PER FERNANDO NANNETTI. Melani, Lippi. Ercolani

Ritorno a Volterra*

Son tornata a Volterra per Nannetti. Molti cari matti mi son stati e stanno tra i piedi, ma lui, con Costanza e pochi altri, anche nella testa e nel cuore. Era stata infatti esposta una sezione del suo strabiliante graffito, strappata e salvata da morte certa grazie all’intervento della Regione, del Comune, della Soprintendenza e della onlus volterrana Inclusione, graffio e parola, associazione a cui sta a cuore quest’opera e il suo destino. Appariva bella e malinconica, enigmatica come una Madonna di Piero, la Panchina dei catatonici a cui Mino Trafeli, come un innamorato (fu lui a scoprire il talento di Nannetti), s’avvicinava commosso sintonizzando le luci dei riflettori in quell’anfratto sotterraneo, la Cantina della Pinacoteca di Volterra. Ecco dunque le pagine: la scrittura, i disegni e i segni che scontornano le sagome dei catatonici che in quel rigoglioso giardino del reparto più triste dell’area ospedaliera psichiatrica, il Ferri appunto, si prendevano il regalo di un po’ d’aria e di solicchio, immobilizzati dalla malattia nelle loro assurde posizioni, quasi per sortilegio. Bella perché risanata e ben chiara, malinconica perché separata e spaesata, sembrava una reliquia in una sua umana sacralità.

E son tornata al Ferri. Un salto indietro nei paesaggi da incubo della memoria, non solo infantile: boschi inselvatichiti dall’incuria, rumori e voci che al nostro passaggio s’azzittivano, sterpi, edifici abbandonati e reparti con alte bifore come castelli, stralunati come enormi creature arenate… Non credo che mai vi sarei tornata, non fosse stato per Angelo Lippi che amabilmente ci accompagnava, carismatico narratore, nella lettura delle pagine dei muri di Nof.

È stato detto e fatto molto per Nannetti, ma poco è stato possibile fare per salvare il suo capolavoro. Missione impossibile fin dall’inizio ma soprattutto ora che l’edificio è così degradato e il tempo sbriciola e lascia cadere in rena salnitra i suoi muri. E a terra, fra vetri e erbe e tegoli e altro, ecco brandelli di parole, disegni e numeri ncisi dal navigatore astrale: il poco intero se avvistato e raccolto si sfa fra le dita ome il sogno di una notte. È polvere che si sfarina all’aria il suo enorme graffito o al minimo tocco. Notiamo dei ritagli, porzioni rubate dai soliti ignoti e come abbian fatto non si sa, ci s’immagina, certo. Tutto è alla mano di tutti, vero, ma non capiamo se non come miserabile grettezza feticista tale appropriazione: essere lì è come esser davanti a un corpo in naturale decomposizione, vi si respira un’aria pesante come rattrappita, intessuta dai tanti dolori e tormenti di una massa d’uomini e donne che sembrano ansimare ancora fra mura e erbe come presenza obliqua. Impossibile pensare ad una mutilazione se non per offesa sacrilega.

Il salvataggio di quella parte di muro – oltre a esser testimonianza artistica e storica – ha anche questo antico valore di umile ma spropositata grandezza: è un omaggio al mistero dell’arte e della mente umana che non ha bisogno che di sé e della sua propria ricchezza per avventurarsi e donarsi suscitando stupori e commozioni impensabili e irripetibili.

Simonetta Melani

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NOF4*

Si chiamava Nannetti Fernando ma si era aggiunto un Oreste intermedio per onorare la sua idea d’importanza e poter avere l’acronimo NOF a cui aveva aggiunto il n. 4, come quarto ingegnere minerario… ma anche per siglare le Nazioni Orientali Francesi e per contare i luoghi in cui era stato ricoverato.

Nato a Roma nel 1927 da madre nubile e non abbiente aveva percorso tutta la sua carriera di disagio cominciando da istituti assistenziali e poi strutture per minorati e poi sanatorio in cui curare la sua spondilite anchilosante che gli procurava ascessi frequenti e molto dolorosi.

Dopo aver concluso le scuole elementari e curato la sua malattia, divenne apprendista elettricista: forse fu questo nuovo mondo che gli stimolò la creatività e l’ammirazione per i misteri della scienza e dell’astronautica. Durante il suo apprendistato conobbe Aldo Trafeli che lavorava al palazzo EUR per la messa in opera di un mosaico e che poi divenne un infermiere psichiatrico, il suo infermiere, quello che cercava di capire il lavoro che svolgeva incidendo i muri del cortile del reparto Ferri a Volterra. Nel 1956 Nannetti ebbe un diverbio con dei carabinieri e per le sue risposte incongruenti venne ricoverato al manicomio di Santa Maria della Pietà in Roma e accusato di resistenza e violenza. Riconosciuto incapace d’intendere e di volere venne prosciolto ed inviato nel 1959 al Reparto giudiziario dell’Ospedale psichiatrico di Volterra. La misura di sicurezza gli venne tolta due anni dopo e rimase all’ospedale psichiatrico civile. Le cartelle cliniche sono incomplete e frammentate ed anche i ricordi degli infermieri che lo hanno conosciuto (a parte Aldo Trafeli, purtroppo deceduto) sono abbastanza appannati. Di fatto si sa che Nannetti, armato di fibbie del panciotto suo o dei compagni di ricovero, svolgeva il suo lavoro di graffitomane. Occorrono tre note per capire meglio: il panciotto era parte della ordinaria divisa del ricoverato; le fibbie erano uno strumento delicato, seppur di metallo, per incidere un graffito profondo 2/3 millimetri e consumandosi facilmente era necessario rifornirsene rubandole ai compagni meno capaci di difendere questa proprietà utile per costruire un acciarino capace di trarre scintille strusciando su un bottone da cappotto fatto ruotare vorticosamente con un cordino legato a cerchio e fatto girare dopo averlo arrotolato (questo del bottone che gira è anche un vecchio gioco da bambini in tempi poveri); si adopera la parola lavoro, perché questo era il vero impegno di Nannetti, svolto con una passione inaudita (salendo sulle panchine ed anche addosso ai catatonici che vi stazionavano immobili per giornate intere). In Nannetti (In/Folio Collection de l’Art Brut, Lausanne, 2011, a cura di Lucienne Peiry) si apprezza un graffito di oltre m 70 x 1,20 nel cortile del reparto Giudiziario Ferri, ma in altri testi e documenti si trova la misura di m 180 x 2 probabilmente riferita all’intero perimetro del cortile graffito da Nannetti, che in alcune parti è ricoperto da intonaco o senza l’incisione dell’artista; il passamano di una scala di cemento lunga 106 metri per 22 cm. (ora scomparsa) ed alcuni graffiti molto interessanti perché di dimensioni più piccole e diverse, incisi al reparto Charcot sul lato nord est e ad ovest davanti alla Sala degli Aranci. Di fronte al muro, che vede come una tela vergine, il Nannetti scontorna una o più pagine di diverse dimensioni e poi si mette a riempirle di dati, pensieri, deliri. Quel muro nato per dividere, per separare le persone dal mondo, diventa il suo mezzo di comunicazione, il suo libro di pietra, la prova della sua esistenza artistica sottoposta all’imperativo di graffire la vita, graffire per esistere. Di fronte al muro vede uno scenario su cui proiettare un’interiorità dilatata da visioni magiche e sacrali sue e appartenenti al vissuto collettivo: missili, antenne e sistemi telepatici, personaggi della sua vita e del mondo, il papa Bonifacio, la regina Elisabetta, se stesso, e spesso son tutti accomunati da caratteristiche somatiche come “moro, secco, spinaceo, bocca stretta, naso a ipsilon”. Insomma il suo mondo ci viene imposto, come suo io relazionale e come creatività poetica al di sopra delle regole manicomiali che vieterebbero di deteriorare la proprietà dell’istituzione e imporrebbero di parlare con il linguaggio di tutti. Il suo danno alla proprietà era tollerato perché “non creava problemi, anche se ogni tanto il direttore imponeva di intonacare qualche parte del muro”, raccontava Aldo Trafeli.

