IL RITORNO. Maurice Blanchot

In assenza dell’amica che viveva con lei, la porta fu aperta da Judith. La mia sorpresa fu estrema, inestricabile, certo molto maggiore che se l’avessi incontrata per caso. Lo stupore era tale da esprimersi dentro di me con queste parole: «Mio Dio! ancora una faccia nota!». (Forse la mia decisione di procedere dritto contro quel volto era stata così forte da renderla inattuabile.) Ma c’era anche l’imbarazzo di essere venuto a verificare sul posto la continuità delle cose. Il tempo era trascorso, e tuttavia non era trascorso; in ciò vi era una verità che non avrei dovuto desiderare di pormi di fronte.

Quanto a quel volto, non so se la sua sorpresa si confacesse alla mia. In ogni modo, c’era evidentemente tra noi un tale accumulo di eventi, di realtà smisurate, di tormenti, di pensieri incredibili, ed anche una tale profondità di felice oblio che non le costava nessuna fatica non stupirsi di me. La trovai singolarmente immutata. Le camerette erano state trasformate, come vidi subito, ma anche in questa nuova cornice, che non riuscivo ancora a cogliere e che mi piaceva poco, lei era del tutto identica, fedele non solo ai suoi lineamenti, al suo aspetto, ma anche alla sua età: di una giovinezza che la rendeva stranamente somigliante. Non smettevo di guardarla, mi dicevo: Ecco dunque da dove veniva il mio stupore. Il suo viso, o piuttosto l’espressione, che non variava quasi mai, a metà strada fra il sorriso più lieto e il più freddo riserbo, risuscitava in me un ricordo terribilmente lontano, ed è quel ricordo, sepolto in profondità, più ancora che vecchio, che lei sembrava copiare per poter apparire così giovane. Finii col dirle: «Davvero sei cambiata pochissimo!». Si trovava allora accanto a un pianoforte che non avrei mai immaginato potesse trovarsi in quella stanza. Perché un pianoforte? «Sei tu che suoni il piano?». Lei fece segno di no. Dopo una pausa piuttosto lunga, con una brusca animazione ed un tono di rimprovero, mi disse: «Ma è Claudia che lo suona! È una cantante!». Mi guardava in maniera strana, spontanea, vivace, e tuttavia di traverso. Quello sguardo, non so perché, mi diede un colpo al cuore. «Chi è Claudia?». Lei non rispose, e di nuovo fui colpito, ma stavolta come da una disgrazia, colpito fino all’ansia, da quell’aria di somiglianza che la caratterizzava e che la rendeva così assolutamente giovane. Ora me la ricordavo molto meglio. Aveva il viso più fine, voglio dire che i suoi tratti avevano una specie di allegria e di estrema fragilità, come se fosse alla mercé di un aspetto diverso, più concentrato, interiore, e che l’età chiedeva solo di poter consolidare. Ma non era un caso che ciò non si fosse verificato, poiché l’età era stata stranamente ridotta all’impotenza. Dopo tutto, per quale motivo avrebbe dovuto cambiare? il passato non era così lontano, e neppure questa poteva essere una così gran disgrazia. E io stesso, come negarlo? ora che potevo guardarla dal fondo del mio ricordo, ero sollevato, ricondotto verso un’altra vita. Sì, uno strano movimento veniva verso di me, una possibilità che non avevo dimenticato, che si burlava dei giorni, che irraggiava attraverso la notte più scura, una potenza senza sguardo, contro cui lo stupore, l’angoscia, non avevano alcun potere.

Dato che la finestra era aperta, lei si alzò per andare a chiuderla. Fino a quel momento – me ne resi conto di colpo – la strada aveva continuato a passare attraverso la stanza. Non so se tutto quel rumore le desse fastidio; credo che se ne curasse pochissimo; ma quando si volse e mi vide, ebbi la brusca sensazione che cominciasse solo allora a vedermi. Cosa degna di nota, lo accettai e anzi, nello stesso istante, sentii, in maniera ancora vaga ma già con forza, che era in parte per colpa mia: sì, mi accorsi subito del fatto che, se in certo modo le ero sfuggito – ed era forse strano -, era perché non avevo fatto tutto ciò che dovevo per cadere davvero sotto il suo sguardo, ed era una cosa triste ancor più che insolita. Per un motivo o per l’altro, ma forse perché ero stato io stesso troppo impegnato a guardarla a mio piacimento, qualcosa di essenziale, che poteva accadere solo su mia sollecitazione, era stato dimenticato, e per ora ignoravo cosa fosse, ma l’oblio era presente al massimo grado, tanto da consentirmi di sospettare, soprattutto adesso che la stanza era chiusa, che a parte esso non vi fosse granché, lì dentro.

Fu, devo dirlo, una scoperta così rovinosa sul piano fisico che mi scombussolò del tutto. Pensandoci, fui affascinato, cancellato dal mio stesso pensiero. Ebbene, era un’idea! e non un’idea qualsiasi, ma un’idea alla mia misura, esattamente uguale a me, e se si lasciava pensare, non potevo far altro che sparire. Dopo un istante, fui costretto a chiedere un bicchiere d’acqua. Le parole: «Dammi un bicchiere d’acqua», mi lasciarono la sensazione di un freddo terribile. Ero indolenzito, ma pienamente rinvenuto, e in particolare non avevo alcun dubbio su cosa mi fosse successo. Quando decisi di cavarmi d’impiccio, cercai di ricordare dove fosse la cucina. Nel corridoio, il buio era eccessivo, e da questo capii che non stavo ancora molto bene. Da una parte c’era il bagno, che comunicava con la stanza da cui ero appena uscito, più oltre dovevano esserci la cucina e la seconda stanza: tutto era chiaro nella mia mente, ma non al di fuori di essa. Dannato corridoio, pensai, era dunque così lungo? Quando, adesso, ripenso a quel tentativo, mi stupisco di aver potuto fare tutti quegli sforzi senza rendermi conto del perché mi costassero tanta fatica. Non sono neanche sicuro di aver provato una sensazione spiacevole fino al punto in cui, a seguito di un movimento sbagliato (avevo forse urtato nel muro), sentii un dolore abominevole, il più forte possibile – mi spaccava la testa -, ma forse più forte che vivo; è difficile esprimere quel che aveva di crudele e nel contempo di insignificante: una violenza orribile, un abominio, tanto più intollerabile per il fatto che sembrava raggiungermi attraverso uno strato favoloso di tempo che bruciava per intero dentro di me, dolore immenso e unico, come se non ne fossi stato colpito in quel momento, ma secoli fa, e da secoli, e quel che c’era di passato, di completamente morto, aveva il potere di renderlo più facile ma anche più difficile da sopportare, facendone una perseveranza del tutto fredda, impersonale, che non interrompeva né la vita né la fine della vita. Certo, non compresi subito tutto ciò. Fui soltanto attraversato da una sensazione di spavento, e da queste parole, che dimostrano la mia buona fede: «Sta forse ricominciando? Di nuovo! di nuovo!». In ogni caso, fui bloccato di netto. Qualunque fosse la causa, il colpo mi aveva raggiunto con un vigore tale che, nell’istante aperto da esso, ero abbastanza al largo da dimenticare in eterno di potermela cavare. Camminare, andare avanti, mi era possibile, e dovetti farlo, ma al modo di un bue accoppato: erano i passi dell’immobilità. Quei momenti furono i più penosi. È pur vero che restano validi ancora adesso; attraverso tutto, devo volgermi verso di essi e dirmi: Ci sono ancora, sono rimasto là.

