CONVERSARI. Alfonso Guida

‘round midnight edizioni, 2021

Disegno dell’autore

«Non è una lingua liquida. È roccia granulosa. È tronco, pietra. Non è liquida. Scava». Cosa scava? Dove scava? Quando comincia a scrivere Alfonso Guida? Quando decide di interrompersi? Dalla lettura di Conversari si ricava la certezza che non c’è né un inizio né una fine per la sua voce: esiste, nei frammenti in prosa come nei liberi versi, ininterrotta ma suddivisa in frasi brevissime. «La mano in cui entro, una specie d’infanzia dove gli uomini ballano», e la forma del libro può solo temporaneamente arginarla. Potremmo azzardare a pensarlo, il libro, come un’isola temporanea per questa voce scheggiata, rapida, sassosa. «Da dove viene iI nome? Tra le sbarre. È aria e cesella. È il fuoco a cui si accostano gli dei». Guida non pensa, in modo apollineo, a costruire un libro di versi. Cerca un vortice che pulsi per ritmi dionisiaci, come una litania da cui il lettore sia afferrato come da una raffica di vento. «Perché tua è l’ombra. // Perché tua è. / Ti scriveranno. / Eco l’ombra. // Devi entrare e nasconderti. / Devi entrare e nasconderti, / Devi entrare e nasconderti. / Non è muraglia. È ferita, proteggerla». Si legge un poeta laconico che produce per sequenze minime forme vaste, in una germinazione reale e surreale del pensiero, dei sentimenti, della biografia. Si legge Guida non pensando che ci sarà una fine al suo libro. Il paradosso è che, nel suo caso, il lettore non si chiede più cosa sta leggendo – un romanzo in versi, il tragitto di una iniziazione, scene di natura, visioni interiori – perché la misura della sua lingua è una pienezza senza tempo e senza misura. Il linguaggio, secco, icastico, rigoroso, è al servizio di una voce potente, infantile, oracolare, tenerissima, molteplice. «Siamo circondati da acqua. Occorre ancora un giorno».

Conversari è come un libro profetico, ma cosa profetizza, se non l’inarrestabile pullulare della poesia? “Nulla è sicuro, ma scrivi”: sono queste le parole di Alfonso. Restare a scrivere nella propria grotta non nella percezione di essere folle, ma al contrario sapendo che di essere sanissimo mentre fuori il mondo è allo sfacelo. Per questo si continua a scrivere. Perché la poesia vive solo nell’intimo.

Conversari è una delle forme di Guida poeta. Apro a caso il libro: «Non frammentarti. Non cercare la polvere / nei denti del vomere. Ignora gli scherzi del più cupo fogliame. / Ritarda, non rievocarti, revoca la pedita, / cura ogni croce, disbosca le radici più aride». Ma potrei aprirlo in un punto diverso: «La grazia è nel buio e la pazienza è il suo mattino. / Con quanta cura mostriamo la nostra carezza, / la voce nei massacri calcolati, una curvatura / di specchi».

Potremmo imputare ad Alfonso solo l’interminabilità del suo discorso. Ma non è forse vero che ogni poeta, anche il più riservato e silenzioso, è, nel fondo del suo essere, uno scrittore che mai troverà una fine al suo magmatico dire? «Sarà la morte a trasporre ciò che del visibile / abbiamo perso. Lascia / che il sonno s’impasti della gruma dell’indistinto».

Nota di Marco Ercolani

TRE POESIE. Emily Jane Bronte

Tre Poesie di Emily Jane Brontë

(traduzione di Lucetta Frisa)

Emily Jane Brontë

Intorno a me la notte va oscurandosi

selvaggiamente soffiano i venti freddi

sono legata da una stregoneria

e io non posso, non posso andare via.

*

Gli alberi giganteschi abbassano

i rami spogli pesanti di neve

scende la tempesta a precipizio

e io non posso, non posso andare via.

*

Nuvole e nuvole sopra di me

rovina sotto e rovina sopra

ma nessun orrore mi fa muovere

e io non voglio andare via, non posso.

**

Sono più felice se spingo lontana

l’anima mia da questa casa di sabbia

In una notte di vento e di luna

quando l’occhio per mondi lucenti può viaggiare.

*

Quando io non sono e nessuno mi è vicino

né la terra né il mare né il cielo terso

ma sono solo spirito che vaga nell’aperto

e attraversa l’infinito, tutta l’immensità.

**

Cadete foglie e appassite fiori,

allungatevi notti e accorciatevi giorni,

ogni foglia mi farà felice

se cade da un albero autunnale.

Sorriderò quando i fiocchi di neve

sbocceranno al posto delle rose

e canterò quando la notte scendendo

ci annuncerà un giorno più triste.

Le traduzioni sono tratte da: Emily Brontë, Poesie, a cura di Ginevra Bompiani, Torino, Einaudi 1971.

