansia di libertà, un eterno movimento del corpo, un tendersi di muscoli e vene. Ma ormai, in questo manicomio di stanza, anche ricordare è futile, come rammentare i calchi che Rodin amava e io odiavo perché mi rivelavano la sua mancanza di immaginazione.

Sai più nulla delle mie statue? Qualcuno, me assente, ha organizzato una mia mostra? Incredula, penso al loro penoso destino. Come è stato possibile che tutto finisse così, preda della fama di Rodin, senza che una voce si levasse a difendermi, senza che qualcuno parlasse, svelando l’esistenza della mia opera? Tutto, proprio tutto, è stato usurpato. E talvolta credo che anche tu, Paul, in questa inumana ingiustizia abbia delle colpe precise: la tua esitazione, la tua debolezza, la tua viltà.

Ora non è più questione di fama, ma di fame.

Quai Bourbon, 51. Terzo piano, interno 14.

Fammi portare del pane, della verdura, della carne!

Ieri ho sognato. Ero in mare aperto, aggrappata a un relitto. Delle cose bianche affioravano dall’oceano, galleggiavano, creavano scie che si allungavano, si avvicinavano. Riconobbi, a pelo dell’acqua, La main, Le baiser, Les nymphes, Les amants, La Valse. Prodigiosamente emergevano, immuni dalla salsedine, risparmiate dagli scogli; galleggiavano per una prodigiosa forza antigravitaria, leggere come piume. In fondo alle gambe, alle schiene, notavo una nera traccia di alghe, un tratto scuro, inciso nel candore del marmo. Sì, era il mio nome: Valse! Mi veniva restituito dall’acqua. Forte, chiaro, sonoro, finalmente! Il mio nome. Lo grido adesso, svegliandomi, guardandolo ancora. La Valse!!

WALSER A MARSIGLIA. Sylvie Durbec

di Sylvie Durbec

Walser non è mai andato a Marsiglia. Per modestia.

Uomini troppo importanti ci avevano vissuto. Non poteva mettere le sue orme sopra le loro.

In Svizzera fu informato della morte di Odon von Horvath, ucciso da un albero sui Champs-Elysées, durante una tempesta, dopo aver visto l’ultimo film di Walt Disney? Non ne so nulla. Ma si rifiutò energicamente di andare in un luogo che aveva visto vivere e morire tanti grossi personaggi: gli era impossibile confrontarsi con loro, lui con quel desiderio che lo spingeva sempre verso il minimo. Piccole prose, microgrammi. La sparizione, quasi. Ma una presenza che si fortifica a contatto della vicina foresta come in Die kleine Schneelandschaft. Allontanarsi dal centro, scavareuna galleria per ricongiungersi alla periferia dalla tuonante Germania alla Svizzera seriosa, là dove sta la gente umile, intenta a compiti necessari. Scrivere diventa un lavoro, il più possibile modesto, un lavoro che dà il senso di occupare un piccolo posto, quello adeguato, in una società laboriosa ed economa. Andare sempre più lontano vuol dire allora restare fermi. La Svizzera come un mare interno, come una lingua nuova in cui immergersi. Invece di andare a Parigi, Walser si accontenta di percorrere in su e in giù un pezzetto minimo di Svizzera, col suo vecchio amico Carl Feeling, con molta regolarità,da Heriseau a Saint Gall e da Saint Gall a Herisau. Per limitare ulteriormente la sua esistenza, per sminuirla senza sopprimerla, Rober Walser visse in un ricovero di alienati, poi in un ospizio dove fu ospite dal 1933 al Natale del 1956, data in cui fece la sua ultima passeggiata, ma senza il compagno rimasto a Zurigo per curare il suo cane ammalato, e dove cadde col naso nella neve, circondato da alberi neri.

Je revins…

I cani occupano stranamente un posto importante nelle passeggiate di Walser. Lo testimonia l’incontro, all’uscita di Herisau, nel Natale del 1954, con un colley che parve riconoscere in Walser un compagno, un vecchio amico, e lo fece oggetto di forti dimostrazioni d’amicizia, per tutto il cammino. In un dipinto di Hopper, c’è lo stesso cane che una coppia osserva con discrezione. O ancora, in una capanna, un fox-terrier che lo tratta con amicizia. E quel Blass che annusò il cadavere dello scrittore nella neve, mostrò molto nervosismo, a quanto riferì la sua giovane padrona, nel punto della salita che conduce alla fattoria dei Mansers.

