Ma chi conosce, ormai, Otto Gross? L’opera, la vita, le conversazioni, le scopate, le angosce di Otto Gross, psicoterapeuta, allievo di Freud e avversario della psicoanalisi, anarchico, curato da Jung come schizofrenico e cocainomane, morto a Berlino in miseria? È possibile che tutti, nessuno escluso, ignorino la sua esistenza, ma occorre essere pronti, in qualsiasi mondo, in qualsiasi epoca, in qualsiasi tempo, alla presenza di Otto Gross. C’è, nel destino di ogni genio, un ribelle più geniale e più onesto di lui – un ribelle maltrattato e rimosso, omesso e sopraffatto dalla fama sistematica e potente del “genio”. Nei destini di Freud e di Jung c’è Otto Gross: la sua insofferenza ai modelli, la sete di libertà, le passioni indecenti, le miserie di drogato. Nella vita di chi sarà consacrato dalla storia, in qualche piccolo dettaglio della sua ufficiale e solenne biografia, c’è sempre un neo fastidioso, un essere sgradevole, insolente, salutare, che potrebbe sconfessarne l’originalità e la gloria. Franz Kafka incontrò in treno, un giorno del 1911 o del 1912, Otto Gross e annotò in una pagina di diario la sua conversazione con lui – quelle parole che nessuno, se non un uomo come Kafka, avrebbe percepito come significative.
Cinque lettere autentiche, a firma Franz Schubert. La prime quattro sono del Franz Schubert che conosciamo, autore della Sinfonia Incompiuta e degli Schwanengesange. L’ultima è di un musicista omonimo, oggi dimenticato, che nel 1848 era così celebre da permettersi di denigrare l’allora semisconosciuto Franz.
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I.
Vienna, 7 aprile 1826.
Maestà! Graziosissimo Imperatore! È con profonda venerazione che il sottoscritto osa indirizzarvi quest’umile preghiera, al fine di ottenere da Vostra Grazia il posto di vicedirettore d’orchestra, ora vacante, e appoggia la sua richiesta con i seguenti argomenti:
1. È nato a Vienna, è figlio di un maestro di scuola e ha compiuto i ventinove anni.
2. Grazie al favore imperiale è entrato a far parte per cinque anni del coro di fanciulli dell’orchestra di corte, essendo allievo del convitto imperiale e reale.
3. Ha ricevuto una completa cultura di composizione musicale grazie alle lezioni impartitegli dall’ex-direttore dell’orchestra di corte Antonio Salieri; è quindi atto a ricoprire la carica di direttore d’orchestra. A tale riprova allega qui il relativo certificato.
4. Le sue composizioni musicali e strumentali lo hanno degnamente reso noto non soltanto a Vienna ma anche in Germania.
5. Cinque Messe che ha fatto eseguire in diverse chiese di Vienna sono a disposizione di Vostra Maestà.
6. Momentaneamente non ricopre carica alcuna e spera, ottenendo questa sistemazione definitiva, di potere finalmente conseguire quegli ideali artistici che si è sempre proposto. Egli saprà mantenersi all’altezza dell’importante carica a cui aspira, dedicandovi le sue migliori qualità. Vostro umilissimo servitore Franz Schubert
*Si certifica con la presente che il signor Franz Schubert ha perfette cognizioni di composizione musicale e che ha già composto diversi e ottimi lavori sia per il teatro che per la chiesa. Come tale, tenendo conto tanto della sua provata integrità morale quanto dei suoi talenti artistici, egli è senz’altro atto a ricoprire la carica di direttore d’orchestra.
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II. Da una lettera a Gustav Herzen (Vienna, giugno 1826).
[…] Poco dopo portai al Kapellmeister Eybler una Messa che doveva venir eseguita nella cappella di corte. Quando Eybler udì il mio nome, disse che non aveva sentito nessuna delle mie composizioni. Confesso che, pur non facendomi grandi illusioni, avevo però pensato che il Kapellmeister di corte avesse già sentito qualcuno dei miei lavori. Quando alcune settimane dopo ritornai da Eybler per conoscere la sorte toccata alla mia Messa, egli mi rispose che il lavoro era buono ma che non era scritto secondo i gusti dell’Imperatore. Mi congedai pensando fra di me che non avevo la fortuna di saper comporre secondo lo stile imperiale.
