PAROLE IN CAMMINO

30 aprile-20 novembre 2022

L’Art Brut nella collezione Giacosa-Ferraiuolo

SIC12 Art Studio, Via Francesco Negri 65. Prenotare la visita su http://www.sic12.org

Gustavo Giacosa e Fausto Ferraiuolo

Parole in cammino. Verso quale cammino? Saperlo chiuderebbe ogni strada. Qui, invece, grazie all’Art brut della collezione Giacosa-Ferraiuolo, si apre una mostra, audace e molteplice, di parole e di segni. È Henri Michaux che, con la sua spavalda indipendenza di pensiero, ci avvicina alla verità errabonda dell’immagine e della parola: «Uno scrittore è un uomo che sa mantenere il contatto, che sa restare unito al proprio turbamento, alla zona viziata e mai placata di se stesso. È lei a portarlo». E quando Michaux dice “scrittore” si riferisce all’artista tout court che lui stesso è stato – poeta, incisore, pittore, che utilizza scrittura e pittura come nervoso journal interiore, come inarrestabile navigazione all’interno di se stessi a stento contenuta nella forma di libro o nei segni di un quadro. «Scrivo per percorrermi. Dipingere, comporre, scrivere: percorrermi. In ciò sta l’avventura dell’essere vivi» commenta. E Osip Mandel’štam consiglia: «Distruggete i manoscritti, ma conservate ciò che avete tracciato a margine, per noia, per disperazione e come in sogno», Quella scrittura “tracciata a margine” segnalata dal poeta russo, svincolata dalle convenzioni, sospesa tra estrosità del segno e imprevedibilità del senso, appartiene alle scritture non canoniche, che non vogliono essere definite come romanzi, racconti, raccolte poetiche. Sono “scritture-schizzo”, “parole in cammino” dove l’artista prova i suoi sogni, abbozza i suoi disegni, fantastica i suoi quadri, sia che vengano dall’arte visibile della contemporaneità come dall’arte “invisibile” degli esclusi: scritture come capriccioso, rapsodico, interminabile frammento, dentro il quale lavorare ai segni del proprio journal intime, come accade in questa mostra, Parole in cammino, dove lettere, disegni, fotografie, abiti, pittogrammi, alfabeti, si incrociano e si corrispondono, da Anonimo francese a Babylone, da Anibal Bizuela a Dottor B, da Giovanni Bosco a Johan Fischer, da Jill Galieni a Profeta Gentileza, da Garrol Gayden a Joseph Lambert, da Massimiliano Moroni a Michel Nedjar, da Oreste Fernando Nannetti a David Parsons, da Melina Riccio a Profeta Royal Robertson, da James Rosa a Ricardo Sevieri, da Dominique Théate a Carlo Zinelli. Qual è il limite esatto dove sconfina il segno e dove finisce la parola? Il concetto di “scrittura” si lega sempre all’intimità, e all’oscenità, della traccia.

Anonimo francese
Giovanni Bosco

In questa mostra gli esempi umani si moltiplicano. C’è chi, con un cartone e un pezzo di carbone, graffia gli interstizi dei muri con una scrittura verticale e serrata, simile alle tavole coraniche. Chi, da mendicante, espone rivoltosi manifesti sgrammaticati scritti su carta da recupero che poi getta nei cassonetti. Chi realizza disegni a biro su carte ritrovate o scatole di medicinali, componendo ami, croci, bare, teste, siringhe. Chi dipinge sui muri delle case ovali rossi e cuori, popolando il suo paese natale di colori accesi e simboli nuovi. Chi scrive lettere comprensibili solo nelle prime tre righe, e che nelle fasi successive si trasformano in linee ondulate, offuscate. Chi disegna animali e persone prima con matite nere e colorate e poi con colori sempre più vivi. Chi non sopporta le frasi che lei stessa scrive e allora disegna le frasi di una preghiera interminabile, dove la calligrafia si intreccia a motivi astratti. Chi, dopo un disastro, sente voci che lo costringono a una nuova missione sulla terra e dipinge/scrive sui cinquantasei pilastri di un viadotto. Chi decide di scrivere la storia della sua vita sovrapponendo le parole come masse di segni scritti in una lingua indecifrabile. Chi scrive solo le cose che vede presso uno storico parco di divertimenti. Chi trascrive nomi di quartieri, province, città, in forme e formati diversi. Chi crea bambole-feticcio su supporti di recupero, ritraendo cadaveri bruciati e corpi mutilati, ed entra nella storia dell’arte sia come artista che come ricercatore di Art Brut. Chi, con la fibbia della cintura, recluso a vita in un manicomio, incide deliri surreali e racconti fantascientifici sulle sue mura. Chi, non vedente, guida le dita sul foglio grazie all’altra mano e inventa campi di nebbia e di fumo che evocano alfabeti arcaici. Chi disegna e scrive, da nomade, con grafia minuta, messaggi di pace e di fratellanza in rima su bidoni e tralicci, e poi su abiti e ricami. Chi si arma di pennelli indelebili, matite colorate e penne a sfera per dipingere su cartelloni enormi formule numerologiche e visioni apocalittiche. Chi rielabora oggetti quotidiani in forme astratte e lettere alfabetiche. Chi traduce i suoi pensieri in simboli che hanno l’apparenza di spartiti musicali. Chi disegna gallerie di personaggi che ribaltano i codici dei fumetti. Chi realizza asini e pinocchi, o persone con piedi, braccia e sessi stilizzati e ripetuti.

Anibal Brizuela

Dottor B

Oreste Ferdinando Nannetti
Giovanni Bosco
Profeta Gentileza
David Parsons
Ricardo Sevieri
Joseph Lambert

Massimiliano Moroni

Parole e segni sono gesti di improvvisazione, di confidenza improvvisa, una fantasticheria, un’architettura utopica. L’artista vaga nomade nei suoi progetti, nei suoi personali deserti. Scrive, si confessa, disegna ovunque, si confida, prende fogli per segnare parole, fogli per parlare disegni, o simulacri di fogli. Ne nasce una scrittura segnica, a volte asemica, elastica, naturalmente poetica, frammentaria come diario di bordo e appunto di viaggio, testimonianza alienata e disforme.