Il corridoio conduceva alla stanza che si trovava all’altra estremità. Tutto fa pensare che io avessi un’aria atrocemente smarrita; entrai quasi senza accorgermene, senza avere la sensazione di spostarmi, impegnato in una caduta stazionaria, incapace di vedere, lontanissimo dal rendermene conto. Probabilmente rimasi fermo sulla soglia. Malgrado tutto, lì c’era un passaggio, uno spessore che aveva leggi o esigenze proprie. Finalmente – finalmente? – il passaggio risultò libero e, dopo aver varcato l’entrata, feci due o tre passi nella camera. Per fortuna (ma quest’impressione era forse giusta solo per me), camminavo con una certa discrezione. Per fortuna anche, da quando ero entrato davvero, un po’ di quella realtà mi raggiungeva. Nel frattempo il pomeriggio aveva fatto un serio balzo in avanti, ma c’era abbastanza luce perché potessi sopportare la cosa. O almeno ne ebbi la sensazione, non appena riconobbi nella calma, nella pazienza e nella debolezza della luce la preoccupazione di rispettare in me la vita ancora così debole. Ciò che non vedevo, ciò che vidi solo all’ultimo momento…, ma su tutto questo vorrei poter passare rapidamente. Avverto spesso un infinito desiderio di abbreviare, desiderio impotente, perché mi sarebbe fin troppo facile soddisfarlo; per forte che sia, è troppo debole per la smisurata potenza che c’è in me di realizzarlo. Ah! desiderare non serve a nulla.

Di quella giovane donna che mi aveva aperto la porta, a cui avevo rivolto la parola, e che, dal passato al presente, per un tempo inestimabile, era stata così vera da rimanere costantemente visibile ai miei occhi: di lei, per sempre, vorrei non dire nulla. Nella necessità che ho di citarla, di farla venire in luce, attraverso circostanze che, per quanto misteriose, restano proprie degli esseri viventi, c’è una violenza che mi fa orrore. Da ciò dipende, almeno nella sua parte nobile, il mio desiderio di tagliar corto. Quel che l’essenziale, tramite questo desiderio, vorrebbe da me, è che io non tenessi conto dell’essenziale. Che la cosa avvenga, se è possibile. Supplico il mio declino di venire da sé.

Vedevo benissimo certi aspetti della stanza, che aveva ristabilito la sua alleanza con me, ma quella donna non la vedevo. Non so perché. Guardai subito con interesse una grande poltrona posta all’estremità del letto (dovevo dunque aver fatto parecchi passi per arrivare fino al fondo del letto); notai, nell’angolo vicino alla finestra, un tavolino con un grazioso specchio, ma non mi venne in mente la parola esatta per definire quel mobile. Allora ero vicino alla finestra, mi sentivo quasi bene, e se è vero che la luce si abbassava tanto velocemente quanto si accresceva in me, quel tanto di lucidità che rimaneva da una parte e dall’altra era sufficiente a mostrarmi tutto in maniera non illusoria. Posso persino dire che, anche se mi sentivo un po’ spaesato in quella stanza, un simile spaesamento aveva la naturalezza di una visita qualunque a casa di una persona qualunque, in una delle mille camere in cui avrei potuto entrare.

L’unica anomalia che restava, cioè il fatto che non vi fosse nessuno – o almeno che io non vedessi nessuno – non disturbava affatto quella naturalezza. Per quanto mi è dato sapere, trovavo la situazione perfetta, non desideravo veder aprirsi la porta ed entrare l’inquilino o l’inquilina che di solito abitava lì. Per farla breve, non avevo idea che qualcuno abitasse nella stanza, o in qualunque altra stanza del mondo, sempre che ce ne fossero; la cosa non mi veniva neppure in mente. Credo che in quel momento il mondo, per me, fosse interamente rappresentato da quella stanza, col suo letto in mezzo, la poltrona e il mobiletto. E in verità, da dove avrebbe potuto provenire una cosa qualsiasi? Sarebbe stato folle sperare che i muri si cancellassero. D’altronde, non avvertivo il vuoto.

Ebbene, lei – a quanto dice -, lei mi vedeva; stava in piedi proprio di fronte alla poltrona e non si era persa nessuno dei miei movimenti. È vero, ero rimasto parecchi minuti vicino alla porta, ma non con quell’aria atrocemente smarrita che credevo di avere; sì, piuttosto pallido e con un’espressione fredda, «fissa», diceva lei, da cui si capiva bene – ma questo era però un po’ angosciante – che la mia vita si svolgeva da qualche altra parte e che lì non poteva esserci, di me, se non quell’eterna immobilità. È vero anche che avevo fatto qualche passo; procedendo vicino alla poltrona, ero venuto a guardare con interesse il mobiletto, si vedeva bene che mi incuriosiva, vi avevo trovato qualcosa di simile al motivo che mi giustificava del fatto di essere entrato. No, non si stupiva di vedermi così poco attento alla sua presenza – perché neppure lei, in quel momento, si preoccupava di sapere se fosse presente, in quanto, benché il fatto di essere respinta nell’ombra comporti qualche sacrificio, trovava un’infinita soddisfazione nel guardarmi com’ero veramente, io che, non vedendola e non vedendo nessuno, mi mostravo nella sincerità propria di un uomo quand’è da solo. Chi non ha mai avuto il desiderio di guardare la verità in carne ed ossa, anche se per far ciò è necessario rimanere invisibili, anche se occorre immergersi per sempre nella discrezione del freddo più disperato e della separazione più radicale? Ma chi ha avuto un simile coraggio? Una sola persona, mi pare.

