Lettera di Bruno Schulz a Debora Vogel (1944 circa).
Parlando con voi, Debora, anche se non so dove siate ora, mi distolgo dall’incubo della mia vita perduta contro il quale ho smesso di lottare proprio perché quell’incubo, condannandomi all’assenza di alternative mi lasciava sereno, come certi operai massacrati di botte restano incapaci di muovere un dito, quieto e un po’ assonnato, i pensieri fuori dalla testa, docile all’ordine successivo. A Varsavia molti tenenti e caporalmaggiori sono pronti a scavarti ordini nella pelle del cranio, pensando di marchiarti le meningi, di plasmarti il pensiero, di cambiarti il cuore.
Con voi, Debora, la vita che credevo perduta ritorna, abbagliante e irriducibile, nell’estasi del nostro dialogo come un’occasione straordinaria, che non cogliere sarebbe ridicolo più che imperdonabile. Novalis lo ripeteva spesso: prendere forma. Ecco il nostro compito: da marionette proteiformi, da saltimbanchi camaleontici, da scimmie liriche annichilite da una sensibilità folgorante e tormentate da un imbarazzo penoso, diventare umani. A ciò provvede questo prodigioso accompagnamento: le vostre lettere, Debora, la vostra voce che mi arriva qui come basso continuo e favoloso, la vostra scrittura di cui dubito come dubito della speranza di essere amato. Talvolta mi afferra il malinconico presagio del nostro futuro carteggio disperso in due mondi, due nazioni, due case lontane, i corpi caduti in un sonno simile alla morte, le stanze irreparabilmente vuote come dopo un furto o una fuga, i pavimenti polverosi, con le nostre parole calpestate da ottusi poliziotti o dimenticate da volgari parenti. Voi avete compreso, Debora, la mia natura proteiforme e penosa di automa e potete, se volete, liberarmi dall’incantesimo; guidarmi, con il filo a piombo della vostra dolce ragione, alla mia vera forma-Bruno Schulz – cosa che Bruno Schulz ignora anche oggi, mentre colora di mostri incantevoli la stanza di questo bambino, figlio di Felix Landau, il mio felice protettore (Austria felix?). Non so se rifinirò questi orchi e queste principesse, Debora: temo che, dopo l’ultimo disegno, Felix mi sopprima come uno scomodo operaio a lavoro ultimato. Dipingo lentamente, molto lentamente. Non so se voi siate così sconsiderata da camminare come una sonnambula sopra l’abisso che ogni giorno io esploro con terrore reale, sentendomi franare le macerie sotto i piedi. Non so se siate, a tutti gli effetti, più forte di me.
Di certo, mi state liberando, parola dopo parola, dal furioso sortilegio che mi faceva essere simultaneamente libro e uccello, figlio e giardino, temporale e insetto – prodigiosa e inestinguibile metafora che, con il cadere della notte si richiude nel corpo addormentato e goffo di un mediocre insegnante di disegno, che oggi colora la stanza di un antipatico bambinetto per sopravvivere al suo personale sterminio. Voi siete, per me Ulisse, le dolci dita di cera che tappano le sue orecchie perché, dall’albero della nave a cui è legato, non senta più le sirene che, se udite, lo condannerebbero a tornare turbine di forme – cometa e topo, ginestra e bottega, lampada e roccia. Proprio adesso mi ritrovo in tasca un pezzo della recensione che volevo scrivere in forma di lettera, tanti anni fa, a Boleslaw Lesmiàn, per il suo bellissimo libro di poesie: Il filtro ombroso. Leggo me stesso: «…La nuova casa non è completamente buia, Boleslaw. L’interno palpita di luce. È come quando dormiamo, isolati dal corpo, smarriti dal mondo, ma vediamo attraverso le palpebre chiuse. Allora siamo come libri. I libri iniziano in un secolo e poi continuano in un altro, terminando chissà dove. Le frasi si rincorrono come lepri. Ma la nuova casa c’è. È il tuo ultimo libro, Boleslaw, il filtro d’ombra, il dono che ci hai lasciato in questo stato di incantesimo. È una casa piena di rami carichi di uccelli variopinti. Dobbiamo ancora traboccare, Boleslaw. Per ora danziamo, cantiamo, prendiamo, seminiamo. Solo per caso il tuo libro è fatto di parole e ha forma di libro. In realtà è aria che si appoggia all’aria delle cose, così tutto diventa canto…».
La vostra parola, Debora, invece, mi fa sentire finalmente le ossa. Oggi sono più simile al manico di un pugnale o alla maniglia di un portale di pietra piuttosto che al pulviscolo lucente in cui mi sono sempre identificato con morboso piacere. Se oggi io fossi una scia di luce nell’oceano voi sareste il vento che modella quella scia a barca di legno chiaro, forte e luminosa, diretta con sicurezza verso la rotta fissata, e io, libero dai legacci dell’albero, cosa furibonda e viva, vi abbraccerei su quella nave, come la cavità di una grotta accoglie la voce che lo colma di suoni inesprimibili.
Voi mi date forma, Debora, e scrivervi, in questo momento, mi sembra quasi un’offesa, come se ogni parola delle mie lettere fosse lo scoglio che vi impedisce di avvolgermi tutto, di impregnarmi di voi come la terra macera che, nutrita dalla pioggia, scaturisce dal suo grembo erbe altissime e piante sontuose. Io, è questo che desidero da sempre. Da sempre sono una colonna in macerie che vuole, con la forza mutilata della sua struttura, essere fecondata. E allora devo restare attento, immobile, muto, in attesa della vostra risposta – la mia nuova casa. La casa che è mia, è vostra, è di Boleslaw. Non tacete. Non lasciatemi solo per troppi giorni. Già temo che ventisei, ventisette ore potrebbero farmi male come una granata esplosa nel petto di un soldato. Rabbrividisco al pensiero di tornare il Bruno di una volta, di non avere più nessun rapporto con gli esseri vivi, e così, con velocità prodigiosa, senza nessuna ragione, ridiventare – assente te, Debora – quel Proteo impazzito, preda innocente di una scrittura avida e golosa, giocosa e infantile, distruttiva e morbosa, che dimentica persino di essere Proteo. Per adesso continuo a dipingere i muri della sua stanza, sperando che il piccolo Landau, questo piccolo stronzo biondastro, non sputi sopra i personaggi delle mie storie e non strilli al padre che non ha più voglia di vedermi, perché io sono solo un brutto ebreo imbrattamuri con i piedi goffi e grandi che calpestano i lembi delle sue delicate lenzuola.
Vostro, ancora parlante, Bruno
*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008
Incontro di Michail Efraim Kovanjc con Velimir Vladimirovic Chlebnikov (1923).
Da ore infuria la tormenta. L’aria è invasa da un pulviscolo bianco, che acceca. Un rumore sordo fascia le tempie. Il cavallo prende una corsa folle, inspiegabile. La slitta urta un masso ghiacciato e si rovescia in avanti. Quando riprendo i sensi, una luce bianca illumina la radura. Il cielo, basso e nero nei giorni della tormenta, ora è candido, arioso, immenso. Sopra l’orizzonte sfavilla la luna. Fiocchi di neve turbinano distanti, senza emettere suoni. Il silenzio è assoluto. Mi alzo dalla slitta – il mio cavallo è stramazzato morto – e avanzo in silenzio, tastando l’aria nel buio. L’aria è mite, quasi calda. D’un tratto sento un suono. Sembra una voce, ma non è una voce. Assomiglia al verso di un uccello, a un richiamo animale, all’eco di qualche strumento primitivo che il vento ha fatto vibrare per caso dal punto della terra in cui era stato sepolto. Mi avvicino al centro della radura, al punto da cui viene il suono, che è sempre più forte, più limpido. Il cielo è azzurro, la neve non cade, la radura è magicamente circolare. Appoggiato a una quercia ghiacciata, un uomo dalla testa calva e dal profilo da falco spalanca la bocca a intervalli regolari. Porta un’ampia pelliccia sul corpo, lunga fino alle caviglie. Il suono che emette dalla bocca è un richiamo fatto di suoni stridenti e impensabili, pronunciati in una lingua sconosciuta. Attorno a lui la tormenta è come sospesa. I fiocchi sibilano solo oltre il cerchio della radura. Volta la testa e mi guarda in silenzio, con ostilità. Poi, con gesto fulmineo, si sbottona la pelliccia e mi svela il corpo nudo, incavato dai digiuni, segnato da tre inspiegabili cicatrici sotto lo sterno. Un foglio scivola dalle pieghe della sua pelliccia. Lo raccolgo e leggo, vergato in calligrafia minuta, un biglietto spiegazzato, che sembra essere stato chiuso a lungo nel cavo di una mano o nella federa di un cuscino. Nel biglietto una sola frase: Quasi segreto.
