CECHOVIANA. Cristina Campo

Il rischio di una chiaroveggenza

Uno psichiatra silenzioso, che ricordava nei modi certi medici volentieri descritti da Anton Čechov, usava consigliare ai suoi depressi la lettura del libro di Giobbe. Egli teneva in grande stima quegli infelici, malati per lo più, come la principessa di Andersen, di uno sguardo troppo chiaro, e assicurava che da quella dura meditazione sull’ordine del mondo traevano un giovamento sensibile, ne uscivano rasserenati. Non molto diversamente doveva intendere il potere di una lettura il critico che scrisse di Čechov: «è il solo che si lasci stringere sulla nostra carne dolente senza ferirla…»

(…)

Čechov sa bene – e con quale paziente ostinazione si adopera a dimostrarlo – come il chiuso ed immobile cerchio dell’abitudine sia la ruota che più velocemente rapisce l’anima alla morte. Che cosa opporre dunque all’abitudine (egli la chiama spesso, giustamente, “sazietà”), che cosa affrontarle come rimedio e riscatto se non il suo contrario, l’attenzione?

Di questa Čechov assume tutti i rischi, o meglio il solo rischio terribile, quello che da’ alla partita il suo alto valore: il rischio di una chiaroveggenza che stanchi l’anima fiduciosa, la sottragga alle forze misteriose del fervore, l’abbandoni senza riparo a quella enorme misura di inaccettabile che è il nucleo appunto dell’ordine del mondo. Che l’attenzione, come ogni estrema speranza, possa improvvisamente convertirsi in disperazione e, rivolta contro se stessa, assumere il volto della più letale fra le abitudini: l’inerte rassegnazione della miseria umana.

È il rischio del professore universitario nel meraviglioso racconto Una vita noiosa, il rischio di tutti quegli uomini amari, appassionatamente buoni, che egli si ferma spesso a descrivere lungamente, come uno scienziato che provi su di sé i propri sieri, poiché quegli uomini hanno tutti, più o meno, i suoi lineamenti: il medico sottile di Una contrarietà, quello ruvido della Principessa, fino ai due splendidi memorialisti della Mia vita e del Racconto di uno sconosciuto, fino al prigioniero della Scommessa (quella breve, bruciante variazione sul grande tema dell’Ecclesiaste). Il limite estremo di questo rischio lo toccherà, perdendosi, lo psichiatra della Corsia n. 6, l’uomo buono, intelligente e vile, a cui la paura rende impossibile l’esercizio dell’attenzione. Quando il diaframma che le sue formule piacevolmente stoiche hanno posto per anni fra lui e il mondo dei suoi malati verrà bruciato da una serie di eventi ed egli si troverà dall’altro lato dell’orrore, là dove la vita è realmente impossibile e tuttavia è vissuta ora per ora, anno per anno, da migliaia di esseri assai migliori di lui, il medico non potrà che morire affermando ciò che per anni si era negato: l’impossibile miracolo della vita nella sventura.

*Da Un medico, in: Cristina Campo, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987.

**

In un cerchio incantato

«Sono pochi gli uomini che alla fine della loro vita non provano quel che io provo adesso. Quando vi dicono che avete qualcosa, come i reni cattivi e l’ipertrofia di cuore e voi cominciate a curarvi, oppure quando vi dicono che siete un pazzo o un delinquente, vale a dire, in una parola, quando la gente tutt’a un tratto rivolge la sua attenzione su di voi, sappiate allora che siete caduto in un cerchio incantato da cui non uscirete più. Più vi sforzerete di uscirne e più ancora vi ci perderete. Rassegnatevi, perché non vi sono più sforzi umani che vi possono salvare….

Anton Čechov, Racconti e novelle, III, Milano, Mursia, 1963.

***

Di questo altrove

La conversazione con un uomo intelligente può salvarti la vita. O, al contrario, sprofondarti nella follia, se vieni a sapere che l’uomo con cui parli ha perso la ragione da un pezzo. Ma allora ti domandi: si può perdere la ragion e restare, nonostante quella perdita, intelligenti e sensibili? La mancanza di ragione, nella prepotente e volgare Rus’, è spesso presenza felice del cuore.

**

In La corsia numero 6 i colloqui fra folle e sano restano sempre una serra artificiale che a stento contiene l’inferno. L’inferno non entra mai veramente in quelle parole, che costruiscono un ordine già determinato, una reciproca complicità. L’inferno è altrove, nel silenzio privo di senso della malattia o in una parola inarrestabile, disgregata. È di questo altrove che occorre parlare, sebbene manchino le parole giuste.

(Marco Ercolani, Un uomo di cattivo tono, Amazon Fulfillment, 2020)

SIAMO NEGLI SFONDI OFFUSCATI. Francesco Macciò

Siamo negli sfondi offuscati*

Trovassimo una parola di scarto

che ricomponesse dentro di noi

senza illusioni quel tanto che vale

quel poco che dura la nostra vita.

Ma non ci sarà un punto di svolta.