Perché non la vidi? Come ho detto, non lo so con chiarezza. È difficile tornare su un’impossibilità dopo che la si è superata, e ancor più difficile quando non si è neanche certi che l’impossibilità non permanga. Gli uomini che passano e non si incontrano sono innumerevoli; nessuno lo giudica scandaloso; chi vorrebbe farsi vedere da tutti? Ma forse io ero anche tutti, il gran numero, la moltitudine inesauribile, chi potrebbe stabilirlo? Quella stanza era per me il mondo e, in rapporto alla mia scarsità di forze e di interesse, aveva l’immensità del mondo: come pretendere da uno sguardo che attraversi l’universo? Cosa c’è di strano nel fatto di non vedere quel che è lontano, quando anche ciò che è vicino è invisibile? Sì, l’inesplicabile non sta nella mia ignoranza, ma nel fatto che essa abbia ceduto. Troverei ingiusto ma conforme alle leggi il non aver potuto rompere l’infinito o strappare a tutte le eventualità l’unica che possa essere detta fortunata. Fortuna aspra, piena di sventura, ma pur sempre fortuna! Io l’ho avuta e, anche se l’ho persa, la possiedo ancora e per sempre. È di questo che ci si dovrebbe stupire.

Le cose si chiarirono, in apparenza (in apparenza? sarebbe già molto). Quando mi trovai vicinissimo a lei, a due passi dalla poltrona, potè non soltanto vedermi meglio – avevo il volto più livido che pallido, la fronte crudelmente gonfia – ma quasi toccarmi. Questa sensazione di avermi sfiorato le parve stranissima e le impedì ogni altra riflessione: vi era in ciò qualcosa di inatteso, e anche di più, una luce che un secondo prima non aveva neppure intravisto. Mi seguì, ormai, con altri occhi. Ma allora esistevo? Se era così, forse esistevo anche per lei! La vita, si disse; ebbe di colpo l’immensa forza di gridare verso di me, e mentre mi chinavo sugli oggetti della toletta, emise in effetti un grido che le parve nascere, sgorgare dal vivo ricordo del suo nome, ma – perché? – per coraggioso che fosse non superò i suoi limiti, non mi raggiunse e, a causa di questo, neppure lei potè sentirlo. Forse si rassegnò. Dato che la luce si abbassava molto rapidamente, vedeva sempre meno quel che accadeva nella stanza. Certo, era una stanza, ma tuttavia lo era così poco, e la certezza non poteva risiedere fra quattro mura; quale certezza? lo ignorava, era qualcosa che somigliava a lei stessa, e la faceva somigliare al freddo e alla tranquillità della trasparenza.

Era anche la fierezza! l’affermazione selvaggia e senza diritto, il patto concluso con ciò che sfida l’origine, oh strana e terribile tranquillità! Lei passava misteriosamente, lontana dalle menzogne visibili, evidente al massimo grado, e il terrore, che aveva pur dovuto provare, di perdersi e di ricominciare sempre a perdersi nell’evidenza senza limiti, apparentemente non era stato maggiore della semplice paura di una ragazzina che nel tardo pomeriggio, in un giardino, incontra di colpo il buio. La vita, si ripeteva, ma la parola non era già più pronunciata da nessuno, non s’indirizzava affatto a me. La vita, adesso, era una sorta di scommessa che si delineava tutt’attorno col ricordo di quello sfioramento – c’era stato davvero? -, con quella sensazione sorprendente – si sarebbe mantenuta? – che non soltanto non si cancellava, ma si rafforzava, anch’essa, alla maniera selvaggia di ciò che non può aver fine, che sempre si sarebbe mostrato esigente, sensazione che già si era messa in movimento, errava ed errava come una cosa cieca, senza scopo e tuttavia sempre più avida, incapace di cercare ma impegnata a girare sempre più velocemente in una vertigine furiosa, senza voce, murata: desiderio, fremito tramutato in pietra. Che io l’abbia presentita, è possibile (ma questo presentimento, non l’avevo avuto molto prima? senza di esso, sarei forse entrato?). Che lei si sia eretta allora di fronte a me, non come una vana irrealtà, ma come l’imminenza di una raffica monumentale, come lo spessore, all’infinito, di un respiro di granito precipitatosi contro la mia fronte, è vero, ma neppure quest’urto era una verità nuova, così come non era nuovo il grido che mi venne, né quello che udii; nuova fu solo l’immensa sorpresa della calma, silenzio improvviso, che bloccava tutto. Ciò produsse un grande intervallo, ma qual era il suo significato: riposo dopo l’annientamento? gloria del penultimo giorno? Non avevo granché il tempo di chiedermelo; avevo solo quello di cogliere, di sorprendere anch’io la verità di quello sfioramento e di chiederle: «Ma come, eri qui? Adesso?».

(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)

Le retour, apparso inizialmente in «Botteghe oscure» (7, 1951, pp. 416-424), è un estratto dal racconto blanchotiano Au moment voulu (Paris, Gallimard, 1951, pp. 7-25). [N. d. T.]

FORESTA SATURA INSORTA. Ponziano Medda

Impulso riflette

consiste forma ignota

evade

sorge straniata

trasparenza

avverte vento

monotonia

verso dove prosegue

passaggio

oggetto presumibile

***

Climi

coste cupe

radici

sogno

foresta satura insorta

stami

produce

scortati a rupi

battono pianeti

sgombrate rovine

sonorità

dischiude

adempimento

infine

Esclude

muta nome

interno

punto

più vasto

sabbia

incrocia

spento lucore

fra rocce

scrinata sirena

risveglia soglia

incauta

alta

insolita

anticipa paesaggio

possibile scrittura

altra voce

(ombra)

***

Precipita iattura

aspro trapianto

conteso passo

al poi

franamento

enigma

insetto

sogno

in bilico

scorsoio

indura morsi

gioco

salmastro

sotto

fratto

traverse sfere

a fondo

altro starci dentro

da punto

a punto

accedere

***

Tutto

tradotto permane

di dèi

attorti

cenci

allucinata fiamma

motilità

astrale

trascorse

comunicate profezie

zodiaco

ritaglio

pioggia

veglia

commentario geroglifico

rocce tinte

tersi flauti

in albis

coppia di cavalli

istante

scaturisce

***

Da dentro emerse mani

altro estingue

triboli di rami

nutrono stami

esangui

alta disfatta

intriga

per perlata lingua

fumiga lo smalto

battendo moli

contro sole

oltre il tonfo

scioglie gole

splende nel salto

stinta aria

rasente

attenta mura

sfregando

ove più indura

la voglia

e gelo rende

lustro

tondo scarseggiare

di suoni perdendo

eco

di dita

incastro a linfe

s’annulla

più in là

fuoco

di radici

SONO DI SABBIA E SFINITA. Serena Olivari

Io

Io mi soppeso nei lunghi silenzi del mare.

so pesare la tristezza con le gioie,

ma fare le tare non ricordo più.

