INTORNO A UNA MERAVIGLIOSA ARANCIA. Lucetta Frisa

Silvina Ocampo è stata una delle più note e importanti scrittrici latinoamericane del secolo passato. Insieme al marito Adolfo Bioy Casares e al grande Jorge Luis Borges compilò l’Antologia della letteratura fantastica, libro destinato a diventare a pieno titolo un classico per gli amanti di questo genere letterario. Vanta una vasta bibliografia di ottimo livello – in parte tradotta anche in Italia – tra romanzi, racconti e poesie; e inoltre, e questo è l’aspetto che ci riguarda più da vicino, diversi libri per ragazzi. La naranja maravilliosa è uno dei tanti, è la prima volta che appare tradotto in italiano e dobbiamo la sua bella traduzione – oltre alla proposta al nostro giovane pubblico – a Francesca Lazzaratto che ci ha fatto scoprire questo lato da noi finora trascurato di Silvina. Le sedici favole che compongono il libro sono tutte (o quasi) molto belle, estremamente raffinate, con un afflato poetico tra l’ironico e il surreale. C’è sempre la sottile ambiguità che fa sfuocare la verità in finzione e viceversa, il sogno che scivola nella realtà e la realtà che assume connotazioni oniriche, le “morali” qualche volta sono alla rovescia o totalmente assenti, il senso e i significati sfuggenti, la trama delle storie divagante e sottile. Stupisce che una scrittrice così sofisticata si sia messa a scrivere per i ragazzi e Italo Calvino le attribuiva infatti «tranquillità e impassibilità, identiche a quelle dei bambini, al punto da non escludere uno sguardo limpido e un sorriso leggero». È il sorriso, leggermente ironico, e lo sguardo limpido, decisamente distaccato, che può pienamente apprezzare e godere chi già possiede una certa (e adulta) esperienza di lettura; chi, insomma, ha varcato la soglia di una data età (approssimativamente dopo i 10 anni). Non a caso il sottotitolo definisce il libro, un libro di “fiabe per bambini grandi e per grandi bambini”. La linea di demarcazione è sfumata come sfumata e un po’ inafferrabile è la piacevolissima scrittura della Ocampo, particolarmente piacevole all’intelletto, un po’ meno ai sensi, alla sfera delle emozioni. Forse dipenderà, mi sono detta, dal fatto che la Ocampo è argentina, gli scrittori argentini sono nel mondo della letteratura latinoamericana i meno emotivi, sanno guardare le cose da una certa altezza, con una buona dose di estraneità, che permette loro di giocare a freddo con le parole e le vicende narrate. Anche qui si parla di estraneità – quella degli animali, ad esempio, e in particolare di un pesce misterioso e indisponente (Il Pesce sconosciuto), diventato il padrone un po’ sadico del bambino Rafael, costretto a obbedire a tutti i suoi capricci finché solo il caso (che è svagato, come sappiamo) risolverà l’inquietante legame tra i due. È infatti il caso, l’imprevisto, una stranezza dislocante – simile a una boutade salottiera – a inventare talvolta gli esiti delle storie della Ocampo. In Viviana la curiosa, che prende forse un lontano spunto da L’usignolo, celeberrima fiaba anderseniana, c’è più spessore di senso e una” morale”, anche se più apparente che meditata. È la storia di una bambina dalla vivace curiosità, che vuole conoscere le cose della vita – ma le sue buone intenzioni vengono frustrate da continui disastri e l’immagine della sua inadeguatezza la induce a preferire oggetti senza vita, artificiali, come un uccello meccanico «”Non ti piacciono le persone?” le chiede l’uccello meccanico. “No” – risponde Viviana – “non mi capiscono e io non le capisco”»). Forse vivendo l’artificio come surrogato della realtà e della natura (ma su questo ci sarebbe molto da dire e discutere) questa bambina che immagino silenziosa – si dice che l’autrice, da bambina, fosse così – si rifugia nel mondo inanimato e slontanante dei libri per non scontrarsi col suo presente, e con la sua inadeguatezza. (Mi chiedo se quella bambina che si trastulla in mezzo a finzioni di ogni tipo non assomigli, per certi versi, alla bambina o al bambino che oggi si rifugia nei videogames, nei serials, nel mondo virtuale dei PC e che quindi soffre inconsapevolmente di problemi di comunicazione. Con la differenza che, una volta, solo i libri influenzavano l’immaginario infantile, e quello di Viviana, è l’immaginario di una bambina appartenente alla classe colta e benestante, mentre ora, sono i media a catturare la loro anima profonda).

Alla curiosa Viviana gli adulti predicono un futuro di saggezza, di conoscenza. Andando avanti nella lettura, anche noi siamo veramente curiosi di sapere come lei la raggiunga. Un po’ la bambina è consapevole e un po’ no di giocare con un animale-giocattolo, poi decide di andare a fondo della verità, conoscere il mistero del suo canto:«Il tuo canto è nella pancia o nella gola? – gli chiede – Se non me lo dici finirò per credere che sei un giocattolo e non voglio che tu lo sia». Poi smonta il delicato meccanismo, lo apre con la lama di un temperino, raggiunge il suo cuore. E così “uccide” il giocattolo. L’uccello finto tornerà a cantare con voce naturale e si trasformerà in un uccello vero (e questa è la morale, un po’ scontata, se vogliamo, simile a quella di Pinocchio che smette di essere un burattino per diventare un bambino in carne e ossa) ma questo accade non attraverso quell’atto conoscitivo che allude a un processo di crescita, ma più in là nel racconto e, diciamolo pure, gratuitamente, grazie a un aiuto magico esterno e casuale. Tutto è miracolosamente facile come per quei bambini che vivono “virtualmente” la vita, quella che “sembra” palpitare dentro uno schermo o un monitor. Qual è il confine tra realtà e fantasia? Proprio da una scrittrice come la Ocampo, non lo sapremo mai, maestra com’è di ambiguità a cui piace oscillare su questo ammaliante confine, simile alla sua Viviana che sa e non sa quanto il suo giocattolo (la metafora della scrittura? la vita stessa?) sia e non sia falso o vero.

