«Ma il silenzio è vero. Per questo scrivo. Sono sola e scrivo. No, non sono sola. C’è qualcuno qui che trema»: queste parole di Alejandra Pizarnik affiorano dal libro di Giorgio Maria Cornelio, La pelle d’oca (Vallecchi, 2026). Libro di poesia, che si snoda per capitoli in prosa, dominato da una lingua certa ma tremante, dove si annida il disaccordo, il non-scritto, spazio impercosso, luogo dei possibili: lingua della “pelle d’oca”: «…ciò che qui si trattiene lo si trattiene per dileguare, per dare tregua». Il talento barocco e iperbolico di Cornelio, il suo spaziare tra mondi remoti e presenti, dicibili e indicibili, tra la sfera del sacro e quella della moda, tra Celan e S. Agostino, ritrova le vie ibride e molteplici del trattatello, del saggio à la Montaigne, costruendo un palcoscenico di quadri suggestivi, incantati, irrazionali, deragliati, in una sceneggiatura da film alla Anderson, tutti congelati in un loro inferno/paradiso, matrice del libro stesso, forma chiusa che alimenta se stessa come un vortice di danza, dai bagliori lividi e bianchi, angelici e sulfurei, dove il lettore non può essere solo lettore ma anche e soprattutto lo spettatore incantato di una Wunderkammer montata nel gioco di una Ruota infinita, innamorata della distruzione salvifica, “tramutando la pietra in immagine di danza”, insieme libro in essere e libro a venire. «Invece che il riparo della sosta, Celan ha deciso di salvare la pratica del transito: un passare attraverso l’inferno del linguaggio – la sua catastrofe – per riuscire alla “luce”». (M.E.)
Nessuno può farmi né bene né male. Non ho niente da temere e niente da sperare. Sono qui, come su un pianeta estraneo nel quale fossi precipitato dal mio, dove abitavo serenamente. Se intorno a me riconosco qualcosa, sono oggetti straziati, da cui allontano gli occhi. Cammino. Severamente cammino. Consacro i miei ultimi giorni a studiare me stesso e a preparare in anticipo il conto, che non tarderò a rendere a qualche dio, di tutto ciò che sono. Mi dedico interamente alla dolcezza di conversare con la mia anima, la sola cosa che gli uomini non sono in grado di togliermi, neppure se venissero qui armati. Dimenticherò i persecutori e terrò un diario informe delle mie fantasie: di cosa si può occupare un solitario se non di se stesso? Ogni strana idea che troverò passeggiando avrà il suo posto qui, riga dopo riga: il vero pensiero nasce dal sangue che fluisce dai piedi alla testa e dopo entra nella mente e la illumina. La sorgente: il camminare. La foce: il cervello pensante. Fra i piedi e la testa una massa scura, impacciata, che blocca il flusso delle idee e del cammino. Stupido corpo! Dovrei togliermelo di dosso per sempre ma esito perché, se fossi morto, lei, proprio lei, non sentirebbe più il mio odore, che la risveglia alla vita…
L’ultimo controllo
La scrittura: una tela che cuci e che scuci secondo la tua tempesta emotiva, senza perdere l’ultimo controllo. Una lucida vigilanza, dentro il disfacimento, e l’opera è scritta, è dipinta, risuona: come se vedessimo un quadro di Bacon colare colore e disgregarsi (ma anche se stanno disfacendosi dei lineamenti, anche se intravediamo una macchia astratta, sappiamo che tutto deriva da una figura, da un volto). La vigilanza: necessità di mantenere i confini mentre tutto si disgrega. Se la tempesta si cristallizza in delirio, il dolore viene zittito nelle sbarre del sintomo. Ma, se il crogiuolo di immagini fluttua e la forma tiene, scopriamo attimi attoniti dove la poesia trova la sua vera cassa di risonanza. È un mio antico sogno invitare il matto al rigore ostinato dello studio, sapergli insegnare come slacciarsi dai suoi traumi: «vedi, quelle sono corde inservibili che hanno solo il potere di soffocarti…». Ma io, cosa posso insegnare sulla libertà, a parte queste annotazioni teoriche? Nulla: io ho vissuto sempre da prigioniero, in ogni secondo della mia vita, ribellandomi contro ogni dovere ma restandone ostinato custode. In guerra sarei stato medico come in tempo di pace, curando le ferite dei combattenti ma imprecando contro gli orrori bellici che non sapevo evitare. Mai stato homo politicus. Solo un soccorritore, una creatura compassionevole. Tutte le mura intorno, tanti soldati che cercano di sgretolarle con l’esplosivo, tante sentinelle. Tutte racchiuse in me. «Ho in dote una matassa di voci». E la spiaggia e è sempre fitta di esseri neri e minuti, che attendono viaggi ultramarini per vele e per navi sospese in tanti punti dell’aria.
