I MITI, LE LEGGENDE. Lucetta Frisa

Parole e cose corrono, è la fuga

dal centro, tu lo sai. La storia ci frattura

i tentativi e troppe schegge fanno

la pazzia. È un penetrare forse senza

il calcolo, è un discendere volando

sulle scale e un umiliato risalire

viaggi nella memoria. La madre, la maestra,

tante stanza buie da aprire. Si spalanca

il grembo molle che ci inghiotte. Bisogna

andare via se la radice mangia

la casa ed è già un vizio. Nel diagramma

di tutte le discese, tu difendi

un gradino; la tua donna, la tua piccola

figlia, che alla calma ringhiera del tuo cuore

hai saputo fermare, e così vivi.

*

No, non conosco il tempo dell’Atlantide.

Forse quando saprò uccidere il padre

e la storia che si mangia la cosa,

gli specchi e il tarlo delle parole, quando

l’antico scarto irrazionale sarà

convertito e al vizio sacrificale

condurrò il mio nome estraneo,

dolci libri nel rogo della memoria,

il messaggio sarà appreso infine,

quello solo, irrevocabile e muto.

*

Ogni occasione, respiro, incontro, ora, hanno scadenze

come lo stretto viaggio in mezzo al vuoto

del pendolo e il mio cuore è bianco aperto

a ogni ritmo e ritorno. Si corrompe

la freccia dritta in parabole sempre,

la gravità della terra che precipita

il volo dei più alti uccelli. Io voglio espandermi,

voglio un centro che sia tutte le cose,

qui e ovunque, prima e dopo, e non mi tocchi

l’alternarsi dei poli, che la sinistra

dolce sia alla destra, mani serene

delle statue egizie. Aria e totale energia

nel sorriso che conosce la legge

e i meccanismi. Ma io per centro chiedo

una radice, punto solare con braccia

senza tempo, infinite e finite, e splenderanno

tutte le cose insieme in cerchi e cerchi

di continui universi, dove vivo da sempre

senza saperlo.

*

Il pozzo sacro di Velia e l’addio nella tua cartolina.

Dice che non devo più amarti. L’amore, per te,

era difficile. Ma chi di noi precipiterà nel fondo

assieme a tutta l’acqua del passato,

la casa dal molle grembo, l’esclusiva

politica (gli assoluti di ogni tuo giorno)

l’irrequieto fluttuare del cervello

e della tua più pura energia

che verserai ancora nel casuale continuo delle notti.

Non sai che nel pozzo si avvolge il tuo buio drago,

non il mio, che ormai sola, ho imparato ad uccidere.

Non più per te. Avevamo ognuno una spada

e insieme vittoria per un’unica torre

di pietre bianche. Ogni città che si apre

è una crociata che non conosce paura. A me resta

il cuore spaccato che rotola

e sparge il tuo amore sui sassi, ma l’addio

è solo tuo che ti chiama

giù dal profondo del tuo pozzo buio.

*

Solo chi sale conosce il precipizio, solo

chi ha mille braccia sa lo spazio e il ritmo.

Ad ogni cosa mi portano segreti canali

quando le torri delle parole si rovesciano

in pozzi. Sepolti tutti i significati,

allora aperte s’allacciano correnti,

universi creati dentro gli altri. Il gallo canta

ed entra la sua voce nel nuovo grembo

del mattino che fu seme notturno, e sono

albe, tramonti, furti delle ore. Girano

gli occhi sul fondo delle lune, nuotano

verso il giorno che le ritorna morte

come pesci. E lo scheletro già

diventa luce e sangue e nervi eppure

questo viaggio è testardo, è sempre

chiudere il libro e, soli, tentare.

*

Smetteremo di suonare i nervi alla luce

e l’elettrico gatto graffiante e le maree

esaltate in mensili parabole, non più

gorghi, botole, pozzi, cantine,

l’archetipo chiaro entrerà nella notte

delle chitarre e del vino. La viziosa

tensione si rompe e ridendo

tiriamo la coda della storia.

La scala della mente sempre arriva

a riscendere, gira cerchi di droga

e miti, eppure il calcolo c’è esatto

della fuga alla solare terrazza

sopra la luna morta.

**

I versi sono tratti da: Lucetta Frisa, I miti, le leggende. Con due disegni di Domenico Balbi, Rebellato editore, Quaderni di poesia 1970.

Domenico Balbi

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Poeti contemporanei. Lucetta Frisa (1)

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