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III.
A Breitkopf e Hartel, Vienna, 12 agosto 1826.
Signori, nella speranza che il mio nome non vi sia del tutto sconosciuto, voglio cortesemente proporvi di accettare alcune mie composizioni musicali in cambio di un modesto compenso, dato che desidero vivamente far conoscere le mie opere in Germania. Vi offro una scelta fra i seguenti lavori: Lieder con accompagnamento per pianoforte; quartetti per strumenti a corda; sonate per pianoforte; pezzi a quattro mani, eccetera. Ho scritto anche un ottetto. Mi riterrei profondamente onorato se potessi iniziare dei rapporti d’affari con una casa musicale antica e famosa quale la vostra. In attesa di una sollecita risposta mi firmo, con molta stima, vostro devotissimo Schubert Il mio indirizzo è: Auf der Wieden 100, vicino alla Karlskirche, II piano.
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IV. A Schober, Vienna, 12 novembre 1828*.
Caro Schober, sono malato. Da undici giorni non mangio e non bevo nulla e mi trascino, debole e vacillante, dal letto alla poltrona. Rinna mi cura. Non riesco a trattenere niente di quanto mangio. Abbi la bontà di procurarmi qualcosa da leggere, forse servirà ad alleviare questa condizione desolante. Di Cooper ho letto L’ultimo dei Mohicani, La spia, Il pilota e Il colono. Se hai altri libri suoi ti scongiuro di lasciarli per me presso la signora Von Bogner, al caffè. Mio fratello, che è coscienziosissimo, me li farà avere al più presto. Altrimenti mandami quello che vuoi. Il tuo amico Franz Schubert.
**Scritto cinque giorni prima della morte.
V.
Ad Anton Diabelli, editore a Vienna, 1 novembre 1848.
Egregio Signore, ho pubblicato con Voi quartetti, sonate e sinfonie celebri in tutta la corte imperiale. Tanto più mi sconcerta e mi sdegna vedere nel Vostro prestigioso catalogo l’Opera 19 di un certo oggi defunto Franz Schubert, una discutibile raccolta di Lieder che hanno la presunzione di musicare inarrivabili liriche goethiane quali Al postiglione Kronos e A Mignon. Pretendo pertanto che i Lieder del mio mediocre omonimo siano prontamente cassati dalle prossime edizioni del catalogo o mi vedrò costretto a citarvi per danni morali alla mia fama e al mio nome.
Da tempo Lucetta Frisa accompagna la poesia all’attività di traduzione, proponendo talvolta poeti da riscoprire, come Alain Borne, quasi dimenticato anche in Francia. Negli ultimi tempi sta invece sfidando gli autori maggiori dell’Ottocento, forse perché per un poeta tradurre un altro poeta significa incorporare la voce altrui mescolandola alla propria, e in questo cimento Lucetta scava se stessa. Un’operazione molto riuscita in questa antologia di poesie scelte di Paul Verlaine (Paul Verlaine, Una orgogliosa malinconia, Gattomerlino editore, 2021), che spaziano dai Poèmes saturniens del poeta ventiduenne alle Fêtes galantes e alla Bonne Chanson, con una incursione in Romances sans paroles, per concludere, dopo un significativo Epigramma, con Chanson pour Elle. Nessuna poesia ambigua, nessuna incrinatura nella voce di questo Verlaine. La scelta indica già il tono che Lucetta preferisce, confermata al suo interno dall’antologia di titoli. Ecco, per citarne solo qualcuno, la metafisica vagamente fiabesca dei Grotesques, vicini ai Bohémiens en voyage di Baudelaire, il simbolismo del “paysage d’âme” di Clair de lune, le poesie d’amore di Chansons pour Elle, come “bonheur” senza lussuria, come incontro di esseri, sereni e uniti, anche per un istante. L’unico Epigramma è molto indicativo: la poesia del dubbio religioso, lo scoramento di trovare impossibile la certezza di una fede.