Il mio grazie innanzitutto a Benedicta per il suo invito. E poi questa sera vorrei ricordare tre libri di Nanni: due raccolte di sue poesie, Perduta comodità del mondo e Come colui che teme e chiama, e il volume Il naufragio del Deutschland di Hopkins, di cui Nanni ha curato la traduzione e scritto il saggio introduttivo, pubblicandolo prima nella sua Coliseum e poi, in una versione rivista, con Giometti & Antonello nel 2021. Quindi Nanni poeta, traduttore, saggista, editore.
Ma ora mi soffermerei soprattutto sul Nanni poeta, e in particolare sulle poesie di Perduta comodità del mondo: testi che stupiscono per il loro continuo generarsi e rigenerarsi l’uno dall’altro, come se, pur vivendo ciascuno di vita propria, continuamente si attraversassero. E acquistassero, proprio in questa tensione generativa e comunicativa, la capacità di creare uno spazio, un nodo estetico e morale che continuamente si propaga. È un moto senza sosta che si fa poesia dell’esistenza e che, nella mia lettura, si può misurare soltanto in altezza. Perché così vedo disporsi la parola in questa raccolta: nella sua massima altezza di nudità, essenza, identità.
Quando le lessi per la prima volta mi chiesi: queste parole, questi versi, si sarebbero ancora potuti sentire se il tono fosse stato più alto? Sono poesie di una luce piena e asciutta, aggettante, o meglio — per usare le parole di Nanni — di “un’esclamazione / che si direbbe assoluta”. Versi dunque che sembrano dire l’assoluto inteso qui come qualcosa di solenne, capace forse di salvare e redimere. Come quando Nanni scrive: “Lo so, anche quei boschi / han fatto le nostre guerre, / pure li credo salvi, / e redentori…” Accanto a questi versi nella stessa raccolta se ne trovano altri di una bellezza leggera e impalpabile, che ci rivelano l’esistenza di quell’indicibile che Nanni cercava: “Sbocceranno adesso, / macule d’aria stupefatte / nell’impreparazione del clima, / le rose antiche”.
Salvare e redimere, ho detto. E proprio pensando a Nanni saggista, e in particolare al saggio che accompagna Il naufragio del Deutschland, vorrei ricordare una sua frase che mi sembra una delle chiavi più profonde della sua idea di poesia: “La poesia è la salvezza erotica delle cose: le conosce come non finite e ne prosegue il desiderio.” La poesia, dunque, non salva le cose sottraendole al tempo, né fissandole una volta per tutte. Le salva riconoscendo che non sono finite, che rimangono aperte, disponibili a un ulteriore accadere. “Proseguirne il desiderio” significa non chiudere il mondo in una definizione, ma continuare a desiderarlo attraverso le parole. E quell’aggettivo, “erotica”, mi sembra particolarmente importante: indica una forza di relazione, una tensione verso l’altro, verso ciò che ancora non è compiuto.
Questo tema del salvare senza ancorare ritorna, a mio avviso, anche in Come colui che teme e chiama, dove Nanni scrive: “che la lingua letteraria debba esser sincronica e quindi ostaggio del presente è penosa congettura. No: è una lingua eventuale, sottratta all’uso”. Mi sembra un’affermazione fondamentale. La lingua della poesia, per Nanni, non coincide con la lingua che usiamo ogni giorno. Non è obbligata a inseguire il presente, né a farsi riconoscere immediatamente dal presente. È “eventuale”: può accadere in un altro tempo, può persino aprire un tempo che ancora non conosciamo. È in questo modo che la parola poetica può tornare ad essere parola nella sua possibilità originaria.
Accanto a questo concetto ce n’è un altro che mi sembra altrettanto centrale: quello di metastoria. La metastoria è, per Nanni, l’intima natura della poesia. Ma se è vero che la poesia è metastoria, è anche vero che essa sa dirci la trama complessiva del mondo, quei fatti che si danno nel loro insieme. E perché questo è possibile? Perché, ci dice Nanni, la poesia è “azione delle parole sulle parole”. È stando in questa dimensione che la poesia può guardare al tempo e alla storia: non per raccontarli, non per sostituirsi alla storia, ma per attraversarne i nessi profondi. La poesia diventa così uno spazio in cui il tempo non è soltanto successione, ma relazione e in cui passato, presente e ciò che ancora deve accadere possono entrare nella stessa trama.
