Jonny Costantino, Mal di fuoco, con immagini di Nicola Samorì, Effigie il Primo Amore, Milano, 2016 .
fr. 212
Empedocle stabilì che all’interno dell’organo della vista c’è il fuoco e che, tra le innumerevoli coppie di occhi, c’è più fuoco negli occhi che vedono meglio nella notte.
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C’è più fuoco negli occhi
che vedono meglio nella notte
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Immagine di Nicola Samorì
fr. 214
Ci sono due fuochi nella natura.
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Un fuoco esterno,
che brucia fuori di noi,
contaminato da altri elementi,
sovente sotto mentite spoglie.
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Un fuoco interno,
che riluce puro dentro di noi.
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Due fuochi fratelli.
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Il visibile è pervaso dal fuoco.
La luce del giorno è fatta di fuoco.
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La massima concentrazione di fuoco interno è negli occhi.
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Immagine di Nicola Samorì
fr. 215
Non è solo il più infuocto tra glli organi sensibii.
L’occhio è anche il più elioforme.
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fr. 220
La vista salva la vista dal buio che assidera.
La vista che nel disastro desidera.
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fr. 224
Ippocrate di Cos parla di un calore innato che alberga nell’essere umano.
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Ippocrate fu lo scienziato grafomane che divise la mediina e la filosofia, nate gemelle e siamesi, maneggiando un bisturi i cui barbagli fecero faville nella mente di Socrate e nelle penne dei suoi discepoli.
Maria Luisa Vezzali,lineamadre, Roma, Donzelli, 2007.
Maria Luisa Vezzali
Ogni autentica poesia vive in un terreno di antitesi che spesso sono inconciliabili e tendono a creare cortocircuiti: «per quante volte ci moltiplichiamo/ nella stanza buia il moto a ritroso/ si inceppa in avanti: lo specchio/ è vuoto e forse anche irridente/ oppure è l’occhio/ incapace di vedersi// fino alla fine». La poesia di Vezzali vuole abitare il paradosso di questa lingua non conciliata, dove le parole sono sempre indizi di metamorfosi, segnali di visioni, avvisi di un oltre: «le mani diventano altre cose/ che strumenti per prendere o per dare/ raggi sonde scale/ per precipitare». Il paesaggio è quello di un invasamento centrifugo, che richiama a un centro assente, dominato da un colore bianco. Sembra, leggendo, di vederlo, questo vortice bianco, dove le parole si sciolgono dalla prigionia del corpo terreno, si protendono verso «un’abissale voce inversa/ senza capire nulla». Ma il corpo insegue le parole con la stessa passione con cui le parole cercano di staccarsene e di scintillare di vita propria. La lingua della Vezzali capta le tensioni implosive-esplosive della ‘parola mistica’, alterna immagini abbagliate a improvvise oscurità, esce ed entra dal corpo dello scrivente e dalla materia della parola. «Il mistico incide il suo gesto nell’essere. Il poeta nell’essere della parola» (Scataglini). La ‘linemadre’ evocata dal titolo è la terra di confine di queste metamorfosi, con quel «gusto di meteora sotto le unghie», quel dionisiaco pullulare di colori, dal rosso al bianco, fino ai silenzi acromatici del nulla. «ci sono ore in punta di compasso/ con pochi giri/ di senso incerto […] ore minuti cerchi/ giunti a morire qui/ nel lazzaretto di questa stanza/ stanza potente stanza/ senza porte/ così accecante da quando hai sparato/ alla lampada/ che non vedo più neppure l’ombra/ della penna//i sassi dentro al vaso/ sono cristalli recisi di scelta/ se viene nero/ il frutto resta/ assiderato».
Assistiamo a una letterale, turbinosa trasformazione degli oggetti. I sassi sono fiori recisi. La fine della vista artificiale – la lampada fracassata – coincide con l’esplosione della vista interna che scaturisce, veggente, dal buio. Domina lo sguardo poetico, la superficie assoluta, dove tutte le energie confluiscono. «Indicibile/ lo sguardo di nuovo diretto// sulla brutale nudità ricambiato/ ritmo rimisurato// tela imbiancata/ papiro eraso// per preparare la prossima/ raccolta di forze// o forse la prossima damnatio/ memoriae».
La poesia di Vezzali – «occhi che pulsano senza vedere/ non ci servono le interpretazioni» – vive intera nel suo slancio, nel suo impetuoso ascendere-sprofondare, nel suo trascinare tutti i frammenti in un pulviscolo di luce. I titoli di alcune sezioni – «vasi di splendore», «il forte senso della fiamma» – sono di per sé indicativi: «le visioni ora sono dentro al corpo/ prigioniere però no, non del tutto che percorrano/ la rete delle vene non è strano/ che trascinino le parti profonde/ del cielo giù attraverso la trachea/ sotto le volte cave dei polmoni/ rimescolandosi ottavo elemento».
La poesia è l’atto di ampliare la voce, di farsi cassa di risonanza di visioni tattili, acustiche, visive: «angelo sodo, angelo senza profumi// pietra-magnete dell’amore perfetto»; «prima di noi per noi/ deserto tutto// mai strade cielo sfide/ sintassi». Nella liturgia appassionata ed eccessiva di un canto che non smette di effondersi, Vezzali costruisce una laica liturgia barocca, alla continua ricerca di un silenzio anelato, pronunciato, gridato. In questo viaggio difficile: «se persino tra noi a volte/ la spalla urta lo spigolo»; «se persino tra noi a volte/ il lume delle ciglia è obliquo», Vezzali trova le radici surrealiste di certa poesia spagnola (primo fra tutti Vicente Aleixandre) e i cortocircuiti sintattici di una poesia ‘femminile’ come quella di Adrienne Rich e Anne Sexton.
Libro maturato e sofferto per oltre un decennio, lineamadre è invasamento, architettura, chiaroscuro. La scrittura poetica, pur restando «papiro eraso» e «tela bianca», trova schegge di immagini dentro nuclei linguistici compatti e densissimi, per testimoniare l’indicibile a cui anela, con l’impeto dolente di una sua ‘piccola eternità’ di parole.
(M.E.)
Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Vertigine e misura. Appunti sulla poesia contemporanea, con una nota critica di Gabriela Fantato, Milano, La Vita Felice, 2008.
Michelangelo Coviello, Pape Satan, New Press Edizioni, 2020
Quando ho iniziato a leggere il libro di Michelangelo Coviello ero convinta che si trattasse di un ibrido. Forse ero influenzata dalla recente lettura degli “Apocrifi” di Marco Ercolani, quelli di cui nel Nottario dice che inventano “dei falsi d’anima che raggiungono effetti di verità.” Procedendo nella lettura, però, mi è sembrato che non di apocrifo si potesse parlare ma di una specie di indagine, una ricognizione per indizi che, pur aderendo alla realtà dei fatti (così come venivano descritti dalle fonti) arrivava a disegnare profili di personaggi e letture di eventi, inediti e imprevedibili. Il motore creativo, infatti, lungi dal rincorrere metafore o, meglio, allegorie, era orientato a individuare, grazie alla ricerca, verità “altre” desunte da testimonianze. Tali verità consentono una logica, fiera di autonomizzarsi distanziandosi dalle interpretazioni ufficiali e affrancata quindi dal rischio che tali interpretazioni risentano dei dilemmi di chi le ha proposte. E i dilemmi di Coviello? Alcuni di essi formano l’ossatura del testo quali: che rapporto intercorre tra colpa e perdono? Il perdono può essere concesso ad ogni colpa? Come commisurare la pena ad ogni tipo di colpa?
Tali dilemmi non possono che ricadere sul ritratto dei protagonisti: Bonifacio VIII e Dante. Bonifacio è un gigante di spudoratezza e cinismo, preda di impulsi incontenibili. Dante, genio della parola, è ancorato ad un ideale di spiritualità cui spesso non riesce ad attenersi nei fatti. Egli pratica il linguaggio come una fede, con immane fatica. Lo pratica come invenzione e ricerca ma non riesce ad evitare che tra le righe si insinuino episodici sospetti di “linguaggio come truffa”. E’ il caso dell’equivoco in cui il Poeta trascina il lettore circa la data d’inizio della stesura della sua Commedia. Si può leggerlo come un tentativo di attribuirsi funzioni vaticinanti tipiche dei primordi (le antiche profezie erano in versi) mutuando così dalla sua stessa opera la sacralità che la contraddistingue. Qui c’è il Coviello che conosco: quello che ribalta gli schemi ma anche quello che sa giocarsi alla grande le proprie parti antagoniste. La nostalgia per una visione fideistica della vita sopravvive accanto al dubbio cinico circa la totale e crudele casualità degli eventi. Deliziose le figure dei due ragazzi incaricati di ramazzare con i loro rastrellini le monete offerte per ottenere indulgenze. Per chi tifa Coviello? Per quello che dice: “Non è che qualcuno se ne approfitta?” o per quello che è convinto che le offerte siano destinate a “dar da mangiare agli affamati… come dice il Vangelo”? E tra Bonifacio e Dante? Certo, quel Bonifacio che impone al popolo le leggi della chiesa e nel contempo sostiene in privato che “il parto verginale sia un assurdo”, che “l’incarnazione del figlio di Dio sia ridicola”, che “l’anima muore con il corpo”, si sente che affascina Coviello. E’ il fascino di chi mette allo scoperto i “cattivi pensieri” e, soprattutto, che osa sfidare Dio. Ma Coviello è un poeta e un poeta non può che tifare per quello i cui versi “vengono mandati a memoria dai ragazzi che li ricopiano e li studiano”. Uno che “nuota nella lingua come un pesce nel mare.”
Per fortuna Michelangelo può contare sulla propria molteplicità e sul pendolarismo con cui riesce a spostare il proprio punto di vista da un angolo di visuale ad un altro senza che alla sua prosa vengano meno senso del ritmo ed eleganza.
Sulla linea ferroviaria Mortara – Pavia, un po’ prima di Casoni di Sant’Albino, è fermo un vagone merci, in mezzo alla campagna, da solo.
Vincent Van Gogh
Si tratta di una linea a binario unico, non elettrificata, sulla quale era ancora in servizio, al momento dei fatti, una locomotiva a vapore, ormai in funzione soltanto per scopi turistici, come la fiera del salame d’oca, l’ultima domenica di settembre.
I fatti di cui sopra, noti per molte testimonianze oculari, oltre che attraverso i verbali degli addetti e le numerose proteste per l’interruzione del servizio – un vagone perso? hanno perso un vagone? povera Italia! ecc. ecc. – avvengono il giorno due di aprile, giorno feriale e qualunque, un martedì, se non fosse che era in corso, ormai avanzato, l’allagamento delle risaie.
Tale fenomeno, spettacolare, raggiunge i suoi massimi effetti nei primi, primissimi giorni della sommersione – è così che si chiama – quando la superficie delle risaie appare come uno specchio desertico, lucente, non turbato da cose vive. Dovrebbero i residenti esclamare a ogni piè sospinto? – vantare lo spettacolo ai visitatori, ai passanti? – nemmeno un po’ – tale bellezza viene rintuzzata adducendo difetti su difetti – ah tutti questi concimi! hanno dato il diserbo? senti come pizzica il naso! ci risiamo con le zanzare! – per cui lo spettacolo, più che guardato, viene tenuto d’occhio, sminuito, senza concedergli la meritata follia, mentre i due specchi si affrontano, mai esausti – acqua e cielo – accecati l’un l’altro, con luci che rispecchiano luci, grandiosamente, man mano che avanza il giorno, come irridendo e tagliando fuori gli esseri opachi – quei meschini! – gli oscuri oggetti fermi, o lentamente in cammino sulle striscioline di terraferma, come noi, meschinetti.
Ecco perché tutti tirano dritto – e i turisti? nemmeno a parlarne! quegli ignavi! con tutti i bei posti, ariosi e ventilati che ci sono! – per cui vano è ogni tentativo di farne un evento a livello almeno nazionale o europeo, fischia! – carta sprecata anche i dépliant, le strade del riso, i canali navigabili – se mai ci fossero!
In tale perfezione senza macchia, distribuita in quadrati e rettangoli, separati da righine sottili come, per l’appunto, cornicine di specchi, emergono, leggermente rialzati sulla massicciata, i binari, a fior d’acqua e, nella generale profusione di luce, visibile da lontano, questo vagone, per il quale non c’è motivo comprensibile.
La spiegazione che viene data dal personale ferroviario non risponde in alcun modo all’ interrogativo che emana da quella sagoma indecifrabile, decrepita e arrugginita, forse una volta usata come carro bestiame, al momento, vuota. La spiegazione che si sente in giro riguarda un improvviso colpo di freno del macchinista, sembra per evitare un tasso (o era una volpe?) che, nella notte, attraversava i binari. La spiegazione che, dal punto di vista ferroviario, potrebbe essere plausibile, o così tentano di spacciarla, non spiega, né poco né tanto, il significato di quel vagone, formatosi nel corso delle ore, crescente sotto la luce del mezzogiorno, mentre il sole sta scalando la volta deserta del cielo, sotto il quale sembra acquattarsi quella presenza rugginosa, schiacciata al suolo, come un coniglio – o un leprotto – che si accuccia immobile in mezzo alla strada, confuso tra le macchine che passano, non sapendo che fare, sperduto.
Un’incurabile malinconia sembra adesso velare la sua sagoma – forse i vapori della calura, la perdita di ogni movimento, su quei binari in piano, senza un abbrivio possibile, una discesa, da mettersi in moto, un mezzo giro di ruota poi un altro, eh dai!
E adesso cominciano i curiosi – ah me li immagino mentre chi passa in bicicletta si ferma, mette un piede per terra e osserva, oppure pianta la bicicletta nel fosso, fa addirittura il giro sugli argini fino ad arrivare ai binari dove finalmente può curiosare da vicino – ma il portellone è chiuso, allora guarda dentro da uno spioncino, si abbassa, guarda le ruote lucide dove sfrega il binario, le balestre di ferro, gli orifizi degli ingrassatori, che cazzo guarda! si china per vedere gli assali, come chi spia le intimità di un prigioniero legato a un palo.
Ormai mezzogiorno è passato da un bel po’ e l’acqua scintilla da tutte le parti, lanciando aghi acuminati e splendenti, riverberi che confondono la vista. La luce può essere un problema, anzi lo è, altrimenti perché la vita è opaca? rifugiata in forme oscure? – questo è il vero problema, altro che balle! Perché altrimenti si sono inventate le tendine alle finestre, i pizzi traforati, i pesanti tendoni, gli scuri, le persiane, le tapparelle? ci sarà un motivo? per ripararsi dal buio? no! e i cappelli con la tesa larga? quelli con la visiera? e gli occhiali da sole allora? i Rayban, perché tanti Rayban in giro?
Più la luce aumenta più il vagone diventa piccolo e tozzo. A essere precisi non si capisce bene se si stia cancellando nella gran luce o se stia, come pulsando, come un fantasma che respira, ampliandosi di volume.
Sono tutti fenomeni dovuti all’immobilità.
Contrariamente all’opinione comune, una cosa ferma è la cosa più insicura e instabile che ci sia. Sottoposta agli sguardi, come sul tavolo anatomico, sempre più misteriosa, essa non ti dice né di no né di sì – perciò ancor più si agitano le pupille, intolleranti, offese – e muoviti porca vacca! – tanto basterebbe per dare un po’ di sollievo, per fare muovere l’occhio, fisso, svergognato – eh basta con questo guardare! ormai in imbarazzo, lui medesimo – ma responsabile di che? sbotta a un bel momento! di cosa? – muovetevi voi piuttosto, via da davanti! – adesso che lo stesso bulbo oculare comincia ad avere tremiti, come diventato bersaglio, sempre più agitato – oh cari occhi, voi umidi, molli, negletti, non ricambiati – si fa presto a mettere il dito nella piaga!
