AFASIA. Silvia Comoglio

«L’enigma dovrebbe bastarci. Non abbiamo bisogno di decifrarlo. L’enigma è lì». Le parole di Borges, scelte da Silvia Comoglio come epigrafe al suo nuovo libro Afasia (Nuova Limina, Collezioni di scritture, III, 2021), suggeriscono che possano esistere versi belli ma privi di senso, il cui senso risiede solo nell’immaginazione. È il caso della poesia di Silvia, che appare sulla pagina come un continuum di frammenti arcaici, che sembrano scivolare da un poema remoto ma dissolto, dove il senso è diventato una scia del suono. Il libro si suddivide in quattro parti: Afasia, Antimondo, Chiaroveggenza, Luminescenza. Ma ogni sequenza ha una musica inequivocabile, che non può essere ricondotta né a un tema né a un’armonia precisa (forse ci potrebbero soccorrere le Toccate e i Capricci di Frescobaldi, la cui musica non sai mai dove conduce, ma si snoda inquieta e sempre certa di sé).

Osserva Elio Grasso alla fine della sua postfazione: «In certe pagine l’autrice sorprende volti acquattati nel folto, prediletti in ogni epoca: passato o futuro nulla cambia, si sa, poiché il tempo è ben presente, perenne e tutto intero. Una volta per sempre. Irrompe tenero e esigente, l’antimondo considerato nel suo insieme, dunque vi entriamo con “il forte bacio di chi bacia noi che siamo tutti”, L’illusione è sapiente, sembra un bene un po’ sfacciato, ma infine Silvia Comoglio la pone tra virgolette con il suo italiano così intensamente pensato nella lingua delle origini».

Qui, più che nei libri precedenti, Silvia arriva a mostrare la sua poetica:

«mólto, somiglia molto la frombola che dici

allo scalare dell’ultimo soffitto dove, esplose,

folto di silenzio l’ago! del tempo che si appunta

dietro l’albero e l’orecchio

*

la terra ha tua leggenda cullata di rimbalzo.

le forme, stupite a bosco, di un tempo –

trainato a mondo

*

(angeli di muti – orsi e temporali

le ombre – illese tra le dita – di de-

boli germogli)»

*

Il lettore osserva “quel regno degli avanzi nudi di – / memoria” e la voce del poeta sembra apparire o da una selva sacra, luogo di ninfe, o dal dolore di Marina Cvetaeva o da certe sibilline profezie di Emilio Villa o da alcune schegge di pensieri presocratici. Chi leggerà il libro di Silvia nella sua interezza di enigma scorrerà una partitura intessuta di spazi bianchi, di caratteri grandi o piccoli, di corsivi o tondi, di pagine semibianche. La forma del discorso è la luce obliqua di una lingua musicale e arcaica che, non avendo nulla da dire, lo dice fra luce e ombra, come dal fondo di un bosco in continua ascesa verso il cielo, e tesse una partitura che non sarebbe dispiaciuta a un Sylvano Bussotti.

Musica puntillista? Esatta? Evocatrice? Tutto questo insieme.

Chi legge questo libro lo guarda in pienezza di sensi. La lingua, da Silvia spesso declinata nelle forme orali e stupite dell’evocazione, tende a una magia esatta e salda, che il lettore assorbe come una visione.

«Un giorno avrò un sogno che uscirà dal bosco –

prezioso ordine a saperci identici contrari, specchiati.

a mondo di traverso, dentro il suo chiarore –

di cuspide di sguardo único d’amore»

La lingua e il suo senso agiscono come ricordi, sopraffatti da scene dove echi di suoni rimandano ad echi di luce, e si assiste, come in un certo Cesare Greppi, a una totale trasfigurazione della lingua italiana:

«è lépre, dite, tra-boccata a cuore

la terra esile a silenzio di folli –

notti in a-bbondanza?»

Marco Furia osserva: «Silvia risponde per via di un’originale empatia capace di mostrare come la versificazione possa essere vero e proprio tramite esistenziale: qui soggetto e oggetto, senza perdere la loro identità, partecipano di un comune destino». Ogni critico qui sospende la voce affidando l’ascolto del libro a chi potrà udire e vedere, non solo leggere. Perché leggere Afasia è percepire come, dai silenzi del linguaggio comune, usato come strumento e non come tema, germini per analogia ed evocazione una lingua nuova, che percorre il mondo – flusso di magiche risonanze («ho fatto il sogno dell’orso dentro al mondo, / di te-che-cerchi il bosco dopo il mondo»).

(M.E.)

Silvia Comoglio

KOTIK LETAEV. Andrej Belyi

[Non soltanto un libro, questo romanzo di Andrej Belyi, Kotik Letaev, scritto a Pietrogrado nel 1918 e tradotto in italiano da Serena Vitale per le edizioni della Biblioteca blu nel 1973), ma un poema-linguaggio che racconta l’infanzia dell’autore nel magma del suo divenire, la costruzione un poème en prose in continua gestazione, l’invenzione di una libera scrittura metamorfica che dal 1973, anno della sua traduzione nella Biblioteca blu, il lettore italiano non ha più avuto occasione di leggere o ri-leggere per conoscere uno dei più eccentrici capolavori della letteratura russa]

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“Belyi è, secondo un luogo ormai comune della critica, il Joyce russo: il creatore di una lingua ostica, desueta, intraducibile perché, come pre-lingua, è talmente pregna di senso da risultarne priva. L’aspetto più vistoso di questa difficoltà è rappresentata dalla creazione di nuove parole: per lo più pourmanteau words, secondo la definizione lewiscarrolliana, ma anche neoologismi ricalcati su modi o desinenze comuni o, al limite, brandelli dello stesso linguaggio comune usati però in segmenti alogici e sconnessi, e perciò straniati. Se questo vale per ogni scritto in prosa di Belyi, in Kotik Letaev c’è in più la specifica coincidenza della invenzione-scoperta di un linguaggio che va di pari passo con la scoperta-invenzione della realtà da parte del bambino e con la minuta “coscienza” che di tali scoperte è sepolta nell’inconscio dell’adulto. […] Nel linguaggio “anticipato” di Kotik, metafore, associazioni di senso, giochi di parole e di suoni vengono ancora vissuti nel loro significato attivo, creativo, disalienante. Questo linguaggio “preistorico” dell’infanzia è dunque un linguaggio futuro – il linguaggio, sempre futuro, della poesia. Kotik Letaev è un ricordo-profezia del linguaggio poetico”.

(Dalla prefazione di Serena Vitale)

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Frammenti da Kotik Letaev

Siamo nati nei mari

In noi, mondi marini: i mari delle Madri; e ribollono in rossofurenti mute di deliri.

Il mio corpo infantile è il delirio delle madri: oltre il delirio c’è soltanto un occhio, una bolla sopra un baratro in volo; affiora e – non c’è più; sono al mondo soltanto con la testa; le gambe sono imprigionate nell’utero: sono viscidi tentacoli, e i miei pensieri sono miti anguiformi: rivive in me l’essenza dei Titani. Tutti i miei pensieri sono baratri in cui l’oceano si frange, traboccando tempeste sismiche nel corpo; ecco – si leva, simile a una meteora, il pensiero infantile; precipita nel corpo, la coda s’insanguina e piove scrosci di carbuncoli sanguigni nell’oceano delle sensazioni; e tra il pensiero e il corpo, tra il baratro dell’acqua e l’abisso del fuoco, qualcuno scaglia con violenza il bambino; e il bambino ha paura.

Schema-sciame

I primi miei istanti sono sciami; “sciami, sciami – tutto sciama”; questa fu la mia prima filosofia; sciamavo negli sciami; le ruote le tracciai solo in seguito, insieme alla vecchia; ruota e sferza sono le prime forme; della schematurabilità dello sciame. Quelle forme si ripetono tutta la vita: brillano di ruote i fuochi d’artificio, le carrozze volano sulle ruote, la ruota della fortuna rotola con due alucce tra le nuvole, ruota la giostra. Lo stesso per le sfere: tondeggiano sugli scaffali della farmacia; sulla Kalanca una sfera ha preso il volo; una sferetta di legno abbatte con fracasso una fila di birilli gialli; e per finire, anche a me, un giorno, sull’Arbat, hanno regalato una sferetta rossa piena di gas: memoria eterna di quando anch’io, sciamando, m’ero condensato in una sfera.