Distruzione e ricostruzione

sono voci che recidono legami

nell’agenda all’ordine del giorno.

Sai che un recinto non sempre

è reclusione e chi basta a se stesso

non nuoce agli altri e popola deserti.

La sua pena è che gli altri non sappiano

costruire la stessa fortezza.

**

Centinaia di lumini sui davanzali.

Si accendono fuochi per purificare

e incensi per scacciare il male.

Ci vorrebbe una dodicesima Aurora

per placare il mare sconvolto

e le Chere, nere braccia di morte.

Tutto si compone in un’intricata

trama di eventi istantanei.

Un contagio in perfetto equilibrio.

Il controcampo preciso nello scatto

malfermo di un otturatore.

**

Segni e cifre digitati

ogni giorno senza requie

quando tra soprassalti

si accavallano in un fiato

lastre su lastre di selfie.

Siamo negli sfondi offuscati

in cui rispecchiarci,

quegli sguardi scombinati

a cui ci aggrappiamo.

Un poco più in là sembra respirabile

la stessa aria intossicata

che ci attraversa.

**

Oggi è un giorno amico del faccia

a faccia con la paura, con il dolore.

Bandiere a mezz’asta sulla facciata

della scuola in via Cesare Battisti.

La solidarietà armata a un metro

di distanza nella sofferenza

e nell’amore misura il passo

tra il benessere e il collasso.

«Tutto bene?» mi dice un passante

dall’altro lato della strada.

Un androne, il vano scale.

Sette rampe di sette gradini.

Salgo in questo cuneo buio

fino al portone di casa.

**

Sull’argine sinistro del torrente

il lazzaretto fronte mare, ora lussuoso

quartiere distopia di un mutamento.

L’Oratorio delle Anime Purganti

sull’argine destro. Neanche un pezzo

di terra per seppellire. Un rigurgito

di corpi ammassati sotto le grate,

membra e ossame in disfacimento.

Benediceva le salme il sacerdote

presso le Mura delle Cappuccine.

Gettati in un gorgo sotto un cielo

alla deriva, senza una preghiera

divorati da una fossa marina

a pochi metri dall’arenile i morti

senza famiglia e senza nome

come i reietti di Hart Island,

l’isola delle lacrime a est del Bronx.

**

Dicono che presto potremo uscire

che il sole di aprile

se ci accarezza la pelle

rinforza le difese immunitarie.

E comunque le misure di

precauzione saranno inderogabili.

Saremo contigui e dissociati

come i cassonetti per rifiuti

e le reti fognarie, in ogni luogo

tutti sempre rintracciabili.

Le parole, come pezzi

di ricambio quando si disunisce

ciò che le trattiene, si accumulano

l’una nell’altra disarticolandosi.

Anche i pozzi si sono disseccati

e le benedizioni spartiscono l’angoscia

del cielo e delle stelle.

Se ne andrà anche questo male

in quiescenza come una rima.

Dissolvendosi in noi ogni cosa

sarà se stessa e noi in lei

mai più come prima.

**

Il corpo è rosa pastello

quando viene al mondo, ocra

prima di partire. Dio,

se c’è, è albino, fosse femmina

sarebbe trasparente.

L’anima è bianca o rosso-cinerina.

La mente è come la colori

o del colore degli ulivi.

In questo tempo di ribellione

e di rovina è terra d’ombra

la parola, il cuore acquamarina.

*Questi testi fanno parte di un nucleo più ampio di 36 componimenti, nucleo al quale ho assegnato il titolo provvisorio di Relegatio. Alcune poesie sono già apparse on line in “Atelier” e in forma audiovisiva, anche nella traduzione in inglese di Arcangela Rossi, in vari blog letterari, altre si possono leggere a stampa in Le parole della quarantena, a cura di Rosa Elisa Giangoia, altre ancora in Dècameron 2020 nella traduzione in francese di Bernard Biancarelli. Tra i testi qui proposti, Oggi è un giorno amico… viene qui pubblicato per la prima volta.

L’IMMAGINARIO E’ GIA’ IL REALE. René Char

di René Char

Leggerezza della terra

Il riposo, asse del vivere? Noi cadiamo. Vi scrivo in corso di caduta. Così provo il mio essere al mondo. L’uomo si disfa certo come è stato fatto. La ruota del destino gira all’incontrario e i suoi denti ci triturano. Prendiamo fuoco subito dall’accelerazione della caduta. L’amore, freno sublime, è rotto, fuori uso. Niente di tutto questo è scritto nel cielo assegnato o nel libro desiderato che si precipita al ritmo dei battiti del nostro cuore, poi si spezza quando lui continua a pulsare.

**

L’immaginario, è già il reale – prima dei risultati. Un reale che ha i tratti di un ragazzino mal rassicurato in mezzo a pericoli che non l’hanno ancora riconosciuto. Esistono prodezze dell’immaginazione che non tradiscono i loro amanti.

In: Comment te trouves-tu là? Petite marmite, mais tu es blessée, in Fenêtres dormantes et porte sur le toit, 1973-1979, Oeuvres complètes, Gallimard, 1983.