Il bisogno di movimento può darsi derivi dal ricordo della fuga, primordiale, cioè a gambe levate dal pericolo, dai carnivori o, in ere civili, ancor più, dalle esperienze terribile del proprio nome, immobile, visto da tutti, irrimediabile, fino al giudizio, alle lapidi – per cui non è tutto rose e fiori. Perché si muovono i manti delle madonne e, in generale, le statue? Basta che la statua, principalmente se di madonna, pur seduta, abbia un ginocchio leggermente arretrato, l’altro in avanti, realisticamente – basta che ci sia, con tale ingenuo pretesto, il motivo, pudico, di allargare di poco la posizione delle gambe, non più parallele, ma a trapezio, appena accennato, e il movimento comincia! a partire dalla veste che, mollemente, s’incurva come un ponte sospeso tra un ginocchio e l’altro, e ormai, come soddisfatta dall’effetto felice, lascia cadere piega su piega, verso le caviglie, i piedi nudi o calzati di raso, per cui si sviluppa l’arte del panneggio, come modo per contrastare l’impudenza dell’occhio, la sua fame – che infine si perda in quei meandri! – in qualunque distrazione, caritatevole – e non faccia, a fronte dell’immobile, azioni sconsiderate, immaginarie, o peggio ancora, se ne vada, rivolto altrove, insoddisfatto – se è così fottetevi!
Madonna di Cimabue
Molti sono gli esempi di movimento in pittura, sia in affresco che su tela, noto tra tutti, San Michele con la spada che scaccia il maligno. In queste raffigurazioni non si intravvede alcun motivo per agitarsi, in quanto il maligno è già in posizione infima, quasi ai bordi inferiori del dipinto, sconfitto, al massimo lanciando un’occhiata, cattiva e delusa, rivolta in su verso l’arcangelo – leccaculo! venduto! faccia di tolla! – ma San Michele non lo caga nemmeno, non è il maligno il suo obiettivo, bensì la discesa meravigliosa dall’empireo, a volte scendendo da destra, a volte da sinistra, con il vento nelle piume, prendendo al volo l’occasione per avvicinarsi all’abisso, legalmente, ma quando ti capita un’altra volta! – eh certo che si vede, certo che sta guardando il peccato! altrimenti perché un viso così bello, corrucciato! con i riccioli sulla fronte, come pensieri ribelli diventati riccioli, il furbone?
Ciò per dire che l’immobilità è un bersaglio, e che tutti i viventi se ne distolgono, con qualunque tipo di movimento, perfino nel sonno, o in macchina, da un posto all’altro, o attraverso il movimento del danaro, fenomeno non da poco, che consente di cambiare casa, di averne due e perfino tre, di trasformare vecchie cascine in residenze, insomma se ci sono i soldi c’è movimento, se non mi muovo io, si muovono gli altri per me, per cui l’effetto dinamico è raggiunto, in alcuni casi ancora meglio, come farselo fare, scusatemi! – e questo è il primo passo verso l’infinito altro che balle!
Si riferisce, nella cronaca locale, dell’anziano uscito dal ricovero in pigiama, con le braghe appena sotto i polpacci, un mattino presto, in un giorno di pioggia, con le ciabatte leggere di pezza. È riuscito a eludere le infermiere, poi è passato, con aria di andare a qualche controllo, davanti agli ambulatori e alle sale d’attesa, è passato davanti alla portineria, come? mentre l’addetto si voltava per fare qualche battuta alla collega? cinque secondi? zac! fattosi piccolo, come un bambino, che passa sotto la finestra e non lo vedono, fregati!
Piove e lui, meno male che aveva preso l’asciugamano che era sulla spalliera della sedia e se l’era gettato su una spalla, come uno che va in piscina o in spiaggia, e adesso si mette l’asciugamano in testa, cammina rasente i muri.
Quest’uomo, verso gli ottanta, rimpicciolito dall’età, con l’asciugamano in testa e il pigiama ai polpacci, non sta andando da nessuna parte, e ciò meriterebbe un monumento, almeno una targa – qui passò in un mattino di pioggia Gustavo Bellingeri, di anni 79. Non so esattamente cosa voglio dire – mi è forse richiesto? – non so proprio se sia il caso – perché mai? per dare soddisfazione a chi? – alla fine Gustavo Bellingeri è stato catturato, caritatevolmente, riportato indietro – ma cosa Le è venuto in mente? sotto l’acqua! senza ombrello! – e tutti parlano parlottano, paroline fitte fitte, ornate di saliva, in questi ricoveri dei vecchi, come gabbie di uccellini – le notizie, quelle poche, vanno avanti per giorni, anche domani, dopodomani – come i giornali dell’altra settimana, cosa cambia?
Ah che tempi! – quelli delle prime sillabe, altro che questa vox populi, starnazzante, che vola, che svolazza, eh dai con questi raccontini! queste leggende! – allora sì che era una fatica bestia spingere fuori i primi suoni – ne valeva la pena? – trasformare il respiro in una chiamata, attraverso le corde vocali, ancora dure, rigide – a.aa.abb.a! – come dire pater, papà – non mi ricordo del compleanno? – buon compleanno, in che giorno? – tutto si dimentica, ma la dimenticanza no, come gli atti mancati, così dicono – e allora? offesi da noi stessi, da questo affronto – a muso duro, duri con noi, senza un tremito, possiamo essere eroi? – in questi casi – lo possiamo pretendere si o no? sì o no, cristo!
Scusate, sono anch’io soprappensiero, come se fossi io Gustavo Bellingeri, succede! scusate ancora , ma già che ci siamo, già che ho usato la parola: voi! – già che ho detto: scusate! – dunque voi – contro i miei principi – io in combutta con voi? – come se mi rivolgessi, a voi probabilmente, come dire eh cari miei, alla fin fine! – quindi miei cari, e così sia, miei cari! – indistinti, un popolo, ne sono certo, c’è un uomo ovunque, tra la folla, uno che diventa folla, quell’uomo siete voi? – o stare alla larga? alla larga dal ceto medio, dal ceto medio alto, medio basso? – sinceramente, non saprei – se siete d’accordo, parlo a voi, nel mucchio, come dire: è ora! precipiti pure quella mongolfiera! – e lui? – il San Michele di cui prima? con la spada fiammeggiante? – lui ha le spalle coperte, il merlo! capace anch’io con dietro chi sappiamo tutti – crederà mica che separare sia una virtù come dicono! – ve lo dico io, separa le cose affinché vivano sia l’una che l’altra, come un bene rifugio reciproco – chiedi agli analisti di borsa che la sanno lunga sul tema! eh la storia! a conoscerla tutta!
Se si tratta di soldi? – e come no! – soprattutto in forma di debito, in eterno debitori, insolventi, per un verso o per l’altro – quella marmaglia con le manine sottili, adunche – con il tremito nervoso che deriva dal contare migliaia, milioni di mosche, ricche, grasse – quando sento che stanno guardando l’osso che non arrivi un randagio pancia a terra guardingo e stanno pronti per lanciare una scarpa un’enciclopedia una vecchia bibbia via di qua bestiaccia! – allora io, è più forte di me, assumo l’atteggiamento quasi di un santo o di un anacoreta, uno senza bisogni, per polemica, per dirla tutta, tiè! il contrario di ciò che dovrei fare per arrivare al dunque, sbrogliarmela, incassare qualcosa e andare a bere un drink, due – non chiedo poi tanto e dai che ho già dato! e daaai! invece no! io in quei momenti sento che c’è un uomo da qualche parte, dall’aspetto qualunque, nobile, basta guardargli le mani, la fronte – uno che non fa rimproveri, mai che abbia detto che gente di merda! tanto meno direbbe ohoh! che non ci scappi qualcosa dalla pacchia! no! quest’uomo di tutti gli uomini rimane spoglio tutte le volte, come pronto per il sudario – pulito come un osso, senza margini, bacchettato sulle dita in tenera età, in coda per ore per giorni in fila – analfabeta, volontariamente – per leggere i pensieri, poi disse: la legge non è all’altezza del delitto! e se n’è andato – adesso vedo che segue con il dito indice le righe, non so dove abbia imparato – è lui che io guardo con trepidazione, se sente qualcosa sotto i polpastrelli, leggendo in quel modo, se volge lo sguardo verso di me, allora gli dico: metti via tutti quei fogli in una scatola di biscotti, abbiamo ben altro in comune! – e vorrei che sorridesse, come quando un errore è simpatico e non soltanto viene perdonato, ma messo come piccola coccarda sul risvolto della giacca, per dire: ecco come trattiamo l’errore qui da noi, come una leggenda!
E il vagone rimasto sui binari ai Casoni di Sant’Albino? L’hanno rimosso all’imbrunire, con una locomotiva diesel, quando il cielo del giorno aveva smesso di infierire e i temibili specchi si quietarono, come socchiudendo le palpebre, non del tutto, specchiando rade luci, raso terra, modeste. Non si sa chi abbia cominciato a fare telefonate, dapprima quelle bonarie e un po’ da ridere, come già detto – guardate che avete perso un vagone!… come perso un vagone? ecc… – poi cambiando tono – ma come ve lo devo dire! fermate i treni! fermate il treno delle otto! dove? a Mortara perdio! o ci troviamo la gente in mezzo ai campi! ce l’avete l’immaginazione o no? – per cui cominciò un
casino di chiamate drin drin di qua drin drin di là tra Mortara, Tromello, Garlasco, Pavia – un’ animazione mai vista ultimamente – tutti a chiedere, chi alla biglietteria, chi a chi capita – almeno mandate dei pullman! cosa ci dico io alle persone! certo che è anche giorno di mercato! chi va a finire sul giornale? voi pensate per voi! – e lì dai! come le mosche sulla merda. Uno, in quel trambusto, chissà, forse pensando a qualche torto del passato, sibilò, da cattivo, al telefono, non so a chi: non ti azzardare, tu non ti azzardare!
Potremmo dire, a questo punto, che il problema sia stato risolto, prima o poi, e invece no! il problema non si risolve, cari miei. Chi è nato è nato, e tale rimane fino alla fine.
La storia del giornale non so come è andata a finire, avranno mandato qualche principiante, preso a male parole da qualcuno, quello che era al telefono, probabilmente, fuori dalle palle! per cui non sembra ci siano state interviste, al massimo qualche foto da lontano.
E le inchieste? Niente. Come non fosse accaduto. Dicono, i competenti, che le carte non si stancano, possono aspettare cinque, dieci, vent’anni, al sicuro nei faldoni, poi passa uno – sveglia! e si ricomincia – facce da culo!
Chi avesse osservato quelli dell’ambiente avrebbe notato occhiate significative, un sopracciglio, un gesto della mano, una smorfietta delle labbra, arricchiate, come a culo di gallina, come dire: uhmm!
Chi frequenta professionalmente i treni merci, chi forma i convogli, chi stabilisce le posizioni, chi controlla i ganci, le sicure, gli attacchi dei freni, tutti costoro, anche se non lo dicono in giro, sono convinti che molti vagoni non aspettino altro che essere l’ultimo in coda.
Perché? Perché risulta che molti aspettano per anni il momento di essere agganciati per ultimi?
Perché alcuni alunni preferiscono i banchi in fondo? perché nelle conferenze gli ascoltatori stanno vicino all’uscita? Eh dai!
Dov’era Matteo? nel penultimo banco, tanto per dire.
Sì, è la prima volta che sentite il suo nome.
Il vagone ai Casoni di Sant’Albino non è un caso strano. Se non succedono incidenti o gravi disagi sulla linea ferroviaria, se il personale è sollecito a togliere l’ingombro, il vagone è trattato senza fare scenate, come è successo a Gustavo Bellingeri, praticamente.
Quindi cos’era successo quella notte, ormai passate le quattro, che ancora un po’ era mattina?
Per intanto il vagone ai Casoni era l’ultimo del convoglio. Come aveva fatto? – aveva aspettato l’occasione buona, pazientemente, mica si è messo là in fondo da solo!
Grande è l’emozione che afferra un convoglio, quado è agguantato, letteralmente, con pugno di ferro, dalla locomotiva, con due fari in fronte, come un drago che si lancia con il corpo smisurato, vagone dopo vagone, nel buio, sempre più pesante, irresistibile, stordito in quel fragore, con odore di ossidi, di ruggine, in quella stretta ferrea che grida nel più grande marasma: sentite i diecimila suoni che rombano come un terremoto fino al tintinnare delle vostre piccole viti e rondelle, dei vostri ganci mal fissati, oh miei orchestrali, miei vagoni! – per cui, così appellati, essi si dispiegano in lunghezza pronti ad essere, come promesso, attivamente succubi, offrendo il loro corpo nell’indicibile casino, non aspettano altro che di partire, che di farsi intronare completamente, quegli esaltati!
Sembra – come si spiega altrimenti? – che l’ultimo vagone di quella notte avesse aspettato da anni – per fare cosa? – per uscire dal convoglio? per dire: basta con questo entusiasmo! questo vaniloquio – basta con l’attrito di ferro con ferro, come un piacere furibondo, seppur levigato, di ineguagliata lucentezza, invano, poiché come può esistere un piacere senza sosta? – senza il finto vuoto, la finta inesistenza?
Ma chi glielo va a dire, a un treno? – mentre sta godendo a modo suo, fragorosamente, lanciato nella notte? – figurarsi se ascolta quella piccola anima – ma cosa vuole? cosa pretende? – ce l’ha ancora con i campi di mais, le foglie carezzevoli, i pennacchi, i lunghi flabelli? Allora il vagone lanciò un grido: non strappatemi! – frase monca, oscura. Poi disse, ancora: voi altri che potete! – fortemente esclamativo, rivolto a un soggetto multiplo – non chiamato per nome. Arriverà il momento di essere l’ultimo? – con dietro più niente, se non la notte, le rotaie che si curvano, paraboliche, fantastiche, quando prendono la curva e vedono se stesse, si ammirano, si compatiscono, chissà.
Perfino i bambini che vanno alle scuole medie, in treno, amano l’ultimo vagone, dal quale vedere le rotaie che fuggono indietro. Quelli fanno finta di non saperlo, con la scusa dell’età, ancora quasi bambini – guardano indietro mentre il treno va avanti – non c’è problema, secondo voi? – allora perché la nascita non può guardare indietro, o fermarsi, sostare, come incerta? – perché il pargolo, se non espulso celermente, ci rimane in mezzo, con la vulva materna che fa da tagliola e stringe le ganasce muscolose e allora addio creatura? – ma questi sono casi estremi.
Questo per dire o avanti o indietro! – perché tutto è irreparabile. Per tornare ai vagoni, ce n’è di quelli, invece, che fanno di tutto per stare vicino alla locomotiva, sgomitando per farsi avanti, quei ruffiani! Lo sa perfino Matteo – chi è nel primo banco? i soliti!
Una classe non è simile a un vagone con i banchi, separati da un corridoio, tutti voltati da una parte, verso la cattedra e la lavagna? E questa classe, siccome è vietato guardare dalla finestra – cosa guardi ogni uccellino che passa? – non potrebbe essere un vagone che si è perso? che non va da nessuna parte?
Per un bambino può essere.
Il primo vagone dietro la locomotiva – inutile pretendere – mai confesserà il continuo sfregamento, l’eccitazione prolungata, ogni tanto il vantaggio ehilà! dell’inerzia – dandoci un colpo ohoh con un lungo residuo di scosse, scemanti – tantomeno confesserà la vibrazione potente che si trasmette dai motori – ancor più se diesel – attraverso la massa di ferro, l’ansito magnetico, che scuote i telai profondi – oh nascoste putrelle dell’intimo! – là dove vaneggiano inappagate somiglianze e ben gli sta!
Non oso nemmeno descrivere quanto accadrebbe con la locomotiva a vapore, con quel suo respiro da bestia immensa, dalle froge che sbuffano, con i vapori che vogliono scatenarsi fintanto che la grande biella di ferro si muove, urrah! finalmente il primo respiro, un ansito – raspante in chissà che pentoloni – altro che un’orchestra! ecco il primo giro rotondo di ruota e adesso è musica, mentre galoppano tutte le sei, dodici ruote di ferro lanciando inni di gioia, fischi di ottavini fiiihhh fiiihhh, indemoniati tamburi e in un’ora è a Mortara.