Ciò che, mutando, schematurava nello sciame divenne per me schema; ruotando tra gli sciami, mi aprii un buco, e dal buco

il tubo

dal

quale scappai fuori.

Autocoscienza

[…]

mi colpisce il suono della parola Cremlino: che cos’è il Cremlino? Ho già mangiato la “crem-brulé”; è dolce; me l’hanno data sotto forma di un budino con tante sporgenze; nella pasticceria di Savost’janov mi hanno mostrato un “Cremlino”: sono merli sporgenti di torrette in zucchero candito rosa; è chiaro che

Cre è una cresta di merli (del cre-mlino, della cre-ma, della cre-sta); mentre m, ml, li, – è il dolce, il morbido: e in seguito, dalla finestra dell’ingresso di servizio (che da’ in cucina), dove ogni mattina l’acquaiolo ci riempie la botte con rapide secchiate. Mi mostrarono: sull’azzurra lontananza del cielo – le torrette del Cremlino: rosee, dense, dolci:

queste torrette sono i vivofluidi suoni delle paorle che sorgono in distesa linea di colori; e – in cupole capiformi; le linee sono fughe di ritmi che fuoriescono in un sonno-nota mimica;

chiudi gli occhi e stropicciali con i pugni chiusi: la vivofluida luminografia dei lampi vola, brilla dal centro giallo-violaceo; il centro pulsa di lampi:

la vivofluida luminografia dei lampi sono le parole; e le pulsazioni – i pensieri: la vivofluida luminografia delle parole incalza in sogno; incalza nelle stanze del senso:

Andrej Belyi

CAPELLI D’ANGELO. Alessandra Paganardi

William Blake
Georges Seurat

Il turno di notte è sempre stato il mio preferito. Soprattutto d’inverno, quando il vapore di condensa sopra le risaie le fa sembrare piccole insospettabili fabbriche di vita, come fossero stagni, o alveari visti da lontano. Mi ricordano le ghiacciaie cariche di gelati, alte e massicce, di quando ero bambina: si aprivano dall’alto e sprigionavano nebbia fresca e buona, che già da lontano profumava di vaniglia e cioccolato e ci diceva di correre al bancone del bar, di afferrarla sopra un cono variopinto, di morderla finalmente dal vero.
Sono quasi ad un passo dalla pensione e continuo a scegliere, quando possibile, il turno di notte. Un privilegio che qualche lustro fa poteva apparire un obbligo, sebbene ai miei occhi non lo sia mai stato, ma che nessuno, nelle mie condizioni, accetterebbe ormai più. I colleghi mi ringraziano e sorridono, giudicandomi certamente un po’ originale. I dirigenti sono felici di organizzare il servizio notturno per un lavoro che di per sé non lo richiederebbe strettamente e di potermi lasciare, vista la mia decennale esperienza, perfettamente sola a svolgerlo.
La gente spesso non capisce che è una vera fortuna riuscire ad amare ciò che nessuno ama: non trovi mai fila agli sportelli, non susciti invidia e non sei obbligato, a meno d’essere tu a volerlo, ad alcuna competizione.

Da giovane volevo diventare infermiera. Se non ci sono riuscita è stato per un insieme di circostanze, che soltanto molto tempo dopo avrei cominciato a giudicare davvero fortunate. La mia difficoltà negli studi, innanzi tutto: fin dalle elementari non ero mai stata brillante e avevo già fatto un’enorme fatica ad acciuffare la promozione ai due anni dopo la terza media, allora obbligatori per accedere al corso professionale. Dopo il primo semestre, poi, tutta quell’anatomia incominciò a non volersi infilare in nessun modo nella mia testa, soprattutto se la confrontavo con la volatile facilità con la quale le mie compagne di corso sembravano in grado di apprendere per poi magari, con la medesima distratta scrollata di spalle, dimenticare tutto. Quando ci vestivamo in divisa per le ore di stage in corsia, vedevo nelle turniste e nella caposala tanti angeli giovani, bellissimi e slanciati; mi chiedevo un po’ divertita come sarebbe apparso negli anni quel camice fasciato in vita sul mio corpo già allora grassottello, sgraziato e renitente alle cinture. Allora, prima che tutto cambiasse, c’erano ancora le suore in questo piccolo ospedale di provincia, che ha sventato la chiusura trasformandosi in un polo d’eccellenza per le malattie neurologiche e la riabilitazione. Mi sembravano sciatte e contente, almeno così credevo: speravo nella loro complicità, specie quando, con una domanda appena più loquace di un semplice cenno, ci chiedevano di portar loro il caffé, ed io ero sempre la prima ad offrirmi. Dopo alcune settimane di corvé ebbi la precisa sensazione che, in un sentire che con crescente sorpresa andavo identificando come agro disamore verso il mondo, quelle suore detestassero me ancor più d’ogni altra allieva: forse rivedevano in me qualcosa di se stesse da giovani, o forse le innervosiva il mio carattere cortese ma riservato, impossibile da scambiare con qualunque forma di servilismo. Ho azzardato in silenzio varie ipotesi, ma non sono mai riuscita a scoprire quale altro aspetto della mia persona abbia potuto rendermi loro tanto irreparabilmente invisa.

A metà del secondo semestre, ancor prima di sostenere gli esami fondamentali, mi dimisi dall’internato senza dare troppe spiegazioni: anche questo comportamento, per me del tutto naturale e spontaneo, stupì docenti e direttori, forse persino li irritò. Certo ci si aspettava che io affrontassi bocciature e ammonizioni con umiltà, fiducia nelle istituzioni e malcelata invidia verso chi ce la faceva, contribuendo implicitamente, con il mio stesso insuccesso, a dar credito e prestigio alla severità della scuola; o perlomeno avrei dovuto ringraziare, chiedere scusa se il prezioso posto d’allieva era stato negato ad una giovane meritevole per essere indegnamente affidato a me. Quando la caposala me lo fece garbatamente capire, ponendo l’accento sulla fortuna, soprattutto per me residente, di essere stata accolta in una scuola ambita da ragazze provenienti da ogni parte d’Italia, le risposi con altrettanto garbo che non avevo obbligato nessuno ad accettarmi come allieva e che non ero tenuta a rispondere, io inesperta minorenne, degli errori di selezione commessi da persone ben più competenti di me in materia.

Credevo che, visti i rapporti non certo idillici con la dirigenza, la mia domanda d’assunzione come ausiliaria sarebbe stata respinta; invece fu subito accettata. Forse l’istituto si trovava a corto di personale; oppure dall’alto avevano escogitato il modo d’infilare al mio posto d’allieva qualche volonterosa e riconoscente ragazza, fino a quel momento relegata per errore alle ben più modeste mansioni che invece, con tutta evidenza, facevano proprio al caso mio. Magari, chissà, mi assunsero proprio perché fin dall’inizio avevo messo ben in chiaro la scelta del turno di notte.

Il lavoro d’ausiliaria non mi dispiaceva. Intabarrata in un bel camicione informe color blu, che sembrava fatto apposta per un’obesa cantante di gospel, mi sentivo efficiente e persino graziosa. Lavoravo dalle dieci di sera alle sei di mattina, come faccio anche adesso; avevo pochissimi rapporti con medici, suore, allieve e diplomate, e soprattutto non dovevo mai portare il caffé a nessuno. Giravo con il mio carrello delle pulizie, lasciando dietro di me quel sentore d’alcool denaturato ed acido fenico che cominciavo lentamente ad amare e che mi accompagnava anche fuori, penetrando nella pelle come una fragranza originale e tutta mia. L’unico particolare che mi pesava davvero era l’impossibilità di alleviare direttamente, come avrei voluto, la sofferenza dei ricoverati: ci riuscivo indirettamente, però, facendo splendere in perfetto ordine i pochi metri quadrati che essi avevano a disposizione per stare meglio o per morire, lavando con cura i bagni comuni dove gli autosufficienti si recavano in fila di mattina, con i loro pezzi di sapone chiaro dentro gli asciugamani ripiegati. Se non fosse stato per quei tristi camici da degenti, l’avresti detto quasi un campeggio, o una colonia estiva per figli d’impiegati.