Mi riconosco a volte in un’immagine che piace,

ma spesso pesa più quella me così

ostinatamente grigia che la luce l’ha

ingoiata l’asfalto.

Sono di sabbia e sfinita

continuo a passare nella strettoia

per riallargarmi e capovolgermi ancora.

***

Treni di note

rincorrono l’orecchio

accalcandosi dolci

sul tappeto

ornano l’antico

ritratto del mare

sul portico stellato della sera.

***

Ti ricordi quando tutto si faceva lucente?

Quando il dolce dormire dei corpi vicini,

era una scusa per stare svegli a spiare?

Spiare la vita dell’altro: il suo mistero.

Ti ricordi più indietro nel tempo?

facevi lo stesso per farti cullare,

uno scherzo una carezza,

spiare l’amore materno

con occhi fintamente assopiti,

un quasi buio per non strabordare d’amore.

***

Dal vaso turchese mi giungono inviti,

c’è festa là dentro colori antichi

ricordi di avi che proteggono il gioco,

viti, tre conchiglie, una puntina blu,

se guardo meglio mi tiro su.

C’è musica note spartiti vestiti da sera,

una borsetta trapunta, una vecchia bandiera,

Sulle righe confuse rimando parole,

poi inizio ad estrarre cotone, di mille tinte

violette un po’ spente, lo estraggo dal vaso lo

lancio per aria, mi muovo da un batuffolo all’altro

mi espando fluttuando giro così per qualche

settimana ed infine ripongo la lana.

***

Un bagliore improvviso

alla mente un attimo

ti accende,

verdi di stoffe e broccati,

compaiono i tuoi antenati,

con grande maestria

cambi stoffa al sipario,

un altro bagliore

e compare un mare stellato

con grandi orli

di sabbia a lato.

Piccole pietruzze pregiate

decorano la notte.

Ti addormenti mentre

il tempo tesserà un mattino nuovo.

***

Bontà della vecchia

comune indifferenza

tutto è così sempre

senza toni che ne

invento una nuova,

indifferenza al sesso,

al vento, al rumore

alla paura,

così non si rischia,

poco entusiasmo

molta incertezza

siedo a gambe incrociate

stufa – aspetto che passi.

***

L’equilibrio fresco

della sera

ci annaffia di calde

parole.

Sorrisi ampliati dal blu

si rispecchiano

nel ricordo dei prati.

Un gabbiano osserva

il mare, ma che cosa è

per lui un prato?

VIAGGIO D’INVERNO

A Hugo Wolf

Manca il dolce e quel che dole

e gl’ingegni e le parole;

e le nostre antiche parole

al sole ombre, al vento un fummo.

Michelangelo Buonarroti

Nodo scorsoio, la stanza.

Neve, strade, tenebre, voci.

Vivere solo, nella terra.

Comporre da invasato.

Né padre né madre, ma crome

scarabocchiate.

Arco nero, l’orizzonte.

Il ghiaccio copre la terra

da otto mesi.

Era verde, l’erba? O il colore

fu un sogno della vista?

Frusciano i rami del tiglio ma il bosco è buio.

Cortile, casa, donna

– inghiottiti.

Una furia di vento profana l’albero lontano.

Riprendo a camminare,

me assente.

Banderuola

fredda d’inverno, rovente d’estate.

Sveglio, annoto

il fa due ottave più basso:

cadenze, trilli, frasi zoppe,

re bemolle, la diesis.

Doppio canto:

tasti e bocca, pianoforte e voce.

Ogni lied lo esige. Si può reggere per ore

l’estasi che crea un mondo altro?

Si può essere forsennati sempre?

Ogni infinito esige un limite.

Lastra gelata, dopo la tormenta, il fiume.

Chi si rifugia sulle sue rive traccia nel ghiaccio

date, nomi.

Quando verrà la primavera si scioglieranno

dai fogli gelidi delle onde

parole fluttuanti,

guardate da pesci impassibili.

Non riconosco nessuno

nessuno mi riconosce

come un sonnambulo obbedisco

non so a cosa

esseri felici festeggiano

cosa?

Sparisco nel buio

alle soglie della porta sento finalmente

il suono della stella –

fredda, unica, chiara.

E ora, colpi secchi sul vetro:

scie rosse, tracce di sangue,

è intatto il cristallo ma il vento

cresce, il vetro si flette.

Un boato, la stanza invasa di schegge.

Mi siedo al pianoforte intono il canto preciso.

Tutto è dentro di me.

Fiammifero rotto, unghia tagliata, biglietto perso,

busta piegata, guscio, penna, mozzicone,

capelli, aghi, peli, noccioli, sterco,

brodo, polvere, carta.

Tutto ficcato in me.

Cucio nel materasso i miei taccuini

annodato al letto della cella numero nove,

ora dopo ora, resto

a giacere.

Io.

Lei mi vede, dottor Svetlin.

Ancora io?

Sono vicino alla sorgente

della forma. La musica

sprofonda fino a essere giusta.

Il cielo appare e scompare

io respiro a soprassalti,

copia di quel cielo.

Qualcosa, sempre,

ascolto e trascrivo.

LA CASA DEI PAZZI

(fotografia di Chiara Romanini)

Quante meditazioni per il filosofo che, sottraendosi al tumulto del mondo, percorre una casa di pazzi! Vi ritrova le stesse idee, gli stessi errori, le stesse passioni, gli stessi infortuni: è lo stesso mondo che ha appena lasciato; ma in una simile casa i lineamenti sono più forti, i colori più vivi, gli affetti più contrastanti, poiché l’uomo vi si mostra in tutta la sua nudità, non dissimula il suo pensiero, non nasconde i suoi difetti.