DALLA PARTE DI GIONA (E DEL RICINO). Daniel Vogelmann

(con una nota di Marco Furia)

Ricevo da Silvia Comoglio il libriccino di Daniel Vogelmann, Dalla parte di Giona (o del ricino), Casa editrice Giuntina, 2021, accompagnato da un biglietto scritto di mano di Silvia. Del libriccino parla Marco Furia nella nota di lettura. Io aggiungo le cinque poesie che Daniel dedica alla sorella Sissel e che sono pubblicate nel suo libro Piccola autobiografia di mio padre (Giuntina, 2019) dedicato al padre Schulim, l’unico ebreo italiano presente nella Schindler’s Liste.

**

Un fecondo quesito

di Marco Furia

Dalla parte di Giona (e del ricino) di Daniel Vogelmann è una “traduzione” (le virgolette sono dell’autore) del Libro di Giona accompagnata da illuminanti, sintetici, commenti.

Si tratta di cinquantacinque pagine capaci di coinvolgere il lettore in una storia biblica proposta con l’aggiunta d’intense riflessioni che, pur riguardando una materia religiosa, mi paiono piuttosto laiche: gli argomenti e i quesiti proposti sono chiari, comprensibili, condivisibili.

Vado subito al punto.

Dice Dio a Giona:

“Tu hai avuto compassione del ricino… e io non dovrei avere compassione di Ninive, la grande città, nella quale ci sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e una grande quantità di animali?”

Scrive il Nostro:

“Come è noto, il Libro di Giona è l’unico della Bibbia che finisce con una domanda. Una domanda rivolta a Giona ma anche a tutti noi”.

Compassione, ossia partecipazione all’altrui (dolorosa) esistenza.

Simile sentimento deve essere rivolto soltanto verso chi soffre o, in generale, verso tutto il genere umano?

L’imperfetta natura umana in sé suscita compassione?

Forse il mistico si può salvare?

Forse nemmeno lui?

La compassione può incontrare limiti?

È giusto avere compassione per chi è molto malvagio?

Risposte a priori mi pare non possano emergere: unicamente Dio potrebbe formularle.

A mio avviso (sottolineo: avviso di non credente) il quesito di fondo è:

quali sono i rapporti tra fede e ragione?

Nessuno?

Alcuni?

Ancora domande.

D’altronde, il Libro di Giona termina proprio con un interrogativo (nemmeno troppo retorico, a ben vedere), non con un’asserzione.

Siamo al cospetto di un Dio che, senza emettere sentenze, si rivolge a noi: una sentenza si esegue, a un quesito si risponde (o, almeno, si tenta di rispondere).

Rispondere non è lo stesso che obbedire.

È richiesta una ragionevole obbedienza?

La ragione entra in rapporto con la fede e ne diventa parte (o se ne riconosce tale) e viceversa?

Percorrere la strada della vita, lunga o breve che sia, impone continue scelte: dobbiamo perciò assumerci, credenti o no, non poche responsabilità.

Mi pare che, alla fine, la prosa sobria e coinvolgente di Daniel ci ponga, assieme al quesito finale del Libro di Giona, di fronte al nostro destino: c’è sempre molto da fare (e da pensare) e a nessuno è concesso di tirarsi indietro. Una lettura breve e feconda, davvero.

Daniel Vogelmann, Dalla parte di Giona (e del ricino), Casa Editrice Giuntina, Firenze, 2021, euro 5,00

**

Sissel e Schulim Vogelmann

Daniel Vogelmann

Cinque piccole poesie per Sissel

1

Cara sorellina

tu sei stata uccisa

in un campo di concentramento

tanti anni fa.

Oggi io ti dedico

queste cinque piccole poesie

2

Come non sperare

nell’immortalità dell’anima?

Potrei incontrare finalmente

la mia sorellina Siissel,

volata in cielo prima che io nascessi.

Mi verrebbe incontro sorridendo

e mi direbbe dolcemente:

«Ah, tu sei Daniel»

3

Muore giovane colui ch’al cielo è caro

Menandro & Leopardi

Dovevi essere davvero cara a Dio

se ti ha voluto così presto con sé.

Ma allora dimmi, tu che forse sai tutto:

noi, non gli siamo cari?

4.

Promettimi

che mi darai la mano

il giorno che arriverò da te.

Perché, sai,

un po’ di paura mi è rimasta.

5.

Ora ti saluto, sorellina.

Aiutami a vivere, se puoi.

E anche a morire.

Come ti ho già detto,

spero d’incontrarti un giorno.

E immagino che sarò molto emozionato.

CONVERSAZIONI. Silvia Comoglio

BOSCO DOPO BOSCO

ORTO DOPO ORTO

— è ghiaccio, o vento?,

quanto qui si stende

déntro questo luogo —

bosco dopo bosco

orto dopo orto?