La parola nella sua possibilità originaria e la metastoria: mi sembra che siano due elementi fondamentali nella visione poetica e nella scrittura di Nanni.
E ora, prima di chiudere con un verso di Nanni, vorrei fare un mio ringraziamento e condividere un ricordo personale. Il ringraziamento è per l’immensa generosità con cui Nanni ha sempre accolto la mia scrittura. Il ricordo invece è questo. In modo del tutto casuale scoprii che Nanni amava i glicini in fiore. Lo scoprii mandandogli una volta una fotografia dei glicini del mio giardino. Poi gliene mandai altre e lui cominciò a chiamarmi, con affetto, “Signora dei glicini”. È una cosa che porto nel cuore, perché dice tutta l’ umanità e la sensibilità di Nanni
E infine vorrei chiudere con un suo verso, da Perduta comodità del mondo: “Lascia agire l’addio.” Un verso che, a me sembra, custodisca tutto e il Tutto e in cui il senso del vivere e del morire si ricompongono. È un verso straordinario, in cui c’è tutta quell’altezza di cui dicevo all’inizio. Se solo questo verso fosse stato di un tono più alto, si sarebbe probabilmente fatto Oltre e sarebbe diventato non udibile. Fortunatamente lo udiamo. E credo che qui, adesso, stia succedendo proprio questo: lasciamo agire l’addio. Che significa essere ancora con Nanni, tenerlo con noi e custodire la sua parola, la sua grandezza di poeta e di uomo.
(Silvia Comoglio)
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Conversare con Nanni oggi è impossibile: non avremmo mai voluto che accadesse e anche lui non lo avrebbe voluto, preferendo continuare a scrivere, interminabilmente. Ricordarlo, però, sì, perché la sua memoria non aggiunge fatti ma produce eresie: io lo ricordo con questo libro, Vivere non è abbastanza (I libri dell’Arca, Joker, 2026), il primo che appaia in Italia integralmente dedicato a lui e alla sua opera, costellato da voci di amici, vivi e morti. Il libro è suddiviso in brevi capitoli, che riuniscono alcuni dei suoi temi più cari. Ma non è un libro critico, non classifica Nanni, lo mostra. Tutti i capitoli si nutrono della sua voce e dei suoi pensieri. Ne scaturisce un autore sempre contemporaneo e sempre arcaico, un essere umano e poetico fuori da ogni schema, che ribadisce a ogni istante, in prose, versi, racconti, aforismi, la sua estraneità ai logori conformismi del mondo. Orson Welles suggeriva ai registi di cercare il punto più scomodo e da lì girare il loro film. Questo ha fatto Nanni. Filologi e critici di mestiere tenteranno di classificarlo, ma non sarà mai possibile farlo del tutto. Ogni volta lo schema sarà spezzato. Nanni è, da scrittore, il re di un sogno diurno, dove tutto potrebbe nascere e morire, come testimoniano gli appunti e i frammenti, da Discorde a Sans-Gêne. Nanni sarà ricordato per la sua fedeltà all’indicibile. Per lui Poesia è agire al di sopra di ciò che si riesce a pensare. Il sogno ci restituisce al nostro fuoco interiore. Il sogno, non le sue interpretazioni. Per tornare al mio libro, aggiungo, con le parole di Silvia Comoglio: “questo è un libro scritto attraverso Nanni, dentro la sua atmosfera mentale e linguistica”.
Cito dal primo capitolo: «Vivere non è abbastanza. Perché la vita sia degna di essere vissuta, a questa nudità si deve aggiungere tutto. Allora si finisce di giocare, si studia, si viaggia, si lavora, si fanno affari, si prende moglie: il romanzo della vita adulta». Aggiungere tutto, osserva Nanni Cagnone nella prima pagina del suo romanzo Comuni smarrimenti (Coliseum, 1990). Ma questo tutto è il nulla, il non visibile. Immaginare quello che si vede e quello che non si vede è la virtù del poeta, la sua spericolata e incontenibile infanzia. La mancanza di moderazione è la necessità di sognare anche in stato di veglia. «Dispongo anch’io d’una tradizione onirica: non sogni ricorrenti, bensì vecchi sogni citati con naturalezza entro recenti sogni». Nell’arte, mescolare senza prudenza i semi delle carte è giocare senza sapere quale sia la prima regola del gioco. La posta, comunque, sarà sempre il pensiero, nato e pensato nell’aura di un impossibile anelito all’altrove, un pensiero-percezione che guida ai nodi fisici delle parole, alla poesia. Ogni artista si raccorda da sempre con leggi che non conosce, con «lo spazio eccentrico dei morti» (Hölderlin)».