L’arte contemporanea del Novecento, e con essa anche gli esempi di Art brut di questa collezione. è miniera di un pensiero eretico, rizomatico, che inventa strade altre e rifiuta semplificanti soluzioni per nutrirsi di anomale complessità. Ogni artista lavora a un suo personale libro, favoloso e interminabile, che incide nel segreto della mente, nella superficie della tela, nelle pagine del libro, sulle mura del manicomio, per provare la massima gioia da quella capricciosa, aspra bellezza. Ha ragione Artaud (che di disegni demonici e di glossolalie ha infittito le pagine dei suoi interminabili taccuini, l’ultimo finisce con la parola “etcetera”), quando, nel suo Van Gogh. Il suicidato della società, enuncia questo semplice auspicio: «Che la vita diventi un giorno bella quanto una semplice tela di Van Gogh e per me basterà. E non penso che si possa avere niente di più da augurarsi». La follia di Vincent diventa il seme naturale di una diversità felice e inarrestabile, dove nuove “parole in cammino” ci faranno sempre perdere e ritrovare la strada.

Come scrive il curatore Gustavo Giacosa «La nuova mostra Parole in cammino vuole evidenziare la relazione tra il segno grafico e la dimensione errante del camminare, e nel contempo indagare altre forme di scrittura, realizzate in solitudine, ma su formati intimi come le pagine di un quaderno o fogli di carta. Queste ultime, opere e documenti, sono all’origine della nozione di “scritti brut” creata dallo storico dell’arte svizzero Michel Thevoz nel 1978. Tali produzioni sono caratterizzate dalla convivenza caotica di parole e immagini che rispondono a un ordine interno e misterioso, o da una forma ibrida che trasmuta una forma scritta in un’immagine. Perché, come dice Michel Thévoz, nel suo libro Les écrits brut. Le langage de la rupture (Gli scritti brut. Un linguaggio di rottura): “Non si scrive solo per formulare idee (…) si scrive anche talvolta, e in un senso completamente diverso, per liberarsi, per avventurarsi fuori dalla sfera personale in uno spazio immaginativo dove i poli di mittente e di destinatario del linguaggio si annullano”».

(M.E.)

Carlo Zinelli
Melina Riccio

Michel Nedjar

AUTOREVERSE. Luciano Neri

Tic Edizioni, 2022

Autoreverse non è un libro composto da poesie comodamente leggibili. È una scomoda partitura in prosa, suddivisa in cinque tempi musicali: Uno (Landslides), Due (L’assunto), Tre (Accaduto/Il non pensante), Quattro (Autoreverse), Cinque (REW-FFWD). La storia è un tema fisso, musicalmente un basso ostinato. Racconta, in modi onirici, di un uomo testimone dell’assedio a un palazzo d’inverno, a Berlino, forse ad Alexanderplatz, ostacolato da un altro uomo, Reed, suo riflesso e suo doppio, che gli impedisce di seguire il filmato di questo assedio. La storia, che non si svolge in tempi attuali, è un’occasione onirica perché il meccanismo del poema narrativo si metta in movimento, definendo così le sue strutture spaziali e linguistiche. Il meccanismo è l’autoreverse del magnetofono, è un voler mostrare il lato A e il lato B del nastro registrato, ma simultaneamente, nel susseguirsi delle frasi. Questo procedimento scompone il poema in fotogrammi ipnotici e spettrali che mostrano le cinque variazioni del tema. Il lettore non ha il compito di “comprendere” la strategia mentale e antilirica di questa scrittura ma quello di abbandonarsi alla sequenza inventata dall’autore con magnetismi stilistici che evocano la poesia sperimentale di Helmut Heissenbuttel, le prime composizioni del Boulez di Darmstadt, i cortometraggi di Jean-Marie Straub. La copertina stilizzata, con il design dalla voluta semplicità infantile, è evocativa. Le due bandelle di copertina riportano i dati del libro e la nota biografica dell’autore senza appesantire la purezza del disegno quasi naif. Un libro, in sintesi, che sospinge il lettore a considerare la poesia come atto speculativo, del quale già ci parlavano Schlegel e Novalis nelle pagine dell’”Athenaum”. Un libro il cui stile, in apparenza oggettivo, slontanante, impassibile, è fin dall’inizio materia visionaria, refrain ipnotico e ripetitivo della storia che, fotogramma dopo fotogramma, compone, scompone, dissolve il poema. (M.E.)

Da Uno (Landslides)

La notte dopo e quella prima, il tubo a serpentina

con gli oblò senza regolare nitidezza, lo scivolo a

spirale e il ponte sospeso in uno sfondo illimitiato,

il campetto in erba sintetica entro le linee bian-

che di gesso, la torretta merlata, l’esplorazione del

boschetto senza un movinento di foglie precedente

o uno di rami successivo, con in più dei fatti di cui

non si era acoorto il presente nel soogno durante la

guiornata al parco del castello: di fronte a un palazzo

d’inverno guardava un uomo l’inizio di un assalto e

impediva di seguire le riprese dell’evento a un altro

fino al diradarsi della folla, indietro fino a una piazza

vuota – la goccia d’acqua di nome Reed di un altro

uomo

[…]

Di notte ho sognato come segue, lo scivolo a spirale

senza regolare nitidezza, il tubo a serpentina con

gli oblò, il ponte sospeso in uno sfondo illimitato,

il campetto in erba sintetica e la torre merlata

senza un movimento di foglie precedente, le linee

di gesso del campo appena rifatte, l’esplorazione del

boschetto senza un vento sui rami successivo – due

volte almeno il ponte sospeso, lo sciolo a spirale

e l’esplorazione del boschetto, le linee bianche del

fuori di campo di gesso sullo sfondo, difficili e illimitati

senza regolare nitidezza – con in più dei fatti di cui

la mia presenza non si era accorta durante la giornata

al parco del castello: di fronte al palazzo d’inverno un

uomo è testimone dell’inizio dell’assalto e un altro gli

impedisce di seguire le riprese dell’evento e lo spin-

torna fino al diradarsi della folla. Fino a una piazza che

sta svuotando – una vera e propria goccia d’acqua

che si è scoperto e che si chiama Reed, l’uomo per

l’altro che si riconosce e che un po’ gli somiglia.

Luciano Neri

UFFICIO DEL SOLE. Giusi Busceti

Collana La Stampa, a cura di Maurizio Cucchi, n. 13, Milano, 2022

Un’ansia di metamorfosi

Talvolta occorre leggere un libro di versi partendo dalla poesia iniziale. E così lascio che accada, con Ufficio del sole di Giusi Busceti (Collana La Stampa, 2022). “Se l’estate non ci viene incontro / fra breve / ci ritroveremo decimati / su questa punta di mezzanotte / dove animali dalle pelli ignote passano / badando a non trovarci. Passano / anche gli elicotteri e si allontanano / di poco per riflettere. Chi / crederebbe ai nostri occhi? / Per cinquanta minuti una galleria del vento, / disse anche l’ultimo dei sopravvissuti; / ed io, scampata / perché scivolo meglio sui crepacci / sul cuscino immateriale che si gonfia / e si sgonfia nel cuore / e mi solleva, ho in nodo / una spalla slogata: afferrare /per sempre treni e navi fuori tempo, allargare / lo spazio per le vertebre spezzate. / E il cielo? / che da tempo ci copre con dolcezza, questo, / radar sull’arcipelago che trema, è lo stesso / che toglieva il respiro, in altalena”.

