
Adrienne Monnier, Nota su Walter Benjamin*
Il testo che il «Mercure de France» pubblica oggi mi fu affidato da Walter Benjamin alla fine dell’anno 1939, dopo la sua liberazione dal Camp des travailleurs volontaires di Nevers, dal quale era potuto uscire grazie all’intervento di Henri Hoppenot1.In origine, Il narratore2 doveva essere pubblicato in «Europe»; Jean Cassou, che dirigeva allora la rivista, lo aveva accettato e, credo, persino annunciato, ma non vi apparve perché «Europe» cessò l’attività nell’agosto 1939. La copia del testo che è in mio possesso non indica né il luogo né la data di composizione. Non viene menzionato neanche il nome del traduttore. Può darsi che Benjamin abbia scritto il saggio direttamente in francese; infatti si sforzava di scrivere nella nostra lingua, e in quel caso occorreva fare alcune correzioni – oh, ben poco, quasi nulla, specie negli ultimi tempi. Il presente testo non è stato ritoccato da noi, dunque è possibile che vi sia stato, all’epoca, un amico revisore.
Dato che Pierre Klossowski aveva lavorato a più riprese con Benjamin, e in particolare aveva tradotto l’importante saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica3, gli ho chiesto se non fosse dovuta a lui anche la traduzione di Il narratore. Mi ha risposto di no, nell’interessantissima lettera che segue questa nota. In effetti, come dice Klossowski, sarebbe molto auspicabile che L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica venisse riedito. Questo magnifico saggio, attraversato da cima a fondo da uno spirito fra i più creativi, è apparso nel 1936 nel bollettino dell’Istituto per la ricerca sociale diretto da Max Horkheimer. Il pubblico francese non ne ha avuto conoscenza perché il bollettino in questione, che era in deposito presso l’editore Alcan, veniva redatto di solito in tedesco e ovviamente raggiungeva pochissime persone. Quando il saggio su L’opera d’arte… vi fu pubblicato (e ciò avvenne dunque in francese, nella traduzione di Pierre Klossowski), Benjamin ne mandò copia ad alcuni scrittori. – André Malraux lo citò con elogi in Esquisse d’une psychologie du cinéma (apparso nel 1940 nel numero di «Verve» sul tema La nature de la France).
La prima rivista francese ad accogliere Walter Benjamin è stata «Les Cahiers du Sud» che, nel gennaio 1935, pubblicò Hascisc a Marsiglia4 (senza indicazione del traduttore). – Nel 1937, per il numero dedicato al Romantisme allemand, Jean Ballard non mancò di rivolgersi a lui. Benjamin diede, sotto il titolo L’angoisse mythique chez Goethe, alcune pagine tratte dal suo grande studio su Le affinità elettive5; queste pagine, tradotte da Pierre Klossowski, erano precedute da una notizia in cui si sottolineava l’importanza dell’«eminente filologo e critico tedesco» che ne era l’autore6. Walter Benjamin tentò vanamente di farsi ammettere alla «Nouvelle Revue Française»; sembra che avrebbe potuto essere un collaboratore prezioso – era un uomo di un tale valore, di una così meravigliosa erudizione! – In quel periodico, il ruolo di consulente per la letteratura tedesca era affidato a Bernard Groethuysen7, che se ne occupava in maniera meritoria; Benjamin riconosceva perfettamente tale merito, e tuttavia era dispiaciuto di non aver trovato alcun accesso alla rivista. Nell’ultimo numero della «Gazette des Amis des Livres», nel maggio 1940, ho pubblicato una sua lettera su Le regard di Georges Salles8, libro che lui apprezzava quanto me. Le piccole dimensioni della «Gazette» non mi permettevano di inserire testi di lunghezza superiore alle due o tre pagine, e inoltre bisognava che essi assumessero la forma della lettera, seguendo il piano del mio bollettino. Nondimeno avevo intenzione di farvi entrare una nota su Paul Scheerbart9 che Benjamin aveva redatto per illustrare alcune delle nostre conversazioni. Curiosamente, questa nota è in armonia con l’idea che ha ispirato a Jules Romains il racconto Violation de frontières10, ma Romains non ha potuto averne conoscenza perché la nota è rimasta nel mio cassetto. La stessa cosa è accaduta ad uno studio su Bachofen11 che Benjamin mi aveva dato; in quel caso, siccome si trattava di un testo di una ventina di pagine, non c’era possibilità di pubblicarlo nella «Gazette». Alla lunga avrei potuto trovare una soluzione, ma eravamo nel 1940 e stavamo procedendo a grandi passi verso la disfatta.