L’INGANNO. Lorenzo Pittaluga

Lorenzo Pittaluga

**

L’inganno

Le rese dell’anno

magre e disdegni

l’angelo delle

appartenenze.

Cade oltre la tua

pena di palpebre

giunte al giorno.

Nasce, in questa

fase, l’idea

risentita.

Dio:

Quante mani ancora

interporrai?

**

Dipingendoti

Nella parte decifrata

della mente, come

calvario cieco cerco.

E leggo bene: trasuda

sfatta l’opera all’ascolto

del suo permanente

parodiare.

Decido sorti distese

abbellendo domande.

Elusa tornerai sul

falsopiano a MENTIRE.

**

Il distacco

Acqua bastevole

al fiore.

Per te asserisco

vendette e primavere:

dettato

rispetti sino

al collo e luna

indietreggia – madre

del bel peccato.

Nutri la tua stella

chiamata a convito

nella cantina.

E per amore per amore

il distacco.

**

Chi ti ama

Somiglia a inversioni

capovolgimenti

del senso.

Taci.

Sa, ora inferma – che

episodico al tempo

è l’eterno

promesso nelle gabbie

di amore.

Tranquilllo nei sommovimenti

tellurici – ancora mistero.

Doni.

Chi ti ama?

Forse il trifoglio e la vite.

Il vino che ti muterà.

Così. In segreto.

**

NEGLI ABISSI LUMINOSI. Angelo Tonelli

Negli abissi luminosi*

Mànteis e prophétai

D12, Plat. Tim., 72 a-b

Di qui la regola di istituire la classe dei profeti (prophétai) come interpreti delle divinazioni ispirate dal dio. Ma alcuni li chiamano divinatori (mànteis) perché ignorano completamente che costoro sono interpreti delle parole enigmatiche e delle visioni, ma in nessun modo divinatori: sarebbe giusto in massimo grado che fossero definiti interpreti di ciò che viene divinato.

D13, Plat., Tim., 71e-72a

C’è un segno sufficiente che il dio ha assegnato la divinazione alla umana dissennatezza: nessuno è toccato da una divinazione ispirata dal dio e veritiera quando è in sé, ma quando la forza del suo pensiero sia impedita durante il sonno o nel corso della malattia, oppure sia alterata dalla possessione divina. Ma spetta a chi governa la propria mente rintracciare memoria delle cose dette durante il sogno o nella veglia dall’indole divinatrice ed entusiastica e riflettere su di esse, e discernere il raziocino di tutte le visioni contemplate, per cogliere in che modo significhino qualcosa e a chi indichino un male o un bene futuro, passato o presente. Chi invece è posseduto dalla manìa e rimane in questo stato non deve giudicare le visioni e le parole da lui stesso proferite….

D14, Paus., I, 34, 4

Fuorché quelli che dicono posseduti dalla follia a opera di Apollo, nell’antichità nessuno dei divinatori pronunciava oracoli, ma erano eccellenti nell’arte di interpretare i sogni.

**

Mania è conoscenza

D15, Plat., Phaedr. 265B

Abbiamo diviso in quattro parti, ognuna per un dio, la folia divina: l’spirazione mantica ad Apollo; quella iniziatica a Dioniso; quella poetica alle Muse: la quarta ad Afrodite ed Eros.

D16, Plat., Phaedr., 244 a-c

Ora i beni più grandi ci vengono dalla follia, che viene concessa per dono divino. Sono state proprio loa profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, possedute dalla follia, a procurare molti bei benefici alla Grecia, privati e pubblici, nessuno, invece, nella padronanza di sé…

Questo è degno di essere riportato come testimonianza: tra gli antichi neanche quelli che assegnarono i nomi ritennero vergognosa e biasimevole la manìa: in caso contrario non avrebbero chiamato maniké (folle) l’arte più bella, grazie alla quale si discerne iI futuro, apponendole questo nome. Ma la chiamarono così perché pensavano che la follia fosse una cosa bella, quando accade per sorte divina. Gli umani di adesso, invece, che non sanno cosa sia bello, hanno inserito una t e la chiamano mantiké (divinazione).

*I testi sono tratti da Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia Antica, a cura di Angelo Tonelli, UE, Feltrinelli, Milano, 2021.

Sciamano (Grotta di Chauvet)
Angelo Tonelli

DOVE TUTTO AFFIORA. Dario Capello

Dove tutto affiora (Undici variazioni sull’Apocalisse)

di Dario Capello

Albert Welti, Litografia, 1900

Ecco, viene con le nuvole

voce di molte acque, così suona la fine

del mondo…

E a lui darò una stella

quella mattutina, e un nome

nuovo e l’intelligenza metrica

come un mare simile

(ma è un nome da lontano).

*

Ecco, il giorno grande, dell’ira

e il nome della stella: Assenzio

a chiudere il cielo, a sferzare la terra.

