APPRODARE NELL’ANTRO. Daniela Bisagno

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Caro Marco, ti scrivo per comunicarti che oggi, purtroppo, mi sarà impossibile intervenire alla presentazione, come mi ero prefissa. Sai bene che io, pur essendo un cane di marmo, mi sono sempre mossa volentieri per venirti ad ascoltare ma stavolta, mio malgrado, non posso assolutamente. Vorrei mandarti, tuttavia, se non ti spiace, alcune mie brevi riflessioni sul tuo libro, in attesa del saggio a cui mi dedicherò con calma quest’estate, sperando di farti cosa gradita. Sono impressioni a caldo, buttate giù quasi di getto, un po’ disordinate e scritte senza grazia, ma il libro è complesso e merita più di una lettura, a occhi aperti e ad occhi chiusi, e soprattutto fatta con quella giusta lentezza tanto raccomandata da Bachelard. Per cui, mi affido alla tua benevolenza.

È stato detto che il tuo è un poema anti-epico, ma in direzione anti-epica si muove già, se vogliamo, un poema come l’Odissea in cui non sentiamo vibrare neanche una delle armoniche (umane, etiche) che costituivano la tessitura, così armoniosa, perfetta, senza fratture dell’Iliade. Quel mondo privo di abissi, tutto cuspidi, senza notti e, in fondo in fondo – paradossalmente, trattandosi di un testo in cui si racconta di una guerra (e una guerra lunghissima, piena di orrori) – senza morte, se consideriamo che la morte in battaglia dell’eroe costituiva un fatto solare, l’unica via degna per accedere a una gloria impeccabile, almeno secondo i fondamenti ideali di un società arcaica e aristocratica come quella omerica, è lontanissimo anni luce dalle miserie umane, al confronto così meschine, dell’eroe della métis.

Ormai ex-guerriero, più ansioso di deporre le insegne della gloria conquistata sul campo di battaglia, per riprendere lo scettro regale e ritornare al tutto il giorno di tutti i giorni di una quotidianità umbratile, che di rievocare con rimpianto i fasti del suo passato eroico (e infatti, ne parla solo in rare occasioni e se non può farne a meno, altrimenti preferisce nascondere la propria identità sotto maschere sempre diverse, cosa di cui Atena lo rimprovera, pur bonariamente, dandogli in pratica del “contaballe”), Odisseo/ Ulisse ha trattenuto dentro di sé, suo malgrado, qualche lembo dell’identità fittizia – la nessunità – sotto la quale si era rifugiato per sfuggire a Polifemo. Un sehnal che non è scelto a caso, ça va sans dire! Le aspettative di Ulisse, l’ideale, il pianto/rimpianto covato nei suoi occhi e nel cuore, i sentimenti, non possono che allignare nel pétit monde di un uomo comune. Il quale si mostra a noi come un oudeis qualunque, sia pur destinato a rivestire la porpora regale, se paragonato agli ideali di un semidio qual era a tutti gli effetti l’eroe omerico, lucente come il sole nella sua corazza di splendida fattura, infaticabile nell’esporsi a tutte le burrasche della guerra, pur di realizzare i suoi desiderata guadagnandosi la gloria sul campo di battaglia. Nell’Odissea ci troviamo sbalzati, insomma, in un altro mondo rispetto all’Iliade. A misurare questa distanza valgano, per tutte, le parole pronunciate dall’eidolon di Achille, il campione di quegli ideali aristocratici omerici summentovati, da te citate come esergo della quarta sezione del tuo libro: meglio essere un poveraccio, un nessuno, il servo di un altro uomo, piuttosto che dominare su tutti i morti defunti.

Dunque, l’originalità del tuo poema non sta, secondo me, nel muoversi in una direzione anti-epica, se il testo a cui risale –l’archetipo – è già orientato verso questa stessa meta, esattamente come il suo protagonista Odisseo/ Oudeis è un eroe che aspira, del tutto anti-eroicamente, a danzare in casa propria, nello spazio angusto (e tanto più rassicurante) della sua isoletta da nulla, ma nell’aver imboccato una strada decisamente anti-letteraria, e non solo. Se è vero, infatti, come vuole Starobinski, che la poetica della nostalgia, di cui l’Odissea costituisce, per noi, una sorta di prototipo letterario, ha goduto di una portata filosofica e teologica tale da influenzare profondamente la tradizione intellettuale e letteraria occidentale, ecco allora che negare questo mito fondante significa portarsi altrove, e precisamente in un dove fuori dai luoghi giurisdizionali del poetico. Già il titolo del poema è provocatorio quanto basta, lancia subito il guanto della sfida. Se il nóstos è la grazia, cioè il bene indefettibile, perché, come dice Cristina Campo della fiaba, intesa quale figura del viaggio, sua meta è la casa paterna, idest l’origine (ma anche Karl Kraus, se non sbaglio, sosteneva che andiamo sempre, quasi spinti da un moto innato, naturale, verso casa), e se la poesia stessa – lo sostengono alcuni, fra i quali Massimo Morasso (vedi il suo Trattato sull’anagogia) – si definisce quintessenzialmente come nostalgia, aspirazione al ritorno (all’origine, nell’altrove, ecc.),affermare il contrario, con tale, impeccabile perentorietà, ovvero che il bene sta nel non-ritorno, significa sovvertire un ordine consolidato di valori. Attribuire grazia al non-bene è una mossa spiazzante oltre ogni dire, perché scompiglia la geografia dei luoghi comuni, ci porta fuori strada, spaesa.