Passata l’esperienza del graffito il nostro artista ha lasciato circa 1.600 disegni di dimensioni A4 e oltre, impressi con molta forza con una penna biro, usando spesso il metodo del fronte retro. Dei disegni abbiamo le fotocopie miracolosamente salvate dal personale dell’ufficio tecnico del vecchio manicomio, personale a cui si deve la raccolta di materiali e la documentazione di moltissimi eventi e consuetudini istituzionali. Infine viene testimoniata la presenza di tre sacchi da immondizia per condominio pieni di foglietti: in genere pacchetti di sigarette morbide regolarmente aperti, scritti e disegnati. Gli originali dei disegni – che teoricamente, come proprietà private dei degenti senza familiari, venivano buttate all’atto della morte – oggi cominciano a ricomparire in vendita, mentre dei contenuti dei sacchi si sa che sono stati gettati. Auguriamoci che anche questi ricompaiano e che si possano acquisire come bene pubblico. Si deve sottolineare che nel suo percorso espressivo Nannetti ha modificato la sua forma comunicativa partendo da un linguaggio leggibile per arrivare ad una comunicazione non legata a simboli convenzionali, ma significativa in sé come espressione artistica. La sua cartella clinica: nato a Roma nel 1927 e lì residente, arrivò a Volterra nel 1959. Diagnosi “sindrome dissociativa”. Vengono riferiti episodi di pantoclastia, aggressività, deliri ed allucinazioni uditive. Nel 1961 è definitivamente associato al manicomio di Volterra: il decreto viene revocato nel 1974 dal Tribunale di Pisa per cessate condizioni di pericolosità. Il suo ricovero diviene ricovero volontario e finalmente è libero. Esce dal reparto da solo, “sconsegnato” per la prima volta dopo 12 anni e riporta pensieri che “è difficile riferire in cartella”: aveva vissuto il viaggio al bar del borgo come un’esperienza fantastica troppo a lungo desiderata. Intanto nel 1973 è trasferito al reparto Bianchi, gestito dall’IPAB Santa Chiara, reparto per “mentecatti cronici tranquilli”, dove può godere di una certa libertà. Qui si descrivono “condizioni buone, blefarocongiuntivite” alimentata certamente dalla polvere dell’intonaco che all’inizio del ricovero usava come terapia. Pochi mesi dopo si dice che è “incoerente, fatuo… si esprime in modo monotono, come fosse un robot, con manierismi e neologismi… non si riesce a comprendere cosa dice per la notevole dissociazione ideativa, però risponde a tono in modo comprensivo e coerente (???). Si perde in fraseggi con idee deliranti a sfondo persecutorio”. E ancora si legge: “comportamento sempre corretto, solo rari comportamenti reattivi o impulsivi. Col tempo è andato facendosi docile: di umore tendenzialmente depresso. Gli affetti per i familiari appaiono inariditi e torpidi” (e questo non è coerente con le molte cartoline postali che Nannetti negli anni ha scritto ai suoi parenti e che non sono state mai spedite). 1978: da dimesso ama uscire per andare al bar del “centro sociale, preciso e azzimato”, dove si comporta correttamente. In quell’anno torna dalla “vacanza al mare molto soddisfatto”! Muore nel 1994 a 67 anni ed è sepolto nel cimitero urba no in una tomba dignitosa. Le sue opere sono esaltate in molti testi, video, musiche, film, opere teatrali, e molte testimonianze sono conservate in case private. È tutto da riunire, catalogare e rendere disponibile in modo vivo multimediale in un sito a lui dedicato e tutto da creare, in un contesto museale attivo e sofferto, in omaggio a questo artista unico che scriveva nel muro: “Per sistema telepatico mi sono arrivate cose che paiono strane ma sono vere. Io sono un Astronautico Ingegnere Minerario nel sistema mentale. Questa è la mia Chiave Mineraria. Sono anche un Colonnello dell’Astronautica Mineraria Astrale e Terrestre… Sono materialista e spiritualista amo il mio essere materiale come me stesso perché sono alto ed amabbile del mio spirito”.

Angelo Lippi

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Impaginare i muri***

Nannetaicus Meccanicus Santo con cellula fotoelettrica.

Nannetti Fernando: sei un asino!

Sono materie viventi le immagini.

Le immagini hanno una temperatura e muoiono anche due volte.

Sono materialista e spiritualista, amo il mio essere materiale come me stesso, perché sono alto.
Oreste Ferdinando Nannetti

Gillo Dorfles, nel suo saggio su Filippo Bentivegna, citava un certo Ferdinando Oreste Nannetti. La storia è ormai nota. Sulle mura interne del padiglione Ferri del manicomio di Volterra un alienato, negli anni cinquanta-sessanta del Novecento, scrive interminabilmente i suoi appunti personali, usando la fibbia metallica di un vecchio panciotto: il suo nome è Ferdinando Oreste Nannetti (1927-1994). Nannetti usa i muri interni dell’istituto di segregazione, il Padiglione Ferri, come le pagine di un grande murales di pietra dove, in mezzo all’indifferenza delle autorità psichiatriche e degli alienati stessi, si descrive chiuso nella sua “cassa di salute”, si definisce ingegnere astronautico e minerario, abitante di un mondo dove luce e suono hanno la stessa lunghezza d’onda, dove la terra è ferma e gli astri girano. Taciturno, impagina i muri del cortile e poi scrive dentro quelle pagine di pietra. Descrive i fantasmi “formidabili alla seconda apparizione”, afferma che “le ombre sono vive e che l’uomo invisibile è armato e vivo, con ossa, occhio, spirito” e che “le immagini hanno una temperatura, sono materia vivente, poi muoiono”. Si sente uno scienziato che con scrupolosa precisione traccia il grafico della mortalità ospedaliera, che lui pensa determinata spesso dai rancori umani. Ostinato e non violento, innocente e osceno nella rappresentazione pubblica di se stesso, Nannetti impagina il libro di pietra delle sue allucinazioni, autonominandosi Imperatore di Inghilterra e di Francia, e descrivendo una leggendaria automitobiografia. Mentre scrive sulle pagine che ricava nei muri, rispetta i corpi dei catatonici che poggiano la schiena su quegli stessi muri: scrive sopra le loro teste, non disturbandoli ma neppure fermando mai la sua scrittura, ossessionato dalle scoperte di una scienza che lo porterà anche a prevedere, nel suo delirio, lo sbarco sulla luna dell’uomo. Questa scrittura ‘interminabile’ si conclude con il trasferimento di Nannetti in altri luoghi più anonimi di reclusione. Del suo grande libro di pietra, progressivamente disgregato per effetto del tempo e dei vandalismi, esistono dei calchi, presenti nel Museo di Art Brut di Losanna. Riportiamo qui alcune delle iscrizioni deliranti e immaginose scavate con la sua fibbia sul muro del manicomio:

«È notte, è notte…

Notte Nabucco

Ottone: orecchio sinistro

Nichelio: orecchio destro

Sono in collegamento

Va’ pensiero sulle ali dorate, va’, ti possa sui clivi, sui colli

Stazione aeroporte lancio Neuropsichiatrico

Il 15 d’ottobre tentato avvicinamento

Luna discesa ore 2

Tirreno coordinate mare

Si può…Si può… Si può volare…Si può volare…

La terra trema.

Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo.

1 luna nata nel 1700 distrutta nel 1770

2 luna nata verso il 1899

3 e 4 lune nate vecchie

Nord. Sud. Est. Ovest.

Volanti pianeti si muovono attratti l’uno dall’altro.

Per attrazione magnetica sono riforniti di materie prime, luce e aria

costantemente.

Aurora Alba

Piede Veloce

Occhio di lince

Nuvola Alba

Nuvola Cavalloni

Le nuvole si trasformano e diventano materia mediante la condensazione

di un corpo solido.

Come un corpo nell’acqua mandano le immagini.

Il parafulmine….

Scariche di nicotina delle sigarette.

Ospedale psichiatrico di Volterra.

Ore 12.15 del 25 ottobre.

Fede Federico

Pedina Piedone

Frana Franata

Ferri Ferruccio Ferroviere Fischietto.

Carrozza con cocchiere. Nocchiere

Penna rossa e Penna bianca.

Como comodino catodici comma commenda commendatore comune

colonia coloniali cefalo cavaliere

Grafico metrico mobile della mortalità ospedaliera.

10% deceduti per percosse magnetico catodiche

40% per malattie trasmesse

50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi

Le zanzare…

Nannetti Fernando che sale in elicottero.

Cessa di esistere…alle undici del … del… del…

L’origine del essere umano risale al 1600.

La donna fu creata prima dell’uomo poi nacque il doppio sesso.

Vecchi, brutti, giovani, belli…

I figli vengono con sia maschile che femminile.

La verginità si spiega mediante la fuoriuscita del neonato

Croce di mia madre.

Eva. Vipera. Il melo, l’albero

Desospedalizzare.

Fuga da Volterra

I fantasmi sono fulminabili dopo la loro seconda apparizione.

Stella perduta, stella nascente

Budda é vivente.

L’elettromagnetica isolante stratosferica.

Saturno con il suo cerchio.

Nebulosa sassosa antenna magnetica catodica.

Lancio di accostamento.

Fosforo elettronico.

Nannetti Fernando nobile moro spinacelo nato a Roma alto 1.93 bocca

stretta naso y.

I numi dell’olimpo aurifero, apparecchio per raccogliere i raggi magnetici,

Correnti emesse dal suono delle campane.

Stelle….

Molte stelle….

Stella pazza

Polare consorella

Catodico uovo con sorpresa, di cioccolata.

Venere e Giove.

Venere volante.

Come una farfalla libera canta

Tutto il mondo è mio e tutto fa sognare.

Per chi sona la campana?

Un giorno sonerà per me

Un altro giorno sonerà per te.

È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.

**

Gustavo Giacosa, proprio a partire dal graffito in pietra di Nannetti e accompagnato dalla musica di Fausto Ferraiuolo, ha portato in scena al Teatro dell’Archivolto di Genova, il 26 e 27 gennaio 2017, ha organizzato uno spettacolo dal titolo Nannettolicus Meccanicus santo. Un suono di archi, creato digitalmente su una piccola tastiera, introduce al corpo di Giacosa, disteso su un tavolo corto come su un letto, che raschia e sfrega con la mano proprio il bordo. Un rumore tormentoso, un graffio disturbante, evoca la scrittura interminabile del delirante Fernando Oreste Nannetti: utilizzando la punta metallica della fibbia del suo gilet, Nannetti, schizofrenico degente dell’ospedale psichiatrico di Volterra, incide, nel Padiglione Ferri, un grande murales di pietra che dispiega 180 metri e 22 centimetri di lunghezza di onde radio, formule, simboli, cifre, numeri, metalli.

Giacosa, un finto naso rosso piantato in faccia,seduto immobile a un tavolo, indossa una veste da internato e intona le parole di Nannetti come il pazzo che finalmente può declamare a voce alta i suoi deliri costringendo al silenzio i sani. Giacosa-Nannetti sul palcoscenico parla e canta al microfono, cammina e balla, appare non solo vittima delle sue allucinazioni ma anche individuo che sa esprimere una prodigiosa, cosmica libertà, sospendendo il discorso del delirio tra sogno e realtà, fra scienza e immaginazione, da poeta. Giacosa non solo da’ voce alle scritte murali dell’Ospedale di Volterra ma le alterna a lettere che il recluso ha scritto a parenti immaginari, dai quali elemosina il dono di una visita e qualche quattrino per vivere. In questa prima parte dello spettacolo, intensamente drammatica, con i forti contrasti luce-ombra di sedia e tavolo proiettati sullo schermo, la follia viene esposta nella sua durezza allucinatoria e perturbante. La musica complice e persuasiva di Ferraiuolo, accompagna i movimenti dell’attore-ballerino-cantante Giacosa non come un basso continuo ma come uno strumento dolente, complesso, duttile. Il “Va’ pensiero” del Nabucco verdiano e la canzone Pino solitario, prediletta da Nannetti, vengono evocate come frammenti sonori dove si celano anche echi jazz e classici, come una Sonatina mozartiana. Ma, a circa metà spettacolo, batte la testa sul tavolo, spinge via tavolo e seggiola, si espone seminudo alla luce come fosse sdraiato su una metafisica spiaggia, indossa un vestito rosso femminile e comincia a ballare, irriverente e libero, in trance dionisiaca, snocciolando sarcastiche battute in uno stravagante divertimento giocoso. Farnetica su matematica, fisica, universo interstellare, sesso, amore, giocando con le parole con ritmi futuristi. I suoi canti sono inni alla libertà come quando intona il “Va pensiero” verdiano. E la sua voglia di libertà è quella che gli fa dire, all’inizio come alla fine, “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Proprio con queste parole Nannetti-Giacosa si congeda dagli spettatori e si adagia sotto il grande schermo, come se dormisse. Le immagini, ora, proiettano Fernando-Oreste-Gustavo che rientra nel manicomio di Volterra, traversa il lungo corridoio, che poi diventa un viale alberato, e alla fine, nel suo femminile abito rosso, danza, ride freneticamente, con nello sfondo le sue stesse scritture murali, come proiettato verso un futuro migliore, lontano dal male. Scrive Nannetti:

«Prendono sembianze materiali le ombre….

