SEMPRE OLTRE. Massimo Barbaro

Nei suoi Cahiers e nelle Entretiens, E.M. Cioran ha spesso avuto parole di disprezzo per i critici e la critica, giustamente accusati di distanza, inconsistenza, astrattezza, inautenticità, e, in definitiva, di incapacità rispetto a qualsiasi opera. È anche per questo motivo che mi astengo dalla critica, eccettuati i lavori di amici o autori che per qualche motivo conosco personalmente. In qualche raro caso ho accettato di recensire libri “su commissione” – scrivendo per riviste e altri progetti collettivi succede – ma anche in questo caso la recensione è diventata causa di amicizia, anche se con la distanza e la sporadicità del tutto normalissime nel caso di autori illustri. Ad ogni modo, mi accosto sempre alla critica in senso kantiano, fenomenologico, ontologico, e non crociano o lukacsiano. Scrivo solo se i libri altrui costituiscono pretesti per dire cose che mi appartengono, scrivo di libri quando me ne sono appropriato, da una distanza estrema, e non solo da ogni intento valutativo.

Una profonda amicizia e qualche complicità letteraria mi legano a Marco Ercolani. Ciò nonostante, mi sono accinto a scrivere del suo Sentinella, apparso nella Collana di poesia contemporanea delle Edizioni Carta Bianca (Bazzano, 2011) dopo più di un anno. Per un preciso motivo, di cui accennavo in una conversazione con Stefano Massari, che della piccola casa editrice emiliana è animatore: il lavoro poetico di Ercolani, il secondo dopo Il diritto di essere opachi (Milano, La Vita Felice, 2010, prima opera in versi e sistemazione di un lavoro poetico più che decennale), rende inutili e impubblicabili le 200-300 pagine in diversa misura già limate e composte che chiunque maneggi la poesia e non sia affetto da esibizionismo compulsivo tiene da qualche parte in un file, versione moderna del “cassetto del poeta”.

Scrivere poesia dopo Sentinella di Ercolani non è più possibile. Ci sto pensando seriamente. E questo libro aggiunge motivazioni più elevate e oggettive a quella che potrebbe essere solo una scelta frutto di un’elaborazione o di una vicenda personale. Quella serietà richiedeva tempo. Ercolani ha spinto la poesia al suo limite estremo, oltre il quale non è lecito andare. Quello della liceità non sarebbe un problema. È che proprio oltre quel limite non è possibile andare. Ci si potrebbe interrogare su quale bisogno ci sia di dover andare poeticamente sempre oltre, ma inutilmente: il poetico – ha ragione a dirlo Bertoni, e da tempo – non è il dominio dell’intimismo e dell’introspezione, buon discrimine della poesia per diletto, bensì lucidità cioranamente intesa, sentenza che nessuno ha pronunciato, condanna autoinflitta, accettazione di destino, inconsistenza vincolante. Che senso ha più scrivere versi? Il secolare dibattito e l’evoluzione della ritmica, della metrica e delle forme, l’influenza pur vitalissima della gnomica appaiono distanti, fuori luogo. Ecco: il luogo. Il luogo della poesia conserva ancora un barlume di vigenza:

«Disegno sul muro con temperini spuntati, città inutili e favolose, composte di nuvole o di foglie. Di quelle città, dove sono sveglio e dove dormo, sono io la sentinella».

E subito dopo:

«Le vedo, circondano il precipizio: sono montagne reali» [p. 6].

La follia, l’arte, la rappresentazione linguistica e simbolica, la materialità, la quotidianità, il lavoro, la salute, la malattia e il limite. Il limite, sempre. La materialità e la vita, cose che hanno a che fare con la spazialità e la temporalità. Il luogo. Dove temporalità e spazio sono indistinguibili, dove il limite cessa di essere demarcazione visibile, esterno, per apparire fugacemente per quello che è: segno interno, linea tracciata sull’acqua. Le città disegnate sui muri sono quelle che abitiamo. In realtà, abitiamo muri. Divisioni, distanze, misure terrene dell’incolmabilità, voragini, abissi, quotidianità, abitudini, comodità illusorie. Montagne che circondano il precipizio. Sono montagne e precipizi reali. Il deserto del reale. Benvenuti nel «deserto del reale». Ma in quel deserto non siamo benvenuti.

«Non conoscere le risposte e non comprendere le domande: sapere. Ogni realtà rinvia a realtà ulteriori, tangibili come la polvere nell’aria. Se la luce che arriva sul foglio fosse tanto forte da cancellare le parole…» [ivi].

