
Parole e cose corrono, è la fuga
dal centro, tu lo sai. La storia ci frattura
i tentativi e troppe schegge fanno
la pazzia. È un penetrare forse senza
il calcolo, è un discendere volando
sulle scale e un umiliato risalire
viaggi nella memoria. La madre, la maestra,
tante stanza buie da aprire. Si spalanca
il grembo molle che ci inghiotte. Bisogna
andare via se la radice mangia
la casa ed è già un vizio. Nel diagramma
di tutte le discese, tu difendi
un gradino; la tua donna, la tua piccola
figlia, che alla calma ringhiera del tuo cuore
hai saputo fermare, e così vivi.
*
No, non conosco il tempo dell’Atlantide.
Forse quando saprò uccidere il padre
e la storia che si mangia la cosa,
gli specchi e il tarlo delle parole, quando
l’antico scarto irrazionale sarà
convertito e al vizio sacrificale
condurrò il mio nome estraneo,
dolci libri nel rogo della memoria,
il messaggio sarà appreso infine,
quello solo, irrevocabile e muto.
*
Ogni occasione, respiro, incontro, ora, hanno scadenze
come lo stretto viaggio in mezzo al vuoto
del pendolo e il mio cuore è bianco aperto
a ogni ritmo e ritorno. Si corrompe
la freccia dritta in parabole sempre,
la gravità della terra che precipita
il volo dei più alti uccelli. Io voglio espandermi,
voglio un centro che sia tutte le cose,
qui e ovunque, prima e dopo, e non mi tocchi
l’alternarsi dei poli, che la sinistra
dolce sia alla destra, mani serene
delle statue egizie. Aria e totale energia
nel sorriso che conosce la legge
e i meccanismi. Ma io per centro chiedo
una radice, punto solare con braccia
senza tempo, infinite e finite, e splenderanno
tutte le cose insieme in cerchi e cerchi
di continui universi, dove vivo da sempre
senza saperlo.
*
Il pozzo sacro di Velia e l’addio nella tua cartolina.
Dice che non devo più amarti. L’amore, per te,
era difficile. Ma chi di noi precipiterà nel fondo
assieme a tutta l’acqua del passato,
la casa dal molle grembo, l’esclusiva
politica (gli assoluti di ogni tuo giorno)
l’irrequieto fluttuare del cervello
e della tua più pura energia
che verserai ancora nel casuale continuo delle notti.
Non sai che nel pozzo si avvolge il tuo buio drago,
non il mio, che ormai sola, ho imparato ad uccidere.
Non più per te. Avevamo ognuno una spada
e insieme vittoria per un’unica torre
di pietre bianche. Ogni città che si apre
è una crociata che non conosce paura. A me resta
il cuore spaccato che rotola
e sparge il tuo amore sui sassi, ma l’addio
è solo tuo che ti chiama
giù dal profondo del tuo pozzo buio.
*
Solo chi sale conosce il precipizio, solo
chi ha mille braccia sa lo spazio e il ritmo.
Ad ogni cosa mi portano segreti canali
quando le torri delle parole si rovesciano
in pozzi. Sepolti tutti i significati,
allora aperte s’allacciano correnti,
universi creati dentro gli altri. Il gallo canta
ed entra la sua voce nel nuovo grembo
del mattino che fu seme notturno, e sono
albe, tramonti, furti delle ore. Girano
gli occhi sul fondo delle lune, nuotano
verso il giorno che le ritorna morte
come pesci. E lo scheletro già
diventa luce e sangue e nervi eppure
questo viaggio è testardo, è sempre
chiudere il libro e, soli, tentare.
*
Smetteremo di suonare i nervi alla luce
e l’elettrico gatto graffiante e le maree
esaltate in mensili parabole, non più
gorghi, botole, pozzi, cantine,
l’archetipo chiaro entrerà nella notte
delle chitarre e del vino. La viziosa
tensione si rompe e ridendo
tiriamo la coda della storia.
La scala della mente sempre arriva
a riscendere, gira cerchi di droga
e miti, eppure il calcolo c’è esatto
della fuga alla solare terrazza
sopra la luna morta.
**
I versi sono tratti da: Lucetta Frisa, I miti, le leggende. Con due disegni di Domenico Balbi, Rebellato editore, Quaderni di poesia 1970.

Domenico Balbi
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Poeti contemporanei. Lucetta Frisa (1)
