VENTILATE UTOPIE. Giuseppe Zuccarino

(illustrazione di Alfred Kubin)

Quella di Paul Scheerbart è una delle figure più singolari nel panorama della cultura tedesca fra il secondo Ottocento e il primo Novecento. Sognatore irriducibile, bizzarro umorista, bevitore supremo, ma anche scrittore prolifico, collaboratore di riviste importanti come «Der Sturm», «Das Ziel», «Der Aktion» e «Die Fackel», ispiratore della nuova architettura in vetro di Bruno Taut e pacifista convinto, Scheerbart non poteva passare inosservato, pur portando su di sé le stigmate del «minore», esposto per vocazione alla minaccia dell’oblio dei posteri.

Tra i più decisi, ma anche atipici, estimatori della sua opera, figura senza dubbio Walter Benjamin, la cui lunga fedeltà ha avuto modo di manifestarsi a più riprese. L’attenzione del critico è stata attratta in particolare dal più importante degli scritti narrativi di Scheerbart, il romanzo fantastico Lesabéndio1. Possiamo datare la lettura benjaminiana del volume al 1917, anno in cui l’amico – e futuro grande studioso di mistica ebraica – Gershom Scholem gliene regala una copia (nell’edizione illustrata da Alfred Kubin), quale insolito dono nuziale2. Da allora Benjamin non cesserà di essere affascinato da quest’opera ambientata sul lontano asteroide Pallas, e verrà riscontrando in essa una singolare affinità con le proprie idee. Una prima testimonianza di tale interesse si può trovare in un breve scritto composto prima della fine del 1919, ma pubblicato solo postumo3. Il romanzo vi viene presentato come «il frutto di una vita intellettuale molto pura e meditativa», in cui «l’oggettività e riottosità del processo tecnico è diventata il simbolo di un’idea reale»4. Nel libro, infatti, «gli intrecci dell’amore, i problemi della scienza e dell’arte, sì, la stessa prospettiva etica sono interamente esclusi, per poter sviluppare, tramite i fenomeni più puri e inequivocabili della tecnica, l’immagine utopica di un mondo spirituale astrale»5. Se Lesabéndio può apparire agli occhi del lettore distratto come nulla più di una favola fantasiosa ed innocua, Benjamin, dal canto suo, ne evidenzia all’opposto l’oggettività (anche sul piano dello stile), individuandone l’origine in una drastica soppressione di ogni umanistica idea di interiorità.

Ancor più impegnativa, verosimilmente, doveva essere la «critica filosofica» del romanzo attuata da Benjamin in un ampio studio del 1920 sulla politica, andato purtroppo perduto. Ma riferimenti a Scheerbart sono comunque reperibili in alcuni dei saggi benjaminiani più noti, da quello sul surrealismo a quello su Karl Kraus6. In quest’ultimo, una descrizione del carattere distruttivo e purificante dell’opera krausiana dà luogo alle considerazioni seguenti: «L’europeo medio non ha saputo unire la sua vita con la tecnica perché è rimasto fedele al feticcio della vita creatrice. Bisogna avere già seguito la lotta di Loos col drago “ornamento”, bisogna aver udito l’esperanto astrale delle creature di Scheerbart o avere scorto l’“angelo nuovo” di Klee, che preferirebbe liberare gli uomini prendendo loro quello che hanno che renderli felici donando, per poter comprendere un’umanità che si afferma nella distruzione»7.

Questa tendenza a situare Scheerbart all’interno di un’ideale costellazione di artisti impegnati a distruggere quel poco che resta dell’esperienza tradizionalmente intesa, al fine di costruirne – su basi tecniche e non psicologiche – una del tutto nuova, viene ribadita in un testo che reca il titolo di Esperienza e povertà8. Qui il riferimento alla lingua, non più ad immagine dell’uomo, parlata dagli abitanti di Pallas, si unisce ad un richiamo allo Scheerbart teorico dell’Architettura di vetro9. In questo delizioso pamphlet, lo ricordiamo, si annuncia il prossimo avvento di una civiltà fondata sulla progressiva sostituzione degli edifici in mattoni con altri in vetro colorato, cosa che recherà con sé un sorprendente mutamento dell’ambiente urbanistico e naturale, nonché dell’intera vita sociale e psichica dell’uomo. Nella predilezione per il vetro, materiale liscio, freddo e sobrio, privo di «aura» e strutturalmente ostile – in forza della sua trasparenza – al culto borghese del possesso e del segreto, Benjamin vede un segnale di disponibilità al radicalmente nuovo.

Da ultimo, il breve saggio Sur Scheerbart10, risalente all’ultimo anno di vita e scritto direttamente in francese (in vista di una pubblicazione, poi non realizzatasi, sulla «Gazette des amis des livres» di Adrienne Monnier), ci mostra un approccio leggermente diverso al prediletto romanzo scheerbartiano. In questo caso, infatti, Benjamin sembra voler accentuare non tanto il momento distruttivo insito nella visione della tecnica propria dell’autore, quanto piuttosto quello utopico-liberatorio, evidenziato attraverso il significativo riferimento a Fourier. L’inclinazione fourierista a concepire il lavoro umano come volto non a «sfruttare la natura», bensì a «sgravarla delle creazioni che, in quanto possibili, sono sopite nel suo grembo»11, si ritrova senza dubbio in Lesabéndio, ma appartiene in misura non minore al patrimonio di pensiero proprio di Benjamin12. Questa concezione, non certo priva di attualità, può forse costituire uno stimolo ulteriore per un ripensamento delle «ventilate utopie»13 di Scheerbart, e delle riflessioni che esse hanno suscitato in un lettore attento e partecipe quale Walter Benjamin.

(2003)

1 P. Scheerbart, Lesabéndio (1913), tr. it. Roma, Editori Riuniti, 1982 e Pordenone, Studio Tesi, 1991.

2 Cfr. G. Scholem, Walter Benjamin. Storia di un’amicizia (1975), tr. it. Milano, Adelphi, 1992, p. 68.

3 W. Benjamin, Paul Scheerbart: «Lesabéndio» (1919), in Il concetto di critica nel romanticismo tedesco. Scritti 1919-1922, tr. it. Torino, Einaudi, 1982, pp. 128-130.

4 Ibid., pp. 128-129.

5 Ibid., pp. 129-130.

6 Cfr. W. Benjamin, Il surrealismo (1929), in Avanguardia e rivoluzione. Saggi sulla letteratura, tr. it. Torino, Einaudi, 1973, pp. 11-26, e Karl Kraus (1931), in Opere complete, vol. IV, tr. it. Torino, Einaudi, 2002, pp. 329-358.