— e la terra, è dunque,

quanto ti fiorisce,

orto dopo orto —

in lungo velo chiaro

(la sorte, che bosco dopo bosco,

di onde, il Tempo, sovradice)

— aprirsi, dunque, di cose inesistenti?

di stretti occhi dell’inverno?

(è pietoso, forse, il farsi ancora attenti

di certe strane funi sfatte di radura?)

— orto dopo orto, bosco dopo bosco

(dove, il Tempo, raggela sulla terra

crepide di soffio)

— bosco dopo bosco

— orto dopo orto

**

SCARTO

— ti sento, fu detto,

di semplice restare

in ombre di riflesso

— rammendo —

eterno e già caduto

in morse di—

stupore

(lume in cui io sono

questa sola veste

ad ala ripiegata

in tuoni dell’inverno)

— lo scarto

respinto dall’abisso

(dove —

ammutolisce

tutto ciò che è fatuo)

**

AMPOLLA

— déntro —

déntro la sua ampolla

— racchiuse, il Tempo,

la nostra—

— lunga assenza,

— la luce, che sola,

si disse,

fosse eterna

**

INCONSISTENZA

— felice?

fu l’albero del Tempo

— piantato

— déntro —

— questa sola ampolla

— a labbra —

— già fiorite

— come

— terra

— nello

— specchio

**

L’ALBERO DI CEDRO

— è l’albero di cedro

l’apice di sete

che il Tempo

illúmina di tempo?

(terra —

che vende a paradiso

la terra —

satura di sete)

**

SETE

— chi torna, ora,

a rivedermi?

— forse solo iddio

déntro —

la sua sete

COLOMBINE. Paul Verlaine

Léandre le sot,

Pierrot qui d’un saut

de puce

franchit le buisson

Cassandre sous son

capuce,

Arlequin aussi,

cet aigrefin si

fantasque

aux costumes fous,

ses yeux luisants sous

son masque,

-do, mi, sol, mi, fa –

tout ce mond va,

rit, chante

et danse devant

une belle enfant,

mêchante,

dont les yeuux pervers

comme les yeux verts

des chattes

gardent ses appas

et disent:« A bas

les pattes!»

Eux ils vont touyours…

Fatidique cours

des astres,

oh, dis-moi vers quels

mornes ou cruels

désastres

l’implacable enfant,

preste et relevant

ses jupes,

la rose au chapeau.

conduit son troupeau

de dupes!

**

Colombina

Leandro lo sciocco

Pierrot col salto

della pulce

scavalca il cespuglio,

Cassandra nel suo

cappuccio,

anche Arlecchino

quel malandrino

così fantastico

dal pazzo costume

e gli occhi lustri

sotto la maschera

do mi sol mi fa

tutta sta gente va

ride, canta

danza e si inchina

a una bella cattiva

bambina

dagli occhi perversi

come quelli verdi

dei gatti

li tiene a bada

dicendo a tutti

giù

la zampa!

Loro sempre vanno

corso fatale

degli astri

oh dimmi verso quali

torbidi e crudeli

disastri

l’implacabile bambina

rapida alzando

la gonna sui ginocchi,

con la rosa sul cappello

guida il suo drappello

di allocchi!

(traduzione di Lucetta Frisa)

LUMINESCENZA DEL TRAGICO. Alfonso Guida

Per Lorenzo Pittaluga

San Mauro Forte, 5-9 aprile 2017

Alfonso Guida

Il fedele mansueto affascinante

uomo che ieri comprese come pietra

passato presente e avvenire

L.P.

Nel suono

ridonato

sacrificio

menhir dei venti.

Pietra di tomba

pietra di cripta

ossuto corpo

pietraia genovese

dove adombri

l’inverosimiglianza di una genesi.

t’eclissi e speri

t’eclissi e speri.

Ti persegue, Lorenzo,

vocalmente prende in giro il pavone

perché nella tua mente la ruota

non può andarsene,

deve stare e tu porti

l’occhiuto azzurro

come una veggenza.

Parli del vento premuroso. Porta guarigioni.

Scatta l’improvviso: resta la carezza al consolante e vedi

come dentro, occhio e corpo, siano il cuscino al colmo

di un senso che bestemmia se deluso

se forse il corpo andato più in là

partì dal fortilizio.

Non riesco a non vedere

la meteora guaritrice e il massacro

fra le labbra.

Sei vento. Sei fessura

del vento e fessura in cui il vento penetra

(penetrando, soffia dall’osso

fino alla carne e ingloba il sangue,

ritorna dopo un ciclo indefinito, tranquillo, costante,

alla sponda inversa. Inizia).

Riprende il vento a soffiare

nel corpo trasognato

trasalente remissione

del feltro

del foulard

di tendine al rammendo.

Dove cuci, Lorenzo?

Dove scuci e rattoppi?

Nel coltello coi riflessi turchesi.

Le pinne, le branchie,

lo squalo,

la menzogna.

Dell’idea barocca e disperata di un abbandono.

Una scommessa di zodiaci. E il popolo

correva a fischiettarti

L’embolia dei già morti.

Tu alto, Lorenzo, altissimo.