Non essendomi mai sposata, e dovendo provvedere unicamente alle mie singole esigenze di riposo sindacale, trovavo del tutto naturale prendere ferie nei periodi meno richiesti dell’anno, come maggio, ottobre o il marzo non pasquale, oltre a lavorare spesso nei giorni di Natale e Capodanno. Forse proprio questa flessibilità, unita alla mia sorprendente mancanza d’ambizione, ha finito per rendermi con l’andare del tempo assai bene accetta a colleghi e dirigenti. Pochi mesi prima che l’ospedale venisse completamente ristrutturato e ingrandito mi fu proposta una riconversione di carriera, che mi ha portato a svolgere il lavoro di adesso. Accettai con qualche perplessità: avevo passato la quarantina, da oltre vent’anni svolgevo di buon grado le medesime mansioni esatte e ripetitive, e l’idea di seguire un corso che prevedeva una robusta parte teorica non mi entusiasmava per niente. Dopo meno di un mese, però, compresi che era proprio quello il lavoro che avrei voluto fare da sempre e che forse tutto, per vie misteriose, sbucava fin lì: l’iscrizione al corso per infermiere, i malumori, la rinuncia al diploma, la decisione di restare comunque all’ombra di una corsia, senza entusiasmi né rimpianti, nella pianura bagnata di nebbia e di risaie dove sono nata e dove tutto mi sembra scontato, tranquillo, anche le temperature estreme d’inverno e d’estate – e a non saperlo non lo crederesti possibile in questa piatta foschia orizzontale, stesa sulla vita come una tiepida coperta all’uncinetto sulla febbre di un ammalato.

Quando mi fu affidata Grazia avevo incominciato il nuovo impiego da meno di due anni. Fino allora avevo vestito molti vecchi, parecchi adulti malati di tumore, rari bambini idrocefali e qualche cerebroleso senza età. Era da poco passata la mezzanotte, il turno sembrava tranquillo e stavo cominciando ad assopirmi. Mi svegliò il rumore del montacarichi, giusto il tempo per non farmi trovare impreparata ad accogliere Davide. Avrei dovuto capire dal suo volto che stava portandomi qualcosa di speciale. Non mi fu chiaro di che cosa si trattasse, finché non notai il lenzuolo appena rigonfio sopra la barella, come se nascondesse qualcosa di piccolo e compatto, appena avvertibile.

Davide non è persona di molte parole: spesso mi affida la barella e gli abiti con un semplice saluto, avvertendomi soltanto se l’urgenza è particolare, o se si prospetta un turno affollato. Quella volta aveva con sé soltanto la barella, e parlò piuttosto a lungo, fermandosi nel disimpegno del seminterrato dove io sostavo per ricevere la consegna. «Quindici anni non ancora compiuti. I genitori si sono barricati in casa ieri pomeriggio, dopo la telefonata, e non sono voluti tornare in ospedale per rivederla. Non hanno lasciato vestiti, hanno detto di pensarci noi e di lasciarli in pace fino a domani… è il loro modo per elaborare. Abbiamo aspettato un po’, ma è meglio fare come dicono loro… so che puoi pensarci tu».
Ci penso io, balbettai senza suono, ma c’era un’altra domanda che non usciva: non il nome, no, non chiedevo mai come si erano chiamati i miei assistiti, e in quel momento decisi, non so perché, che lei sarebbe stata Grazia, un nome davvero improponibile per un’adolescente del duemila. Forse glielo scelsi proprio perché non era il suo vero, come si usa cambiare il nome di battesimo per uno pseudonimo d’arte, o in seguito ad una conversione religiosa. Non pronunciai neppure una parola, eppure Davide rispose ugualmente. «Astrocitoma infantile. Si era manifestato all’età di nove anni. Di solito è benigno, con un’evoluzione per lo più favorevole….». Lo disse con un disappunto ancor più amaro della pietà: come morire per un fuoco amico, o in una battaglia vittoriosa, mi pareva che intendesse. E di un male che a chiamarlo per nome sembrerebbe quasi una stella, o un fiore. «Non preoccuparti, la preparo per la fine del turno e ti chiamo in reparto» risposi, stavolta parlando.

Mi feci forza e, congedato Davide, spinsi le ruote nello stanzone principale dello scantinato, dove poco prima era iniziato il mio breve sonno. Sotto le luci del neon arrotolai con delicatezza il lenzuolo, fino ai piedi. La salma era perfettamente pulita: forse perché, nel decidere di rispettare l’angosciato isolamento dei genitori e di affidare a me anche il compito di scegliere l’abito, era passato un lungo intervallo di tempo e l’infermiera di turno era stata costretta a sbrigare le tristi incombenze delle prime ore, assai più spesso compito mio. L’avevo già intuito, del resto, dal breve resoconto del portantino.
Se la morte è ciò che rimane di qualcosa o di qualcuno, non potei fare a meno di chiedermi che cosa restasse di una quindicenne, che aveva trascorso ammalata quasi metà dei suoi anni. Nulla, si sarebbe detto, pochissima vita, quasi nessun ricordo. Invece basta rovesciare la prospettiva comune per capire che di Grazia rimaneva l’intero, tutto ciò che il tempo non era ancora riuscito a guastare. Era sufficiente guardarla per capire. Ho visto cadaveri di tutti i tipi, ma in quella morte c’era qualcosa di terribilmente semplice e intatto, come si vede soltanto nei lattanti in procinto di svegliarsi, quando hanno avvertito il morso acerbo del cibo primordiale che è venuto loro meno. Forse perché in lei nessuna possibilità, se non la vita stessa, era mai riuscita a diventare impossibile, Grazia personificava la morte con una nettezza tremenda, che annullava ogni residuo di sentimentalismo e suscitava soltanto una venerazione calma, assoluta. Ci sono persone schiave del proprio egocentrismo, che vorrebbero farsi imbalsamare pur di ottenere un simile scopo: ho letto da qualche parte che Evita Peron è riuscita in tale intento. Ma la venerazione è qualcosa che non si compra e non si ottiene per forza di volontà o di potere: è un miracolo che arriva da solo, come la bellezza. Se così non fosse, Dio sarebbe un bravo generale che conduce i propri eserciti in un perpetuo trionfo, un ricco magnate della vanità, oppure un volgare tiranno.

Sbrigai in fretta le operazioni necessarie per il trasporto del corpo fuori del Comune sede del decesso, così com’era indicato dal codice riportato sulla barella. L’idea di dover scegliere un vestito per quella ragazzina mi sconcertava. L’avevo fatto altre volte per qualche clochard arrivato in fin di vita all’ospedale, o per parecchi malati anziani e senza figli, che non avevano pressoché più nessuno al mondo. Avevo sempre fatto del mio meglio, ma ora la situazione si presentava diversa: non potevo fallire. Sarebbe stato come se un soprano stonasse l’acuto finale di una grande opera.

Nella saletta attigua allo stanzone di lavoro, adibita all’origine a spogliatoio e doccia per il personale, avevo allestito una specie di guardaroba dell’Eden. Davide lo sapeva: per questo mi affidò Grazia. Sono panni e monili che i parenti, a volte, regalano per gratitudine a noi inservienti, affinché li possiamo utilizzare un’altra volta in caso di bisogno: è un modo insolito e delicato per ricordare il loro caro. Alcune volte, soprattutto in caso di guarigioni insperate, riceviamo persino abiti particolarmente significativi o importanti. Ho chiesto ai dirigenti il permesso di portare da casa un attaccapanni orizzontale in alluminio cromato: lì appendo questi vestiti appartenuti a generazioni diverse, che danno alla morgue l’aspetto decoroso e gentile di una cappella ex – voto.

Lasciai un attimo sola Grazia e corsi al mio piccolo santuario. Volevo decidere subito. La memoria era già corsa ad un bellissimo abitino da Cresima donato dalla mamma di una ragazzina di tredici anni, guarita da un brutto attacco di meningite. Non ricordavo la taglia, ma non sarebbe certo stato difficile adattarlo alla figura irrealmente sottile di Grazia, sulla quale l’età pubere, trovando come predecessore ed antagonista la devastazione del male, era passata senza chiasso, lasciando dietro di sé il rigoglio discreto di certe rose nane di serra.