Ancora tra apparenza e realtà si dibattono le due protagoniste de L’arancia meravigliosa, la fiaba che dà il titolo all’intero libro. Tante sono le arance – quante sono le sfaccettature della realtà – ad attrarre irresistibilmente Claudia e Virginia che si riconoscono in loro come in uno specchio. Ma ecco il dubbio: «…Claudia stava per mordere la sua, quando Virginia la trattenne: “Sarà autentica, sarà velenosa, sarà uno scherzo?”». Ad ogni morso le bambine subiscono una trasformazione: una diventa splendente di ornamenti e orpelli, arricchendosi di vanitas esteriori ma restando intellettualmente povera, mentre l’altra esibisce, ostentatamente, la propria cultura, la propria intelligenza; poi si scambiano le arance, mescolando le rispettive virtù e trovando, sembra per sempre, la formula alchemica della perfezione. “Sembra” perché così non è e neppure la fiaba si conclude a questo punto. Avrebbe una “morale” troppo semplice e sappiamo che la Ocampo – ce lo ha dimostrato in tutti i modi – è scrittrice mentale, amante delle complicazioni. L’”effetto arancia” svanisce e le due bambine sono costrette a ricominciare il gioco: questa volta le arance sono solo due ma, come in ogni fiaba che si rispetti, ciò che appare non è e viceversa. «L’arancia più piccola e brutta risultò la migliore, perché la sua magia era permanente: non si finiva mai di mangiarla, perché man mano che la mangiavano ricresceva. Così Claudia e Virginia tornarono alle loro case e furono felici, mangiando uno spicchio tutti i giorni». L’arancia apparentemente piccola e brutta è metafora misteriosa della quotidianità della vita? Se così è, forse è per questo che la Ocampo non fa finire qui la sua favola, forse vorrebbe continuarla, con pretesti vari, all’infinito… E infatti inventa ulteriori complicazioni, se non addirittura piccoli manierismi: le due protagoniste non sono soddisfatte neppure così – come nella vita non si riesce quasi mai ad esserlo. «Voglio tornare a essere di nuovo povera, di nuovo brutta…» diceva Claudia…E Virginia: «Voglio tornare a essere stupida, a essere un po’ balbuziente…. E la fiaba finisce con un guizzo di fine intelligenza: «Ma alla fine Claudia e Virginia si abituarono agli svantaggi dei vantaggi e furono felici».

Sapranno, i ragazzi del millennio in corso, distinguere tra realtà e finzione se qualcuno non dà loro qualche valido strumento per farlo e con una certa fermezza? E questa distinzione, nell’era virtuale, fino a che punto ha ancora valore e senso? I ragazzi formeranno il loro immaginario sui modelli imposti loro dagli adulti gestori di poteri e verità mediatiche? Certo, non è questa la sede per dibattere questioni del genere ma mi sono sorte spontaneamente girando, come sto facendo, intorno a questo libro.

Girando intorno a un libro sto solo segnando degli appunti, e perciò preferisco tornare a lui e alla letteratura. La letteratura, appunto: sembra un argomento più semplice rispetto agli altri, ma lo sembra soltanto. Torno all’antica domanda se la letteratura sia o non sia vita. E quale letteratura (e vita) per i ragazzi e per quali ragazzi. E se la letteratura per i ragazzi deve o non deve insegnare qualcosa. O se non c’è più nulla da insegnare né attraverso la letteratura né attraverso altri mezzi, a cominciare da quelli mediatici. E infine mi chiedo come certe storie – intendo quelle scritte benissimo come queste della Ocampo – possano essere giudicate dai ragazzi di oggi. Se piaceranno e perché e fino a che punto. Piaceranno solo a chi ama ancora i libri? A chi attinge ancora vita dai libri perché crede ancora in loro? E infine: avranno forse qualche riserva ad amare (e “attingere vita”) da un libro così raffinato – quasi astratto – come questo? Oppure lo leggeranno senza rendersi conto del libro che stanno leggendo, come un fast food da digerire in fretta senza rilevarne il sapore, i sapori delicati?

Una sola cosa ho imparato e l’ho imparata semplicemente guardando i ragazzi che guardano le figure. Più sono piccoli e più li colpiscono i disegni dal segno forte, i colori a tutto tondo, vivaci, solari e densi, come i disegni dei primitivi e come quelli degli espressionisti. Man mano che il loro mondo emozionale si affina e si complica loro si accorgono delle linee più sottili, dei segni e dei colori più tenui e delle sfumature: entrano con disinvoltura nell’inquieto regno del chiaroscuro. Per varcare il mondo del chiaroscuro occorrono dei “passaggi” mentali, occorre che il tempo scorra ma vada verso la profondità e non rimanga in superficie, imprigionato nei confini dell’attualità, a solo ciò che è visibile, a ciò che – subito – sembra ma che, in realtà, non è solo così. È lo spessore, quello che distingue un libro da un altro, la qualità di una vita da un’altra.

Il chiaroscuro è la dimensione letterario-pittorica di questo libro della Ocampo, perché è la dimensione dell’incertezza e della ricerca di un’identità, dove le ombre sono le perplessità e i sogni e le luci rivelano confini e pensieri esatti e dove il falso si mescola al vero, in un impasto inestricabile; ormai siamo troppo smaliziati, troppo addestrati alle complicazioni della vita, alle cose mascherate da qualcos’altro e qualcos’altro mascherato da qualcos’altro ancora, tutte complicazioni tremende di cui sono vittime gli adulti, la loro lingua e, di riflesso, la loro scrittura. Ma al complesso chiaroscuro che cosa seguirà? Già è tra noi e lo vediamo: un unico colore incolore, un blabla uniforme e monocorde, un paesaggio assolutamente piatto in cui la superficie non nasconde la profondità ma è solo e desolatamente superficie.