Mentre la leggo, la tormenta riprende a sibilare, vicinissima. Poi, lentamente, le raffiche diminuiscono di intensità. Ritorna, magicamente, il silenzio. Mi avvicino ancora di più. A bassa voce tento di sussurrare una domanda. Ma formulo appena la prima lettera che la voce mi sparisce dalla gola. Sotto il cielo limpido gli occhi dello sconosciuto non fissano più l’orizzonte, dove la bufera infuria fra i tronchi delle querce con fiocchi fittissimi, ma il precipizio che si è appena aperto ai nostri piedi, nella neve della radura. Stiamo per inventare, insieme, la lingua dei giusti. Ma quale ne sarà l’involucro, per il mondo? Mi sveglio come da un sogno e mi scopro solo, nella radura. Sconcertato, cammino a piedi nella steppa ghiacciata. Raggiungo, finalmente, le porte di Pietroburgo. A due passi dalla Fontan’ka, vedo un gruppo di uomini. Stanno ascoltando qualcuno che, dalla scalinata della chiesa, la pelliccia aperta sul corpo nudo, sussurra come un ossesso parole. Riconosco l’uomo, gli faccio cenno con la mano, ma lui, strambo e mentecatto juròdivyi, gli occhi fissi nella piccola folla, vaticinando, continua a parlare:
«Uglossia esiste! Uglossia esiste! Noi non siamo fanciulli idioti. Da terroristi della purezza, vogliamo esplosioni nel tessuto della parola. E allora, scoperchiamo le case sicure del linguaggio. Creiamo una lingua nuova, fatta di vetro, dove le parole sono schegge in fiamme che turbinano contro gli specchi. Creiamo la parola vivente: germina sottoterra, dalle radici della lingua; è concime, nel cavo della mano.
Eccole qui, le lettere dell’alfabeto – uno sciame di api chiuse nella gabbia della terra, pronte a pungervi la lingua e la voce. La lingua vera è quella muta, nascosta sotto le trame del senso, quasi segreta; avverto tutta la tempesta delle sue radici, quel sottosuolo pulsante. Una lingua nuova e giusta potrebbe far saltare la montagna che separa due parole opposte, sgretolare la roccia che blocca due frasi nemiche, aprire la via alla vera creazione verbale.
A noi manca la scienza di questa creazione, a noi manca una sintassi comune a tutto il popolo russo, ai popoli di questo terzo satellite del Sole, agli abitanti di tutte le stelle delle galassie. Come vorrei dire io, ia, o, iok, nisam, ed essere acclamato profeta di una nuova lingua universale! Come vorrei cantare zi zizi ziro ziro zullullullulliii, e non essere scambiato per un povero matto da irridere ma per l’usignuolo estasiato in cima alle betulle! Zen, nella nostra lingua, significa occhio e terra. Infatti, la terra guardata dall’occhio è già un’immagine riflessa nella poesia e l’occhio che guarda la terra è già sedotto dal fondo delle radici. La nostra lingua trova il fondo dello specchio – e quel fondo sono le parole. Bisogna popolare la vita della lingua di parole nuove, mai esistite o già esistenti, ma dimenticate. Fiume che si ingrossa e trabocca di sedimenti, acqua, sabbia, relitti, fossili, scorie: ecco la lingua, in perenne tumulto – voce vibrata fra due case, urlo lanciato fra due pozzi lontani. Come dicono i saggi, il sole è un granello di polvere nella galassia, simile a tutte le altre stelle. Ma, quando il nostro pianeta brucia sotto il suo fuoco e noi moriamo di caldo e di sete, la parola può violare la luce del mezzogiorno e inventare, per il sole dei cieli, un crepuscolo stellare, fatto di astri in via di esplosione. Basta che noi diciamo notte. E al contrario, se il sole che brilla nel cielo e scalda la terra sparisse, la terra diventerebbe davvero un pugno di polvere gelata persa negli spazi del cosmo? No: ci salverebbe la parola sole, miracolosamente viva come seme che inventa altri semi.
Leggete la nostra lingua. Sentitela con le dita, con gli occhi. E’ la lingua universale dei vivi. La lingua dei giusti. La lingua del mio stesso nome.
C: coppa aperta, casa spalancata, bara imperfetta.
H: enigma, doppia scala, passaggio.
L: un’asse grande e una piccola, saldate insieme, bianche.
E: l’illusione che la vita continui, contro la morte.
B: bacca rossa, scuro, succosa, matura.
N: dove i fulmini sono suoni.
I: i corpi umani, in bilico, in pericolo.
K: l’enigma che mi fa essere qui.
O: il sole di cui siamo schiavi e padroni.
V: risucchia rocce nella terra, svelle astri dal cielo.
Mi manca la T, la forca a cui vorreste impiccarmi. Perché non la vedo? Perché non appartiene al mio nome. La scala si svuota. Ancora una volta mi lasciate solo, come i boiardi lasciarono Ivan. Fermatevi! Perché fuggite? Lasciate che rompa la federa del cuscino! Permettete, miei cari, che dalle piume liberi poesie e le affidi al vento, perché nel vento fecondino parole, uccelli, alberi, terre, e non sia più solo alfabeto tutto questo, solo lettera morta da sigillare nei libri stampati e nel lutto dei riti, ma fluida, notturna voce dell’origine… ».
*Il testo è tratto da. Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008.
Taccuini inediti di Caspar David Friedrich (datati 1836), ritrovati in un album di schizzi con sulla copertina, scritta, in inchiostro rosso, la parola “Reisengebirge”.
Caspar David Friedrich
Un cielo di Leonardo, e in quell’azzurro così calmo, in quel tono così giusto, la quiete che desidero. Imitarlo, ridipingerlo.
Martedì. Riesengebirge. L’ennesimo tramonto. Devo stare attento. Troppa bellezza costringe a un respiro breve, a un disegno esatto, a contorni precisi.
Stare a letto, dormire. Poi svegliarsi, passeggiare, respirare, sapendo che le tele sono tutte là, intoccate, nell’atelier. Creare è un attimo. Ciò che resta è l’arte del respiro. Non si può tumulare il mondo.
Tele senz’aria. Tre quarti della mia opera. Disprezzo.
Nei miei schizzi è diminuito quell’eccesso di cielo, di bianco assoluto, che aveva fatto dei miei covoni e dei miei alberi tracce lievi sulla carta, delle navi e dei porti uno scheletro di vele e di scogli. Comincio a colorare i cieli, a respirare in modo ampio. Sono cieli smorzati, soffici, dolci; aprono spazi, speranze. Non devo più essere esatto. Ho un corpo con tante lacune. Sbaglio.
L’arte consumata in solitudine. Infelicità vigilata.
Se osservi il quadro della nave naufragata nel ghiaccio non credere, come tutti, che io sia il devoto discepolo di un’allegoria della morte. Guarda bene le luci di quei pezzi di ghiaccio: sono foglie illuminate dall’alba, piante che stanno per fiorire.
Caspar David Friedrich
Solo a mettere nelle tele quanto l’occhio vede. La natura è vuota se non la colma l’occhio. Ma l’occhio è infecondo se non si lascia invadere dalla luna, dal fumo, dai ghiacci, dagli orizzonti, da Rungen bianca e rocciosa…
Nelle mie tele si è depositata la sostanza di molte visioni e, se le guarderai tutte insieme alla mostra di Lipsia, vedrai un limpido anfiteatro di immagini – dalle rovine alla civette, dai fiumi alle nuvole. Ma che fatica, ora, parlarne. Sono così sazio di quest’aria sublime, rarefatta e chiara, dove ogni sentimento della vita è inscindibile dal sentimento dell’opera assoluta. Ogni arte vale in sé, come lavoro dell’anima e non come esibizione di forme. La sua necessità è la caducità, la mutevolezza.
Mi sento felice da quando penso che qualcuno potrebbe rubare o bruciare le mie tele. Ne sorrido. Vita, ambizioni, opere, immortalità – tutto legato a un filo. Solo per caso ci ricordiamo di Leonardo e di Michelangelo, e non di altri autori che hanno avuto lo stesso genio ma non le stesse occasioni. Io stesso sono Caspar David Friedrich al trenta per cento.
Quando dipingo l’aria divento per tutti intrattabile, perché so che sarà imperfetta. Ma quale aria è perfetta?