Che questo sia il tuo modus operandi, la tua tecnica e la tua poetica – disorientare, sfondare il mito, dissolvere ogni armonia, ogni accordo, sempre stucchevoli, a furia di innescare continui cortocircuiti, è vero. Nondimeno, qui, in questo libro, tu entri, forse per la prima volta, dritto nel cuore del problema, affrontando e riscrivendo, anti-poeticamente, quel poema (e quel mito) in cui il dolore del pur tanto sventurato Odisseo, l’eroe che ha molto sofferto, viene azzerato da un happy end domenicale che finisce per prosciugare la fonte stessa del pensiero, se non della poesia stessa, relegando ogni slancio, ogni tensione della mente e del cuore in uno spazio asfittico e sepolcrale.

Prima dicevo: negare il mito del nostos, significa portarsi altrove, in un dove fuori dai luoghi giurisdizionali del poetico. Tu fai questo, senza tuttavia proporre e additare spazi alternativi, dove si possa abitare, se non quell’intérieur aperto/ chiuso affatto inabitabile in cui consiste l’antro, il luogo dell’altro. Odisseo approda nell’altro: «Approdo nell’antro» dice, nei versi iniziali, non senza prima aver snocciolato tutta una serie di formule negative («Non restano…», «Non diventerò…», «Non sarò…»), come il contadino si affanna a dissodare il terreno liberandolo da tutte le erbacce inservibili e nocive, prima di apprestarsi a fecondarlo con nuovi semi. E a me è parso di avvertire, in questo senario così asciutto, quasi divorato dalle assonanze e dalle allitterazioni, sigillato dalla rima interna, una sorta di “apriti Sesamo”. Una formula incantata che apre (approdare/aprire) il locus deliciarum, la grotta, ricca di tesori ineffabili, di sostanze delibabili – inconsistenze meravigliose anche se, anzi proprio perché, non si tramutano in proprietà e possesso –  e dove stare è essere quasi felici. È la grotta delle Ninfe descritta da Omero, certo, ma è anche la grotta di Calipso, la ninfa, “colei che nasconde”, secondo un’etimologia approvata anche da Pascoli. L’antro è il luogo del nascondimento, come attesta l’etimologia del termine (da krypte, cripta, nascondiglio, rifugio), lo spazio in cui custodire quel segreto, di cui mi sono permessa di parlare, da insipiente – se ti ricordi –, nella mia lettura del tuo libro su Cechov.

E qui mi fermo, non perché non abbia più nulla da aggiungere, ma perché avrei ancora troppe cose da dire e, prima ancora, da meditare su questo prezioso libro. Rileggerò con attenzione anche la prefazione di Lumelli: una matassa un po’ ingarbugliata, con troppi punti interrogativi, secondo me, ma che se sbrogliata a dovere, con pazienza, potrebbe offrirmi utili piste da percorrere nel saggio che intendo scrivere, e in minimissima parte, come vedi, ho già scritto, sul tuo libro. Nel frattempo, ricevi il mio saluto e insieme l’augurio che la presentazione vada come deve soddisfacendo tutte le tue/ vostre aspettative, come, ne sono certa, sarà. A presto, con un abbraccio per due,

Daniela

… sul tuo libro ci vuole ben altro che quelle due cosucce morte di sonno che ti ho scritto: c’è da lavorare seriamente, da perderci l’anima, perché si tratta di un testo cruciale. Lo avrebbe apprezzato lungamente, e letto con ben altra sensibilità, un autore dagli occhi sottili, come Franco Rella, il quale svolge un discorso sul “viaggio” (ma è un discorso che si snoda in forma frammentaria, senza ambizioni sistematiche, com’è giusto che sia) come una delle grandi figure della storia della cultura umana. Senza tanti giri di parole, lui arriva subito al punto dal quale, in fondo, mi sembra che muova anche tu, nel tuo poema, dichiarando una verità straniante straziante – la parola che spaesa, disorienta, mette in abisso – ovvero che la filosofia – ma a mio giudizio, si può serenamente sostenere la stessa cosa anche per la letteratura, che, se non è filosofia, è comunque “pensiero” – deve tornare al luogo donde è partita. Questo luogo, dice lui, altro non è che l’Unheimliche freudiano: lo spaesante, l’espatrio, la desituazione dalle abituali regole di condotta intellettuale e cognitiva. È, diremmo avvalendoci di un termine platonico, atopia: il luogo intermedio tra il sito, il topos in cui siamo protetti dai nostri saperi, il luogo in cui tutto è altro, cominciando dal pathos di fronte alla caducità umana. Istintivamente, il mio pensiero va a quell’antro, spazio chiuso, sì, ma anche aperto, tant’è che è dotato addirittura di due porte in cui il tuo Ulisse approda all’inizio del poema. Non un banalissimo “grembo materno”, come verrebbe quasi automatico chiamarlo, secondo una metafora tanto abusata, quanto, in questo caso, impropria e fuorviante, ma uno spazio intermedio, in cui non è possibile mettere radici, come l’isola pietrosa di Lemno – lembo di terra, confine – dove il Filottete sofocleo, trascorre arrancando (e bestemmiando) i suoi giorni inchiodato a una pena inestinguibile. Al Filottete e al tema dell’origine nella scrittura di Enrico Testa ho dedicato un saggio uscito qualche mese fa sulla rivista “Xenia”: Quando l’inaspettato si mette a parlare. Posso mandarti il pdf, sempre ti faccia piacere leggerlo, perché tratta argomenti ai quali tu sei particolarmente sensibile…

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