Vagoni – il primo, l’ultimo – il loro desiderio, l’ambizione – siano oggetto di un compito in classe con il riassunto e commento, con parole vostre, dell’apologo di Menenio Agrippa!
Prima o poi quel tema capita. Da quando hanno adocchiato quella storiella non se la sono più fatta scappare. Troppo comoda! e dove ne trovi un’altra? – manna dal cielo per un libro di testo. Le mani che portano il cibo alla bocca dicendo su da brava! la bocca che dice ai denti al lavoro al lavoro! i denti che dicono allo stomaco sveglia che arriva – ahmm ahmm! Dove trovi una storiella così? Qualcuno, contadino, ormai anziano, che ai suoi tempi è arrivato a fare la terza, sentendo l’esercizio di lettura di questo Menenio Agrippa, non si trattiene dal dire, sottovoce, per non offendere il bambino, già complicato di suo – a qualcuno toccherà la parte del culo o no?
L’altro tema immancabile, che assomiglia a questo come due gocce d’acqua, riguarda le mani dei lavoratori: fammi vedere le mani! dice San Pietro – questi sono calli da zappa? siamo sicuri? va bene passa! Ci vuole un bel coraggio ad essere bambini. Mai capito come fanno a sopravvivere. Infatti cercano di crescere più veloci che possono. Io dico che i bambini sopravvivono perché smettono di esserlo. Durasse un po’ di più sarebbe la fine.
Io la mia infanzia l’ho lasciata perdere. Un bambino, tolti gli adulti che gli stanno intorno, che danno gli ordini, che lo accudiscono, che parlano di lui, anche alle spalle, credendo di non essere sentiti – tolte le cose che vede e che tocca fiduciosamente, tolto il suo silenzio, tolti i gridolini che sono una finta – cosa ne rimane? Il bambino è il risultato di una sottrazione, è la parte rimanente – la parte buona? eh fate voi – richiamarla? vieni vieni a cavalluccio sulle mie spalle – leggera come una piuma? – chi lo fa speriamo abbia un buon motivo.
Cosa doveva scrivere Matteo? ditelo voi, maestre! doveva scrivere tutto bene? che era una pacchia? come quei falsoni? come Arturo, ah quello è dei buoni! – quasi unun corpus – l’avete letto? quasi un corpo solo – senatus et populus – quei due un corpo solo? senato e popolo, eh via! un po’ di rispetto! confondere le braccia con i braccianti, pirla! ingannando un bambino!
La maestra aveva detto: scrivete il titolo e lasciate due pagine bianche – così non ve la cavate con le solite quattro righe. Dopo di che scrivete il seguente esercizio sul passato prossimo.
In questo modo l’insufficienza di Matteo si vedeva da lontano, appena facevi passare il quaderno, un buco enorme, bianco come la vergogna, per due pagine intere.
Non vi ho ancora presentato Matteo. Vi dico soltanto che Menenio Agrippa mai avrebbe detto queste minchiate, se avesse saputo che andavano sul libro delle elementari. Ci avrebbe pensato, avrebbe detto: no! non possiamo permetterci – si fottano anche gli apologhi! – questa sedizione la risolviamo da uomini, non da bambini!
Matteo, era verso sera, si era avvicinato a sua madre, mentre lei stava togliendo le mollette dai panni appesi ad asciugare, su un cordino. Non era la prima volte che amava fare questo gioco, quando sua madre era voltata dall’altra parte, come adesso, o lavando i piatti, voltata verso il lavandino. Matteo si avvicinò, silenziosissimo, e salì lungo la gonna con le dita come fossero le zampette di un insetto o di un uccellino. Come le altre volte sua madre si voltò – e Matteo vide i suoi occhi grigi come il ferro, che, colti di sorpresa, tentarono di sorridere e allora fu peggio, perché sembrò uno sguardo di compassione – povero bambino!
Accadde anche un’altra volta, mentre sua madre lavava i piatti – e Matteo potrà confermarlo, quando sarà il momento. Menenio sei uno stronzo! Pensino piuttosto, questi adulti, che un bambino deve cavarsela – per forza, deve imparare la lezione, altro che i verbi! – oh Matteo – camminavi e facevi roteare la cartella? – anche il giorno di mercato, te lo devo ricordare? – immaginavi di essere al mercato mentre c’eri – questo la dice lunga, poi capirai – niente di grave – come quando hai una figurina doppia, la scambi con qualcuno e tutto va a posto – ma questa volta è diverso? – pensi ancora alla storia delle latte di acciughe sotto sale? – non ti è ancora passata? – quelle latte grandi, bellissime, colorate di azzurro di giallo e di rosso, con un grande stemma al centro e sopra una corona dorata con intorno svolazzi di nastri come piccole bandiere con scritto: fornitori della real casa! cos’hai immaginato questa volta? – di essere quella scatola di acciughe? – mentre le donne venivano vicino, guardavano, che bellezza! pensavano – tu le vedevi mentre si chinavano, eh birbante! – c’era anche tua madre? – guardava, si allontanava, tornava indietro, sembrava leggere le scritte, non osava chiedere il prezzo? – sono io! hai gridato, allora, sono Matteo! – perché l’hai gridato senza voce? – avevi paura che non fosse felice? – non fosse felice di trovare il suo bambino al posto delle acciughe?
Oh Matteo!
Il vagone, per tornare ai fatti, si era sganciato, sarà per quel colpo di freno – una volpe sui binari, forse un tasso – risulta che la locomotiva abbia lanciato un fischio fihhhfihhh – a volte i macchinisti salutano chi sanno loro – per quanto il fischio di un treno, di notte, sia comunque un avviso misterioso – anche per chi sapesse i motivi – lanciato da un treno invisibile, un treno merci senza luci, nel buio della notte. Il fischio è indipendente? il treno, in pratica, è un accessorio? Mah!
Dopo il fischio il vagone sentì allentare la presa, diventò leggero, rallentava, scorreva dolcemente, senza rumore, sempre più adagio – il convoglio era già lontano, il suo fragore di ferraglia si era disciolto, come succhiato dalla notte, intorno c’era l’acqua, scura e lucente, con luci specchiate di lampadine, lontanissime, due, tre.
Adesso sentì le rane – gregre gregre – groc groc – gra gragra – gre gre.
Perché tanta dolcezza? era questo il mondo? questa perdizione? – era questo l’addio? che andava avanti da decenni un addio continuo addio addio senza mai un abbandono?
Per chi l’addio? – è per te, vagone! – sveglia! sei tu che devi dirti addio! – o pensavi che ci fossero due mondi? – uno, poi l’altro che avevi visto? – cosa succede adesso? – si è rotto il termometro per misurare la febbre? – piccole palline corrono qua e là, argento vivo, lacrime – lacrime degli esseri di ferro? – gocce di mercurio – rivestite di gioia? – fanatica come manine di pargoli – che applaudono – ecco l’infanzia, bel risultato! – sai cosa ti aspetta? – immobile sotto il sole – una discesa per rimettersi in moto? – te la sogni! un po’ d’aria fresca? nemmeno a pensarci! caro mio – inchiodato sul binario – pensa agli schiavi ai ribelli – Spartacus, pover’uomo – Gesù Cristo anche lui – nessun sollievo – anche tu anch’io – come spingessi, io, un vagone come una frase frenata con ruote di ferro e la spingo ciecamente non so dove e lei avanza – frenata – come un rantolo – inchiodata! – attento all’esclamazione! principiante! – tu prova poi vedi – hai visto? ecco la sirena della croce rossa, dei carabinieri – cosa t’avevo detto? – perfino dare del tu, il tu dell’amore – sì, quello – ripetuto, continuo, da fermi, tu tu – tuhtutuh – l’allarme è partito, il disastro, tuhtuhtuh – la sirena, i lampeggianti – ben ti sta, minchione, pur con tutto il rispetto, perché non ci sono due mondi ma uno – qui è qui – pieno di materia continua se hai il muso la forza – in casi estremi disidratato – togliere tutta l’acqua – l’umido, il denso, il torbido – sostanza secca, per resistere – ridursi a puri tendini – alle forze elementari meccaniche – rinsecchito praticamente?
Ai Casoni di Sant’Albino ci sono andato a fine settembre, quando il riso era di colore verde oro. Sono stato sul luogo – un sopralluogo? – parola pazzesca – sopra il luogo, due tre volte il luogo, puah! Ci sono andato per dire la mia piccola preghiera. Avevo in testa un’idea – ecco la verità. Se ho iniziato ufficialmente la vecchiaia? Se ho deciso di farmi la minestrina con il dado?
La minestrina è tipica, per via dei denti, del biascicare. Qualcosa di caldo, la vita che si raduna, in gran parte, nello stomaco, come una calda luce nella cassa toracica, come una lampadina protetta dalle costole, come un abatjour – lascia stare quel Menenio Agrippa, due pagine bianche, senza che nessuno le sapesse leggere, svergognati! – Matteo, aspettami.
Ho rivisto il posto. La follia, tutta l’esaltazione degli specchi era finita. La luce era come un velo delicato, posato sul riso che si chinava, grave di chicchi. Basta aspettare, ecco – lo specchio si è voltato, non vuole più niente da me.
Ho fatto il mio piccolo viaggio, sono tornato. Gli occhi? sì, li ho lasciati correre, come fanno i cagnolini, che si lanciano, basta che ci sia un po’ di distanza.
Era il giorno che sono andato a trovare Gustavo Bellingeri. Il posto è sulle colline, all’inizio dell’Appennino, la spina dorsale di un drago con groppe e selve, da qui fino a Reggio Calabria, una bestia irta di dolcezze. L’ho visto da lontano e mi sono fermato dietro a un pilastro, a guardarlo, come se avessi paura.
Gustavo sembrava studiare le fughe tra le piastrelle – guardava intensamente, con grandissima attenzione, seguiva la fuga a zig zag, a lisca di pesce – le fughe l’avevano portato a sbattere contro il muro del corridoio – adesso segue il muro, incontra lo stipite di una porta, la risale fino ai vetri smerigliati, allora ridiscende, riprende a decifrare con cura le piastrelle per terra, fino in fondo, lontano lontano – non trova più i percorsi segreti, sembra contrariato, lì per lì, poi sembra felice di avere perso ogni strada occulta, adesso gli occhi sono acquosi, azzurrini, come felici con tristezza – succede!
Davanti alla finestra si vede benissimo che Gustavo non fa differenza tra il paesaggio collinare e i quadri appesi alle pareti, stravaganti, uno con un gregge di pecore, i soliti bergamaschi! – saranno venuti giù dalla montagna, seguono i corsi dei torrenti – ogni tanto invadono le strade carrozzabili, non soltanto stradine, ma strade provinciali o statali, con il traffico che si ferma, gli automobilisti tirano giù madonne, altri dicono ma che cazzo! altri ancora, donne con bambini, guardano stupefatti, guarda guarda! – come un’apparizione, l’esistenza delle pecore, centinaia, una prova della vita, la transumanza!
Anche a noi era stato dato un tema sulle greggi di passaggio. Matteo l’aveva svolto coscienziosamente, addirittura andando a parlare con il pastore, il quale gli ha detto: se vuoi ti prendo in giornata! Quello sì che era un bel voto! I luoghi sono delle trappole dalle quali non è facile uscire. Tutte le volte – aprire la porta. Tutte le sante volte.
L’odore? – è l’odore che dice tutto? Qualcuno ha tolto la tovaglia dal tavolo? ha scrollato le briciole? no – ci sono ancora tre piatti nel lavandino?
I suoi occhiali? sono al solito posto. Nel cassetto, non proprio in mostra, ma ci sono. Erano caduti – quanti anni fa? – si è scheggiata una lente – due crepe – la stanghetta è stata aggiustata con il nastro isolante – sono caratteristici, alla fine. Li aveva lasciati sul tavolo? per comunicare che si erano rotti gli occhiali? – un modo di parlare? uno stile? – si aspettava che io dicessi: hai rotto gli occhiali?
Ho fatto davvero la minestrina? o era un’intenzione?
Ho messo il pentolino sul gas. Guardo l’acqua che non si decide – quanto ci vuole? – finalmente piccoli movimenti sul fondo, palline, bollicine? finalmente! poi salgono, più veloci, più fitte – ci siamo?
Non voglio più fare la minestrina – basta con queste cerimonie! Si aspettava che io dicessi: hai rotto gli occhiali? Avevo già steso la tovaglietta di scottex, via – via di qui, cartaccia, accartocciata, nel bidone! Almeno ci sia il portamento! – per chi attraversa la bassa fortuna – allora garantisca l’incedere!
Adesso l’acqua bolle, per fare cosa? – meglio spegnere. Non è questa la scena! – l’ho già detto, è l’entrata che conta! – come dire ci vuole una famiglia! Il profumo del brodo di carne, le verdure obbligatorie, da secoli: cipolla sedano carota! – se è da secoli ci sarà un motivo! – adesso sì che è un’entrata! – ci vuole poco per una festa!
E la tovaglia? – la tovaglia che ha due vite? – la sua vita di prima, stirata scintillante, ricadente con dovizia sui quatto lati – e la sua vita di dopo, bella se è stata felice, stropicciata, piena di briciole, di torsoli di pane, di panettoni, di fette di torta, di budini, di grappoli d’uva, di bicchieri, di bicchierini, di abbondanza, di parole degli ultimi rimasti – i custodi, i riparlanti! noi che riparliamo, il nostro vizio, eh la gola, l’accidia – luce della carità – infine – non andate via – rimanete vi prego – rimanete ancora un po’.
Adesso, percorso tutto il corridoio, vedo il salone pronto per il pranzo. Alcuni sono già seduti. Arrivano, uno dopo l’altro.
Gustavo, eccomi!
Gustavo mi guarda – non so se è contento di vedermi, come se io fossi uno scompiglio, una tentazione.
Gustavo! – gli dico.
Allora Gustavo, come risvegliandosi, mi risponde: stavo pensando che il bello sarebbe andare in cucina, a sollevare il coperchio della pentola – tloc tloc tloc fa il coperchio – tu lo togli e allora vedi girare sottosopra la cipolla, la carota, il sedano…oggi mi piacerebbe vedere un bel pezzo di testina…
Oggi mangerei la testina con il bagnetto. Tu non puoi mangiare con me, non ti lasciano – mi dice, come chiedendo scusa per l’ospitalità di bassa lega. La maggior parte sono già seduti. Ci sono tavoli da quattro e tavoli da sei. Alcuni si legano il tovagliolo al collo. Altri spostano le posate poi le rimettono dritte com’erano, più volte.
Mi hanno detto che hai fatto una fuga come al cinema? – gli dico, per incoraggiarlo. Roba da niente. Ci vuole ben altro! Gustavo si mise di nuovo a guardare la fuga delle piastrelle.
Allora ho pensato che il luogo l’aveva fatto prigioniero e che ogni luogo deve prevederne subito un altro, cioè un altro dove andare, anche solo per prova. Se il luogo è uno, uno di numero, allora hanno ben ragione a lamentarsi dell’artrosi – ah il ginocchio è il primo! – un tiro a segno praticamente – San Sebastiano fermo lì! – come si fa a sbagliare?
Un proverbio: chi non è buono per il re, non è buono per la regina! – grazie mille, facce di culo, sabaudi!
Ci vorrebbe una squadra, mi dice Gustavo prendendomi, finalmente, per l’avambraccio – una squadra per i segnali – segnali e basta, mi sono spiegato? Allora Gustavo mi spiegò che avrebbe fatto di quel luogo un punto di vedetta, un osservatorio dei segnali di fuoco.
Il progetto era il seguente: Gustavo avrebbe ricevuto i segnali di fuoco che partivano, tanto per fare un esempio, dalla Madonna della Guardia sopra Bolzaneto e di torre in torre, da un’altura all’altra, sarebbero arrivati fino alla collina – quella che vedi là davanti, l’ultima, è Pozzol Groppo, da lì il fuoco si vede fino a Pavia – hai presente la raffineria di Sannazzaro se fosse su una collina?