(2001)

Il testo è stato pubblicato in L.G. Argomenti, 3, 2001, come nota di lettura a: Silvina Ocampo, L’arancia meravigliosa, traduzione di Francesca Lazzaratto, illustrazioni di Fabian Negrin, Milano, Mondadori 2001.

QUESTA PERDITA DI PAESAGGIO. Paola Mongeli

testi e fotografie di Paola Mongelli

Insieme alla sera ti aspettavo,

nuda scogliera.

Addosso la schiuma

dei versi, alghe

riarse e un nido

di vergogna.

Questa perdita di paesaggio

e, tra parentesi: la bocca.

Siamo finiti

a parlare del tempo

all’ultima fermata

del tram, controvento.

Sono uccelli

le grida dei bambini

versi di gabbiani, gabbiani

senza fiume, l’oro soltanto

del sole addosso.

Tu sottile

in fondo al campo,

la spiaggia sottoesposta.

Al vento oscilli

per gioco

io metto a fuoco

sul nulla

che sta dietro

al cielo in fiamme.

Sempre perfetta

la luce sulle labbra

giusto l’amaro degli occhi.

Ti sporgi dal passato

e mi chiedi se.

Ti ho lasciato libero?

Piombo. Sole

sulle spalle crude

a passeggio sull’ombra

che ti sorpassa.

IL TURBINE CHE RIPOSA. Gherasim Luca

IL TURBINE CHE RIPOSA*

Quel che passa per perfettamente immobile

spinge quel che sembra curiosamente in cammino

a dare l’impressione d’essere fisso se non immutabile

Così ciò che ha l’aria di fermarsi malgrado tutto

passa per agitarsi follemente attorno

Quel che si muove o no in un angolo oscuro

della stanza o piuttosto ciò che scivola

tra i passi di quel che si muove

o riposa nel bel mezzo d’un turbine

e soprattutto il mobile che ha l’aria

di muoversi veloce a piccoli balzi immobili

al di sopra

danno l’impressione d’essere perfettamente

ciò che ha l’aria d’essere

curiosamente in cammino

e con ciò che da l’impressione di passare

per ciò che da l’impressione d’essere

fisso se non immutabile

spingono quel che è perfettamente immobile

a farsi passare per

ciò che spinge a dare l’impressione

di passare per curiosamente in cammino

di passare da perfettamente immobile

a ciò che ha perfettamente l’aria d’essere

ciò che passa

o piuttosto a ciò che spinge

ciò che ha l’aria d’essere ciò che passa

a superare perfettamente ciò che passa

a superare anche ciò che supera ciò che passa

e pur dando l’impressione d’essere

curiosamente superato da ciò che passa

a spingere tutto

tutto ciò che passa o no

ad avere l’aria d’essere perfettamente superato

di non essere che superato

di nascere fisso e superato in un angolo

Non

quello che da l’impressione di nascere

curiosamente superato

ma ogni essere che si muove in un angolo

ogni angolo che si muove in un essere

non quello che da l’impressione

di muoversi nella stanza

ma ogni candela in ciascuno

ogni angolo che si muove in ciascuno

da l’impressione di scivolarci tra i passi

passa per scivolare tra i passi

di ciascuno

non di scivolare in ciascuno

ma ciò che perfettamente immobile

da l’impressione di fare curiosamente

nella stanza

un passo oscuro in ogni angolo

– ogni passo perfettamente immobile

in ciascuno –

passa per essere il turbine

che scivola

in ogni angolo della stanza

una candela che ciascuno da l’impressione

di fissare

Così ciò che ha l’aria oscura in un angolo

da l’impressione di scivolare follemente in ciascuno

il turbine che riposa

nel bel mezzo del malgrado tutto

che a sua volta fisso se non immutabile

in ciascuno

o piuttosto curiosamente in cammino

in un angolo

si muove nella stanza che ha l’aria di fermarsi

malgrado tutto

o da l’impressione di agitarsi

perfettamente immutabile in un angolo

poi

a piccoli balzi

fa scivolare una candela intorno a un mobile

che ha l’aria di passare

per ciò che riposa

nel bel mezzo d’un pozzo

o del suo turbine perfettamente oscuro

che da l’impressione di fermarsi

in ciascun essere che si muove

ciò che passa per essere perfettamente

oscuro malgrado tutto

niente affatto curiosamente fisso

e piuttosto follemente attorno

a ciò che si muove tra i passi

ma che soprattutto vi riposa

ciò che agita follemente il soprattutto

soprattutto il soprattutto-non del mobile

che nel bel mezzo d’un perfetto riposo

in turbine

si muove veloce nella stanza

e passa per muoversi perfettamente intorno

a ciò che ciascuno fa scivolare in ciascuno

nel bel mezzo di ciò che s’arresta malgrado tutto

al di sopra*

*Il testo è tratto da: La fine del mondo (Poesie 1942-1991), a cura di Alfredo Riponi. Traduzioni di Alfredo Riponi, Rita Florit, Giacomo Cerrai, Edizioni Joker, I libri dell’Arca, 2012.

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EDWIN CHURCH, 1867. Marco Furia

di Marco Furia

Nel 1867, Frederic Edwin Church dipinse Cascate del Niagara*.

In un ampio quadro, sotto una sottile striscia di cielo, cade un’imponente massa d’acqua tra aspre rocce dirupate.

Nubi di gocce sospese, vapori e particolari effetti luminosi conferiscono al dipinto un grande fascino.