Cosa ci significa questa poesia? È un monologo vacillante della memoria? un “vocativo” da cui affiorano echi di disastri? una narrazione sospesa che si conclude nel segno di un ritorno alla mitica infanzia? Quando leggiamo una poesia reale, andiamo dove non sapremmo immaginare. Ce lo racconta Angelo Lumelli nella sua preziosa postfazione: “Forse così si spiega la densità luminosa della poesia di Giusi Busceti, un linguaggio che parte in piano, con un breve brevissimo abbrivio narrativo, per diventare subito desiderio, anticipo, futuro. Un’ansia di metamorfosi inocula in ogni accadere un’aura vaneggiante, siamo stupiti che il possibile sia così minuscolo, cucine, lavandini, lenzuoli e borse della spesa sulla soglia di un altro destino”.

Tutto il libro è questo vaneggiante “vocativo” barocco rivolto al lettore, nella costante fascinazione di una sintassi che circuisce l’oggetto senza afferrarlo, in modo che noi, parola dopo parola, perdiamo sempre il sentiero per poi ritrovarlo chissà dove. Ma uno stile barocco si compiace delle sue volute, le accarezza: non è così per Busceti, che percorre le sue frasi come da distanze siderali o vicinanze sgomentanti, usando la lingua da libera equilibrista, fra spiazzanti azzardi sintattici, come uno scivolo pericoloso dove rischiare di cadere ma dal quale poter vedere scorci di paesaggi impossibili. Una frenetica adolescenza pervade il libro come una febbre. Il tempo sembra quello di una Messa, senza il consueto “Requiem”, caratterizzata da un misterioso ma gioioso “Ufficio del sole”, segnale lucente di un’altra, panica, sensuale liturgia. Così scrive in Il giorno: “Si arrampica sulla pelle / insopportabile / il giorno. Schiarirà / si avverte appena aprile / tra corolle di spine bocci crudi. / Esordio dello splendore / annuale. E noi in discesa / papaveri prostrati scuotiamo / chiome sterili semi in greto / non aprono sentieri lungo i fossi, / Qui non balena amore, / un’idea condivisa / un infuocare”.

Se il poeta parla, in fine poesia, di un imprevisto “infuocare”, crea davvero un “contraccolpo”, come precisa ancora Lumelli, che nella postfazione scrive: “Il contraccolpo, per effetto inerziale, fa volare in avanti brandelli di storie, ore del vivere, segreti, masserizie, pile di piatti da lavare..”. Di fatto, leggendo i versi di Giusi, ci troviamo all’interno di una coreografia ora dolente ora spiritata ora grottesca, come nei funambolismi di alcuni poeti praghesi, fra tutti Vítězslav Nezval. Ancora una volta Busceti ci precede, è un passo prima, controlla la materia, la metrica, ci fa inabissare e risalire in improvvisi crescendo, come in certi adagi bartokiani. Insomma, con Giusi il lettore di poesia non può annoiarsi, trascinato in trame occulte e provocanti, in raptus della memoria, felicità incontenibili, dolori violenti. Il verso ne sussulta, come se fosse sgominato o infranto. Ma resiste, come i veli di certe sante barocche che sembrano sciogliersi d’improvviso ma invece resistono; sono veli di marmo, sospesi e scolpiti nel loro movimento come nella tessitura di un pizzo. “Voglio dirti che noi sogni reali / siamo il corpo dell’etere, in / cartamusa incarnati ad alzare ogni / voce recisa. Dentro il tempo che / batte e continua, quando / non ci preserva ma ci espone, mondo / che non scompare mai è amore”. Dove lo struggimento è anche ansia incontenibile di una vita che la ragione non trattiene nella griglia dei versi, e da cui le parole si liberano come volatili incantati e selvaggi.

(M.E.)

**

ANTOLOGIA

Isole a cappella

Hanno versato fino all’ultima goccia

la medicina di lor trasparenze

e radiosa si fa sul bagnasciuga

lode la rocca a voce senza musica:

svolte, ora, morte, candida per vie

corteo di scale all’improvviso cielo

s’impenna a gradi a strappi

è dolore, versato a ondate, di campane

stuolo in slargo si riversa, è ora

nella pietra, è verso, in ogni aperto, è il coro.

Ampio ventre deserto questa culla

controcanta e placando contiene

la superiori ottave del grido

dormono immerse nel mistero disceso

dal contagocce. O piena

della notte che saliva dal golfo

o questa luna sì presente che ci accompagna

come una festa sospesa o una mano

sul prossimo assurdo calendario!

Alla sinistra

mi lasciai Gallura, a destra,

già mio patto, lo Stretto: verrà

anche la morte del cemento e

arrotondata la silice più aguzza,

trionfante il muro a secco a segnare

tra le siepi di spine un semprevarco.

**

Normandia

Con te l’amore

va alla testa,

voce mia, di un tacito mai visto

audace esercito allo sbarco

in Normandia: elmi biondi saetta

a libertà siamo del cielo aperto

che un’estate assoluta

scese a coprirci, manto maestro color

blu invisibile Nati futuri

all’infinito paralleli, le confuse

frequenze a raccordare, del pensiero

alle rotte vocali, e poi alle spalle

nulla, e poi domani.

L’un’all’altro affidati

dalle estreme ciglia

piene di grazia complici

alla rosa discesa in mezzo a noi,

una parola sola.

Sorpresa! Era a centro passi

la svolta? Novenario, grano

del calendario, ora

riposo in mese in ventun lune

incomplete, che aspettava

il tuo primo giorno di scuola

per sapere di sé. Tuono

caduto a nascondino

dietro l’angolo, dov’eri

a camminare tutta questa

vita senza stelle?