Caspar David Friedrich
Concentro la mente in un quadro che non ho ancora cominciato. Ne conosco il tema, il nome, le minime gradazioni di colore, ma non riesco ad iniziare. Ho paura che, se lo comincio, un qualche fuoco eccessivo mi arderebbe vivo.
Vorrei abbracciare una donna senza l’ossessione di dipingerne la schiena…
Gli artisti sono più miseri degli uomini comuni: subdoli, bugiardi, ipocriti, pronti alla calunnia e all’omissione, alla malvagità e alla dimenticanza. Invidiano i fortunati, disprezzano gli ingenui. Curano il loro orto con scrupolo e malizia. Se possono, tradiscono. A volte, non hanno neppure la forza di tradire. Dimenticano. Sono stupidi, sordi.
Ricordo le parole di Kleist su di me: «È magnifico in una solitudine infinita contemplare un deserto d’acqua sconfinata sotto un cupo cielo in riva al mare. Il quadro è là, con i suoi rari oggetti misteriosi come l’Apocalisse, come se nuovamente meditasse sui pensieri notturni di Young, e giacché esso, nella sua immensità, non presenta nulla in primo piano fuorché la cornice, quando lo si osserva si ha come l’impressione che le palpebre vengano recise». Impressione? Realtà. Il mio occhio è perpetuamente spalancato. La mia ossessione non ha un attimo di quiete, neppure quello concesso da un battito di ciglia. Guardo fisso davanti a me. Basterebbe che qualcuno arrivasse alle mie spalle e mi posasse la mano sulla schiena per decidere del mio destino: fermarmi o proseguire. Ma finora sono sempre stato solo davanti ai paesaggi.
Caspar David Friedrich
I burocrati della pittura usano paesaggi fissi, con scene mitologiche e tramonti di cartone. Ho rischiato anch’io questo codice, quando la mia anima era ridotta a un fossile. Adesso lavoro notte e giorno sulla naturalezza – un compito immane – e penso di essere un genio. A volte è necessaria l’illusione del genio: per i disperati è l’unica salvezza. Anche se – lo sappiamo – un artista diventa geniale quando si dimentica.
Ai visitatori dell’atelier rivelo il mio tono, distante e impassibile, come se fossi un principe morto che guida i suoi amateurs alla collezione delle sue opere, come se io fossi un principe morto che li guida, la candela accesa, all’interno del suo corpo sventrato da qualche cavallo imbizzarrito. Indico i miei quadri al solenne Goethe, che nella mia arte non trova nessuna certezza; al dolce Carus, che dalle mie albe ricava pensieri che non ha mai osato pensare; al timido Runge, che mi fraintende sempre; al pallido Kleist, che mi capisce in silenzio.
Vuoi sapere il nome del mio ultimo quadro? Aurora boreale. Il soggetto: un sole pallido sale all’orizzonte, nascosto dai rami di una betulla. Cielo straordinario: una fascia rosa scuro, con nuvole gonfie e precise, dagli orli neri; in alto, all’orizzonte, un azzurro nitido, sfavillante, che precede la notte. In cieli come questi, mostrati e velati da foglie, con il sole è sempre presente luna. Convivono con singolare saggezza. Gli antichi aruspici, quando scrutavano cieli che non appartenevano né al giorno né alla notte ma ad entrambi, pronunciavano profezie apocalittiche.
Alla croce, all’arcobaleno, alla luna, non corrispondono più i simboli consueti. L’equivalenza si è spezzata.
Aurora boreale. Tronco, arbusti, picchi aguzzi, e poi il sentiero sassoso, in una luce fredda, con le nubi esatte, gli orli rossi, il cielo azzurro chiaro. Aurora boreale. Una luce come non ne esiste più. Irripetibile. Isola di Rungen. Rocce bianche, di un bianco vicino all’oro. Schizzi della costa, ancore, vele. Alberi, cavalli, case. Studi di nuvole. Sotto le nuvole il Reisengenbirge. Tramonto. Una nave in secca, il chiarore lunare, il fuoco sugli scogli. Uomini, al bivio. Invisibili, a volte visibili. Viandanti, di schiena, davanti a un burrone di nebbia. Carri, piante, profili. Rocce, trave, vela. Mare, sempre. Una pianta sospesa nel grigio. Foglie allargate nel vuoto. Rovine su rovine. Querceti.
Caspar David Friedrich
Cerco enigmi senza solitudine. Chissà se esistono.
Kleist, mio povero e folle amico! Uccidersi come lui? No. Heinrich amò chi amava la morte come lui. Amore come desiderio condiviso della morte. Solo con quest’amore convinse Henriette Vogel ad annegare con lui nell’acqua del Wansee. Io potrei morire come lui solo se ritrovassi Johann, solo se avessi un’altra occasione: sprofondare nel ghiaccio al suo posto. Talvolta lo desidero. Quando vedo le rocce bianche e il mare di Rungen, smetto di pensare. Torno a casa e dipingo i segni della fine imminente: tumuli, urne, cipressi, civette. Talvolta la morte assomiglia proprio a un’assenza di suono.
Una volta Jean Paul paragonò il mio atelier al cadavere sventrato di un principe morto. Credo avesse ragione. Vide esattamente la verità. Solo i corpi svuotati ritornano alla loro essenza. Solo i corpi dei prìncipi possono averne la fierezza. Il pittore non deve dipingere solo ciò che vede davanti a sé, ma anche ciò che vede dentro di sé. Se però dentro di sé non vede nulla, che cessi di dipingere ciò che vede davanti a sé.
Caspar David Friedrich
Un sole a picco, perpendicolare alla terra; una luce assoluta, che appartiene al regno della notte; gli abitanti, o invisibili o morti; il pianeta sprofondato nel silenzio; le città addormentate: porte sbarrate, finestre chiuse, viali deserti, fiume prosciugato. Per anni ho disegnato l’albero scheletrico fra le rovine, la civetta sulla tomba, il cancello del cimitero, il salice isolato nella pianura lunare. Poi, cominciando a conoscermi, ho capito che non potevo glorificare soltanto le rovine, come un guardiano fedele. Sdraiato su un prato, mi accorsi di annoiarmi di me. Inebriato dalla visione delle nuvole, dal colore degli orli, dal movimento di masse bianche e d’oro, mi sentii la testa leggera. Avevo i piedi nell’acqua, il vuoto nella mente. Mi assopii pensando di cambiare pelle.
Talvolta, alla porta, sento dei suoni – fruscii insistenti, come di giunchi strisciati sul legno; scricchiolii ripetuti, come di armature di cavalieri fantasma; tonfi sordi, come di sacchi sbattuti sulla sabbia. Una notte ho dipinto una pianura completamente buia con il pensiero assorto in quei suoni.
Questo maledetto visibile di cui sono costretto a servirmi perché il mondo capisca! Desolante schiavitù. Vorrei smettere di usarlo. Vorrei essere solo musica e suono. Quando dipingo e penso al regno dei miei occhi, mi trovo a collocare templi e rovine in un silenzio assoluto.
Sedere su uno scoglio e gettare pietre contro la mia ombra, dietro di me. Davanti, guardare l’acqua del mare.
Ho sempre pensato di essere costretto all’esattezza perché, nel momento in cui mi fossi sbagliato, sarebbe accaduto qualcosa di orribile. Come quel giorno in cui dipinsi la porta murata di una vecchia abbazia e durante la notte sentii venire, dalla tela, dei rumori misteriosi, come se qualcuno battesse, dall’altra parte, con colpi di vanga o nocche di mani.
Ho sognato che volevo costruire una casa per me. Ma, nello spazio che avevo deciso per la costruzione dell’edificio, o svenivano dei bambini o scoppiava un temporale o si commetteva un delitto. Alla fine, invece di una casa, avrei costruito una tomba.
Anni fa, con l’esattezza dell’orafo, disegnavo delle foglie. Se avessi raccolto tutte le foglie della foresta, dopo l’uragano, e le avessi riattaccate al ramo da cui erano cadute, avrei completato il progetto di un’arte precisa, inattuabile, inutile. Smisi di pensarlo, considerandolo un’idiozia. Non voglio che la mia pittura sia inerte come il corpo immobile del re che regna. Voglio che sia disordinata, proprio come il corpo sventrato di quel principe.
Sento un vuoto sotto le costole, sopra lo stomaco, all’altezza del cuore. È una sensazione penosa, ma garantisce la bellezza e la forza della tela.