Il bosco consegnato tuo fantasma.

Dici così, dici questo, è sicuro.

Per contraddizione nel percettibile.

Lascio.
Lascio a te la lira
creativa
radioattiva
quel che mi rimane.
Risieda
tra le tue membra
fresche.
Perdona il fardello di un presunto
perdente e d’un certo e sicuro
perduto.
Fuggo da un mondo distante
dal pubblico pagante,
dal mio corpo volante.
Fiaccola nella tenebra
celebra l’inchiostro.

L.P.

LA SOFFERENZA COME ENERGIA. Giuseppe Zuccarino

La sofferenza come energia*

Pierre Klossowski

Klossowski riporta vari estratti di lettere nelle quali il filosofo si lamenta dei problemi fisici (forti attacchi di mal di testa, nausea, dolori agli occhi e crescente miopia). Al tempo stesso però Nietzsche considera tale condizione pressoché insopportabile, come rivelatrice sul piano del pensiero:

«L’esistenza mi pesa spaventosamente: me ne sarei liberato da un pezzo se non fosse proprio questo stato di sofferenza e di rinuncia quasi totale quello che mi permette di fare le prove e gli esperimenti più istruttivi nella sfera spirituale e morale – la lietezza che mi da’ questa sete di conoscenza mi solleva ad altezze tali che riesco a trionfare di ogni tormento e di ogni disperazione. Tutto sommato sono più felice di quanto lo sia mai stato in vita mia! Eppure! Sofferenza ininterrotta, ogni giorno, per ore e ore, una sensazione di intorpidimento molto simile al mal di mare mi rende difficile anche il parlare; a questo stato si alternano attacchi violenti (l’ultimo mi ha fatto vomitare per 3 giorni e 3 notti, agognando di morire). Non essere in grado di leggere! Rarissimamente di scrivere. Nessun contatto umano»1.

Non è chiaro quale fosse l’origine delle cefalalgie di cui soffriva Nietzsche; certo è che esse lo costringevano a una continua ricerca del modo di vivere e di scrivere più compatibile col suo stato. Si sa ad esempio che egli camminava molto all’aperto, annotando a tratti, su taccuini, appunti che poi trascriveva, correggendoli e sviluppandoli. Cambiava spesso luogo di residenza, cercando ogni volta il clima e l’alloggio più adatti, a seconda della stagione e dell’anno, e inoltre tentava di sperimentare sempre nuove cure e regimi dietetici, nella speranza che gli portassero giovamento. Klossowski ricorda queste cose ma sostiene in proposito un’interpretazione tendenziosa: a suo avviso, Nietzsche desidera soffrire, perché considera i dolori come un linguaggio attraverso cui il corpo vuol comunicargli qualcosa di importante: «Non solo egli interpreta la sofferenza come energia, ma la vuole tale: la sofferenza fisica è vivibile solo in quanto è strettamente legata al godimento, in quanto sviluppa una lucidità voluttuosa; o essa spegne ogni possibile pensiero oppure raggiunge il delirio del pensiero»2. In effetti, però, esiste in Nietzsche anche la convinzione opposta, cosa che spiega il suo ostinato desiderio di cercare in tutti i modi la salute; non a caso egli scrive: «Quando un filosofo è malato, ciò costituisce quasi un argumentum contro la sua filosofia»3.

* Il testo è tratto da: Giuseppe Zuccarino, Sacrifici e simulacri. Bataille, Klossowski, Mimesis, Milano, 2021, pp. 113-114.

1F. Nietzsche, lettera a Otto Eiser, primi di gennaio 1889, in Epistolario, Vol. IV, tr. it, Milano, Adelphi, 2004, p. 3.

2P. Klossowski, Nietzsche et le cercle vicieux, Paris, Mercure de France, 1969, p. 51 (tr. it. Nietzsche e il circolo vizioso, Milano, Adelphi, p. 55).

3F. Nietzsche, lettera a Reinhart e Irene von Seydlitz del 24 novembre 1885, in Epistolario, Volume V, tr. it, Milano, Adelphi, 2011, p. 115.

NATURE MORTE. Silvia Comoglio

Per i 25 anni dalla scomparsa di Iosif Brodskij

“C’era una volta un ragazzino. Viveva nel Paese più ingiusto del mondo. Che era governato da individui i quali da ogni punto di vista umano dovevano essere considerati dei degenerati. Il che non accadeva mai. E c’era una città. La più bella città sulla faccia della Terra. Con un immenso fiume grigio il quale era sospeso sopra il suo alveo remoto come l’immenso cielo grigio sopra quel fiume”1. Il ragazzino di cui ricorrono in questi giorni i 25 anni dalla sua scomparsa è Iosif Aleksandrovič Brodskij, il Paese più ingiusto del mondo l’Unione Sovietica e la più bella città sulla faccia della Terra è San Pietroburgo, Leningrado alla nascita di Brodskij, il 24 maggio 1940. Gli individui che governavano il Paese in cui il ragazzino viveva appartenevano al regime sovietico, quel regime che perseguitò e accusò il ragazzino diventato uomo e poeta di parassitismo sociale, rinchiudendolo in prigione e in ospedali psichiatrici, e condannandolo a cinque anni di lavori forzati poi ridotti a diciotto mesi a seguito di un movimento di protesta guidato da Anna Achmatova. E infine quello stesso regime espulse Iosif Brodskij dal suo Paese. È il 1972, l’anno che segna l’inizio di un esilio che non avrà termine neppure quando nel 1989 nel clima della glasnost gorbacioviana, Brodskij sarà “riabilitato”.