Giusi Busceti

[…]

Come spiegare altrimenti il duro esercizio sintattico che separa così nettamente il rappresentare dal dire? Tanti versi di Ufficio del sole esigono di essere scalati, mani e piedi impegnati sulle pareti difficili, tra inversioni, anticipazioni, processioni del genitivo, come se il linguaggio avesse già perso la partita terrestre, almeno quella in pianura, per portarsi fuori tiro, al fine salvare l’amore, la verità o la pelle…

Dalla postfazione di Angelo Lumelli

**

Giusi Busceti è nata e vive a Milano. Ha pubblicato le raccolte Sestile (Corpo 10, 1991), A nucleo perso (LietoColle, 2007), la plaquette Buio selvatico (PulcinoElefante, 2017). Suoi testi sono apparsi in diverse antologie (“Perturbamento” e “Ombraluce”) e volumi critici (“Vertigine e misura”). Ha collaborato con le edizioni Corpo10 e con la collana di poesia Niebo. È ideatrice dell’Associazione Casa della Poesia al Parco Trotter di Milano.

IL SEME DELLE SERE A MAGGIO. Gianni Priano

1979

Il piccolo borghese che non sono

mai stato veramente chiede scusa

all’ uomo che la notte tra i cartoni

passa per rabbia o per religione.

Anche lui prova a chiedere perdono

a me che vorrei solo scomparire

ma prima con lui piangere e poi bere

litri di vino bianco, cancarone

che ti devasta; gloria, punizione

e poi allo sbirro che ci si avvicina

per controllare farglielo vedere

il bottiglione rotto che la faccia

quasi gli tocca. E quasi lo ferisce.

Il vagabondo che avrei voluto

in certi giorni essere, i capelli

corti e sul volto il colore forte

di fumo nero, ruggine e del sole

aspro di Sestri, Cornigliano, Roma

Londra e Grosseto, Arcachon, Pavia

chiede perdono al borghesuccio

pingue. Molle e acciaccato

che non è mai stato

pur invidiandone il torvo desiderio

di dissolvenza e pure di assassinio

nella mediocre divisa di uomo serio.

Il seme delle sere a maggio

A maggio i mattini sono strani

e strane le ragazze. A sessant’ anni

sono come metafore cattive

e vere e te la vedi proprio altrove

la vìta che hai vissuto troppo e male

e troppo poco e potevi fare peggio

a maggio di mattina l’aria frizza

sulla tua guancia c’ è la sua carezza

di un quarto d’ ora fa, di notte sogni

il nodo dell’antica timidezza.

Sono particolari le mattine

a maggio, in centro, è pieno di puttane

la notte e il giorno si sono prese il mondo

la vita e le ragazze le hai per figlie

la rosa che non colsi l’hai per moglie

quelle barchette di carta mentre piove

giù dal ruscello sono le tue voglie

ma è tardi amore sono già le nove.

Le sere a maggio hanno dentro un seme

un libro di preghiere, una bandiera

e le ragazze vanno, si sono messe in tiro

io resto e ad andare è il mio respiro.

Sanremese

Ogni portone è un arrivo

che lì non ci piove, che sali le scale

e ogni portone è un vicino

a cui chiedi l’olio, l’aceto ed il sale.

Ogni portone è un orrore

la bara che esce, che scivola via

e gli anni si mangiano tutto

lo sguardo, la voce sono archeologia.

Ogni portone ha un odore

che stagna, che vola, che non scordi più

non c’ erano inciampi, incertezze

ma solo il fiato e il cielo lassù.

E ore dentro un frullatore

nessuna lancetta ma vento e bufera

quella che ci stringe forte

appena comincia a fare sera.

Minuti che sembrano anni

il giorno smarrito come fosse niente

e poi l’indomani per strada

nessuna persona, moltissima gente.

Qualunque portone si chiude

si apre, a volte rimane sottile

la lama di luce che filtra

e vedi i limoni in mezzo a un cortile.

Qualunque portone è un abisso

un mare profondo, uno schianto

qualunque portone è un abbraccio

durezza di un bacio che soffoca il pianto.

Un vicolo cieco che ti porta a un muro

ai cocci aguzzi, ai licheni

alla guerra in faccia che abbiamo

bucati princìpi, memoria e i calzini.

Un porto container che riempie

un terreno malato di ferro e colori

di gru, topi, uccelli di mare

e forza lavoro, libeccio nei cuori.

Gianni Priano è nato nel 1962. La sua vita è giocata tra due altrove: il padre e la madre. L’ Aurelia che attraversa Voltri e le colline dell’ Alto Monferrato. Voltri è l’ altrove grigio metallizzato/ blu elettrico e i  Pliz (questo è il nome antico del posto in cui ha casa in Piemonte) versi, bianchi, azzurri, rosa, neri, marroni  gialli, rossi. Ha scritto libri di poesia, di racconti, recensioni per riviste di filosofia, canzoni e un saggio critico romanzata. A giorni  uscirà, con l’ editore Ladolfi, il suo ultimo libro intitolato Luce che passi sotto.

i

Gianni Priano

COME UN MOTTETTO A PIU’ VOCI. Caterina Galizia

di Caterina Galizia

Joaquin Desprez. Mottetto

Caro Marco,

guarda quali “battaglie de’ cavagli” o “fantastiche città” ho cavato da questo testo che conoscevo da tempo ma non nella versione odierna. Dico odierna in quanto potrebbe non essere quella di domani e mai e poi mai quella definitiva. Il concetto di immutabilità, infatti, è incompatibile con quanto l’autore pretende da una scrittura che lo rappresenti.

Il suo è un dire in divenire perenne, di difficile decodifica. L’unico aiuto possono darlo le costanti che, in una militanza di alcuni decenni, abbiamo individuato. Esse si rincorrono così come accade per i temi delle grandi composizioni polifoniche e vanno inseguiti nel loro comparire e scomparire all’interno delle singole voci.

Se osserviamo in sequenza le sei facce del cubo, vediamo come le due iniziali ci consentano un’esperienza quasi concreta di quell’ irraggiungibile che abbiamo tante volte incontrato nei versi di questo autore. Faccio qualche esempio preso da Le poesie e da Imago show: la cosa arretra davanti a chi la guarda e non partecipa di quello che ha acceso nei suoi occhi; l’indicibile, da parte sua, è il grande rimpianto del linguaggio che sa di non poterlo raggiungere senza lasciarci le penne; è il vuoto che vince (è l’assenza quella che “non va via”) e contemporaneamente dà senso al pieno (ogni piccola cosa la fa grande il suo vuoto) e potrei continuare a lungo. Qui, nel primo testo giganteggiano le groppe che ci galoppano davanti seminando relitti (“promesse dei sette cieli”) mentre nel secondo ci prende il capogiro: manca una parete. E’ stata tolta al cubo delle delizie che ne è rimasto accecato. Fughe, quindi, sottrazioni ed incontri mancati.
La terza faccia propone versi dal senso più sottile. Qui l’incontro c’è stato ma è quello tra l’amo e la bocca del pesce “ombra d’argento”: rimanda ad una violenza e alle sue ragioni. Il tema riconoscibile è l’assenza di giudizio. Nessuna pena, nessuna riabilitazione né cura. La valutazione è sospesa. Valgono le “buone intenzioni” dell’amo e anche della trota che, si suppone, accetti “con la scusa di esser viva”.