7 Karl Kraus, cit., p. 357.

8 W. Benjamin, Esperienza e povertà (1933), in Opere complete, vol. V, tr. it. Torino, Einaudi, 2003, pp. 539-544.

9 P. Scheerbart, Architettura di vetro (1914), tr. it. Milano, Adelphi, 1982.

10 W. Benjamin, Sur Scheerbart (1940), in Écrits français, Paris, Gallimard, 1991, pp. 252-254.

11 W. Benjamin, Sul concetto di storia (1940), tr. it. Torino, Einaudi, 1997, p. 41.

12 Si confronti ad esempio l’aforisma che conclude Strada a senso unico (1926), in W. Benjamin, Opere complete, vol. II, tr. it. Torino, Einaudi, 2001, pp. 461-463.

13 L’espressione è benjaminiana (cfr. Il surrealismo, cit., p. 18).

ARCA. Un’idea di rivista

«Arca» – prima serie (dicembre 1992 – novembre 1996)

Redazione: Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso, Luigi Sasso (dal n. 23 in poi), Giuseppe Zuccarino.

Dei primi quattro fascicoli della rivista sono state stampate 30 copie numerate; la tiratura dei fascicoli successivi è di 40 copie numerate.

1. Marco Ercolani, Ricordi di uno scheletro esposto alle intemperie (dicembre 1992).

2. Lucetta Frisa, Concerto interrotto (maggio 1993).

3. Elio Grasso, Un’altra vita (settembre 1993).

4. Giuseppe Zuccarino, Schegge per Alberto Giacometti (settembre 1993).

5. Aleksandr Blok, Il Demone di Vrubel’ (ottobre 1993).

6. Samuel Beckett, Soprassalti (ottobre 1993).

7. Rainer M. Rilke, Vergers (dicembre 1993).

8. William Shakespeare, Cinque Sonetti (aprile 1994).

9. Luigi Sasso, La notte di Virgilio (aprile 1994).

10. Mauro Macario, Cantico della resa mortale (maggio 1994).

11. Lorenzo Morandotti, Da camere nere (maggio 1994).

12. Lorenzo Pittaluga, Poesie del primo giorno (maggio 1994).

13. Alberto Giacometti, Tre testi (giugno 1994).

14. René Char, Intorno a Braque (giugno 1994).

15. Lucetta Frisa – Marco Ercolani, Il dovere d’amore (settembre 1994).

16. Henri Michaux, Il secondo volto (ottobre 1994).

17. André Masson, Una pittura dell’essenziale (ottobre 1994).

18. Antonin Artaud, Elettroshock (novembre 1994).

19. Michel Foucault, Sette discorsi sul settimo angelo (dicembre 1994).

20. Annamaria Carrega, L’intenzione e la cifra (gennaio 1995).

21. Renato Urciuoli, Una nuvola di polvere (febbraio 1995).

22. Giuseppe Zuccarino, Paginette (marzo 1995).

23. Marco Ercolani, La scrittura apocrifa (aprile 1995).

24. Gérard de Nerval, Senza risposta (maggio 1995).

25. Maurice Blanchot, L’ultima parola (giugno 1995).

26. Donatella Buongirolami, Mafra (luglio 1995).

27. Osip Mandel’štam, Tempesta e passione (settembre 1995).

28. Lucetta Frisa, L’insonnia di Harùn (ottobre 1995).

29. William Shakespeare, Dodici Sonetti (novembre 1995).

30. Marco Locci, Come una nave dipinta… (dicembre 1995).

31. Giuseppe Zuccarino, Agone ed enigma (gennaio 1996).

32. Marco Ercolani – Lucetta Frisa, Graffiti (febbraio 1996).

33. Pierre Tal Coat, Inchiostri e taccuini (marzo 1996).

34. Attilio Sartori, Metamorfosi di un guanto (aprile 1996).

35. Stéphane Mallarmé, Sposare la nozione (maggio 1996).

36. Albino Crovetto, Un lentissimo anno (giugno 1996).

37. Luigi Sasso, Nomi di cenere (luglio 1996).

38. Cristina Jöchler, Nulla di nuovo (settembre 1996).

39. Lorenzo Pittaluga, Con gli interessi di una rosa (ottobre 1996).

40. Marco Ercolani, Pallaksch (novembre 1996).

* * *

«I Quaderni dell’Arca» (primavera 1996)

Redazione: Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso, Luigi Sasso, Giuseppe Zuccarino.

Dell’unico fascicolo sono state stampate 40 copie numerate.

1. AA. VV. (Donatella Buongirolami, Annamaria Carrega, Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso, Luigi Sasso, Renato Urciuoli, Giuseppe Zuccarino), Voci incrociate.

* * *

«Arca» – seconda serie (giugno 1997 – settembre 2004)

Redazione: Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso (solo per il n. 1), Massimo Morasso (dal n. 3-4 in poi), Luigi Sasso, Giuseppe Zuccarino.

Editori: Graphos (Genova) per i fascicoli dal n. 1 al n. 8-9; Joker (Novi Ligure) per il n. 10.

1

(giugno 1997)

EPSON MFP image

SEGNALI

Empedocle, Sotto tutte le forme dei mortali

Thomas Stearns Eliot, Burnt Norton

Pierre-Jean Jouve, Il Giardino dell’Eden

Nanni Cagnone, Uno specchio sterminato

DESTINI. La realtà del possibile. Louis-René des Forêts

Louis-René des Forêts, La disavventura al lido

Louis-René des Forêts, Vie e svolte della finzione

Maurice Blanchot, La parola vana

Renato Urciuoli, La lingua impossibile

Giuseppe Zuccarino, Il respiro del pensiero. Sul tema del canto nella narrativa di des Forêts

Nota bio-bibliografica

SINOPIE

Guy de Maupassant, La vita di un paesaggista

Emilio Villa, Memoria per Dino Basaldella

GRAFFITI

Giovanni Castiglia, Il bitume di Giudea

2

(maggio 1998)

SEGNALI

Philippe Jaccottet, Arie

Ernst Meister, Non siamo come erba

René Char, Eterna insonnia

DESTINI. Parliamo ancora dell’aria. Lucetta Frisa

Lucetta Frisa, Presto luminoso

Lucetta Frisa, L’altra

Alberto Cappi, Frammento

Nanni Cagnone, Cara Lucetta

Paolo Bertolani, In virtù di parole

Giuseppe Zuccarino, La voce e la poesia

Lorenzo Morandotti, Vertigini sospese

Luigi Sasso, Gli strappi della voce

Gio Ferri, Materia e poesia

Attilio Sartori, Un viaggio a ritroso

Donatella Buongirolami, Un’ala ripida

Elio Grasso, Tre frammenti

Franco Loi, …L’aria, il suo fiato!