Sono vive, sotto cosmo…

Così, il disegno le immagina.

Così, anche gli animali sognano….

Tutto il mondo è mio e tutto fa sognare…

Stelle della via lattea….

Stelle….

Le stelle si alzano e discendono nell’aria…

Quasi una marcia armata…»

Indimenticabile, nello spettacolo, la presenza di Fausto Ferraiuolo, alchimista del suono che modella la musica, fra impennate potenti e improvvise dolcezze, sui movimenti dell’attore e i chiaroscuri della scena. E commuove pensare che, grazie alla magia del teatro, torni a prendere vita un corpo che fu vivo nella sola scrittura ostinata del muro manicomiale:

Nel catalogo della mostra Noi, quelli della parola che sempre cammina, scrive Giacosa di Nannetti: «All’interno di un’architettura votata a una duplice valenza di sorveglianza e di guarigione, i cortili degli ospedali rappresentano il solo spazio dove è possibile, per i reclusi, esercitare un elementare cenno d’attività motoria e sociale… I corpi diventano muri ai quali solo una paziente opera di scalfittura concederà parole. Il corpo fantasticante di Nannetti s’arrampica come un’edera, moltiplicando i chilometri percorsi sul luogo, in un’opera che si estende in 180 metri di lunghezza e 2 metri circa d’altezza. In seguito, la sua scrittura ambulante andrà a ricoprire il passamano di cemento di una scala di 106 metri per 20 centimetri e a immaginare alcune migliaia di destinatari per cartoline che non saranno mai spedite. Nonostante il disperato bisogno comunicativo, la sua opera non conosce un’apertura verso l’esterno».

Questa apertura verso l’esterno è oggi, a oltre vent’anni dalla morte dello schizofrenico e recluso Fernando Oreste Nannetti, lo spettacolo Nannetti, colonnello astrale di Gustavo Giacosa, musicato da Fausto Ferraiuolo.

Marco Ercolani

*Da “Il Grande Vetro”, 109, maggio-giugno 2013.

**Da “Il Grande Vetro”, 109, maggio-giugno 2013.

***Da: Galassie parallele. Vie non maestre dell’arte contemporanea, Il Canneto editore, 2019.

USCIVANO A VITA LENTISSIMI. Gabriela Fantato

USCIVANO A VITA LENTISSIMI*

(in viale sarca)

la linea a perdita di sguardo

si da’ potentemente grigia

di cubi: facciata d’occhi

senza mani alla finestra

(superficie disegnata

nel ripetersi di case a deserto

in sempre passi, uno su uno

segnato a dito sta l’azzurro

quella bellezza che ci buca

uno su mille: a sorte)

nella voluttà che convince a vivere

proprio qui sotto, qui da noi

in basso cielo dove la vita

come aria si consuma

e l’angolo ottuso della visuale

s’affoga da una riva della piazza

arrabattati ai giorni invochiamo

al nascere del mattino, ogni mattino

nella sapienza della pioggia

a marzo, sul tetto che la tiene

finché sarà l’estate a prenderla con sé

e stamo tutti qui qui buoni in riga

come infilati a tubo nel morire

**

(fughe)

esuli: nomadi: in corsa: in fuga

uscivano a vita lentissimi

a frotte veniano dall’acqua

come marea che insegue il flusso di luna

sino a quel punto che porta a un passo

là, tra il gelo e la parola

andavano verso quel filo di terra

che si perde cielo all’orizzonte

fuggivano con solo le orme a separarli

(restano ceste di cibo nel peso

delle ginocchia e ancora un sorriso)

molti, perdute le tracce dell’andare

stavano in letti lunghi, quasi il buio

li tenga uniti nella dolcezza o come morti

(le labbra aperte al giuramento

mentre il nome sa di stanze

lasciate al bianco dei ricordi)

si dice che un bambino vaghi

dentro il labirinto che la corsa

ha scavato nelle sue vene

(dicono che chiami qualcuno

ma è tardi, è già scappato via)

**

(come il ramarro o la formica)

di doppio volto è il ciclo

che non finisce e non inizia

nel mondo che ci tiene

doppio è lo sguardo al dopo e ancora

oltre la fine che impone

requie al patto d’esistenza

doppio è quel venire a luce

e darsi al vento in città non scelte

mai sapute: lasciate o amate

doppio è il passo del ramarro

immobile sul sasso finché

viene una stagione nell’amore

sempre la formica vive stretta

temendo una suola che la strappa

eppure va al passaggio e s’infinita

corpo in altri corpi

e molte volte attendere: mutare

* I testi sono tratti da: Il tempo dovuto. Poesie 1996-2005, editoria & spettacolo, Roma, 2005.

DELIMITAZIONE. René Char

Delimitazione*

Colei che apparve senza essere vista sarà nata dal bagliore di due candele accese molto prossime ai dominanti emersi. Georges de La Tour le metterà di nuovo in alto solo spostandosi l’oggetto della sua attenzione. E sulle reti della fiamma rossastra. Così, primo alleato, fino alla cima sarà percorso l’Olimpo nevoso delle rocce brunite. Vegliano in lontananza senza scivolare al suolo tenebre che non hanno ali, leste consigliere.

Sotto i fiocchi già sanguinanti – non smetteranno più il loro affaticarsi in cerchio – il passo di Vincent si spegne nella neve che grida. Il pittore ha ripreso il suo cammino, ma verso l’immagine muta come se il quadro non conoscesse altra espressione. Fu mortale per noi essere ospitali? Ancora ieri rovesci di colori in successione, pazzi santi nella tirata del gran riso della notte oscura.

*Il testo è tratto da René Char. Le vicinanze di Van Gogh (a cura di Cosimo Ortesta), SE, Milano 1987.

VOLANTINO ROSSO DEL POETA. Antonio Delfini

Volantino rosso del poeta*

Se non ci fossero i libri, i giornali e le firme in fondo agli articoli, io tacerei e non scriverei una parola. Se la scrittura fosse sconosciuta, io andrei di paese in paese a cantare, come certi antichi poeti. Sento che potrei tacere benissimo. Solo qualche gesto, ogni tanto, per rimproverare coloro che incontro.

**

Potessi un giorno

camminar da solo

ma solo solo

non come vado adesso

solo

ma solo solo

senza me stesso.

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Che cosa vuol dire essere misterioso? Essere se stessi. Il mistero di se stessi.

Il mistero dei gruppi di persone che la pensano tutti alla stessa maniera – sondarlo!

Mistero è in verità la nostra vita contemporanea.

Appartarsi: unico motivo per vivere, oggi.

**

Noi vogliamo cambiare il mondo, o cambiare il suo posto

(gennaio 1932)

**

Forse non sono mai riuscito a lavorare. Ma è un fatto che adesso ci riesco meno che meno. A passeggio, a letto, in lettura, la mia testa è di una fantasia sorprendente. Al tavolino con la penna in mano, tutto si ferma, più niente si ricava. Devo essere per certo in uno stato di intossicazione molto accentuato.