Ho sognato un uomo. Avanzava altero e sicuro, poi mi venne di fronte e disse: «Tutte le notti, alle undici, guarda il fiume». Io restai sbalordito. Mi sembrò che passassero molti anni e ogni sera di ogni giorno di ogni anno ero lì, davanti al fiume alle undici, guardare fisso un punto nell’acqua. Dopo un tempo indefinito vidi, una sera, un uomo, alle undici, in quel punto del fiume. Stava annegando. Mi gettai, lo salvai. Quell’uomo aveva la stessa faccia dell’uomo che mi aveva ordinato di guardare, ogni notte, il fiume.
Non c’è più scampo, per me. Lo sapevo da tempo. Da quando, bambino, ho saputo che Johann moriva, niente è più apparso come prima. C’è stato solo quel buio, quella vita che avevo sottratto al mondo e che laggiù, nella notte, esigeva la sua esistenza, negata dalla morte prematura. Una morte che lo aveva raggiunto a causa mia. Perché Johann volle salvarmi dal ghiaccio dove stava annegando e morì al mio posto. Una vita rimasta là, fra le non-vite, che si vendicherà della mia. La sento nascere, formarsi, plasmarsi. È solo lamento, solo voce, ma presto diventerà corpo, il suo corpo. Il mio volto, mentre la sua vita comincia a parlarmi, sta cambiando; comincio, continuo a cambiare; fra poco, al mio posto, col mio stesso volto, ci sarà Iohann, lui, Johann, il fratello che ho ucciso e che vivrà coi miei gesti e la mia voce, mentre io, annientato, espierò, sepolto nel ghiaccio, senza riuscire a morire…
Caspar David Friedrich
Dipingere non il frassino ma il suono del frassino, lo schianto della folgore sul ramo. O, delle betulle, certi rami, bianchi come avorio, alti e flessuosi, dove la corteccia si distacca lentamente, con strisce sottili, come di carta – carta per piroghe, sandali, tetti, ponti, libri…
Caspar David Friedrich
Come era facile montare i consueti materiali – luna, rocce, vele – e comporre miracoli cromatici, meraviglie meccaniche, ingegnosi e sublimi paesaggi! Ma la realtà è diversa. Esiste, nelle cose e nell’arte, una misteriosa rivoluzione che non posso più controllare con i miei freddi calcoli di pittore, con le mie alchemiche strategie di luce…
Guardo, nel muro sopra il mio letto, il disegno a sbarre creato dal chiarore lunare.
Fu quando parlai con Goethe. Scegliemmo un angolo buio, io dissi ciò che dovevo dire. La sua faccia si riempì di lacrime. Era con noi anche Jean Paul. Mi disse che non aveva mai visto Goethe piangere. Cosa gli hai detto? – mi chiese. Non ricordo più – risposi.
L’arte è la forma di ciò che la esclude: la passione diretta, il grido che ammutolisce, la mortalità.
Non posso che dipingere schiene. Non ci sono modelli che mi guardino negli occhi. Nessuno deve guardarmi negli occhi. Tutti hanno da fissare il paesaggio, abbaglia, ammutolisce, toglie il fiato. Non posso che mettermi dietro di loro, da complice e da spia.
Non conosco il sud del mondo. Non ho mai sognato il sud. Il mio unico sogno è una distesa piatta, un orizzonte metallico, una linea grigia sotto il cielo. Potrebbe essere la linea che delimita l’oceano come il deserto. Nei miei sogni non accade nulla. Io non ci sono. Anche le mie visioni non hanno bisogno di me.
«Perché quest’uomo raffigura solo la schiena?».
«Perché è il luogo dove tu non potrai mai guardarti».
Non ci sono specchi nei miei quadri: io non duplico nulla.
L’albero, al centro del tronco, ha un buco nero.
Quando emerge l’immagine di ciò che desidero veramente dipingere, incomincio a muovere il pennello, inseguendola come il falco la lepre sbucata dal cespuglio.
Non posso lavorare senza il pensiero di un cielo – un cielo interno, che scaturisca dalla pelle e balzi fuori dal viso, colmo di nuvole, percorso dal vento, affannoso; che tenda a diventare sereno senza diventarlo mai. Senza il pensiero di questo cielo è possibile dipingere?
Caspar David Friedrich
I cieli che dipingo sono vuoti, sconfinati. Ma è bene, col pennello, fare un primo segno. L’abbozzo di un tetto, di un monte. Una curva nera.
A che servono i rossi, i gialli, i blu? A parlare dell’io. Non lo voglio. E’ già molto quel graffio, quel nero nel bianco totale che potrebbe assorbire la mano.
Non il nero dei pozzi, delle macchie, ma il nero sottile con cui la punta del pennello dà inizio a una forma. Vorrei che sul ghiaccio apparissero ombre di nuvole, di uccelli, di uomini.
Faticosissimo tracciare l’ovale di un viso. Non ne ho la spudoratezza. Il volto è carico di emblemi, valori, simboli, virtù, armonie. Lo detesto. Meglio vedere gli uomini da lontano e dall’alto, come Piranesi: piccolissimi, deboli, fragili, sproporzionati alla nera materia che ci assorbe e ci inchioda, da cui non possiamo uscire.
All’inizio volevo dipingere paesaggi o schiene. Avevo sempre raffigurato gli altri sbozzandone le spalle e la nuca, salvaguardando il segreto del volto. Vedere una faccia – così pensavo – era uccidere chi la possiede. Poi tutto cambiò. Capii, col passare dei giorni, che le schiene erano troppo opache, troppo cupe. Non le volevo più. Cominciai a provare un desiderio, sempre più irresistibile: essere guardato dagli esseri che dipingevo. Così nacquero le facce. Nacquero gli storpi, i matti, gli ubriachi. Volevo sentirmi fissato da figure che non avevano la fissità solenne dell’opera finita ma la mobilità sfuggente e stolida degli esseri vivi. Poi bruciai tutti quei quadri, uno per uno.
Caspar David Friedrich
Il mio destino mi è diventato indifferente, come l’incomprensione dei miei contemporanei. In fondo sono fortunato: posso mostrare le mie opere. Vengono appese nelle gallerie, ammirate o derise. Altri non hanno questa fortuna. Nessuna galleria li accetta. Vivono la morte civile: le tele ammassate nell’atelier. Diventano pazzi sotto il peso delle proprie opere, che non saranno mai viste.
Come vorrei non essere più artista di opere ma essere vivo che emette la sua voce, quel particolare timbro di voce, quel modo di essere – la sua opera effimera, felice, disperata, libera da editori, galleristi, compromessi, errori.
In fondo a tutte le cose, dove immaginiamo verità solide e consolatrici, c’è sempre un soffio casuale. Lo sanno gli esseri che metto a sentinelle delle mie tele. Spettatori, angeli, ombre, viandanti, guardiani. Vegliano il transito verso e dal vuoto. Talvolta vorrei srotolare il mondo come un libro e piegarlo a cuneo verso il centro: diventerebbe pagina da traversare, foglio da percorrere, e non paesaggio immoto da guardare.
Ogni paesaggio è una scala rovesciata, dove scendere è speculare a salire. La scala di Giacobbe non è che una variante sublime della discesa all’Ade.
Il mondo non è una superficie da possedere ma un labirinto dove orientarsi, smarrirsi, o restare sulla soglia a testimoniare.
Poiché i morti non giacciono silenziosi nella tomba, può darsi che io parli ancora nella voce di qualcuno che non vuole lasciarmi all’olio delle tele e ai vermi della terra, e mi invita a rispondere, con altri linguaggi, della mia vocazione ossessiva e ascetica all’arte. Scrivo e dipingo anche per questo mio compagno futuro.
La notte provoca nella materia torsioni che solo il fuoco potrebbe produrre plasmando il metallo. Ma poi arriva il giorno, e tutto torna come prima.
Vorrei parlare non del fuoco che sgretola e incenerisce, ma della fiamma che brilla fra libro e bottiglia, tra mela e teschio, diritta e calma, austera e silenziosa sul tavolo di legno, riflessa nell’ovale dello specchio. De la Tour conosceva tutti i segreti di questa luce, con cui faceva brillare i volti dei vivi come se fossero icone sacre o fantasmi di morti: ricordo i suoi volti di fanciulle che reggono torce nel buio, di donne che schermano candele nella tenebra fitta. Per me è impossibile affrontare la luce con la stessa sacralità. Io devo inventare un chiarore freddo e lontano, di cui non sia visibile la sorgente.
Un grande alone, rosso e dorato, roseo e grigio, dietro l’albero, nel fondo della tela. L’occhio umano non deve capire che l’albero brucia ma osservarne gli effetti con pudore, da dietro uno specchio o un sepolcro, senza esserne folgorato. Così la mente vedrà, come in sogno, la fonte di cui le pupille osservano il riflesso.
