DENTRO NATURA. Piero Zino

Paola Mongelli

I

La Natura è fatta di atomi infiniti che sciamano a cascata sulla terra. Provenienti non si sa da dove, invisibili per coloro che trascurano la mente. Io ho ereditato lo sguardo degli antichi: Democrito ed Epicuro sono le mie guide. Ho dimenticato il mio nome di battesimo. Se volete, chiamatemi Lucrezio. Per la più parte degli uomini non esisto; forse neppure gli appartengo. Chi mi passa accanto proprio non mi vede, me ne accorgo. Sono diventato come un’ombra, anche se preferisco pensarmi un cristallo trasparente e leggerissimo, di quelli che nessuno osa avvicinare per paura di urtare e rompere.

II

La religione e la fede mi sono estranee. Sono popolato soltanto di pensieri. Dai più sottili, ai più contorti, ingenui o sconsiderati. Pieni sono gli atomi, ma ciò che incombe è il vuoto. Lo sento gravare su di me. Certe volte lo assaporo fino in fondo, nel chiuso della mia stanza. Provo un’assenza di dolore che coincide con una strana sensazione di benessere. Ciò che la Natura reclama, qui non entra; qui c’è tutto quanto mi è necessario. Là fuori le immagini della guerra e della morte non offrono spiegazioni. Più ci si affanna a cercarne, più lo spirito è affossato dall’angoscia. Non c’è logica che possa fugarla. Quello della lampada accesa sul mio scrittoio mi sembra il solo lume in un mondo di tenebra. A volte questo tenue chiarore neppure si nota; altre volte, però, è più potente dei raggi del sole che rendono limpida una giornata e la rallegrano.

III

Lucrezio fu un uomo estremamente solitario. In anni di guerre civili, sotto il consolato di Pompeo e Crasso, a detta di Svetonio si sarebbe suicidato per la follia causata da un filtro amoroso. In altre parole, quando la cronaca si trasforma in una barzelletta per catturare il pubblico più grossolano: almeno in questo, le epoche non differiscono tra loro. Una sostanza l’avrebbe potuta assumere, certo, ma per far sì che i suoi sensi avvertissero più acutamente il bagliore del fulmine e l’eco del tuono, oppure per capire meglio di cosa sono fatte le ombre proiettate dai corpi. Perfezionare l’indagine e lo studio era lo scopo della sua vita. Comporre un’opera sulla Natura come mai se ne erano create prima, altro che correre dietro alle sottane di una donna. C’era una forza che agiva in lui e che gli impediva di avere legami sociali. Con il supporto di un nichilismo inscalfibile Lucrezio afferma che l’anima è mortale, che gli dèi sono alieni ai nostri affanni e che la paura dell’Ade è il frutto di ragionamenti da pargoli, i quali hanno come unico risultato quello di rendere ancora più grama la nostra breve permanenza sulla terra.

IV

La Natura dovrebbe avere la stessa levigatura che hanno quei corpuscoli perfetti che sono gli atomi, ma sappiamo che non è così. Perfetta è invece quella che alberga nella nostra mente. Lì i giardini non hanno erbacce, gli insetti sciamano senza contese di sorta e non nuocciono alle piante: non esiste piede umano che calpesti e rechi danno. La mente rifiuta l’esterno e sembra ignorare il disordine che vi regna. Sembra! Nel corso dei millenni la Natura ha cercato di assorbire ogni tipo di maltrattamento. Accoglie scarichi maleodoranti, mostra sfregi da ogni parte, urla la propria fine imminente. Ma il castigo finale, quello sarà riservato soltanto a noi uomini.

V

Epidemie. Come fantasmi orrendi del passato ricompaiono nella nostra epoca, quella del calcolo computazionale e dell’intelligenza artificiale. Ospedali intasati, camere sterili, tubicini, cannule e maschere per l’ossigeno hanno preso il posto dei cadaveri ammucchiati agli angoli delle strade o annegati nei corsi d’acqua per estinguere la sete: ciò narrarono Tucidide e Boccaccio. Leopardi, invece, ha rievocato quegli sfaceli limitandosi a osservare da lontano i profili di un vulcano. O natura, o natura… egli aveva compreso che non solo non fa ciò che promette, ma nemmeno si sogna di promettere. Appena le si presenta l’occasione, è pronta a mettere i bastoni tra le ruote ai poveri mortali. Così ci tocca sempre agire di impulso, portare a termine tutto quanto si ha in mente il prima possibile. I progetti che vengono attuati non sono altro che cambiali mortifere. Separarsi dal resto della tribù, vergare poche righe su un quaderno è tutto quanto possiamo fare. Forse è questa la fine più dignitosa, al termine di una battaglia che si sa perduta in partenza.

