DA SATELLITE A SATELLITE. Tecla Amerle

Paola Mongelli

A un sistema solare – uno degli innumerevoli

**

il legame come il

sentiero tenuto

stretto nel passo

del passo

stretto e voluto

dal passo spesso

e necessario

è desiderio –

**

Per un sempre

temporale;

allenamenti. Per

un fatto di

distacchi, a

ravvicinamento.

Per un mite

sbilanciarci nelle

scelte, ad

augurarci delle

scelte – facce da bilance

differenti – unità di

misura contemporanea-

mente(ad)altre, nel tempo

che si è fatto intanto

geografia, utopia, carezza

o meglio¡ carenza.

**

per casa mia

circonferenza

a scortare – scostare

continuare

un disegno non

un cerchio perfetto

**

Ha smesso di piovere venuto a contare quell’orlo di cadere a una luce imbottita di confini e cedimenti come staccando adesivi i nostri dintorni a la sera, che piova o no, tra scambi di sillabe in bassorilievi, è pur sempre resa, saluto, oboe senza altro peso che d’oro appartenuto, e ora il suono terroso, o semplicemente il suolo e i nostri orecchi permanenti rivolti alla notte. Tersi. Ma prima, parlare a odore, ad aria dichiararsi a padre e madre, paese ringraziamento, casa sorella. Luce vestita da luce. Respiro, e motivo è sempre la cara penombra. E il peso senza misure. Rinnovo il saluto, e di nuovo piove, rimanda a dopo mezzogiorno, le spese, e ritorno. Alle spalle

**

Passa il treno del caffè.

I sognatori dormono

disposti, scomodi

**

Hai un sacco

pieno di cuscini e

respiri.

Una luce

imbottita di

confini

**

Non sapevo farcela coi temperamenti nervosi aggressivi. Non ho mai capito se fosse paura, o altra forma d’incomprensione fra me e loro, loro e me, me e me, loro e loro. Me ne tenevo alla larga, il più possibile. Fino a dimenticarli. Fino all’azzeramento e a doverli perciò riaffrontare da capo ogni volta che li incontravo, per la via famigliare o quella casuale. Non so adesso neanche perché utilizzo l’ imperfetto. Non lo sapevo e non lo so, ecco. Ma adesso è lo stesso. Mi scanso. Sono vento momentaneo vento sul posto in loro presenza, turbino di silenzio adottando il metodo mantello dell’invisibilità, che mi presta Harry Potter.

**

Strano

esperimento, a

fortuna, voler

sembrare me a

quel che sono.

Fare le

presentazioni.

Mutuare il

“piacere di

conoscerla” nel

piacere di

conoscerti, con

più ostentata

confidenza,

forse, lo scherzo

prenderà la

forma data per

vera, per

conoscenza fra

due mele di

apparenza e

l’intero melo così

com’è piantato, lì

nel tuo frutteto

**

Si prese in mano

per un battito  da

satellite a

satellite  grafia

in dirittura (di)

modo e verbo

coniugabili

esclusivamente

al presente : Si

prende in mano

per il battito  da

satellite a

satellite, non un

salto temporale,

forse un tuffo 

una fotografia

**

Mi importa più

del giardino del

vicino che forse

non ha neppure

che forse non c’è

neanche, che di

quest’ultima

brava

preoccupazione

**

Silenti, parole chiave – chiavi a sciogliere come aprire parole – non porte le porte sono altrove chiuse aperte porte

E noi considerazioni, ponti – atti a cambiamenti – a collegarci coi satelliti più resistenti

Chi ha abusato del termine, il termine dei sogni

**

Un muro da scrittura

un muricciolo a secco

di scritture

un porticciolo

è il mattino presto

sono al molo, ti aspetto

**

Chissà dove nascondi le parole, ibrida azione. Termina in accezione: ibridazione, gravimetrico termine – più mai che mistero, grattamento di cielo danza su polso. Come se gli elementi non fossi. Non fossi che tu, tu, tu, un miscuglio di non terminanti misteri, tornanti e non. A te, e me. Verso dove indicheremo, ad esempio, la nostra prossima miriade di nonsensi, la parola più semplice che ci soffi un orecchio, uno dei due, il meno monarca – la più fluìbile che ponteggi la distanza nella sala da pranzo. Paese imprimé di vendemmia e nastro che registri l’orizzonte.

**

Che tono posare

dentro ai fogli

chiusi, stai, corri,

questi per quelli.

Che gesti a 

episodi, e perché

mai o mai i

perché di un’

esordiente causa.

**

I colori dell’ora

danno a terra

quel che

di loro passaggio

è cielo di mano

sono bandiere

al contrario

come piante marine

**

Forse che le parole

adesso sanno fare

come il sole

come i sassi in

diagonale

verdeggiare fra

rami e stare ritte

mute stare fare la

danzetta sul posto e

lasciarsi stare a dormire

lasciandoci stare pure

un po’ da soli un po’

bianchi un po’ grigio chiari

acquerellati

fratelli fastelli di nido;

pompelmi pure

pesanti gigantelli gialli

rosa un poco amaro che

fa bene alla gola con

nessuna parola.

*Tecla Amerle è un’autrice umbra che vive in Giappone..

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