Una maestosa natura incontaminata si presenta al nostro sguardo e noi non possiamo fare a meno di ammirarla.

Ci sentiamo, nello stesso tempo, attratti e respinti.

Osserviamo con meraviglia quello straordinario spettacolo, ma per nulla al mondo vorremmo trovarci tra quelle acque.

L’artista ha saputo creare un’immagine tale da produrre in noi intense sensazioni: l’individuo umano, assente nel dipinto, è presente come vivida interiorità.

Dipingere l’emozione è impresa ardua: Church ha (felicemente) scelto la strada di farla emergere negli stessi osservatori della sua opera.

Quell’immane quantità d’acqua cade e provoca una viva percezione.

Siamo al cospetto di una sorta di realismo emotivo, ossia di suggestivi lineamenti che riescono a penetrare, con immediatezza, dentro di noi suscitando, contemporaneamente, sorpresa, interesse e timore.

Il nostro punto di osservazione non è al sicuro perché è fuori dal quadro, ma perché è il luogo in cui l’artista ci ha collocato per consentirci di godere la vista dello scenario senza correre rischi.

Quell’immagine, frutto del lavoro di un grande pittore, vive una vita propria in grado di attirarci, di chiamarci.

L’uomo è piccolo nei confronti della natura, ma possiede la capacità di osservare, di provare sensazioni e di comunicarle ai suoi simili.

Scopriamo in noi, nell’ammirare lo spettacolo delle cascate, qualcosa di atavico che ci collega a tempi remotissimi: anche se immaginiamo di essere protetti da ampie mantelle impermeabili e di stringere con la mano una robusta ringhiera, un intimo quid pare attraversare secoli e millenni per raggiungere i nostri più lontani antenati.

Il corso della storia sembra ridotto a nulla, poiché avvertiamo che sensazioni, emozioni e sentimenti ci uniscono a chi è vissuto sul pianeta Terra molto prima di noi.

Si tratta dell’improvviso illuminarsi di vividi lineamenti della coscienza, dell’emergere di un senso dell’esserci tale da superare ogni confine.

Forse i nostri modelli di spazio e di tempo sono erronei?

Non direi.

Siffatti modelli sono efficaci: semplicemente, scopriamo di poter abitare territori interiori a essi non assimilabili.

La migliore conoscenza del mondo e di noi stessi è raggiungibile soltanto percorrendo la via di una feconda meraviglia che sappia unire l’aspetto intellettivo a quello emozionale.

Conoscere, insomma, non è un’attività rigidamente separata, bensì è parte integrante di ciò che siamo, è specifico, non disgiunto, modo d’essere.

Non ci siamo noi e la conoscenza, ma noi coscienti: è sufficiente osservare il dipinto di Church per accorgersene.

*Frederic Edwin Church, Cascate del Niagara, 1867, olio su tela, National Gallery, Edimburgo, Gran Bretagna.

IL TESTAMENTO DI BERNHARD. Antonio Devicienti

Con disposizione testamentaria Thomas Bernhard vieta la ristampa dei suoi libri e la rappresentazione delle sue opere teatrali in Austria dopo la propria morte; dovranno passare quasi dieci anni (febbraio 1989 – luglio 1998) perché tale disposizione venga, in qualche modo, mitigata.

“L’ultimo colpo da maestro”
“l’ultima messa in scena della propria morte”
commentano i giornali.
A leggere il testamento è chiaro che
Bernhard vieta edizioni del suo lascito, riedizioni e rappresentazioni
“entro i confini dello Stato austriaco”.

È lo Stato, ancora, il nemico se
la genìa immonda di burocrati
nazisti e neonazisti
l’ottusa ignorante cieca schiera
di politicanti e funzionari
di apprendisti stregoni del massacro

che odiano la libertà delle persone
la bellezza eretica del genio
l’eversiva presenza dell’arte

se il vampiresco potere in esso incarnato
il suo mortale controllo
la sua occhiuta presenza

distruggono e violentano.

No: non mette in scena alcuna provocazione
Bernhard
con il suo testamento –
ma
fedele alla sua indomita scrittura
getta ancora
il proprio disprezzo e odio
in faccia a chi avrebbe tentato di santificare il suo nome
rendere inoffensiva
la scatenante potenza del pensiero.

Testo apparso il 3/5/2018 in “Via Lepsius”

NON VARIA L’IMPETO! Rosa Pierno

per Fronde di Gérard Titus-Carmel

L’artista mette insieme la pianta e i suoi dettagli, i quali, in realtà, sono la replica della stessa figura rimpicciolita. Vi aggiunge colore in maniera perentoria. Ossessione ritmata dal colore. Sembrerebbe introdurvi nuovi elementi, tuttavia, ciò che non cambia è il desiderio di vedere in che modo il colore modifica la forma. Se accade che sia esclusivamente l’effetto luminoso a dare o a levare sostanza all’oggetto raffigurato.

Le macchie rammentano che si tratta di pigmento liquido, molto liquido, e distribuito dal pennello con rapidità, ma anche che nessuna cosa è pura sotto il sole, che la materia si sfalda, perde frammenti e linfa. L’atmosfera stessa è intarsiata da schizzi e schegge di colore.

Bisogna ricominciare daccapo, come fosse la prima volta, senza ripetersi. Lì dove, infatti, qualcosa è sempre la stessa, o variata in maniera appena percettibile, ecco che l’identità balza fuori dal cilindro. Senza che, tuttavia, sia l’originale.

Nessuna foglia può mai essere uguale a un’altra. Simile, sì. È simile ciò che è rappresentato con differente colore? È equivalente ciò che è stato replicato e poi ritagliato e incollato in un riquadro più piccolo? È ancora lo stesso oggetto? Un indizio sembra risiedere nel fatto che la nuova composizione ha un altro titolo.

