
Caspar David Friedrich, Il mare di ghiaccio
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Ha sempre avuto molti nomi Anticira: Terra di Giles, arcipelago Frawley, terra di Bering, passaggio Franklin, penisola Sjoberg: l’isola pensata come ultimo approdo del mondo conosciuto. Ma i nomi sono tutti falsi. Anticira non è l’isola desiderata, non è l’approdo finale: esiste quando la morsa del ghiaccio sparisce e il navigante può pensare, vedendo la costa, mentre i blocchi scricchiolano, al sollievo dal freddo, al nascere del vento, alla ripresa della rotta, e la vede, anche se lontana. Poi, subito dopo, sparisce. Di lei si raccontano leggende: che nessuno la ami perché le sue pietre sono troppo scure. Ma, quando le guardi a lungo, si liberano del buio e tornano a risplendere come solo le pietre di Anticira possono risplendere. Sembra che, dopo alcune ore di cammino nell’isola, i viaggiatori restino con i piedi sollevati da terra, imbarazzati, disorientati, vittime delle correnti. Inoltre ad Anti-Cira, isola dal doppio nome, si invecchia di giorno e si ringiovanisce di notte, non mutando mai età.
Costruire una nave che possa resistere alla pressione dei ghiacci, che sia sollevata e non schiacciata dagli iceberg, farsi trasportare dalle correnti alla deriva verso l’arcipelago di cui non sappiamo il nome: questa la navigazione per Anticira. Scegliere la nave giusta, con il legno liscio come pelle, legno chiaro, morbido al tatto, che sfugge alla presa del ghiaccio e scivola bene nel pack, con movimenti sicuri, sorretto dalla voce dei marinai, da alcune sillabe speciali, da una cantilena in grado di incrinare la crosta più gelata e più spessa, trasformando la nave nel morbido approdo a cui tende, morbido e improvviso, come ogni approdo ad Anticira. Un minuto prima e la nave beccheggia fra i marosi: un minuto dopo e l’isola la accoglie. Nave o isola, risveglia una nausea invincibile per le celle, le case, i cimiteri, le stanze. Per chi conosce Anticira, restare è corrompersi, dimenticare il proprio nome, tradirsi. Diventare, lentamente, chi avresti odiato essere, fino a qualche anno fa; non ammetterlo a te stesso ma continuare a guardarti in uno specchio sporco, rimuginando menzogne.
Quindi riparti per Anticira, non appena la raggiungi. Ma anche no. Basterebbe ricordare e avere rispetto. Degli ospedali, ad esempio: luoghi sacri dove si lavano i pavimenti e si curano i crani spaccati, e si vive come in un luogo separato dal mondo (ma quale luogo non è separato dal mondo?). E il mondo non è forse la curva buia dove qualcuno si addormenta e qualcuno si sveglia, e hai la sensazione di subire violenza qualsiasi cosa accada? Ogni vera scrittura è l’esorcismo contro un oscuro nemico. Non saprei cosa dirti: un rimedio semplice all’angoscia è elencare la forma delle nuvole. Di tutte le nuvole. A torre, crepaccio, vetta, picco, monumento. O guardare nei sotterranei tutti gli animali che sono incisi nelle pietre della volta – orsi, tori, civette – o che avrebbero potuto essere incisi. E intanto camminare come chi sta sognando di essere immobile e invece accelera il passo, varca i muri, oltrepassa i corpi dei morti, si dissolve in luce. Però non lascia la presa. Ecco il compito: perseverare. Non avere incertezze. L’uomo che hai visto – ripetilo ai giudici, ai giurati – era senza testa. «Non ce l’aveva, lo giuro». Non ti crederanno, quindi ripetilo. Non cedere. Ti diranno che lo hai decapitato tu. Ma tu resisti, oltre tutte le evidenze. Sono loro che mentono, che hanno voluto la sua testa. Non è difficile capire perché: è più semplice omettere che riconoscere, dimenticare piuttosto che ricordare. Ma tu sii violento. Ricorda. E, se non hai ricordi, inventali. Inventa la tua forma di attenzione, il tuo preciso silenzio. Non è un consiglio: è una necessità.