Ha fatto benissimo Massari a ritornare al progetto originario, dopo un tentativo di composizione tradizionale del testo in consueti versi aderenti, accorpati, divisi dal salto pagina. Il luogo del testo di Ercolani comincia proprio nella pagina, si sarebbe tentati di evocare un’ecologia poetica se, come dicevo poc’anzi, non nutrissimo riserve per le categorie della critica. Il respiro spezzato. La sentenzialità quasi epigrammatica, semmai. Ma guai a parlare di laconicità o di poème en prose. Il dubbio di Massari di fronte alla pagina di Ercolani testimonia il disorientamento di un poeta, un altro, quale Massari è, molto attento alla cifra della propria scrittura (al punto da usarla perfino nella corrispondenza privata…). Senza alcun dubbio la scrittura di Ercolani spinge il poetico al limite proprio nella misura della brevità, una brevità densissima e capiente. La spaziatura doppia tra un’isola e l’altra (solo i primi due testi della sezione Il miraggio cieco si sottraggono, inspiegati, a questa scelta stilistica) si attraversa con un senso di ingiustizia. Si abbandona con riluttanza il testo che precede, si sprofonda nel successivo, si potrebbe continuare, ma ci si ferma. Si torna indietro. Percorso difficilissimo, metafora elevatissima di ben altre (e alte) aporie, ma lettura agevolissima, leggerissima. La stessa facilità dalla quale non smetteremo mai di mettere in guardia. Ancora una volta la dimensione tipografica si presta; a proposito dei libri di Carta Bianca non smetto di sottolinearne la costitutività del materico: l’esilità, il corpo tipografico minuto, la portabilità, che anche questa volta si rivelano essenziali al testo. Neppure il «pensare breve», la scrittura aforismatica, che da tempo indico come unici orizzonti possibili, possono perimetrare il luogo che Ercolani delinea. Un luogo non solo oltre cui è difficile andare, ma anche un luogo da cui è difficile, se non impossibile, tornare.

Rischiando di essere tacciato di banalità, non posso fare a meno di accostare questa difficoltà del ritorno a un’altra visione di deserto del reale, quella del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. La banalità è data dalle assonanze e somiglianze dei luoghi. Ma in questo caso i luoghi diventano topoi. Assonanze e somiglianze, apparenti. Del romanzo di Buzzati è forse possibile oggi isolare alcuni nodi, in modo del tutto autonomo dalla lettura prevalente, da una prospettiva del tutto particolare. L’affacciarsi sul niente, l’attesa del niente come metafora della mancanza di senso e inutilità ontologica e esistenziale, l’indifferenza di trovarsi al mondo; l’inutilità, e tuttavia la coazione a dedicarvicisi, tracciano i solchi di uno scetticismo stoico e post-esistenzialista. Le alternative città/avamposto, facilità/difficoltà, viltà/eroismo, fuga/resistenza possono essere estremizzate – se non ora, quando? – come antinomia suicidio/vita: la scelta stoica di restare al proprio posto, pur insensata e inutile, è l’unica che può farci ritenere di trovare quello stesso sorriso di Drogo di fronte alla morte. (Ma posso – pur sempre – sbagliarmi).

Nessun estremismo abita la cittadella di Ercolani. Più che in una fortezza, i turni di guardia che si snocciolano nella traccia del tempo avvengono in luoghi della pietà, una pietà sempre più scettica e disillusa. Non è solo pietà per un’umanità sempre sofferente, di mali vecchi e nuovi. Pietà per le parole, per inchiostro e carta, per chi impiega tempo assurdamente, inutilmente, senza senso alcuno, lasciando tracce.

«Questo foglio è sempre stato bianco. Lo sarà anche dopo la mia scrittura».

«[…]Annotare impressioni. Essere su questo pianeta e fingere di non esserci. Ma, dopo, esserci veramente come chi trasforma le nuvole passeggere del suo mondo parallelo in un mondo reale documentato da atlanti, strade, nomi, percorsi e che non smetterà mai di esplorare – vero, sporco, imperfetto, sonoro, opaco, luminosissimo. Scia di parole. Cosa tenera e viva». [p. 18]

Dio (o chi per lui, o cosa) solo sa se da questi turni di guardia mai troveremo merito.

(2012)

Marco Ercolani, Sentinella, Bazzano, Carta Bianca, 2011, € 12.


CONGEDO. Giorgio Galli

Giorgio Galli (Foto di Chiara Romanini)

Gentile dottore,

ho deciso di rinunciare al suo aiuto. Il motivo della mia decisione non le piacerà, ma la prego di rispettarla e di non cercare di convincermi a tornare indietro.

Vede, io ho studiato letteratura su libri di testo in cui le critiche avevano un’impostazione psicanalitica: così, se Pascoli parlava di un fiore, quel fiore doveva simboleggiare gli organi genitali di una donna e alludere all’impossibillità per il poeta di vivere un rapporto d’amore. Tutto questo ha avvelenato la mia crescita inducendomi a pensare che la letteratura fosse una malattia. Troppo tardi ho capito che la mia malattia non aveva niente a che fare con la letteratura: troppo tardi, quando già mi ero preso responsabilità familiari e di lavoro che mi impedivano di ricostruire quell’amore giovanile e di portarlo avanti. Per colpa della sua disciplina ho perso quella porzione di bellezza che avrebbe potuto migliorare la mia vita.

Ricorrere a lei per scoprire la mia vera natura è stato un errore nell’errore. Ormai sono convinto che la vera personalità di un uomo sia quella pubblica. Il Novecento e la sua disciplina ci hanno abituati a scavare nell’inconscio delle persone rendendole tutte uguali, i grandi come i meschini, perché nell’inconscio siamo più o meno tutti uguali. E’ nelle manifestazioni che emergono le nostre differenze, le nostre più profonde individualità. Nel modo in cui modelliamo la materia magmatica del subcosciente per farne vita. E allora chi, come me, è in cerca di un’identità non la troverà mai in quel rutilante materiale di base. La troverà fuori. Si deve essere superficiali per profondità, diceva Nietzsche. Per questo io rinuncio alle sue cure. Per questo penso che, per conoscermi meglio, d’ora in poi vivrò solo in superficie.

Non creda che non le sia grato per il lavoro fatto fin adesso.