Mettere insieme tutte le raffigurazioni possibili a partire da una forma data. Collezionare solo i colori che producono armonia e scartare tutte le altre possibilità. Inserire dei riempitivi che servano per interrompere il ritmo e creare estraneità. D’altronde, sarebbe mai estranea la forma se non lo fosse anche il colore?

Variare il modo in cui si dispone il colore sul foglio. Incollare insieme diversi tipi di carta, affinché anche la carta stampata dei quotidiani presti le sue nuances e, ancor più, il ricordo delle parole. A che servono le parole in pittura? Retorica polverizza questioni, colore ci passa sopra una bella mano e fa retrocedere a sfondo.

Il foglio s’imbeve di pigmento, creando un’aurea intorno alle foglie, la quale non ricorda tanto la profondità che appartiene allo spazio, quanto la sostanza grassa, quell’olio vegetale, di cui sono fatte le foglie.

Si può anche provare a racchiudere in occhielli il fondo, disegnando le foglie solo tramite profilo: allora pare che il ramo manchi a se stesso, che sia la sua orma, che si sia prosciugato, estinto, che sia uno schema. Ecco la parola incriminata! Schema! In esso, segno e immagine vanno a braccetto. Di una medesima cosa si possono avere tanti schemi, dice a se stesso, mentre accumula opere.

Variando i dettagli, con la rapidità della stesura, e inglobando l’inevitabile residuo di fuliggine che stampiglia l’orma della sua ombra sul foglio, finge di replicare l’ombra delle fronde, accostando così i tentativi parziali in una composizione. Ottiene inesplicabilmente una totalità.

Sul tavolo una collezione di campioni della stessa pianta ha lasciato sul foglio i liquidi variamente densi e grassi della propria trasmutazione.

S’addentra nel fogliame, attento a riquadrare tutte le piante per farle apparire sollevate: quadro non è foresta: è la dimostrazione di un invariabile atto.

Quello che una pianta è in grado di trasferire alla carta: ossidi di ferro e luce solare, occhielli di vuoto e umori.

La variazione si attua a più livelli, mentre sagoma il colore, mentre ritaglia parti più piccole da inserire nell’opera. La foglia si ripete con un ritmo costante: pur se è il simbolo della mutazione. La crescita produce incessantemente la medesima forma. Tuttavia, c’è una sola cosa che non varia: l’impeto!

OSCURO, PRECIPITOSA TERRA. Nanni Cagnone

Oscuro, precipitosa terra*

— Para Sandra —

Oscuro, precipitosa terra—

dite pure ch’è un culmine,

ditelo custode e sovrano

il piú carezzevole adesso,

se incompiuto morire

ancora una volta,

facendo ritorno

per il sollievo del pianto

il tumulto d’una speranza

l’antico nascondiglio

avanti ad azzardata primavera,

poi il noto e trascurato nulla.

**

Fine. Parola breve

piú di sé stessa,

pensato brivido,

ma si diletta nel dirsi

si dà un contegno

come chiunque

ultimamente precipiti.

Senza contare i passi,

si cerchino germogli

si vada dove rovi

contendono con rovi,

si vada nel chiunque—

sí, nel mormorante

tiepido qualunque.

**

Profane le mani, se

smuovono pretendono,

brave a lasciar il segno

incarnare propositi,

senza chieder sentenza

ai conseguenti.

Ritmo delle mani

in battere e levare

in consegnati cenni,

mentre salva nel folto

una luce—quando si dice

candore, o sopravvento

di ritornati sogni,

devozione alla materia

infine.

**

Contente le credevo,

o contentate,

le voci precedenti—

invece dannoso brusío.

Cerca di sviarli

non tenerli svegli

quei che persero figura

e senza utilità

ancora ti pretendono,

quasi nascosti flutti

sotto una terra

che ricopre anche la neve.

Luna sopra monte

nebbia sotto la luna.

**

Incorporeo abbraccio,

se non ricordi

miscredenti lucciole

tra ’l buio, e il presente

non è da ricordare.

A meno che

un rimpatriato sogno

o consegnato affetto,

tenore pronto a morire

per un inguaribile acuto

che superi destrezza

superi la voce

tra marosi si confonda

ove piano piano

dispera tutte cose

l’intentata

loro somiglianza.

**

Somiglianza

se prepara una discordia,

luce piú tardi opaca

su vie che diramano

in pietraie senz’orme

senza fiato, e queste penne

che stridono alle carte

per dire d’inutili vessilli

d’insegne che inerti

di grandi intendimenti.

Non sapremo quali sogni

avessero diritto

a consumarsi giustamente,

invece che schianto súbito

agli scogli—era una barca

da poco, ma sapeva vantarsi

della brezza.

**

Brezza non è vento,

bensí d’un vento

foglia tremula

gentilezza e sospiro.

Vento, piú sconcertata

parola, adatta

a intitolare sventure

annuvolare ombre

togliere la voce, usurpare

il mormorante felice

con un moto

troppo grande per lui

e invaghire la distanza,

seppure non chiami mai

come un amante.

*I testi sono tratti da Penombra della lingua, Edizioni La Camera Verde, Roma, 2012.

ADAGIA. Wallace Stevens

Adagia*

a cura e con traduzione di Elio Grasso

Le prose varie (aforismi, commedie, brevi saggi e note) di Wallace Stevens sono pressoché tutte comprese in Opus Posthumous, grosso volume edito da Knopf e curato da Milton J. Bates. La parte poetica di questa raccolta, pubblicata per la prima volta nel 1957 (a cura di S.F. Morse), due anni dopo la morte del poeta e giunta alla settima edizione, è conosciuta in Italia grazie all’opera di traduzione condotta da Massimo Bacigalupo (Il mondo come meditazione e Harmonium).

