
Lettera su Walter Benjamin. Pierre Klossowski *
Cara Signorina,
no, io non c’entro nulla con la traduzione del Leskov1 del nostro caro Walter Benjamin. La mia collaborazione si è limitata alla traduzione del suo pregevolissimo studio su L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica2. Quel testo – di cui egli le aveva dato, credo, una copia – meriterebbe di essere ripubblicato. Ma, almeno secondo il mio parere, occorrerebbe rivederlo per intero. In effetti Benjamin, considerando troppo libera la mia versione, aveva ricominciato a tradurlo assieme a me. Doveva risultarne un testo del tutto illeggibile, a forza di essere stato ricalcato su ogni minima locuzione tedesca, di cui Benjamin non accettava alcuna trasposizione. Spesso la sintassi francese provocava letteralmente dei crampi a questo logico irriducibile. Mi ricordo di una frase di Joseph de Maistre, la cui costruzione lo mandava fuori di sé: «Egli (Voltaire) abbandona la propria immaginazione all’entusiasmo dell’inferno, che gli presta tutte le sue forze per trascinarlo agli estremi limiti del male»3.
Io lo avevo incontrato all’epoca in cui partecipavo alle agglutinazioni Breton-Bataille, poco prima di «acefalizzare» con quest’ultimo4, tutte cose che Benjamin seguiva sia con costernazione che con curiosità. Benché Bataille e io fossimo allora in opposizione con lui su tutti i piani, lo ascoltavamo con passione. Questo marxistizzante, o piuttosto questo criticista ad oltranza, celava in sé un visionario dotato di tutta la ricchezza d’immagini di Isaia. Viveva scisso tra i problemi che solo la necessità storica avrebbe potuto risolvere e le immagini del mondo occulto che spesso gli s’imponevano come l’unica soluzione. Ma era proprio tale tentazione a sembrargli la più pericolosa. Grazie ad essa, però, Benjamin era una natura delle più poetiche, ma dato che era ancor più profondamente morale, procrastinava quella tentazione piuttosto che respingerla. Attendeva la liberazione totale grazie all’avvento del gioco universalizzato nel senso di Fourier, autore per cui nutriva un’ammirazione senza limiti. Non conosco nessuno che, ai nostri giorni, abbia vissuto così intimamente nella Parigi saintsimoniana e fourierista. Aveva una conoscenza prodigiosa di tutte le correnti esoteriche, e attraverso di lui le dottrine segrete più remote sembravano condurre a un esoterismo artigianale di cui ci svelava in ogni momento gli arcani5.
Sono queste le risonanze che il suo ricordo suscita in me. E senza dubbio sto mescolando qui molte cose che occorrerebbe mantenere separate. Per tutto ciò non saprei indicarle nello specifico alcun riferimento concreto. Resto però convinto che egli fosse uno dei grandi misconosciuti di quest’epoca e che le orribili circostanze abbiano contribuito ad assimilarlo, nella mente di molti, a una categoria di teorici marxistizzanti dai quali si distingueva nettamente per via della sua potente originalità. Sa dirmi per caso che fine abbiano fatto i suoi diari intimi di cui mi aveva letto dei passi, in particolare alcuni sogni molto commoventi? Ogni volta che qualcosa mi obbliga a pensare a lui, deploro la sua scomparsa. E sono molto curioso di conoscere il suo ritratto che lei si accinge a tracciare6.
(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)
* Lettre sur Walter Benjamin, apparsa in «Mercure de France», 315, 1952, poi ripresa in P. Klossowski, Tableaux vivants. Essais critiques 1936-1983, Paris, Le Promeneur, 2001, pp. 86-87. La missiva è indirizzata ad Adrienne Monnier. [N. d. T., come le successive.]
1 Klossowski si riferisce al saggio di Benjamin Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov (1936), in Opere complete, vol. VI, tr. it. Torino, Einaudi, 2004, pp. 320-342.
2L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), ivi, pp. 271-303.
3 Joseph de Maistre, Les Soirées de Saint-Pétersbourg (1821), in Œuvres, Paris, Laffont, 2007; 2021, p. 557 (tr. it. Le serate di San Pietroburgo, Milano, Luni, 2023, p. 200).
4 Si veda in proposito il testo klossowskiano De «Contre-Attaque» à «Acéphale» (1970), in Tableaux vivants, cit., pp. 91-95, come pure Georges Bataille – André Breton, «Contre-Attaque». Union de lutte des intellectuels révolutionnaires. Les Cahiers et les autres documents, octobre 1935 – mai 1936, Paris, Ypsilon, 2013 e G. Bataille, La congiura sacra, tr. it. Torino, Bollati Boringhieri, 1997.
5 Questo aspetto del pensiero di Benjamin è stato chiarito in un altro testo di Klossowski, Entre Marx et Fourier (1969), in AA. VV., Le Collège de Sociologie (1937-1939), a cura di Denis Hollier, Paris, Gallimard, 1979, pp. 586-587 (tr. it. senza titolo in Il Collegio di Sociologia, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, pp. 503-504): «Lo interrogavamo con tanta più insistenza su quello che intuivamo essere il suo fondo più autentico, cioè la sua personale versione di un rinnovamento “falansterico”. Talvolta ce ne parlava come di un “esoterismo” al tempo stesso “erotico e artigianale”, soggiacente alle sue concezioni marxiste esplicite. La collettivizzazione dei mezzi di produzione permetterebbe di sostituire alle classi sociali abolite una ridistribuzione della società in classi affettive. Una produzione industriale affrancata, invece di asservire l’affettività, ne svilupperebbe le forme e ne organizzerebbe gli scambi; in questo senso il lavoro diverrebbe il complice dei desideri, invece di costituire la compensazione punitiva di essi».
6 Cfr. A. Monnier, Un portrait de Walter Benjamin, in «Les Lettres nouvelles», 11, 1954, poi ripreso in appendice a W. Benjamin, Écrits français, Paris, Gallimard, 1991, pp. 360-362.