Cordiali saluti,

AFORISMI. Alda Merini

Aforismi*

A volte Dio

uccide gli amanti

perché non vuole

essere superato

in amore

*

Sono piena di bugie

ma Dio

mi costringe

a dire la verità

*

La vera misura

dell’uomo

è la pace

*

Dormivo,

e sognavo

che non ero

al mondo

*

Ciò che lega

la parola del poeta

è il turgore segreto

del suo potere nascosto

*

Sono molto

irrequieta

quando mi legano

allo spazio

*

Non sempre

si riesce

ad essere

eterni

*

Ci sono notti

che non

accadono mai

*

Qualche volta

il nostro angelo migliore

depone le uova

*

Non si sa mai

quanto sia lunga

la lingua

degli innamorati

*

Se Dio mi assolve

lo fa sempre

per insufficienza

di prove

*

Gusto il peccato

come fosse

il principio

del benessere

*

Il poeta

che vede tutto

viene accusato

di libertà

di pensiero

*

Le libellule

riposano

su un fianco solo

*

Non mi lascio mai

escludere

dal mio io

*

La calunnia

è un vocabolo sdentato

che quando arriva

a destinazione

mette mandibole di ferro

*

Il veliero

del mio canto

è fatto

di motori

e spugne

*

Non sono

una donna

addomesticabile

*

Sono stanca

di sentirmi

inventare

*

Io amo perché

il corpo

è sempre

in evoluzione

*

La veste

è il fogliame

dell’uomo

che copre

la nudità

del suo respiro

*

Dietro ogni

libertà sospirata

c’è in agguato

una belva

*

La lobotomia

è il tocco finale

di un grande

parrucchiere

**

Questi aforismi di Alda Merini sono una scelta

fatta tra le centinaia stampati nei libriccini del Pulcino

in quattro anni di assidua frequentazione.

Autentiche perle dettate al telefono

o al tavolo di un bar del Naviglio.

I ritratti invece sono nati casualmente

da una mano non abituata al disegno,

per ricordare gli amici come in un gioco.

Alberto Casiraghy

*I testi sono tratti da: Alda Merini, Aforismi, Edizioni Pulcinoelefante, 1996.

PAESAGGIO CON VIANDANTI. Barbaro, Ercolani

Paesaggio con viandanti

di Massimo Barbaro e Marco Ercolani

Un’amicizia eretica. Riconoscersi in un amico, in un suo gesto. Con le parole e con la negazione delle stesse, come se l’altro fosse sempre lì, a prendere il senso nel momento stesso in cui uno lo lascia andare.
Eppure ad ogni sosta, ogni contemplazione, ogni tentativo di azzeramento, di tensione verso l’orizzonte, la vita erompe, eccede, con i suoi gesti, i suoi desideri, i rumori.
L’aforisma diventa la forma in equilibrio, tra il dire tutto e il non dire niente, quella centratura che tiene il passo.
Una lettura che scaraventa sui muri della stanza, in continua opposizione tra la stanza e il fuori. Tra la stanza, la pagina, il chiuso, un osso dove sbattere le mani. E la natura che spalanca e respira, il sole il bosco il cielo il vento. Non un’opposizione, un ossimoro perfetto.
Come il dentro e il fuori, il muro e lo specchio, la luce e l’ombra, l’infinito e il limite. Il silenzio e la parola. Sono ossimori che ci definiscono: solo su entrambi gli estremi, possiamo muoverci e pensare.

(dalla Prefazione di Paola Turroni)

Paesaggio con viandanti*

Black & White

Scrivo perché il muro nero della scrittura diventi il bianco di ciò che non sono ancora stato.

Ritorno a Eleusi (necessità, virtù)

Piove. Le gocce che cadono giù lungo il vetro lo fanno come versando latte ad Ananke nel tempio di Corinto. Ogni volta che sollevo lo sguardo dal foglio o dalla tastiera, mi dico: basta. Asciugo l’orlo del kernos. È vuoto.

Vedere chiaro

Talvolta non scrivere rende sereni e permette di sognare. Ci si vede meglio al buio che nella luce delle parole. Tutto è molto più leggero e tacere sembra l’atto meno oltraggioso.

Pagina bianca

Sulla pagina, quello che non sono mai stato e quello che non sarò mai si incontrano, si guardano e si allontanano, senza dirsi una parola.

Non scrivere, non dire. Non fare. Il nulla andrebbe rivalutato.

Una scheggia

Ma non è forse inevitabile narrare sempre la nostra ferita? Se siamo certi di questo, il nulla non è vago: è una scheggia del nostro specchio.

Notte luminosa accecante

La certezza di non sapere, che da sola è già filosoficamente intrigante, entra nell’introspezione: la certezza di non sapere chi sono. Siamo più di quanto possiamo sapere. Forse abbiamo più vite – questo di solito inquieta… gli altri – ma certo abbiamo più vita di quanto la vita possa contenere. E questo causa – negli altri… – il dolore del distacco. (So cosa vuol dire; la morte nel cuore…). Ma ora la serenità.

Sto nel tempo, nello spazio. Guardo al tempo e allo spazio. La coscienza dell’essere (sulla lastra, trasparentissima del non-essere). La certezza di sapere. Che è solo questione di tempo, di spazio. Luoghi dell’aperto. Attimi che si dilatano. E traboccano la vita.