(Parigi, ottobre 1932)

**

La mia vita

Illustri signori e graziose signore. Voi non avete mai inteso parlare di me, e questo a voi non importa benché a me importi moltissimo. Io non sono né scrittore né artista né campione sportivo. Inutile elencare quello che non sono poiché io non sono niente.

Il mio desiderio, una volta, era quello di diventare un uomo del quale le ragazze si additassero la fotografia sulle riviste illustrate. Si può essere stupidi! Ma veramente di voglie complete non ne ho mai avute.Tutte voglie in embrione.

La mia vita non è un romanzo. Perciò sarebbe inutile raccontarla. Dato che non so che cosa fare, racconterò la mia vita. Devo premettere che non sono mai stato innamorato, benché abbia finto, e molte volte con degli sforzi, di esserlo. Per raccontare la mia vita, non ho preso neanche un appunto, durante la mia esistenza. Non ho letto i classici, non sono andato a scuola, e fino al diciannovesimo anno di età ho avuto la convinzione che quello dello scrittore fosse l’ultimo dei mestieri. Ho detto di non essere scrittore, ma in fondo l’unico mio lavoro è quello di scrivere. Voi direte che non conosco il mio mestiere e avrete ragione. Che abbiate torto o ragione, a me non importa. Insomma, dato che non avevo niente da fare, e non avendo la costituzione adatta a fare il campione, mi sono fatto scrittore. Una volta, è vero, mi venne la voglia di diventare campione mondiale di scherma. Poiché dovete sapere ch’io sono mancino, e abbastanza snello.

(febbraio 1933)

*Queste scritture sono appunti sparsi e inediti del periodo 1932–1933, raccolti sotto il titolo Volantino rosso del poeta – riportato da Delfini all’inizio di una pagina. I testi sono pubblicati nella rivista “Marka”, 27, 1990, con il titolo Note di uno sconosciuto. Inediti e altri scritti.

IL TRADUTTORE. Sylvie Durbec

(traduzione di Lucetta Frisa)

Il traduttore*

«Una folla di malati attraversa la notte».

Tutto comincia con una poesia di Trakl tradotta da Marc Petit:

«Viaggiatore nel vento nero; dolcemente mormora

la canna morta

nel silenzio della palude. Nel cielo grigio

segue un passaggio di uccelli selvaggi;

diagonale al di sopra di acque oscure»

E continua con una poesia di Wilhelm Müller musicata da Schubert per il suo Winterreise. Questa poesia è stata riscritta (piuttosto che tradotta) da un poeta italiano, Attilio Lolini. A mia volta, io – ma chi si nasconde dietro questa parola così breve? – ritraduco dal tedesco e dall’italiano un verso che da allora non smetterà di accompagnarmi, da una strada all’altra, da una notte all’altra.

«Una folla di malati traversa la notte».

Titubanti e deboli ombre bianche, vi incrocio spesso nelle mie notti di insonnia quando decido di uscire a mia volta nelle strade per attraversare il silenzio, andando e venendo in città per calmare la mia inquietudine.

Fin dall’infanzia mi è sempre sembrato che la notte, più che un momento, fosse un luogo e spesso il luogo di una tregua, l’arresto delle battaglie del giorno, il riposo, la pausa. Forse è perché sono cresciuto in campagna, sotto la notte stellata distesa sopra i prati e le colline, sopra le fattorie addormentate dove si riposano bestie e persone. Molto presto ho conosciuto l’insonnia. Ma era sufficiente scivolare fuori per provare nel proprio interno la pace che regnava all’esterno, sfuggendo così al nervosismo di chi si gira e rigira nelle lenzuola senza trovare sonno. La notte cittadina è molto più spaventosa, la sua solitudine ha qualcosa di artificiale e pericoloso, mostri urbani acquattati nell’ombra, spostamenti furtivi e terrificanti, un mondo in apparenza fermo ma non pacificato. Forse sono tutti questi sonni mescolati all’insonnia che rendono malata la notte cittadina?

Da cui il mio gusto per quel verso strano che ho portato con me, masticandolo e rimasticandolo nel corso delle mie deambulazioni insonni.

«Una folla di malati attraversa la notte»

Di questa folla io faccio parte, mi sono detto traducendo la poesia di Attilio Lolini. Ombra pallida tra le ombre, scivolo più che camminare per raggiungere la coorte dei feriti che il sonno ha lasciato.

Da quando abito a Venise-sur-Rhône, ho rotto con le notti argentine e chiare, mai paurose ma amichevoli, presenze rassicuranti dalle dolci mani premute sulle mie spalle infantili a guidarmi nella foresta cieca dei miei passi – e continuavo a camminare tranquillizzato dall’oscura sconosciuta che mi ridava forza per affrontare il giorno luminoso. Ricordo: quella grande debolezza della notte illuminata dal sussurro della mia voce che a poco a poco diventa ancora più viva e mi ispira il soffio di un vigore nuovo.

Oggi la notte urbana non mi dà nessuna energia, nessuna voglia di vivere fino al mattino e mi spinge verso i miei simili, teoria di malati che la veglia raccoglie nelle strade e che errano, ciechi e invisibili come lo sono diventato io; in nessun momento la notte mi libera dalla paura e dalla stanchezza, ma ogni volta corro a ritrovarla come un amante l’amante desiderata.

A causa di questa strana mania (aggiunta a altre, come parlarmi da solo ad alta voce), ho a poco a poco rotto con la compagnia degli uomini e mi sono allontanato definitivamente dalle donne. Temo più di ogni cosa la loro chiaroveggenza, che mi dicano: sappiamo chi sei, un essere inconsistente, e avrebbero ragione. In questo momento sono soltanto un verso ripetuto nel corso delle notti e che riempie a poco a poco il mio cervello con la sua musica mortale. Questa malattia, appropriarsi o piuttosto essere ossessionato da una frase ossessiva, non è arrivata a poco a poco. Da adolescente, avevo la bocca e il cervello divorati da un’altra frase, venuta da chissà dove:

Là gettavamo delle pietre nel triste flutto.

Non ho mai saputo da dove mi fossero venute queste parole ma a lungo hanno occupato il mio spazio mentale, malgrado la difficoltà a memorizzare le poesie. Un frammento di un insieme perduto persisteva nella mia memoria, come oggi questo verso di Lolini. La traduzione mi si è offerta come una compagna, ossessiva come l’insonnia, ma rumorosa di parole silenziose e straniere, inestricabile come la notte. Eseguo il mio lavoro di giorno con ordine e regolarità, in modo da concentrarmi su questo nuovo esercizio, interamente assorbito da questa ossessione notturna di tradurre che mi rapisce a un’esistenza apparentemente ben regolata. Superfluo dire che l’esercizio della traduzione ha colmato in me uno spazio lasciato vuoto dall’amore e dalle droghe di tutti i tipi usate dai miei contemporanei. Una cosa si aggiunge alle altre.