Marco Ercolani, Tra suono e parola

Nota bio-bibliografica

SINOPIE

Jean Fautrier, Paralleli sull’informale

GRAFFITI

Giuliano Menegon, Diario d’agosto

3-4

(dicembre 1998)

A cura di Marco Ercolani

EPSON MFP image

SEGNALI

Parmenide, Dell’origine

Cécile Sauvage, Voglie semplici

Antonin Artaud, Tre lettere a Jean Paulhan

Robert Walser, L’Arlesiana

Clara Janés, Divano dell’opale di fuoco

Albino Crovetto, Residui di comete

VARIAZIONI. Arte e follia

Maurice Blanchot, La follia per eccellenza

Cristina Jöchler, Follia che parla. Hölderlin tra psicoanalisi, filosofia, critica

Michel Foucault, Il ciclo delle rane

Jean-Pierre Brisset, Il ciclo delle rane originarie

Ruggero Pierantoni, Nadia e i suoi molti enigmi

Viana Conti, Atti relativi alla follia di Louis Soutter

Lucetta Frisa, Tra Medusa e Chimera

Annamaria Carrega, Una «jonglerie» ottocentesca?

Marco Ercolani, L’opera imperfetta

Luigi Sasso, Scrittura e follia in Robert Walser

SINOPIE

Francis Bacon, Intervista

Ione Robinson, Wols a ruota libera

GRAFFITI

Jean-Pierre Giovanelli, I sonagli dell’immortalità

Enzo Fabbrucci, Figure nere

Marco Ercolani, Dentro quel nero

Aurelio Andrighetto – Elio Grazioli, Veder doppio

5

(marzo 2000)

A cura di Lucetta Frisa

EPSON MFP image

SEGNALI

Aleksandr Blok, L’ospite sgradito

Cid Corman, Canto della radice

Ponziano Medda, Tutto è detto per essere silenzio

Donatella Buongirolami, Prendi sul palmo la polvere

Elio Grasso, La quiete del giorno dopo

DESTINI. L’infinito plausibile. Henri Michaux

Henri Michaux, Fra cielo e terra

Henri Michaux, Dove posare la testa?

Henri Michaux, Occorre davvero una dichiarazione?

Paul Celan, Musica discorde, il pensiero

André-Pieyre de Mandiargues, H. M.

Jean Starobinski, Testimonianza, combattimento e rituale

Dora Bienaimé, L’Ecuador di Michaux tra diniego e assenso

Sergio Crapiz, Lo spazio-cristallo e la sfera. Visionarietà e illuminazione nella poetica di Henri Michaux

Giuseppe Zuccarino, L’altra finestra. Per una lettura di «Déplacements, dégagements»

Nota bio-bibliografica sull’autore

SINOPIE

Robert Desnos, Per Max Ernst

Michel Leiris, Quattro scritti sull’arte

Yvan Goll, Manifesti

GRAFFITI

Marco Locci, I patanchi

Luisella Carretta, Lettere dal Marocco – 1998

6

(ottobre 2000)

A cura di Luigi Sasso

EPSON MFP image

SEGNALI

Varlam Šalamov, Personale e confidenziale

Pascal Quignard, Taciturio

Luigi Grazioli, Figura di schiena

Lorenzo Pittaluga, Il dire dell’eco

VARIAZIONI. La stanza segreta: il diario

Michel Leiris, Un’assurda scommessa

Roland Barthes, Il diario intimo

Massimo Morasso, Quaderno azzurro

Marco Ercolani, Difesa dell’illusione

Luigi Sasso, Una scrittura del limite

SINOPIE

Paul Signac, I colori delle luci

Marisa Volpi, Conversazione con Burri

Jean-Marie Baron, Conversazione con Tàpies

GRAFFITI

Carlo Merello, Il corvo

Piero Ponasso, Autonomatismi

7

(dicembre 2001)

A cura di Giuseppe Zuccarino

EPSON MFP image

SEGNALI

Pervigilium Veneris (Canto per la veglia di Venere)

Sajàt-Novà, Insostenibile m’è il dono del canto

Claudine Bertrand, Al cadere del giorno

Circe Maia, Pioggia di ottobre

Attilio Lolini, Zombies-suite

Dario Capello, Recitativo più chiaro che mai

DESTINI. Alberto Giacometti: la realtà messa a nudo

Alberto Giacometti, Si dice che dipingo solo col grigio

Alberto Giacometti, Intervista

Yves Bonnefoy, La necessità di Giacometti

Jacques Dupin, La realtà impossibile

Maurice Blanchot, La presenza

Nota bio-bibliografica

SINOPIE

Stéphane Mallarmé, La giuria di pittura per il 1874 e Manet

René Char, Il pistillo nel fiore

Enrico Crispolti, Conversazione con Gastone Novelli

GRAFFITI

Claudio Bertelli, Alto e basso

Serena Olivari, Tam tam antidepression

8-9

(dicembre 2003)

A cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa

EPSON MFP image

SEGNALI

Osip Mandel’štam, Terranera

Gario Zappi, Russia «glubìnnaja» e «golubìnaja»: rileggendo Osip Mandel’štam

Alejandra Pizarnyk, Alessandra Alessandra

Gisela Elsner, L’ottavo

Lucetta Frisa, Come fanno i pazzi

Lorenzo Pittaluga, Nozione della notte

Alfonso Ravazzano, Ho dimenticato il mio nome

VARIAZIONI. Dalla febbre al limite: l’arte necessaria

Marco Ercolani, La colonna e la fiamma

Adriano Benvenuto, Il caso Hélène Smith

Luigi Sasso, Gérard de Nerval in Oriente. Appunti su alcune lettere senza risposta

André Breton, L’arte dei folli, la via di fuga

Jean Dubuffet, Lettera al dottor Gentis

Raymond Queneau, Comprendere la follia

Michel Foucault, Per Raymond Roussel

Giuseppe Zuccarino, L’immaginazione rivendicatrice. Sul problema del delirio in Artaud

Gabriela Fantato, La poesia di Alda Merini. Un segreto perturbante

SINOPIE

Henri Michaux, Fino a quando la prigionia?

Massimo Dagnino, L’Albero della Cuccagna: conversazione con Claudio Costa

Massimo Dagnino, Gli uomini del Centro della Terra: dialogo con Davide Mansueto Raggio

GRAFFITI

Luisella Carretta, Contrappunto

Leonardo Rosa, Lesioni di voci

10

(settembre 2004)

A cura di Massimo Morasso

EPSON MFP image

SEGNALI

Yves Bonnefoy, La parola poetica

Lorena Zaccagnino, L’identità della poesia

Marco Petrini, La poesia come forma di resistenza

Ted Hughes, Nella giovinezza della terra

Tatjana Bek, Una periferia oscura

Alberto Cappi, Anche la bocca è muta

Silvia Bre, Il mio male

Filippo Davoli, Del volo

Mauro Ferrari, Braies

Elio Grasso, A un indirizzo che non è il tuo

VARIAZIONI. La stanza segreta: la lettera

Stéphane Mallarmé, Il mio Pensiero si è pensato

Luca Bevilacqua, Distruzione e nascita del poeta moderno

Victor Hugo, Una città delle Fiandre

Guy de Maupassant, La morte di Flaubert

Erik Satie, Al diavolo l’arte

Robert Walser, Il mio sogno

Boris Pilnjak, Impazienza

Émile Cioran, Cambiare nome

Gaston Chaissac, Come i monaci

Luchino Visconti, L’emozione concreta

Bernard Noël, Lettera verticale. Per Leonardo Rosa

Massimo Morasso, Vivien Leigh. Lettere al suo (mancato) biografo

Marco Ercolani – Lucetta Frisa, Donna che legge una lettera davanti alla finestra