*

La ricorda così. Una donna

con gettato addosso il sole, un momento

breve, uno spasmo, questa è la morte

quella seconda, quella

che si pensava lontana.

La ricorda così: dalla parte del sorgere.

*

Ogni settimo istante delle cose

un fiato più sospeso, poi la girandola

di vocali tenute per anni, rivolte

al tratto di cielo visibile,

al suo ordine alfabetico.

*

Alle spalle, dove tutto risuona

colpirà con voce fantastica

alla cieca, a strappo, pelle

contro pelle, non ti stupire,

così adesso, proprio adesso

è questa luce di semaforo

a decidere un paradiso feroce

*

“…qui, dove tutto affiora

e sprofonda,

a specchio della nostra ombra.”

*

Segnano la medesima ora

a bocca chiusa, due labbra

urtate, sprofondate nella memoria

di chissà chi. Come riconoscerti

se non dalla maestria,

quella che avvolge i pensieri (gli ultimi?)

da questo davanzale la catastrofe

si misura per lampi.

*

Ecco, il cavallo rossofuoco

eccolo, compie l’opera…spacca la notte

mi confonde…

si rovescia in voce.

*

Quel sussurro che quasi non si coglie

è la voce più terribile. Il fischio,

il fischio di un dio ci ha richiamati

al fantastico scontro, il finimondo,

quello scintillare di due luci (era

la tua passione).

*

Mille anni di squilli e riprese

di fiato, suono di una voce

perfezionata dal sangue, guarda:

anche una donna ubriaca del sangue.

A sciogliere il cuore,

ad angosciare così…

*

La polvere scossa

al primo rimbombo, questione

di un attimo, di un niente

poi il giudizio, in silenzio

e in novità di luce.

“Annunciali tu i nomi, tutti,

leggili sulle tue carte stese,

allontanami i pensieri”.

*

Parlano di questo andare, del cielo

mirabile, non raggiunto. C’è un muro

di cinta, esiste, visibile, lontano

non ha confini.

E nasconde il giardino.

*

Ma qui nulla sorregge nulla.

Neppure quello sguardo che

ti riverbera, non si lascia incontrare

solo il sogno sale, scivola dalle mani.

La destra è aperta, vi si legge dentro:

vampate di pensiero

agitate dal passo degli anni,

dalla flessione delle voci:

è la tua stanata severa linea della vita.

*

Il mondo tolto all’improvviso

spento nel suono, nel suo squarciagola.

Anche se l’istante non finirà mai

di squillare con la tromba, la settima.

Sempre lo stesso momento che non passa

tutte le apparizioni finite

alle spalle.

Quel dondolio che ora ci culla

è tempo che eredita il tempo

confrontato, giudicato in cerchio.

*

Verrà ed è adesso.

E aggiunge. Trombe del ricordo,

sopra uno strano mare rigido di vetro

dove l’acqua non bagna

le mani, non batte gli scogli, non

ti risale.

*

Nulla da raggiungere.

Finite le peripezie, gli svelamenti

di nudità, le staffilate al cuore

gli incantesimi in aria.

Non te li ricordi,

soffiati via dalle due narici

ugualmente commosse,

umide di fiato, di parole.

*

Tutta la vita sfociata nei volti

che la scrittura ricopre.

*

Viene un’ora ma è sempre adesso.

*

Qualche verso ci prenderà, colpirà duro

con le rimanenti voci, fanfare del prezioso

paradiso. Cristallo conforme a un destino

solenne, durissimo. E un sasso bianco.

*

Poi sfiaterà su di sé, nell’aria nervosa

questo volto, questa ragione scossa.

Questa vita. Ho scordato,

ho ricordato:

la patina stupenda, la somma

imparziale dei ricordi

*

Ecco, faccio nuove tutte le cose

indeclinabili, il principio e la fine,

conto i passi, le sillabe

e la pausa che le separa dall’anima.

*

Le gole invisibili

impediscono all’aria di tornare

e far musica per questo teatro

di stragi. Una musica di boato.

Preme come una volontà,

vita senza nome.

*

Dalla parola morente viene

sempre più ombra e noi

ci teniamo stretti, pronti

per l’unisono di quest’ombra.

*

Fuori, è rimasta la tua Renault,

lamiere lucide come stelle, aperte

ai fuochi

mentali che scottano la bocca.

Fuori sembra un altro mondo.

*

Ma senza fretta, un dio semplice

sapiente di sigilli ha chiuso

nell’amen

tutte le fessure, tutte, ad una ad una.

*

Noi debitori di un senso all’eterno

capofitto

di questo e di tutti i fuochi.

*

Guarda altrove, se puoi, scorri

lo sguardo dalla linea della schiena

alla bocca delle nuvole. Bocca

di tenebre e fiato di cielo.

Scrivi: dei cieli di cieli. Ora

si calcola dal grido, non da altro,

il visibile margine della terra

con tutto il suo miele, la sua pietra

intoccabile, fino

al battimani dei fiumi, quelli

celesti, da sponda a sponda.