(Jean-Etienne Esquirol)

Che cos’è lo spirito umano? Risposta: un essere, ma che procede dal non-essere, quindi intelletto, ma che procede da ciò che ne è privo. Qual’è allora la base dello spirito umano, nel senso che noi diamo alla parola “base”? Risposta: ciò che è privo di intelletto. L’essenza più profonda dello spirito umano è dunque la follia. La follia dunque non nasce ma viene fuori quando ciò che è privo d’intelletto si attualizza e diventa essente. La base dell’intelletto è dunque la follia. Per questo la follia è un elemento necessario, che però non deve assolutamente venire alla ribalta, né assolutamente essere attualizzato. Quello che noi chiamiamo intelletto, quando è intelletto vero, vivente, attivo, non è propriamente altro che follia regolata.

(Friedrich Schelling)

I primordi del linguaggio – parlando metaforicamente le profondità marine – sono l’elemento in cui si calano entrambi, il poeta e il malato. Il poeta lirico si cala chiuso nella campana d’immersione della forma artistica, in modo responsabile e a termine; il malato è completamente nudo, in modo che si ferma fra i tesori del fondo marino che non riesce a portare a galla.

(Walter Benjamin)

Da secoli e millenni, in ogni luogo e paese, l’alienato soffre. Dice che vive accanto al suo corpo. Che il suo corpo è altrove. Che glielo hanno rubato. Che porta con sé un cadavere. Che il suo corpo è vuoto. Che lo si è cambiato. Che è un morto vivente. […] Dice che non pesa più niente, che è un angelo, non più che un pallone o una palla, […] che è trasparente, che è di vetro! E ha paura di frantumarsi. Dice che è vuoto, trasformato in bambola, che non ha organi, intestini, stomaco, che di conseguenza non deve mangiare, che è artificiale, truccato, che un altro occupa il suo corpo».

(Henri Michaux)

CON GLI INTERESSI DI UNA ROSA. Lorenzo Pittaluga

Questa ragione

Ammetti la sconfitta:

ti vuoi ancora fra

i vivi.

Allora invoca tramonti

senza tormento, bocche

senza parole.

L’esito, il tiramolla.

Senza malinconie

a velo, ansia sottrae.

I termini sono minimi.

I tuoi torti sono minimi.

Dille che aspetti ancora

un poco.

Che aspetti.

Virile stagione di dolore

Abbia il suo compimento.

La sua spina.

Una cosa

Una cosa

con qual(cosa)

Dentro

Una cosa

Con qual(cosa)

Fuori

una cosa come una casa omicida

una cosa umida al tatto

una cosa

lo dicevano i vecchi

concreta

solida

Una cosa

lo dicevano i vecchi

astratta

molle

una cosa da piegarsi in quattro

da dividere in sei

da plagiare da strappare

Una cosa come

una cosa fra

una cosa ma

una cosa così

una

dicevo per l’appunto lunedì’

Una cosa

ma una così

una cosa che si specchia

e tralascia poi

di pettinarsi

beh in fondo era una

bella cosa…

quella cosa

Con gli interessi di una rosa

Se è poco

o punto

se

non viene

dallo strappo

orizzontale

di un

malessere

che

un tempo

come secco fiore

di un

prato

d’erba

tenera

lambivo

se

nulla

risale

alla superficie

di ciò

che di già

è obliato

se nulla è proprio nulla

o

se dal nulla

scaturisce

materia

di stazioni di tregua

se

dal nulla

appare concreta

possibile

una lama

di luce che fertile

rende il terreno

e ben dispone

la nuova

stagione

se il contrario

è solo

l’altra faccia

della medaglia

del libro del futuro

se questo

e tutto questo

ti dimostra

che il raggio corto

di un’età che non è età

rende

anima e corpo

a un pulviscolo di frammenti

che compongono il mio nome

allora

il silenzio

si girerà su un’altra

pagina

la mia bianca –

appena

un poco scalfita –

mi renderà

la rossa

sagoma

di mio per mio

sole, io non più solo,

allora l’età mia

il raggio bianco

illuminerà

con gli interessi

di una rosa

In definitiva

Un negro che fuma la pipa

la pipa

su un lato del quadrato

un questuante

con la pergamena

che ferma il lutto

di un gabbiano

su un altro lato del quadrato

sugli altri due lati

la paura

la vendetta

il negro accoltella il mendicante

il gabbiano

becca sulla testa del negro

una chicca del mare

il quadrato rosseggia

ormai è solo una

cornice cinerea

la pipa

Cade

ma si salva

il mare

e la chicca di mare

del gabbiano

si salvano

il lutto è ricomposto

prima dell’arrivo

della notte

tutte le forme evanescenti

si consolidano

in nere spade

gli angoli del quadrato

sono ali verdi

ora volano verso la luce

e il quadrato

non più quadrato mente

al negro

al gabbiano

al questuante

la vendetta e la paura

si disperdono

In definitiva solo questo volevo dire:

niente è più tondo di questo quadrato

La lira radioattiva

Lascio.

Lascio a te la lira

creativa

radioattiva

quel che mi rimane.

Risieda

tra le tue membra

fresche.

Perdona il fardello di un presunto

perdente e d’un certo e sicuro

perduto.

Fuggo da un mondo distante

dal pubblico pagante,

dal mio corpo volante.

Fiaccola nella tenebra

celebra l’inchiostro.

LETTERA AI DIRETTORI DEI MANICOMI. Antonin Artaud

Signori,
le leggi e il costume vi concedono il diritto di valutare lo spirito umano. Questa giurisdizione sovrana e indiscutibile voi l’esercitate a vostra discrezione. Lasciate che ne ridiamo. La credulità dei popoli civili, dei sapienti, dei governanti dota la psichiatria di non si sa quali lumi sovrannaturali. Il processo alla vostra professione ottiene il verdetto anzitempo. Noi non intendiamo qui discutere il valore della vostra scienza, né la dubbia esistenza delle malattie mentali. Ma per ogni cento classificazioni, le più vaghe delle quali sono ancora le sole ad essere utilizzabili, quanti nobili tentativi sono stati compiuti per accostare il mondo cerebrale in cui vivono tanti dei vostri prigionieri? Per quanti di voi, ad esempio, il sogno del demente precoce, le immagini delle quali è preda, sono altra cosa che un’insalata di parole?

Noi non ci meravigliamo di trovarvi inferiori rispetto ad un compito per il quale non ci sono che pochi predestinati. Ma ci leviamo, invece, contro il diritto attribuito a uomini di vedute più o meno ristrette di sanzionare mediante l’incarcerazione a vita le loro ricerche nel campo dello spirito umano. L’istituto per alienati, sotto la copertura della scienza e della giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, al bagno penale.