SINOPIE

Gustave Courbet, Preferirei fare un quadro

Antonin Artaud, Tre lettere a Picasso

Aurelio Andrighetto, Un’ossessione non privata

GRAFFITI

Muriel Grégoire, Drappi

Andrea Valcalda, Caro, cara

Mirella Marini, Visioni e memoria

BABEL. Marco Locci

EPSON MFP image

Scrittura che crea un cosmo, erratica, inarrestabile, scrittura che tenta una definizione del mondo, che cerca di chiudere il cerchio, che ambisce, pur nella consapevolezza della sua improbabilità, a una forma chiusa. Per quanto possa sembrare paradossale e contraddittorio, la letteratura è il luogo dove queste due istanze convivono. La letteratura è quella forma di linguaggio che, essendo questi due aspetti entrambi presenti, oscilla tra due cosmografie.

Luigi Sasso

Tutti I nomi del mondo, I libri dell’Arca, Joker, 2009

AFORISMOS. A cura di Fernando Menendez

Vivere dentro pagine che tornano come ossessione.

Vivir dentro de pàginas que vuelven como obsesiones.

Il compito impossibile di qualsiasi arte è scolpire il tempo.

La tarea imposible de cualquier arte es esculpir el tiempo.

La deriva è una luce senza origini.

La deriva es una luz sin origines.

Il rischio è fermare la vita futura.

El riesgo es detener la vida futura

Il solo libro che leggo è il libro che non conoscerò.

El ùnico libro que leo es el libro que no conoceré.

Sognare senza che finisca il sogno: essere folli.

Soñar sin terminar el sueño: estar loco.

Ogni estetica dissimula un ulteriore silenzio.

Cada estética disimula otro silencio.

L’origine è allontanare da sé la propria origine.

El origin es alejar de si mismo su origen.

Scrivo per non ferirmi di più.

Escribo para no herirme màs.

Dentro un’ombra, è leggibile tutto.
Dentro de una sombra, es legible todo.

Appunti non come confessioni ma come cosmografie.

Apunte no como confesiones sino come cosmografias.

Attendere. Scrivere. Tornare ad attendere.

Esperar. Escribir. Volver a esperar.

I veri artisti si nascondono attraverso le loro opere.

Los verdaderos artistas se esconden a través sus obras.

Certi destini esigono determinati linguaggi.

Ciertos destinos exigen determinados lenguajes.

Quando non si sogna, le notti sono troppo buie.

Cuando no se sueña, las noches son muy oscuras.

La poesia è abitare desideri impossibili.

La poesia es habitar deseos imposibles.

La parola è indicibile. Ma occorre scrivere per saperlo.

La palabra es indecible. Pero tines ques escrivir para saberlo.

Non si crea verità ma la si dissotterra.

No se crea verdad, pero se desenterrarà.

Pagina mai vuota inesauribile esorcismo.

Pagina nunca vacia – inexorable esorcismo.

La luce di certi cieli è vietata ai sani.

La luz de ciertos cielos esta prohibida a los sanos.

Ricordo impossibile: il sole sotto il cuscino.

Recuerdo imposibile: el sol bajo la almohada.

La luce è segreta a chi la pensa.

La luz es secreta para quien la piensa.

Scrivo per ridurre il foglio a carta bianca.

Escrivo para reducir la hoja a papel blanco.

Si lavora nell’ombra, osservando le radici.

Se trabaja en la sombra, observando las raìces.

Il passato non è mai certo della sua estinzione.

El pasado nunca està seguro de su extinciòn.

Follia: deformità e sapienza.

Locura: deformidad y sabidurìa.

Quando non si sogna le notti sono troppo buie.

Cuando no se sueña, las noches sont demasiado oscuras.

Libelos, Gijòn, 2020, a cura di Fernando Menendez

ETOPEIA. Carla Benedetti

Pisa, 17/7/1998

Caro Marco,

[…] La maniera con cui tu riesci a dar voce a scrittori del passato e a farli rivivere, con la loro visione, la loro maniera di concepire la scrittura, e i loro “massimi problemi”, fa sognare il lettore contemporaneo, ma di un sogno molto antico, come quello che forse coglieva gli antichi spettatori di un dramma. Noi sappiamo già chi sono i personaggi, conosciamo la loro vicenda, la maniera in cui hanno risposto ai “nodi” dolorosi in cui sono incappati: Gogol, Belinskij, Blok, Celan, Bachmann etc. diventano così come i personaggi di un mito, a tutti già noto, che ora viene di nuovo messo in scena, attraverso le loro stesse parole. Come lo spettatore antico di un dramma, il lettore dei tuoi “apocrifi” (ti dirò dopo perché metto la parola tra virgolette) ascolta così il discorso del personaggio, in quella data situazione, a lui già nota: che cosa avrebbe detto Edipo ad Apollo quando… che cosa avrebbe detto Gogol a Belinskij se… Così mi pare che i tuoi testi rientrino perfettamente in quel tipo di componimento che la retorica antica classificava come etopeia o sermocinatio, e da cui è forse nato il dramma, come mimesi del discorso del personaggio. Ora, la sermocinatio è un fenomeno di aversio dal locutore, e come tale può servire più padroni. Può servire a costruire il dramma. Ma può anche servire all’oratore come “ironia tattica” nei confronti dell’avversario. L’ironia da simulazione (simulatio) – dice Lausberg – può essere considerata anche come sermocinatio nella maschera dell’avversario. Ed è da questo secondo uso, non mimetico ma ironico, non sognante ma tattico, che viene, secondo me, l’effetto di apocrifo, quello che ho cercato di descrivere in Calvino e in altri scrittori postmoderni. L’effetto di apocrifo è in fin dei conti un fenomeno di aversio dal locutore, ed è sì un fenomeno di sermocinatio, ma dispiegato a fini tattici, difensivi, di mascheratura. Nei tuoi “apocrifi” invece non c’è né ironia difensiva né uso tattico-oratorio. La sermocinatio è qui dispiegata a fini drammatici, è una vera e propria etopeia, e questo è ciò che più mi affascina nei tuoi esperimenti di scrittura.

L’effetto di apocrifo è per me una sorta di rimedio nel male, e il male è l’epigonalità: una scrittura appesantita dal dover fare i conti, autoreferenzialmente strategicamente, con la letteratura del passato, e a gareggiare con essa. Nei tuoi testi, invece, la letteratura è invece ripercorsa con tutt’altro sguardo. Non uno sguardo epigonale, ma fresco e sognante. Ti interessano non gli stili ma gli individui e il loro essere al centro di nodi drammatici che si ripetono come degli universali: negli antichi, nei moderni e nei postmoderni – nodi di cui l’arte e la letteratura serbano memoria. È il teatro dell’uomo, di questo strano animale dotato di corpo e di pensieri, che torna a interrogare il mistero del mondo in cui vive senza averlo scelto, che si ingegna a trovare le risposte, che produce incubi, sogni e patologie, di cui appunto l’arte e la letteratura ci testimoniano nella loro lunga storia […].