.Dipingere paesaggi non all’altezza della terra
Se fossi un uccello che volai miglia e miglia sopra il livello del mare, dove l’aria è tanto rarefatta da essere irrespirabile, dove neppure gli uccelli osano spingersi.
Le nuvole non sono solo i vapori che vediamo dal basso. Sono veri e propri pianeti, dove il piede umano non potrà mai posarsi. Forme di isole e boschi, immagini di altopiani e caverne, si alternano senza un ordine stabilito, edificando regni senza nome, vivi solo per l’assenza di vento. Si vedono montagne dalle pareti azzurre o dorate, che non posano su nessun blocco di pietra, compatte, granitiche, innevate. Cascate bianchissime, immobilizzate nel disegno della cascata. Crepacci dove l’alto non si distingue dal basso. Altopiani dove non vola nulla. Sterminate pianure che assomigliano a isole, lastroni ghiacciati, picchi nevosi. Laghi, fatti della sostanza dell’aria. Crateri, strapiombi, pianori disseccati, distese di sabbia, lastre di vetro, pozze di rame. A volte sono una massa grigia, un antro nero, un pozzo sinistro, eruzioni rocciose simili a mostruose stalattiti. E, molto spesso, quasi ogni giorno, il banale cielo azzurro fa giustizia delle loro forme, le dilegua, compie un triste sterminio.
Caspar David Friedrich
L’aria non è semplice come pensiamo. È qualcosa di complesso, che si divide in strati. Sopra, ad esempio, un bianco senza tempo; sotto un azzurro acceso, una banda blu che simula l’orizzonte del mare; sotto, ancora del bianco, fatto di cirri, cumuli, nembi che modellano isole deserte o altopiani polari; sotto ancora, nubi più leggere, come di cotone; e sotto ancora il mare, forse la terra. Ma terra e mare, visti dall’aria, sotto le nuvole, appaiono come paesaggi sottomarini, regni fantastici colti attraverso nebbie, specchi, vapori. Legati alla terra siano povere figure, mai all’altezza della realtà.
Guarda al centro del sole. Se osservi con attenzione, vedrai un punto più scuro, una macchia buia. Osserva a lungo. Proverai freddo e silenzio. Gli alberi diventano ombre, il cielo scolora, il bosco si rabbuia. Ma fissa bene quel punto nero. E allora troverai di nuovo l’origine, la prima luce, l’attimo in cui il raggio solare nasce – ma meno caldo, più intenso. Guarda al centro del raggio. E, se sarai attento, ritornerai a sentire la notte – ma meno fredda, più serena. E sempre e ancora così, finché la saggezza ti consentirà di sentire la luce e le tenebre come una sola cosa.
Ho infilato l’inferno nell’astratta prospettiva della solitudine e non nella materia della carne, come Tiziano, come Velàzquez. Se si vedono i miei miseri autoritratti, la prova è lampante. Qual è quello autentico? Quello in cui sembro un idiota, con la matita in mano? o l’altro in cui si mostra, di profilo e di fronte, con una barba riccioluta, palesemente falsa? o l’altro ancora, in cui faccio la parodia del poeta pensoso, immerso nelle sue rêveries? Il più reale mi raffigura con un cappello calato sull’occhio destro. Sembro malato alla vista, punito per la sua passione dell’esattezza, per la mia eccessiva imitazione della natura visibile. Non mi dispiacerebbe ritrarre ancora me stesso. Due autoritratti dell’adolescenza, uno immerso nella luce piena dell’estate, l’altro sprofondato nella fissità attonita dell’inverno. Entrambi mi ritraggono allucinato e silenzioso, come se non potessi più svegliarsi dal sonno che mi ha colto.
Caspar David Friedrich
Il cielo: una fascia rosa-scuro, con nuvole gonfie e precise, dagli orli neri; in alto, all’orizzonte, un azzurro sfavillante, preludio alla notte futura. In cieli come questi, mostrati e velati da foglie agitate dal vento, sole e luna risplendono insieme; il primo cupo, la seconda pallida. C’è una singolare e diabolica saggezza nella presenza simultanea dei due astri. Gli antichi aruspici traevano le loro profezie dalla visione di questi cieli, che non appartengono né al giorno né alla notte, ma ad entrambi, felicemente illogici. Come vorrei dipingere non il frassino ma il suono del frassino, non il lampo ma il fragore della folgore sul ramo. O certi rami di betulle, bianchi come avorio, flessuosi, dove la corteccia si distacca lentamente, con strisce sottili, come di carta – e la carta inventa piroghe, sandali, tetti, ponti, libri. Trovare il sentiero giusto, all’ora giusta, il sole dorato fra i rami, e percorrerlo bene, sopra la valle parallela al mare, prima che scenda il buio e la valle sia tutta grigia e la notte cominci, pesante, a salire. In quel sentiero, dove la luce è prossima a sparire, i vermi guizzano veloci nel sottobosco e le capre mandano lamenti sibillini, a cui è necessario obbedire.
Caspar David Friedrich
Vedere la terra dalla prospettiva del cielo. Del capogiro. Non fossi un pittore e fossi un uccello! Poter volare miglia e miglia sopra il livello del mare, dove l’aria è tanto rarefatta da essere irrespirabile per l’uomo, dove il silenzio che immaginiamo è già un rumore violento! Le nuvole non sono solo i vapori che vediamo dal basso. Sono veri e propri pianeti, dove il piede umano non potrà mai posarsi. Forme di isole e boschi, immagini di altopiani e caverne, si alternano senza un ordine stabilito, edificando regni senza nome, vivi solo per l’assenza di vento. Montagne dalle pareti azzurre o dorate, che non posano su nessun blocco di pietra, sembrano compatte, granitiche, coperte di neve. Cascate bianchissime, immobilizzate nel disegno della cascata. Crepacci dove l’alto non si distingue dal basso. Altopiani dove sono rari anche gli uccelli. Isole che sono sterminate pianure, lastroni ghiacciati, superfici bianchissime, colline ondulate, picchi nevosi. E laghi, fatti della sostanza dell’aria. E crateri, cascate, strapiombi. O pianori disseccati, distese di sabbia, lastre di vetro. A volte sono una massa grigia, una tromba nera, un inferno. Ma, molto più spesso, il banale cielo azzurro fa giustizia delle loro forme, le dilegua, compie un triste sterminio. L’aria non è semplice come si pensa. E’ qualcosa di complesso, che si divide in strati. Sopra, ad esempio, un bianco senza tempo; sotto, un azzurro acceso, una banda blu, che simula l’orizzonte del mare; sotto, ancora del bianco, fatto di cirri, cumuli, nembi, che modellano isole deserte o altipiani polari; sotto ancora, nubi più leggere, come di cotone; e sotto ancora il mare, forse la terra. Ma mare e terra, visti dall’aria, sotto le nuvole, appaiono come paesaggi sottomarini, regni fantastici intravisti attraverso nebbie, specchi, membrane.
Caspar David Friedrich
Mi chiamo Caspar. Caspar David Friedrich. In uno dei miei autoritratti ho l’occhio bendato. Ma, con un solo occhio, io posso, devo, so vedere più a fondo.
*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008.
Carteggio fra Thomas Gray e Thomas Warthon intorno a Christopher Smart (1758).
1.
Caro Thomas,
pochi anni fa ti scrivevo che Christopher Smart era inevitabilmente abimé. I suoi debiti crescevano di giorno in giorno e lui, nonché preoccuparsi, si ubriacava e scriveva ridicole commedie di cui interpretava tutte le parti, come uno stolto buffone. Le sue capacità di menzogna erano arrivate al culmine. «Doveva finir male, – scrivevo – in prigione o in manicomio, senza rimedio, quasi senza pietà». Mi spiace che la mia profezia si sia realizzata con tanta precisione. Vorrei che Smart rinsavisse, ma cosa posso aspettarmi da un uomo travolto dalla manìa religiosa, che costringe i suoi simili – in chiesa, in strada, in casa, ovunque – a inginocchiarsi per pregare Dio?
Casualmente, due giorni fa, ho letto dei frammenti da un suo blasfemo inno liturgico, Jubilate Agno: Smart, chiuso in una cella di manicomio, il gatto Jeoffry sulle ginocchia, riempie grandi fogli di una scrittura fittissima e senza cancellature, gli occhi miti socchiusi sul movimento ininterrotto della mano destra. Solo per dirti fino a che punto arriva la penosa follia del nostro amico, ecco alcuni versetti dal Jubilate:
Morgan, la casa di Morgan giubili con il Prasiolapio di color verde Porro.