Gli aforismi, i cosiddetti Adagia, costituiscono senza dubbio la parte più interessante di tutto il corpus perché ci permettono di accedere ai taccuini giornalieri di Stevens, di cui si serviva per comporre le sue poesie. Ma l’interesse, si capisce, non si ferma alla semplice curiosità, al comprensibile desiderio di sfogliare le carte di uno scrittore eccezionale, soprattutto se poeta. Il mondo di Stevens, lui stesso lo suggerisce, si colloca in una sorta di continuum robusto e apparentemente privo di implicazioni romantiche. Stevens affronta la realtà, il suo reale, in modo naturalmente profondo, liberandosi fin dall’inizio da ogni decorazione sentimentale. La sua famosa riservatezza sembra protetta anche in questi appunti affatto personali. Egli capisce che la fedeltà alla poesia nasce proprio da qui, dal privilegiare innanzitutto l’esperienza di una scrittura che, per la maggior parte del suo essere, tende a illustrare in modo raffinato un presente vitale.

Stevens lascia da parte quei procedimenti esplicativi che proprio alcuni critici vorrebbero strappargli. Egli sa che il mondo potrebbe essere anche più orribile di quanto riusciamo a comprendere: la sua Roccia, dalla precisa architettura, si pone come ulteriore ragione, sicuramente contraria alle divagazioni gratuite. Si tratta, ora, di chiedere a queste pagine la capacità di sostenere con un minimo di biografia la prioritaria riflessione delle opere poetiche, di slegarsi dalla sincera qualità di una mente, predisponendo il futuro salutare.

E. G.

* Nel volume Opus Posthumous: Poems, Plays, Prose (Knopf, 1957 e segg.) è riportato il testo completo del taccuino manoscritto intitolato Adagia I e Adagia II. La Nota sulla poesia introduceva undici poesie di Stevens in The Oxford Anthology of American Literature (1938). Ora in Opus Posthumous.

**

Da Adagia I

The poet makes silk dresses out of worms.

Il poeta produce abiti di seta lontano dai bachi.

The public of the poet. The public of the organist is the church in which he improvises.

Il pubblico del poeta. Il pubblico dell’organista è la chiesa in cui egli improvvisa.

Merit in poets is as boring as merit in people.

Il valore dei poeti è noioso quanto il valore della gente.

An attractive view: The aspects of earth of interest to a poet are the casual ones, as light or color, images.

Una veduta attraente: gli aspetti della terra che interessano il poeta sono casuali, come la luce e il colore, immagini.

It is life that we are trying to get at in poetry.

E’ la vita che cerchiamo di raggiungere nella poesia.

The poet seems to confer his identity on the reader. It is easiest to recognize this when listening to music – I mean this sort of thing: the tranference.

Il poeta sembra conferire la sua identità al lettore. E’ più semplice da capire quando si ascolta della musica – voglio dire, una sorta di calco.

A poem is a meteor.

Una poesia è una meteora.

Art involves vastly more than the sense of beauty.

L’arte coinvolge più estesamente che il senso della bellezza.

Life is the reflection of literature.

La vita è il riflesso della letteratura.

Poetry and materia poetica are interchangeable terms.

Poesia e materia poetica sono termini intercambiabili.

Poetry is not personal.

La poesia non è personale.

The earth is not a building but a body.

La terra non è una costruzione ma un corpo.

Poetry is a means of redemption.

La poesia è un mezzo di redenzione.

The poet must come at least as the miraculous beast and, at his best, as the miraculous man.

Il poeta dovrebbe diventare almeno come un animale prodigioso e, al suo meglio, come un uomo prodigioso.

Weather is a sense of nature. Poetry is a sense.

Il clima è un senso della natura. La poesia è un senso.

Abstraction is a part of idealism. It is in that sense that is ugly.

L’astrazione è una parte dell’idealismo. E’ in questo senso che essa appare sgradevole.

In poetry at least the imagination must not detach itself from reality.

In poesia almeno l’immaginazione non dovrebbe distaccarsi dalla realtà.

It is the belief and not the god that counts.

E’ la fede e non il dio che conta.

Poetry must be irrational.

La poesia deve essere irrazionale.

Poetry increases the feeling for reality.

La poesia accresce la simpatia per la realtà.

As the reason destroys, the poet must create.

Così come la ragione distrugge, il poeta dovrebbe creare.

Poetry has to be something more than a conception of the mind. It has to be a revelation of nature. Conceptions are artificial. Perceptions are essential.

La poesia è qualcosa di più che un concetto della mente. E’ una rivelazione della natura. I concetti sono artificiali. Le percezioni sono essenziali.

There is no difference between god and his temple.

Non c’è differenza fra dio e il suo tempio.

Money is a kind of poetry.

Il denaro è una specie di poesia.

It is not every day that the world arranges itself in a poem.

Non tutti i giorni il mondo si accomoda in una poesia.

The death of one god is the death of all.

La morte di un dio è la morte di tutti.

Everything tends to become real; or everything moves in the direction of reality.

Ogni cosa tende a divenire reale; ossia ogni cosa si muove in direzione della realtà.

A poet looks at the world somewhat as a man looks at a woman.

Un poeta guarda il mondo almeno quanto un uomo guarda una donna.

Poetry is the sum of its attributes.

La poesia è la somma dei suoi caratteri.

The ultimate value is reality.

Il valore ultimo è realtà.

Poetry is a purging of the world’s poverty and change and evil and death. It is a present perfecting, a satisfaction in the irremediable poverty of life.

La poesia è purificatrice della povertà mondiale e muta il maligno e la morte. E’ un presente che migliora, una soddisfazione nell’irrimediabile povertà della vita.

Hermit of poetry.

Eremita di poesia.

The poet is the stronger life.

Il poeta è la più robusta vita.