Un caro saluto

Carla

EPSON MFP image
EPSON MFP image

APOCRIFI. Luigi Sasso

Vivere è appartenere a un altro, si legge in Pessoa. Scrivere, probabilmente, è la stessa cosa. Un testo apocrifo è oggi quello che uno scrittore attribuisce a qualcun altro, che allontana da sé, quasi volesse nascondersi o scomparire. La crisi del soggetto, il dissolversi dell’io, l’impossibilità di tradurre quello che siamo sulla pagina hanno accompagnato tutta la vicenda culturale del Novecento. Ogni parola ingenua e diretta ci è negata. Lo scrittore ha scoperto di essere niente o nessuno, uno spazio cavo dove risuonano altri echi, altre voci. Così Beckett, ricordato da Foucault: «Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla». L’apocrifo è, di questa condizione, la forma estrema, la sintesi e, infine, la storia esemplare.

Libri nascosti, segreti. Gli apocrifi si presentano, nella nostra civiltà, come qualcosa di misterioso, di enigmatico, depositari di verità occulte, di un sapere non a tutti rivelato. Privi dell’ispirazione divina, sono esclusi dal canone delle sacre scritture. Sono libri quindi non autentici, «erronei», persino, a un giudizio più severo, eretici. Degni, per i Padri della Chiesa, soltanto della condanna e dell’oblio. Alcuni di questi testi, invece, soprattutto i Vangeli, hanno avuto il merito di sottrarre all’estinzione un cristianesimo di sapore popolare, ricco di leggendarie curiosità, di un amore esasperato per il soprannaturale, luogo di confluenza di diverse tradizioni, pagane ellenistiche magiche e apostoliche insieme. Il mondo classico e quello cristiano, anziché contrapporsi, qui si mescolano e si confondono. I Vangeli apocrifi sono diventati la sorgente di un’ispirazione sempre viva, che si è tradotta in novelle e affreschi, in aneddoti e in narrazioni agiografiche, attraversando tutta la tradizione culturale e artistica dell’Occidente, seguendo un itinerario marginale e proprio per questo in grado di dare voce a istanze di rinnovamento del mondo, persino in senso politico. Una conferma, ai giorni nostri, è data dal Mistero buffo di Dario Fo.

In ambito letterario l’apocrifo sfugge al nome, al volto, all’identità di un autore. Durante l’epoca medievale, nella quale la nozione di autore è ancora incerta, molte opere restano anonime. Altre vengono firmate dal copista, o sbadatamente attribuite a scrittori-fantasma nati da un nome frainteso, ad autorità vere o presunte. Spicca, tra gli apocrifi medievali, la Lettera del prete Gianni, testo del XII secolo nel quale si favoleggia un Oriente simile a un paradiso terrestre, abitato da animali fantastici, regno della pace e della concordia, specchio rovesciato delle lotte e delle guerre dell’occidente. Nasce, con questa finzione epistolare, o quanto meno si rafforza, un mito destinato ad affascinare non solo le genti medievali, ma anche quelle delle epoche successive, trasformando l’Oriente in un serbatoio inesauribile di leggende, di echi, di sogni, di irraggiungibili chimere. A questa Lettera sono stati affidati i desideri e insieme le paure dell’Occidente, entrambi così forti da resistere anche allo sguardo indagatore di Marco Polo. La leggenda s’infrangerà soltanto nei versi dell’Ariosto, che nell’Orlando furioso ci presenta un prete Gianni in versione etiope, sovrano di un regno tormentato dalla fame e soggetto alla rapacità delle Arpie.

Il Medioevo, ormai, è un mondo lontano. A segnarne la fine è intervenuta anche la filologia. Il suo esordio è sensazionale: la scoperta della falsità della donazione di Costantino, apocrifo grazie al quale la Chiesa rivendicava la legittimità della sua politica temporale. L’indagine filologica, con rigorosi e sempre più sensibili strumenti, darà caccia spietata a falsificazioni ed errori, cercherà con ogni mezzo di dissipare la fitta nuvola di dubbie attribuzioni, di autori fittizi, di maschere e di invenzioni che il Medioevo, spesso inconsapevolmente, aveva prodotto. Si ricostruiscono il ruolo e la funzione dell’autore.

Ma il canone in tal modo ristabilito prelude già a una trasgressione. È’ il Don Chisciotte di Cervantes. Qui l’attribuzione del testo a un altro autore, strategia tipica dei romanzi cavallereschi, si fa gioco vertiginoso, movimento labirintico e perturbante, conosce l’instabilità che possiedono soltanto i sogni. Cervantes assicura, come è noto, di aver desunto la narrazione delle avventure di Alonso Quijana da una fonte araba, quella di Cide Hamete Benengeli. Fin qui nulla di strano, e basterebbe ricordare il Turpino dell’Orlando Furioso. Ma l’invenzione del manoscritto di Cide Hamete, questo sogno di Cervantes, è preceduta da un passo in cui il bizzarro cavaliere immagina il narratore delle sue avventure: sarà un uomo dotto, un mago sapiente il cronista di questa singolare storia. L’autore diviene una favola, il delirio di un folle.

Pubblicata la prima parte della storia, a Cervantes tocca di assistere alla nascita di un’insidiosa opera concorrente, il Don Chisciotte di Avellaneda. L’apocrifo questa volta è, se l’aggettivo ha ancora un senso, reale. A tal punto che Cervantes e Don Chisciotte non possono più ignorarlo. La sua presenza, nella seconda parte dell’opera, si fa ingombrante. E così il protagonista rifiuterà di recarsi a Saragozza perché là c’è già stato il cavaliere di Avellaneda. Sceglierà, per evitare l’imbarazzante coincidenza e smascherare le menzogne del nuovo storico, di dirigersi verso Barcellona.

L’invenzione dell’apocrifo, nel Don Chisciotte, non è solo una maschera letteraria, come per esempio lo pseudonimo. Quest’ultimo è il modo con cui l’autore si libera del nome che il destino gli ha riservato, per assumerne un altro, spesso ancora più parlante e riconoscibile. L’opera, in quanto tale, non viene direttamente coinvolta. L’apocrifo, invece, a partire per lo meno da Cervantes, è una strategia di scrittura interna al testo, che contamina le strutture, le vicende narrate, in molti casi lo stile di uno scrittore. Cervantes dà inizio al romanzo moderno, a questo dialogo ininterrotto di sogni. Da Defoe a Voltaire, da Manzoni, con il suo anonimo seicentesco, giù giù fino a Svevo, al dottor S. della Coscienza di Zeno, romanzi e racconti sembrano con sempre maggiore frequenza ospitare un’«altra» voce», dialogare con essa. Non è solo un espediente retorico, ma un modo per prendere le debite distanze dalla materia narrata, ora criticandola, ora fingendosi irresponsabili di fronte alle più imbarazzanti invenzioni. È’ uno statuto, ormai, della scrittura. Dice che la voce di un testo è inevitabilmente doppia, vera e falsa, nello stesso tempo.