Non staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per evitarvi il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran numero dei vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione ufficiale, sono, anch’essi, internati arbitrariamente. Non ammettiamo che si interferisca con il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo, altrettanto logico che qualsiasi altra successione di idee o di azioni umane. La repressione delle reazioni antisociali è per principio tanto chimerica quanto inaccettabile. Tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale; in nome di questa individualità, che è propria dell’uomo, noi reclamiamo la liberazione di questi prigionieri forzati della sensibilità, perchè è pur vero che non è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono.
Senza stare ad insistere sul carattere di perfetta genialità delle manifestazioni di certi pazzi, nella misura in cui siamo in grado di apprezzarle, affermiamo la assoluta legittimità della loro concezione della realtà, e di tutte le azioni che da essa derivano.
Possiate ricordarvene domattina, all’ora in cui visitate, quando tenterete, senza conoscerne il lessico, di discorrere con questi uomini sui quali, dovete riconoscerlo, non avete altro vantaggio che quello della forza.

(Antonin Artaud, 1925)

INDOLE. Edmondo De Amicis

I pazzi, disse il dottore, sono generalmente assai meno pazzi di quanto si creda dai più. Sono insensati di una data idea, o in un giro d’idee; ma conservano fuor di queste tutte le loro facoltà, anche le più delicate. S’ingannano anche gl’inesperti credendo che la pazzia porti con sé una trasformazione compiuta dell’indole. Il caso è rarissimo. La maggior parte di queste donne sono ancora in fondo all’anima quali erano avanti di perder la ragione. Quella che era buona è buona, quella che era malvagia è malvagia; sincera quella che era sincera, finta quella che era finta. Si ritrovano in loro, qui, tutte le vanità, tutte le superbie, le ipocrisie, le gelosie, le astuzie, le finezze che avevano nello stato normale in mezzo al mondo.

VENEZIA ANONIMA. Luigi Sasso

La Maiastra di Brancusi (1912), conservata alla Collezione Guggenheim di Venezia, è un esempio straordinario di come la scultura possa diventare un’arte in grado di sintetizzare e porre in relazione tra loro differenti elementi. Innanzitutto la forma, ovviamente, che l’artista semplifica fino a ridurla all’essenziale, eliminando ogni particolare superfluo. In secondo luogo la capacità di richiamare, anche grazie alla complicità del titolo, tutta una tradizione culturale, in questo caso folklorica. Nelle fiabe popolari rumene la Maiastra è un uccello magico: il suo canto è rigenerante, dal suo becco escono parole. Essa aiuta e assiste gli eroi, li difende dagli incantesimi. E soprattutto può assumere diverse, infinite forme. Quella scelta da Brancusi dà all’animale un’intensità ieratica, enigmatica, profonda. Ma una componente essenziale dell’opera, forse quella decisiva, riguarda la scelta del materiale, il bronzo lucidato. In questo modo si crea una superficie riflettente, nella quale la luce acquista un valore inusuale, capace di trasfigurare e di modificare, proprio come avveniva nella narrazione popolare, la forma dell’animale. E persino lo spettatore è chiamato a svolgere un ruolo per nulla marginale, e per certi versi inquietante, poiché la scultura, proprio per le caratteristiche appena ricordate, riesce ad assorbire e restituire, deformata, l’immagine di chi la guarda.

La cultura contemporanea, quella pop in particolare, sa che non esiste più una realtà autentica, vergine, alla quale poter giungere con lo sguardo. Per questa ragione riprende, riscrive, cita frammenti di una realtà di secondo, di ennesimo grado: quella riprodotta dallo sguardo di una fotocamera, quella prodotta dal mercato. La merce diventa il soggetto privilegiato. Ciò che contraddistingue la merce è il marchio: invariabile, estraneo – come del resto si addice a ogni mito – alla dimensione del tempo. La realtà è fatta di marchi come Esso, Coca-Cola, Campbell. Eppure è sufficiente un velo di polvere, qualche sbavatura o un gesto che sottolinei la forza corrosiva del colore per restituire la tela alla soggettività, alla fisionomia interiore dell’artista.

Un’opera di Mario Schifano – Tempo moderno, realizzata nel 1962 e presente nella collezione di Ileana Sonnabend esposta temporaneamente alla galleria Guggenheim – mostra, su una superficie quadrata, delle strisce di colore rosso arancione che tracciano due forme rettangolari, una più grande e l’altra più piccola. Quasi come fossero due cornici, dipinte e collocate all’interno della tela. Lo spazio dentro i due rettangoli si presenta monocromatico, di un colore bianco lattiginoso. Uno spazio delimitato e al contempo indefinito. Nel complesso si tratta di una composizione semplice, dalla struttura che potremmo definire geometrica. Ma il pittore ha lasciato che lo smalto biancastro colasse sul rosso della base dei due rettangoli, lo rigasse, introducendo così un elemento dinamico, una vibrazione, una traccia che segue e insieme segnala la dimensione del tempo.

All’isola di San Servolo si arriva in pochi minuti, partendo da S. Zaccaria, con un battello piccolo, che più che un vaporetto sembra una barca di pescatori. La guida spiega cosa si possa visitare sui cinque ettari dell’isola: quello che resta dell’ospedale psichiatrico, oggi trasformato in museo del manicomio: il laboratorio, l’ambulatorio, i manufatti didattici, la farmacia storica, la sala anatomica. C’è una ricca documentazione fotografica, che fa emergere un mondo che non c’è più, in cui appaiono normalmente applicate pratiche terapeutiche oggi considerate inaccettabili. La riforma Basaglia ha tracciato una linea di confine e ha trasformato le modalità di approccio alla sofferenza mentale. Le foto ci fanno anche comprendere come il manicomio di San Servolo fosse una piccola città, con la calzoleria, il granaio, la tipografia. Un mondo, con le sue regole, e la sua struttura economica. I documenti più importanti sono però le cartelle cliniche. E’ da queste carte che giungono fino a noi, e prendono forma, non solo le storie di singoli percorsi nelle pieghe della malattia, ma un dramma più grande e collettivo. Sta scritto in sei cartelle, quelle che fanno riferimento alla storia di altrettanti pazienti prelevati, l’11 ottobre 1944, dall’ospedale psichiatrico per essere caricati su vagoni verso Auschwitz-Birkenau. Perché ebrei. E là presumibilmente, anche se le ricerche effettuate non forniscono un’assoluta certezza, sterminati. Dall’esame delle cartelle cliniche – lo hanno fatto Angelo Lallo e Lorenzo Toresini – appare chiaramente come i sei pazienti fossero divenuti oggetto di interesse e di sorveglianza da parte, prima ancora che delle autorità naziste, della polizia italiana. Ma affiora anche una storia di pregiudizi, un’ideologia davvero patologica che aveva ormai contagiato il clima di quello che restava di una nazione, che non risparmiava medici e intellettuali, come il direttore del manicomio di S. Servolo, che nel luglio di quell’anno, a proposito di G.R., un paziente ebreo, annota: “[…] molto probabilmente la condotta che tiene nel manicomio è quella abituale della sua razza. E’ odioso e fa il piccolo commercio per procurarsi i mezzi per poter soddisfare i suoi piccoli bisogni personali, specialmente il fumo. Del resto è calmo, tranquillo, ordinato…”.