Il liberatore

Gli sarebbe piaciuto trovare, dentro il muro, dentro le sue pietre, la parola giusta, quella che avrebbe potuto liberare i prigionieri che avevano subìto il muro come un carcere. Non sarebbe servito trovarla – non a loro, ormai polvere – eppure (se le parole sono semi, se i muri non smettono di esistere…) è fondamentale trovarla.

Il salvatore

Schiavi incatenati nella caverna. Uno di loro intuì. Si liberò, corse fuori. Conobbe. Il primo pensiero fu per i suoi compagni. Tornare; spiegargli.
Così fece. Non gli credettero.

Doppelgänger

Sono seduto a uno spettacolo, in platea. Mi chiamano per rianimare una persona. Io mi alzo scocciato; lo vedo accasciato su una poltrona, svenuto, farfugliante, palesemente ubriaco. Lo prendo per le spalle, lo sveglio. Poi ritorno il mio posto. Qualche minuto dopo lo stesso uomo, sobrio e sereno, mi riporta la mia cartella, quella che avevo dimenticato al suo fianco.

L’opera

Per scrivere è necessario che il libro diventi un sogno da modellare.

Scrivere brevemente ciò che osiamo sognare.

Resta il bisogno di un cielo leggero e muto, di un pino unico e mai visto.

Vedersi allo specchio, padri del proprio riflesso. Tornare a sperare che non sia accaduto nulla.

Certe grida: la loro febbrile inesistenza.

Oltre la linea d’ombra c’è una linea d’ombra che arriva da una luce inconcepibile. Ora dobbiamo solo metterci in viaggio.

Un capolavoro

Di ritorno dal viaggio che non ho mai fatto, apro la porta, e esco.

L’aperto. Si esce dalla vita per entrare nello spazio e nel tempo.

L’infinito, e l’infinitesimo. E nel mezzo dell’illimite, noi, a confermare la regola.

Astrofisica. Il silenzio: materia oscura, energia oscura; la parola: lo spettro del visibile.

Ritratto: oggetti Messier, ammassi, nebulose, galassie. Varianza cosmica. Vale a dire: io, ripreso da lontano.

*I testi sono tratti da: Marco Ercolani e Massimo Barbaro, Paesaggio con viandanti, Joker, 2015.

GOSSIPS SU MANET. Stéphane Mallarmé

Éduard Manet, Portrait of Stéphane Mallarmé, 1876, Musée d’Orsay

Gossips su Manet*

Artistic gossip

Ogni tanto alcune visite nei grandi atelier di Parigi offrono motivi di interesse. Manet, di cui si può vedere in questo momento, nel meraviglioso studio londinese del suo compatriota Tissot, un Coin de Venise, prepara un ritratto in piedi e a grandezza naturale di Faure in Hamlet, che verosimilmente è destinato a un’esposizione inglese. Ma forse una delle note più britanniche che il pittore abbia trovato si manifesta in uno dei suoi due quadri già finiti per il Salon del 1876: Le Linge (in cui, stagliandosi en plein air sull’ombra trasparente causata da un fondo di verzura, una signora, in abito da mattino, lava da sé, in un giardino di città, e fa asciugare al sole un bucato imbevuto di luce); l’altra tela è un ritratto in piedi, reale come un’incisione di moda ingrandita, e seducente come la vita stessa, di una giovane in abito da passeggio, un vestito di seta nera senza scialle né mantello e un cappello di feltro con piuma nera. Poche cose, nella pittura contemporanea e persino nell’opera del maestro, recano un sigillo così decisamente moderno.

* * *

[Fine-art gossip]

Da due anni Manet ha tentato di dare, quale maestro e precursore, la nota esatta del movimento moderno della pittura francese (di cui si trova a capo) in grandi studi di plein air. Tutti hanno visto all’ultimo Salon di Parigi e vedranno all’esposizione della Society of French Artists di Londra il quadro intitolato Les Canotiers; l’invio del pittore al Salon del 1876 ha appena lasciato il suo atelier, ed offre il complemento dello sforzo tentato un anno fa. Titolo: Le Linge. Su un fondo di verzura e di atmosfera azzurreggiante delimitato da un giardino di Parigi, una signora in abito azzurro lava, per passatempo, quel che della sua biancheria non è già steso ad asciugare nell’aria trasparente e tiepida: un bambino emerge dai fiori e guarda il bucato materno. Il corpo della giovane è interamente bagnato e quasi assorbito dalla luce, che lascia sussistere di lei solo un aspetto ad un tempo solido e vaporoso, come vuole il plein air a cui oggi tutti tendono in Francia: il fenomeno si produce principalmente nei riguardi delle carni, macchie rosa mobili e fuse nello spazio circostante. L’opera, sorprendente in sé e dotata del massimo fascino, offre all’avvenire une delle date più decisive dell’Arte contemporanea. Speriamo che percorra poi la stessa strada della precedente, e venga ad iniziare l’Inghilterra a tutto un nuovo modo di percepire e di dipingere che, fra pochi anni, sarà tipico del continente.

* * *

[Fine-art gossip]

Uno dei quadri inviati al Salon di pittura da Manet, Le Linge, segnava, come abbiamo detto, una data nella carriera del pittore e al tempo stesso una delle evoluzioni dell’Arte moderna. La giuria, cedendo alla considerazione erronea che il proprio ruolo fosse, innanzitutto, quello di mantenere una tradizione, ha creduto doveroso respingere, quest’anno, il doppio invio del Maestro: un buon atto di guerra forse, ma che pecca in quanto il pubblico può esigere che non si sottraggano al suo giudizio definitivo le prove di una causa estetica pro e contro la quale si è appassionato già da lunghi anni. Manet l’ha intesa così e si è preso a cuore il fatto di rendere la folla testimone degli sforzi da lui compiuti, organizzando nel suo atelier un’esposizione delle due tele, che, dal 15 aprile al primo maggio, diverrà uno dei luoghi d’incontro più frequentati della Parigi che pensa, esamina e critica.