La scelta è dunque, già, Lucetta poeta: riconosciamo i suoi piccoli tocchi, lo sguardo un po’ magico, le immagini evocative, il gusto della rappresentazione scherzosa o dei giochi infantili, che si intridono di nostalgia suscitando echi. In questo suo territorio Lucetta ha buon gioco nel cantare assieme, traducendo poesie che le assomigliano. Il suo sguardo ironico sul borghese si esprime perfettamente nel Signor Prudhomme:
«Cosa se ne fa dell’astro d’oro, cosa del pergolato
dove nell’ombra cantano gli uccelli e cosa se ne fa del cielo
dei colli verdi e del silenzio del prato?
Il signor Prudhomme pensa a maritare la figlia».
Il gusto per il teatro, per la recitazione, si realizzano nel grande divertimento di Colombine:
«C’è pure Arlecchino
quel malandrino
così fantastico
dal pazzo costume
e gli occhi lucidi
dietro la maschera
-Do mi sol mi fa-
Tutta sta gente va
ride canta
danza si inchina
a una bella cattiva
bambina»
Ma di Lucetta sono anche momenti di malinconia, che un atteggiamento ludico risolve in scherzo:
«-Bah! Malgrado la sorte avara
Siete d’accordo a morire insieme?
-La proposta è rara.
-Il raro è il buono, quindi moriamo
Come nel Decamerone
-Hi! Hi! Hi! Che amante strano!»
(Gli indolenti)
Le poesie sembrano di “prima mano”, non frutto di traduzione: i soggetti appartengono a un altro secolo ma sono attualissimi negli stati d’animo; mostrano una Lucetta sorridente e malinconica, triste e scherzosa, di squisita sensibilità, che usa Verlaine per velare, mostrandolo, il proprio stare nella vita.
Ida Merello
Ida Merello è professore ordinario di Letteratura e cultura francese presso il Dipartimento di Lingue e Culture moderne dell’Università di Genova. Membro del comitato scientifico di «Studi francesi», è responsabile della sezione 1850-1900 della Rassegna bibliografica della rivista. Autrice di numerosi articoli su Nodier, Théophile e Judith Gautier, Balzac e sulla letteratura fin de siècle, si è interessata in particolare al racconto fantastico (con una monografia per Schena, 1997, e un’antologia per Slatkine, 1990) e alla poesia (monografia su Charles Guérin, Schena 2002). Ha compiuto anche diversi studi sulle origini e le teorie del verso libero, e ha appena terminato un’edizione critica per i Classiques Garnier del Mouvement poétique de 1867 à 1900 di Catulle Mendès (2016). Ha curato anche un libro collettivo su Baudelaire, Due secoli di creazione.
La Galerie Bordas pubblica, in “Prova d’artista”, una originale e commovente plaquette, L’intatta coerenza dello sguardo, scritta da Maria Nadotti, in stretta collaborazione con Rostia Kunovsky e John Berger. È il diario del duplice sguardo di due artisti fotografati da Maria nell’atelier di Rostia, a Châtenay-Malabry, nei sobborghi meridionali di Parigi. Chi legge le parole e le immagini della plaquette è spettatore di un “lavoro in corso” dove si pensa e si respira pittura, nell’atmosfera di un dialogo che impone la necessità di dipingere e di parlare, con la promessa di non smettere mai né di dipingere né di parlare. «Si dipinge perché non si può non dipingere, perché dipingere è un modo di stare al mondo, di guardarlo, interrogarlo, coglierlo di sorpresa e lasciarsene cogliere di sorpresa. Incessantemente, ostinatamente, furiosamente. Senza fretta. Con tutto il tempo del mondo». Il tempo della pittura e del dialogo è palpabile, come se qui fosse in atto la performance di un’opera mai compiuta. Commenta Maria Nadotti: «”Il numero delle vite che entrano nella nostra è incalcolabile”, ha scritto John Berger. Oggi, tracciando con immagini fotografiche e parole questo breve ritratto dell’amicizia tra il pittore Rostia Kunovsky e il narratore John Berger, torno a pensare a quella frase, perché il suo senso mi appare più luminoso che mai: la vita individuale si dà perché in essa entrano, effimeri o per sempre, tanti tu/voi che danno all’io/noi un corpo e un tempo e un corpus di idee, pensieri, sentimenti, emozioni, passioni, ricordi, occasioni mancate, rimpianti. L’io bergeriano è però un continuum che prevede una serie infinita e talora impercettibile di sconfinamenti non solo umani. Siamo fatti delle opere e dei gesti altrui, ma anche della compagnia dei morti e dei non ancora nati, degli alberi, del cielo, delle montagne, degli animali, delle stanze in cui abitiamo, e della luce che tutto rivela. Siamo materia e anima immerse nella materia e nell’anima del mondo, a esse consustanziali. L’attività di sguardo e di ascolto di John Berger è stata forse una costante, instancabile verifica dell’impossibilità di disegnare una soglia tra ciò che siamo e ciò che di continuo diventiamo nella relazione con quanto ci circonda? Non è forse un non-io la soggettività fluida, porosa, non identitaria, di chi è dentro e fuori e lievemente a lato, pienamente qui e sempre altrove?».