The body is the great poem.

Il corpo è la poesia più grande.

The poet is the priest of the invisible.

Il poeta è il vicario dell’invisibile.

Romanticism is to poetry what the decorative is to painting.

Il romanticismo sta alla poesia come la decorazione alla pittura.

The poet must not adapt his experience to that of the philosopher.

Il poeta non dovrebbe adattare la sua esperienza a quella del filosofo.

Description is an element, like air or water.

La descrizione è un elemento, come l’aria o l’acqua.

Words are the only melodeon.

Le parole sono l’unico armonium.

da Adagia II

The world is a force, not a presence.

Il mondo è una forza, non una presenza.

Poetry is a search for the inexplicable.

La poesia è la ricerca dell’inspiegabile.

Poems are new subjects.

Le poesie sono nuovi soggetti.

Every poem is a poem within a poem: the poem of the idea within the poem of the words.

Ogni poesia è una poesia dentro una poesia: la poesia dell’idea dentro la poesia delle parole.

On the death of some men the world reverts to ignorance.

Sulla morte degli uomini il mondo regredisce all’ignoranza.

To sit in a park and listen to the locusts; to sit in a park and hear church-bells – two pasts or one present and one past?

Seduti in un parco ad ascoltare le locuste; seduti in un parco ad ascoltare le campane – due passati o un presente e un passato?

There is a nature that absorbs the mixedness of metaphors.

C’è una natura che assorbe l’incertezza delle metafore.

Poetry is a cure of the mind.

La poesia è una cura della mente.

Poetry is a health.

Poesia è salute.

A Note on Poetry

My intention in poetry is to write poetry: to reach and express that which, without any particular definition, everyone recognizes to be poetry, and to do this because I feel the need of doing it.

There is such a complete freedom now-a-days in respect to technique that I am rather inclined to disregard form so long as I am free and can express myself freely. I don’t know of anything, respecting form, that makes much difference. The essential thing in form is to be free in whatever form is used. A free form does not assure freedom. As a form, it is just one more form. So that it comes to this, I suppose, that I believe in freedom regardless of form.

Nota sulla poesia

Il mio intento poetico è scrivere poesia: senza una particolare definizione, raggiungere ed esprimere quanto ognuno riconosce come poesia, e farlo perché lo sento necessario.

Oggi c’è una così completa libertà nei riguardi della tecnica che sono portato a non curarmi della forma, purché sia libero e possa esprimermi liberamente. Non conosco nulla, riguardo alla forma, che origini qualche differenza. L’essenziale nella forma è la libertà, qualunque forma venga usata. Una forma libera non assicura libertà. Così come una forma è proprio una forma ancora. Per questo presumo di avere piena fiducia nell’incurante libertà della forma.

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*I testi sono tratti da: Wallace Stevens, Aforismi e prose, Edizioni Ripostes Salerno-Roma, 1992.

SISMOGRAFO

Ricominciare

Ci penso da mesi ma non trovo la frase con cui finirò il racconto. Ne ho scritte e cancellate parecchie, ma nessuna va bene. Mi siedo al tavolo e rileggo i capitoli precedenti: sono abbastanza fedeli a quello che intendevo esprimere, sono esatti e conclusivi, ma c’è bisogno di una frase, ora, che intrappoli il lettore, lo persuada a capire definitivamente. Ricomincio: «Per escludere…», ma la testa mi fa male, inizia uno strano dolore, dalle ossa dei piedi alla punta dei capelli, la mano destra si blocca, le dita cedono, lascia cadere la penna; la sinistra afferra il polso della destra, la imprigiona, la tiene stretta, finché il sangue stenta ad affluire alle falangi. La frase non posso finirla. Tutto resta sospeso. Le mani sono chiuse una dentro l’altra. Continuo a pensare alla parola che non riuscirò a scrivere. D’un tratto ricordo: quella parola è «il mondo». Ecco la frase intera: «Per escludere il mondo». Esauriente, lapidaria. Ma le dita si annodano, si bloccano: so come dare misura al romanzo, so come disporre i significati, so anche la frase finale, senza la quale tutto l’artificio della costruzione cadrebbe, ma non posso scriverla. Le dita restano sigillate.

Scrivere

Scrivo come se obbedissi al desiderio di trasformare il mondo. Per me è un esercizio di salvezza, durante il quale trovo quanto mi resta del corpo e della mente che, senza scrivere nulla, avrei perduto. Non sono né libero né prigioniero. Ho orrore della prigionia e mi smarrisco nella libertà. Continuo a rappresentare l’atto della mia liberazione, indugiando sui dettagli della fuga, rallentandone il tempo, non permettendomi di tornare all’orrore precedente ma non affrontando direttamente lo smarrimento futuro. Scrivo una lettera d’amore a nessuno, metto le parole su carta in piena notte, non le rileggo per giorni. Le parole, se tornano sporche e inguaribili, non so più dove metterle, come leggerle e decifrarle, sono piene e vuote, non morte e non vive, le posso gustare solo nel buio, non più scritte da me ma pronunciate, dentro il mio orecchio, dalla voce dell’altro: scriverle diventa il sogno ricorrente perché, se scrivo, riesco a sognare una voce che, finalmente, non sia la mia.