Mi sentivo quasi felice: l’abito stava alla perfezione. Ero quasi alla metà dell’opera, anche se mancavano alcuni particolari. Trovare calze adatte non fu difficile, essendo il vestito lungo quasi fino alle caviglie. C’è chi ama mettere le scarpe ai morti: io l’ho sempre giudicato imbarazzante, una specie di sinistro incoraggiamento ad alzarsi in piedi come Lazzaro, qualcosa che troverei davvero blasfemo pensare di ripetere.

Sistemai la cerniera come meglio potevo sulla schiena, evitando di allacciarla fino in alto dove risultava troppo stretta, e mi sfilai gli orecchini d’argento. Si erano leggermente scuriti dietro, in prossimità della clip, ma dall’alto non si poteva certo notarlo. Me li aveva lasciati mia madre: avevano una montatura alquanto appariscente, di quelle antichizzate e un po’ barocche che sembrano mimare un rosone, ma non erano di dimensioni eccessive, neppure se pensati su di un volto ben più piccolo ed esile del mio. Al centro, incastonati nelle spire del rosone, riposavano due piccoli turchesi tondi. Sotto quelle palpebre, chiare e sottili come la prima pelle di un neonato, gli occhi di Grazia non potevano che essere stati azzurri. Due pietre di colore simile sarebbero state gli interpreti discreti di quello sguardo: come quando una mamma, all’uscita di scuola, intuendo la stanchezza e il malumore del proprio bambino, non gli pone più domande e per tranquillizzarlo incomincia ad imitarne accenti ed inflessioni, a parlare al posto suo.

Le parrucche non mancano certo nel mio laboratorio: più che ex voto o doni sono strumenti tecnici, dotazioni dell’ospedale per il nostro particolare tipo di lavoro, anche se non è raro neppure qui qualche lascito. Nella stanza di là ce ne sono di tutti i tipi, ma per Grazia esclusi subito qualunque ipotesi, anche la più raffinata, che rischiasse di conferirle un aspetto di bambolina dozzinale, così gentilmente risparmiato dalla morte. Una semplice bandana l’avrebbe riammessa simbolicamente nel branco dei coetanei, dal quale la forzata consuetudine con interventi, medici e cure l’aveva certo tenuta lontana per interminabili periodi.

Gliene scelsi una azzurra, blu e bianca, con disegni vagamente etnici, dono di non so più quale bambina transitata in ospedale per affrontare una riabilitazione. Realizzava un singolare contrasto con l’abito da cerimonia, che da solo, su una deceduta adolescente, avrebbe facilmente rischiato di riprodurre la retorica stucchevole del vestito da sposa, con l’annesso, macabro simbolismo del bacio della morte. Se Grazia non aveva mai potuto ricevere un bacio d’amore, se il suo breve frammento di giovinezza era trascorso nel segno di una battaglia perduta che non aveva lasciato tempo per altri turbamenti e altre gioie, non sarebbe certo stata la morte a rubare qualcosa che, come la luce ed i sogni, non è proprietà di nessuno.

Mentre sistemavo la bandana dietro le orecchie, meravigliata di quanto avessi fatto in fretta a condurre il lavoro e felice di poter richiamare così presto Davide, del quale conoscevo il grande scrupolo professionale, qualcosa mi colse impreparata. C’era un ciuffo di capelli, lungo fino alle scapole e biondissimo, che non avevo notato subito perché era attaccato alla zona posteriore del cranio, in prossimità del foro occipitale; o forse perché la luce del neon, combinandosi con il colore chiaro di quella peluria, mi aveva inizialmente stordito. Sembrava cresciuto in quelle ultime ore, tanto era delicato e luminoso: uno di quei ciuffi di cereali selvatici che s’incontrano in certe zone semidesertiche, e che distingui dai cespugli d’erba arida non tanto per il colore, quanto per la morbidezza di piuma che le minuscole cariossidi, anche osservate da lontano, vantano rispetto all’invidiosa fame che le assedia. Ora ho proprio finito, pensai verso le quattro, mentre mi accingevo a richiamare il reparto, come avevo promesso alcune ore prima.

Purtroppo non portavo con me il portaritratti apribile d’oro intarsiato, altra eredità di mia madre, che avevo già deciso di regalare a mia nipote Martina per la sua prossima Comunione. Ero molto affezionata a quel gioiello: la mamma aveva voluto lasciarlo a me, primogenita e nubile, pensando che mi spettasse per una sorta di giustizia distributiva, visto che le altre due figlie avevano pur sempre la possibilità di ricevere doni simili dai loro mariti. Ero certa di far cosa gradita a mia sorella e alla bambina, e mi rimaneva soltanto lo scrupolo di regalare qualcosa che, in fondo, era già di loro proprietà. Ci aggiungerò qualcos’altro, mi dicevo un po’ pigramente, ma non riuscivo mai a scegliere un oggetto che non fosse né troppo convenzionale, come la solita scontatissima penna stilografica, né troppo distante dal mondo di una piccola donna tanto diversa da me.

Quella notte, un’ora prima di smontare dal mio turno di notte, mentre la fetta di nebbia marzolina intravista dal finestrone del seminterrato mi avvertiva che l’alba non era più così lontana come quando Davide era sceso con il montacarichi, decisi ciò che avrei messo nella custodia cava del portaritratti, senza più aggiungere altri doni. Trovai da qualche parte una busta mai usata, con la chiusura intatta, e vi sistemai l’esile ciuffo di capelli dopo averli legati con due fili di cotone, perché nulla andasse smarrito. Leccai con cura il bordo fino a sigillarlo perfettamente, misi la busta nella borsetta e andai a prepararmi nello spogliatoio a fianco, aspettando la fine del turno.

A Martina avrei detto di conservarli con cura, perché erano capelli d’angelo: sin dalla nascita ognuno ha il proprio custode, ci raccontavano, che cambia continuamente insieme con il suo padrone. Cresce con noi, si nutre dei nostri pensieri buoni o cattivi, intristisce quando siamo ammalati, stanchi o quando abbiamo qualche rimorso di coscienza. Avevo chiesto alla mia insegnante di catechismo se anche l’angelo poteva morire: mi rispose, un po’ contrariata, che ad una certa età, quando si muore, l’angelo ha già fatto la sua parte e ha ricominciato il turno presso qualche altro bambino.

Non so dove sia finito l’angelo di Grazia, dei tanti bambini che non sono diventati né diventeranno adulti. La mia insegnante preferiva fingere che ciò non accadesse, forse per non dover mai domandare a se stessa, né spiegare a noi perché. Certamente Martina non ha creduto alla mia storia, ma in realtà io non volevo che ci credesse: volevo soltanto provare ad offrirle, con il mio dono, l’ultima fiaba vera. A volte mi dico persino che forse ho fatto una cosa sbagliata, portandomi a casa quel singolare dono, ma sono sicura di non aver mancato di rispetto a Grazia, né a nessun altro degli angeli che vestirò da bambini. Le fiabe vere servono a questo: a dire qualcosa d’importante, senza mai diventare crude come un telegiornale o difficili come un libro per adulti istruiti. A dire ad esempio che gli angeli, se davvero ci seguono come la nostra ombra migliore, qualche volta devono essere capaci anche di morire.

Arizona (USA), 30 Luglio-1 agosto 2008

*Il racconto ha vinto, per la narrativa breve, il Premio Aurelia Josz, sesta edizione, 2021.

Alessandra Paganardi

EYEWALL. Lorenzo Chiuchiù

Marco Ercolani e i luoghi mentali

Respiro, ma ai miei giorni
manca qualcosa di terrestre e di dolce.

Chiudi nelle dita il nuovo mondo
che i cieli sfiorano da quando l’albero
è sommerso dal buio.

Non fare, della terra che vedrai,
un altro punto buio nella nuca.
Per una volta. Senza visioni.
Guarda.

M.E.

I.

Le anime vengono condotte in luoghi che le rivelano a loro stesse o che le accecano definitivamente. Se la psicanalisi è il referto di un attraversamento compiuto o di uno scacco che immobilizza, la psicagogia precede la psicanalisi.