Gustavo aveva calcolato le stazioni e i tempi: metti un quarto d’ora per accendere il fuoco e farlo avvampare – un altro quarto d’ora per il messaggio vero e proprio, e ce n’è d’avanzo – fai conto che con otto fuochi copri tutte le cime tra di loro visibili – il messaggio in 240 minuti esatti, quattro ore d’orologio, è ai vostri piedi! – mica male – controlla! – fai pure i conti.
Mandare messaggi? come mestiere? – alla fine della vita, in pensione – mandare messaggi, in proprio – in rovina per il costo della legna, delle fascine – ah in quanto a perfezione, niente da dire – accesi perfettamente – con il trepidare delle prime fiamme – che dire della fiamma sbracciata come un inno? – flamma clamans – e della fiamma a tre punte, come un cappello da prete, del suo improvviso passare da splendente a rossastra, affocata, soffocata – gran brutto segno! – e quell’altra, la festosissima, improvvisa? – incoronata di scintille, ottenuta con un fascio di ginestre, una piccola aggiunta di ginepro? – raffinatezze da morirci dietro!
Gustavo aveva elaborato ipotesi grandiose – questo in un primo momento, mi disse, guardandomi fiducioso, poi si può allungare il tragitto, giù per tutto l’Appennino, con squadre specializzate, che sanno il fatto loro, che con i segnali ci sanno fare.
Potrei provare se funziona, mi sono arrischiato a dire.
Allora Gustavo, finalmente, smise di guardare le piastrelle, e sollevò gli occhi, chiari, azzurrini, con in un angolo una goccia di luce.
Davvero? Domani alle nove di sera, andato giù il sole. Fu così che sono andato a Pozzol Groppo è ho acceso il fuoco di Gustavo. Era una flamma pulcherrima, con lingue ardite, scintille di rami di ginepro, scoppiettanti ginestre. Gustavo, come d’accordo, doveva essere alla finestra. Non era il giorno dopo la minestrina? La minestrina, alla fine, non l’ho fatta.
Quella significava luogo! – non quello che conduce – all’apparenza un traditore – ma quello che si ferma, un ripetente, un fallito: ligera! plandròn! tabalöri! strafùs! balabiùtt! perdabal! badalucc! msiga merda! ciapaciùcc! Preso con le mani nel sacco!
Con tutte le fave che ho sgranato da bambino! – Matteo, Ernestino e tutti noi – per non parlare delle pannocchie di meliga! – quelle erano sere! – mucchi di cartocci, tuffi, nascondigli – eh eh – a volte!
Mi sembrava di averlo capito: per stare in un luogo lo devi coprire – non vi è mai capitato con i pulcini? – mettete un panno sulla gabbietta, loro vedono scuro e si addormentano.
Cme ra pola chl’è morta in’s oeuv! – la tacchina che è morta sulle uova? Ah questi proverbi, che la sanno lunga!
Se manca il luogo primigenio, nessun altro luogo è possibile? – nessuno luogo si fida più? – ma certo che si passano la voce! – sei sulla lista nera! – ah quello l’ha già fatto una volta? – quello i luoghi li sgonfia come palloncini? – io non gli darei nemmeno la residenza! Mi vengono idee strane, come sposare le distanze, esattamente, una festa di nozze universale, con code, codazzi al pari di paggetti, damine! – nozze di riparazione, stendere l’anima sulla terra, leggera, come la pula, la lolla di riso.
Eh basta con questi innocenti! – se si tratta di imparare a scrivere cioè a piangere, pinguini! Non sprecate i colpevoli, piuttosto!
Oh luoghi! dove trovate uno che vi ami più di me? dove trovate uno che fa lo stradone da Pavia a Milano apposta per passare da Chiesa Rossa?
Passato il Po – di là da Po, si dice, per chi va – oltrepò, per chi viene – cominciano le risaie.
Pensare che il velo d’acqua sulle risaie scorre, lentissimo, continuo, dall’alta pianura, con pendenze geniali, fino qui, passando da camera in camera – così si chiamano i campi di riso: camere! pazzesco! – qualcosa di misurato, riquadrato, un interno, sotto il cielo – un esempio insigne!
Ah da quando io non sono più luogo! – spazzato via – ai quattro venti! – ma voi mi lasciate passare, così gentili, stendete i tappeti, mi dite: guarda, guarda pure, fai come a casa tua!
Gustavo Bellingeri? – rasentava i muri, altolà gli poteva dire chiunque – soltanto l’errore può essere davvero interrogato. Allora la verità si piazza come un monumento davanti a un topolino, che la guarda, stupito, con quegli occhi lucenti, con quelle capocchie di spillo, come se la conoscesse, già da prima, dalla notte – invano.
Ma se tu fossi fermo… stagnante…con l’odore di ieri… dell’altro ieri…
Li aveva lasciati sul tavolo? per comunicare che si erano rotti gli occhiali? – un modo di parlare? uno stile?
Un fatto? – una sveglia, uno svegliarino – drin! – se non suona, se qualcuno non lo fa suonare non accade un bel niente – ci vuole quel suono – come alla porta – chi sarà? – questa sì che è una sorpresa, un’autentica distrazione! era ora! – questo è il viaggio, in un colpo solo! Una migrazione antichissima – camuffata turisticamente, o per affari – non fatemi ridere, svergognati! – evasi per miracolo! – culi bianchi – ma chi sventola ancora lenzuoli dalle finestre? – chi va incontro invece di aspettare impalato?
Dove vado? – nei soliti posti. Ho fatto passare tre bar e ho bevuto tre martini dry. Ho guardato. Ho guardato e basta. Tutti quelli che passano – mi stanno sostituendo? – magnifico! – mai avuto un sentimento così – sono vivi – ci sono ancora!
Fin che ci sono loro, io posso essere il vuoto di lato, mica male! Vita a bizzeffe – straordinaria – facilissima – addirittura gratis – tutti stanno vivendo, per mal che vada… sono tutti belli, bellissimi – e i vestiti? – dei figurini! – non merito tanto, non me lo merito! Mi congratulo – mi sto congratulando con i viventi! – roba da matti!
Sono orgoglioso di loro? – li vorrei incoraggiare? – ho preso degli appunti – al terzo martini – su questi sentimenti dell’orgoglio, della congratulazione – ancora oscuri, sorprendenti anche per me.
Adesso posso tornare. Il viaggio ha fatto la sua parte – non sbaglia mai – qualcosa tira sempre fuori! Lo devo pur dire: vado a rimettere il pentolino dell’acqua sul gas? ah ah! Ho tirato fuori gli occhiali aggiustati con il nastro isolante. Ogni tanto lo devo fare.
Quia peccavi – eh il vecchio confiteor – perfetto per i romanzieri: in cogitazione, in locutione – per l’appunto – quia – poiché – mal pensai, mal parlai – un errore dopo l’altro, in pollutione mentis – proprio così – intrisa di muco, sbocchi indecenti – ma non venitemi a dire! – per favore – la purezza? – non ditemi!
Lo confermo: ho superato la prova delle patate, due per l’esattezza. Non mi faccio più la minestrina con il dado. L’ho già detto? Faccio bollire due patate che mangerò con l’olio e il sale. O soltanto con il sale? Veramente a me piace farle bollire con la buccia, per vedere quando si apre, screpolata, a fine cottura, come rinunciando a ogni resistenza, lasciando vedere la polpa bianca, sfarinata. Siccome temevo di non reggere, siccome non volevo sfigurare, per l’impazienza, per l’estrema debolezza – allora le ho pelate, tutte e due – con molta calma, con il tempo che stava fuori, a guardare, spero senza inganni.
Così è passata la giornata dopo quella dei fuochi per Gustavo – e adesso è autunno. Il primo giorno di scuola che, a quei tempi, era il primo di ottobre, cadeva di martedì. Di Matteo bambino sono rimaste soltanto due foto, le uniche. Una era della prima comunione, con la giacchetta grigia, la camicia bianca e la cravatta grigio perla, in tono. Non so per quale inconveniente, un flash, una finestra aperta all’improvviso, fece sì che un colpo di luce cancellasse i contorni della parte sinistra del viso, già luminoso di suo, per cui, più che altro, quella era una foto cancellata. La seconda foto era stata scattata in quinta, in una gita scolastica al lago di Lugano. Matteo era seduto su un muretto, con un’onda di capelli sul lato destro, oltre la riga, mentre teneva gli occhi socchiusi, come chi vuole mettere a fuoco qualcosa, chissà dove, là davanti. Da una foto all’altra sembrava essere passato tantissimo tempo.
Matteo, nella ressa dell’entrata, attraverso una porta a due battenti, dei quali uno sempre chiuso, andò a sedersi nella fila di sinistra rispetto alla cattedra, nel banco quasi in fondo, il penultimo, con un posto vuoto, mentre il posto accanto era occupato da uno che le bambine chiamavano Arturo.
Matteo ascoltò le parole, brevissime, di benvenuto pronunciate dalla maestra. Poi seguì l’appello, con cognomi e nomi di ciascuno. Quando arrivò il nome di Monticelli Arturo, il suo compagno di banco si alzò e disse: presente. Molte ragazze si voltarono, come se avesse detto qualcosa di noto a tutti.
Dopo l’appello avvennero le brevi presentazioni degli scolari della prima classe, mentre quelli della seconda e terza – braccia conserte! aveva intimato la maestra – stavano a malapena composti, alcuni bisbigliando, altri facendosi segni con le labbra, altri facendo gesti all’ombra di quelli davanti. Durante la breve presentazione si distinsero subito quelli che abitavano in paese da quelli che venivano dalle frazioni – tra questi ultimi si distinguevano ulteriormente quelli che venivano dalle frazioni vicine, meno di un chilometro, da quelli che venivano dalle frazioni lontane, due chilometri e più. Chi veniva dalle frazioni lontane sembrava già destinato a una vita di second’ordine – come si fa a pretendere? – da chi doveva alzarsi quando era ancora buio, in posti senza la luce elettrica, poi incamminarsi con grossi scarponi, fare due, tre chilometri nel fango quando pioveva, quando nevicava arrivando a metà mattina – creando soltanto trambusto – non vedi che sei tutto bagnato? – ma guarda che scarpe?
Poi la maestra affibbiò qualche compito a quelli di seconda e terza che sapevano il da farsi e si dedicò ai nuovi arrivati: mettete il quaderno a quadretti aperto sul banco, preparate la penna, intingete il pennino nel calamaio – bene.
Matteo fece ogni preparativo, si sporse per vedere se c’era l’inchiostro nel calamaio – allungò il dito indice e: orrore! – lo ritirò nero d’inchiostro.
Chiuse immediatamente l’indice stringendo le dita come in un pugno e fu ancora peggio, perché si sporcò anche il palmo della mano. Nel frattempo la maestra aveva detto: adesso, andando adagio – attenti a non fare cadere gocce d’inchiostro – appoggiate il pennino sul foglio e fatelo scorrere verso il basso, lungo il primo quadretto e con questo avrete fatto un’asta, la prima – adesso ripetetela fino in fondo alla riga! Fatto?
Matteo, ormai irrimediabilmente in ritardo, cercò di intingere il pennino nel buio del calamaio, lo ritrasse ma, dovendo nascondere il dito indice, fece alcuni movimenti maldestri e la famosa goccia d’inchiostro cadde sulla pagina immacolata del quaderno. A quel punto Arturo alzò la mano e disse: signora maestra questo bambino ha macchiato il quaderno!
La maestra arrivò, celermente – Matteo vide la gonna a quadri che si fermava vicino al suo banco, vide le anche larghe che occupavano lo stretto corridoio, sentì la sua voce che gli arrivava sopra la testa, dall’alto, innalzata sui tacchi – che diceva: ah cominciamo bene! come ti chiami? Matteo? – vai al lavandino a lavarti le mani con il sapone – anche se l’inchiostro non viene via, così impari e arrivi a casa con il dito macchiato! – la macchia sul quaderno non cercare di toglierla con la gomma o buchi il foglio – non cercare di strappare il foglio – guai se mancano delle pagine!
Quando Matteo sentì che il proprio nome veniva pronunciato, pubblicamente, per la prima volta, davanti a trenta bambine e bambini, lui Matteo, sentì che quel nome l’aveva abbandonato per sempre, andando sulla bocca di tutti – ormai lontano – nelle mani di chiunque – che se lo passavano – come un pallone di pezza – un nome rovinato.
Dalle ore dieci a mezzogiorno, in quelle due ore, Matteo diventò sempre più sconosciuto – mentre il suo nome era noto a tutti.
Accadde qualcos’altro, in quelle due ore, una scoperta eccezionale: Matteo poteva nascondersi dietro il nome e non farsi trovare mai più – volontariamente. Questo sentimento non l’aveva ancora mai provato e Matteo, quando ormai non era più un bambino – da tempo ormai – confessò che ebbe come un colpo di gioia – stretta – precisò, una gioia stretta come una fessura, non larga a casaccio, non volteggiante, né a saltelli – ancora peggio! – in pratica una gioia rara, da malavita!
Sentì che se n’andava sulle ali dell’errore! – questo è quanto m’è sembrato di capire, magari esagerando. Mentre tornava a casa, Matteo cercò di cancellare la macchia sul dito sfregandolo con la terra.
Ah – l’inchiostro basta toccarlo! – disse suo nonno, come chi se n’intende – che uomo!
Lo fanno chissà con quali polverine! – disse suo padre – con i caganegher, per risparmiare. I caganegher, in dialetto, erano le bacche della lantana, raccolte come un ombrellino, dapprima verdi, poi rosso fuoco e infine nerissime.
Sua madre gli prese il ditino e lo guardò, come se fosse incuriosita. Matteo – bisognerebbe dirlo – era un bravo bambino, ubbidiente – ma non di quelli che acquistano fama presso i parenti e perfino tra le maestre, addirittura tra le madri dei compagni di scuola. Per esempio mai nessuno aveva detto: sembra un omino!
Chi può avermelo detto? – Matteo stesso, tanti anni dopo? – deve essere stato lui a dirmi: o un bambino viene visto subito, quindi c’è – o un bambino deve dimostrare di esserci – mai visto quelli che ti passano davanti apposta? – che inventano una domanda qualunque? – che dicono io l’ho vista, io l’ho vista! – cosa? – una lepre, una ghiandaia? – ma vai!
Quando un bambino fa così, allora devi avere compassione! – mi ricordo questa frase, come si fa a dimenticarla? Poi aggiunse: ciò nonostante, spesso rimangono dei minchioni.
Quella sera la madre di Matteo tirò fuori il boccettino dell’inchiostro, la penna con il pennino lungo e un vecchio quadernetto già mezzo riempito di conti: somme, sottrazioni, moltiplicazioni, ecc…scritte a matita. Sotto molte cifre c’era scritto: pagato!
Adesso Matteo avrebbe visto come sua mamma, che non aveva fatto nemmeno la terza, scriveva nomi e cognomi, quindi con l’uso di maiuscole e minuscole, ecc…
Innanzitutto era capace, premendo più o meno il pennino, di ottenere spessori diversi, per esempio le due curve a destra della B maiuscola, si allargavano al punto che l’inchiostro, ancora fresco,
sembrava una stradina! Le lettere, soprattutto le maiuscole, sembravano trattate da una modista che prova il vestito a una sposa, seguendo i fianchi stretti, allargandosi sulle anche…
Asole, riccioli, nastrini – ogni maiuscola sembrava una persona in piedi, con sciarpe svolazzanti, eleganti cinture, bottoni di madreperla. Uno spettacolo! Mai gli occhi grigi di sua madre gli erano sembrati così belli, come il ferro che brilla, come le stelle d’inverno!
A Matteo fu chiarissimo: sua mamma stava sognando!
Sotto la lampada a petrolio, in quegli anni lontani, le lunghe sere erano piene di sogni, di lettere maiuscole, eleganti, leggere, ben vestite, che facevano inchini, salutavano?