Dalmata, colley, fox-terrier. Cani, come altrettanti compagni di strada .

Durante circa una trentina d’anni, la libertà dello scrittore resta intatta. Libertà di continuare a viaggiare restando in piedi, camminando-dormendo, e imitare gli alberi, questi grandi misuratori del tempo. Perché gli alberi sono dei danzatori, viaggiatori mobili e immobili.

Abeti, larici, faggi. Alberi come altrettanti fraterni compagni.

A Marsiglia il poeta non correva il pericolo di incontrarli, a parte il mare e i capitani svizzeri ella marina mercantile. Conrad è partito, Anna Seghers anche, Jack Kerouac non verrà in quella città che nel 1957.

La città è allora un deserto. Gli alberi delle navi disegnano una foresta pietrificata di sale edi sole. Solo l’isolotto d’If avrebbe potuto costituire un rifugio per il poeta corridore. Ma per andare sul mare occorre una lunga consuetudine, e non è forse troppo lungimirante, troppo orgoglioso voler sfoggiare così un talento fuori del comune? E poi l’evasione spettacolare di Edmond Dantès, è una scalogna per chi cerca un rifugio lontano dalla confusione. Si temono le spiegazioni dei guardiani, la loro gaiezza letteraria. Si preferisce il buio del mare, la notte. A Walser sarebbe piaciuto costeggiare le banchine in compagnia delle ombre, passeggiare nel quartiere piatto del porto. Tutte queste sparizioni gli avrebbero ricordato il vecchio mondo conosciuto per sette lunghi anni, a Berlino.

Dovremmo poter incontrare la bellezza almeno una volta in una giornata,mi dico, ripetendo le parole di Fernando Pessoa. Intendo avere almeno la possibilità di avvertirla. Non che essa sia nascosta, rubata ai nostri sguardi, assente al mondo che ci circonda, ma i nostri occhi sono più spesso accecati dalla nostra stessa banalità. Noi ci trasciniamo dietro, nelle strade e nelle case, le nostre misere abitudini, le nostre impotenze quotidiane che ci rendono ciechi, malati, così come il dominio il più delle volte ci sfugge. Dovremmo, almeno una volta nella giornata, incontrare la bellezza fino a provarne una gioia profonda, inusuale e pura di un desiderio ben diverso che non sia quello di poterla vedere e rivedere ancora, senza preoccuparci di possederla né di conservarla, no, vederla soltanto provando questa gioia stupefacente di ricongiungimento. Il vento agita gli alberi ed ecco che avverto, in un vetro, il riflesso di questa felice agitazione. Le ombre capovolte degli alberi, il movimento del fogliame nell’approssimarsi della notte, tutto questo mi riempie di una tale gioia che le lacrime mi riempiono gli occhi, nascondendomi quella bellezza avvertita nello specchio. Per oggi, mi dico, prima della notte totale, ho intravisto un po’ di bellezza: le mie angosce si calmeranno e il sono verrà a liberarmi del peso della terra. Del mio proprio peso sulla terra. Ascoltando Fernando Pessoa che è morto da più di sessant’anni, ecco che cosa mi sono detta. Altri oltre me lo ascoltavano, ma quando il poeta ha taciuto, hanno sgombrato molto presto, come per sbarazzarsi della sua presenza. Che cosa temevano di lui? Mi sono chiesta perché erano accorsi in gran folla allo scopo di ascoltare la sua intranquillità, contendendosi dei posti come ossi da rosicchiare per poi fuggirsene alla prima occasione, correndo a liberarsi di tutti quei mali, quelle parole di poeta.

In quanto a me, è del mio proprio peso che ho bisogno di essere liberata.

Walser cammina per Marsiglia, ora. Lo vedo imboccare la strada del giovane Anacharsis e sorridere, pensando a Kleist e a Goethe. Lo ascolto rispondere pazientemente a degli interlocutori invisibili:

il poeta non cerca la bellezza comune e armoniosa, tramonti, facciate pulite e colorate, isole gloriose, bellezze facili che cercano i viaggiatori frettolosi. Non ha nessun bisogno di perfezione. È un altro genere di bellezza che lo fa affrettare nelle strade della città, non lontano dal porto. Sa che la può scoprire da qualunque parte, all’angolo delle stradine, nello scorrere delle acque consunte, nel turbinio delle mosche, il grido roco dei gabbiani. Sa la bellezza della delusione e ne vuole gustare ancora e ancora, in assoluta modestia.