E così, mentre la Storia scriveva con il regime sovietico le persecuzione e i gulag una delle sue pagine più buie, la mano e la testa di un uomo si fondevano per diventare versi, riflessioni e saggi dedicati ad altri poeti (Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Derek Walcott, Wystan Hugh Auden…), consegnandoci, in questo modo, una delle pagine più alte della Poesia.

In quella condizione chiamata esilio “in cui tutto quel che resta a un uomo è lui stesso e la sua lingua, senza più nessuno o nulla in mezzo”2 Brodskij trovò nell’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, un rifugio. L’uomo e la sua lingua. Un legame essenziale che si fa totale ed esclusivo quando l’uomo è un poeta.

Brodskij tornerà insistentemente sull’importanza del rapporto tra poeta e linguaggio, sul loro legame inscindibile, “un poeta, a differenza di chiunque altro, sa sempre che ciò che si suole chiamare volgarmente voce della Musa è in realtà il dettato della lingua; che non è la lingua a essere un suo strumento, ma lui stesso è il mezzo di cui la lingua si serve per continuare ad esistere”3. Una dipendenza quindi, “assoluta e dispotica”4.

E a causa o per merito di questa dipendenza “assoluta e dispotica”, Iosif Brodskij ci dona una poesia come Nature Morte. Scritta nel 1971 quando il poeta ancora non era in esilio Nature Morte ha come esergo un verso di Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, un verso che sarà poi ripreso in una delle dieci stanze di cui si compone questo testo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Una sorta per Brodskij di respiro profondo in cui contenere vita e morte? O il modo in cui vincere la battaglia con la morte, perché verrà la morte ma al posto di falce e teschio avrà gli occhi della donna amata? O ancora, una chiave lasciata cadere come viatico per la lettura di Nature Morte?

Un testo forte, Nature Morte, dove Brodskij, avvolto dal buio e dalle tenebre, decide di parlare e di parlare delle cose e non delle persone, perché le persone muoiono, muoiono tutte nonostante quel loro cercare di restare avvinte alla vita. Ed è per questo, pensando a questo, che Brodksij arriva a dire “Io non amo le persone”. Un vertice che è anche un argine, una sorta di difesa. Meglio le cose delle persone, loro non muoiono, in loro non c’è né bene né male, né al loro esterno né al loro interno. Niente etica, niente morale. Ma è normale che sia così, sono cose. E in aggiunta da una cosa non ci si deve guardare, da una cosa non si viene traditi. E di quella polvere che sulle loro superfici si deposita le cose non se ne curano, perché a una cosa non importa del passare del tempo, neppure lo sente il tempo che passa e quella polvere è parte della cosa, è il tempo stesso. “La polvere è la carne/ del tempo; la carne e il sangue”. Altro vertice, questi versi.

L’uomo, invece, a differenza della cosa, non può accettare la polvere, perché sa che nella lotta con la polvere è perdente. E’ vero che sarà polvere anche l’uomo e in quanto polvere diventerà carne e sangue del tempo ma non è in questo modo che l’uomo vorrebbe essere la carne e il sangue del tempo. Vorrebbe esserlo per impadronirsi del tempo, per piegarlo, indirizzarlo, ma questo non gli è concesso. Da qui ne consegue che con la polvere l’uomo è doppiamente perdente.

La morte la cosa la polvere. Emblemi o follie? Fisica o metafisica? Qui e ora sia la polvere sia la cosa sia la morte? E dopo? Dopo il nulla. Ma restando al qui ed ora, cosa polvere e morte sono sullo stesso piano? C’è una vera lotta tra uomo cosa e polvere? Con la polvere l’uomo è perdente e lo è anche con la cosa, ma né la polvere né la cosa si mettono in gioco con l’uomo. Lo ignorano. Diverso invece è per la morte e con la morte. La morte non ignora la presenza dell’uomo, anzi lo mette alla prova. Succede anche con Maria che davanti alla croce, di fronte al dilemma uomo o Dio, si chiede: “Come oltrepasserò la soglia,/ senza aver capito, senza aver deciso:/tu sei mio figlio o Dio?/Ossia: tu sei morto o vivo?// E lui in risposta:/ ― Morto o vivo, donna,/non c’è differenza./ Figlio o Dio, io sono tuo”.