Walter Benjamin, che aveva potuto lasciare Parigi (sempre grazie a Henri Hoppenot) e raggiungere Lourdes all’inizio di giugno, si uccise durante l’estate12. Non sembra che si abbiano dati precisi sulla data e sulle circostanze della sua morte. Si sa solo che voleva andare in America passando attraverso la Spagna e che fu respinto dalla polizia spagnola. A dicembre Gisèle Freund mi annunciò la sua morte su una cartolina «famigliare» spedita da Souilhac, dove si era rifugiata. – Kracauer13131313 (che, anche lui, fu protetto da Hoppenot) mi spedì nel settembre 1945, da New York, una lettera da cui estraggo questo passaggio relativo alla fine del nostro amico: «È a Marsiglia, nell’estate 1940, che per intere settimane eravamo assieme a Walter Benjamin prima del suo disperato tentativo di valicare illegalmente i Pirenei per andare in America. Abbiamo anche avuto molte discussioni con lui a proposito dei problemi essenziali della nostra vita, discussioni in cui si è mostrato persino assai più risoluto di quanto lo fossimo noi in quel momento. Ma sembra che a Port-Bou, dove si presentavano nuovi e infernali problemi, la sua disperazione riguardo alle sorti dell’umanità in generale e alle sue difficoltà personali abbia preso il sopravvento».
«Les Temps Modernes», nel numero dell’ottobre 1947, ha pubblicato le ultime pagine scritte da Benjamin nell’inverno 1939-1940. Queste pagine, intitolate Sul concetto di storia13, si presentano come una serie di diciotto brevi capitoli (i più ampi non superano la singola pagina) numerati da I a XVIII, più due note aggiunte come postscriptum e indicate come A e B. La traduzione e la nota preliminare sono di Pierre Missac14, che è stato amico di Benjamin. Ho avuto molte difficoltà ad assimilare i testi di questi capitoli; per quanto le riflessioni in essi contenute siano ricche di mmagini, la loro sottigliezza è tale che il significato finale resta pressoché inaccessibile. Tuttavia c’è in essi una luce che appare gradualmente, una luce paragonabile a quella che alla fine brilla attraverso le porte della Legge15. Ho cercato di comprenderli, li ho letti non so quante volte; ad aiutarmi sono stati l’episodio della Cattedrale nel Processo16, come pure alcune letture e meditazioni relative al pensiero ebraico.
Walter Benjamin era un vero, un grande ebreo, un saggio d’Israele. Il suo atteggiamento nei confronti del marxismo ricorda, in un certo senso, quello di Rabbi Menachem che, il giorno in cui un pazzo suonò la tromba sul Monte degli Ulivi – e il popolo spaventato andava dicendo che quella tromba annunciava la redenzione –, aprì la finestra, guardò fuori, poi la richiuse dicendo: «Non vedo nulla di cambiato»17. Era ebreo, certo, ma anche tedesco, nella stessa proporzione di Rathenau18, benché in tutt’altra maniera. Mi sembra che il suo genio ebraico sia percepibile in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, mentre quello tedesco si avverta nel saggio su Il narratore. A mio avviso, si tratta di due testi magistrali e sono profondamente felice di vedere quest’ultimo pubblicato qui19.
Le riflessioni su Leskov20, e sul narratore in generale, sono incredibilmente ricche, dense e suggestive; a proposito di esse, mi viene in mente ciò che Michelet21 dice del diritto tedesco, che paragona a una «selva» o a una «foresta incantata». Mi fanno pensare anche all’ammirevole film di Vittorio De Sica Miracolo a Milano22, nel quale si crea un clima umano ingenuo e fiabesco, e in cui lo spirito è onnipotente. Al pari dell’italiano, Benjamin scopre una terra in cui «buongiorno» vuol dire «buongiorno».