Walser cammina perché la passeggiata è per lui esercizio di poesia e Marsiglia assomiglia a un libro dalle pagine che girano da sole, ma certe sono troppo piene di parole, e altre bianche, così bianche che ci vorrà l’inchiostro delle seppie per coprirle di scrittura nera. Si provvederà, pensa Walser, nessuna impazienza, solo malinconia. Continua la tua strada, piccolo marciatore notturno, passeggiatore di città. Ogni tanto, si ferma in un bar di notte e beve lungamente. Nessuno cammina al suo fianco, ma il suo passo è allegro. Se comincia a nevicare perché non intraprendere la scalata del monte Ventoux? Succede che in estate cadano grandi quantità di neve che un giorno di canicola basta a cancellare. Ma prima della sparizione si può pestare coi piedi seminudi la neve fragile e sentirsi sulla faccia il pizzico del freddo felice dell’infanzia. Non avremo nessun rimpianto, nessun rimorso di fronte alla bellezza della montagna. Dio non ci accompagnerà. E Petrarca, sistemando i suoi sandali, dimenticherà il suo dolore e giusto il tempo di raggiungere la pianura che rivedrà la bellezza del mondo ai suoi piedi.

Io non cammino. Un cane lecca il mio sangue che gocciola nel cataletto di scolo. La mia testa è ferita. Questo inchiostro che esce da me è rosso. Posso scrivere una poesia con lui? Nessuno risponde. Mi portano in un ospedale, lontano da Walser che continua a bere mentre il suo viso si infiamma, e mi ricordo di un amico che mi ha parlato del suo desiderio di abbracciare e di essere abbracciato, e noi ci siamo toccati, oh appena, la mia mano sulla sua spalla, poi sulla guancia. Questo amico vuole cancellarsi, mi confessa, è la sua risposta al problema, come Walser, come Dickinson. Il bianco, il ricovero, la sparizione consentita. L’alcol aggiunge una tensione nella camminata che accelera spesso la caduta, e porta i personaggi influenti ad agire per fare internare i marciatori ebbri della loro velocità, come Walser a Berna, Hölderlin a Bordeaux, Pessoa a Lisbona. E il mio amico della notte di Avignone. Data l’ora, vogliono trattenermi in ospedale a causa della mia ferita. Ma rifiuto. Nessuna notte è tanto libera quanto quella in cui si torna dal più lontano verso il più vicino, camminando completamente soli nella notte, facendo risuonare il passo sull’asfalto, non dimenticando di fermarsi ogni tanto per esprimere gratitudine agli alberi delle città che sono come i fratelli delle foreste, agli amici marciapiedi, infine all’assenza ovunque presente e ritrovata. La neve calmerà la mia testa febbrile e sofferente. Mentre la neve e i miei passi sprofondano nel sottile involucro, sì, con Walser di lato, forse anche col mio amico fotografo, saremmo stati contenti di arrivare insieme in cima al monte Ventoux, malgrado il vento gelido. Avremmo lasciato Marsiglia in treno e dopo…

(Il testo, tradotto da Lucetta Frisa, è stato pubblicato in Fughe, I Libri dell’Arca, Joker, 2006)

I LIBRI DELL’ARCA. Un’idea di collana

a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa

«E che altro potevo opporre al nulla se non questa arca nella quale ho voluto riunire tutto ciò che mi era vicino?» Danilo Kiš

I libri dell’Arca individuano testi di autori che concepiscono la scrittura come pulsione estrema, in stretto rapporto con l’esperienza della follia e l’ossessione dell’arte. Intento della collana è sviluppare una rabdomantica curiosità per scritture, significative ma spesso sommerse o poco visibili, del Novecento europeo. L’attenzione si orienta verso testi apparentemente frammentari o marginali, che da questa marginalità ci parlano, oggi, con maggiore intensità e autenticità, nell’idea, mutuata da Thomas Bernhard, che la scrittura contemporanea sia solo un «grande e gigantesco frammento».

La collana si divide in tre sezioni: L’arte della follia, dove è dominante l’attenzione a saggi di critici e di poeti che intrecciano il discorso estetico alle logiche della follia; Isola delle voci, dove trovano spazio voci poetiche contemporanee, soprattutto nell’area di lingua francese; Segni e visioni, dove in brevi plaquettes di artisti si intrecciano parola, disegno, pittura, fotografia.