L’intatta coerenza dello sguardo è un diario/dialogo a tre, come una sonata da camera a cui il lettore/spettatore partecipa, attivamente e poeticamente.
«Quel pomeriggio di giugno del 2015 – John morirà il 2 gennaio del 2017, diciotto mesi dopo – insieme ai lavori di Rostia e al suo modo straordinario di mostrarceli, mi incanto a guardare come John li guarda e come Rostia guarda John che li guarda. Di parole ne passano pochissime. Sembrano due muratori o due boscaioli al lavoro, comunicano col corpo, con gli occhi e con le mani, mezzi più veloci e meno ambigui delle parole. Non si fa così sui cantieri o nelle foreste quando si abbattono gli alberi? Nell’atelier di Rostia regna un silenzio assoluto, come se la voce fosse inaffidabile o troppo lenta rispetto all’attenzione che l’opera in corso richiede. Forse l’unico effetto acustico lo produco io, spostandomi per fotografare quel loro dialogo fatto di gesti e di occhiate e, di tanto in tanto, di uno dei grossi sospiri di John. Rostia sposta le sue tele, spesso molto grandi, come se fossero rami d’albero, ci cammina sopra, le calpesta, le fissa a un telaio ligneo con una pinzatrice che spara punti metallici con un rumore secco, sovrapponendole le une alle altre. Inevitabile pensare al feticismo mercantile delle gallerie, dei musei, dei collezionisti. Qui le opere sono corpi viventi, in trasformazione, esposte alla luce, al freddo, alla suola delle scarpe del loro autore, alla sua amorosa disattenzione, simile a quella di chi non tratta il proprio cane come se fosse un figlio. Non gli importa del loro valore e del loro nitore, ma della loro energia, della loro possibilità di continuare a evolvere e di farsi ascoltare».
Kostia Kunovsky
Un’arte che non domini uomini o paesaggi ma li reinventi, con un gesto fulmineo, come presenze aliene. Raccoglimento e meditazione, prima dell’esecuzione, come per il pittore zen: al momento dell’esecuzione, esserci: poi, dopo l’esecuzione, sparire. La figura dell’artista come lampo, nitido per il tempo esatto che serve all’opera per nascere: dopo, arrivi pure il buio. Non aver timore di essere fluidi; lasciare che l’opera, come un campo magnetico o uno spazio amoroso, parli più a sé stessa che all’autore, senza parate cromatiche o acrobazie formali. Caspar David Friedrich scrive: «Il pittore non deve ritrarre solo ciò che vede dinanzi a sé, ma ciò che vede dentro di sé. Se in sé non vede nulla, rinunzi a dipingere ciò che vede all’esterno. Altrimenti, i suoi quadri somiglieranno a dei paraventi dietro ai quali ci si aspetta di trovare dei malati o dei morti». Maria, Kostia, John, agiscono in un luogo imperturbato, segreto, preservato dalla distruzione e dal malinteso.