E l’autore, intanto, assomiglia sempre di più a un mito, a una forma del desiderio. Nel tardo Settecento lo scozzese Macpherson diede alla luce i Canti di Ossian, testo dal quale sarebbero nati il gusto per i paesaggi tenebrosi e nordici, per una natura primitiva e sublime e, in ultima analisi, il Romanticismo. Ossian, il leggendario bardo gaelico del III secolo d.C., di cui Macpherson afferma di aver ritrovato originali composizioni poetiche, divenne un mito che appassionò l’Occidente. Goethe fece dire a Werther che la poesia di Ossian era più grande di quella di Omero.

Il testo di Macpherson non fu l’unica trappola tesa al lettore, al punto da renderlo incerto, sospeso tra la verità e l’inganno. Giacomo Leopardi, che non si sottrasse nelle Operette morali al gusto dell’apocrifo tanto da costruire, per dirla con Antonio Prete, una «biblioteca fantastica», compose, tra le sue poesie varie, un Inno a Nettuno. Inno «antichissimo», ritrovato «in un codice tutto lacero, di cui non rimangono che poche carte», opera d’autore «sì bene istrutto delle cose degli Ateniesi – racconta Leopardi – che io lo credo d’Atene, o per lo meno dell’Attica». Ma era, invece, di Recanati.

Quest’ironia si trasforma in humour noir in Edgar Allan Poe. Nel 1002mo racconto di Sheherazade lo scrittore americano annuncia di aver letto sul Tellmenow Isitsoornot (un ammiccante «dimmi se è vero o no») un diverso destino della figlia del visir. Sheherazade, si sa, dopo aver raccontato le sue fiabe, è salva. È riuscita ad allontanare la minaccia che incombeva sul suo capo, è sfuggita alla legge imposta dal sultano. Una catena di sangue si è spezzata. A questo punto, dice Poe, la giovane incomincia a narrare un’ultima storia. Si tratta di un supplemento di avventure di Sinbad il marinaio, il quale ora viaggia per luoghi reali e assiste a eventi che lo scrittore, in nota, dice davvero accaduti. Ma il racconto della donna suona incredibile alle orecchie del sultano e la fedeltà al vero le sarà fatale. Sheherazade sarà condannata a morte. La morale di quest’ultima favola è chiara ed è posta in epigrafe da Poe, non senza ironia: la realtà è più strana di qualsiasi immaginazione. E l’apocrifo, dal canto suo, si dimostra disponibile a un gioco perfido e graffiante, al gusto della sorpresa e del rovescio, della mistificazione e dell’impossibile.

Immaginare un’opera che viene da un luogo e da un tempo remoti, sognare, come avevano fatto Leopardi e Macpherson, un autore vuol dire trasformare la scrittura apocrifa in un racconto fantastico, lasciare che con questo si confonda. La vita di uno scrittore non sarà più il catalogo di opere e fatti, ma una narrazione in cui ogni dettaglio acquista un senso, in cui un giorno può riassumere un destino. È quanto accade con Marcel Schwob. «L’arte del biografo – scrive, consiste appunto nella scelta. Non deve preoccuparsi di essere vero; deve creare entro un caos di tratti umani». Così le sue Vite immaginarie, che ci parlano di Empedocle e di Cecco Angiolieri, di Petronio e di Lucrezio, potrebbero anche meritare l’appellativo di apocrife: parabole inautentiche, fuori da ogni regola, e che non a caso convivono con quelle di un eretico arso vivo o di un pirata che ha lasciato i suoi giorni sulla forca.

Il cammino tortuoso, inconsueto e sotterraneo della scrittura apocrifa conduce infine a chi, nel Novecento, più di ogni altro ne ha raccolto l’eredità. Fin dal suo esordio narrativo Borges ha fatto coincidere la sua pagina con il luogo di un’inafferrabile finzione. L’accostamento ad Almotasim ci parla di un libro che non è mai esistito, se non nella fantasia del suo recensore. L’avvocato Mir Bahadur Alì di Bombay, autore del libro; le vicende dello studente di legge che in una notte di luna, di tamburi e di invocazioni uccide un indù (o crede di averlo ucciso); le diverse stesure dell’opera, sono soltanto dei fantasmi. Con Borges anche la scrittura critica diviene apocrifa. Narrativa e critica letteraria coincidono. Lettura e scrittura, queste due attività su cui tutta la nostra civiltà è stata costruita, diventano una cosa sola. Chi si dedica con fervore a una riga di Shakespeare, ha più volte ripetuto, è Shakespeare. Nel contempo ogni interpretazione reinventa l’opera; ogni citazione, insegna Pierre Menard, il personaggio borgesiano autore del Chisciotte, è un’altra frase. Ogni scrittura, ormai è chiaro, è una scrittura apocrifa, testo che riscrive, modifica, disfa e ritesse un altro testo. A questo conducono il libro, la biblioteca di Babele, la rosa, il manto della tigre, gli scacchi, Le Mille e una notte e tutte le altre immagini che costellano le pagine dello scrittore argentino. Sheherazade che inventa le sue fiabe è, come ogni narratore, soltanto un’ombra. Prima di abbandonarci in questo labirinto Borges ci ha fatto capire che lo scrittore è egli stesso la notte, il luogo o il tempo – che differenza fa? – dove abitano tutti i sogni.

(1994)

(Il testo è già apparso in “Schedario”, I, 2014, nel blog “La dimora del tempo sospeso”)

L’UOMO SENZA NOME. Viviane Ciampi

di Viviane Ciampi

L’uomo senza nome
regala piume nuove.
Era giunto in silenzio
dal treno dei padroni
e l’erba schiacciandosi
prende forma dei corpi.
Tutto ciò fu annotato come
buona notte infanzia che
allodola ti fai
.

*

In questa sera
di vento inafferrabile
d’assurde nozze
gli ospiti sono corvi
che hanno fatto il nido
in cupe locande.

*

Formiche radunate
al riparo nell’ovaio.
Quanti altri insetti
vorrebbero entrare.
Tic tic nei polmoni
bussano e bussano
prendono la corrente del respiro
lo tagliano
s’insinuano nella linfa
tra i corridoi.
Le pareti del corpo
si riempiono
e pungono le dita.

Il giorno si alza senz’occhi né morale
pronto alle sue stesse esequie.

UN POETA. PUNTO. Intervista a Chiara Daino

di Chiara Daino

M.E.

Un vero autore vive come «sospeso dalla vita», è strumento attraverso cui passa l’energia della metamorfosi e della sovversione. Scrive Cioran: «La percezione è apoplessia». Secondo te, esiste una scrittura come ek-stasis? E quale potrebbe essere la sua musica?