Ma le cose potrebbero andare diversamente. Come spesso avviene nei suoi scritti, Lumelli prospetta in contemporanea più possibilità di sviluppo. La seconda la troviamo abbinata alla faccia quattro dove le
“palpebre si chiusero” e “l’acqua scomparve per amore della sete”. Come non vedere un intento salvifico in questo sacrificio? Qualcosa, quindi, non c’è più e chi rimane è “ridotto ad esistere”, E ’l’ora di chiedere perdono, l’ora della “disunione che più ama”. Qui il sistema lumelliano collassa. Il movimento perenne, il fluire del pensiero in un tempo che Milli Graffi aveva definito “elastico” in quanto impossibilitato ad appartenere ad un preciso momento o ad una determinata realtà, si blocca davanti alla evidenza straziante del “mai più”. Ricordate in Pause: “mi saria tant cuntent at vedet ancou na vota”? E’ “il contatto che si oscura” e nel contempo “si ritrae”. Il ricordo perde colpi tentando una ricostruzione (“fino al buco degli orecchini”), ma non puo’ competere con la percezione. La vicinanza è “a brandelli”.

Alla fine del suo ultimo libro, Le poesie, nell’ultima pagina di “la porta girevole dell’hotel excelsior” Angelo ci (o si) fa una domanda; “il limite del linguaggio è l’esistenza?” Sono proprio versi come quelli che abbiamo letto assieme che sempre più mi convincono della quasi ovvietà della risposta: “ebbene si. L’unico limite possibile del linguaggio è l’esistenza”.

**

1.

scappa di corsa mandria di cose

groppe di bisonti invano

corrono impronte

dubitano silenziosi relitti

promesse dei sette cieli

2.

manca la parete verso strada

il muro di fondo è color pisello

uno scolapasta è ancora appeso

finito è il cubo delle delizie

la salvezza del quarto lato

3.

nessuno pensa

alle buone intenzioni dell’amo

alla concordia

con la bocca del pesce

volentieri si traveste l’amore

ombra d’argento nell’acqua

naviga la trota primitiva

nubile senso di nessuno

con la scusa d’esser viva

4.

stringere dilatare le pupille

fintanto che il cielo sarà viola

allora apparirà lo zafferano

sempre sotto pressione è la verità

giurano il falso pie figure

palpebre si chiusero

e avvenne un’altra cosa

l’acqua scomparve

per amore della sete

5.

in una scatola da scarpe

ci sono cartoline e foto in posa

ridotto ad esistere sta zitto

il chicchirichì dell’apparire

è l’ora di chiedere perdono

disunione che più ama

ombra che si allunga

nostra deposizione

6.

sempre si ritrae

il contatto che si oscura

vicinanza a brandelli

più amata figura

sempre ricomposta

nell’istante che fu vista

punto per punto

fino al buco degli orecchini

cotemporaneo amore

nell’intermittenza che si affida

se ancora ti avvicini

Angelo Lumelli

GUARDANDO VERSO IL MONTE TAISHAN. Diego Ignacio Muzzio

(traduzione dall’argentino di Monica Liberatore)

Otite

Con i timpani perforati

a causa di un’otite cronica

vissi per un po’ sotto il mare;

un sommozzatore perso

di ritorno al cielo.

La gente mi parlava ma non rispondevo.

Le montagne sembravano più blu.

Quando lasciavo il lavoro

fermavo la macchina al lato della strada

e fumavo guardando le nuvole.

Non sentivo il traffico

né i trattori che aravano i campi.

Gli alberi erano più verdi.

Pensavo a mio padre.

Nessuno aveva mai pensato a lui

in quel luogo così lontano dalla sua tomba.

Poi tornavo in macchina, mettevo in moto

e riprendevo il cammino.

Sul sedile posteriore mio padre

parlava per tutto il tempo,

ma non riuscivo a sentirlo.

Le mie orecchie erano piene della sua morte.

Finestre illuminate

Apre gli occhi. La mano gli cade sui libri

impilati accanto al letto, ne prende uno a caso

e legge una poesia: è come aprire una finestra

in una casa sconosciuta, dove arriviamo

di notte, persi, inzuppati di pioggia.

Ancora assonnato, il suo cervello organizza il lavoro.

Può prendere qualcosa dai sogni?

L’asino che cade dalla cima della montagna

o quella voce che, nell’oscurità, ripeteva:

la morte è una sedia in una stanza vuota.

Scrive. Corregge. Scrive di nuovo.

Il pomeriggio rivela la solita domanda

e, verso sera, pensa di trovare una risposta

in un altro libro aperto a caso:

devo scrivere poesie, uno dei compiti più faticosi.

Accende la luce. Si avvicina alla finestra.

Altre luci brillano in lontananza,

tra le cime degli alberi.

Alcune resteranno accese fino all’alba.

Java

Il vapore che sale dalla tazza evoca il profilo

di arcipelaghi dove la pioggia piega

l’ombra verde di una giungla. E poi,

vedi sulla sabbia una famiglia di tartarughe,

e più tardi solo i gusci vuoti,

ancora utili per nascondere i piccoli pesci

dalle fauci dei predatori più grandi.

E gli stessi pensieri tornano

con il torbido riflusso della marea:

la sorte che ti permette di fermarti, d’immaginare

viaggi improbabili come morire un minuto

scendere per disperdere il denso

banco di esche sul tuo lato.

E se tornassi nello stesso posto,

nelle stesse condizioni, e quanto della tua vita

saresti disposto a rinunciare per il dubbio privilegio

di nuotare in quelle acque; se di ritorno trovassi

certi oggetti oppure il tuo corpo cambiati

e la tua mano non reggessi più una tazza e la tua mano

fosse solo il dorso della mano attaccato a una mascella.

La luce non transige con le tenebre

e dovrai trovare una strategia che ti permetta

di attraversare la lunghezza del giorno, secernere un guscio,

un altro cielo sotto il cielo, per prevalere un tempo

sopra l’acqua che aspetta

che cada e si disperda la tua precaria architettura.