«il titolo delle opere cui Rostia sta lavorando nel 2015, si può leggere in due modi: No Where, in nessun dove, da nessuna parte, ma anche Now Here, adesso qui. In fondo alla serie c’è il paradiso. Il groviglio di case/finestre accatastate – non sappiamo se piene o vuote, in attesa della catastrofe o residuo di un’apocalisse avvenuta – è sfiorato, accarezzato, lambito da un intreccio di rami verdeggianti. Il cielo non è fatto di nuvole, ma di una tessitura di foglie. Tra il sopra e il sotto c’è una cortina vegetale che, ribaltando i piani spaziali e temporali, suggerisce che le rovine non sono il passato ma l’a venire. L’angelo di Benjamin è all’opera».
Concludo ancora con queste parole di Maria Nadotti, amorose ed esatte, sulla figura molteplice di Berger: «Celebre in tutto il mondo per le tante e varie opere di cui è autore – romanzi, saggi, racconti, sceneggiature cinematografiche, pièces teatrali, articoli giornalistici, inchieste sociali – e per l’ampiezza dei suoi interessi e dei campi disciplinari frequentati – arte, letteratura, storia, sociologia, filosofia, economia, scienze, fotografia, cinema, teatro, antropologia… –, John Berger non si lascia ingabbiare facilmente in una definizione. In tanti hanno provato a attribuirgli un sapere specialistico prevalente sugli altri o a liquidarlo con l’appellativo non sempre benevolo di eclettico, una formula che spesso si accompagna difensivamente all’accusa di dilettantismo. E ogni volta il critico, il recensore, l’accademico di turno hanno dovuto prendere atto che per questo scrittore/pensatore/artista anomalo nessun sapere è tale se non nell’intreccio con gli altri saperi, con l’uso critico, consapevole, vigilante che se ne riesce a fare, e soprattutto con l’esperienza concreta e la coscienza politica […]. Berger del resto ha detto spesso di sé di considerarsi semplicemente uno storyteller, un narratore nel senso benjaminiano del termine, un passeur, un traghettatore o trasportatore di storie per il quale la scrittura di un romanzo o di un pezzo giornalistico si differenzia solo per via del mezzo usato».
Per chi possiede ancora curiosità e acutezza di sguardo ecco le visioni disarmanti e la terribile lucidità di un poeta dérangeant et fracassé che seppe raccontare la caducità, l’amore (materia assai delicata in poesia come insegna Rilke), il mal di vivere, la natura, la vertigine del vuoto e il desiderio (forse) di salvezza attraverso la parola.
Nato a Saint-Pont nell’Allier, il 12 gennaio 1915, egli trascorre la giovinezza e parte della sua vita in una piccola città, Montélimar (conosciuta per una specialità dolciaria, i famosi nougat). Ma questa città foriera di cotanta douceur doveva stare molto stretta al poeta, eterno innamorato dell’amore e della poesia e quindi alla ricerca di quella libertà difficilmente raggiungibile negli ambienti soffocanti e pettegoli della provincia. Nel 1940 si trasferisce in Dordogna, studia diritto a Grenoble e diventa avvocato. Ma, a detta dei biografi fa spesso uso di alcol e le sue crisi peggiorano con la morte della madre. Borne morirà in un incidente stradale, nei pressi di Avignone il 21 dicembre 1962, proprio su quella “Nationale 7” resa famosa da una canzone di Charles Trenet.
I libri postumi saranno più numerosi di quelli pubblicati in vita e questo è dovuto forse al fatto che Alain Borne non sgomitò mai per mettersi in luce. Ora, dopo parecchia inspiegabile disattenzione, la Francia riscopre questo poeta e ce ne dobbiamo rallegrare: «In lui a emozionarci, non è tanto un messaggio poetico particolarmente originale, quanto l’autenticità nell’accordare il proprio strumento espressivo attraverso un linguaggio duttile e sempre penetrante». Sono parole scritte nella prefazione di Lucetta Frisa, sua traduttrice per l’Italia. Ella, più che mai fedele alla sua missione di découvreur di voci insolite, ci fa penetrare nel mondo di questo poeta che, pur giudicato minore, si dimostra rivelatore degli impervi labirinti dell’animo umano.
Forse non aveva imparato a vivere, Alain Borne, o del vivere aveva perso la chiave.
Qui l’inizio, qui la fine.