Heidegger scrisse che logos è intraducibile quanto tao: parola è intraducibile quanto via. Eppure entrambe, a condizione che la parola non sia strumentale e la via decisa dall’inerzia o dalla costrizione, hanno il potere di condurre verso qualcosa che somiglia ad una rivelazione o ad un vicolo cieco: in poesia, ritmo, analogia e visione possono essere lette come forme di questo essere condotti.

In questo senso ciò che la tradizione letteraria considera – da Aristotele a Peter Szondi – lexis, forma letteraria, ovvero trasposizione estetica fondata sulla retorica, è invece un semainein: espressione di un attraversamento, di una caduta nel vuoto o di un salto che trova la riva. Semainein: non racconto, non ripetizione in altra forma di un evento, ma espressione di una dynamis che ha mobilitato un’esistenza.

II.

Le anime vengono condotte, ma dove?

Lo spazio poetico, così come quello mitico è uno spazio signato: i boschi sono di Artemide, il mare di Poseidone, gli specchi d’acqua delle ninfe, l’oltretomba di Ade. Alcuni luoghi possono cioè esercitare un’influenza che somiglia ad un magnetismo; quando si parla ad esempio di genius loci si allude a questo carattere che riconosce lo spazio come signato e che propaga la signatura. È uno spazio inassimilabile allo spazio cartesiano o a una geolocalizzazione.

La geografia del mito è sempre psicogeografia: ogni tonalità emotiva suscitata dal luogo è l’espressione di una signatura mitica.

Lo stesso si può dire prescindendo dal mito: il matematico Nikolai Lobachevsky, ricorda Pavel Florenskij, formulò l’ipotesi secondo la quale “fenomeni diversi del mondo fisico si estendono a spazi diversi e, di conseguenza, si sottomettono alle rispettive leggi di tali spazi. Clifford, Poincaré, Einstein, Weiyl e Eddington hanno sviluppato questo pensiero e l’hanno espresso in modo più articolato in rapporto ai processi meccanici e elettromagnetici” (Lo spazio e il tempo nell’arte).

D’altronde persino il corpo umano si estende a “spazi diversi”. Dagli Orfici a Platone, è un luogo perturbato prima che un organismo: che esso sia la prigione dell’anima significa che la sua storia non appartiene interamente al luogo fisico che occupa come oggetto o che vive come organismo. Il corpo è un luogo a sua volta legato al luogo mitico che l’anima ha abitato (la preesistenza degli Orfici e di Platone).

Oppure, demitizzando, il corpo si configura come luogo mentale che contiene ogni rappresentazione: dai Veda a Schopenhauer a Giorgio Colli la rappresentazione è l’intrascendibile. L’anima è lo spazio delle rappresentazioni: dalle percezioni, alle idee ad ogni realtà emotiva. L’indistinzione tra luoghi fisici e luoghi mentali può certo avere una ricaduta psicotica, ma dal punto di vista strettamente gnoseologico è inoppugnabile: tutto è rappresentazione, cogitato o extensio che sia. Tutto è luogo mentale.

III.

Marco Ercolani in Galassie parallele, storia di artisti fuori norma racconta delle costruzioni, delle torri, di camere le cui pareti diventano atlanti cosmici e compendi di alfabeti impossibili: tutte immagini mentali che alcuni artisti abitano come fossero mondi inauditi.

L’immagine può ovviamente essere una fantasia o una proiezione momentanea: ma non di questo tipo di immagine si occupa Ercolani. È infatti chiaro che l’intermittenza e la levità dell’immaginazione non costruiscono uno spazio durevolmente abitabile, e dunque non permettono che intorno ad esse si ordini un mondo, o un inferno. Il mondo della fantasia è insomma differente dai mondi mentali il cui tropismo decide dei destini dei loro creatori e abitanti. Ai mondi che Marco Ercolani esplora è precluso il carattere salvifico della fantasia; sono tutti caduti nell’irreversibile. Ignorano il gioco proprio perché reversibile, ignorano il teatro come altro dal mondo, assolutizzano un nucleo anomico che diventa l’asse di un nuovo mondo: tutti gli spazi di cui racconta Ercolani hanno una logica interna inoppugnabile – che si fondi su un nucleo delirante nulla toglie all’ordine interno delle loro rappresentazioni. Il che può sembrare più eccentrico del dovuto, visto che dal punto di vista formale, tutto ciò accade più spesso di quanto si presuma e in ambiti ritenuti fondati. Ad esempio la geometria, la dottrina dell’estensione – rileva Giorgio Colli – si fonda sull’assurdo del punto, ovvero sull’inesteso. Oppure: se si postula che le rette all’infinito si tocchino si otterrà una geometria completamente differente dalla euclidea. Il che significa che, a meno di rilevare un delirio solipsistico e una disfunzione, può essere difficile discriminare fra l’indimostrabile che ordina e in qualche misura crea un mondo (nel nostro esempio: il mondo della geometria fondato sulla follia che fa dipendere l’esteso dall’inesteso), e il principio folle che prima crea e poi ordina un mondo (ad esempio gli dei di Hölderlin che irrompono da ogni cielo e espropriano il mondo del poeta).

È come se in ogni opera Ercolani ravvisasse un nucleo immaginale che dispiega mondi, paradigmi, corrispondenze e anagogie. Le immagini si radicano in un regno ignoto – il mito, l’archetipo – da cui si staccano quei lacerti di luce e tenebra che diventano immagini che informano uno spazio.

“La tempesta emotiva”, scrive Marco Ercolani, “genera un’area di tumultuosa ambivalenza dove reale e immaginario oscillano fra l’esperienza annichilente del nulla e l’estasi di una subitanea dilatazione dei significati”. La tempesta emotiva è propriamente lo spazio delle tumultuose ambivalenze: luogo geometrico di ogni possibile opposizione. Luogo mentale che somiglia all’occhio del ciclone: un terzo occhio che permette di osservare il vortice all’origine del suo turbinare.

Tutte le opere di cui si occupa Ercolani descrivono un perimetro circoscritto ma mobile, oscuro e sfondato verso il cielo, dove regna una quiete sinistra ad un passo dal vortice che fa ascendere e che dilania.

IV.

Per Marco Ercolani la malattia psichica sopraggiunge nello scambiare una certa immagine mentale con l’intrascendibile: ecco la prigione. E l’angoscia, angere: manca l’aria, perché abolita la prospettiva e il suo punto di fuga. Abitare un punto significa abitare il senza dimensioni, ovvero essere nell’inabitabile.

La celebre distinzione fra paura e angoscia, fondata su noto e ignoto, può essere riconfigurata in termini spaziali: chi ha paura abita uno spazio di distanze prospettiche in cui uno o più elementi possono essere pericolosi; chi vive l’angoscia abita un unico orizzonte di compresenze – ogni cosa aggredisce alla gola.

«Oscuri artigiani», scrive Marco Ercolani, «stigmatizzati come matti, diventano imperatori delle loro case-tempio che, costruite in segreto e con materiali di scarto, si trasformano in monumenti capovolti di una nuova religione, edificata sull’immaginazione delirante».

Ercolani ripercorre queste case-tempio: la Città ermetica di Tomaso Buzzi, Il giardino incantato di Filippo Bentivegna, le Roches sculptés di Julien Fouré, le Watts Tovers di Simon Rodia, il Giadino delle Pietre di Nek Chand, il Giardino Fantastico di Fiorenzo Pilia, il Parco dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle.

Le case-tempio ambiscono ad essere monadi in senso proprio: universi attuali di tutto ciò che può essere significato (rappresentato) in potenza; non microcosmi speculari al macrocosmo, ma integrale identificazione dei due nel luogo edificato dall’arte. Le case-tempio di questi “eremiti dell’Assoluto” (Ercolani) finiscono per essere l’equivalente del corpo degli orfici: in esse ci si muove provenendo da un altro mondo e si fa di tutto per ritornarci.

Lorenzo Chiuchiu

LETTERA. Alfonso Guida

a Marco Ercolani

Porta Piazzile (fotografia dell’autore)

Non mi riposo. E mi vedo, assente, al di qua

del connubio. Vivo in un paese pieno

di arature e raccolti, senza ponti.