Flaubert osserva dei fenicotteri

Quegli alberi dietro la finestra:

come descriverli?

Senza dubbio cambiano con il passare delle ore,

la luce li trasforma in altri alberi

e l’assenza di luce li avvicina

a temibili creature sepolte nel fango,

accanto all’acqua. E questi uccelli, volubili

nella scelta degli angoli del fiume in cui scendono,

il disegno irripetibile delle nuvole,

o i tuoi piedi, che certamente saranno cambiati,

o il mare che non vedo da anni

e che lungo i chilometri di costa

rinnova il suo invito a immergerci nell’indistinto.

Ho avviato una guerra con il reale e il conflitto

occupa ogni minuto di ogni mio giorno.

Mi chiedi cosa ho dovuto sopportare

per arrivare dove sono.

Non lo saprai, né tu né gli altri, perché non si può dire.

La mano che mi bruciai increspandomi la pelle

è più insensibile dell’altra al freddo e al caldo.

Anche la mia anima è passata attraverso il fuoco:

ci si può meravigliare che non si scaldi al sole?

Qua e là i fenicotteri fanno dei buchi nel fango

dove lasciano un uovo bianco, a volte due.

Poi prendono il volo e si allontanano verso il mare,

sempre verso il mare.

I costruttori di moli

Lo specchio restituisce un’immagine della stanza

che in un altro specchio obliqua si ripete

lasciando un’onda nel mattino,

resti di una memoria da ricostruire:

la spiaggia, uomini che portano pietre

come se il lavoro mirasse a liberarli

una ad una di tutte le certezze, le ultime

speranze di costruire qualcosa sulla terraferma.

Il vento spazza la sabbia; le nuvole

cambiano forma e scompaiono.

Vado nel molo inconcluso

sorretto dalla linea verticale del mio scheletro

e quando arrivo alla fine alzo la testa.

La storia suggerita nel cielo

è di una semplicità atroce:

racconta ciò che il mare ha sempre sussurrato,

quello che posso aspettare sulla banchina

mentre si sciolgono le nuvole e scende la sera.

Guardando verso il monte Taishan

In due anni come bibliotecario

ho inserito novemila cinquecento titoli nel sistema.

Non solo romanzi ma anche

libri di storia, geografia, dizionari,

grandi libri illustrati, libri di cucina,

un po’ di filosofia e psicologia,

alcuni di religione,

ma la poesia, oh Ezra,

i libri di poesia sono stati davvero scarsi.

La poesia scompare dagli scaffali

come gli elefanti del pianeta di Platone.

Perché c’è qualcosa di esecrabile nel leggere poesia

ma molto peggio è scriverla;

tra le due proposizioni

nostra sorella, la luna

sale sul monte Taishan.

Nox

Se l’oscurità scivola sulle finestre

e insieme alla mia mano indugia

il fossile di una tazza di caffè, allora è già notte.

Non può sorprendermi che la notte arrivi.

Non dovrebbe. La notte arriva sempre.

Silenziosamente, spinta dalla schiuma

di altre notti dissolte alle sue spalle,

o forse al risveglio da un lungo riposo.

È sconcertante aprire gli occhi al buio.

Ma ora sarà necessario alzarsi, rifare il letto,

mangiare e restare svegli fino all’alba;

e pensare, sotto la luce della lampada, a ciò che è passato:

serate in cui il muscolo del braccio

tracciava nell’aria l’architettura della pesca,

una forma unica e mendace di eternità possibile.

Il sole conficcato nella nuca, ganci che sembravano d’oro.

E poi lasciare il molo con un vulcano

di latterini bollenti, pur sapendo che,

tre giorni dopo, i pesci inizierebbero a morire

molto lentamente. Pur sapendo che una mattina

troverei dieci squarci argentati nell’acqua stagnante.

Ora guardo le mie mani con lo stesso stupore di sempre.

Non hanno mai smesso di stupirmi, le mie mani,

neppure il pugno muto che trattiene

l’ordine momentaneo delle vene, delle mie ossa,

l’ordine della luce negli occhi sempre aperti

prima dell’imminente caduta della notte.

Diego Ignacio Muzzio

Diego Ignacio Muzzio,nato a Buenos Aires nel 1969, è narratore e poeta. Attualmente vive in Francia. Nel 1991 ha pubblicato il suo primo libro di poesie, El hueso del ojo. Nel 1996 ha vinto il Primo Premio di Poesia del Fondo Nacional de las Artes per il libro Sheol Sheol, pubblicato nel 1997 dal Grupo Editor Latinoamericano. Nel 2000 ha ricevuto il Primo Premio ispano-americano di poesia Sor Juana Inés de la Cruz per Gabatha, pubblicato in Messico dalla casa editrice Práctica Mortal nel 2001. Ha inoltre pubblicato: Hieronymus Bosch, Secondo premio per la poesia, Fondo Nacional de las artes, 2004 (Ediciones del Dock, 2005), Tratado sobre la ejecución de animales (Honoarte, 2008) e El sistema defensivo de los muertos (Hilos editora, 2012). Come autore di letteratura per bambini e giovani adulti, ha pubblicato La asombrosa sombra del pez limón (SM, 2005), Un Tren hacia Ya casi casi es navidad (SM, 2008), El faro del capitán Blum (Pictus, 2010), La guerra dei cuochi (Estrada, 2011), Lobo Buenaventura y los tres chanchitos (SM, 2014), e numerosi altri titoli. La raccolta Los lugares donde dormimos è del 2020. Ha pubblicato anche narrativa per adulti: Mockba (Entropía, 2007), Las esferas invisibles (ivi, 2015). Doscientos canguros è di prossima pubblicazione.