(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)

* I tre pezzi qui raccolti (il titolo complessivo è nostro) sono tratti da S. Mallarmé, Œuvres complètes, vol. II, Paris, Gallimard, 2003, pp. 427, 438-439. L’autore li ha scritti, fra il 1875 e il 1876, per la rivista inglese «The Athenaeum», ma solo il secondo vi è stato pubblicato, in data 1 aprile 1876, mentre gli altri due sono rimasti inediti. Com’è noto, in inglese gossip significa «chiacchiera», «pettegolezzo». I quadri di Édouard Manet a cui Mallarmé fa riferimento sono, nell’ordine, Le Grand Canal à Venise (Il Canal Grande a Venezia), 1875; Jean-Baptiste Faure dans l’opéra «Hamlet» d’Ambroise Thomas (Jean-Baptiste Faure nell’opera lirica Hamlet di Ambroise Thomas), 1877; Le Linge (Il bucato), 1875; La Parisienne (La parigina), 1875; Argenteuil, 1874. [N. d. T.]

I “Gossips su Manet” erano già apparsi online in “Biblioego”, 2008.

L’OCCHIO E LE PAROLE. PER BERNARD NOEL. Lucetta Frisa

L’occhio e le parole. Bernard Noël

di Lucetta Frisa

«Sempre legata alla corporeità, la mia scrittura si sviluppa da “scrivo quello che vedo” a “quello che scrivo mi vive”. Questo percorso si realizza con naturalezza. Obbedisce allo sviluppo della mia coscienza che, intensificando la sua percezione primaria, giunge a creare, nel suo centro, la facoltà della vista nello stesso momento che vede. Appare, in tal modo, una funzione di sintesi in cui l’organo è una specie d’occhio centrale – un occhio che, attraverso la visione simultanea del contenuto dello sguardo e del processo del guardare, crea un nuovo modo d’indagine e di conoscenza. Questa conoscenza è, simultaneamente, tanto il sapere quanto il sapere di sapere che, dall’occhio da cui è sorto, fino al centro del “conosciuto”, mette in circolo un movimento di scambio che è organico come un qualunque circuito nervoso. Questo movimento assume il ruolo di un sistema nervoso, nel senso che non si accontenta solo di mettere in rapporto, ma sa controllare, autocontrollarsi e informare. Da qui, il fatto di vedere e di vedermi mentre vedo diventa un fenomeno fisico indistinguibile dagli altri, se non per la sua acutezza e il suo potere di concentrazione. Da questo momento, non mi definisco più in rapporto a un “interno” e a un “esterno”, ma, sinteticamente, io sono tutti e due. Sono tutti e due perché li comprendo in me. La scrittura è l’espressione di questo “io sono tutti e due” in cui trovano una tale coincidenza il mio pensiero, il mio sguardo e la mia carne (il mio Io, la mia Coscienza e il mio Me stesso) che manda in pezzi tutto il vecchio dualismo in quanto non ha più nessun senso. Io sono. Sono questo occhio aperto al centro della mia coscienza, e mai niente è stato così chiaro di questo sguardo inseparabile dal mio corpo. Il mio corpo è al tempo stesso guaina e focolare di questo sguardo, ma non produce la sua materia se non per pensarla. E ora so che non c’è mezzo di pensiero, non c’è un Io-da-pensare, che sarebbe lo spirito, ma tutto il pensiero scaturisce e si ascrive al culmine di questo lavoro materiale, lavoro del corpo che esprime questo pensiero nel corso del guardare come ho cercato di descrivere e che è l’unica sorgente delle parole (Gennaio 1956).

Nota 1

La minima carne, in me, ha la sua rétina.

Il minimo gesto, la minima immagine e

il mio sguardo al suo estremo hanno una rétina.

L’ombra va in mille pezzi.
Ovunque non c’è chiusura.

Nota 2

Poter passare,

poter dire a domani o a dopo,

poter dire ieri o anticamente,

era questa l’ombra degli organi.

Ora, tutte le facce del volume sono visibili

allo stesso tempo.

Ora,

eccomi in un mondo dove le palpebre

servono solo per dormire.

Nota 3

Centro del centro del centro,

a perdita d’occhio,

ma l’occhio mai si perde:

un altro occhio gli dà il cambio

lo guarda

lo obbliga ad auto-guardarsi

moltiplica il suo potere.

Occhio nell’occhio,

occhio corpo dell’occhio,

occhio osso del tempo.