Come sua abitudine, ripassò la giornata, a memoria, dall’alba al tramonto.
Perché sua madre gli aveva lavato le orecchie entrando con il dito in tutte quelle curve che stavano così bene per i fatti loro?
Davanti alla scuola perché lo guardava come se non fosse sicura: era bello, era brutto, aveva dei difetti? – perché gli tirò il giubbino sul davanti che sembrava fare troppe pieghe – due strattoni!
Perché gli raddrizzò, per la terza volta, il colletto bianco con il fiocco azzurro, che non era mai in centro abbastanza?
Poi sua madre gli spianò i capelli che si drizzavano come una crestina a lato della riga. Matteo notò che la mano si fermava, un secondo o due, sui capelli, senza motivo, bene benissimo.
Infine sua madre controllò la cintura dei pantaloni, se era tirata giusta, né troppo né poco. E le stringhe? Meno male che erano ancora al loro posto – attento a non salire con una scarpa sulla stringa dell’altra!
Perché sua mamma non conosce quasi nessuno? Le altre cos’hanno da dirsi che continuano a parlare? Cos’era tutto quel parla parla, a gruppetti, con i bambini vicino, o per i fatti loro, anch’essi a gruppetti, come se già si conoscessero?
Arturo? Siccome molte bambine lo chiamavano per nome, Matteo, appena seduto, gli disse: tu ti chiami Arturo?
Arturo non disse: e tu come ti chiami? Matteo disse il proprio nome di sua spontanea volontà, come se si trattasse di una confessione.
È pur vero che la storia del nome diventò chiarissima, senza possibilità di girarci intorno, proprio quella mattina, con la scoperta della macchia sul dito – ma era nell’aria da sempre. L’unico a pronunciare bene il nome di Matteo era suo nonno.
Accadeva così: suo nonno non lo chiamava – pronunciava il suo nome, senza un motivo – Matteo – allungando la o – Matteooo – senza punto esclamativo.
Matteo quando sentiva il proprio nome, non andava di corsa, ma faceva finta di niente, si avvicinava dopo un po’. Erano raffinatezze!
Per ricambiare, come per fare altrettanto, Matteo, assai spesso, arrivava, si metteva vicino, guardava in alto, come se il nonno l’avesse chiamato. Altra raffinatezza!
Questi scambi silenziosi, raggiungevano vertici di intelligenza rarissima, mai più sperimentata, un’intelligenza veloce, allegra, con soltanto un’ombra di malinconia, come davanti a cose troppo grandi.
Voi saprete cos’è un calamaio in un banco delle scuole elementari? Se no, si tratta di un boccettino di vetro, infilato a raso in un buco sul bordo anteriore del banco – trattenuto da una specie di colletto di vetro spesso, non tagliente – un boccettino davanti ad ogni alunno.
All’ordine della maestra di intingere il pennino nell’inchiostro, Matteo, come già accennato, si sporse in avanti, per vedere fin dove arrivava l’inchiostro, se fino al bordo, un po’ più sotto… quindi per validi motivi.
Non riuscendo a vedere niente – nero il banco, nero l’inchiostro – Matteo allungò il dito indice, lo fece passare sulla coroncina di vetro del calamaio, poi lo piegò verso l’interno, prudentemente, molto adagio – l’inchiostro era già lì! riempito fino all’orlo – invisibile come una cosa nera nel nero della notte – e che ora, appena mosso, mandava un riflesso lucente, malvagio!
Il dito ormai era macchiato, unghia compresa!
Quel che accadde dopo l’abbiamo già detto. La frase di Arturo era indegna di un bambino! – Matteo lo guardò stupito, pur nella confusione del momento, incredulo. Quando Matteo incontrò Arturo, anni ed anni dopo, per caso, in qualche ufficio pubblico, allo sportello, e quell’altro gli disse, leggendo il nome: ah, ma allora! – ti ricordi? – Matteo gli disse di no, che non si ricordava, non si ricordava di lui – e che era impossibile, mai erano stati a scuola insieme, in prima elementare.
Ripassando, gesto per gesto, quella mattinata, Matteo notò, con sgomento, che i suoi gesti cambiavano di natura, trasformandosi – contro la sua volontà – da una cosa in un’altra, per esempio da semplice macchia sul dito in una colpa, e allora cominciava il finimondo: altro che la campanella di mezzogiorno! blin blin blin! – era l’urlo di una sirena uhuhuh! e tutti si guardavano in giro – perché tutti si voltano? – perché hanno continuato a voltarsi, ogni tanto, per tutta la mattina? – anche all’uscita, prendendo la strada di casa, voltandosi per guardare ancora?
La separazione di Matteo dal proprio nome, a quel punto, era obbligatoria.
Il nome era una facciata. Lui era dietro, dove cominciano luoghi senza fine, popolati da fatti magnifici e paurosi. Là c’era anche la malavita? – con un po’ di fortuna si poteva incontrare un bandito? – signore! io non dirò niente a nessuno, La nasconderò in un posto segreto! – Le porterò da mangiare! – mi consideri un amico!
Arturo, con il suo faccino liscio, poteva avere un luogo dietro il nome? – figuriamoci! Se ce l’aveva era per nascondere le bugie, non per altro! Le poche volte che Matteo parlò del primo giorno di scuola, anni dopo, disse che quel compagno di banco, Arturo, era stupido come un intero.
Cioè? – gli ho chiesto. Hai presente un intero? Capita l’antifona, ho lasciato perdere e gli ho detto che era tutto chiarissimo.
Il concetto di intero e di frazione, secondo tale teoria, sviluppata più avanti con l’età, considerava quest’ultima, la frazione cioè, come una specie di finestra miracolosa, prospiciente il vuoto – o che finestra era? – dalla quale sventolare fazzoletti, drappi come il giorno del corpus domini – ci siamo, siamo qui! – per cui – si può supporre – tutti gli esseri frazionari, incompleti, non interi, si festeggiavano tra di loro ed erano contenti che l’intero non arrivasse mai, interamente – in quanto, per chi non lo sapesse, era l’orco!
Diremo a suo tempo come Matteo abbia pensato molto, da bambino, con tecniche semplici, spesso oscure, servendosi di sassolini, di scatole da scarpe – facendo esperimenti strani, come voltarsi all’improvviso, per vedere se le cose c’erano ancora, indipendentemente.
Il massimo impegno Matteo lo metteva nell’arte di prendere sonno e in quella, strettamente collegata, di assentarsi là dov’era, in modo che ci fosse soltanto le cose, impresa difficile, possibile soltanto per qualche attimo, l’istante prima di addormentarsi, se tutto funzionava a dovere, non sempre.
Questi esperimenti richiedevano una particolare posizione: Matteo doveva coricarsi sul fianco destro, appoggiare sul cuscino il braccio ripiegato verso il petto e sull’avambraccio appoggiare la guancia, mentre con il braccio sinistro doveva afferrare il polso destro, ottenendo una specie di ciambella con la testa al centro.
Dopo di che cominciava a lasciare scorrere le figure del mondo, dapprima trovandosi in mezzo ad esse, poi, mano mano, arretrando, fino quasi ad uscire dalla scena. Su quel bordo sottilissimo, mentre le palpebre si chiudevano lentamente, per un istante, le cose c’erano ancora e lui non c’era quasi più. Era magnifico – era la sua beatitudine.
Un risultato notevole fu ottenuto quando Matteo imparò ad attendere, senza fare una mossa, senza agitare le acque – fermo! Questo modo di aspettare, senza chiamare ad alta voce – guai a gridare – Matteo lo portò a perfezione mediante l’arte della scommessa.
La scommessa non era il modo per vincere, ma per ottenere risposta, in ogni caso. Matteo aveva un quaderno segreto nel quale segnava, come un ragioniere, vincite e perdite. Difficile dire quando c’era una vincita o una perdita, in quanto Matteo non poneva la scommessa nel modo tradizionale: scommettiamo che… bensì nel suo modo esclusivo: scommettiamo se…
La scritta: vinto, perso – riguardava qualche aspettativa segreta di Matteo, per la quale non riteneva di dare spiegazioni.
Una scommessa memorabile, andata avanti per giorni, la prima di qualche importanza, fu quella della pagliuzza di Rosalba.
Dal penultimo banco, posizione che aveva mantenuto fino alla terza, Matteo vedeva, di spalle – di tre quarti per essere precisi – Ernestino Campolungo, seduto tre banchi avanti, nella fila di sinistra. Nella fila di destra, quella di Matteo, sempre tre banchi avanti, c’era Rosalba, che Matteo non poteva vedere, se non un gomito che sporgeva verso il corridoio o una mano che risaliva per raggiungere – cosa? i capelli? – talvolta appariva una scarpa quando Rosalba, stanca di stare con le gambe unite sotto il banco, le allungava verso l’esterno, mostrando, secondo le stagioni, stivaletti, scarponcini con stringhe e fiocchi, sandaletti, ecc…
Una mattina Matteo vide la mano di Rosalba che si allungava attraverso il corridoio e toglieva una pagliuzza dal maglione di Ernestino Campolungo.
Ernestino si guardò la manica del maglione e, così sembrò a Matteo, sorrise.
Per essere precisi si può osservare che, d’inverno – e quel giorno accidenti se lo era! – era tollerato che gli scolari mettessero qualche vestiario caldo sopra la divisa scolastica. Lungo quella stessa mattina la mano di Rosalba sfiorò, per altre due volte, la manica del maglione di Ernestino, per togliere un pelucco, per lisciare un filo di lana sporgente, magari preso da una spina, tirato fuori e penzoloni, appena appena.
È il caso di richiamare alcuni precedenti? – io li accenno, per completezza.
Ernestino Campolungo, in quella mattina fatidica dell’inchiostro, si era avvicinato ad Arturo, nell’intervallo, dopo quella sua uscita da spione, e gli fece segno di voler dirgli qualcosa nell’orecchio – quell’altro, non aspettando altro che sotterfugi, si avvicinò, porse l’orecchio come fosse un vassoietto di pasticcini, ed allora Ernestino pronunciò alcune parole, non tante, forse quattro, massimo cinque – e fece dietro front. Arturo, bianco in volto, con un tremito sulle labbra, vicino a piangere, corse dalla maestra, la tirò per un braccio e bisbigliò, anche lui, qualcosa all’orecchio. Anche la maestra sbiancò e disse soltanto: Ernestino con te faremo i conti!
I conti non furono mai fatti pubblicamente e tutti si domandarono, per un bel po’, cosa mai avesse detto Ernestino all’orecchio di Arturo.
Alcuni adulti, tra di loro, sussurravano che gli aghi non stanno in un sacco e che lo sanno perfino i bambini. Cosa sapevano i bambini sulla madre di Arturo, la farmacista?
Allorché Ernestino e Matteo diventarono come fratelli, ebbero la raffinatezza, e non era l’unica, di tacere quella parola, né l’uno domandandola, né l’altro tirandola in ballo come un esempio di efficacia micidiale.
Quindi Matteo, mentre guardava le manovre di Rosalba, non poteva permettersi di essere invidioso, avendo l’obbligo di esserne felice.
Avendo deciso che non era per invidia ma per amicizia – per provare la stessa cosa o qualcosa di simile – Matteo avviò in modo ufficiale la scommessa, segnando la data sul quadernetto segreto ed enunciando i termini: scommetto se Rosalba toglierà o no almeno una pagliuzza dal mio maglione o giacca o blusotto. La presente scommessa è valida per giorni sette.
Da quel giorno Matteo cercava ogni possibile occasione di avvicinarsi a Rosalba, perfino con il pretesto di parlare con Ernestino, dopo aver provveduto a spargere, senza esagerare, pagliuzze sulle maniche, sul colletto, sui risvolti, piccolissime pule di grano, un filo da cucire, una foglia secca…
Una volta ci pensò Ernestino a togliergli un lungo filo d’erba dal colletto della giacca, chiedendogli: dove sei andato che sembri venire da un fienile!
Rosalba era molto educata e sorridente e una volta appoggiò la sua piccola mano sull’avambraccio di Matteo, ma non tolse nessuna pagliuzza. Quel gesto, per quanto tenero, non poteva essere considerato valevole e, alla scadenza del settimo giorno, Matteo scrisse: scommessa persa! Persa perché? – mistero, direte voi?
Poi arrivò la primavera e cominciarono giochi scalmanati, sudati, sporchi di terra, da lasciarci le scarpe, le ginocchia sanguinanti.
Il gioco della lepre era molto elementare, ma capace di scatenare istinti animali, come conoscono i bambini di campagna, che vedono la morte della gallina, dell’oca che non vuole morire, per non dire del maiale, di quelle grida nell’alba fredda di gennaio, quando le bambine si tappano le orecchie e i bambini vincono la paura per guardare da lontano.
Soltanto chi ha queste esperienze diventa un buon giocatore.
È un gioco a squadre: una squadra fa la lepre, l’altra gli inseguitori – praticamente è una corsa, con la seguente particolarità: per arrivare al traguardo e mettersi in salvo, la squadra della lepre può seguire, dalla partenza all’arrivo, il percorso che vuole, senza condizioni.
I bambini che nascono con l’istinto giuridico – ce ne sono – si domandano: cosa significa il percorso senza condizioni? – se io vado per un bosco, e continuo a correre, fin che non viene sera, lontano dal traguardo, anzi dalla parte opposta, in assenza di regole mitigatrici, che cavolo di gioco è?
Effettivamente le leggi, noiosissime, talvolta rispondono a domande di grande fantasia, infantili!
Noi diciamo, per farla corta: allo stato dell’arte, tra partenza ed arrivo – almeno un chilometro, meglio due – non ci sono condizioni. Gli inseguitori, quando raggiungono una lepre, la toccano su una spalla o dove viene viene – e quella è morta.
Arriverà qualche lepre al traguardo? Dimenticavo: le lepri sono un terzo degli inseguitori, come nelle battute di caccia, grossomodo, tre su nove, sei su diciotto.
In cosa consiste l’arte della lepre?
Qui viene il bello. La lepre deve portare gli inseguitori alla massima sofferenza, alla disperazione perfino, al punto che alcuni si ritirano, altri dicono chiaro e tondo: mai più, alla lepre io non ci gioco mai più.
Perché? Perché la lepre passa nei punti più disgraziati che uno possa immaginare, sotto i filari delle
viti, per esempio, impresa che uno affronta per sfuggire alla morte, inseguito dalla giustizia, ma vorrei vedere per gioco!
Dunque le lepri, consapevoli, provenienti in genere da famiglie povere, avvezze ai disagi, affrontano i percorsi più tremendi, al fine di distanziare gli inseguitori, costringendoli a fare lunghi giri pur di evitare il tormento di chinarsi sotto i fil di ferro dei vigneti, o di attraversare aree incolte, dove abbondano i rovi, le rose canine, i prugnoli e specie del genere, tutte spinose.
Il gioco cominciò. Rosalba era tra gli inseguitori, Ernestino tra le lepri. Non voglio nemmeno pensare che Ernestino volesse farsi prendere a bella posta – soltanto per sentire la mano di Rosalba?
Impossibile, gioco è gioco.
Matteo, per natura era lepre. Avevano affrontato percorsi incredibili. Gli inseguitori erano distanziati, sul punto di cedere, qualcuno sembrava barcollare. E chi arriva più a toccare una lepre? Che teneva testa era Rosalba. Com’era elegante! Galoppava, come si vede fare alle gazzelle, alle piccole antilopi, con le gambe lunghe, magre.
Con una mossa eroica Ernestino attraversò un canneto, terribile, pieno di foglie come lame, impenetrabile. Quando uscì, malconcio come Gesù Cristo flagellato, il traguardo era lì, vicinissimo. Ernestino si mise in salvo e guardò la situazione, come un generale guarda il campo di battaglia, con le mani sui fianchi.
Gli inseguitori facevano pietà, ancora lontani, con andature sgangherate, con il fiatone – si vedeva benissimo.