MIO MALGRADO. Bologna, Lumelli

MIO MALGRADO

Pietro Bologna

Angelo Lumelli

Galleria Lorenzo Vatalaro, Milano, ottobre 2018

M

scappa di corsa mandria di cose

groppe di bisonti invano

corrono impronte

dubitano silenziosi relitti

promesse dei sette cieli

IO

manca la parete verso strada

il muro di fondo è color pisello

uno scolapasta è ancora appeso

finito è il cubo delle delizie

la salvezza del quarto lato

MA

nessuno pensa

alle buone intenzioni dell’amo

alla concordia

con la bocca del pesce

volentieri si traveste l’amore

ombra d’argento nell’acqua

naviga la trota primitiva

nubile senso di nessuno

con la scusa d’esser viva

L

stringere dilatare le pupille

fintanto che il cielo sarà viola

allora apparirà lo zafferano

sempre sotto pressione è la verità

giurano il falso pie figure

palpebre si chiusero

e avvenne un’altra cosa

l’acqua scomparve

per amore della sete

GRA

in una scatola da scarpe

ci sono cartoline e foto in posa

ridotto ad esistere sta zitto

il chicchirichì dell’apparire

è l’ora di chiedere perdono

disunione che più ama

ombra che si allunga

nostra deposizione

DO

sempre si ritrae

il contatto che si oscura

vicinanza a brandelli

più amata figura

sempre ricomposta

nell’istante che fu vista

punto per punto

fino al buco degli orecchini

contemporaneo amore

nell’intermittenza che si affida

se ancora ti avvicini

Pietro Bologna

Angelo Lumelli

*A volte essere amici crea un terzo luogo. Immagini e parole qui non raccontano ma esistono e fluttuano in un paradiso di scura bellezza. Leonardo, scrivendo di Piero da Cosimo, così diceva: “Fermavasi talora a considerare un muro che lungamente fosse stato sputato, e ne cavava le battaglie de’ cavagli e le più fantastiche città e più gran paesi che non si vedesse mai”. (M.E.)

DI BIANCO SILENZIO. PIetro Bologna

2004-2005

Archivi di Azibul, Traversate fotografiche

Fotografie di Pietro Bologna

testo di Elio Franzini

Azibul s.r.l., 2005

Da:

Elio Franzini, di bianco silenzio

[…]

La fotografia diviene qui sforzo di conoscenza, tentativo di interpretazione conoscitiva della relazione tra l’uomo, la storia e la natura. Cogliendo gli aspetti “invisibili” di quest’ultima, quindi la sua essenza più segreta, ciò che l’occhio umano, senza l’intervento dell’artista, e della sua “sapienza”, non saprebbe vedere, la fotografia permette di conoscere la qualità delle forme, il senso veritativo del reale, che non si esaurisce nella sua “verosimiglianza”. D’altra parte, in questa indagine sui misteri delle forme, che vogliono afferrarne ciò che Klee chiamava gli “intramondi”. Le opere di Piero Bologna sono l’ingresso dell’uomo in un mistero, inafferrabile nella sua immanenza. Sono il simbolo di una ricerca segreta nelle cose, nel mondo, nei fenomeni che vogliono interpretare le forme generando forme nuove. È scritto a margine di uno degli ultimi disegni di Klee: “Bisogna che tutto sia conosciuto? Ah, non credo!”. Seguendo questa strada, e quasi ricordando le parole di questo grande artista, il lavoro dii Bologna offre con le sue immagini, allo sguardo e al pensiero, il senso profondo di un “silenzio che urla”. (Settembre 2005)

Piero Bologna, nato a Milano nel 1972, inizia la professione di fotografo nel 1990. Nel 1992 parte per la Germania dove svolge uno studio fotografico sul movimento nella danza alla scuola di Pina Bausch. Durante un soggiorno in Argentina matura un lavoro sull’identità. “Pagina bianca”, sequenza rituale autobiografica, viene esposta a Buenos Aires nel 1997 e a Venezia nel 1999. A Milano realizza “Bovisa” e “Rimedi”. Nel 2004 prende avvio la ricerca “bianco silenzio”. Dalla collaborazione con il poeta Angelo Lumelli nascono due lavori, “Mio malgrado” (2016) e “Ettaro” (2022).

Pietro Bologna

DUE OPERE. Chiara Romanini

Senza titolo, 1

L’impressione ispirata da questa fotografia è il movimento di una veste che dal buio si inventa come forma nuova, creando una “sur-realtà” che, se in superficie evoca le invenzioni del surrealismo, in profondità si mostra come velo immateriale, dalle vaghe forme selvatiche. Chiara Romanini esplora qui una terza via che varca il realismo dell’immagine e l’irrazionalità dello spettro ma si fa ponte in una “terra di mezzo” dove cosa vista e cosa fantasticata si intrecciano in un confine che deforma e trasforma la prospettiva tradizionale. Lo spettatore è guidato a cercare un proprio significato al multiverso dell’immagine, senza che questo significato ne esaurisca in modo esclusivo le potenzialità. L’ambivalenza dell’ìmmagine è perturbante perché rimanda a un senso ulteriore: l’”altra parte” di una realtà visibile, riconoscibile, heimlich, diventa invisibile, inquieta, unheimlich, come quando scopriamo qualcosa di estraneo là dove credevamo di trovare soltanto cose a noi familiari. Il “perturbante” è la dinamica di uno smascheramento: la possibilità di vedere il fantastico nel quotidiano, il “senso della possibilità” nei codici del reale. La capacità di pensare quello che potrebbe essere caratterizza la fotografia spettrale di Chiara.

Senza titolo, 2

La fotografia rappresenta un corpo femminile visto frontalmente: visibili il fianco, un dettaglio di seno, il braccio destro mutilato, la mano semiaperta, il pollice fuso alla gamba con disorientante naturalezza. Il resto del corpo è coperto da una sorta di treccia-intreccio che ricorda i lunghi capelli di una maschera tribale, sotto la quale nascondere/svelare la nudità originaria. Lo spettatore, catturato in una rifrazione di specchi, respira un’atmosfera arcaica, come se assistesse a qualche rito di cui vedesse solo l’immagine e non sentisse il suono. Ancora una volta Chiara Romanini sospende il tempo della percezione e persuade lo spettatore a inoltrarsi nel “racconto segreto” del suo autoritratto, come ci si inoltra nel folto di una foresta ignota. Per nascondersi è necessario svelarsi e per svelarsi è necessario nascondersi: ridefinire in termini metaforici e non metafisici il problema essere-apparire significa indagare il doppio aspetto della maschera e del velo come identità dell’io. O la maschera è opaca e ci nasconde totalmente, rendendoci segreti. O è anche velo, e di quel segreto trapelano frammenti, riflessi, allusioni. Il corpo seminudo di Chiara, il pollice fuso alla carne del fianco, le trecce selvagge ordinatamente composte, emana una conturbante ambivalenza.

(M.E.)

Fotografie di Chiara Romanini

SCOLPIRE IL TEMPO. Blum, Comoglio

Jacqueline Schulhof Blum, Scolpire il tempo. Memorie di una vita, a cura di Annalisa Comes, Castelvecchi, Roma, 2022

Nota di lettura di Silvia Comoglio

La luminosità che si effonde da Jacqueline Schulhof Blum è di una speciale bellezza ed eleganza. La stessa bellezza ed eleganza che Jacqueline infonde nelle sue sculture. Figure in marmo di Carrara o in pietra di Borgogna che si incuneano nel tempo definendolo e orientandolo perché quelle figure sono la memoria, l’essenza di Jacqueline. E non è un caso che Jacqueline non si sia mai separata dalle sue sculture. Separarsene avrebbe creato una linea di frattura tra Jacqueline e la sua memoria e questo non è possibile, non è ammissibile, per chi come Jacqueline non può cessare di appartenere a se stessa e a chi ha amato e gli è stato sottratto dall’orrore della guerra e dei campi di concentramento.

