POLVERE NEL BUIO. Mauro Ferrari

Graham Sutherland

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III

E poi tornare, riaccendere un fuoco,

togliere la polvere dal tavolo e sentire

che qualunque cosa sia successo

o non successo, qualunque seme

di male abbia attecchito, è il segno che una vena

inumata al centro della terra sta salendo a noi

per preparare ancora e sempre un’apocalisse.

C’è un fremito che attraversa l’aria furiosa

di aprile o un tramonto mite di luglio,

e aspetta di diventare un corpo e un nome

per afferrare alle spalle d’improvviso

annunciando un inizio o una fine.

E nelle ossa senti l’avanzata di un esercito

possente e silenzioso, che nottetempo

muove e vince una battaglia, o la perde,

e torna in trincea impassibile e inesausto

raccogliendo le forze per farsi strada

nonostante noi, attraversandoci

ancora e sempre, adesso e mai.

*

V

Rientri nella vita come reduce

da un lungo sonno, tentando

ancora e ancora di tornare

ai volti e ai luoghi che sapevi,

gelido e impassibile come il metallo

e sai che tutto è immerso nell’oscurità

e lì persiste, immobile –

perché c’è stata un’ombra,

un’ombra non causata dalla luce,

emersa lentamente da quell’altra,

immensa, senza inizio e senza fine

che ha ingoiato il mondo.

Ti guardi le palme inutilmente,

gli occhi persi in una luce primordiale

che non dà contorni

– potesse ancora splendere la luce

vergine dei primi attimi innocenti.

Ti fermi; e lì sei solo,

stimando quello che sapevi

con infinito struggimento,

ad occhi asciutti per un mondo

che si è spento.

E nulla torna, nulla torna nei tuoi conti.

*

VII

Polvere nel buio

Succede che improvvisi nell’oscurità

si levino sussurri e da finestre chiuse

filtri un alito di luce a rivelare i passi

di una danza silenziosa, esplosa all’occhio

che cercava solo un po’ di quiete

e trova invece il buio che respira,

squarciato da un fendente luminoso;

allora intendi come ciò

che hai sempre avuto sotto gli occhi,

la materia vile della vita,

sia solo un abbagliante poco

dietro al quale si nascondono

rivelazioni oscure ed armonie esultanti

che solo per se stesse suonano,

frequenze inavvertibili per chi respira

fra sussurri ed urla, presagi

che nessun orecchio o mente

mai sarebbe decifrare.

*

XI

A cold coming we had of it

T.S. Eliot, Journey of the Magi

Un lungo inverno ci ha abitati,

di nebbie e gelo; chi azzoppato,

o cieco seguendo ciechi,

altri a tentoni, sordi e muti

dimenticati gli abbracci e il sorriso

ben oltre le rovine,

fuori dalla città impazzita

e via per la campagna marcia

verso quest’ultima visione

di un altro ghiaccio ma abitabile

sotto il delirio di una piramide di luce.

Un freddo ereditato dalle follie

ci abita, un’ombra

che ha solcato il male

per diventare amica delle insidie

che infidano la mente.

(Io so che esiste una libertà dalla vertigine,

che mille nude moltitudini

si affollano al mio recinto di tormenti e gioie –

lo apro, e lascio entrare quelle voci).

*

XII

Le voci dei padri un’eco,

un miraggio il fremito dei figli

nel loro maturare impervio;

nella distanza del profondo,

fra radici e tane,

dove il cielo è una lusinga,

è tutto un baccanale di fermenti

per un mondo nuovo che attende:

qualcosa affiora a fatica,

viene alla luce, questa accecante,

frontale che annulla i contorni,

e un attimo gioisce; sente il fresco

della terra sotto il piede, volge

attorno lo sguardo e cattura un orizzonte.

Altro si capovolge nell’infinitesimo

precipitando e radicando

dove il buio ha la sua legge:

fallirà di divenire e resterà chimera,

un sogno incandescente o un incubo

che torce i suoi conati eternamente.

Lassù, tra tuoni e fulmini

e dove gli alberi ti additano

un altissimo mancante, è il vuoto,

menzogne come fuochi che si estinguono-

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