Powell, la casa di Powell giubili con la Sinochite, una pietra preziosa alla quale gli antichi stregoni hanno fatto torto.
Close, la casa di Close giubili con il Calcofono, una gemma che risuona come l’ottone.
Johnson, la casa di Johnson giubili con l’Onfalocarpo, una specie di lappola.
Non che queste ridicole invocazioni mi turbino: mi turba che vogliano essere opera, che Smart pretenda di scrivere un vero libro di profezie. Immerso nella malinconia e nella solitudine, può cantare elegie ai morti o inni al silenzio. Ma può, se è un vero poeta, trastullarsi con formulette cabalistiche, sterili erbari, fredde nomenclature? Non trovi questa abitudine insolente e blasfema? Che un uomo come Smart, «la mente aperta al potere supremo della notte», cada in simili tranelli esoterici, è triste e irritante.
La follia ottenebra, amico, non rivela. Speriamo che, un giorno, Cristopher guarisca.
Tuo Thomas Gray
Cristopher Smart
2.
Caro Thomas,
le tue certezze riguardo al nostro comune amico hanno l’autorevolezza della logica. Ma posso citarti alcune parole che ho sentito dalla voce stessa di Smart, mite recluso di casa Potter?
«Ci sono momenti in cui so che non dovrei essere qui, dentro questa pelle, ma, come sapete, non riesco ad essere altrove. Non ce la faccio. Si può dire che la mia estasi si consuma in una fogna, e quando finalmente ne libero schegge e scintille, quando mi tiro fuori dalla palude, eccovi là, pronti a giudicare il povero Christopher, il folle di Davide – a mettergli un arnese nel palato, a schiacciargli il pollice destro, a infilzargli le dita in un piffero di ferro.Nessun occhio mi ha mai guardato veramente. Forse hanno intuito la mia esistenza embrioni di sguardi chiusi negli occhi di folli e straccioni che non saranno mai cortigiani o guardiani o prelati. Si potrebbe dire che sono diventato mistico – e ho conosciuto gli orrori del manicomio – solo per orrore del modo con cui voi – cortigiani, guardiani, prelati – avete formato e definito, nell’apparenza, la sostanza di questo mondo. Ma esso non è solido come i vostri occhi e le vostre mani, rimirando proprietà e contando monete, si illudono che sia, e rimane un fantasma, nonostante i dolori della tortura e l’isolamento delle prigioni. Ascoltatemi. Ascoltate Christopher Smart, non poeta di versi ma vento di fiumi, corrente, riflesso, scintilla…».
Sono le parole di un uomo abimé, mio caro Thomas? Lascio a te il giudizio, perché sei un uomo onesto. Certo, Christopher è matto, e gioca con i numeri, i colori, gli animali, i miti della creazione, ma siamo sicuri di avere ragione noi, i sani? Quando Smart parla dell’eclisse e dell’ombra, dell’oriente e del gelo, della pazienza e del fuoco, quando ci annuncia che vuole coniare la sua impronta sulle parole, quando ci assicura che i nomi dei giorni sono stupidi e abominevoli, quando ci suggerisce che la materia in putrefazione trasformerà i viventi in combinazioni di altre creazioni, quando afferma che l’uomo è nato per soffrire come le faville del fuoco, quando ordina al silenzio di parlare migliaia di voci, tu – elegiaco poeta di rovine, malinconico passante di cimiteri, tradizionale cantore di morti – oseresti contraddirlo?
Visto che mi citi alcuni brani dal Jubilate agno, te ne citerò altri tratti dallo stesso poema:
Poiché la lettera El, che da sola significa Dio, è nelle nervature di qualche foglia in ogni Albero.
Poiché El è la trama del cuore umano ed é sulla grana della pelle.
Poiché El è nella venatura di tutte le pietre sia quelle preziose sia quelle comuni.
Poiché El è su ogni pelo sia d’uomo sia d’animale.
Poiché El è nella grana del legno.
Poiché El è nel minerale grezzo di tutti i metalli.
Poiché El è sulle scaglie di tutti i pesci.
Poiché El è sui petali di tutti i fiori.
Poiché El è su tutte le conchiglie.
Poiché El è nelle particelle costitutive dell’aria.
Poiché El è sul grumo di terra.
Gli artisti, a volte, non sanno trattenere le visioni – il plenilunio nel prato, la flotta nell’uragano, il fagiano nella luce boreale – e le rivelano da ossessi, bestemmiando, delirando, facendo scandalo. Non sono capaci di tenere dentro di sé le forme dell’estasi e le svendono all’ottuso sguardo degli inquisitori, sovrani di palinsesti e di codici, padroni di anime incapaci di creare salmi e poesie. Cosi svegliano i loro strumenti di tortura: la culla di Giuda, la sedia di ferro, lo schiacciateste, e chissà cos’altro ancora.
Smart si è macchiato di un orribile peccato: l’insufficienza della carne. Il suo corpo è stato così debole, così balbettante, che è traboccato dai confini. Non ha avuto muri abbastanza saldi: non gli sono stati concessi da Dio. Un corpo più grande, più forte, più chiaro, capace di ospitare tutte le visioni: ecco il mio augurio per Cristopher e per la sua opera travolgente e paradossale. Credo solo che l’internamento in manicomio, così come lo ha isolato dal prima, dalla sua carriera di poeta di successo, lo isolerà dal dopo – se ci sarà il dopo di una difficile guarigione. Chi potrà comunicare con Smart dopo che la follia lo ha marchiato senza rimedio e senza pietà, se amici e poeti come te, Gray, osano discutere con tanta superficiale insolenza del suo sventurato destino?
Forse, per il suo bene, sarebbe necessario solo il silenzio.
Tuo Thomas Warthon
*Eclisse è tratto da Discorso contro la morte, I Libri dell’Arca, Joker, 2008.
* Il testo è pubblicato in: Quaderni di Albarella, 1, 1991 (convegno di poesia Isola di Albarella, 13-15 settembre 1991), e non appare in Poesie 1976-2007, edito da Garzanti nel 2008.
Eugenio De Signoribus
Eugenio De Signoribus (Cupra Marittima, 1947). Redattore della rivista “Marka” e di “Hortus. Rivista di arte e poesia”, fonda “Istmi” e dirige “I Quaderni della Luna”. I suoi libri di poesia: Case perdute, 1976–1985 (il lavoro editoriale,1989); Istmi e chiuse, 1989–1995 (Marsilio, 1996); Principio del giorno, 1990–1999 (Garzanti, 2000); Altre educazioni, 1980–1999 (Crocetti, 2001); Memoria del chiuso mondo (Quodlibet, 2002); Ronda dei conversi (Garzanti, 2005); Poesie.1976–2007 (Garzanti, 2008); Nessun luogo è elementare (Alberto Tallone Editore, 2010); Trinità dell’esodo, 2005–2010 (Garzanti, 2011); Veglie genovesi (Il Canneto Editore, 2013); Stazioni 1994-2017 (Manni, 2018); L’altra passione. Giuda: il tradimento necessario? (Interlinea, 2020). L’uscita /A saìda (Il Canneto Editore, 2022).
“Ogni poeta migliora la lingua e il linguaggio di cui si avvale e si serve, e siccome lavora per una dimensione che non è prassica ma che va oltre il tempo e lo spazio, migliora anche il modo etico, accelera il procedimento di affinamento dell’uomo e dell’umanità […] La Zucchetti è dentro questa situazione”. Così scrive Ettore Bonessio di Terzet nella prefazione a Nata coi tacchi, la raccolta con cui Angela Maria Zucchetti esordisce nel 1997.
Modo etico e affinamento dell’uomo e dell’umanità. Ecco, qui è il fulcro e l’essenza di Nata coi tacchi. Non il tempo non lo spazio si specchia o viene riflesso in/da Nata coi tacchi ma ciò che accende, accende realmente, il respiro profondo della parola, quel respiro che è e si fa vita. E ad accenderlo non è nient’altro che l’intima sostanza di Angela Maria Zucchetti. Per questo tempo e spazio si contraggono fino ad annullarsi, perché quando è la propria intima sostanza a dirsi ogni traccia di ciò che è tempo e spazio viene cancellata. Sono altre le orme che con la propria intima sostanza si imprimono. Altri i nessi verbali e altri i pensare interroganti.