Difficile dire se fosse l’angoscia a nutrire la poesia o la poesia a nutrire l’angoscia, fatto sta che Poeta al suo tavolo si presenta come la spietata confessione di un autore talvolta prigioniero nelle maglie dell’io, eppure – a tratti – impegnato – sinceramente impegnato – nello sforzo di liquidarlo.
[…] Sapremo inventare.
Tutto sarà puro come l’inverno
Si può ipotizzare che le donne, vere o immaginate, ispiratrici di gioia e ‘aspiratrici’ d’angoscia, a cui lancia vibranti versi di passione fossero, (come spesso capita) linfa vitale per la sua scrittura.
Per aver toccato il tuo corpo, la mia mano
saprà scrivere meglio.
Segnale dopo segnale, s’intuisce che vita e poesia sono un unico respiro. In questi versi, il futuro non è mai certo. Tra essere e non essere il possibile si coniuga con l’incertezza. Perché scrivere? Forse, come molti, per necessità, per conoscere i propri limiti o per continuare a esistere.
Scrivo una poesia
evito ancora la morte scrivendola
Ora è chiaro, il poeta esiste solo con la penna in mano davanti alla «table blanche, feuille blanche» mentre «i morti del muro» lo guardano scrivere. Egli, in bilico sopra l’abisso, prende il sentiero della sua realtà interiore. Persino il cognome Borne pare inchiodarlo a una finitudine radicale. Il cognome fa irresistibilmente pensare al verbo inglese to burn e al burn out che offusca le menti e le fa deragliare. Versi che bruciano, dunque
Sotto il tetto del tuono ho dormito
sotto il sangue ansioso di finire ho dormito.
ma fanno pensare a una purezza irrimediabile
Sii pianta, ritorna viva, ed entriamo insieme nel fuoco.
Non è mai facile ammettere l’impossibilità della speranza. Presto, sarà assorbito da ciò di cui si nutre e allora si pensa a Gérard de Nerval e (facendo un bel salto) a Germain Nouveau a Antonin Artaud e anche a un poeta morto per scelta (annegandosi nella Senna) come Ghérasim Luca: «Personne à qui pouvoir dire / que nous n’avons rien à dire / et que le rien que nous disons / continuellement / nous nous le disons / comme si ne nous disions rien».
Tornando alle coincidenze dei cognomi, la parola “borne” in francese significa “confine”, “paracarro” (che delimita, quindi, le distanze). Stranezza delle lingue! Nessuno ci impedisce d’immaginare distanze che la traduzione accorcia.
Nella postfazione, scrive Philippe Biget: « […] Borne faceva parte di quella generazione di poeti che iniziò a scrivere negli anni 30, avvertendo la necessità di decantare il retaggio degli sconvolgimenti della rivoluzione surrealista avvenuta nella decade precedente. Dopo, come altri scrittori espresse con amarezza le disillusioni del dopoguerra». Lo stesso Biget segnala una intervista che testimonia l’amore di Alain Borne per l’Italia. Parole di bellezza metafisica e di quasi serenità. Di questa Italia, bella e senza malizie immaginata dal poeta, ogni lettore italiano potrebbe ancora innamorarsi.
Sarà una bella scoperta questo libro, anche perché la traduzione di Lucetta Frisa restituisce in pieno l’«ebbrezza assurda e saggia» di un poeta che nonostante tutto dava l’impressione d’aver conservato uno spirito d’infanzia che, in un certo senso, lo immunizzava dalla società:
Io vivo di sogni
e sogno isole
e leggo aprili
Viviane Ciampi (2013)
Alain Borne, Poeta al suo tavolo, I libri dell’Arca, Joker edizioni, Novi Ligure, 2011.
*I testi, che compongono la sezione “La sentenza”, sono tratti dal volume inedito Sul banco dei pesci.