Ho scelto questo brano in prosa e queste tre poesie (che Noël chiama note) perché appartengono a Le lieu des signes, scritto nel 1956 (oggi pubblicato in Unes Editions, 1988), dove sono raccolti i primi testi di Noël e da lui considerato, a tutti gli effetti, il suo primo libro. È dunque un volume fondamentale per avvicinarsi a tutta la poetica di Noël, che qui mostra le proprie basi, già perfettamente strutturate, per poi amplificarsi, approfondirsi, condensarsi in diverse variazioni, nei libri successivi: molti saggi e romanzi, moltissime poesie in cui ribadisce la poetica dello sguardo e del corpo, poetica suggerita dalla conoscenza di Artaud e Bataille (sul solco di Nietzsche ancora prima tracciato da Spinoza). È la percezione del corpo come psiche e della psiche come corpo con i suoi sensi allo scoperto – in particolare la vista e con la vista la visione – che recitano il dramma splendido e orrendo della vita nella sua inseparabile danza con la morte.«Il faut voyager dans son corps à la rencontre du temps» è una sua frase altamente indicativa nella sua disarmante semplicità. Pochi autori come lui hanno avuto la spudoratezza di mettere cuore e intelligenza così à nu, portando all’estremo le proprie convinzioni. In queste tre brevi poesie enunciative della sua poetica che seguono il brano precedente, si avverte questa presa di coscienza simile a un’assoluta folgorazione insieme allo stupore che provoca: il corpo può essere squadernato come un disegno cubista, dove la luce, avvolgendolo tutto, lo costringe a una veglia insonne, indicandogli il suo limite e allo stesso tempo il suo infinito.

Quasi quarant’anni più tardi Bernard Noël, in uno dei suoi libri di poesia tra i più belli e convincenti L’ombre du double, ci riparla di una vista triplice se non molteplice. Molteplicità e complessità di sguardo che ritroviamo in tutti i grandi autori contemporanei, a cominciare dal nostro Pirandello in Uno, nessuno, centomila fino allo scrittore e pittore belga Henri Michaux: «L’io non esiste. Io è una posizione di equilibrio».

che cos’è l’oggettività

la terra è curva e il senso

un dado buttato nell’occhio

lo spazio divora tutti i luoghi

bianca notte la bocca vede

il suo tu qualcosa una fossa

nell’aria una mano va via

ritagliando la forma del mondo

davanti ad ognuno si alza l’altro

*

la piega di un gesto un labbro

nel fumo qualcuno cammina

attraverso di sé e

non se ne va il tempo

tocca le mie ossa un’ombra

cerca la mia presenza

nella luce che uccide

tutta la vita scorre fuori

la memoria più non respira

*

un tu inciso nello sguardo

scava di fronte lo stesso buco

centrale come nell’occhio

chi è solo vede la solitudine

alla fine di tutto un viso nero

forbici d’illusione

ritagliano un io d’angelo

la sua ala nella mia bocca

è la lingua del tu

Da L’ombra del doppio

(I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure, 2007, trad. di Lucetta Frisa, edizione originale P.O.L. Editions, Paris 1993).

Bernard Noël nasce il 19 novembre 1930 a Sainte Geneviève-sur-Argence nell’Aveyron. Gli avvenimenti che lo hanno segnato sono quelli della sua generazione: la bomba atomica, i campi di sterminio nazisti, la guerra del Vietnam, la scoperta dei crimini staliniani, la guerra in Corea, la guerra d’Algeria. Al primo libro, Extraits du corps (trad. ital. Estratti del corpo, Mondadori, 2001) segue un lungo silenzio. Dal 1969 inizia una sterminata attività di scrittura: ricordiamo il romanzo-scandalo Le Château de Cène e i grandi libri di poesia, La chute des temps e L’ombre du double, tradotti in Italia da Guanda e da Joker. Diversi i libri ispirati ad artisti come Géricault, Giacometti, Masson, Michaux, due volumi teorici sull’arte, Roman d’un regard e Les yeux dans la couleur e diverse plaquettes con artisti contemporanei. Studioso di Sade, Bataille e Artaud, scrive un saggio sul rapporto tra Antonin Artaud e Paule Thevenin, Artaud e Paule (I libri dell’Arca, Joker, 2005). Molti i suoi libri significativi in prosa, tra cui la Langue d’Anna, dedicato ad Anna Magnani, Le Syndrome de Gramsci (trad. ital. Manni, 2001), Il poema dei morti (trad. ital. Book, 2020). Nel 2005 è stato candidato al Nobel.

CINQUE SONETTTI LIBERI. Alessandra Paganardi

                                                                                                                                                         

FUORI ORARIO

Forse pensava a noi Claudio Baglioni

quando scriveva il suo Piccolo Grande

Amore. Pensava ai tuoi vent’anni

pieni di musica sulla salita

Sant’ Agostino, alle tue tre di notte

col mondo in testa tutto da rifare

azzurro e sveglio nel buio dei vicoli

ai miei nove anni – una pagina non scritta,

il mondo avanti a me tutto da fare.

Avevi proprio “il doppio dei miei anni”

non molto dopo, mille novecento 

settantaquattro – non lo sapevamo

che il tempo qualche volta sa aspettare 

due strani adolescenti fuori orario.

L’ULTIMA VOLTA 

Se sarà stata poi l’ultima volta

lo sapremo soltanto a cose fatte

un evento di cronaca o un tramonto

che lascia il cielo all’improvviso sporco 

se per l’ultima volta io specchiavo 

gli occhi nella tua acqua senza ombre

e l’ultimo metrò senza annunciarsi

mi deponeva su un binario scuro

l’ultima volta che non sapevamo 

se la bellezza in noi dalle radici 

eri tu oppure io ma non contava

e quando è stata quell’ultima volta 

che vivere sembrava naturale 

l’ultima volta, amore, che mi eri.