C’è, a San Servolo, un grande giardino, dove medici e pazienti potevano passeggiare. Qui, in concomitanza con la Biennale, si può incontrare l’opera di qualche artista. Installazioni, per lo più. Come due tronchi d’albero che si rivelano alla fine qualcosa di umano, due gambe, con tanto di piedi e scarpe. Ricordano le forme ibride di molta pittura surrealista, da Ernst a Magritte. O i cinque aeroplani – più grandi ma del tutto simili a quelli di carta che i ragazzi fanno volare nelle aule scolastiche – adagiati sul prato. La loro caratteristica è quella di non essere fatti di carta, ma di metallo. Così che sarebbe non proprio facile sollevarli, e ancor meno farli volare.

Un quadro di Lorenzo Lotto, conservato nella Galleria dell’Accademia, rappresenta un giovane nell’atto di sfogliare un libro. Lì a fianco, sul tavolo, si può vedere una lettera semiaperta, mentre altre due, dalla parte opposta, sono chiuse. Un telo azzurro bordato di frange, un bacile, una lucertola, i petali di una rosa, un anello dimenticato sul tavolo completano la parte in primo piano. L’uomo è ritratto con una veste nera da aristocratico, con una camicia bianca, le maniche ampie, i polsini ricamati. La stanza è poco illuminata, nonostante la finestra a sinistra, ma si vedono alcuni oggetti che sembrano richiamare la personalità del giovane, i suoi interessi, probabilmente persino la sua, per noi inafferrabile, identità: un corno da caccia, un liuto, forse un uccello morto. L’aspetto più interessante è dato dall’atteggiamento dell’individuo effigiato, dal suo volto pallido, tipico di una persona inquieta e malinconica, dallo sguardo che non è rivolto alle pagine del libro, ma si perde verso un punto imprecisato, affacciato sul vuoto, come se l’uomo fosse immerso in una imperscrutabile meditazione, come se rincorresse riflessioni, ricordi, cercasse un silenzio che è quello dell’ascolto di un testo, della sua interpretazione. Tutto qui è un enigma, la raffigurazione di un qualcosa che risolutamente ci sfugge, che siamo probabilmente destinati a non conoscere mai.

Sorge poco lontano da ciò che resta dell’antica città, è quasi isolata nel mezzo di Torcello. E’ la chiesadi Santa Maria Assunta, il principale edificio religioso dell’isola. Del battistero oggi restano solo le tracce, mentre s’impone al visitatore l’architettura del martyrion, dedicato a Santa Fosca. All’interno della basilica ci sono alcune opere d’arte interessanti, come la decorazione musiva che risale all’XI secolo. E poi uno dei più imponenti mosaici d’area veneta: il giudizio universale. Su uno dei sei livelli in cui è divisa la parete è rappresentata la scena della Psicostasia: l’angelo è alle prese con due demoni per la pesa di un’anima, mentre a sinistra è una schiera di Eletti, a destra s’intravedono dannati che, spinti da due angeli e torturati da Satana, si dilaniano nel fuoco infernale. Il tema della Psicostasia risale all’antico Egitto, e riferimenti in proposito si leggono nel Libro dei Morti. Significativo è che tale pratica si svolga sotto la vigilanza del dio Thot, il dio della scrittura, colui che aveva saputo annotare tutta la sapienza del mondo. E’ Thot che registra tutto ciò che può rendere pesante il cuore di un defunto: le colpe, le azioni, le parole, le cose non fatte, il destino di un individuo, insomma, si trasformano in una sequenza di segni, in un corpo nuovo, grafico questa volta. Già agli albori della nostra civiltà, il luogo più intimo e segreto dell’essere umano e la scrittura erano dunque rappresentati come strettamente connessi. Come se la scrittura fosse una sorta di archivio delle ombre che si muovono nell’io.

Ci sono città che puoi riassumere in un colore, in un suono, scandendo una sola parola: Venezia sta tutta dentro i suoi odori. Sono come una musica, distinguibile, ma lontana. Di quello che ti accoglie appena scendi dal treno ci parla Iosif Brodskij: «Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità: l’odore di alghe marine sotto zero». Non si tratta di una sensazione momentanea, di un’annotazione marginale; piuttosto dell’attimo, per Brodskij, in cui il senso di un’esperienza – tramite una fragranza – si rivela: «Un odore è, dopo tutto, una violazione dell’equilibrio su cui si regge l’ossigeno, un’invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze – metano? carbone? zolfo? azoto? Secondo l’intensità di questa invasione, percepiamo un aroma, un odore, un fetore. E’ una questione di molecole, e la felicità, suppongo, scatta nel momento in cui captiamo allo stato libero gli elementi che compongono il nostro essere. E là, allora, ce n’era un bel numero, in uno stato di libertà totale, e io avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda».

IlConcerto in la maggiore KV 622, che Mozart compose poco prima di morire e che fu eseguito per la prima volta a Praga il 16 ottobre 1791, prevedeva l’utilizzo del clarinetto di bassetto, strumento dall’estensione più grave rispetto a quello odierno. Nel tentativo di restituire un’esecuzione la più vicina possibile a quella voluta dall’autore, Diego Matheuz ha presentato al teatro la Fenice nella primavera del 2011 una versione ricostruita del concerto: impresa non facile, in considerazione anche del fatto che ci sono rimasti solo degli spartiti normalizzati, – l’autografo mozartiano è andato perdutoriadattati al taglio più acuto dello strumento tradizionale. Così lo sforzo di riportare in vita la musica di Mozart nella sua forma originale accentua l’impressione – rendendo ancora più struggente l’ascolto di note come quelle del celebre adagio – che un altro suono, come un’ombra, accompagni i tre movimenti: che sia cioè presente, e tuttavia irraggiungibile.