*

Questa: l’ora che non scocca.

Solo tendini tesi, pronti

all’urto, su ogni ginocchio che si piega.

Ma il tuo passo deciso, sapienzale…

*

È un urlo a chiamare

le visioni. Tenuta di voci.

Sarà salvezza. Ma sgolarsi così

senza riposo, evitare la morte

con acrobazie, il bene tutto

nella gola…

*

Non ha contorno, arriva clamorosa

la parola detta per sempre, più vicina

al sibilo, e ti bacia tre volte

l’ombra della bocca, con saliva mescolata

a lingue di fuoco.

E polvere.

*

Polvere nera sul libro

che parla antico e costringe

a scegliere.

Ciò che dona.

Ciò che toglie.

Torino, agosto 2009

Dove tutto affiora (undici variazioni sull’Apocalisse) è pubblicato a stampa per le edizioni “alla chiara fonte”, collana Quadra, novembre 2009.

Dario Capello, poeta e critico letterario, nasce nel 1949 a Torino, dove vive. Suoi testi sono apparsi su diverse riviste tra cui Niebo, Poesia, Hebenon, Arca, La Clessidra, Steve, Galleria. I suoi libri di versi: Il corpo apparente, CDC, Collana di Niebo, 2000 (Premio Dario Bellezza 2001 per l’opera prima); Nel gesto di scostarsi, Dialogolibri, 2001; Caput vertiginis, Weber & Weber, 2002; Le assenti, Chateau de Rosemonde 2005; Vanità del tema, viennepierre, 2007; Dove tutto affiora (undici variazioni sull’Apocalisse), alla chiara fonte editore, 2009. In prosa ha pubblicato il saggio Torino. Da Nietzsche a Gozzano, Unicopli 2003 (integrato poi in Amante vertiginosa. Torino in 12 movimenti, Casaccia editore, 2010) e un saggio per Paola Mongelli Della visione inquieta (I libri dell’Arca, Joker, 2009).

Albrecht Dürer, I quattro cavalieri dell’Apocalisse
Dario Capello

L’ALBATRO. Charles Baudelaire

(Traduzione di Lucetta Frisa)

Gustavo Doré, The Rime of the Ancient Mariner

Spesso per divertirsi gli uomini dell’equipaggio

catturano degli albatri grandi uccelli dei mari

che seguono da indolenti compagni di viaggio

il battello fluttuante sopra gli abissi amari.

Appena è coricato sopra le plance

questo re dei cieli timido e maldestro

lascia pietosamente le grandi ali bianche

accanto a lui come remi trascinarsi.

L’alato viaggiatore com’è fiacco e balordo!

Lui, prima così bello, ora è comico e brutto!

Uno con una pipa tormenta il suo becco

zoppica l’altro e mima chi si elevava in volo!

Il poeta è simile al principe delle nuvole

che insegue la tempesta e ride dell’arciere

in mezzo ai fischi sta sulla terra esule

le ali da gigante gli impediscono di andare.

L’Albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’equipage

Prennent des albatros,vastes oiseaux de mer,

Qui suivent, indolents compagnons de voyage,

Le navire glissant sur les gouffres amers.

A’ peine les ont-ils déposés sur les planches,

Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,

Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches

Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!

Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!

L’un agace son bec avec un brûle-gueule.

L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées

Qui hante la tempête et se rit de l’archer:

Exilé sur le sol au milieu des huées,

Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

Felix Nadar, Charles Baudelaire

NOVECENTO AI CONFINI. Elio Grasso

introduzione di Paolo Valesio

(Campanotto editore, 2021)

[…] A proposito del lirismo medio-novecentesco: leggere Grasso mi ha aiutato, tra altre cose, a capire come un tratto di questa tradizione sia quello che si potrebbe chiamare il pudore dell’io. Atteggiamento in parte diverso da quella scomunica epica dell’io che caratterizza, almeno teoricamente, i proclami futuristici. Ma in entrambi i casi, avvenga tale evitazione dell’io nel nome dell’intimità o in quello dell’assalto al cielo, sento che la mossa anti-egoica contribuisce tuttora alla forza e lucidità della dizione poetica. […] (Dall’introduzione di Paolo Valesio)

**

Fedeltà degna parola

conseguente,

da un libro all’altro,

da una riva in festa,

notturna che d’oriente s’imbeve,

all’estuario voluto di sguardo

convalescente e nutrito –

bisogno gravido di atti

per il secolo chiuso

in barlumi e incurie.

Sarà ricerca nella seconda

vita anelando tiepidi ripari

o vacanze lagunari

perché i fiumi sanno ancora

viaggiare da una frontiera

all’altra, impugnando

la nostra ultima.

**

Resistendo all’ultima parte

del giorno, non più perdersi

di vista dentro le chiacchiere

al limite della foce,

molto umani e molto audaci

ripensando a quel tempo

sgranato che presagiva

naufragio, eppure non veniva.