Se ti portassi qui, molto del dramma

capiresti. Sì, lumi di vecchiaia,

tra visioni rarefatte e solcate

da astuzie giovanili e nullità

grottesche. Vorrei in queste vie bruciasse

di bianco acciaio e di araucarie vive

l’igiene dei matti, il modo composto

dii stare seduti e intrecciarsi a coppa le mani.

Le panchine, lo stupore

chiassoso dei vetri (ma umano e cieco),

l’ansia di Proteo che prendeva, a brividi,

gli sguardi muti nei corridoi del CIM.

Questo vorrei, angustiando quel lontano

stratagemma di statue e sangue che arde

tra le regole di una pietà senza

domande e l’urlo che schiaccia la mente.

Sì, lumi di vecchiaia, Marco, piccole

penombre rischiarate tra i quaderni

del carcere e un altrove

incomprensibile.

Un’altra alba (fotografia dell’autore)
Alfonso Guida

TRAIETTORIE. Lucetta Frisa

di Lucetta Frisa

Filottete

No, non aspetta niente e nessuno. Anche se il mutamento è nell’aria, l’aria che tutti respiriamo, tranne i minerali o i cyborg. Lo nota osservando allo specchio il suo occhio destro. Che non guarda più davanti a sé ma di lato. Da quel momento rivolge un’estrema attenzione agli occhi della gente – in particolare delle donne, che si dice siano più sensibili e ricettive – non tanto alla loro forma quanto alla direzione dello sguardo. Forse anche il suo occhio si è impercettibilmente spostato. Impercettibilmente occhio e sguardo si sottraggono alla frontalità. Non fece così anche Perseo per evitare lo sguardo mortale di Medusa? Non si tratta di abbassamento della vista, di nessuna particolare anomalia o malattia del nervo ottico che può manifestarsi sia di colpo che molto lentamente. E allora? È il progredire dell’età che obbliga l’occhio a deviare lo sguardo? Dove guarda adesso? E che cosa? Tutte le mattine, cerca di truccarlo come l’altro, ma sempre la direzione diverge, esce dai contorni della faccia, come una freccia segnaletica di cui sia incomprensibile la lettura. Poi si consola pensando alla bellezza di Venere.

**

Si chiede se l’occhio non abbia relazione col piede e la sua andatura (infatti, se occhio e piede non vanno in sintonia c’è il rischio di cadere). Tempo prima era caduta, fratturandosi un piede. Teseo non aveva perduto il suo sandalo all’Inferno? Anche Edipo si era azzoppato, viaggiando. E Filottete, abbandonato col piede ferito? Quanti zoppi ci sono nella mitologia e nelle leggende! Sempre qualcosa di sinistro vi aleggia intorno. Già: chi tocca la profondità ne rimane segnato indelebilmente. Chi zoppica ha avuto rapporti con il basso e non potrà più negarne l’esistenza: il basso seduce irresistibilmente il piede. Anche Don Giovanni è sprofondato all’inferno. In particolare questa seduzione esercita il suo potere verso chi non crede in nulla, né al Paradiso né all’Inferno. Chi sa che, se sale o soltanto provasse a salire, l’alto lo ricaccerebbe in basso, con una lieve spinta, come un palloncino. Se la tensione ascensionale è innata nell’uomo, altrettanto gli corrisponde il rimbalzo in giù. In fin dei conti, le elevazioni sono mediocri e frustranti perché durano poco, illudono. Lo zoppo deve rassegnarsi al suo piede zoppo che gli ricorda che la terra è, per lui, l’unico luogo in cui stare. In musica non esiste il basso continuo? Il basso ostinato, il ground? Non si può mai prescindere dalla terra, dal nostro ostinato e fatale legame con lei.

**

Gli africani, gli orientali, danzano con i piedi aggrappati alla terra, quasi incurvati, sembrano voler frenare la loro corsa invisibile sotto le unghie, e mimano l’andatura degli animali. Battendo il tamburo evocano la pulsazione planetaria, insieme a quella del cuore di ogni singola creatura terrestre. Non perdono, cioè, il contatto profondo con la terra. Se ciò accadesse, sanno che lei si vendicherebbe in modo mortale. Tutti gli spiriti vengono dalla terra e ci ritornano. Vanno e vengono. L’estasi procurata attraverso il corpo non è che un’uscita dal tempo presente, una passeggiata al piano di sopra delle loro capanne, colline o rupi. Ma mai dalla terra.

**

Per quell’occhio che non guarda più qui ma da un’altra parte, prova angoscia e confusione. Non solo consulta il chirurgo, ma il neurologo e poi lo psicologo. Quell’occhio indica semplicemente che anche lei si trova a un bivio: raccogliere tutte le energie e fare quanto fino a quel momento non è riuscita a fare, in una sorta di parossismo voluttuoso, oppure lasciarsi portare dalla sua traiettoria laterale, abbandonandosi al mistero del nuovo percorso, nuova direzione che, alla fine, avrebbe dovuto fatalmente seguire. Prima o poi. L’occhio può sempre chiuderlo, ma mai totalmente dato che la deviazione laterale comprende una fessura. Una fessura che lascia passare uno spiffero… La colonna di Persefone? Da dove soffia quell’aria infera non vuole saperlo. Gli Antichi si, loro sapevano dare risposte. Per questo avrebbe voluto nascere in un secolo molto antico. Aggrapparsi al detto evangelico: “Lo spirito soffia dove vuole”. Allora si tratta semplicemente di convincersi che non c’è nulla da temere e lasciarsi andare nella direzione indicata dallo spirito…

**

Lasciarsi andare è scoprire qualcosa di diverso, è penetrare in un territorio sconosciuto, cogliere dei dettagli che prima non notava, a cui non aveva mai dato importanza. Ed ecco che il percorso quotidiano non è più lo stesso. Come attraversare una seconda città quasi sempre più affascinante della prima. Come osservare un quadro noto e scoprire altri personaggi, nuove luci, nuove prospettive. È come rinascere a una seconda vita, grazie a queste rivelazioni laterali.

**

C’è gente il cui occhio – destro o sinistro – assume una fissità aliena. Guarda davanti a sé immobile, quasi senza battito di ciglia, ma la pupilla è dura. Se l’esterno dell’occhio esprime l’interno, l’interno deve essersi bruciato, inaridito, oppure quella cornea difende, attraverso la rigidità della sua scorza, una fragilità, una sensibilità accumulata nel tempo che è meglio mascherare. Chi guarda con un occhio così è morto a metà. Oppure è un giudice, un teologo, un ideologo, qualcuno che si crede molto vicino a Dio. Il corpo sceglie per conto suo il momento di atrofizzarsi, rifiutarsi. Come dominare il corpo, convincerlo ad andare contro la propria natura, impedirgli di dire la verità?

**

Il cammino dell’uomo è costellato di cadute e di improvvisi squarci visionari se non profetici. Tre le cadute più significative: la prima con Darwin, la seconda con Galileo, la terza con Freud. Non siamo stati più al centro di noi stessi e quindi di nulla. Zoppica l’uomo, zoppica la terra, zoppica l’Io. Si procede sempre più obliquamente, malfermi, sorretti da protesi di vario genere. Anche la terra ha preso una brutta andatura… Anche i suoi assi si spostano. Dove andrà a finire? Ma continua a camminare e noi insieme a lei. Pur sprofondando in preda alle vertigini ci risolleviamo sempre. Tra una caduta e l’altra, una frattura e l’altra, una frana e un terremoto, ci curiamo pazientemente la zoppia, i dolori, i cataclismi, le ferite oculari.