Walter Benjamin venne per la prima volta in rue de l’Odéon nel gennaio 1930. È stato Félix Bertaux a presentarmelo, sottolineando il fatto che si trattava di qualcuno che aveva tradotto Proust23 e apprezzava J.-M. Sollier. Venne a stabilirsi a Parigi nel 1933, dopo l’espulsione degli ebrei dalla Germania per iniziativa di Hitler. Era allora pressappoco cinquantenne. – È stato per quasi dieci anni uno dei miei migliori amici, forse quello con cui ho avuto il dialogo intellettuale più fecondo. Se ho scritto nel 1938 le mie Réflexions sur l’antisémitisme24 è stato in gran parte pensando a lui. Senza dubbio fu commosso dal mio zelo, ma non si faceva illusioni…
Certo, cercherò di scrivere un suo ritratto e mi sforzerò di fissare quell’epoca in cui ho condiviso tante angosce con lui e con i suoi amici25. Quella che propongo oggi è soltanto una nota. All’inizio del giugno 1940, da Lourdes, dove si era recato lasciando Parigi, Walter Benjamin mi mandò una lettera che terminava così: «Io penso a lei, e ci penserò senza sosta finché ogni pericolo si sarà allontanato da Parigi. La ritrovo non soltanto quando sogno Parigi e la rue de l’Odéon – che vorrei votare alla più potente e meno sollecitata delle divinità protettrici –, ma anche in molti incroci del mio pensiero. La saluto dicendole il mio più profondo affetto».
Fu l’ultimo messaggio che mi giunse da lui.
(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)
* Note sur Walter Benjamin, testo apparso in «Mercure de France», 315, 1952, poi ripreso in Pierre Klossowski, Tableaux vivants. Essais critiques 1936-1983, Paris, Le Promeneur, 2001, pp. 81-85. Adrienne Monnier (1892-1955) è stata una libraia, editrice e scrittrice. La sua libreria parigina, «La Maison des Amis des Livres» (situata al n. 7 di rue de l’Odéon), era frequentata da molti letterati francesi e stranieri. Sui primi incontri tra il filosofo e Adrienne Monnier, cfr. W. Benjamin, Diario parigino (1930), in Opere complete, tr. it. Torino, Einaudi, 2000-2014 (= O. C.), vol. IV, pp. 78-82. [N. d. T., come le successive, salvo diversa indicazione.]
1Hoppenot era un diplomatico, amico della Monnier.
2 Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov (1936), in O. C., vol. VI, pp. 320-342.
3 L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), ivi, pp. 271-303.
4 Hascisc a Marsiglia (1932), in O. C., vol. V, pp. 319-326.
5 «Le affinità elettive» di Goethe (1922), in O. C., vol. I, pp. 523-589.
6 Ecco il testo integrale di questa notizia, così come è apparso in «Les Cahiers du Sud»: «È noto che le opere di Walter Benjamin, l’eminente filologo e critico tedesco, hanno avuto una grande risonanza negli ambienti universitari e letterari d’avanguardia. Ciò vale in particolare per le opere relative alle origini della drammaturgia tedesca (Ursprung des deutschen Trauerspiels) e al concetto di critica nel romanticismo tedesco (Der Begriff der Kunstkritik in der deutschen Romantik). Le pagine che seguono sono tratte da un lungo studio su Le affinità elettive di Goethe, pubblicato integralmente nei «Neue Deutsche Beiträge» da Hugo von Hofmannsthal, che vedeva in questo studio «un ineguagliato colpo di sonda nel mistero goethiano» («ein beispielloses Eindringen im’s Geheimnis»). Il cambiamento di regime politico in Germania non ha permesso di dar seguito al progetto di pubblicare quel saggio in volume. Walter Benjamin, che ha redatto l’articolo su Goethe della Grande Enciclopedia pubblicata dalle Edizioni di Stato di Mosca, ha messo i più rigorosi metodi filologici al servizio di un’indagine letteraria che è lontana sia da ogni formalismo estetico, sia da ogni positivismo storico. Sulla base del frammento che segue, chi legge potrà farsi un’idea del procedimento dialettico dell’autore». [N. d. E.]
7 B. Groethuysen (1880-1946) è stato un filosofo, sociologo e critico letterario tedesco, stabilitosi in Francia a partire dal 1932. Tra le sue opere ricordiamo ad esempio Antropologia filosofica (1928), tr. it. Napoli, Guida, 1969 e Filosofia della rivoluzione francese (1956), tr. it. Milano, Il Saggiatore, 1975.
8 Una lettera di Walter Benjamin su «Lo sguardo» di Georges Salles (1940), in O. C., vol. VII, pp. 479-482. Salles (1889-1966) è stato conservatore del dipartimento di arti asiatiche del Museo del Louvre, poi direttore del Museo Guimet e infine direttore generale dei musei francesi. Il suo libro Le regard è del 1939.