C.D.

Un vero autore è un autore vero quando è consapevole dell’emorragia interna e costante che sussistere come antenna comporta: «farsi filtro» e convertire in Bellezza tutta la gamma sensoriale non è mai così piacevole come può sembrare ad un’anima miope. E sempre Cioran chiarisce e chiarifica il sangue scuro di chi vive scortecciato per mettere a segno parola: «E cosa fai dalla mattina alla sera? Mi subisco».

La scrittura è sempre estasi in senso etimologico, originale e greco: ἐξ στάσις, essere fuori, uscire di sé e dal sé concluso in un perimetro che non trascende i limiti fisici della propria cinesfera, appiattendosi nel recinto quadrato dell’uomo di Leonardo.

La musica estatica non ha generi, ma solo canoni. Di trascendenza.

**

M.E.

Se non dimentichiamo che l’Allegria di Ungaretti fu scritta da un giovane di 28 anni, che Büchner e Trakl morirono a 24 anni lasciando un’opera che non può essere dimenticata, e sfiorando appena l’enigma Rimbaud che a vent’anni aveva concluso il suo processo creativo, dovremmo reinterrogarci sul concetto di maturità e di giovinezza, oltre i preconcetti generazionali. Qual è la tua opinione in proposito?

C.D.

«La giovinezza, una novità. Nessuno ne parlava vent’anni fa»: Divina Coco che riassume tutto quello che potrei dire e che dirò comunque.

Mai capito, ad esempio, il clamore ciangottato per Il curioso caso di Benjamin Button. Al di là che la buonanima di Scott Fitzgerald, ora, lega il suo nome anche a quello di Brad Pitt, dopo l’omaggio (?) di Luciano Ligabue [autore de La neve se ne frega, Feltrinelli, 2004.E qui chiudo la parentesi e ogni commento in merito giacché scrivere libri ormai è fisiologico e universale come urinare], non capisco. Al di là del risultato cinematografico e del mio personale salvare solo il Capitano Mike Clark – non capisco tanto sensazionalismo perché, negli ultimi trent’anni,in Italia, la normalità è questa. La realtà è questa: l’età avanza, la gioventù aumenta. La Penisola vanta “giovani poeti” di quasiquaranta primavere, “giovani pittori” di quarantabbondanti, “giovani musicisti” sessantasuonati, et cetera…

Ben conscia che si possa rimanere “esordienti” a vita, così come iniziare un qualsivoglia percorso alternativo [artistico o meno] in qualsiasi punto della propria esistenza, è proprio necessario l’uso forzato di questo attributo? Non capisco: non si potrebbe – almeno ogni tanto – evitare questa corsa a ritroso verso l’utero?

Ai miei timpani turbati – l’aggettivo “giovane”, ormai, bussa e suona come un dispregiativo. E suona con tre g. E ho il terrore di tutti questi gggiovani pieni d’ammmore, pronti, però, a linciarti – se solo osi rivolgerti a loro dando del «Lei»… [La mia vecchia nonna mi insegnò che «dare del Lei» agli sconosciuti è una forma di rispetto, evitando il «tu gerarchico». Evidentemente fu uno sbaglio educativo, uno dei tanti].

E ancora: non capisco. Un attore – mezzosecolo portato divinamente, ma sempre mezzosecolo – si scandalizzò perché la mia data di nascita è pubblica: «un attore ha l’età che dimostra!», tuonò. E che cosa dovrei scrivere sul curriculum alla voce “nato/a il”? «Guardate le mie foto e fate vobis?». Un autore precisò, stizzito e fiero: «dimostro dieci anni meno, mi scambiano per un ragazzino!». Cosa devo dirti? «Non fosse per quel piccolo dettaglio, per quegli otto lustri – che comunque hai –, saresti un prodigio della letteratura…».

Credevo che «giovane per sempre» fosse una qualità mentale, una sempreviva e sempreverde curiosità creativa, una frase di Alba Fragile (Ultima Notte Sulla Terra) dei Timoria… Credevo che la capacità di continuare a stupirsi fosse un’abilità dell’anima. Credevo che dare dell’Adulto a qualcuno fosse un’attestazione di stima e di rispetto. Credevo che l’Italia fosse un Paese Misoneista e Gerontocratico. Non è così. L’Italia ama i giovani. Basta solo capire chi siano questi amati giovani [e: no! “Giovanile” non è sinonimo di “Giovane”!]. Se, a grandi linee, la categoria “giovane” parte dai quasiquaranta e arriva ai sessantasuonati – mi dite quando scatta l’ora della crescita? Devo rubarla ai vermi una persona matura? E dove dobbiamo collocarci – nell’alveare di un’adolescenza annacquata all’infinito – ad esempio, noi nati negli anni ’80? Quale culla, cella, cripta? Zigote o Zombie? Dobbiamo contare in progressione o in regressione? Non capisco. Forse mi manca solo la chiave della Conoscenza e tutto questo è solo l’avverarsi di quel ludus puerorum, è solo il come si paupula perla copula degli opposti. Forse quel vecchio e quel bambino che“si preser per mano” si sono fusi nel bambino-vecchio, nel puer senex, nel Paedogeron. E l’alchimia ha annullato ogni anagrafe. Forse bisogna ricalcare l’orma di Orwell e afferrare il suo antivedere: «il non esporre i propri pensieri ad un adulto sembra una cosa istintiva dai sette od otto anni in su».

Forse è tutta colpa di Lorella Cuccarini e del suo «ti prego resta sempre bambino»; forse è la lunga bava del «muore giovane chi piace agli dei»; forse hanno confuso il complesso di Peter Pan con il complesso di Dorian Gray; forse dovranno passare prima parecchi millenni e poi, finalmente, sarà chiaro che la scrittura evolve con l’autore e il suo esperire…

Forse è come quel coccio di vaso con la scritta Kainua: per quanto mi sforzi di accettare la recente teoria, per quanto mi sforzi di accettare l’origine etrusca del toponimo, Genova per me non sarà mai Kainua – Città Nuova. Forse, per me, tutto resta come Genova. Una vecchia città. La Città Vecchia. Che chiude.

«Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone?

Forse quella che sola ti può dare una lezione…».

**

M.E.

Scrittura non solo come metamorfosi di immagini ma come tossicofilia permanente. Le parole drogano, distolgono, salvano, ma uccidono. In Trentasette Flavio Caroli ci parla dell’enigma delle ultime ore di vita di alcuni celebri pittori, da Raffaello a Parmigianino, da Van Gogh a Toulouse Lautrec, morti alla soglia dei 37 anni. Tu, ne l’Eretista, accenni ad alcune morti di celebri artisti del Rock da Hendrix a Cobain, che hanno fermato la loro vita, per suicidio o per morte accidentale, a 27 anni. Arte e numerologia, cabala e morte. Ce ne vuoi parlare?

C.D.