VI

Atomi che compaiono all’improvviso e colpiscono come un lampo i nostri occhi, provocando visioni di cui la Natura è partecipe. Corpi che diffondono profumi, così come alberi e ruscelli invitano alla sosta durante le ore più calde. “Varie voci non cessano di volare nel vento” (1), scrive il vero Lucrezio. Ma quand’anche ci fossero queste visioni idilliache, spariscono in un attimo spazzate via dalle migliaia di ordigni che si riversano a ondate su di noi. Atomi che lasciano scie metalliche al loro passaggio e sono preceduti da sibili portatori di morte. Lucrezio ci dice che esiste una norma in base alla quale coloro che sono colpiti in battaglia cadono a terra dalla parte della ferita, nascondendola alla vista degli altri. Così i responsabili delle odierne stragi si sentono in diritto di dire che tutto è opinabile e va interpretato a seconda delle circostanze.

VII

Aggregazioni di atomi avevano dato forma a una enorme statua muliebre. Venti impetuosi facevano volare via frammenti da quel corpo che si ergeva a diversi metri dal suolo, in un luogo arido e desertico. Chi scalfiva quel colosso? Il vento è un falso indizio. La Natura non può patire danno da un suo elemento. Ho avuto in sorte di assistere a quella scena grandiosa e terribile al tempo stesso. In un angolo, ai piedi della creatura mostruosa, ho scorto una piccola figura umana indirizzare verso di lei con grande foga parole impossibili da udire, soverchiate com’erano dall’ululato incessante del vento. Eppure, non potei fare a meno di notare che, più si levava alto il tono dell’invettiva, più il gigante si sbriciolava fino a vacillare per poi, di lì a un tratto, crollare a terra con il fragore del tuono. Se quel fragile essere sia rimasto vittima dello schianto non posso affermarlo con certezza. La polvere sollevatasi aveva reso l’aria irrespirabile e dovetti allontanarmi in fretta. Sento, però, che il mio compito ora non è quello di cercare un corpo senza vita, ma di provare a immaginare e a mettere per iscritto le parole che lo sfortunato pronunciò in quei momenti, sia pure con i limiti ai quali il mio povero ingegno è costretto a sottostare.

VIII

Sotto il terreno molti fuochi bruciano, Empedocle

Non più atomi cristallini che giungono da lontananze siderali

ma liquame che fuoriesce dalle viscere della terra

riportato alla luce da chele giganti

azionate da uomini avvezzi al calore terribile che emana dai pozzi

noncuranti dei rischi, con le sigarette ostentate tra le labbra

alcuni si divertono a lanciare sui neri zampilli fiaccole accese,

così da provocare altissime lingue di fuoco che sfidano il cielo.

A causa di ciò che a prima vista sembra soltanto rifiuto, sangue corrotto

sepolto da mani giudiziose negli strati più infimi del suolo

si scatenano guerre volute da pochi e subite da popoli interi

cui è stata sottratta persino la forza di maledire la sorte, nonché a noi

abitatori dell’Occidente quella di ribellarci alla catena di misfatti

che ci inchioda alla connivenza.

I responsabili di queste sciagure vivono sprezzanti

In dimore di lusso e attraversano a bordo di strambi veicoli

i prati da golf, non si sa per quanto ancora.

L’avvenire si proietta su spazi di tenebra.

IX

Lucrezio ce lo possiamo immaginare in un solo modo, vale a dire mentre era intento a scrivere. Come tutti coloro che sono condannati a seguire il demone della scrittura, a dargli corda in qualsiasi momento, a obbedire ad ogni suo richiamo, ad essere avvinti da una fascinazione che in cambio non offre altro che dubbi e sconforti. Lucrezio ebbe come dote quella di fare luce sui contrasti che permeano la vita. Descrisse le lacrime di un funerale e, in pari tempo, la gioia subitanea per una nascita, così come lo strazio del sacrificio di Ifigenia, che permise alla flotta achea di navigare senza intoppi. Animali e piante vedono sfaldarsi pelle e corteccia, mostrare al di fuori la carne e la linfa che presto disseccano, superati di molto in longevità da oggetti più umili come le pietre o le statue di bronzo, le quali resistono in piedi nonostante “la mano destra ormai consumata dai passanti che la toccano e la baciano”. Comprendere i segreti più intimi delle cose, in maniera da trarne risposte adeguate: questo lo scopo del suo libro. Lucrezio rifiuta con pervicacia il passato. “Un tempo i Cartaginesi ci attaccarono e il mondo intero, dilaniato dalla guerra, ebbe un brivido. Ma noi non c’eravamo e quell’angoscia non fu nostra”. La stessa cosa accadrà dopo che io sarò venuto meno e, allora, nessuna giornata sarà più né buona né cattiva, il colore del cielo non sarà né azzurro, né plumbeo: “nemmeno il mare sollevato fino alle montagne” potrà più turbarmi.

1 Sotto la scure silenziosa. Frammenti dal «De Rerum Natura». Traduzione di Milo De Angelis, SE, Milano, 2005.

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