Jacqueline vive ad Amiens e ha quattordici anni quando nel 1939 viene dichiarata la guerra e cominciano i bombardamenti tedeschi, diciassette quando nel 1942 arriva l ’obbligo per gli ebrei di portare la stella gialla con la scritta “juif”. Ed è sempre nel 1942 che Jacqueline con la nonna Louise e il fratellino Pierre viene internata prima a Poitiers e a Drancy e poi a Pithiviers. Sarà il padre di Jacqueline, Raymond, ad ottenerne la liberazione dopo mesi di trattative e l’esborso di molto denaro. Il 4 gennaio 1944 i tedeschi bussano alla porta della famiglia di Jacqueline. “I miei genitori capiscono subito. Mentre mio padre si avvia alla porta, mia madre sale veloce al primo piano, apre silenziosamente la finestra, mentre giù i colpi alla porta d’ingresso si fanno più forti, ʻandate!ʼ, ci spinge fuori e richiude la finestra. È ancora buio. Il freddo è glaciale. Nessuna parola, è troppo pericoloso. A tentoni passiamo per i tetti e raggiungiamo il muro che dovremo saltare. È alto più di tre metri. Sono riuscita a prendere un cappotto. Ginette e Pierre sono in pigiama”.

Jacqueline con Pierre e la sorella Ginette riescono a salvarsi, mentre il papà Raymond, la mamma Lucie, il fratellino Georges e la nonna Louise vengono arrestati e non faranno ritorno da Auschwitz. All’annuncio della vittoria nel 1945 è “la gioia folle per le strade. Le urla, i canti. La gente si abbraccia ridendo. Non noi. Noi non riusciamo a gioire, né a cantare, né a ridere. Il nostro dolore è immenso. È una pietra sul nostro cuore. Non ci consoleremo mai”.

Malgrado tutto la vita va avanti. Il lavoro, l’incontro con Pierre Cahen, il matrimonio nel 1948, la nascita dei figli. Ma c’è un’altra dura prova che attende Jacqueline. “Pierre muore di cancro il 25 maggio 1952. […] Non riesco neanche a piangere. A casa devo farmi forte, sorridere, giocare. Con i bambini partiamo una settimana per Berck Plage. Al ritorno la vita riprende. Mi dico che forse un giorno riuscirò ad essere felice”.

Essere felice. Voler essere felice. Un imperativo per Jacqueline. Un imperativo che diventa concretezza quando “arriva Francis, quasi un miracolo!”. Il matrimonio, la nascita di Jean-Gilles e di Frédéric. E “oggi sono nonna di nove nipoti e bisnonna di dodici bisnipoti…”. Un imperativo, si è detto, il voler essere felice, un imperativo che si realizza in almeno altri due incontri ancora, quello con la scultura e quello con Annalisa Comes.

Dopo essersi cimentata a lungo con il disegno prima a Roma e poi a New York, Jacqueline nel 1975, attratta e affascinata dalla pietra, comincia a lavorarla. Ed è modellando la pietra, creando e forgiando opere in marmo e gesso, che Jacqueline scolpisce il tempo, lo riempie di sé e della sua memoria. Lo ferma, il tempo. Gli si impone imprimendo alla pietra una forma che coincide con il pieno disvelamento del suo mondo interiore. Attraverso la pietra e le sue sculture Jacqueline salva e preserva se stessa e chiede a noi che guardiamo le sue opere di continuare a custodire la sua memoria, e lei, Jacqueline.

Scolpire non è quindi per Jacqueline un semplice fatto artistico ma piuttosto ciò che racchiude l’unicità e la singolarità della sua memoria e la pietra, a sua volta, non è semplice materia lavorata, ma un movimento, una trasposizione del pensiero e dell’essere di Jacqueline. Un donarsi, anche. Sculture, dunque, quelle di Jacqueline, come accadimento della e per la memoria. Un poter dire in cui si disloca e condensa come un raggio di luce la memoria di Jacqueline. Quella stessa memoria che a cominciare dal 2020 sarà accolta in forma di scrittura da Annalisa Comes.

Jacqueline e Annalisa. Si incontrano nel 2010, in Francia, al Centro culturale Le Colombier di Ville-d’Avray dove Annalisa insegnava Italiano. Un incontro che si trasforma presto in un forte legame affettivo. In un dialogo in cui Jacqueline affida ad Annalisa la sua memoria, anche quella parte di memoria che non ricorda, che non è in grado di ricostruire. E Annalisa accoglie la memoria e le sue mancanze. Con una cura profonda. E “allora – scrive Annalisa – anche i frammenti di una memoria dolorosa arrivano alla superficie con una naturalezza, una pacatezza e un’eleganza, aggiungerei, che non li snatura, ma li distilla, rendendoli puri, trasparenti e brillanti come diamanti. Ogni parola si può raccogliere nella mano come pietra preziosa, ogni parola si può accarezzare, di ogni parola si può ammirare la luce, anche al buio”.

Jacqueline Schulhof Blum, Scultura
Jacqueline Schulhof Blum, Scultura

Jacqueline Schulhof Blum al lavoro

Due donne, Jacqueline e Annalisa, di epoche diverse. Che dialogano insieme. Che ripercorrono le vicende familiari di Jacqueline. Che si interrogano insieme sul periodo più tragico e buio del Novecento. Un dialogo da cui nasce Scolpire il tempo, non un libro, ma il dispiegarsi di una memoria autentica e interrogante, una memoria che si oppone allo scorrere del tempo incidendolo nello stesso modo in cui con uno scalpello si incide e modella il marmo di Carrara. Un incidere che si fa ed è apertura universale perché questa incisione è un chiamare in causa chiunque guardi le sculture di Jacqueline o legga le parole preziose di Jacqueline diventate scrittura per mano di Annalisa. Un chiamare in causa che è e deve farsi sinonimo di accogliere e custodire. Esattamente come fa Jacqueline in una foto degli anni Trenta, ora sulla copertina di Scolpire il tempo, che la ritrae felice e emozionata mentre tiene un uccellino tra le mani.

Annalisa Comes

Silvia Comoglio