Nessuna nostalgia del già visto e del già percepito ma un voler essere altrove, ne servitore né complice di ordini o scopi, ma uomo libero, che inventa e reinventa se stesso nel desiderio: «Cose che lacrime rimangono / e porte che si chiusero». Il vero naufragio sarebbe assomigliare a cose già viste, sprofondare nell’ovvio. O meglio, non sprofondare: giacere morti. Le parole decisive, inutili, segrete, quelle restano: segni bianchi nel bianco del foglio, degne di un amoroso dell’astrazione, come lui. Opporsi alle regole del vivere comune, ai limiti della ragione, significa rischiare il proprio equilibrio vitale per proporne un altro, indipendente dal primo: è una questione di azzardo, una scommessa esistenziale, un cercare la via tra sassi e vetri, un varcare i confini per infrangerli e ricostruirli dentro il proprio nomadismo interiore.
Ricordo l’ultima volta che vidi Nanni, ad Alassio. Stavamo vicini alla spiaggia, senza dire nulla. Gli chiesi se volesse parlare. Mi rispose che preferiva tacere, insieme a me.
Questa poesia, direbbe Arnold Gehlen, è «chiaroveggenza intellettuale e sentimentale». Innanzi a noi – qui o dove, ma sempre da un’altezza atemporale –, il piú ostinato dei cercatori, vir portendens che abita nella reciprocità e mai non dice addio. Risparmiatevi considerazioni del tipo ‘Difficile, Paul Wühr’, poiché non c’è degna poesia che non sia altrettanto sommessa, ombrosa, che non faccia del vuoto la propria energia, non attiri in sua segreta esuberanza e inattesa spensieratezza, non abbia lacuna e ritrosía. Da Eraclito a Heidegger, a Beaufret: «Rien n’est plus cher à l’éclosion que le retrait».
(Nanni Cagnone)
Ab | Da
Come a un tratto veniamo
rappresentati
leggenda da ascoltare da nessuna
parte
qui ci muoviamo
questo va
osservato tutti domani
a suo tempo
dovranno stare ad ascoltare
ovunque essa
proceda
Wie wir dargestellt werden | mit einem Mal || Sage zu hören aus keiner | Richtung || bewegen wir uns hier ab | zu sehen || ist das von allen morgen | wird zur Zeit || hingehört werden müssen | wo sie auch immer || hergeht
Her
Già
tanta luce
è passata
come i venti spazzano
via i colori
tanto blu è passato
l’acqua
piange occhi
già da tempo
pieni
piange sabbia la pietra
tanto vetro è passato
Licht ist es her | so lange || wie wehen Winde | die Farben || so blau ist es her | das Wasser || weint Augen | schon so lange | voll || Sand weint der Stein || Glas ist es her
Schwer | Pesante
Non smette di raccontare uno
a cui serve meno
sonno d’un uccello quando
dal senso
addormentate le sue mani
prendono congedo
da tanti anni
è abbandonato
il volto bianco pesante
quando
perde il giorno
la sua luce ma
c’è ancora di notte
un po’ di mondo
danno una mano
le leggende
Erzählt einer uns fort der | weniger Schlaf || bedarf als ein Vogel als | vom Sinn || geschlafen seine Hände | abdanken || von so vielen Jahren | verlassen wird || das weiße Gesicht schwer | wenn es || dem Tag an das Licht | geht aber || nachts ist noch Welt | da || gehen die Sagen zur | Hand
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Paul Wühr(1927-2016) è nato a Monaco, in Germania, ma ha vissuto parte della sua vita in Italia. Maestro elementare in Baviera, negli anni del dopoguerra inizia a dedicarsi alla scrittura, pubblicando il suo romanzo d’esordio Embryonen (tra il 1954 e il 1957) e lavorando ai primi testi per la radio. Nel settembre del 1963 il Westdeutscher Rundfunk trasmette il suo radiodrammaDas experiment. L’editore di Monaco Carl Hanser pubblica le sue opere a partire dagli anni Settanta: il romanzo Gegenmünchen (1970), il ciclo di poesie Grüss Gott ihr Mütter ihr Väter ihr Töchter ihr Söhne(1976), quindi Rede. Ein Gedicht(1979), il romanzo Das falsche Buch (1983), il diario Der faule Strick (1987), nuove poesie Grüss Gott, Rede (1990), poi Luftstreiche. Ein Buck der Fragen (1994) e il volume Salve Res Publica Poetica (1997). Numerosi sono i riconoscimenti ottenuti tra i quali ricordiamo: nel 1971 il Premio radiofonico dei Kriegblinden, nel 1977 il Literatur–Förderungspreis della città di Monaco, nel 1984 il Premio della Città di Brema, nel 1990 il Premio Petrarca e il Premio Ernst Meister, mentre la Bayrische Akademie der schönen Künste gli ha conferito nel 1997 il Grosser Literaturpreis.