9 [Su Scheerbart] (1940), ivi, pp. 476-478. Tra le principali opere di Paul Scheerbart (1863-1915), ricordiamo il romanzo di genere fantastico Lesabéndio (1913), tr. it. Roma, Editori Riuniti, 1982, e il saggio Architettura di vetro (1914), tr. it. Milano, Adelphi, 1982.
10 Jules Romains (1885-1972) è stato un narratore, poeta e drammaturgo francese. L’opera Violation de frontières è un romanzo (Paris, Flammarion, 1951).
11 Johann Jakob Bachofen (1935), in O. C., vol. VI, pp. 223-236. Bachofen (1815-1887) è stato uno storico e antropologo svizzero. Tra le sue opere ricordiamo Il simbolismo funerario degli antichi (1859), tr. it. Napoli, Guida, 1989, e Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici (1861), tr. it. Torino, Einaudi, 1988.
12 Benjamin è morto suicida il 26 settembre 1940.
13 Siegfried Kracauer (1889-1966) è stato un saggista, sociologo e filosofo tedesco. Tra le sue opere tradotte in italiano, ci limitiamo a citare Gli impiegati (1930) Torino, Einaudi, 1980; Cinema tedesco: dal Gabinetto del dott. Caligari a Hitler (1947), Milano, Mondadori, 1954; Teoria del film (1960), Milano, Il Saggiatore, 1962; La massa come ornamento (1963), Napoli, Prismi, 1982.
13 Sul concetto di storia (1940), in O. C., vol. VII, pp. 483-493.
14 Nel 1937 Georges Bataille ha presentato a Benjamin il giovane Pierre Missac. Fino al 1940, i due si sono frequentati regolarmente. Il libro di Missac Passage de Walter Benjamin (Paris, Éditions du Seuil, 1987) è stato pubblicato un anno dopo la morte del suo autore.
15 Monnier fa riferimento al racconto di Franz Kafka Davanti alla legge, scritto nel 1914 e pubblicato prima nella raccolta Un medico di campagna (1919), poi all’interno del romanzo Il processo (edito postumo nel 1925).
16 Si tratta del capitolo Nel duomo, in F. Kafka, Il processo, tr. it. Milano, Feltrinelli, 1995; 2020, pp. 179-200.
17 La storia riguarda Rabbi Menachem Mendel di Witebsk, e compare, col titolo Alla finestra, nel celebre libro di Martin Buber I racconti dei chassidim (1949), in Storie e leggende chassidiche, tr. it. Milano, Mondadori, 2008, pp. 705-706. Tuttavia dal racconto si apprende che quella suonata dal pazzo non era una tromba, bensì lo shofar, il corno di montone utilizzato come strumento musicale durante alcune cerimonie religiose ebraiche.
18 Walther Rathenau (1867-1922) era un uomo politico e imprenditore tedesco. Nel febbraio 1922 è divenuto Ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar, ma pochi mesi dopo è stato ucciso in un attentato da parte di un gruppo terroristico di estrema destra.
19 Ossia nello stesso fascicolo del «Mercure de France» in cui compare la Note di Monnier.
20 Nikolaj Leskov (1831-1895) è stato un grande scrittore russo. Tra le sue opere narrative più note ricordiamo Una Lady Macbeth del distretto di Mtsensk (1865), tr. it. Firenze, Passigli, 1987 e i due racconti Il viaggiatore incantato e L’angelo sigillato (entrambi del 1873), tr. it. Milano, Garzanti, 1973.
21 Jules Michelet (1798-1874), autore di una monumentale Histoire de France in diciannove volumi (1833-67) e di una Histoire de la Révolution in sette volumi (1847-53).
22 Il film di De Sica, del 1951, si ispira al romanzo di Casare Zavattini Totò il buono (1943).
23 Félix Bertaux (1881-1948) era uno scrittore, traduttore e germanista, autore fra l’altro di un Panorama de la littérature allemande contemporaine (1928). Benjamin, in collaborazione con Franz Hessel, aveva tradotto in tedesco due volumi della Recherche di Proust, À l’ombre des jeunes filles en fleur e Du côté des Guermantes.
24 Il testo citato è un saggio edito in rivista lo stesso anno della sua stesura.
25 Cfr. A. Monnier, Un portrait de Walter Benjamin, in «Les Lettres nouvelles», 11, 1954, poi ripreso in appendice a W. Benjamin, Écrits français, Paris, Gallimard, 1991, pp. 360-362.