Ragione di vita

Si può cogliere un pensiero proprio mentre si forma, prima che diventi qualcosa da leggere o da vedere? Si può afferrarlo prima che si adagi nella sua forma? Ricordo che un pittore, nel Seicento, lavorava a un solo disegno, spaventato dalla possibilità che potesse diventare un quadro. Lavorava con ostinazione, inorgoglito che restasse imperfetto. Un suo amico, con pochi tocchi di pennello, lo concluse e lo intitolò. Quando lui vide tutto questo, snudò il coltello e lo uccise. Ai giudici gridò che si sarebbe comportato nello stesso modo contro qualsiasi traditore. «Ogni opera tradisce l’opera – urlava – e se obbediamo a qualcosa, obbediamo alla sua distruzione. Non dobbiamo rifinire. Spesso si parla dell’esecuzione di un’opera e per me è proprio così: un’esecuzione, una messa a morte. E’ sufficiente uno schizzo, un segno, per dire tutto. Se siamo esistiti, noi pittori, non è per avere illustrato Giuditta e Oloferne ma perché abbiamo visto il colore del sangue su qualcosa che sembrava delle mani, come nessuno prima di noi. Sì, lo abbiamo visto dentro la nostra pupilla, era più vero del vero. L’occhio è appannato, la rètina non mette a fuoco, continuiamo a sbagliare, ma il nostro errore è la nostra ragione di vita. La nostra verità. Quella resta sempre.».

La via

Nessuno può descrivermi la via con esattezza, perché quella via non porta da nessuna parte, c’è ombra della mia mano sul foglio dove le parole aspettano di descriverla, c’è luce sulla mia mano ma non proviene da nessun chiarore reale. Una via senza nome, senza linguaggio, mai descritta, percorsa dai ciechi e sognata dai vedenti. Non ne parla nessuno, nessuno ne parlerà. I soli viaggiatori sono due spettatori fermi dentro una sala buia, in attesa che il proiettore mandi il consueto ronzio – segno inequivocabile che il film è iniziato.

Verità

Vi ricordo, signori, che la scrittura è un’esperienza che non si lega unicamente alla fondazione di un linguaggio compiuto ma al provvisorio prendere forma di una visione personale: è la condensazione provvisoria di una visione notturna evanescente e inafferrabile. Prima della parola, dietro alla parola, si compie la decisione del linguaggio. La scrittura, attraverso le seduzioni e le finzioni del linguaggio, vuole sempre essere vera, come sono veri i sogni che incrinano le sicurezze della veglia mescolando passato, presente, futuro. Non si propone nessuna totalità da conoscere e da comprendere interamente ma è pervasa da una sotterranea incompiutezza, da un irriducibile segreto. Nel tentativo di chiarirlo, di trovarne la soluzione, trova altri segreti e altre strade, apparentemente estranei alle vie esplorate. Esiste attraverso un continuo errare che, se da un lato le consente di raggiungere, nelle forme dei testi, oasi di trasparenza e di visibilità, dall’altro la mantiene opaca e invisibile, come un misterioso miraggio di cui nessuno conosce la vera natura. Non è stabile terraferma ma arcipelago di terre sommerse, che esige uno sguardo discontinuo ma ossessivo. Non «opera completa», anche se ogni suo testo vuole esserlo, ma ogni testo è una voce che chiama un’altra voce, in un corale irriducibile al silenzio. Anche il silenzio continua a parlare. La scrittura è fatta di parole che continuano a parlare anche senza l’autore. La precisione o l’unitarietà del singolo testo presuppone una percezione stratificata, inafferrabile, dove chi scrive è spiazzato per sempre dalla sua opera, e quindi «segreto» anche a se stesso.

Sul bordo dell’aria

Puoi ridere, se lo vuoi, della mia assurda grafomania, ma è così. Ho scritto tanti e tanti racconti, tanti e tanti appunti sull’arte e sulla poesia, poi li ho stampati tutti, li ho ficcati in una valigia, come un serial killer i pezzettini di cadaveri delle vittime uccise nelle strade, sono salito sulla cima di un campanile, il più alto della città, e lì, mentre non mi guardava nessuno, ho aperto la valigia e via, li ho dispersi uno per uno, per farlo ho aspettato di essere solo, la solitudine è semplice e giusta in queste cose, li ho affidati alle correnti dell’aria lasciando che volassero dove volavano, la mia opera è il tempo esatto che il foglio impiega a sparire nell’aria, la mia opera sono io che cerco di perderla dentro e fuori di me, sapendo che dal mio sacrificio dipenderà qualcosa di straordinario e di bello, forse una nuova civiltà, io ci provo, dimentico testa, braccia, mani, mente, parole, non sono più uno scrittore, basta con il peso delle pagine, sono qui e parlo a nessuno, seduto sul bordo dell’aria, esattamente qui. Parlo e non dico nulla, neppure il mio nome.

Conferenza

Spiego, ai rari ascoltatori di una città di provincia, in compagnia dell’amico che mi legge e mi conosce da molto tempo, la mia idea di letteratura. Parlo di un luogo instabile, fluttuante, che non rassicura nessuno; di un luogo in metamorfosi dove le singole opere sono solo pezzi di un soliloquio ininterrotto, tasselli insoddisfacenti di un mosaico frammentario; accenno all’impossibilità del romanzo, al mio diario come a un journal da cui estraggo, di volta in volta, microracconti, saggi brevi, aforismi. Dico che la scrittura è un incubo permanente, un sogno fatto in presenza della ragione, e la vita lo strumento per realizzare quelle piccole apocalissi che sono i libri. Dico che l’identità dell’artista è essere vaso conduttore di infinite energie, come se un uomo, camminando in mezzo a una cascata, frastornato dal rumore assordante di milioni di particelle d’acqua, riuscisse a definire, a se stesso, il percorso di una o poche particelle, ma ognuna di esse risentisse della vibrazione sommersa delle altre. Dico che il cervello umano è un immenso e naturale palinsesto, dove si scrivono strati di idee, immagini, sentimenti, con la sensazione che ognuna seppellisca la precedenti, ma tutte invece restano vive. Dico che l’artista è un fabbricante di illusioni – ladro, messaggero, poeta, bugiardo. Poi fisso gli spettatori: se ne sono andati già tutti via. L’elettricista, dal fondo della sala deserta, sorride, imbarazzato.