Carlotta Cicci
*Carlotta Cicci nasce a Roma nel 1984 e vive a Bologna dal 2016, dove lavora come videomaker e fotografa. Sul banco dei pesci è la sua prima opera poetica prossima alla pubblicazione. Con Stefano Massari ha creato il sito: http://www.disforme.net
vive vivace e chiacchierona alle mostre magra come le
figure piccine che da sempre
ebbe dentro e che volano
ancora
Ettore Bonessio di Terzet(Giugno 2010)
SERENA OLIVARI
È mancata l’altro ieri Serena Olivari, artista genovese di grande qualità pittorica e di grande generosità: ricordiamo il suo volontario insegnamento di pittura nell’ ex ospedale psichiatrico di Ge-Quarto e nelle carceri cittadine. E lo ha fatto in punta di piedi, con estrema delicatezza, così com’ è lo stile del suo lavoro artistico basato essenzialmente su tracce minime, segni in grafite, particelle di pittura, carte increspate, viti, pietroline, fili, puntine, cocci di terracotta, vetrini… oggetti minimi e frammenti pittorici atti ad evocare scenari ormai presenti quasi solamente nei meandri del pensiero in cui luce e buio si alternano per suggerire precise suggestioni temporali. Un pullulare fantastico, la sua opera, di micro-segni vaganti in spazi vuoti. Originali e suggestive le serie dei “Totem”, numerosi elementi filiformi (con base metallica) impreziositi da un’ oggettualità ridotta allo stremo, capace di puntare dritta al relitto, a ciò che sta per scomparire. “Fate conto che l’ uomo non sappia più che cosa sia un giardino… ciò che rimane degli alberi diventa un feticcio, un totem…. Ciò avverrà prima di quanto si pensi…” sono alcune frasi guida su cui Serena Olivari ha impiantato una delle sue ultime mostre, supportata da studi in biblioteca riguardanti stili e conformazioni di giardini d’ epoca. Un’ esposizione che confermava il fascino discreto di un solitario ed appassionato recupero della memoria, in particolare quella privilegiata di una natura ambientata e codificata in preziosi ritagli di spazi storici, quelli per intenderci del “secolo d’ oro”.
Da quando nacqui io non so come godo cattiva reputazione se resto zitto o mi metto a parlare passo per uno da livellare E non faccio mai del male a nessuno anzi molte volte resto a digiuno Ma la gente tira sassate A chi non prende le vie segnate Ed io offendo la gente onesta Perché ragiono con la mia testa
Nessuno mi darà un salario perché son nato bastian contrario!
Anche quando la bilancia Pende dal lato della pancia e c’è chi in poltrona si siede resto a guardare dritto su un piede Io della carriera me ne strabatto e per questo dicono che son matto
Ma la gente tira sassate a chi non prende le vie segnate ed io offendo la gente onesta perché ragiono con la mia testa nessuno mi darà un salario perché son nato bastian contrario!
Quando la gente senza coglioni va negli stadi e a processioni e s’inginocchia alle istituzioni e dei capelli compra lozioni non sono dei valori il sovvertitore se me ne sto a letto a far l’amore
Ma la gente tira sassate a chi non prende le vie segnate ed io offendo la gente onesta perché ragiono con la mia testa nessuno mi darà un salario perché son nato bastian contrario! Non c‘è bisogno d’esser profeta tutti mi dicono che sono poeta e che i poeti come i barboni van negli ospizi o nei manicomi e s’inginocchia alle istituzioni e dei capelli compra lozioni.
Ma la gente tira sassate a chi non prende le vie obbligate e io offendo la gente onesta perché ragiono con la mia testa pur di non esser livellato compro una corda e muoio impiccato!
(Musica e testo di Georges Brassens)
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Storia del vento
Quando l’universo intero non era ancor terminato qualche cosa a spasso andava in mezzo al creato C’era molta confusione e lui furbo approfittò non aveva forma e nome Dio se lo scordò
E fu così che è nato il vento che volle essere diverso e contestava l’universo E fu così che è nato il vento il vento che nessuno sa da dove viene e dove va
Per il vento di follia che trasforma i saggi in bruti pur le Figlie di Maria i santi fan cornuti A chi cerca di sfidarlo con il calcolo più esatto lui si vendica e di colpo lo fa diventar matto
Ed è così che corre il vento nelle foreste degli abeti e dentro il cuore dei poeti ed è così che corre il vento che fruga ed alza le sottane delle donne puritane Ed è così che corre il vento
(Musica e testo di Georges Brassens)
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Faccio l’amore con te
Che me ne importa del sole da quando conosco te la notte o il giorno che differenza c’è faccio l’amore con te Tu fai spuntare le viole nel letto e sul parquet che me ne importa del sole faccio l’amore con te
Per il padrone di casa sono puttana perché sto con un uomo che marito non è che cosa importa a me Vorrebbe entrar nel mio letto quel porco al posto di te io me ne infischio di tutto e faccio l’amore con te
E poi c’è il principale che mi licenzia perché gli sbaglio i conti e non sono puntuale non gli sbaciucchio il bebé Farò la fame più nera ma chiedo che male c’è se dal mattino alla sera penso all’amore con te
Senza contare l’impegno di far la rivoluzione sparino gli altri io la faccio da me quando son sola con te Sarei una vera alienata se non pensassi un po’a me la mia condotta impegnata è far l’amore con te La mia condotta impegnata è far l’amore con te.