SONETTO DI ERIS

E ogni volta che non ti comprendo

è la parola che manca, non noi

quella parola che non basta al cuore

che pesa più del pensiero e si muove

lenta più della vita. E ogni volta

che non sono felice al tempo giusto

non è la gioia che manca, è il bicchiere

troppo piccolo per la meraviglia

che da te a me trabocca come un dono

temuto e provvisorio. Siamo frecce

sbagliate di un bersaglio irraggiungibile

qualcuno disse “un legno storto”. Prendo

l’asta che cade e sempre ricomincio

ad amare il traguardo all’orizzonte.

L’ONDA E LO SCOGLIO

A volte penso che cos’è un ricordo

– appena visto tu lo puoi comprare

oppure ti sorprende dentro un pacco

come un moderno miracolo. O l’ombra

che ti attraversa mentre passa un treno

poi si scioglie nel sogno effervescente

che l’alba porta via con la tua sete.

Forse il ricordo è la forma del niente:

quel niente che ti lasciano le cose

quando vogliono stare e poi vanno

via, tristi come vecchi. È l’incontro

fra lo scoglio e quell’onda di ieri –

soltanto ciò che più non è rimane.

A MIO PADRE

Guardando in alto ho capito per caso

che cos’è il volo. Non somiglia a niente

che sia un istante, una nuvola azzurra,

un velo, un lieve brivido sospeso

sull’ala del ricordo o sull’eterea

strada dell’infinito, a riscattare il peso

lordo della materia che s’incatena

alle leggi del mondo. Quello stormo

trascinato dal sangue in simmetria

militare verso un altro po’ di sole

mi racconta che non esiste il cielo

che il sogno è nelle scarpe e nelle mani

adesso e qui, nell’esatto destino

scritto nell’ombra di un corpo che cade.



SENZA IL PESO DELLA TERRA

Senza il peso della terra è pubblicato nel 2020 dalle edizioni Gattomerlino dirette da Pietra Mattei. Il volume si compone di sette racconti clinici, dove descrivo patologie neurologiche e psichiatriche (amnesia, ipermnesia, sindrome ossessiva, encefalite letargica, stato schizoaffettivo, disturbi della percezione corporea) attraverso la maschera narrativa di un io molteplice, sempre coinvolto nelle forme dei diversi dolori. Nella fotografia di copertina di Paola Mongelli, Giacinto, una testa sembra dissolversi davanti a un muro da cui scaturiscono piante e fiori. Completa il libro questa epigrafe dello scrittore polacco Bruno Schulz: “Solo per caso il tuo libro è fatto di parole e ha forma di libro. In realtà è aria che si appoggia all’aria delle cose e così tutto diventa canto”.

(M.E.)

INDICE

Primo

Fuga dal caos

Un mondo troppo pieno

Secondo

La lucidità di un’ora

Disincarnato

Levo-Dopa

Caos inesistente

Terzo

Senza il peso della terra

**

«Libero, con tutti i colori e gli odori che si aggrovigliano. Vuoi scherzare? Iosono un magma, non ho più una vita mia. Non distinguo i miei ricordi veri da quelle che sono immagini comuni. I paesaggi mi marchiano gli occhi, la faccia. Tutto è sempre presente, non va mai via. Numeri, matite, insegne dei negozi: potrei riprodurre ogni cosa e descriverla dettaglio per dettaglio. Niente sparisce. Tutto resta. Il mondo è addosso a me, denso, vischioso, immortale. Un caos proliferante; una piazza aperta e illuminata, senza notte; un magazzino traboccante e sempre saccheggiato; un mercato assordato di voci. E io, a sognare che tutto sparisca. Mi ricordo, a tre anni, di quel fotografo: mi riprese mentre stringevo una palla, il viso paffuto, determinato, serissimo. Si intuisce che non la mollerò facilmente: è il mio gioco. Mi capita lo stesso con i sentimenti, costanti o turbinosi che siano: li stringo, temendo che volino via. Scrivo nello stato di allarme di chi può restare senza tutto. Scrivo nonostante. Quando mi si prospetta l’ipotesi di non avere più la palla, comincio a strillare, divento cupo. Poi il mondo diventa un gomitolo di immagini che mi rimbalzano addosso, migliaia di palle senza direzione, trascinate nell’aria…»

«In alcune favole persiane certe figure strane, dall’aspetto indecifrabile, reggono sulle loro spalle figure ancora più strane, che dalle prime ricevono nuove forme, se ne nutrono, si annidano in loro: è una perversa simbiosi alla quale, pur increduli, si finisce per credere. La realtà diventa un mondo curvo dove si annaspa, un tunnel asimmetrico dove uscire ed entrare sono atti che si assomigliano. Le parole sembrano pensate nel fondo di qualche foresta, percepite per settimane e per mesi, come quando, svegli da un sogno terribile, si passano alcuni minuti fra veglia e sonno in cui si patiscono ancora, fisicamente, le conseguenze del sogno; poi, non appena si è totalmente svegli, il pensiero deve ricominciare dalle parole. Le parole sono leggere e veloci: sono loro a possederci, non noi loro. Sono lì da millenni. L’uomo arriva, le usa, si esalta. Ma quelle resistono. Vorrebbe fondare nuove galassie di racconti, ma non c’è niente da aggiungere a nulla. Scrive per evitare che la mancanza di scrittura sia la resa definitiva alla molestia antica del mondo».