«à travers des forêts de symboles», secondo l’infiorescenza perfetta di Zio Baudelaire [tutti dovrebbero adottare uno zio francese, vizioso e geniale, n’est-ce pas?]. Pochi conoscono la differenza tra segno e segnale, ma tutti ne sono soggetti.

L’artista è un simbolo consapevole: smezza la «tessera hospitalitatis», come contrassegno di un patto preciso. Con l’essere umano, con la natura, con il cosmo. Quel che mi cura, mi sana e mi preoccupa, non è la maledizione o la predestinazione, ma la potenza divina dei legami: siamo tutti magneti, qualsiasi cosa scettici obiettino. Un’anima sororale mi avvertì, Arlecchino che dice lo vero scherzando: «la smetti di scrivere il tuo funerale? Quello che crei incide sul creato e non anticipare la fine del tempo concesso». Con l’avanzare dei calendari ho – quasi – smesso di uccidere ogni mio alter rogo, ritrovando quella continuità fluida che non conoscevo, non volevo e non praticavo, brandendo in moto esasperato e vorticoso il mio Mjöllnir, frantumando ad angolo giro per rinascere ogni volta. Pure: il traguardo è risorgere. Una volta per tutte.

Quello che non tollero e non permetto è la riduzione attuata per servire il pettegolezzo morboso: esistono varie forme di suicidio [e quello più pericoloso è quello lento, graduale e dissimulato], ma non per questo deve essere un marchio artistico. Certi facinorosi prezzolati dall’Onorevole Titolistica dovrebbero disprezzarsi e ritirarsi. Lorenzo Pittaluga è un Poeta. Punto. Quale bieca perversione può portare a recintarlo nella voce collettiva «poeti suicidi»? L’ORRORE L’ORRORE L’ORRORE! Perché non demitizziamo Kafka nella selva dei «D.C.A?». Sì, diciamo che Franz soffriva di Disturbi del Comportamento Alimentare e tralasciamo la sua Opera. Non basta una patologia per ESSERE Artista; non basta essere Artista per guadagnarsi un trauma.

Ribadisco, per quanto inutile, che carattere/carisma/catastrofi – sì! – influenzano l’Artista e viceversa, ma ridurre l’Artista alle sue patologie umane è una bestemmia.

Si tratta di categorie. Il personale e il professionale si alimentano e si sbranano a fasi alterne, ma vedere un solo aspetto è mettere al confino. Una dittatura spocchiosa perpetrata da chi, come persona e come professionista, è nulla. E la «gora dell’eterno fetore» pensavo non fosse dimora della critica e della letteratura. Al solito, Dama Daino, si era sbagliata.

HOMENAJE. Per Rodolfo Häsler

Questa silloge del poeta cubano Rodolfo Häsler, curata e tradotta da Alessandro Prusso, ha un titolo stravagante ed evocativo, Elleife, che nella religione yoruba significa felice responso. Sessantaquattro le poesie che la compongono: il numero perfetto richiama i sessantaquattro esagrammi de “I Ching”, il celebre testo classico della sapienza cinese usato a scopo divinatorio, e le sessantaquattro caselle della scacchiera, simbolo dell’ordine cosmico, della lotta incessante tra bene e male, tra vita e morte.

Häsler, che ricordiamo anche come traduttore del “notturno” Novalis, scrive poesie sincretiche, magiche, eccessive, dionisiache. Ma il suo furore immaginale, l’accesa sensualità delle metafore, contrasta con un fondo torbido, infero, che minaccia la perfezione della bellezza. “Convertire la perfezione in un animale, / nel piacere vorace, senza via d’uscita, / nella farfalla notturna che si disgrega / con la coscienza tranquilla per renderci esangui”. Il poeta è custode di un mondo cupo e illusorio di immagini. “Custodisco una enorme distanza di vento morto, / un inganno, spossessato di vita per quasi tutti”. Il poeta è sospeso all’incanto delle parole come un mago. “Le sue parole rivelarono agli eletti i segreti della creazione, / per tanto, la sua posizione è importante. / Né i suoi piedi, né le sue mani / servono per sostenere la terra”. Il poeta traversa la luce restando sempre attento ai sortilegi dell’ombra. “Rapidamente si allontana dalla luce più cruda / come scorpione attento ad ogni avvenimento del sottosuolo”. Evoca formule rituali, di cui però avverte la misteriosa insensatezza. “Tu dici sette parole / magiche ed un incendio potrebbe spogliarlo / completamente / di significato”. La sua visione del mondo oscilla tra la potenza inebriante dell’emanazione verbale e il disincanto metafisico che spoglia le parole di qualsiasi senso. “Quattro scaloni o quattro volte il numero quattro, /per attraversare nulla più che una porta, / e dall’altro lato impossessarsi degli attributi della forza”. In Häsler è evidente un “furioso affanno per la poesia”, e simultaneamente un’attenzione ossessiva all’atto concreto della scrittura. “Le cavallette e le formiche fanno a pezzi una poesia in / catalano che terminai per il mio compleanno, e sciolte / sulla carta restano le vocali e le consonanti / nel maggiore disordine possibile”. Restando sempre sull’onda delle sue parole, si ha la sensazione che Häsler cerchi una bellezza oscura, onirica, difficile, come un Narciso che si rifletta non in uno specchio tranquillo ma in un’acqua tumultuosa, rischiando di annegare. “Le profonde incisioni che lasciano nella mente / gli incubi senza risultato, / fiori torbidi come l’abbondanza / che dalla finestra, nel bianco davanzale, mi spaventano, / il suono equinoziale del mistero e la vastità, / nella nuova dimensione di Narciso, l’affogato, / nell’acqua greca, / senza ritmo possibile nel respiro”. In fondo alla bellezza fulgida e barocca delle immagini persiste un fluttuare senza senso, una folle ripetizione. “Si avvicina la sentinella che mi libererà dagli anni a venire/ per farmi girare, nel vuoto, mille e mille volte”. Il poeta vive la sua “dolorosa percezione, chiusa, piena di senso”, che oscilla tra il fulgore sacrale e sensuale delle immagini e il pensiero visto come un paesaggio di morte. “L’agonia del pensiero in un paesaggio nero, / disperato per raggiungere la sacra forma del pesce”. “Il cielo va in pezzi in una tenebrosa tempesta di sabbia, / il deserto è nero e i gigli, i giacinti e i sogni altrettanto /neri”.

La potenza del poeta cubano è questo oscillare erotico e dolente tra visibile e invisibile, dentro una “pura pazzia, un segreto, / sogni che nascono e si sfiniscono, / apparenza di fuoco, / il desiderio”. Häsler scrive di aver letto per sette volte la Sura ventisei del Corano, la Sura dei poeti, e che, se fosse in suo potere, ultimata la lettura, farebbe scendere dal cielo un “comando tremendo”, che decapitasse il lettore. Fa sue, con passione e violenza, le parole di Emily Dickinson quando scrive: “Se ho la sensazione fisica che la mia testa è tagliata, / allora questa è poesia”.

(2009)