“C’è una luna doppia / nei vetri./ Due lune da guardare,/ due lune da sognare,/ da seguire, da avere paura./ Due lune fredde che portano il gelo/ e due lune che scaldano il cuore./ A quale credere e quale cercare?” È col vetro, dunque, e non con il tempo o con lo spazio che si misura l’intima sostanza. Il limite, meglio, ciò che scavalca il limite mostrandoci una doppia luna è il vetro. E questa doppia luna che cos’è? Due lune soltanto? O non forse cuore e ragione fisicamente appaiati in una sorta di potenziale miracolo? È assurdo o stupefacente pensare alle due lune in questi termini? No, quando è l’intima sostanza a volersi dire compiutamente, cercando sempre di oltrepassarsi (scavalcare il limite, appunto): “Quale luna ti porterà i tuoi sogni/ e quale le angosce se due/ lune si specchiano nel vetro?/ Ed a quale credere, quale sarà la reale/ e quella immaginaria della/ rifrazione e dello scherno dei/ tuoi occhi?/ Quale realtà nella fantasia/ se crea due lune uguali e/ speculari!”.
Cuore e ragione. E il filo, poi, si tende ancora. E si svasa e travasa in reale e immaginario. E in quale logica/rapporto potrebbero essere queste due categorie? Ma esiste una logica? La ammette l’intima sostanza? O la nega? Quel che è certo è che l’intima sostanza si amplia e che di questo ampliarsi, e poi ampliarsi e ampliarsi ancora, non può fare a meno. Ossia, non può fare a meno di un procedere che “migliora il modo etico” e che affinandosi affina anche tutto ciò che è umano.
Un affinarsi che, in quanto tale, non tralascia o esclude nulla perché tutto assorbe e da tutto si fa assorbire. Ed è in questa prospettiva che sentimenti animali e cose assurgono a coscienza e aprono una falda di vita in cui tutto per l’intima sostanza di Angela Maria Zucchetti è contemporaneamente presente. In cui tutto è quindi, contemporaneamente, presenza. Luna, assoluto, fiaba, pazzia. E poi “i vuoti di memorie/ pieni di vita”. E ancora il respiro che si riempie di parole per versi altissimi come questi pensati per la propria madre: “Guardavo stasera i fiori che/ hanno piantato nei tuoi assurdi giardini/ e pensavo a quando non potrai/ più far piantare fiori/ o costruire giardini./ ………………./ e in tutto ciò ho amato quei fiori / e in tutto ciò ho adorato/ quei giardini perché il tempo/ non possa appassirne neppure un petalo.”
Tutto, si è detto, è, contemporaneamente, presente e presenza. Luna, gocce di ironia, piante grasse. L’amato cagnolino Pighy dal pelo nero. Tutto perché, come sottolinea sempre Ettore Bonessio di Terzet, la poesia di Angela Maria Zucchetti “è poesia che nata in una stagione ha saputo appropriarsi delle stagioni e di questa sintesi ha saputo avvalersi per entrare nel sapere, conosciute le cose, per poter aprirsi, e questi testi si aprono, alla luminosità del capire.
Afferrerò la sua luce
tra i tuoi capelli
perché vi resti impigliata
negli anni.”
**
Il libro di Angela Maria Zucchetti è preceduto da una prefazione di Ettore Bonessio di Terzet, che qui ricordiamo:
Il 12 agosto 2015, nella sua casa di Bosco Marengo, muore nel sonno accanto alla moglie, la pittrice Loredana Cerveglieri, Ettore Bonessio di Terzet.. Era nato a Genova nel 1944. Per quasi quarant’anni docente di Estetica all’Università di Genova presso la Facoltà di Scienze della Formazione prima e di Scienze Sociali poi, Bonessio di Terzet mostra un attivo interesse per le ricerche di nuovi linguaggi espressivi, letterari e artistici, sino a delineare un suo personale concetto da lui definito arte/poesia. Nei numerosi scritti teorico-critici, su base ampiamente filosofica, il docente e poetartista genovese elabora un pensiero estetico controcorrente rispetto ai canoni comuni. Nel 1981 fonda una piccola rivista a diffusione limitata, Il Cobold (titolo che richiama il dispettoso folletto dell’antico folklore tedesco, presente anche in alcune fiabe dei fratelli Grimm), un “trimestrale di spazi creativi”, nella quale per oltre trent’anni ospita sperimentalismi poetici e artistici in ogni direzione, scrittura, arti visive e plastiche, fotografia, teatro, cinema, architettura, videoarte. Tra i suoi libri di poesia: Grande frammento, La bagnante dorata e altri aforismi. Tra i libri saggistici: L’utilità dell’artepoesia, I pesci gialli, Occasioni di mito, Configurazioni, Del frammento organico.
Perché, se si tratta di passare il tempo della vita,
come alloro, solo un po’ più scuro
di tutto l’altro verde, con piccole onde sul margine di ogni
foglia (come sorriso di vento) – perché mai
dover essere umani – e, fuggendo il destino
desiderare il destino?…
Oh, non perché la felicità esiste,
questo prematuro profitto di una prossima perdita.
Non per curiosità, o esercizio del cuore,
che anche nell’alloro sarebbe…
Ma perché essere qui è molto, e perché ci sembra
che qui tutto abbia bisogno di noi, che questa fugacità
stranamente ci riguardi. Noi i più fugaci. Ogni cosa
una volta, solo una volta. E mai più. Ma questo
esser stati una volta, anche soltanto una volta,
essere stati terreni, sembra irrevocabile.
Così insistiamo e lo vogliamo compiere,
lo vogliamo contenere nelle nostre mani semplici,
nello sguardo traboccante e nel cuore senza parole.
Vogliamo diventarlo. Ma a chi darlo? Meglio trattenere tutto
per sempre…ma ahimé, cosa portare di là,
dall’altra parte? Non lo sguardo
imparato lentamente e nessun fatto. Nulla.
Quindi i dolori. Quindi soprattutto le difficoltà,
quindi la lunga esperienza dell’amore, – quindi
il puro indicibile. Ma poi,
tra le stelle, a che serve: loro sono ben più indicibili.
Il viandante dal pendio del monte non porta a valle
un pugno di terra, per tutti indicibile, ma
una parola afferrata, pura, la genziana
gialla e blu. Forse noi siamo qui per dire casa,
ponte, fonte, porta, brocca, albero da frutto, finestra, –
al più, colonna, torre… ma per dire capisci,
per dire così, come neppure le cose stesse
pensavano nell’intimo d’essere. Non è forse l’astuzia segreta
di questa silenziosa terra, che invita gli amanti,
a esaltare il loro sentire in ogni cosa?
Soglia: cos’è mai per due
amanti, consumare un po’ la soglia logora
della casa, anche loro, dopo I tanti di prima
e prima di quelli che verranno…, semplice.
Qui è il tempo del dicibile, qui la sua casa.
Parla e confessa. Più che mai
le cose, quelle vissute, passano e,
ciò che le sostituisce è un fare senza immagine.
Un fare sotto la crosta, pronta ad andare in pezzi non appena
da dentro monta l’azione e in altri modi si limita.
Il nostro cuore resiste
fra i martelli, come la lingua
tra I denti, che però, nonostante tutto
è pronta a intonare un canto.
All’angelo canta le lodi del mondo, non l’indicibile con lui
non puoi vantare le meraviglie del sentimento: nell’universo,
dove egli sente con maggiore sensibilità, tu sei un principiante,
mostragli ciò che è semplice, plasmato di generazione in generazione,
ciò che vive come nostro vicino alla mano e allo sguardo.
Digli le cose. Ne sarà sorpreso; come lo fosti tu
davanti al cordaio a Roma, o davanti al vasaio sul Nilo.
Mostragli quanto può essere felice, innocente e nostra, una cosa,
come anche il pianto di dolore prende una forma pura,
serve come una cosa, o muore come cosa -, e beato
sfugge al suono dei violini. E queste dose
che vivono morendo capiscono che tu ne canti le lodi; effimere
affidano la salvezza a noi, i più effimeri di tutti.
Vogliono che noi, nel nostro invisibile cuore, le trasformiamo
-all’infinito- dentro di noi! Chiunque alla fine noi siamo.
Terra non è questo ciò che vuoi: invisibile
rinascere in noi? – Non è forse questo il tuo sogno
essere invisibile un giorno? – Terra! Invisibile!
Qual è, se non trasformare, il tuo urgente compito?
Terra, cara, io voglio. Oh, credimi, non ci sarebbe bisogno
delle tue primavere per conquistarmi, una,
ah!” una sola per il sangue è già troppo.
Senza nome, da lontano, ho scelto te.
Eri sempre nel giusto e il tuo pensiero più sacro
è la confidente morte.
Vedi, io vivo. Di cosa? Né infanzia né futuro
vengono meno…un’esistenza traboccante
scaturisce dal mio cuore.