«Mi dici che qui intorno o c’è sabbia e c’è acqua, e che io devo tornare con te, con voi, nelle vostre baracche. Una gita per psicotici, una residenza protetta, una baraccopoli per matti: ecco cosa sarebbe la Corsica. Mi ammonisci a non essere me.

Sei davvero molto stupido. Dio, quanto sei stupido! Lo dovrò inventare io, il Don Chisciotte che renda reali i libri che ha letto e opponga la fantasia della parola a questo mondo che produce solo guerre e massacri? La realtà polverizzata dai sogni della letteratura. Da sempre ingaggio fierissime battaglie per dimostrare l’evidenza del sogno nel mondo reale che vorrebbe estirparlo.

Noi morremo, ma il sogno resterà. Le chimere restano.

Il Cavaliere dalla Triste Figura lascia la sua biblioteca, che narra di favolosi cavalieri erranti, per imporre al mondo il suo fantastico libro di avventure, le incredibili visioni, il comico inferno che obbedisce solo alla smisurata legge della sua fantasia. Si riderà dell’hidalgo maltrattato e offeso dal mondo perché vuole difendere inesistenti damigelle da clamorosi giganti. Si riderà di lui e con lui, perché tutti i poeti sono irrisi e offesi e rischiano la morte per dare verità alle loro fantasie ma non si pentono mai di avere fantasticato, perché questa è la loro unica realtà. Alla fine tutti lo rispetteranno: lui sarà stato quello che gli altri cercavano di essere e non furono, meschini e noiosi notabili dell’universo reale: lui solo sarà quello che ha desiderato essere, trasformando le favolose storie degli antichi cavalieri nel regno reale del Libro che percorre da eroe. Solo dalla finzione arriva l’autentica verità di noi. Strampalato, sporco, ferito, il Cavaliere non si ritira dal mondo: gli si butta addosso, frantuma i vetri dei bar e delle corsie, abbatte i giganti da sconfiggere. E tutto è sproporzione e sogno, e mai ci si deve svegliare: le persone sveglie sono persone morte».

VERSIONE CELESTE. Juan Larrea

Motivo

Sequenza di nomi eloquenti tendenti a splendore, poesia

è questo

e questo

e questo

E ciò che giunge a me in qualità di innocenza oggi

che esiste

perché esisto

e perché il mondo esiste

e perché tutti e tre possiamo correttamente cessare di esistere.

**

Nella nebbia

Nella nebbia razza della nostra razza domicilio

della mancanza di convinzione dei nostri fantasmi

dai gendarmi fino alle ipotesi più azzardate

fino ai mandorli costretti a presagire il futuro della nostra Europa

la nostra Europa e quella dei diplomatici

che subordinano i fiori alle segrete inclinazioni della nostra pelle

serbando un equilibrio esente da oziosità

occidente bell’occidente

prima che il sole trovi la maschera che cerca

tra i rami che già si china a raccogliere

L’uomo è la più bella conquista dell’aria

**

Lentezza della mia follia

Un piede dell’ombra rassegnato ad emettere dei fiori

più pesante di un dizionario aperto alla parola tartaruga

la note

lo spessore di un sentimento che incomincia a essere condiviso

i fili della conversazione da cui pendono le mie mani

la pioggia

la mia testa stillante lunghi gufi

è tutto

intessuto

ah! e le spighe di certi riflessi

EPSON MFP image

I testi, scritti in francese e spagnolo, sono tratti da Versiòn celeste (Versione celeste), Einaudi, Torino 1969, con introduzione e traduzione di Vittorio Bodini. Juan Larrea (Bilbao, Spagna, 1895 – Cordoba, Argentina, 1980) è l’appartato e misconosciuto fondatore del Surrealismo spagnolo. Versione celeste, pubblicato per la prima volta nel 1969, raccoglie il corpus integrale delle poesie.

L’ESSENZIALE E’ INVISIBILE AGLI OCCHI. Per Giovanni Grasso

L’essenziale è invisibile agli occhi*

L’essentiel est invisible aux yeux, scrive Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe. E da quel regno invisibile dove tutte le interrogazioni sono possibili e ritornano senza risposta, si affacciano, su fondali arabescati o cieli ariosi, le piccole figure sbigottite di Giovanni Grasso Fravega, imbevute di uno stesso pulviscolo lunare, affettuoso e straniante. Bisbigliano fra loro un codice ambiguo come certi spiritelli senza età, un po’ ironici e quindi profondamente tristi. Vivono sospesi sull’orlo del loro dissolversi, in un vuoto occupato dalla trasparenza, fittissima e luttuosa, del segno: facendoci scoprire che infanzia e saggezza, domanda e risposta, sogno e realtà, sono le facce di un unico specchio capovolto – paese fiabesco e disperato in cui primavere e inverni si accendono e spengono, prima che ce ne accorgiamo, e i loro abitanti, sereni e spettrali, teneri e struggenti, hanno quella lievità che solo Mozart ha il dono di conoscere.

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Détour. Appunti di arte e letteratura, “opuscola”, Genova 1985. Giovanni Grasso Fravega (1938-2019) stato è pittore e studioso d’arte antica. La sua produzione artistica, rara e preziosa, si compone di acquerelli e pastelli su carta. I temi prediletti sono figure umane, animali e fantastiche, collocate su uno sfondo che evoca un ricamo o la tessitura di un arazzo antico. Ha illustrato Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, le Fiabe di Charles Perrault e La Nuova Melusina di Wolfgang Goethe.