(Musica e testo di Georges Brassens)
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Sulle panchine
Tutta la gente perbene crede le panchine posti d’ozio e vizio fatti per l’appuntamento di barboni e vento Ma è soltanto un pregiudizio perché son lì apposta per timidi cuori per accoglier le premesse a favolosi amori
Sulle panchine siedono gli innamorati abbracciati abbracciati sfidano gli sguardi avvelenati dei passanti onesti
E si tengono le mani parlan del domani del futuro nido che fabbricheranno insieme con le ore più belle Ci sarà la luna e il sole che faran da tetto sopra il loro letto dove nasceranno viole grandi come stelle
Sulle panchine siedono gli innamorati abbracciati abbracciati tubano allegri e spensierati son colombi appena nati
Quando la sacra famiglia passa nei dintorni di quel loro regno fioccan frecce inacidite di disprezzo e sdegno Ma sia il padre che la madre il figlio un po’ impotente e la figlia zitella stan morendo dal prurito di una scappatella
Sulle panchine siedono gli innamorati abbracciati abbracciati tubano allegri e spensierati son colombi appena nati
Anche se il tempo è maligno e ricopre il cielo di nuvole nere e l’inverno e il vento freddo li farà fuggire Resterà sempre per loro il ricordo caldo di quelle panchine dove han vissuto insieme le ore clandestine
Sulle panchine siedono gli innamorati abbracciati abbracciati sfidano gli sguardi avvelenati dei passanti onesti
(Musica e testo di Georges Brassens)
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Jacques Brel
Le bigotte
Diventan vecchie, pianin pianino,
fra un gatto magro e un canarino,
le bigo-otte…
a 18 anni son vecchie lo stesso
perché immunizzano il loro sesso
sesso di bigo-otte…
se fossi diavolo vedendole pregare
dalla rabbia mi farei castrare
se fossi dio quando è notte
da un bruto le farei violentare
le bigo-otte…
e processionano da mane a sera
d’acquasantiera in acquantiera
le bigo-otte…
d’incenso cavolo e mele cotte
sanno le preci e le litanie
delle bigo-otte
vestite a lutto come il curato
che è un uomo santo e sarà premiato
han gli occhi bassi e il collo storto
come se Dio fosse già morto
le bigo-otte
e I gioni alllegri della festa
la gente parte alla conquista
ma non le bigo-otte
che preferiscono restare in sacrestia
a catechizzare altre bigo-otte…
così preservano illibato il giglio puro e immacolato
Carriera, radiosa Carriera Si spera Si spera Si spera Si spera Pane e Pera Fame nera Galera.
Vita, dolcissima Vita Fiorita, Infinita, Infinita, Fiorita Sfiorita Fuggita Fallita.
E tu che ci credevi E tu che facevi il presepio Aspettavi Gesù Bambino all’angolo del camino… Il Bravo Bambino Lo Spazzacamino La Fata buona La Strega Minchiona…
E pian pianino (Qualcosa era vero) Col tuo panierino Filasti dritto al cimitero Con l’uomo Con l’uomo nero…
(Musica di Jacqueline Perrotin, testo di Lucetta Frisa)
*Diverse canzoni di Lucetta Frisa (tra cui Valzer infantile e Tutto il mondo va in cerca d’amore) sono state interpretate da lei stessa, con accompagnamento al pianoforte di Giovanni Del Giudice, e poi da Milly nel suo album D’amore e di libertà (1974).