Venezia è un dizionario di parole perdute, un lessico tanto lontano da non essere quasi più compreso. Così, movendosi in quegli spazi che ogni turista conosce, Predrag Matvejevič finisce per restituirci, più frequentemente, dei veri propri elenchi di nomi. E’ un linguaggio che sprofonda, come accade agli edifici, nell’acqua della laguna. Venezia minima ci parla di piccole isole sparse, i canneti e le barene, annota come le alluvioni ricoperte di fanghiglia si chiamino velme, e i passaggi fra di loro ghebi; ci riporta nell’operosa atmosfera degli arsenali, dove un tempo si costruivano o riparavano imbarcazioni chiamate acazie, dromoni, gatti, grumbarie; o in quella diversamente chiassosa delle osterie: bàcari, futarole, cànove, magazeni; scandisce sillabe inusuali, calcatreppola del mare, zostera marina, eringio marittimo, cioè le erbe che attecchiscono nel suolo sabbioso, tra cui spicca la puccinellia, che sembra quasi evocare la maschera della commedia dell’arte. Il tempo nasconde queste parole, le disperde, le confonde. E qualcosa di simile accade con i nomi delle sabbie, degli uccelli, delle forme del pane. Non serve affidarsi ai libri, perché dalle pagine di vecchi glossari escono voci, per esempio quelle che riguardano antichi attrezzi e strumenti di lavoro (curiata, canagola, chiasa, verna, becanella, alzana, berlaso o imberlasso), di cui nessuno comprende più il significato.

L’operazione di Matvejevič non consiste però, o quanto meno non si esaurisce, in un recupero nostalgico di una Venezia, o di più Venezie, del passato, in una ricerca di archeologia linguistica. Essa va alla scoperta di un nuovo e diverso angolo prospettico dal quale poter cogliere un’immagine inedita della città, liberata dai sedimenti e dalle incrostazioni delle descrizioni convenzionali, dalle innumerevoli rappresentazioni artistiche. L’autore infatti porta lo sguardo verso quegli aspetti solitamente trascurati, la descrizione dei quali crea un mosaico mai con tale chiarezza visto prima. E’ da qui che prende fisionomia una lingua nuova, un tessuto di suoni, di tracce, di segni. Sono «le parole senza echi, le silhouettes senz’ombra» dei pescatori che si muovono nella quiete della sera, sono le tracce minime, le incrostazioni, le velature «i legami tra la ruggine e la patina», i quali compongono un insieme di segni che possono comunicarci qualcosa, anche se si tratta dei «residui d’una ignota scrittura che ci sforziamo invano di decifrare». Il paesaggio assume la forma di una pagina, e da questa pagina l’autore attende un linguaggio per parlare di Venezia. Ed ecco che la soluzione arriva, scritta in ogni angolo della città, in ogni campiello, vicolo o calle, tra le ombre di un sotoportego, accanto a una finestra o sotto l’arco di un ponte: «Le piante e i fiori che vantano nomi signorili nel cerimoniale botanico – edera, geranio, glicine, giacinto, buganvillea, dalia, ortensie di vario colore – distraggono spesso l’attenzione dai fili d’erba e steli di poca apparenza e pressoché anonimi, che spuntano e fanno capolino là dove nessuno se li aspetta e dove – si direbbe – non servono a niente». E’ questa la Venezia di Matvejevič: una realtà che scopre nell’ inutile, nel senza nome, una dimensione vera, finalmente viva.

(2011)

LE METAMORFOSI DI BACON. Edmond Jabès

Colpisce, in Bacon, quello squilibrio che è l’equilibrio stesso della tela; quella violenza che è l’espressione stessa della pittura (del colore) spinta fino al parossismo.

Tutto oscilla e si sviluppa nell’inatteso sconvolgimento che si attua sotto i nostri occhi e che il corpo dipinto del modello (uomo o animale), strappato allo scenario estraneo, sposa ed accentua.

L’oggetto deformato riceve, da questa deformazione, la sua forma naturale, armoniosa; mai sospetta.

Una pittura non del corpo accettato nei suoi limiti apparenti, ma del dettaglio esagerato, sviluppato in proporzione al dispiegarsi di un corpo quando sia posto a confronto col proprio doppio, col proprio triplo, con se stesso; riflesso vertiginoso, che impone la vertigine.

Una pittura, anche, del fiato energico, del sangue, dell’ambizioso sforzo muscolare, del respiro mozzato.

Là, il grido è il personaggio divenuto grido; altrove, il riso è il mostro divenuto riso; qui, il volgare bloc-notes è il suo utente abituale divenuto pegno abusivo di una quotidianità mediocre.

La metamorfosi che Bacon fa subire agli esseri, alle cose, non è altro che lo spostamento sistematico (effettuato sempre su un fondo neutro, assente) del reale verso un «più che reale», che a posteriori appare prevedibile, perché colto nei suoi momenti cruciali, voluttuosi, di intensa verità.

Il luogo viene abbandonato per un luogo diverso, spesso insolito, ma come se tali luoghi potessero coesistere; da qui l’impressione (falsa) di velocità folle, padroneggiata nella sua circolarità insostenibile.

Bacon ha scoperto la rotondità allucinata della tela, disperatamente inchiodata, si direbbe, ad una ruota invisibile, appassionata di sé, che nessuno potrà mai bloccare nella sua ebbrezza giratoria. Preda dello sguardo, anche noi siamo trascinati con essa, dai capelli alle dita dei piedi e persino dal fondo dell’essere, non più dominato dal pensiero.

Tutto si giocherebbe, così, ai diversi livelli di una superficie ammaliante, in cui il passato incontrerebbe l’avvenire per le nozze più carnali; in cui la nascita della forma assisterebbe al suo prodigioso compimento; in cui il colore sperimenterebbe tutte le gamme, quasi strappandole al loro destino, per un’avventura che di continuo brucerebbe le tracce (le tappe), al fine di non essere più, nell’indipendenza del passaggio, nient’altro che la propria folgorante emancipazione.

(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)

NOTA. Les métamorphoses de Bacon è un testo del 1977, ripreso in E. Jabès, Un regard, Montpellier, Fata Morgana, 1992, pp. 23-25.