(2014)

Lucetta Frisa



PRIMI DODICI MORTI. Stefano Massari

(1969-1996)

Willliam Congdon, Natività

I

la prima volta

non capivo neanche il bambino che ero

ma sentivo la notte masticare la pelle

del giovane uomo sorridente e pittore

mio padre bestemmiava batteva i pugni

sulle porte di casa per fortuna

la luce nella stanza era accesa

II

poi la madre della madre

cullava qualcuno che per sempre non c’era

fissava qualcosa che per sempre spariva

stretta nella camicia che puzzava di bianco

la notte mi pisciava di fianco piangeva

e si strappava i capelli e chiamava madre

sua figlia

un po’ d’acqua e nient’altro signora

tanto da questo male nessuno ritorna signora

III

la terza morte aveva unghie rotte e di cera

e nessuno di noi sapeva chi era quel lago spalancato

e improvviso colore di ruggine e legno le guardie

indignate cercavano l’ombra per sfuggire allo scempio

e al sudore dei figli perduti nell’odore di vomito e caldo

seduti a raccontare agli amici l’incredibile storia

della loro madre che vola

William Congdon

IV

poi bastò tacere e aspettare come aspetta la terra

che non ha il pensiero di noi così il padre del padre

si staccava pezzi marci e scuri dal corpo che neanche

parlava eppure spingeva i denti in avanti per riuscire

almeno a ringhiare i medici lo tagliarono tanto

che non ne rimase nemmeno il ricordo

allora ridevo di odio per quel povero monco

con la sua mano di cuoio che slegava indifferente

al mio sguardo mostrando fiero il suo unico figlio

rimasto chiuso in quel taglio e nient’altro

V

la quinta morte era lunedì le case intorno

piegate dal male di tutti di cinque uno solo

salvato rimasto idiota con l’occhio sinistro voltato

dalla parte sbagliata il braccio appeso per sempre

a un rancore di madri stupefatte e incapaci

di capire che presto quelle bare sudate e splendenti

avrebbero preso anche noi gli interrotti

condannati a tradire addestrati a sparire

già pronti per l’ombra e per ogni prossima

misericordiosa bomba

VI

sei volte annunciata arrivò la morte dell’amico

più grande che diceva ormai di neanche pregarla

che non c’era bisogno perché la pelle era già vetro

abbastanza e l’ago andava infilato caldo e buono

anche per l’osso e piano piano piano così

non avrebbe lottato ma pianto all’infinito

e dormito con i topi nel letto che per rispetto

gli avrebbero mangiato soltanto una mano

la madreperla mano

Willliam Congdon

VII

poi si spezzò la croce la città il mio nome per sempre

sdraiato sul fianco di una strada qualunque con la mano

ancora umida del suo labbro inferiore e l’urlo del mondo

venuto a bruciare proprio nel centro dei nostri anni perfetti

perché mio soltanto mio era il compito di morire per tutti

e invece restai a scegliermi dio tra i nemici a venire e il buio

come compagno di banco

VIII

l’ottava divorava il cranio della donna più alta

piena di grazia e gentile che rideva come ridono a volte

le cose più antiche che nascondeva le macchie tra le cure

e le tessiture delle donne quando proteggono i figli

dalla santa impotenza del padre

non guardarla diceva in coro mia madre

è rimasta una povera croce

scavata senza pietà

William Congdon

IX

la nona nutrita e paziente nell’arteria femorale

perché fosse suo solo legittimo fratello magro bello

e splendente senza niente senza neanche un addio

o un perdono o pietà per il bene che gli incendiava

le mani ogni volta che la sua corda tremava

fino al pianto assoluto confessando l’assurdo

e il destino di ogni cosa creata

conservate solo i pochi maglioni amati

solo i miei aghi sporchi non piangete non pregate

tanto tutto è calmo adesso tutto è davvero calmo

adesso

X

la decima morte appesa millimetrica minuziosa

nel calcolo adeguato al peso del corpo il gancio calato

perfino lucidato come fosse stato prima purificato

così da tenere corta la catena e spessa il giusto

per fare presto e sfuggire al buon dio dei massacri

e lasciare la madre che aveva volato una volta e per sempre

e il padre imputridito vivo e la sorella svanita per prima

infetta e trasparente e obbligare alla resa il più piccolo

illeso fratello corso a sollevargli una gamba già tesa

ad artiglio già dura come un’accusa all’ennesimo

orrore del giorno a chissà quale colpa di figlio

senza ritorno

ora conosci l’odore del corpo impiccato sai che gli si gonfia l’addome

esce la lingua e resta intorno una luce impassibile e obliqua

e sai anche cosa stava guardando prima di saltare e battere il vuoto

lo sai ora dimmi come faccio a tirarlo giù e dimmi perché

maledetto cristo dimmi perché

William Congdon

XI

l’undicesima aveva un figlio nelle isole

e un corpo militare che sapeva cantare con la schiena

tesa nel salto e nel vuoto o allo specchio o verso

qualsiasi cosa sfidasse la rabbia dei padri con i bastoni

pronti sulle gambe e sapeva giurare ballare mentire

fare qualsiasi cosa incendiasse le bocche delle nostre

grandi femmine poi per primo fuggì al culmine

della nostra alleanza quell’obbedienza che per fatica

e destino tutti avremmo perso giorno per giorno

infine lo prese un muro e io in fila tra i ritornati

strinsi un’ultima volta la vecchia corda che gli spezzava

il polso all’infinito e il suo bene bambino e astuto

non lo riconobbi mai più

non so come è successo forse si è distratto pioveva

forse ha sbagliato forse non l’ha visto il muro è andato giù

aspettava un figlio forse l’aveva voluto

XII

la dodicesima sorvegliava la schiena del mondo

preparava l’aborto con la stessa sostanza del padre

il polso destro addestrato al rifiuto la mano sinistra

sottile e sfinita conficcata in fondo ai miei denti

nuda come il grano che raccoglieva ogni sera furia

dolore e promessa di due giovani corpi che non sapevamo

accudire che non capivamo neanche il confine

tra fede e ferita perdono e addio gioia e sentenza

poi l’inizio del gelo la resa al buio come sua madre

la paura di obbedire nel petto a ogni minimo vuoto

di male e incesto la volontà di scendere in unico buco

di sono perfetto finalmente la fine all’inizio di tutto

*I testi sono tratti dal volume inedito, Macchine del diluvio.

Stefano Massari

TRA DI NOI L’OCEANO: Mattia Morretta

Modernità di Emily Brontë ed Emily Dickinson

(Gruppo editoriale Viator, 2021)

nota di lettura di Caterina Galizia

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Quando somme di sottrazioni producono indipendenze

«Tu sai che detesto essere comune» scrive Emily Elisabeth (Dickinson) alla compagna di scuola Abiah Root citata da Morretta nel suo libro: «ed Emily Jane (Brontë) mette nero su bianco e vuole essere come Dio l’ha creata, seguendo soltanto la sua speciale costituzione».

Così si presentano le due scrittrici divise dall’oceano. Ma così si presenta anche Mattia Morretta con un libro la cui indiscutibile originalità poggia sul continuo rimbalzare di rispecchiamenti e triangolazioni di cui l’autore si rende coprotagonista. Il suo linguaggio, infatti, si libra in catene di associazioni libere autogenerantesi grazie alle quali fioriscono innumerevoli citazioni di testi letterari e filosofici. Il risultato è uno scambio prodigiosamente “vivo” (e in qualche momento “alla pari” anche dal punto di vista poetico) tra il mondo interiore di Morretta e quello delle due scrittrici. Noi, cresciuti all’ombra di Winnicott, siamo affascinati da movimenti onirici come questo, alla ricerca di un ponte, di uno “spazio potenziale” che ci offra il brivido del “perturbante”, senza farci correre i rischi attribuitigli da Freud.

Morretta, quindi, malgrado colga le differenze, è interessato soprattutto agli elementi comuni delle due esistenze. Essi infatti sono numerosi e tutti all’insegna della sottrazione a cominciare dall’immane vuoto che segna l’imprinting iniziale.

Nei due nuclei al di qua e al di là dell’0ceano il padre Dickinson «ritiene appropriato per le donne solo il proprio domicilio» (non a caso la figlia metterà in atto una scelta di radicale clausura per gran parte della vita). Egli inoltre «non gradisce vedere esibizioni pubbliche di cantanti e attrici non essendo il talento una scusante sufficiente» (ed Emily si opporrà alla pubblicazione dei propri testi scegliendo di rimanere invisibile anche al mondo letterario.)

Il padre Brontë è un religioso, «genitore autarchico di carattere duro e violento che trascura i bambini tanto da non consumare con loro neppure i pasti» e che «mette a disposizione dei figli libri e giornali soltanto per avere qualcuno con cui discutere di politica».