La scintilla ancor oggi sale

dalla terra.

**

Il ciclo degli anni, ora

che aria si fa nera e scheggia

il respiro di molti, invoca

risveglio dei viaggi

per poi togliere dalle custodie

sole degne parole.

Vicini a lei, sottoboschi

muschiosi dei lupi,

spazio a voci non soffocate

dopo il volo radente verso

l’alone di pollini serali.

**

Le epoche stremate

da ripulire, ma compiendo

il destino quanti valligiani

alzeranno ancora mura

contro il salir dell’acqua,

ma abitudini da spezzare

non si vedono intorno,

tranne schianti di parole.

Elio Grasso

ZURN E LA FOLLIA CREATIVA. Giuseppe Zuccarino

Zurn e la follia creativa di Giuseppe Zuccarino

A dispetto del valore delle sue opere, la scrittrice e pittrice Unica Zürn è ancora poco nota in Italia, quindi conviene richiamare almeno qualche dato relativo alla sua biografia. Nasce nel 1916 a Berlino, dove trascorre infanzia e giovinezza. Dopo gli studi liceali, lavora per parecchi anni (prima come dattilografa, poi come scenarista di film pubblicitari) presso gli studi berlinesi della Universum Film AG. Nel 1942 si sposa con Eric Laupenmühlen, ma il matrimonio finisce dopo sette anni, e i due figli della coppia vengono affidati al marito. Unica entra in rapporto con l’avanguardia artistica berlinese e realizza disegni e racconti. È del 1953 il decisivo incontro con l’artista Hans Bellmer, che avrà il merito di stimolare la sua produzione letteraria e pittorica. I due vivono insieme a Parigi, dove hanno modo di frequentare esponenti del surrealismo come Breton, Ernst, Man Ray, Duchamp. Nel 1954, Unica pubblica in Germania un primo libro di disegni e poesie-anagrammi, Hexentexte (Testi di strega) e, nella capitale francese, espone in una mostra alcuni dei propri lavori visivi1. Importante è anche l’incontro, nel 1957, con lo scrittore Henri Michaux, la cui figura eserciterà su di lei una grande suggestione.

Dopo una temporanea rottura con Bellmer, nel 1960 Unica inizia a soffrire di disturbi psichici che portano al suo primo ricovero in una clinica berlinese. L’anno successivo torna in Francia, ma i problemi non si attenuano e causano l’internamento nell’ospedale psichiatrico parigino di Sainte-Anne, che si protrae fino al 1963. Tutto ciò non le impedisce di realizzare un gran numero di disegni, che verranno presentati in varie esposizioni personali. Negli anni seguenti, nonostante ulteriori degenze (ancora a Sainte-Anne, poi in cliniche a La Rochelle, a Neuilly-sur-Marne e infine a Chailles), Unica pubblica una nuova raccolta di poesie-anagrammi, Oracles et spectacles, e un romanzo basato sui suoi ricordi d’infanzia, Dunkler Frühling (Oscura primavera)2. Un’altra sua opera letteraria, Der Mann im Jasmin (L’uomo nel gelsomino), verrà edita postuma3. Infatti nel 1970, durante un permesso di uscita temporanea dalla clinica che la ospita, la donna si suicida, gettandosi dalla finestra dell’appartamento in cui risiede con Bellmer.

È dunque in causa una persona molto particolare: «Unica Zürn era una donna bella, libera, artista, diversa. Appassionatamente impegnata in una complessa storia d’amore con Bellmer e fantasmaticamente con altri artisti, o altri uomini e donne. Dedita con ostinazione al proprio processo creativo: dapprima letterario – novelle, racconti, anagrammi – poi plastico – con una produzione abbondante – e infine di nuovo letterario, come una specie di punteggiatura e conclusione del suo percorso di vita e della sua opera»4. Per entrare in contatto col mondo di immagini da lei elaborato, conviene rivolgersi al libro più rilevante, L’uomo nel gelsomino. Si tratta di un volume di natura autobiografica, ma è significativo il fatto che in esso l’autrice «parli di sé e si descriva in terza persona, come se si contemplasse dall’esterno. Un simile modo di agire, che non è affatto un procedimento, basterebbe a sottolineare, se ce ne fosse bisogno, la parentela […] del racconto con uno specchio e l’aspetto di miraggio che la confessione presenta»5.

In effetti nel descrivere, in maniera singolarmente efficace, gli episodi che l’hanno portata ad avere le prime crisi psicotiche, l’autrice mescola di continuo reminiscenze del passato e presagi del futuro. Molte delle persone che incontra, per via del loro aspetto gliene ricordano altre a lei note, fossero pure semplicemente attori che ha visto recitare in un film. Zürn riesce a comunicare alla perfezione la quasi impossibilità, sperimentata in più occasioni, di distinguere le proprie fantasie, o addirittura le proprie allucinazioni, dalla realtà. Ne conseguono per lei difficoltà di rapporto con gli altri individui che, a seconda dei momenti, le appaiono gentili e amichevoli oppure sorpresi e intimoriti dal suo contegno eccentrico e imprevedibile.