Da quando sono tornato, ritrovo sul tavolo del salotto i miei nuovi amici: diverse edizioni di dizionari la cui presenza rassicurante conferisce alla stanza un’atmosfera di serenità che non aveva prima del loro arrivo. Quei libroni mi sembrano più necessari e nutrienti di qualsiasi altro alimento. Mangiare, come dormire, è ben poco interessante. Bisogna comunque concedere spazio a questi bisogni, due, tre ore di sonno, un po’ di pane e formaggio, un bicchiere di vino per la sete, e la libertà è acquistata a questo prezzo, del resto minimo. Tradurre per ore intere allontana la fame e il sonno e dà allo spirito come al corpo una finezza fino ad allora sconosciuta. Dopo aver ritrovato le ombre pallide delle mie notti, ritorno ai dizionari e ai testi da tradurre come verso un fuoco a cui scaldare le mie membra fredde.

Inseguivo un sogno: vivere sparendo nelle parole degli altri, sparire vivendo in maniera invisibile di giorno.

Tradurre mi aveva sedotto a causa di quello slittamento da una lingua all’altra, da un’identità all’altra: il traduttore, come invisibile cacciatore il cui nome stesso è scomparso a vantaggio dell’autore. Nessuna firma alle mie traduzioni, giusto il nome dello scrittore tedesco, italiano, inglese di cui mi sforzavo di rendere in francese il complesso intreccio delle parole e delle idee. Non so come mi è venuto questo pensiero. Perché non l’ho pensato prima? Conducevo l’esistenza degli altri uomini, mangiavo, bevevo, scopavo, ma senza felicità. A partire dal momento in cui mi sono messo a tradurre Lenz, Büchner, Trakl e tanti altri, le mie insonnie si sono popolate di resede nere, boscaglie, gelide fontane dove immergere il corpo bruciante per guarire dalla follia, figure graziose e malinconiche. Vedevo un’occasione da afferrare al volo: traducendo, quel poco che restava di me avrebbe finito per staccarsi come una pelle morta al momento della muta e la lingua del traduttore, libera da ogni impurità, avrebbe avuto la lucentezza di un osso ben levigato.

Tradurre, camminare.

Notti bianche.

La solitudine del traduttore è inevitabile. Chi potrebbe accettare la vicinanza con un insonne la cui ossessione consiste nel tradurre ogni notte poesie? I miei colleghi non mi fanno mai questa domanda. Una volta per tutte, la mia estraneità è ammessa nella misura in cui faccio quel che c’è da fare. Al di fuori di questo, noto senza particolare emozione la grazia di certi esseri, quelli più giovani, ma la loro bellezza non mi prende mai troppo a lungo.

Braccare il senso di una poesia è come correre dietro a un’ombra simile a quelle che inseguo ogni notte, prima di tornare a casa, tra l’una e le tre del mattino. Poi il giorno si avvicina ed è il tempo della traduzione. Mi metto al lavoro sul tavolo ingombro di dizionari e tiro il filo fino a formare un gomitolo perfetto, così come corro da un marciapiede all’altro, alla ricerca delle ombre malate di cui desidero ogni notte la compagnia.

Camminare: tradurre.

Quando ho scelto il poeta che intendo tradurre (Leopardi, Rilke, Dickinson), ho la sensazione di entrare in un tunnel dolce e prezioso da cui mi sarà necessario uscire con le braccia cariche di parole, avendo chiarito il mistero della poesia da tradurre. Appena chiarito, ne sarò cosciente. Arriverò, dopo lunghe ore di lavoro, lo so, a un limite che non potrò oltrepassare. Dovrò accontentarmi. Non mi resterà se non attaccarmi a un altro testo, altrettanto resistente. Certi uomini, suppongo, fanno lo stesso con le donne che seducono, passando dall’una all’altra nel momento in cui gli sembra di aver risolto il mistero della precedente, una corsa che somiglia alla mia, ma certamente più dolorosa e soprattutto meno produttiva. Infatti, ognuno dei testi tradotti lo invio a riviste specializzate, specificando che il nome del traduttore non deve essere menzionato in nessun caso. Si tratta, ho voglia qualche volta di spiegarlo, di un’attività decisamente segreta. I direttori di riviste acconsentono senza problemi alla mia richiesta visto che non chiedo denaro e che le traduzioni sono abbastanza buone per i loro lettori. Fino al giorno in cui uno di loro, più accorto o più esperto, non si accontenterà più delle mie approssimazioni poetiche. Solo un vero poeta, si dice, può tradurre un altro poeta. Ora, io chi sono?

Un camminatore nottambulo, un impiegato modello.

Tradurre, camminare.

La notte scorsa, al ritorno da una di quelle passeggiate notturne che compio ogni notte seguendo un itinerario preciso, ebbi di colpo una sorta di rivelazione. Il verso di Wilhelm Müller riscritto da Attilio Lolini e ritradotto da me, non aveva il senso che gli avevo dato. Falso senso o, peggio, controsenso?

Mi trovavo in quel momento della mia peregrinazione in rue Rouge. Un tale nome può far sorridere o preoccupare il passante distratto. Non un traduttore. Red street, via Rossa, Rotestrasse. Nella notte, quel termine rosso, dal colore brillante, svela l’errore che ho commesso. Succede spesso, quando si traduce, che si legga troppo rapidamente un testo che sembra tanto facile da tradurre. Così l’errore diventa possibile. Ho preso per ha preso, per esempio. Non è che all’ennesima lettura che d’improvviso l’errore balza agli occhi e il traduttore, vergognoso e confuso, tenta di riparare al suo errore perché, al piacere vivo del tradurre, s’aggiunge la paura del ridicolo e di mostrare la propria ignoranza della lingua di partenza. Quel che porta il traduttore nella foresta dei testi da tradurre, è il suo bisogno di luce. Rendere al testo la sua leggibilità originale conservando il mistero che gli è proprio.

Stupefatto, fermo in rue Rouge per la confusione, avevo appena capito il mio errore di traduzione. Consisteva, mi pare, nell’impiego del verbo traverser in francese per l’italiano attraversa nella poesia di Lolini:

Stinta città, stinta notte,

Una folla di malati l’attraversa

Ondeggiano e non é altro

Da questo andare e venire

Questo sogno di te

Che non esisti ma che sei vero.

Winterreise. L’inverno come un viaggio in lingua italiana, come una notte bianca. Per un breve istante ebbi finalmente l’impressione di capire il senso della poesia, ben al di là della traduzione in francese. Scoprivo, mi sembrava, che il mio errore aveva prodotto in me tutta una serie di errori di cui la mia presenza in piena notte in rue Rouge non era il meno significativo.

Che cosa ci faccio là? mi sono domandato, nell’ora in cui gli altri malati, miei contemporanei, attraversavano a loro volta la notte?

L’incongruità della mia presenza in rue Rouge mi parve enorme. Mi sono messo a sudare come tutte le volte che mi sento ridicolo e le guance mi scottavano. La mia esistenza non aveva acquisito quella leggera invisibilità che cercavo fin dall’inizio della mia passione per la traduzione. Bisognava che mi sbrigassi a tornare a casa per rivedere la traduzione della poesia di Lolini che per fortuna non avevo ancora inviato alla rivista che doveva pubblicarla. Comunque, esitai prima di riprendere la strada del mio appartamento. Dovevo abbandonare i miei andare e venire nelle strade della città ormai deserta? Era quello che intendeva dirmi la rue Rouge? Torna a casa e riprendi con pazienza il tuo lavoro di traduttore ! È passato il tempo delle tue passeggiate notturne. Sii più fedele e meno vanitoso.