Poi accadde una cosa mai vista: il traguardo era in fondo a un campo d’erba medica, vietatissimo, o erano guai: il contadino sarebbe andato alla scuola, avrebbe rimproverato la maestra – che bambini tirate su eh? sono questi i bambini? – per amor del cielo! la maestra avrebbe preso provvedimenti mica da ridere, avrebbe avvisato le mamme, per cui i bambini sarebbero stati martoriati per giorni e giorni, da chiunque in pratica – avete pestato l’erba medica? ma vi rendete conto?
Ernestino, dalla propria posizione, prevede la tattica seguente: Rosalba dovrebbe tagliare la strada a Matteo, prima del campo di erba medica e Matteo dovrebbe approfittare di due filari che sono ancora lì, provvidenziali – e prova a prenderlo là sotto!
Invece i due – Matteo e Rosalba – si guardano da lontano, come se fossero d’accordo e cominciano a correre in parallelo, affiancati, entrambi verso il traguardo, in una volata spettacolare – proprio quella vietatissima, lasciando due strisce nel campo di erba medica. Porca vacca! esclamò Ernestino.
Ormai erano alla pari e Matteo rimase come incantato – a dieci metri dal traguardo vide Rosalba che sfrecciava senza un filo di sudore, tanto che lo spettacolo, magnifico, ben meritava una sconfitta., al punto che Matteo rallentò, per guardare.
Quel giorno cominciò l’amicizia incredibile tra Matteo ed Ernestino.
E Rosalba? Per Matteo il problema era risolto, magnificamente!
Quella volata fu indimenticabile – oh quella meravigliosa distanza, in parallelo, uniti più che se si fossero tenuti per mano! Matteo cercò, anche in questo caso, di farne una teoria, al suo solito modo, disponendo sassolini, spostandoli, innumerevoli volte, addirittura uno sopra l’altro, quando il dolore vinceva – quando, per togliere il dolore, bisognava fare confusione.
Quelli erano i tempi al confine con il mondo antico, con l’era dei buoi, dei cappelli Borsalino alla domenica, delle andature perse per sempre, meravigliosamente storte, che per ragioni di equilibrio diventavano danzanti, per ragioni di contrappeso, strana eleganza.
Chi sapeva leggere lo faceva seguendo la riga con il dito indice, sillabando una parola, fin che il suono finiva completamente, come succhiare una caramella fino in fondo, di modo che una parola durava per un tempo effettivo, un bel po’, rilasciando tante cose, fantastiche.
Era l’epoca che per i bambini c’erano le figurine. Matteo raccoglieva le figurine degli animali, Ernestino degli uomini famosi. Quell’estate passò, per la prima volta, il venerdì verso sera, un’automobile Fiat, chiamata Giardinetta, adattata a bottega ambulante. Uno spettacolo! – con zucchero sale pasta riso scatolette – soprattutto con le figurine incollate su cioccolatini di forma quadrata – piccoli come può essere una figurina – 5 cm x 5cm. Il venditore ambulante consegnava un album e i bambini lo riempivano, man mano che compravano il cioccolato. Quando l’album era completato c’erano cinque cioccolatini in omaggio.
Cosa c’è di strano?
Primo: il fabbricante di cioccolato – sarà stato Ferrero di Alba? – vendeva direttamente ai bambini! A tale scopo doveva avere immaginato quanto soldi poteva avere in tasca un bambino: cinque, dieci, cinquanta lire?
Secondo: quel fabbricante parlava in italiano con le autorità, in inglese faceva parlare dalle segretarie, dicendo soltanto well! well! – in dialetto parlava per prendere le decisioni.
I bagaj i vo i robb pusè che i grand.
Quanti danè a ga in gaiofa un bagai d’un cuntadin?
E ti fai custà ancù meno – dice al ragioniere che si lamenta del prezzo ancora un po’ alto, Lei sa, per un bambino.
Tira via cincu gramm ed ciculata ca l’è l’istess! Meteg di nisurìn masnà.
Potremmo togliere le figurine, dice il ragioniere in italiano.
Il padron, allora, lo guarda come si guarda uno da compatire – ma ti et mai stà un bagaj?!
Erano tempi così, che avanzavano, con i bambini che sentivano qualcosa, da lontano, che guardavano i loro genitori diventati incerti, anche loro in ascolto, come di una mandria in arrivo, misteriosa, con rumori nuovi, di macchine, trattori, un buon odore di nafta, di benzina.
Con l’inizio del nuovo anno scolastico, tra quelli che andavano all’avviamento, oltre che tra i ripetenti di quinta, correvano voci di chi aveva visto, di chi aveva visto da lontano, di chi era stato proprio sotto la finestra – di chi si era arrampicato aggrappandosi al davanzale, se ti dico di sì! ecc…
Matteo ed Ernestino, pur con una tremenda volontà di non essere più bambini, non ci capirono quasi niente, essendo impegnati ad ammirare uomini con il fazzoletto annodato al collo, trebbiatori che scatenavano l’ira di dio, trattoristi con aratri lucenti tra nuvole di polvere.
Ciò che i ragazzi oltre gli undici anni avevano visto e che non esitavano a raccontare alle compagne di scuola era una scena complicata, con figure in movimento, ravvicinate, una spalla, una camicetta, i capelli lunghi che scendevano da un lato, un piede con ancora su la scarpa con i tacchi, un’altra scarpa per terra, rovesciata, poi, velocemente, un viso, accaldato, come dopo una corsa, che sembrava quello della maestra! – un uomo, di spalle, vestito di nero, che si toglieva il collarino bianco – poi bisognava scappare, stava arrivando qualcuno.
William Turner, Pioggia, vapore e velocitàVincent Van Gogh, Pastore di greggiMimmo Paladino, Sonno, sognoAlbrecht Dürer, LepreTrebbiatura
*Primo capitolo del romanzo inedito di Angelo Lumelli La vecchiaia del bambino Matteo.
lo scorso gennaio, mentre pensavo a una soluzione per Cuore di tenebra (non ho mai smesso di sognare di dirigerlo), sono passato per Pasadena. C’era un sole gelido e io ricordavo Il fiume di Renoir. Con quelle tinte dorate nella mente, mi trovai a perdere la strada. Dov’ero? Dove stavo salendo? Chiesi a uno in camice bianco. Mi disse che mi trovavo al St. Mary Hospital.
Stavo per andarmene, ma imboccai casualmente un corridoio con i soffitti e i pavimenti lucidi come specchi, asettico, inondato da una fredda luce al neon. Il silenzio era innaturale. Potevano essere quasi le sette. Né un medico né un infermiere. Vedevo facce dementi sollevarsi dai cuscini e corpi rigidi camminare nella corsia. Ricordai Shock Corridor, di Fuller, ma ti giuro: non era un film quello che vivevo. Era un incubo reale.
Al letto diciotto mi colpì una donna. Assomigliava vagamente a qualcuno che conoscevo. Capelli grigi e corti, sguardo ebete. Uno scheletro. Mi faceva ribrezzo. Sedeva sul letto con il cuscino appena sollevato. Muoveva le mani ossute in modo particolare, con le dita della sinistra carezzava il braccio destro. Perché, quel gesto? Sembrava un rituale. Mi chinai in fondo al letto e sopra la linea della febbre vidi un nome: Rita Cansino. Rita Hayworth. Lei, la mia mitica ex-moglie. Lei, quella cosa pietosa.
Sulla sedia c’era un’anamnesi, dimenticata dai medici. La lessi d’un fiato:
11 maggio 1977. St.Mary Hospital, Pasadena. Letto diciotto, signora Rita Cansino. All’indagine radiografica si riscontra ingrossamento ventricolare e lieve atrofia del lobo temporale. Pseudodemenza diffusa, caratteristica del morbo di Alzheimer in fase avanzata…
Non capii nulla di quanto leggevo. Lasciai cadere la cartella clinica e fuggi dall’ospedale, senza un filo di pena per la malattia di Rita. Eccitato, mi trovavo a pensare un’idea, una vera idea, dopo anni di confusione e di progetti.
Dire tutto, sul mito di Rita. Le dive si corrompono, si coprono di rughe, indementiscono. Lo star-system disfa gli esseri umani e li riduce a fantocci: ecco l’idea. I fotogrammi dei volti di Rita, da Gilda a Trinidad, da La signora di Shangai a Pioggia, da Fascino a Cordura, alternati ai poveri brandelli del suo volto nel tempo irreale della sua vita reale, scandito da stupidi matrimoni e inutili gravidanze, da piscine miliardarie e squallidi viaggi in Spagna – ecco un film alla Welles.
Io stesso, quando eravamo sposati, mi divertivo a scherzare, avevo girato dei piccoli cortometraggi in cui invecchiavo Rita, e Rita rideva; le accentuavo le rughe degli occhi con un gioco di ombre, il mento lo ritoccavo con la magia di un chiaroscuro. Nella Signora di Shangai le avevo tagliato i capelli rossi che facevano impazzire l’America, li avevo tinti di biondo e l’avevo fatta morire in mezzo a degli specchi frantumati, povera dark lady. Avevo ucciso il fantasma di Gilda, vendicandomi su di lei perché non era stata pari al suo mito. Un assassino sarebbe stato meno crudele.
Da La signora di Shangai
Mentre giravo il film sullo yacht di Errol Flynn, mi venne da confrontare il sorriso di Errol in Robin Hood a quella faccia gonfia di alcool che vedevo vagare nella cabina dello Zaca. Fu la prima volta che pensai alla bellezza dei volti nella magia dello schermo e alla loro corruzione reale nell’inferno del tempo. Un film sulla corruzione: ecco quello che voglio. Rita Hayworth, come è stata in tutte le sue immagini, dalla bimba di Tijuana al fantasma di Pasadena. Sfortune, fallimenti, trionfi, malattie. Un film di cassetta, buono per i cinéphiles e i voyeurs.
Inoltre, non costerebbe quasi nulla. Per i materiali, userei i film del suo mito, quelli in bianco e nero. È il montaggio, Peter, la vera avventura. Comprendi quello che voglio? Il contrasto impietoso: quella vita come marcisce nell’ospedale di Pasadena mentre il viso intatto di Gildaè ancora in tutte le sale d’essai con i capelli folti e rossi che ricadono sugli occhi verdi e la mano che sfila il guanto nero dal braccio bianchissimo a ritmo di samba.
Un film perfido, tagliato con il bisturi del montaggio. Il montaggio è l’unica arma con cui il regista possa non cedere agli scempi del tempo reale; io, per esempio, concluderei il mio film non con il volto di Rita Cansino, divorata dal morbo di Alzheimer, ma con i capelli rossi e abbaglianti di Gilda. Chi me lo vieta? Sarà un film-condanna allo star-system, alla Sodoma hollywoodiana. Metterò il dito nella piaga, frugherò gli archivi di Rita, dalla giovinezza al Carthay Circle Theater, ai balletti spagnoli col padre Eduardo a Agua Caliente. Dal fulgore di Dona Sol in Sangue e Arena ai cinegiornali con Alì, Jazmine e Rebecca, dalla prostituta Sadie Thompson in Pioggia, alla sua faccia sfatta, scialba, volgare, scrostata come un quadro che fu una volta bellissimo.
Tratterò Rita non come un essere umano ma come un paesaggio. Quando mi capitava di girare dei film in certi luoghi splendidi, io li vivevo in modo così violento che, quando per caso li rivedevo, erano per me completamente morti – delle tombe – e non potevo più né guardarli né abitarli. Lo stesso mi accadeva per gli attori: quando, per non so quale miracolo, interpretavano parti indimenticabili – penso a Bogart in Casablanca, a Peter Lorre in M – e, anni dopo, li vedevo recitare in film di quart’ordine o li spiavo nelle loro case, intervistati da qualche giornalista anonimo, mi sembravano solo degli idioti a cui fosse stato tolto il fluido vitale – degli zombie. Era una semplice formalità che sopravvivessero. Come è un caso che io abbia visto Rita viva in un ospedale di Pasadena.
Ecco, farò un film del vero e del falso – dei loro splendidi volti catturati nell’attimo prodigioso della finzione. Non ti è mai venuta voglia di vomitare vedendo invecchiare un fascio di energia pura come James Cagney? Non hai mai imprecato contro il tempo osservando gli occhi di Claudette Colbert diventare opachi, perdere, con lo scorrere del tempo, quella luce di incantevole ironia?
I miti smascherati. Non solo Rita, ma Keaton, Gilbert, Stroheim, Welles.
Ma non corriamo troppo: come sempre, mi ubriaco di idee. Questo sarà un film su Rita, (non contro Rita, mi pento ancora della mia giovanile ferocia), come Quarto Potere lo fu su Charles Foster Kane. (Anche se Rita, muta e alienata, non avrà mai la forza di dire Rosebud, come Kane).
Da Quarto potere
Un film del vero e del falso. Il vero è il film immortale, il falso è la vecchiaia reale. Che stupido quando, nella Signora di Shangai, volli fare a pezzi il suo mito! Fu facile e deludente. Ma la vita è più ingegnosa delle finzioni dei registi e l’ha massacrata meglio.
Da La signora di Shangai
Il vero e il falso: ho già girato un film su questo. Ma F for Fake è stato un fiasco e dovrei stare zitto, soprattutto con te che lo hai finanziato, e non insistere più con questa voglia di sperimentare idee. Ma F non è stato un gran che, ho voluto solo fare l’istrione, il re dei falsi, e inventarmi un capriccio in libertà. Mi dirai: piantala di dire stronzate e finisci The other Side of the Wind. Ma come posso? Troppo sublime, troppo felliniano. E io sono un cialtrone, un Falstaff insolente.
Cosa vuoi farci? Era destino che, alla fine, ci fossi tu ad ascoltarmi. Ma oggi, se ti chiedo ventimila dollari, oggi ho un’ottima ragione. Anche i produttori che si spaventano alla sola parola Welles – l’orco mangiadenaro – non avranno niente da ridire.
Cosa ne dici, Peter? Ventimila dollari: giusto per pagare l’affitto dei materiali e la distribuzione del film. Il mio ultimo film, speculare al primo.
Titolo provvisorio: OMBRE.
Da La signora di Shangai
Non ce n’è un altro migliore: la magia del cinema, i miti come fantasmi, il bianco e nero, i contrasti, gli incubi. Tu lo sai, Peter: le OMBRE… Il colore uccide, per eccesso di realtà, ma il bianco e nero… Dio, che forza!
Sarà un successo strepitoso: chi ama Rita si commuoverà, chi la odia proverà un sadico brivido di piacere. Tutto calza a pennello. La forza del mito e la violenza con cui viene straziato. E io, ancora regista, ancora vivo, redimo il tempo, lo domo, lo torco, trasformo la faccia morta di Rita in quell’eccezionale maschera vivente che i suoi film non ci permetteranno mai di perdere.
Tutto sarà rigorosamente vero: Gilda e il documento di cronaca, Trinidad e le foto del matrimonio con Alì Khan, Pioggia e la sua faccia impietrita dall’Alzheimer, ma, sotto la lente impietosa del cronista di un’apocalisse, il declino della donna reale coinciderà con il mito reale della diva. Il magnetismo del sogno si confonderà all’orrore del risveglio.
Qual’è il sogno e quale la realtà? Cosa dobbiamo ricordare e cosa dimenticare? Chi è l’attore e chi l’uomo? Chi è falso e chi vero? E questa vita non è forse, come diceva Shakespeare, la favola di un idiota, che non significa nulla? La corruzione fisica un destino a cui il cinema si ribella e combatte, perché non vuole e non può soccombere, perché cerca una giovinezza e un’immortalità senza sconfitte? Quella giovinezza e quell’immortalità è racchiusa tutta lì, nel ballo sensuale di Gilda, nello spogliarello del guanto, nello schiaffo di Glenn Ford – più che in tutte le tristi scopate con me.