Brodskij con Nature Morte ci lascia un testamento poetico e metafisico di alto valore per comprendere la sua produzione poetica e la sua avventura umana che si è conclusa a New York il 28 gennaio 1996 e di cui ancora si vuole ricordare il suo legame con Venezia. Lo si ricorda perché è respirando e esplorando il tempo l’acqua e la bellezza di Venezia che Brodskij ci consegna un’altra tessera del suo testamento, un testamento, il suo, che è poi un grande vertiginoso mosaico e la tessera a cui ora ci si riferisce è questa: “Ripeto: acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d’acqua, serviamo la bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama”5.

______________

1I. Brodskij, Fuga da Bisanzio, Adelphi Edizioni, Milano, 1987

2I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi Edizioni, Milano, 1988

3I. Brodskij, Dall’esilio, cit.

4I. Brodskij, Dall’esilio, cit.

5I. Brodskij, Fondamenta degli incurabili, Adelphi Edizioni, Milano, 1991

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JOSIF BRODSKIJ

Nature morte

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”

C. Pavese

Da cose e persone, da loro,

noi siamo accerchiati. E le une

e le altre ci dilaniano gli occhi.

Meglio vivere nell’oscurità.

Seduto su una panchina

nel parco, seguo con lo sguardo

una famiglia che passa,

nauseato dalla luce.

E’ gennaio. E’ inverno.

Così dice il calendario.

Quando sarà il buio a nausearmi

allora comincerò a parlare.

2

E’ ora. Sono pronto ad iniziare.

Da cosa è indifferente. Importa

aprire la bocca. Potrei anche tacere.

Ma è meglio per me parlare.

Di cosa? Dei giorni, delle notti.

O piuttosto – di nulla.

O delle cose invece.

Delle cose, e non

delle persone. Loro muoiono.

Tutte. Anch’io morirò.

Tutto quanto è una sterile fatica.

Come lo scrivere nel vento.

3

Il mio sangue è gelido. Un gelo,

il suo, più feroce di un fiume

ghiacciato fin sul fondale.

Io non amo le persone.

La loro fisionomia non fa per me.

Coi loro volti innestano nella vita

un aspetto come di qualcosa

da cui non ci si può liberare.

C’è qualcosa nei loro volti

che nella mente suscita ribrezzo.

Qualcosa che esprime adulazione

non si sa nei confronti di chi.

4

Le cose sono più piacevoli. In loro,

all’esterno, non c’è né bene

né male. E anche se ci penetri dentro,

fin nelle viscere.

All’interno di un oggetto – polvere.

Cenere. Un tarlo xilofago.

Le pareti. Una larva secca.

Tutto questo è sgradevole per le mani.

Polvere. E la luce, quando è accesa,

illumina polvere soltanto.

Anche se l’oggetto

è chiuso ermeticamente.

5

Un vecchio buffet dal di fuori

è proprio come all’interno,

mi ricorda

Notre Dame de Paris.

Nelle viscere del buffet

c’è solo oscurità. Il frettazzo,

il mondo, non scuoteranno la polvere.

La cosa stessa, di norma,

non si sforza di vincere la polvere,

non tende il sopracciglio.

Perché la polvere è la carne

del tempo; la carne e il sangue.

6

Negli ultimi tempi

io dormo in pieno giorno.

La mia morte, è evidente,

mi mette alla prova,

avvicinandomi, anche se respiro,

lo specchio alla bocca –

per vedere come riporto alla luce

questo mio non essere.

Sono immobile. Entrambi

i fianchi sono freddi, come

di ghiaccio, e l’azzurro

delle vene mi rende di marmo.

7

Facendoci la sorpresa di essere

la somma dei suoi angoli,

la cosa casca fuori

dal nostro mondo fatto di parole.

Una cosa non sta in piedi. E

neppure si muove. Pensarlo sarebbe un delirio.

La cosa è il suo spazio. E al di fuori

dello spazio una cosa non esiste.

Una cosa si può battere, bruciare,

sventrare, rompere.

Gettare. Di fronte a questo

non griderà “Va all’inferno!”

8

Un albero. La sua ombra. E la terra

sotto l’albero per le radici.

Curvi nomogrammi.

L’argilla. Un’aiuola di pietre.

Le radici. Il loro intreccio.

La pietra, che il suo

peso specifico rende libera

da questo sistema di vincoli e nodi.

E’ immobile la pietra. Non si può

spostare, né portare via.

L’ombra. L’uomo nell’ombra

è come un pesce nella rete.

9

La cosa. Il colore marrone

della cosa. Il suo contorno sciupato.

Il crepuscolo. Non c’è altro –

nient’altro. Nature morte.

Verrà la morte e troverà un corpo

la cui superficie rifletterà

la venuta della morte

come l’arrivo di una donna.

E il teschio lo scheletro la falce –

è assurdo, è una menzogna.

“Verrà la morte

e avrà i tuoi occhi”.

10

Dice la Madre a Cristo:

― Tu sei mio figlio

o il mio Dio? Sei stato inchiodato alla croce.

Come me ne andrò a casa?

Come oltrepasserò la soglia,

senza aver capito, senza aver deciso:

tu sei mio figlio o Dio?