Cambiare la mia vita notturna? Tutto questo a causa di un infelice errore di traduzione?

A mo’ di punizione avrei potuto essere mutato in albero all’angolo tra rue Rouge e Boulevard des Lices. Le braccia trasformate in rami, la testa, cima piegata sotto il vento, i piedi radicati nella terra sotto l’asfalto del marciapiede. Non mi sarei sorpreso. Il busto imprigionato dentro un tronco, la pelle indurita sotto la scorza. Che cosa sarebbero diventati i miei desideri, i miei pensieri di traduttore?

Oppure mutato in cane. La deambulazione mi sarebbe stata concessa ma, proprietà di un padrone severo, avrei dovuto subire la sua legge, incatenato a una cuccia o a un’abitazione. Da quel momento tutti i miei pensieri sarebbero stati quelli di un prigioniero.

Non accadde niente del genere. Ma ne dedussi che dovevo rinunciare alle mie peregrinazioni insonni.

Malati, ho gridato nella notte solitaria, dove siete mai, che io vi raggiunga ancora una volta, fratelli di cui vedo attorno a me solo l’assenza?

Poi, ritornato alla ragione, ho ripreso la strada dell’appartamento. Ed eccomi di nuovo di fronte al testo di Lolini. Attraversare la notte, la città, la vita? Come i malati di Lolini, come i pazzi, gli insonni?

Al mattino ho preso una decisione. Andrò a trovare Guglielmo, il professore d’italiano del liceo di cui sono stato alunno. Mi darà sicuramente dei buoni consigli, per lui attraversare non sarebbe un problema. Dovrei riprendere i contatti, procedere per tappe, non spaventarlo con un eccesso di precipitazione. Essere paziente. Sforzarmi di apparire il più normale possibile. Sono un traduttore che dubita e ha bisogno di un consiglio, Guglielmo, potrebbe ricevermi? È a proposito di una poesia di Lolini. Accetterebbe, ne sono certo. Lusinghiero essere sollecitato a questo modo, mi pare. Non è a me che dovresti domandare un aiuto simile. Aspetto, pazienza.

Seduto al tavolo del mio studio, circondato dei vecchi amici dizionari, riprendo la poesia da tradurre. Quanto tempo mi ci vorrà? Non lo so. Ma la luce del giorno mi aiuterà, il sole entra nella stanza e noi finiremo la traduzione insieme. Lui, il sole, e io il traduttore. Poi prenderò appuntamento con Guglielmo e potrò scegliere una nuova poesia. Finalmente.

Une foule malade traverse mes nuits.

*Il testo è tratto da: Sylvie Durbec, Fughe, I libri dell’Arca, Joker, 2006.

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I libri di Sylvie Durbec nascono durante o al termine dei suoi viaggi. Ma in Fughe il viaggio è più speciale e affascinante. L’autrice ne fa un personalissimo “diario di bordo” sulle tracce di grandi scrittori da lei molto amati: daLenz a Walser a Sebald,viaggiatori inquieti se non addirittura folli, costretti sempre a fuggire per ragioni di sopravvivenza ma anche per fuggire da sé stessi.

Rivivere le loro emozioni, è una sorta di affettuoso omaggio: ma è attraverso la metafora della traduzione come viaggio che il percorso della nostra viaggiatrice si arricchisce di nuove tracce e nuovi interrogativi. La letteratura,allora, non è che un grande viaggio condiviso, dove nulla è originale ma dove tutto, pur essendo già percorso e scritto, può ancora esserlo attraverso molteplici finzioni. Camminare e scrivere, apparentemente da soli, è in realtà un camminare comune, popolato di compagni e di ombre. Tutti i luoghi sono già carichi degli sguardi e dei passi dei viaggiatori che li hanno percorsi e ci hanno preceduto. (L.F.)

IL BITUME DI GIUDEA. Giovanni Castiglia

Nel numero 1 di “Arca. Seconda serie (gennaio-giugno 1997)”, Giovanni Castiglia (Casteldaccia, 1955-2019) pubblica, nella sezione “Graffiti”, un suo intervento visivo, dal titolo Il bitume di Giudea.

Il bitume di Giudea, o asfalto siriano, è una miscela di bitumestandolioargilla e essenza di trementina.

Una volta purificato, è utilizzato nel procedimento fotografico dell’eliografia e dell’acquaforte. In liuteria viene utilizzato come colorante e nel 1826 come emulsione fotosensibile per la prima fotografia.

Scrive Giovanni del suo intervento: «Pagine strappate a più di un diario intimo di schizzi graffiati nell’attimo di un gesto: il gesto fondante. Altri fogli più aggrovigliati, anneriti: il bitume di Giudea, volontà che fugge nella tenebra per trovare dell’altro, per azzerare e sorprendersi. Reperti minimi, piccole pulsioni, frammenti fermati al volo – tempo che fugge».

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Il gesto fondante o il bitume di Giudea

Fuori dalla grotta primordiale

dentro un’alba gelida, siderale

Senza la pelle, in balìa di

venti come un groviglio

di sterpi nel deserto

Perso in una ragnatela di

strade lontanissime

Inverno 1994

ARCA. Giovanni Castiglia

«Nessun altro potrebbe custodire meglio di voi quest’Arca, Casteldaccia, 5/5/1998, Giovanni».

Questo dono di Giovanni Castiglia, omaggio alla rivista “Arca”, conferma il titolo della sua mostra del 2010, al Palazzo dei Normanni: “Tutto il tempo è un canto solo”. Per un artista come Giovanni il tempo è sempre stato un “canto solo”, e le forme di quel canto le sue opere.

LA SCALINATA ROSSA

La Scalinata rossa*

La Scalinata rossa di Soutine: i gradini fusi come lava di vulcano, assomiglia a una rotaia incendiata; la circonda una casa sghemba, due porte e tre finestre, scosse da un sussulto spasmodico. L’unico punto immobile del quadro è un rettangolo di cielo azzurro-scuro, con la sagoma del campanile. Un esempio di materia suppliziata, come Soutine definsice I paesaggi che il suo pennello contende alla bufera. Dalle sue case appiatite e storte, dalle sue nature percorse dal vortice distruttivo del segno, Soutine perviene a un consapevole rifiuto della disgregazione e dell’astrattismo. Il suo segreto èproprio il vento, la presenza costante di un vento che è l’occulta sintassi del quadro: ciò che contemporaneamente unisce e travolge. Soutine, nonostante l’accesa violenza dei colori, non disgrega mai la tela ma ne fa l’epicentro di una bufera incessante. Gli oggetti – le case, gli uomini, le strade – non sono spariti: sono prossimi a sparire. Le case dipinte prima di essere divelte o ghermite da una raffica; gli alberi curvi prima di essere sradicati; il cielo azzurro prima che una massa di nubi lo ricopra e ne travolga i colori. Nella lotta fra cielo e terra, dove la terra è sempre destinata a soccombere, Soutine costruisce la sua tela come un bivio, una croce alla quale si inchioda senza lasciare la terra e senza cedere al cielo, sanguinando la disperazione della prossima perdita.