**
Da La voce, scena di un linguaggio poetico
di Angelo Lumelli
[…] Questa traduzione delle Elegie sembra avere sciolto le difficoltà del cammino, senza tuttavia scavalcarlo, percorrendolo con passi leggeri, accompagnandosi con una voce persuasiva, chiara e fiduciosa, dialogante e non succube, come chi vuole capire fino in fondo Questa traduzione sembra fatta per capire – sta di fronte al testo e non esita a interrogarlo: come premio riceve la capacità di emozionare, mi sembra […] Forse questo esige la traduzione, una incompiutezza che sembra castità, non per essere, in virtù di un comandamento, fedeli, bensì per trasformare una presenza in una risposta – ad alta voce, per sentire anche noi stessi…
**
Da Nota del traduttore
di Giuliano Corti, 19 ottobre 2021
[…]
Per parte mia, nella traduzione, mi sono sempre affidato alla maggiore intelligibilità possibile e alla scorrevolezza del testo italiano: risultato di un’attenta restituzione delle immagini di cui è costellato il testo poetico. Nessuna concessione dunque all’imitazione delle rime, nessuna indulgenza al “bel verso” o allo stile elegante che perseguita il poeta, ma al contrario una tenace ricerca di aderenza al senso. Si dirà che la poesia non è solo senso ma anche suono, risonanza, mistero della lingua. Vero, verissimo, ma la scelta di tradurre il testo in funzione dell’ascolto è stata dirimente. In teatro la voce vola e dilegua; l’orecchio, a differenza dell’occhio, non può tornare sui propri passi per ascoltare meglio, per sostare su un’immagine, su un termine…Vale dunque precisare innanzitutto che la traduzione delle Elegie che qui propongo è nata in parte allo scrittoio e in parte in scena. La qualità principale di questa traduzione, se mai ce ne fosse una, è dunque la fedeltà della parola affidata dal poeta alla pagina scritta e insieme l’amore per la sua gemella, la parola detta ad alta voce…
La vita nei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi (Donzelli, 2009)
William Turner
Théodore Géricault
Andrea Mantegna
Vincent Van Gogh
Nicolas de Staël
Mark Rothko
«Figlio di un barbiere, nipote di un macellaio, beniamino del pubblico, artista rispettato. Le sue nuvole sono schiuma, i suoi cieli specchi confusi dal vapore, il suo mare monta le onde con il sangue che goccia. La sua neve strappa i cespugli. Dipinse bufere, valanghe, vento, incendi, vele nere come quella di Tristano. Acqua e cieli senza conforto, nonostante la fama e la ricchezza, sotto il ricordo della madre morta pazza. Guarda questo naufragio con le parole che nel 1875 avrebbe scritto Hopkins: “Spazza dentro le nevi oltre il porto / mare scaglie-di-silice, dorso nero”».
Così Antonella Anedda, in La vita nei dettagli, descrive il più grande pittore di tutti i tempi, Joseph Turner. E lo descrive anche citando Gerard Manley Hopkins, il meno ricordato dei grandi poeti inglesi del XIX secolo: quel “mare-scaglie-di-silice” sembra veramente la sostanza oscura che innerva da sempre la poesia.
Il libro è diviso in cinque sezioni: Ritagliare, Un museo interiore, Ritratti, Camminare, Collezionare perdite, ed è un libro eccezionale, una collezione di perdite e di riscoperte da parte di una cacciatrice di immagini. Nella risposta a un’intervista del 2006, quando forse La vita nei dettagli era ancora in nuce, Anedda dice: «La frase “adorare le immagini” era ironica, ma la mia decisione di studiare storia dell’arte è scatta da questa adorazione. Nelle chiese, nei musei, contemplare in silenzio dalla sponda del mondo un mondo raccontato da uno sguardo diverso dal mio. Non è la difesa dell’arte figurativa, ma di quella materia che in modo per me commovente crea mondo. La poesia in sé nasce anche da quei silenzi, credo che sia stata nutrita dalle tante ore passate in solitudine nei musei».
Un esercizio di “de-creazione”, il libro, dove l’autrice guarda con occhi diversi qualcosa che è sempre stato visto in modo convenzionale. La “de-creazione” dei dettagli (spesso rivisti come realtà altre), la sapienza delle cuciture, dei tagli e ritagli dell’immagine, è la modalità strutturale con cui Anedda, bambina stupita e che sempre cerca fonti di stupore, ricompone e scompone quadri e figure per reimmaginare mondi e offrirci un modo eretico-poetico di ri-pensare l’arte. Ritratti tragici come quelli De Staël e Rothko ci appaiono come figure cristiche di artisti. Ma in altri punti trapela la stessa “aria dell’inatteso” (Mandel’stam). Il libro tradisce i canoni previsti e prevedibili.
Il poeta, ai confini dell’arte visiva, ne viene rapito e segue come la traiettoria di un lutto trasformato in creazione, che de-compone e ri-compone l’immagine, facendosi traversare dalle analogie come da lampi notturni.
La poesia, simile alla pittura per i segni e alla musica per i suoni, partecipa ad entrambe le arti. Secondo la definizione di Hegel, è un “suono pieno di discorso”. Secondo i poeti, è come un gioco, una trottola. Quando è bloccata nel senso comune, smette di girare, ritorna un pezzo di plastica o di legno: quando riprende a vorticare, inafferrabile, guardata dagli occhi sorpresi dei bambini, riacquista il suo senso primitivo, sorgivo: la sua natura di danza. Ciò che si annuncia può esprimersi con frammenti che non dicono mai tutto e che ritagliano, reinventano. L’annuncio si perde nel messaggio, la voce nelle parole. Ma tutti i dettagli conquistano loro voce, che è voce nuova, immaginosa, stupefatta.
La vita nei dettagli, mentre ci induce a perdere un ordine razionale del discorso, ce lo restituisce in modo magistrale nella costante scomposizione poetica dei dettagli dove, quasi sempre, mentre si parla di pittura, la voce di un poeta affiora come obliquo controcanto (uno degli esempi è René Char, poeta di e per pittori, autore di Alliés susbtantiels, citato da Anedda mentre parla di Arles e Van Gogh).
La vita nei dettagli inaugura un genere nuovo: come afferma la stessa autrice «non è prosa poetica ma pensiero che sa cogliere l’intuizione», è un libro dove si generano sensi multipli, sempre nuove aperture (direbbe Adrienne Rich «Mappe stellari si srotolano scricchiolando»). E la pagina finale, esemplare, sulla “perdita”, è la riflessione da cui si genera, à rebours, tutto il libro.
«Perdere: smettere di possedere, dare oltrepassando, dal lat. dare per, donare attraverso, scavalcare se stessi smarrendo, smarrendosi, perdere oggetti e beni perdere quanto è caro. Difficoltà del perdere…Perdita: nel paesaggio, paradossalmente, grande spazio “a perdita d’occhio”. Ma perdi-tempo, flâneur (Baudelaire, Benjamin). Scorrere, non trattenere. Perdere, de-possedere, decrearsi…Perdere i confini di sé…Ognuna di queste possibilità mi appartiene. Credo di avere imparato quest’arte abbastanza ma mai fino in fondo. Qual è l’opposto di perdere: accumulare quanto di inutile si addensa sulle nostre vite. La p di perdita nell’alfabeto di Rabbi Zakiva è l’iniziale di “Pe”. Bocca. Cosa può perdere la bocca? La parola. Per chi scrive è un bene. Unisco perdere e perdono, perdere la memoria, parificare quanto si era addensato. Si piange una perdita, le lacrime colano via dal corpo. Si perde sangue? Perdere? È una porta sul vuoto».
La voce del poeta è qui precisa come uno stacco musicale che resta impresso nella memoria. «Una trafittura e la voce interiore ha detto – è il momento / di ricominciare da ciò che resta e non ha colore / dipingere il silenzio» (Leonardo Rosa).
Anedda ci spiega, con la sua grazia esemplare, la logica del libro: «Cosa ci colpisce in un dettaglio? cosa ci commuove? L’oscurità da cui il nostro sguardo lo salva? La sua potenziale trasformazione in un altro sguardo, in un’altra vita? E cosa diventa il dettaglio in chi scrive poesia, in cosa si traduce? Io credo in uno spazio nuovo, in una terra ulteriore, avvistata da uno sguardo sgombro da qualsiasi abitudine». Il dettaglio è la “possibilità” della trasformazione, il divino immanente che sa concentrarsi nei limiti della cosa.*
Antonella Anedda
*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Fuochi complici, Il Leggio, 2019.