In entrambi i casi la figura materna è praticamente assente: Emily Brontë perde la madre a tre anni. Ha tre anni anche Emily Dickinson quando la sua inizia a soffrire di depressione. Scriverà: «non ho mai avuto una madre. Suppongo che una madre sia colei verso cui si corre quando si ha una pena». Ritroverà l’attaccamento solo quando, travolta dalla morte del marito, la madre subirà un “ictus paralitico” e il movimento sarà invertito: tutto il carico graverà allora su Emily: «”Ho appena finito di dire-buongiorno mamma- (scrive a Elisabeth Holland) che mi odo dire -mamma, buonanotte- »”. Dopo la sua morte la scrittrice avrà momenti di totale prostrazione… Soffrirà di un freddo a volte elettrico, a volte paralizzante, UNA LANDA IN CUI L’AMORE NON E’ MAI PASSATO».

Per entrambe le scrittrici, quindi, infanzia e adolescenza trascorrono durissime: sul piano educativo solo soprusi; sul piano della qualità di vita solo rinunce. Capiscono molto presto che le vesti femminili con cui si presentano al mondo sono responsabili di una massa di disagi. Ne consegue una visione degli uomini di tipo reattivo: «Dickinson li definisce “baffi e stivali” e si attribuisce “un cuore duro, di pietra”, mentre in Cime tempestose nel petto alberga “acciaio temperato”».

Come acquartierarsi quindi rispetto a quelli che allora erano gli unici due sessi accreditati? Morretta parla di “indipendenza delle due nel ruolo di genere”. Troppi gli intoppi che hanno fatto barriera nel percorso verso l’individuazione. Il cammino si è bloccato senza giungere alla genitalità, fase in cui la scelta è d’obbligo. Mattia dice: «Quando la natura sessuale rimane elastica com’è in origine e di base, l’Io si nutre di tutto il potenziale erotico e spazia dai tratti psicologici più femminili a quelli più maschili».

Nella quotidianità quelli che riescono a sfuggire alla sottrazione sono due mondi di donne: «storie di donne e tra donne», dice Morretta, «in vita e in morte…Se negli scritti (delle due Emily) i maschi sono proiezioni, comparse o spalle delle vere protagoniste, nella dimensione privata la cifra ricamata in oro sulla loro biancheria è l’amicizia, specie per Dickinson, che tenta di costruire intensi legami alternativi tra “le strane” e “da rara a rara”. Quelle anomale api regine nell’alveare di campagna, rispetto ai circoli vanagloriosi degli intellettuali e artisti maschi sulla scena sociale, sono una piccola comunità votata alla produzione di miele per balsami affettivi e di ricami per il corredo esistenziale».

L’indipendenza si allarga dal ruolo di genere fino a colpire non solo la simbologia degli attributi sessuali ma anche l’ancoraggio che questi ultimi hanno nel corpo e diventa soprattutto indipendenza (ma non sarebbe meglio chiamarla rinuncia?) dalla mèta cui essi tendono abitualmente. «Tutte e due le Emily nella sfera affettiva non mirano ad essere ripagate…La gratificazione immediata è sublimata procedendo per via aerea e trovando ampia soddisfazione nel pensiero e nel linguaggio. Per Dickinson l’adesione è divisione. A Elisabeth Hollan dice: «-non considerare lontano quanto può essere raggiunto/ anche se in mezzo si pone il tramonto/ Non considerare vicino quanto ti sta accanto/ è più lontano del sole-». La sottrazione è all’apice. Tuttavia, paradossalmente, la penalizzazione del corpo enfatizza l’amore.

«Il possesso infatti… renderebbe troppo realistico l’altro che è tale proprio in quanto oggetto dell’Idealizzazione». Morretta cita Goethe: «Le grandi passioni sono malattie disperate; ciò che potrebbe sanarle è proprio ciò che le rende pericolose». Emily Dickinson ha ben presente che Otis Lord nel loro primo incontro le aveva detto: «Le gioie cui aspiriamo sono proprio quelle che profaniamo quando ce le concediamo». Memore di questo, successivamente gli scrive: «Non lo sai che sei più felice quando mi nego e non concedo – non lo sai che la parola No è la più selvaggia che affidiamo al linguaggio? Il Cancello appartiene a Dio-Mio Dolce-per amor tuo-non per me- non te lo lascerò attraversare».

Morretta, riprendendo i grandi temi dei traumi della nascita e dello svezzamento, segnala il transfert che si attua sull’amato concludendo che: «conviene somministrarsi la presenza fisica di chi si ama con misura e preveggenza, essendo la sostanza talmente concentrata da produrre risultato con il minimo dosaggio, effetti collaterali compresi. Cura il dolore procurandone un altro, un rimedio che a volte sospende e a volte aggrava il male». La presenza fisica: il corpo. Per le due Emily il limite estremo della sottrazione è raggiunto quindi grazie all’indipendenza dal corpo: Dickinson ad Abah Root: «non mi importa del corpo. Amo l’anima timida che arrossisce, che si ritrae, si nasconde perché ha paura mentre il corpo è sfacciato e invadente». Qui si spalanca l’enorme quesito sull’interazione tra disinvestimento svalutante del corpo e patologie organiche (le più gravi: l’epilessia di Dickinson e la tisi di Brontë). Per Morretta non ha senso indagare su quali siano le cause e quali gli effetti. A lui appaiono come i due lati di una stessa medaglia, una medaglia del tutto particolare in quanto presenta una terza faccia risolutiva e vincente. Dice magistralmente Morretta: «adattate a una condizione impossibile, sono disposte a decadere nel soma per crescere nell’anima, discendendo nella malattia fisica e salendo nella salute dell’intelletto. Ma decadere nel soma significa anche essere interamente psichiche e non sensuali…infatti le due E. dicono di non essere del tutto femmine nell’accezione comune per non dover agire secondo il dettato sociale e biologico…Dickinson è più possibilista di Brontë nel coinvolgimento con esponenti maturi o anziani dell’altro sesso…però con Brontë condivide il rifiuto dell’incastro genitale e della gravidanza».

Qui Morretta ci prende per mano e ci fa riflettere su un tema che può riguardare ogni produzione creativa sia essa di matrice femminile sia maschile. L’“opera” come spostamento o, nel migliore dei casi, come sublimazione della maternità o della paternità. «Il disinvestimento della procreazione aumenta… la tensione alla produttività indiretta e collaterale… una prolificità alternativa, impiegando e spendendo gameti metafisici che aumentano le chances di sopravvivenza del genio al posto dei geni: -La poesia è -una fioritura del cervello, un piccolo seme (scritto in corsivo seed significa pure sperma) piantato da un preciso disegno o dalla causalità, fruttificato dallo spirito… Se va perduto quel giorno è come il funerale di Dio.-».

Ma i frutti dello spirito, così come i figli, sono il nostro futuro dopo la morte. Ecco quindi che questa è una scelta lungimirante. Morretta la descrive quasi priva di rischi. Il dubbio non sembra abitare né l’una né l’altra Emily. Esse ci inviano uno straordinario messaggio di immortalità possibile. L’interruzione destinata ad ogni cosa vivente è superabile. Le creature che ci hanno lasciato vivono in noi grazie al grande mediatore -il linguaggio- di cui le due autrici si fanno portavoce. Come dice Ercolani in uno dei suoi ultimi lavori (Non tornare è la grazia) il loro regno vivrà soltanto quando non ci sarà più continuità di sopravvissuti e di conseguenti attese (e richieste) ad affliggerle. Allora un mondo bambino accoglierà la magica e miracolosa novità di una voce che lo raggiunge dal passato.

Morretta parla di questo come di «un lascito consapevole di qualcosa di unico e nutriente mosso da un altruismo, pur in maniera astrusa e indecifrabile, con la riservatezza del donatore filantropo. Lasciare dietro di sé qualcosa che vale… è FARE L’AMORE CON L’UMANITA’… La pulsione sessuale sublimata, infatti, contiene l’antidoto all’annientamento andando oltre l’istinto di autoconservazione. I suoi semi verbali, affidati al vento, proseguono il volo tendenzialmente all’infinito. Così, all’unisono, le due Emily possono fare propria la predizione di Ovidio a conclusione delle Metamorfosi: VIVAM (VIVRO’)».