Anche quando si trova nell’incomoda posizione di degente in un ospedale psichiatrico, tende di norma ad isolarsi, a rimanere in disparte, a sentirsi diversa dalle compagne di sventura. Quella di Zürn, infatti, sembra essere una sorta di follia cosciente, a volte persino rivendicata, in opposizione a un mondo esterno che non di rado le appare banale, estraneo, ostile. In tal senso, l’evasione nell’irrazionale è assimilabile alla creatività, da lei manifestata tramite l’espressione artistica. Così ad esempio, dopo aver descritto una visione nella quale un gran numero di «ali grigio-nere senza uccelli» prima la circondano e poi addirittura la attraversano (cosa che la spaventa e al tempo stessa la incanta), parlando di sé non esita ad ammettere: «Se qualcuno le avesse detto che era necessario divenire folle per avere queste allucinazioni […], lei avrebbe accettato volentieri di diventarlo»6.

Ciò tuttavia non significa che nel libro vengano passati sotto silenzio i momenti di angoscia che sono inerenti alla condizione di una donna costretta a subire le conseguenze, interiori ed esteriori, della difficile permanenza nell’ambiente manicomiale. Il trovarsi reclusa assieme a pazienti che ripetono gli stessi gesti, o peggio ancora urlano giorno e notte le stesse frasi, l’assunzione forzata di farmaci (che spengono le visioni allucinatorie lasciandola sola con la propria depressione) la inducono persino a un maldestro e inefficace tentativo di tagliarsi le vene con un coccio di bottiglia. Del resto, anche quando le viene concesso di tornare a casa, le difficoltà non cessano e si manifestano nella forma di impedimenti fisici o di alterazioni percettive, tutti fenomeni di natura psicogena che influiscono sul suo modo di comportarsi e la conducono presto a un ulteriore internamento.

Tali esperienze dolorose, comunque, non sopprimono mai del tutto il suo impulso artistico. Un aspetto particolare di esso riguarda, come già detto, la produzione di testi anagrammatici. A stimolare l’autrice a tale pratica è stato senza dubbio Hans Bellmer, come del resto risulta dall’accenno, in L’uomo nel gelsomino, a un amico che «le parla di anagrammi e le spiega come fare poesie di questo genere. Nel contempo, egli scopre che lei ha un dono per il disegno automatico. La incoraggia»7. In effetti Bellmer è a sua volta un cultore della scrittura anagrammatica, che entra per lui in rapporto con l’idea della scomposizione e ricomposizione delle forme anatomiche: «Il corpo è paragonabile a una frase che vi inviti a disarticolarla affinché, attraverso una serie infinita di anagrammi, si ricompongano i suoi contenuti veri»8. Tuttavia sarebbe ingiusto presentare Unica come se la sua arte fosse stata plasmata o condizionata dal suo compagno di vita, quasi che lei fosse divenuta vittima dell’immaginario, piuttosto perverso, del pittore e disegnatore tedesco. Chi tende a farlo, non manca di citare come prova le foto scattate da Bellmer al corpo nudo di lei strettamente legato con cordicelle sottili, al fine di farla apparire come una versione vivente della celebre bambola (le cui parti sono combinabili fra loro nei modi più illogici e imprevisti) costruita e fotografata dall’artista già decenni prima, nel 19349. A ben vedere, come nel disegno così anche nelle poesie-anagrammi Zürn sviluppa un proprio stile, e diviene anzi una virtuosa nella difficile tecnica di comporre sequenze di versi utilizzando ogni volta le stesse lettere alfabetiche presenti nella frase di avvio, differentemente disposte. Lo dimostra il fatto che, tra il 1953 e il 1964, ha realizzato ben 124 testi di questo tipo10.

Le frasi da cui prendono spunto le poesie-anagrammi sono di varia natura. Può accadere talvolta che vengano desunte da testi letterari, ad esempio quelli di Henri Michaux. In L’uomo nel gelsomino la presenza di questo scrittore – mai espressamente nominato – è ricorrente e quasi ossessiva. Zürn allude a lui tramite le iniziali H. M., oppure evocando l’immagine dell’«Uomo Bianco», un’incarnazione della figura apparsale in una visione quando aveva solo sei anni di età: quella di un personaggio seduto in un «giardino nel quale, anche d’inverno, fiorisce il gelsomino»11. Dall’Uomo Bianco, in più occasioni la protagonista del romanzo si sente guidata, assistita, persino ipnotizzata a distanza. Più tardi, in comunicazioni di natura personale, Unica ammetterà i sentimenti che prova nei riguardi dello scrittore, che l’ha affascinata fin dal loro primo incontro. Ad esempio, in una lettera dell’aprile 1970 allo psichiatra Gaston Ferdière, si dice «innamorata da 17 anni di H. Michaux»12. Quest’ultimo, pur non condividendo i sentimenti della donna, si dimostra comunque gentile e amichevole nei suoi confronti. Le fa visita più volte durante il lungo internamento a Sainte-Anne e le porta in dono dei quaderni da disegno. In uno di essi scrive, come dedica e incoraggiamento, i versi seguenti: «Quaderno di bianche distese intatte / Lago dove i disperati, meglio degli altri, / Possono nuotare in silenzio, / Stendersi in disparte e rivivere»13.

