
Ogni uomo, ogni artista, si chiami Nietzsche o Cézanne,
sale ogni gradino della torre della sua perfezione al prezzo della lotta
che sostiene con il proprio duende, non con il proprio angelo,
come è stato detto, né con la propria musa.
Federico Garcia Lorca
I nomi che ci popolano la vita
come piccoli duendes o fantasmi minimali
ci custodiscono tuttavia dal più grande incidente
la caduta del nulla nel nulla.
Roberto Juarroz
*
Non sai chi sei, che anima hai, ti senti multiplo. Come il panteista è onda, astro, fiore, tu sei esseri diversi. Senti vivere vite altrui come se partecipassi all’esistenza di tutti e di ciascuno, invaso da altre vite e altre immagini. Questa è la vita: nutrirsi. Chi si nutre solo di sé alla fine avverte un sapore in bocca come di polvere, un tanfo di aria chiusa. Dobbiamo ampliare noi stessi con ciò che ci pervade, che noi non siamo ma che ci riguarda. Cercare parole che lascino tracce di pietà che non siano visibili alfabeti ma esistano, silenziose, come difesa di un corpo vivo; difesa dalla solitudine, dalla disfatta, dalla paura; difesa dal vuoto nelle foglie, nei muri, nelle dita; difesa dalla moltiplicazione dei suoni; pietà se domina la notte e se trionfa la luce; pietà per la penombra, per l’ossessione, per la vita che fugge via.…quale vita? Muoversi nel mondo, respirando e mangiando, o esistere dentro, contro, tra, le pieghe della galassia che ospita questa terra, non sapendo che colore vedremo domani o che profumo annuseremo?
*
Non passerai altre ore fra vecchie circolari e libri scuciti, fra coperte ruvide e finestre bloccate. Fine di vent’anni di soprassalti nel sonno. Fine degli eterni lavori in corso nell’ospedale, fra tramezzi di legno e mattoni sudici. Fine delle facce morte di chi ha lavorato per anni al tuo fianco. Basta anamnesi, cartelle, cognomi. Fine del timbro sulla prescrizione di una ricetta di Delorazepam. Ricordi R. che, a diciotto anni, ti consigliava di vedere i noir americani e di leggere i formalisti russi. Fuori il vento è tagliente e, dopo lo squillo del cellulare, eccoti a camminare per l’ultima volta nel viale freddo e ventoso che porta al Pronto Soccorso traboccante, i letti impilati nei corridoi e nelle sale mediche. Tutte rovine di cattedrali, ma quali? Cerchi il malato, cerchi il dottore, le stanze sono vuote, non trovi nessuno: solo parenti, zii, madri, sorelle, spalancano gli occhi allarmati nello spazio, non osano chiedere niente a nessuno, fissano l’ago della flebo nella vena di un braccio malato; il corpo, intossicato, respira rauco, in attesa di diagnosi. “Fatica non nemica”, così chiamava B. il suo viaggio nella follia. Solo per un pomeriggio, nonostante il dolore che gli trafiggeva la schiena, riuscì a dare voce al suo folle duende, a Villa P. Tutte le persone più intime – la vecchia madre, l’ex moglie, i due figli, la nuova compagna, la psicologa, lo psichiatra – ascoltarono e applaudirono il suo diario in versi. Poi per B. ritornò il buio – ricoveri, confusione, fine dei pensieri. Ecco il resoconto di quella fatica. Non nemica, ma neppure amica. Però, grazie alle sue ore tormentose, grazie alle tue, nulla ti spaventa più. Sei libero. Sei immune da chi vuole soffrire. Non devi capirlo o guarirlo: lo guardi, lo aspetti, non hai più doveri. O meglio, iniziano ora tutti i doveri. Se tu sei un uomo.
*
Il libro autentico è incompleto perché invaso da tutti i libri possibili che hai pensato e sognato senza scriverli ancora. Ogni libro autentico è flusso interminabile, bisbigliare infinito di voci. L’opera che ne scaturisce, oggi o domani, è la fortuita emersione di una di quelle voci, sola, instabile, precaria, che permette di vedere il “libro impossibile” sempre da scrivere. Sì, proprio quelle voci: «…una volta che iniziano a parlare, dicono cose che non potresti sentire da nessun altro» (W.G. Sebald). Nessuno ricorderà i tuoi libri, stampati ma effimeri, dispersi nel corso degli anni. Per fortuna non esiste, come si auguravano antichi e ingenui amici, nessuna giustizia postuma: sarebbe una promessa irreale e grottesca. Sorridendo enunci tutti i titoli, pensando che, a causa di qualche prevedibile amnesia, non li ricorderai più. Sorridere ti fa bene: continui a scrivere come cinquant’anni fa, con la stessa energia, con la stessa speranza che le tue parole siano, un giorno oppure l’altro, se non lette, almeno sognate. Per esistere occorre una speranza: se è impossibile tanto meglio. Tu continua a pensarlo, l’impossibile. E intanto scrivi i tuoi diari immensi…
*
Francesco Toris lo può testimoniare con la sua arte e con la sua vita: internato in manicomio alla fine dell’Ottocento, Toris recupera migliaia di ossa di manzo, resti dei pasti suoi e dei suoi compagni, li leviga attentamente fino a farli sembrare pezzi sottili d’avorio, e poi comincia la sua opera, che lo terrà impegnato per decenni e che chiamerà ‘‘Il Mondo Nuovo’’. Incide quelle ossa sottili di facce zoomorfe, portali, simboli, figure, linee, che incastra le une alle altre senza usare nessun tipo di chiodo o di supporto esterno, realizzando una torre babelica intricata e fragilissima di cui solo lui conosce le regole di composizione e di equilibrio. ‘‘Il Mondo Nuovo’’ nel suo assemblaggio, è il più perfetto esempio di delirio realizzato in scultura. Il mondo sparisce per mostrare ciò che lo sostituisce: una nuova, intricata, esoterica struttura verticale che l’ex-carabiniere Toris, tormentato da deliri persecutori, scolpisce come una cattedrale interiore, speculare all’aggressivo mondo esterno. In una cattedrale simile a quella tu addensi parole che contrastino il frastuono del mondo e poi ritorni a dormire, riprendi fiato, magari acquattato nella foresta, i muscoli pronti alla fuga. Sono nel regno del sonno, le parole, quando a brillare nel cielo non è il sole che scalda il pianeta ma l’altro, disegnato su un foglio bianco senza righe: una casa senza finestra né porta, un albero vuoto di foglie, una strada sottile, l’astro sottoterra, giallo opaco, i raggi troncati, e sotto l’orizzonte, ad arco, le nuvole grigie. Dall’arco vuoto entra un vento mentale: soffia con insistenza sulle teste dei vivi e dei morti, in cerca di nuovi accenti, di paesaggi ignoti. Le tue mani? Sono perfettamente tese, le palme rivolte verso il viso, bianche. Sorridi, guardandole. Diventando psichiatra, non è cambiato il senso del tuo corpo nel mondo, che è sempre il Mondo nuovo. Le mani restano quelle che erano: invulnerabili strumenti di scrittura, testimoni del duende, isole in forma di nuvola.