I libri dell’Arca non nascono nel 2004 ma negli anni 90, dall’idea della rivista “Arca”. Trovare e custodire qualcosa che, pur destinato alla perdita, va salvaguardato: il testo marginale del grande autore, il testo eccellente dell’autore semidimenticato. Quelle scritture passate obliquamente nella storia dell’arte e della letteratura, e che meritano l’attenzione che non hanno avuto. I libri dell’Arca sono il desiderio di un’attenzione esigente verso testi di qualità, ovunque essi si trovino. Occorre tenere desta quest’attenzione, essere rabdomanti di curiosità.

Se, come dice Beckett, la scrittura è porosa, trapassata, inservibile, quasi un relitto tragico, noi crediamo che dei buoni relitti esistano, e che valga la pena trovarne e ri-trovarne.

Non a caso la ricerca di queste scritture passa attraverso la follia, perché sconfina oltre i limiti. Una buona arte non è necessariamente folle, ma si interessa di questioni che riguardano da vicino l’insensatezza, il disagio, il “fuori norma”. Qualcosa che si agita ai margini, e che cerca, come può, definizioni, parole.

Il titolo di uno dei libri della collana, Noi lavoriamo nelle tenebre significa tutto: non l’amore per le tenebre, ostinato e irrisolto, ma il fatto che nelle tenebre, tastando, si trovino buoni appigli, punti di luce. D’altronde, solo chi è nel buio vede la luce. Questa è eresia civile, ieri come oggi.

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L’ARTE DELLA FOLLIA

a cura di Marco Ercolani

Marco Ercolani, Il tempo di Perseo

Bernard Noël, Artaud e Paule (traduzione di Lucetta Frisa)

Sylvie Durbec, Fughe (traduzione di Lucetta Frisa)

Pasquale Di Palmo, I libri e le furie

Dieter Schlesak, Poesia, malattia pericolosa

Marco Ercolani, Discorso contro la morte

AA.VV., Due ma non due. Aperture ed incontri nell’arte degli anni post Basaglia

Carlo Michaelstaedter, La persuasione e la rettorica

AA. VV., Robert Walser. La grazia e l’abisso

AA. VV., Perturbamento

ISOLA DELLE VOCI

a cura di Lucetta Frisa

Luigi Sasso, Fuori dal paradiso

Flavio Ermini, Antiterra

Maurice Blanchot, Noi lavoriamo nelle tenebre (traduzioni di Giuseppe Zuccarino)

Giuseppe Zuccarino, Grafemi

Bernard Noël, L’ombra del doppio (traduzione di Lucetta Frisa)

Alain Borne, Poeta al suo tavolo (traduzione di Lucetta Frisa)

Giuseppe Zuccarino, Note al palinsesto

Ghérasim Luca, La Fine del mondo. Poesie 1942-1991 (traduzione di Rita Florit e di Alfredo Riponi)

Claude Esteban, Qualcuno nella stanza comincia a parlare. Poesie e prose scelte (traduzione di Lucetta Frisa)

Giorgio Galli, La parte muta del canto. Musicisti ritrovati

Giuseppe Zuccarino, Rifrazioni e altri scritti

Luigi Sasso, Vocazioni

SEGNI E VISIONI

a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa

Lucetta Frisa, Sulle tracce dei cardellini (una «flânerie»), disegni di Gianfranco Carrozzini e Giuseppe Pellegrino.

Lorenzo Pittaluga, Al termine di noi. Poesie postume, acquerelli di Claudia Sansone.

Luigi Sasso, Tutti i nomi del mondo, disegni di Marco Locci.

Paola Mongelli, Della visione inquieta, testo di Dario Capello.

Serena Olivari, La furia di quel piccolo niente. Poesie 1991-2007, acquerelli dell’autrice.

Sylvie Durbec, Chaussures vides – Scarpe vuote, disegni dell’autrice, copertina di Bastien Ridard, traduzione di Lucetta Frisa

Alice Marinoni, E voleva le ali ai piedi, testi di Gianluigi Bellei, Viana Conti, Marco Ercolani, Luisa Figini, Mirella Marini, Luca Patocchi, Anik Zanzi, poesie di Lucetta Frisa, acrilici e ricami dell’autrice.

Ilaria Seclì, La sposa nera, fotografie dell’autrice.

Silvia Comoglio, Sottile, a microchiarore!, quadri di Oddino Gagliardi.