E proprio ai disegni occorre fare qualche accenno. Ricordiamo che la produzione pittorica e grafica di Zürn è imponente a livello quantitativo, e oggi viene molto apprezzata dai critici e dagli appassionati d’arte. Le sue opere sono in qualche caso acquerelli o gouaches, ma più spesso disegni eseguiti ad inchiostro nero, che danno vita a reticoli di linee, di grande eleganza formale. Tali disegni solo raramente possono definirsi astratti, poiché di solito in essi affiorano figure: soprattutto volti, maschili o femminili, dagli sguardi intensi e dall’espressione, a seconda dei casi, sorridente, sognante, malinconica, minacciosa. Scrive appunto Unica in L’uomo nel gelsomino: «Da sempre ossessionata dai volti, li disegna. Dopo un primo momento in cui la penna “nuota” esitando sul foglio bianco, lei scopre il punto destinato al primo occhio. È solo quando la si guarda dal fondo della carta che comincia a orientarsi e allora, senza fatica, un motivo si aggiunge all’altro»14. Tuttavia con frequenza appaiono nei disegni anche fiori o animali di vario genere, sempre alquanto fantastici perché coinvolti in metamorfosi che li alterano o ibridano fra loro. Il tutto risulta immerso in un’atmosfera irreale, fiabesca, che solo in parte ricorda le opere dei surrealisti o le produzioni dell’art brut. Infatti i lavori di Zürn conservano sempre una specifica individualità e riconoscibilità. Quelle da lei realizzate sono «composizioni rigorosamente costruite e di grande finezza. Si inseriscono nell’insieme della sua produzione plastica e talvolta si riecheggiano fra loro, partecipando all’elaborazione di un mondo di grande coerenza tematica e stilistica»15.

Unica deve quindi essere considerata come un’artista a pieno titolo, sia nel campo della scrittura letteraria che in quello grafico-pittorico. È senz’altro da condividere l’asserzione di una sua fedele amica e traduttrice, Ruth Henry: «Ciò che rende così eccezionale il destino di questa donna non è tanto la sua malattia mentale, che è durata anni e l’ha obbligata a permanere in cliniche psichiatriche, quanto il fatto che lei sia riuscita a redigere un affascinante resoconto di esperienze fuori del comune, e a ricavare in tal modo un’opera dal crescente decadimento della propria esistenza»16.

1 U. Zürn, Hexentexte, Berlin, Galerie Springer, 1954. La mostra si tiene due anni dopo alla Galerie Le Soleil dans la tête.

2 U. Zürn, Oracles et spectacles, Paris, Georges Visat, 1967 e Dunkler Frühling, Hamburg, Merlin, 1969.

3 Il libro, la cui stesura termina nel 1967, appare dapprima in traduzione francese (L’Homme-Jasmin, Paris, Gallimard, 1971), poi nel testo originale tedesco (Der Mann im Jasmin, Berlin, Ullstein, 1977).

4 Anne-Marie Dubois, Unica Zürn, l’exposition, nel catalogo Unica Zürn, a cura di A.-M. Dubois, Paris, In Fine, 2020 (d’ora in poi indicato con la sigla UZ), p. 15.

5 André Pieyre de Mandiargues, Savoir-vivre, premessa a L’Homme-Jasmin (che citiamo dalla riedizione Gallimard del 1999), p. 13.

6 L’Homme-Jasmin, cit., p. 37.

7 Ibid., p. 24.

8 H. Bellmer, Petite anatomie de l’inconscient physique ou L’anatomie de l’image, Paris, Paris, Le Terrain Vague, 1957; Paris, Allia, 2002, p. 45 (tr. it.Anatomia dell’immagine, Milano, Adelphi, 2001, p. 46). Per alcuni esempi di testi anagrammatici composti dallo stesso Bellmer o da suoi amici, come lo scrittore Joë Bousquet, cfr. ibid., pp. 45-48 (tr. it. pp. 46-48).