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Détour, “opuscola”, Genova, 1985 (a cura dell’Ufficio Ricerche e Documentazioni sull’Immaginario).

NERI LUMINOSI. Per Chiara Romanini

fotografie di Chiara Romanini

testo di Marco Ercolani

Neri luminosi

Talvolta l’arte è un paesaggio che sembra non appartenerci più: esiste fuori di noi e in quell’altro mondo costruisce le sue forme con visionaria esattezza. La futura mostra di Chiara Romanini, Poeta nero (il titolo evoca una poesia di Antonin Artaud) ne è la prova. Osservando le singole fotografie, si è pervasi da una percezione fluttuante, che ammutolisce il linguaggio comune. Restare in questa soglia, fare arte dentro questa soglia, ci insegna che un senso troppo preciso cancella ogni forma di bellezza e che solo un paesaggio non troppo definito cattura lo spettatore in una ipnosi cosciente. La fotografia – letteralmente “scrittura della luce” – progetta qui il suo essere simultaneamente luce e oscurità, corpuscolo e onda della materia visiva, sostanza fantasmatica del reale. E il reale è la magica suggestione di autoritratti che delineano una perturbata autobiografia psichica, la costruzione di un corpo di donna su sfondi di macerie o muri o specchi o veli. Le responsabilità di un essere umano non sono soltanto le sue azioni coscienti, ma anche i suoi stessi sogni. E i sogni creano il reale assoluto, come teorizzava Novalis: la poesia di cui siamo capaci di portare il peso, che è bellezza e tormento.

Secondo la coreografa Marta Graham «Un artista cammina e la sua opera lo segue come Euridice. Se si volta scompare, non c’è più nulla. Un creatore non guarda mai nulla dietro di sé, avanza fino alla morte: tocca agli altri il compito di sezionare e di esaminare la sua opera». Chiara, con la sua coreografia di autoritratti, sembra lavorare in questo senso, dominata da quello che il poeta Aleksandr Blok definisce “un senso di malinconia per ciò che è terrestre”. Ritratta sull’altalena o mentre scompare in una porta o in uno specchio, o mentre osserva telone di un circo, il corpo stretto da un bustino o in dialogo con le pieghe di una stoffa, Chiara si reinventa prigioniera nell’atto del suo liberarsi. Non si comprende, in queste figure-talismani, dove inizi la gioia della rappresentazione e dove si consumi il dolore dello svelamento. Ma, come scrive Giorgio Agamben: «La metafora sostituisce una cosa con un’altra non tanto per giungere a questa quanto per sfuggire a quella».

E in questo percettibile movimento di fuga Chiara Romanini si ritrova. Mentre fugge, trova la via del ritorno a casa. Fratturata in specchi e riflessi, dove il suo interminabile autoritratto si nasconde e si svela, ricompone se stessa come ninfa sempre nascente, nell’anima e nel corpo. Questa ri-creazione di sé è l’oggetto prediletto della sua indagine fra il nero e la luce. «Ecco perché, nonostante il nero sia il colore delle tenebre, esistono neri “luminosi”, ovvero neri che brillano prima di oscurare, neri che sono brillanti prima di essere neri” (Michel Pastoureau). Fotografa-regista delle proprie immagini, Chiara Romanini rifiuta il fluire del mondo come universo di immagini e ferma le sue visioni in “sculture” fotografiche, che hanno la felice sensualità del corpo e la malinconica magia del fantasma.

IL NUOVO MONDO. Gustavo Giacosa

con una nota di Marco Ercolani

Il Nuovo Mondo*

Il sogno di un mondo Altro e altrove, di cui si è unici fautori e urgente motivo fondante, costituisce il cuore del mito del ‘bandito creatore’ e paradigma a partire dal quale analizzare la ‘creazione bandita’. Opera chiave a questo riguardo è il “Nuovo Mondo” di Francesco Toris, un insieme di ossa finemente cesellate che evocano la struttura di sostegno di un archetipo cosmogonico. Parto di una lunga notte solitaria, l’uovo cosmico macera gli scarti del mondo. Come avviene per altri banditi-creatori da Giovanni Podestà a Melina Riccio, Toris risana il mondo reietto nutrendosi dai suoi rifiuti e trasformandoli in pilastri del Nuovo che deve sorgere. Opera composta da numerosi elementi scolpiti e intagliati in osso bovino incastrati gli uni negli altri, percorso tortuoso dal disegno inestricabile, apparentemente privo di una via di uscita. Il labirinto di Toris rappresenta un percorso iniziatico verso un centro sacrale nascosto. In questo luogo segreto l’anti-eroe solitario potrebbe avere accesso a una perduta unità del sé. Due porte danno indistintamente accesso o uscita all’antro, dove s’annida il Khaos. Insieme d’elementi d’intensa carica simbolica: la porta, la scala, il ponte, la ruota. Tutti artifici vincolanti creati dall’uomo per superare un ostacolo e impossessarsi dello spazio. Estensioni del desiderio in ogni senso, in qualsiasi direzione. Il cuore di questo mondo nuovo è pregno di allontanamenti e abbracci: aprire, chiudere, salire, scendere, nascondersi, sporgersi…

L’immagine esteriore del mondo è ai nostri occhi un insieme frammentario suscettibile di essere riunito o separato. Dice Georg Simmel: “c’est à l’homme seul qu’il est donné, face à la nature de lier et de délier, selon ce mode spécial que l’un suppose toujours l’autre” e ancora “ nous sommes à chaque instant ceux qui séparent le relié ou qui relient le separé”. L’artista in un vero processo alchemico inizia coll’isolare e curare ogni singolo elemento o traccia recuperata che integrerà l’insieme cosmogonico. Ognuno di essi è un’unità risanata e potenziata per mezzo di azioni talvolta apotropaiche che mirano alla purificazione. Sono così ingeriti, sputati, lavorati, levigati e infine scolpiti.

*Dal 23 marzo 2012 al 6 gennaio 2013 Gustavo Giacosa ha organizzato, a Parigi, a Halle Saint Pierre, la mostra Banditi dell’arte, la prima dedicata interamente all’arte outsider italiana.

Nota

Francesco Toris, internato in manicomio alla fine dell’Ottocento, recupera migliaia di ossa di manzo, resti dei pasti suoi e dei suoi compagni, li leviga attentamente fino a farli sembrare pezzi sottili d’avorio, e poi comincia la sua opera, che lo terrà impegnato per decenni e che chiamerà Il Mondo nuovo. Incide quelle ossa sottili di facce zoomorfe, portali, simboli, figure, linee, che incastra le une alle altre senza usare nessun tipo di chiodo o di supporto esterno, realizzando una torre babelica intricata e fragilissima di cui solo lui conosce le regole di composizione e di equilibrio. Il Mondo nuovo, nel suo assemblaggio, è il più perfetto esempio di delirio realizzato in scultura. Il mondo sparisce per mostrare ciò che lo sostituisce: una nuova, intricata, esoterica struttura verticale che l’ex-carabiniere Toris, tormentato da deliri persecutori, concepisce come una aguzza cattedrale interiore opposta e speculare all’aggressivo mondo esterno (da Galassie parallele. Vie non maestre dell’arte, Edizioni Il Canneto, 2019).