Io voglio dirigere un doppio film – la storia mortale e la storia immortale di Rita. Voglio essere ignorante e innocente, come ai tempi di Quarto Potere. Non c’è più Gregg Toland a fotografarlo ma cercherò di fare miracoli lo stesso: sarà un film sgradevole ma esatto, sulla volgarità della fama e sugli inganni del tempo.
In Ombre userò, in modo rigoroso, i primi piani: sarà necessario. Non come in quel nauseante melodramma che girarono, in suo disonore, per la TV, nel 1982, dove inquadravano Rita come una persona qualunque.
Sarà un film etico, come tutti i miei film; sarà una danza macabra, e solo uno stregone come me, tanto ruffiano da non avere nessuna ideologia, potrà mostrarlo, questo strazio che divide il volto «reale», stupido, gonfio e corruttibile, dal volto «vero», che sorride o bacia o muore, nella luce incantata dell’inquadratura.
Il cinema è l’immortalità del volto, è la meraviglia del corpo: e dura l’attimo in cui dura, approfitta dell’attore, lo mastica e poi lo sputa, e quello diventa una scoria, che continua a sopravvivere in modo casuale. Come me, come Rita. IO DEVO DIRE QUESTO. Tacerlo non avrebbe significato; e mi sembra realistico che a parlare dell’immortalità sia un vecchio, un regista sicuro che il suo volto deformato dal trucco – ricordi, povero Kane? povero Quinlan? – sia più vero della faccia rugosa che si ritrova davanti allo specchio alla fine della sua vita.
Sono crudele, Peter? Dovrei lasciare Rita al suo destino di zombie? Forse. Ma tutta la vita è casuale e terribile. E io voglio dirlo a chi, come me, è immerso nei destini degli attori perduti e dei registi falliti.
Un certo Robert Colaciello scrive, di uno dei suoi ultimi film: «Cosa si può dire di un film in cui si vede Rita Hayworth che pompa benzina e frigge due uova? Rita Hayworth a un festino di drogati che fa le fusa a Ed Begley?». E io devo permettere a un qualsiasi Colaciello l’ultima parola sul destino di un mito?
Ti prego, Peter, trova i produttori. Sarà un film eccezionale, il mio. Aiutami tu. Voglio partire domani. Voglio dirigere ancora. Ombre sarà il mio Cuore di tenebra.
Non ti preoccupare: di salute sto bene. Il cuore non fa più i capricci. Ventimila dollari: non ti chiedo altro. E sarà l’ultimo film di Welles.
E anche se non otterrai nulla, pazienza! Io lo girerò lo stesso, come posso, anche con una cinepresa a 16 millimetri! (Ne avevo comprata una, dieci anni fa, per dirigere Il Piccolo Principe, ma non l’ho mai usata e non ho mai fatto il film. Non riuscivo a trovare la faccia del bambino che l’aviatore incontra in mezzo al deserto. Non potevo trovarla. Era la mia faccia di quando ero bambino e non sapevo nulla del cinema …)
tuo O.
All’inizio del 1978 Rita Hayworth è colpita dei primi segni del morbo di Alzheimer; in quegli stessi anni Orson Welles è impegnato in diversi progetti di film, destinati a non essere ultimati e talvolta neppure iniziati, fra cui The deep, The other side of the wind, King Lear (dalla tragedia di Shakespeare) e Hearth of darkness («Cuore di tenebra»), dal romanzo di Conrad. In un’intervista degli anni ’60 Welles confessa: «Odio in generale le donne, perché non riesco a conoscerle veramente. Sono imperscrutabili. Le donne mi confondono e mi spaventano. Non sanno nutrire amori profondi, non hanno senso dell’umorismo, non sanno sognare».
*Il testo è tratto da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Furto d’anima, Milano, Greco & Greco, 2018.
Tra gli insoliti hobby di Tolkien vale la pena ricordare ciò che descrisse nel suo saggio Il vizio segreto, pubblicato nella raccolta Il medioevo e il fantastico, ovvero l’invenzione di nuovi linguaggi. Tutto ebbe inizio quando il giovane Tolkien ascoltò per caso un gruppo di ragazzi parlare in “animalico” (o “animalese”), un linguaggio-gioco che si serviva esclusivamente di nomi di animali e numeri per comunicare qualsiasi tipo di informazione. Ad esempio “cane usignolo picchio quaranta” poteva voler dire “tu sei un somaro”. Successivamente l’animalico venne dimenticato e sostituito da un nuovo idioma: il “Nevbosh”, che storpiava in maniera irriconoscibile le parole inglesi sostituendole in alcuni casi con altre latine o francesi. Da allora l’interesse di Tolkien per le lingue non fece che aumentare. Nel suo saggio Inglese e gallese Tolkien ricorda il giorno in cui per la prima volta vide su una lapide le parole “Adeiladwyd 1887” (“Costruito nel 1887”) e se ne innamorò. Il gallese divenne una fonte inesauribile di bei suoni e perfette costruzioni grammaticali, un linguaggio melodioso a cui poter attingere per le sue future invenzioni linguistiche. Infatti, dopo il gallese venne il finnico (suomi), e prima di esso il greco e l’italiano, e l’immaginazione prese il sopravvento. Bisogna ricordare che lo stesso Tolkien, scrisse in una delle sue lettere che «nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro (Il Signore degli Anelli) è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero». Le storie della Terra di Mezzoerano quindi servite unicamente a dare una collocazione (seppure fittizia) alle parole dei suoi linguaggi. Non era stato dunque il contrario.
Tra le decine di idiomi inventati da Tolkien possiamo citare:
Le lingue delle varie razze rappresentano un’altra complessità, poiché ognuna di esse, per quanto misteriosa, viene corredata di storia, sviluppo, simbologia, grammatica, pronuncia e dialetti locali; in particolare va detto che la lingua di Nani, il Khuzdul, contiene parecchi segreti: la variante parlata a Moria prevedeva sette rune segrete, e comunque segrete e non facilmente visibili erano le rune scritte sulle mappe che indicavano porte segrete. Spesso esse diventavano visibili solo sotto un raggio di luna, la quale doveva essere nella stessa fase in cui era quando le rune furono scritte. Inoltre la rivelazione più grande è che le rune naniche, così come ci vengono presentate in tabella da Tolkien, hanno delle corrispondenze numerico-matematiche, spiegate nell’opera di Didier Willis “l’uso esoterico di Tengwar e Rune”, tradotta da Francesco de Virgilio come segue:
«La Mappa di Thror e Bilbo ne Lo Hobbit è stata eseguita da J.R.R. Tolkien con grande completezza. Possiamo soffermarci sull’accuratezza dell’opera, ed ammirare la vegetazione schematizzata, i toponimi attentamente eseguiti e la calligrafia: in se stessa già è un’illustrazione magnifica. Ma chiaramente non possiamo mancare di notare le due iscrizioni runiche rappresentate sulla mappa, una sulla sinistra, segnata da un dito teso che la indica, e l’altra al centro, in lettere “trasparenti”. Questo elemento fu, per una non parte trascurabile, all’origine del successo dello Hobbit in particolare nei confronti dei giovani lettori.
J.R.R. Tolkien ci consegna molto rapidamente la chiave del primo enigma. Il mago Gandalf, quando restituisce la scheda a Bilbo ed ai tredici nani che lo accompagnano, rivela l’esistenza di un passaggio segreto per entrare nel regno sotto la montagna dove c’è il drago Smaug:
“’La porta è altra un metro e mezzo [“cinque piedi”] e ci si può passare in tre per volta’, dicono le rune”
Per la seconda iscrizione non ci sono proprio più alcune difficoltà: un po’ più tardi gli eroi arrivano alla casa di re Elrond che rivela loro l’esistenza di un testo in «lettere lunari» sulla mappa, visibile solamente alla luce della Luna, ed in condizioni il molto particolari. Nondimeno, alcuni punti delicati permangono: alcuni suoni dell’inglese sono rappresentati da un solo segno mentre la trascrizione Latina ne richiede molti.
Comunque, il sistema di scrittura illustrato qui non è un’invenzione di J.R.R. Tolkien. Effettivamente, i simboli rappresentati sulla Mappa di Thror sono solamente altre rune di un vero alfabeto, il futhark illustrato qui in una versione anglosassone e tarda (variante del futhorc a 31 segni, principalmente usato tra il 700 ed il 1200 d.C.). Da allora in poi, Tolkien fu inspirato da questo futhark per creare il proprio sistema di scrittura, adattato alle sue lingue elfiche (e di conseguenza alla lingua dei Nani, il Khuzdul). Ci ritorneremo brevemente quando parleremo delle rune ne Il Signore degli Anelli. Si impongono a questo punto due osservazioni:
a) Usando il Futhorc nella narrazione, Tolkien sembra avere volontà di costruire una «grande mitologia anglosassone». Questa volontà si incontrerà in tutte le sue opere, dove disegna la sua inspirazione sullo sfondo leggendario germanico.
(b) Tolkien stesso non sembra essere soddisfatto di prendere come è il sistema anglosassone, ma l’aggiusta, lo completa secondo le proprie necessità: nella sua concezione, si segue la tradizione storica, le rune non hanno mai formato mai un corpo consolidato e definitivo, ma sono state al contrario adattate dalle genti che le ha usate continuamente. I punti che abbiamo richiamato sopra dovrebbero giustificare, laddove fosse richiesto, la rilevanza di un utilizzo numerico delle rune de Il Signore degli Anelli.
Analizzeremo perciò l’uso di tengwar e di cirth (rune) inventate da J.R.R. Tolkien, cercando di mostrare in che maniera ciò possa consegnarsi ad un’interpretazione del loro senso ignoto, come risultato della corrispondenza di questi segnali coi valori numerici (derivanti dal loro ordine in una tavola).
Iscrizioni che specialmente ci interessano sono le Porte di Durin e la Tomba di Balin nelle Miniere di Khazad-dûm, entrambi presenti nel primo volume del SdA, II libro, IV capitolo (“Un viaggio nell’oscurità”).
La Tomba di Balin
Le rune o “cirth” furono inventate, secondo Tolkien, dall’elfo Daeron per scrivere nella sua lingua natale, il Sindarin. Esse conobbero una sofisticazione ulteriore quando i Nani le adottarono per trascrivere la loro lingua, il Khuzdul [per questo, ci rifacciamo al capitolo 8; N.d.T.]. Anche se il loro aspetto richiama quello delle vere rune nordiche, le rune tolkieniane sono organizzate in maniera molto più rigorosa. Per esempio per identificare vocali occlusive, è sufficiente aggiungere un segno sotto la runa (da p 11, a b 22); per identificare vocali fricative, è sufficiente invertire la direzione della runa (f 33, v 44).
Una bella iscrizione in Khuzdul ed in inglese appare sulla tomba di Balin.
Una volta translitterato, si legge così:
Balin Fundinul Uzbad Khazad-dûmu
Balin son of Fundin Lord of Moria (in italiano Balin figlio di Fundin Signore di Moria)
I Nani hanno usato 27 rune distribuite su tre linee. Noi proponiamo di suddividere perciò (tutto sommato arbitrariamente) l’iscrizione di 3 linee su 9 colonne, e calcolare il totale per ogni linea [considerando che nella Tabella dell’Angerthas fornita da Tolkien nel SdA, App.E, ogni certh è identificata da un numero – vedi cap. 8; inoltre, ovviamente, la scelta delle 9 colonne deriva dalla semplice operazione 27 cirth : 3 righe = 9 cirth per riga, ossia 9 colonne; N.d.T.].
Il primo numero, 259, è più enigmatico; probabilmente sta quasi a rappresentare una chiave per calcolare la data dell’evento citato. Nell’anno 1981, i Nani abbandonarono Moria, dopo la morte del loro re Náin per poi ritornare là solamente nel 2989, data in cui Balin intraprese la riconquista delle miniere. Ciò porta ad una prima osservazione:
1981 + 3 × 259 + 231 = 2989
Il fattore 3 che qui appare in questa espressione è forse la causa della presenza di tre linee scritte in Khuzdul.
Ma la data della spedizione di Balin può essere calcolata anche in un’altra maniera: il valore del totale delle linee in Khuzdul è di 712, e la linea in inglese arriva a 759. Abbiamo di nuovo un risultato sorprendente:
2989 = 3 × 759 + 712
Il fattore 3 è di nuovo, molto probabilmente, a causa del fatto che tre linee in Khuzdul si oppongono ad una sola in inglese.
Il numero 259 attesta forse finalmente, l’aderenza di Balin al lignaggio di Erebor, perché 259 × 10 = 2590, data del ritorno dei Nani alla Montagna Solitaria. Fino a che poi Erebor assunse fama di una casa di una certa importanza, la maggior parte dei Nani risedettero di nuovo nelle Montagne Grigie o nei Monti Azzurri. È solamente a partire dal 2590, a seguito della scoperta dell’Archenpietra che Erebor divenne per eccellenza la casa della gente di Durin in esilio. Il processo è relativamente semplice, ed i risultati ottenuti sono piuttosto scioccanti: il numero 231 corrisponde indubbiamente alla lunghezza della vita di Balin, nato nel 2763 e morto nel 2994.
Suo fratello Dwalin nacque nel 2772, precisamente 222 anni prima della morte di Balin, il quale designò perciò da questo numero il suo erede, colui al quale sarebbe spettato di diritto il titolo di Signore di Moria, uzbad Khazad-dûmu.
La tomba porterebbe perciò, per colui che fosse a conoscenza di queste notizie, a leggere:
Balin figlio di Fundin
Signore di Moria nel 2989
Nano di Erebor
Il suo erede legittimo è (in questo giorno) vecchio di 222 anni [quindi “ha oggi 222 anni”; N.d.T.]
Balin visse 231 anni
Mettiamo in relazione le iscrizioni definitive del Signore degli Anelli con quelle di più vecchia data di composizione, pubblicate da Christopher Tolkien in The Treason of Isengard. I passaggi che più ci interessano sono lo schizzo grezzo della frase sotto le Porte di Moria così come appare in un appendice su come Tolkien considerò le rune al tempo. Nella quinta versione dell’iscrizione della Tomba di Balin, che probabilmente è datata 1940, la parte in Khuzdul ha importanza minore che nella Compagnia dell’Anello, ed è di nuovo su tre linee: perciò dovremmo trovare lo stesso numero di rune, ossia 27; questo però avviene soltanto se consideriamo che le rune evidenti sono 26 (per rappresentare la h in Khazad-dûm Tolkien in questa iscrizione utilizza la runa t, /kh/, laddove invece ne Il Signore degli Anelli impiega la runa e18, e il segno senza valore numerico V /k+h/. Tutte le differenze delle due iscrizioni, in questo senso, vertono verso una organizzazione più metodica del sistema di scrittura runico. Dall’altro lato, però, qualcosa si oppone a questa concezione: perché Tolkien ha utilizzato due simboli, quando ne esisteva uno solo, e peraltro, già adeguato all’utilizzo che intendeva farne?
La spiegazione diventa più semplice se si seguono le indicazioni dell’app.E del SdA. Il segno /kh/ rappresenta probabilmente una x fricativa in elfico (Tolkien usa l’esempio del tedesco bach), e /k+h/ una consonante aspirata kh propria del Khuzdul (<<più o meno come in backhand>>), in concordanza con le indicazioni del SdA. Il cambiamento non è una semplice correzione, come ci aspetteremmo dal famoso particolare rigore e dalla precisione dell’Autore.
Prima di terminare l’analisi dell’iscrizione del 1940, dobbiamo notare che questa comprende esattamente 4 × 13 rune, suddivise equamente in Khuzdul e inglese; il testo finale in inglese comprende ancora 2 × 13 rune.