Ossia: tu sei morto o vivo?

E lui in risposta:

― Morto o vivo, donna,

non c’è differenza.

Figlio o Dio, io sono tuo.

1971

(Traduzione di Silvia Comoglio)

NIENTE TOCCO’ SENZA ABBELLIRE. Maria Luisa Vezzali

nihil tetigit quod non ornavit

she touched nothing without embellishing it

di Maria Luisa Vezzali*

(2018)

1

chiudi gli occhi e ascolta l’assente

c’è solo il mare nascosto e la bestia biascica

ciò che manca il fumo che sale

sotto le palpebre queste città

che crollano sulla crosta vulcanica

dovremmo essere stupendi

stupefatti all’incontro

i libri annegati nel mare nascosto

i patti ammollati nella schiuma

dovremmo essere in estasi

onde in loop incandescenti

scribacchiando al buio

occhi chiusi a lama

estratta assorto radar

dell’assente che bramisce

ma in questo gomito di storia

il ventre molle esposto

il trinciante contro il palmo aperto

e Olafia infissa nel gelo

da cent’anni o quasi

i suoi nastri bianchi

come interferenze nel fango

c’erano e ci sono

pura feccia e resto

rimasuglio dell’esodo

chiamala Laffi nella temperatura

della bocca nella presa d’atto

che esiste il freddo esistono i giorni

la morte esiste e la compassione

o semplicemente Islanda

Ólafía Jóhannsdóttir (nata in Islanda nel 1863 e morta a Oslo nel 1924),

scrittrice, femminista, amica degli ultimi

per cui creò ostelli e progetti di tutela.

**

2

a occhi chiusi ascolta il fiotto

dal foro dello sparo così nero

che nemmeno si distingue dalla pelle

il prato di rifiuti lacerato dai grilli di giugno

le dita dei piedi si arricciano sulla pozza

di percolato lamiere contorte che potevano

essere una casa e non era per fame

se pure la fame poteva essere una ragione

non era per frode se rubare

si fa sulla cosa di qualcuno era

per questa luce d’ambra che ha il nostro sole

nei campi di agrumi irrigati a scirocco

era per queste braccia che si stendono

come la sera lontane da noi imperlate

di sudore a occhi chiusi sembrano quasi ali

stracci che sbattono nel profumo dei frutteti

Soumaila Sacko († 2/6/2018), 29 anni, immigrato regolare,

originario del Mali. Sindacalista delle Unioni sindacali

di base a Gioia Tauro.

Sparato alla testa mentre andava a prendere in discarica delle lamiere

per rinforzare i tetti di alcune baracche.

**

3

chiudi gli occhi e ascolta

tensione irrequietezza aggressiva paura

una torsione delle labbra la faccia piccola

aggrinzita

il corpo che brucia non il suo l’altro

quello che arruffato nel letto si è goduto in pace

l’amplesso di gomma senza domande

le domande semmai sono venute dopo

oblique masticate dal palato sociale

il corpo che brucia non l’altro il suo

quello stuprato dai compagni di tolda

il ponte rolla sotto la schiena

rollano le palpebre bianche

un pezzo di preghiera sconosciuta

ascolta a occhi chiusi la forma

imposta nonostante la lista di nomi adottati

il senza nome sulla pietra del corvo

il paletto piantato nel costato

Eugenia Falleni (Livorno 25/07/1875 – Sydney 10/06/1938),

nata femmina, primogenita di ventidue

fratelli, visse da uomo, sposato due volte. Bruciò la prima

moglie. Il corpo è sepolto in una tomba anonima

nel cimitero di Rookwood (“bosco del corvo”).

**

4

le campane ascolta a occhi chiusi

delay al labirinto

membranoso

in quei secondi

di ritardo

in cui il cuore si spegne

si accende la via lattea

focolare di vuoto

una stilla per ogni perduto

respiro

cantava non contava altro

cantava germogliava tutto persino

il nome

nel suono dove niente

è trattenuto

cadeva l’età nel suono

dove niente si perde

cado

e cado

Lewis Allan “Lou” Reed (New York, 2/3/1942 – Southampton, 27/10/2013).

Musicista.

**

5

a occhi chiusi ascolta l’assenza

teoria della percezione

un cerchio di tempo

è un calice

ci cozza contro

il ferro della lingua

la sua luna

cresciuta a dismisura

e una volta cresciuta

esplosa dalla laguna genitale

per tutte nella gogna

che prelude al canto

per me maschera

simultanea tremenda

inghiottita

a fare sciame

niente di putrido

rigoglioso senza

sosta ha omesso

di toccare

niente nel fondo ha

toccato che non sia

rivoltato

in bellezza

Patrizia Vicinelli (23/8/1943 – 9/1/1991).

Poeta bolognese.

*Maria Luisa Vezzali (Bologna, 1964) poeta, pubblica L’altra eternità (Edizioni del Laboratorio, 1987), lineamadre (Donzelli, 2007), Tutto questo (puntoacapo, 2017)