9 Una delle foto nelle quali Bellmer ritrae il corpo legato della donna si può vedere in UZ, p. 147.

10 Cfr. Victoria Appelbe, L’anagramme dans l’œuvre d’Unica Zürn, ibid., pp. 32-39.

11 L’Homme-Jasmin, cit., p. 16.

12 Frase citata in Raymond Bellour – Ysé Tran, Chronologie, in H. Michaux, Œuvres complètes, vol. III, Paris, Gallimard, 2004, p. XLIII. Un mese dopo, nel maggio 1970, Unica scrive al pittore Alexander Camaro: «Anch’io sono innamorata, sfortunatamente di un poeta sposato con una bella cinese» (lettera riprodotta in UZ, p. 158); la donna a cui fa riferimento è la compagna di Michaux, Micheline Phankim, nata a Nizza da madre francese e padre vietnamita.

13 Li riporta uno psichiatra allora presente a Sainte-Anne (e infatti citato a più riprese in L’Homme-Jasmin), Jean-François Rabain, Le langage poétique d’Unica Zürn, in UZ, p. 27.

14 L’Homme-Jasmin, cit., pp. 152-153.

15 Margaux Pisteur, Analyse plastique, in UZ, p. 21.

16 R. Henry, cit. ibid., p. 14.

Unica Zürn

SPLEEN. Charles Baudelaire

Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio

sull’anima dolente preda di un tedio infinito

e dall’orizzonte che abbraccia tutto il cerchio

cade qui un giorno nero più triste della notte;

quando la terra si muta in un’umida cella

dove la Speranza simile a un pipistrello

va sbattendo sui muri la sua ala incerta

e la testa si scontra coi soffitti marciti;

quando la pioggia si sparge in grandi raffiche

e d’un’immensa prigione imita le sbarre

ed un popolo muto di malefici ragni

va tessendo i suoi fili sul fondo del cervello;

di colpo le campane balzano furiose

scagliando verso il cielo spaventosi latrati

come spiriti erranti senza patria smarriti

che si mettono a gemere, a gemere ostinati.

E lunghi carri funebri senza musica e tamburo

sfilano nella mia anima, in corteo: la Speranza

piange sconfitta e l’Angoscia atroce, dispotica

sul mio capo curvo pianta il suo vessillo nero.

(traduzione di Lucetta Frisa)

Spleen

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle

Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennui,

Et que de l’horizon embrassant tout le cercle

Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est changée en un cachot humide,

Où l’Espérance, comme une chauve-souris

S’en va battants les murs de son aile timide,

Et se cognant la tête à des plafond pourri;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées

D’une vaste prison imite les barreaux,

Et qu’un peuple muet d’nfâmes araignées

Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie

Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,

Ainsi que des esprits errants et sans patrie

Qui se mettent à geindre opinâtrément.

-Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,

Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,

Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,

Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

Felix Nadar, Charles Baudelaire

SERENATA. Paul Verlaine

(traduzione di Lucetta Frisa)

Paul Verlaine

Da Poesie saturnine (Capricci)

Serenata

Come la voce di un morto che cantasse

dal fondo della fossa

amante mia odi salire verso il tuo buio letto

la mia voce in falsetto.

*

Spalanca anima e orecchio al suono

del mio strumento

per te ho scritto per te questa canzone

crudele con sentimento.

*

Canterò i tuoi occhi d’onice ed oro

spogli dell’ombra, puri,

poi il Lete dei tuoi seni poi lo Stige

dei tuoi capelli scuri.

*

Come la voce di un morto che cantasse

dal fondo della fossa

amante mia odi salire verso il tuo buio letto

la mia voce in falsetto.

*

Molto loderò come conviene

questo corpo benedetto

il suo profumo così denso preme

nell’insonnia della notte.

*

Ed infine canterò le tue braccia

e i baci della tua lingua rossa

e del supplizio la dolcezza

Angelo mio! Ragazzaccia!

*

Spalanca anima e orecchio al suono

del mio strumento

per te ho scritto, per te questa canzone

crudele con sentimento.

(traduzione di Lucetta Frisa)

Da Poèmes saturniens (Caprices)

Sérénade

Comme la voix d’un mort qui chanterai

du fond de sa fosse,

maitresse, entends monter vers ton retrait

ma voix aigre et fausse.

*

Ouvre ton ame et ton oreille au son

de ma mandoline:

pour toi j’ai fait, pour toi, cette chanson

cruelle et caline

*

Je chanterai les yeux d’or et d’onyx

purs de toutes ombres,

puis le Léthé de ton sein puis le Styx

de tes cheveux sombres.

*

Comme la voix d’un mort qui chanterait

du fond de sa fosse,

maitresse, entends monter vers ton retrait

ma voix aigre et fausse.

*

Puis je louerai beaucoup comme il convient

cette chair bénie

dont le parfum opulent me revient

les nuits d’insomnie.

*

Et pour finir je dirai le baiser

de ta lèvre rouge

et ta douceur à me martyriser,

mon Ange! Ma gouge!

*

Ouvre ton âme et ton oreille au son

de ma mandoline

Pour toi j’ai fait, pour toi cette chanson

cruelle et câline.