Le Porte di Durin
La scrittura degli Elfi, l’alfabeto Tengwar(o le Tengwar, che dir si voglia) attribuita a Fëanor è presentata da J.R.R. Tolkien nell’App.E del SdA, con il nome ed il valore fonetico usuale attribuito ad ogni tengwa. Nella Tabella delle Tengwar presentata da Tolkien nell’App, come in quella dell’Angerthas, i segni sono numerati, da 1 a 36. L’Autore specifica che esistono vari “modi”, nei quali le vocali possono essere rappresentate altrettanto bene sia da segni diacritici posti in varie posizioni intorno alle lettere, sia da lettere separate. Molti principi di scrittura delle tengwar rimandano essenzialmente alle rune: raddoppiando l’arco della tengwa aumenta la quantità di voce nella pronuncia, aggiungendo un tratto sotto la tengwa si inserisce un’aspirazione, ecc.
Vediamo ora una iscrizione in tengwar, nel modo detto “del Beleriand” sulle Porte di Durin; in questa iscrizione, oltre alla frase di benvenuto nel Regno di Durin (incisa sull’arco) sono presenti in particolare tre simboli, dislocati separatamente dalle altre tengwar, in posizioni isolate; sono riportati di seguito:
Come si deduce dall’immagine soprastante, le tre lettere rappresentano le iniziali dei due scalpellini che incisero le porte (Celebrimbor dell’Eregion e Narvi) e del Signore di Moria, Durin VI.
Sommando i numeri attribuiti ad ogni tengwa12, si ha il numero 29, che nella stessa tabella rappresenta la tengwa che ha nome silme (è un nome Quenya, significa “luce” o, in altre fonti o secondo altre interpretazioni, “luce di stelle” – è inoltre detta anche silpion).
Ricordiamo anche quanto dice Gandalf a proposito delle lettere che compongono l’iscrizione: <<Sono intarsi d’ithildin, che riflette solo i raggi di luna e delle stelle, e dorme sin quando non sente il tocco di chi pronunzia parole ormai da tempo obliate nella Terra di Mezzo.>>
Tutto ciò diventa interessantissimo se ricordiamo come sono visibili le Porte di Moria: esse appaiono soltanto alla luce della Luna o delle stelle; altrimenti, è visibile solo nuda roccia, impenetrabile, senza alcuna fessura.
Ancora una volta, è interessante notare che a nota di uno schizzo originale del SdA, Gandalf non menziona la luce delle stelle, ma solo quella della Luna:
<<Esse sono costituite di una qualche argentea sostanza che è visibile soltanto quando toccata da qualcuno che conosce le esatte parole, e io credo fermamente che esse brillino soltanto nella luce lunare.>>
Il disegno delle Porte di Moria che appare nel SdA è stato ricopiato da uno schizzo. L’originale (MS Tolkien drawings 90, fol 41) presenta qualche stranezza. Il dato più rimarchevole è l’aggiunta delle tengwar n°3, 21, e 5 a matita, in un disegno completamente realizzato con inchiostro nero. Tutto lascia pensare che quella a matita sia un’aggiunta posteriore, in seguito ad una riflessione.
Le Porte di Durin, tuttavia, non ci consegnano di nuovo tutti i loro misteri: se si conta il numero di lettere sulla prima linea di scrittura sull’arco, con l’eccezione di quelle che non hanno valore numerico (in questo caso si servirono dell’arco nel Modo del Beleriand per rappresentare la a e di un portatore con un tehtar per la i), si può notare che le lettere sono esattamente 13 per ogni lato (considerando come “centro” la tengwa úre sulla sommità dell’arco).
Se guardiamo sopra la prima riga dell’arco, notiamo dei piccoli ghirigori che, per la precisione, sono 7 per lato; senza troppa immaginazione, è facile notare che ogni piccolo ghirigoro è posizionato su una tengwa del primo rigo in particolare, dividendo ogni gruppo di 13 tengwar per lato in 7 sottogruppi precisi. Tuttavia, non sappiamo come interpretare questa particolare simmetria…
Semplicemente a scopo speculativo, potremmo considerare che alcuni ghirigori sono posti sopra una tengwa, altri invece sono posizionati tra due tengwar. Ovviamente è difficile trarre dati da una stampa piccola e – in linea di massima – non troppo precisa, così come la si ritrova nel SdA.
Ora, nel primo caso, la tengwa è semplice da individuare; nel secondo, nel caso in cui il ghirigoro capiti tra due tengwar, potremmo considerare quella che segue la nostra linea immaginaria verticale che parte dal ghirigoro (disegnata in grigio).
Il primo ghirigoro è palesemente posto sopra la prima tengwa dell’iscrizione: la e di Ennyn. Altrettanto possiamo affermare del secondo ghirigoro, ottenendo la y di Ennyn. Il terzo ghirigoro è posto sul gambo della d di Durin; una posizione abbastanza evidente da poter assumere che la d è la nostra terza lettera. Il quarto ghirigoro separa la tengwa úre, ossia u, da r in Durin; se consideriamo la lettera successiva alla nostra linea immaginaria, otteniamo la r di Durin. Il quinto ghirigoro è posizionato in maniera inequivocabile sulla a di Aran.
Proseguiamo: è abbastanza evidente che il sesto ghirigoro è posto sopra la n di Aran. Il settimo, invece, sembra essere a metà tra la o e la r in Moria, ma ad un occhio attento non sfugge certo che in realtà è posto sul corto gambo della o; assumiamo la o come settima lettera. Ora passiamo all’altro lato: l’ottavo ghirigoro è posto tra la e e la d di Pedo; seguendo la regola suddetta, consideriamo la tengwa che segue il ghirigoro: d. Per il nono ghirigoro si ripete quanto già detto per il settimo: in realtà indica la o di Pedo. Il decimo, indica a colpo d’occhio la e di mellon, laddove l’undicesimo, sebbene in maniera quasi ingannevole, indica la seconda l della stessa parola (anche se, va ribadito, non è molto evidente).
Possiamo facilmente affermare senza rischio di errori che il dodicesimo ghirigoro è posto sopra la n di mellon, così come nella stessa maniera il tredicesimo indica semplicemente la i di minno; non abbiamo neanche difficoltà nell’individuare nella o finale di minno la nostra ultima lettera, sotto il quattordicesimo ghirigoro.
Le lettere “casualmente” trovare finora sembrano possedere un significato ben preciso; riscriviamole in ordine:
Avendo un dizionario di Sindarin alla mano, avremmo varie possibilità a portata di mano:
Ora, la voce eydra precisamente non esiste, ma esiste edra, ossia il verbo Sindarin edra- “aprire”. Nodo, invece, esiste nella radice verbale nod- “legare”. A questo punto, la nostra frase sembra avere un senso ben preciso, qualcosa come “Apri i tuoi legami”, o “Sciogli ciò che ti lega!”. Infine, la tengwa úre che separa le due frasi del primo rigo è ancora più sorprendente: qual è il suo significato? Posizionata sulla sommità dell’arco, circondata da tre piccoli puntini, uno per lato, e sormontata da due ghirigori più grandi degli altri 14 a sinistra e destra, sembra acquisire quasi un valore particolare, che però ci è sconosciuto».
L’Autore delle scoperte riportate in questo approfondimento, Didier Willis, non crede che la tengwa úre sia utilizzata qui soltanto per rappresentare i due punti nella frase “Ennyn Durin Aran Moria: pedo mellon a minno”:
«…effettivamente sarebbe una concezione riduttiva, considerando che, se veramente stiamo parlando della tengwa úre e non di un semplice “cerchietto” separatore, come ogni tengwa, anche úre avrebbe un particolare significato fonetico (che in Sindarin, per la precisione, è u). Insomma, se veramente la tengwa in questione rappresentasse solo i due punti, questa regola dovrebbe essere osservata anche nel secondo rigo dell’iscrizione, cosa che non avviene. Inoltre, nello schizzo originale la tengwa úre non era posta separata rispetto al testo, ma era incorporata in esso, e non era neanche separata dai tre puntini, come invece avviene nel disegno definitivo. Senza ombra di dubbio, i due punti all’inizio e alla fine della frase sono uno dei tanti usi conosciuti della punteggiatura tengwar, e vanno considerati come tali, al contrario dei più enigmatici puntini intorno alla tengwa úre…»
Qui lo scritto di Didier Willis si ferma, ma devo osservare che rimane da analizzare il secondo rigo dell’iscrizione, cosa che farò non appena potrò dedicarmici. Seguendo il mio istinto e la mia passione per gli enigmi ho provato e riprovato calcoli e combinazioni apparentemente slegate finchè ho scoperto che le Rune segrete di Moria nascondono ancora altro, e ciò che segue, sebbene possa inizialmente almeno inizialmente apparire un po’ forzato, trova riscontro in diverse affermazioni di Tolkien durante le sue conferenze.
Sono partito dalla forte convinzione che il cambio di segni, significati e valori numerici fra le rune di Erebor e quelle di Moria dovesse avere per Tolkien una motivazione segreta molto più profonda che un semplice senso estetico, così ho analizzato a lungo e attentamente ogni differenza. Dalla mappa di Thror si evincono le 28 Rune di Erebor, con i loro relativi valori fonetici e numerici (quasi per tutte), mentre le Rune di Moria ce le fornisce Tolkien nell’Appendice C de Il Signore degli Anelli (lo stesso vale per le cirth elfiche). Comparando fra di loro, una ad una, le Rune di Erebor con quelle di Moria, si evidenziano sette rune completamente nuove nell’alfabeto di Moria:
La prima operazione matematica “da enigmista” che ho fatto è stata la somma di tutti i valori numerici di queste sette rune (un po’ come per la tomba di Balin) ed otteniamo il numero 137; forse è forzato ma 1 potrebbe simboleggiare l’Unico Anello che comanda sui Nove, 3 gli Anelli degli Elfi e 7 gli Anelli dei Nani: comunque potrebbe essere pura interpretazione personale.
L’operazione successiva è stata quella di dividere 137 per il numero delle rune (sempre come sulla tomba di Balin…) ed il risultato è: 137/7 = 19,5714285714. Un numero che non significava niente… oppure era una specie di data? Pensando proprio alle date ho provato ad indagare sull’argomento della comparazione fra il nostro Calendario Gregoriano e quello elfico di Imladris (i calendari sono anch’essi disponibili nell’Appendice B de Il Signore degli Anelli).
Il Calendario Elfico è così suddiviso: un anno elfico (Yen, al plurale Yeni), è composto da 144 anni solari (Loa); in una delle varie conferenze tenute Tolkien disse che il nostro mondo era la Terra di Mezzo in un’altra epoca, e che ci trovavamo da qualche parte tra la Sesta e la Settima Era; un lavoro pubblicato sul forum di Eldalie a proposito della comparazione fra i due calendari afferma chiaramente che il 28 marzo 2001 siamo entrati nel 129° Loa del 14° Yen della Settima Era della Terra di Mezzo.
Ecco che in questa data e in tutti questi numeri comparivano il 14 e il 28; che fosse un segno che mi trovavo sulla strada giusta?
Un’altra affermazione importante è che il 14° Yen è iniziato il 29 marzo 1873; se di quel risultato apparentemente astruso che avevo ottenuto prima (19,5714285714) consideriamo le prime quattro cifre senza la virgola otteniamo 1957.
Dopo parecchi tentativi ho applicato questo calcolo: 1957 – [(14+28) x2] = 1957 – (42 x2) = 1957 – 84 = 1873 Ecco un altro segno che mi trovavo sulla strada giusta.
Dalla comparazione dei due calendari inoltre emerge la seguente corrispondenza:
Appare evidente che il numero 28(9) corrisponde al numero 3, cioè il mese di marzo, quando è iniziato il 14° Yen, mentre 14(5) corrisponde a 2; qui una macchinosa operazione che prende il 3 e il 2 si svolge in questo modo (anch’esso ottenuto dopo parecchi tentativi): 3 – 2 = 1, da aggiungere a 28 per ottenere 29, cioè il giorno di inizio del 14° Yen. In questo modo decisamente farraginoso avevo però ottenuto un risultato assolutamente corrispondente alla data comparativa di inizio del 14° Yen della Settima Era.
Conclusioni
Ringrazio innanzitutto mia moglie Caterina che mi ha supportato (e sopportato).
Un grazie anche al mio migliore amico Daniele per avermi donato lo splendido Atlante di Karen Wynn Fonstad.
Grazie al collega e maestro Marco per le disquisizioni sull’immaginario, la poesia, la creatività e la mente e per l’incoraggiamento a scrivere.
Grazie a Fabio e Pervinca perché hanno davvero portato un pezzo di Contea (reale, viva e abitabile!) nel mondo di oggi.
Grazie ad Alessandro per aver prontamente risposto ad ogni iniziativa.
Grazie a tutti coloro con i quali ho potuto avere scambi di opinioni ed informazioni costruttive sulla Terra di Mezzo e su Tolkien.
Riporto nella bibliografia un ringraziamento alle fonti informatiche delle informazioni qui contenute.
Alla luce di quanto detto sino a qui, scoperte le ragioni per cui Tolkien scriveva, a cosa si ispirava, cosa voleva dire, ci resta da riflettere sul perché noi dovremmo leggere, lasciarci trasportare ed ispirare dalle gesta degli Eroi della Terra di Mezzo: perché i nostri tempi, con le loro iniquità e brutture, non sono poi tanto diversi da quelli narrati, e anche a noi, proprio come a Frodo per la venuta dell’Anello non è dato decidere; noi possiamo solo scegliere cosa fare del tempo che ci viene concesso. Ma se in quel tempo ci lasciamo ispirare da valori retti e buoni, alla fine di tutte le cose saremo ricompensati come noi vorremmo; ora spetta ad ognuno di noi pensare a quale vorremmo che fosse la nostra ricompensa: rivedere la verde Contea, o rivedere le Montagne ed i prodigi di Bosco Atro, o essere accolti dal chiaro suono di trombe d’argento nella bianca città di Minas Tirith.
Bibliografia e citazione delle fonti
Come detto nell’introduzione, la maggior parte dei testi sulla fantasy e sul contenuto delle lettere di Tolkien, oltre alla sua biografia, è mutuata da Wikipedia, fonte infinita di informazioni dettagliate ed esaurienti.
Per la parte relativa ai messaggi nascosti nelle rune dei Nani, ho citato un testo di Didier WILLIS, Ajaccio, Séminaire Des Géographies imaginaires à Tolkien, Deuxième semaine, Tolkien, créateur d’un monde, Conférence du 22 octobre 1999. Il testo si intitola L’utilisation ésotérique des runes et des écritures elfiques par J.R.R. Tolkien, con traduzione a cura di Francesco de Virgilio.
Per le mappe mi sono ispirato all’opera di Karen Wynn Fonstad, “The Atlas of Middle-Earth”, esauriente e formidabile atlante dedicato alla Terra-di-Mezzo.
Rimando qualsiasi altra ricerca alla lettura delle opere di Tolkien (non solo sulla Terra-di-Mezzo) e alla raccolta delle sue lettere, “La realtà in trasparenza”.
Anche gli alberi, a modo loro, amano il loro amante.
Ma il vecchio banchiere grasso, nel treno lussuoso,
oltre al suo sigaro no, non l’ama nessuno.
Se fossi io Il Capo della Chiesa o dello Stato
con il naso incipriato ordinerei a tutti di aspettare,
Perché l’amore è più importante e più potente
di un sacerdote o di un parlamentare.
*
Calypso
Driver drive faster and make a good run
Down the Springfield Line under the shining sun.
Fly like an aeroplane,don’t pull up short
Till you brake for Grand Central Station, New York .
For in the middle of that waiting-hall
Should be standing the one I love best of all.
If he’s not there to meet me when I get to town,
I stand on the side-walk with tears rolling down.
For he is the one that I love to look on,
the acme of kindness and perfection.
He presses my hand and says he loves me,
Which I find an admirable pecularity.
The woods are bright green on both sides of the line:
The trees have thir loves though they’re different from mine.
But the poor fat old banker in the sun-parlor car
Has no one to love him ecept his cigar.
If I were the Head of the Church orThe State
I powder my nose and just tell them to wait.
For love’s more important and powerful than
Even a priest or a politician.
*I testi, tratti da W.H. Auden, Collected Shorter Poems 1927-1957, A Random House Book, London 1967, sono apparsi online in “La foce e la sorgente”, numero 5, seconda serie.