«In fondo la poesia cos’altro è se non questo custodire ciò che dimentichiamo mentre viviamo? E ciò che dimentichiamo mentre viviamo chi lo salva? L’insonne che ci abita, con orrore e dolcezza, e che immancabilmente perdona tutti noi».
Inizio a leggere Gli insonni, di Carlotta Cicci (puntoacapo edizioni, collana Ancilia, 2026) citando le parole con cui l’autrice chiude il libro. Gli insonni è scandito in quattro parti: Cuori, Il confine dei prati, Le notti diverse, Noi siamo rimasti, e Giancarlo Pontiggia, in quarta di copertina, evidenzia, di questo libro, “la libertà dello spirito e la disciplina della forma”. Ma è “l’insonne che ci abita”, il “demonico” di un’agitazione non placata, a possedere queste pagine: «tra le radici/ che tremano atti scuri/ deponi noi e ci risparmi/ lì dove giri/ e intoni meraviglia». Il lettore intravede, ovunque posi lo sguardo, una inquietudine stupefatta e disperata, che nessuna parola potrebbe colmare. La parola poetica non colma ma svuota: ci getta nell’abisso e toccherà a noi ricucirne il bordo soltanto dopo, con i sigilli degli aggettivi e dei nomi, con la rete sospesa della sintassi. Carlotta si ritaglia uno spazio visionario, che evoca poeti metafisici o mistici: l’evocazione è il fuoco secco di versi veloci, allucinati ma semplici, innervati da bagliori verbali che sgretolano il discorso e lo ricompongono in frammenti: «noi eredi dei giorni/ scaviamo il risveglio/ delle foreste vive//bambini liberati/ con spalle rosa/ e acqua ostinata/ nella bocca/ urtano gli insonni/ finalmente addormentati». Qualcosa di resistente, di verticale, di instancabile, pervade questo “poema”. Scrive Wallace Stevens: «La poesia è una rivendicazione di parole espressa in parole». Qui, il poeta mette in rilievo la “danza insonne” di una lingua che non trova pace ma scava spazi. Come già scrivevo: «Leggere la poesia di Carlotta è come camminare in un mondo capovolto e ridurre la lingua poetica all’essenziale – cosa che mi sembra naturale per un artista che non proviene dagli stretti antri del linguaggio poetico ma dalla limpidezza visionaria del suo essere “artista di immagini”. I veri poeti sono sonnambuli che guardano insieme i tetti d’oro di una Praga sognata, infittendo quaderni con ciò che non esiste». Ma ciò che non esiste – sogno, illusione, follia – cerca perdono, compassione. L’arte della compassione non ha, come oggetto, solo gli esseri umani: si tratta di “pensare il percepire” e di costruire un dialogo paradossale tra corpo e mente, senza i veti, i veli della logica: «splende la casa/ fiera e segreta/ esatti battiamo/ il suono calmo/ proteggiamo/ l’uscio della volpe/ abbandonata e impazzita// si capovolge la luce/ che lava la supplica/ sospesa/ in una piccola grazia/ nel delirio di ore/ che si rincorrono/ e sovrastano/ giovani e solitarie/ nude e serrate>/ come vipere nascoste». Ogni frase poetica è una sequenza che non si ferma alla singola poesia ma la prolunga in inno o preghiera, come se quel battuto, quel soprassalto, non fossero risolti dall’armonia dei versi: brevi, secchi, chiari, i versi sferzano il lettore, obbligato a seguirne le tracce: «al culmine del mondo/ i vivi fanno per alzarsi// fuori dalle case stanche / incerti servono dio/ abbandonano la guerra/ e il mondo//bambini smarriti/ nell’inverno/ fanno la ronda// d’improvviso pazzi di gioia/ rompono l’ordine/ senza toccarsi// cercano l’acqua/ con colpi secchi/ senza dire una parola». Se, come scrive il poeta «i miei insonni sono come sentinelle fra i mondi e no, non riposano mai», questo libro mostra che è l’insonnia lo stato poetico irriducibile di chi non smette di vegliare. «Quanto a me, / non saper nulla / di chi / si slega dal sonno»: queste parole di Nanni Cagnone sembrano ancora risuonare, quel “non sapere nulla” è la condizione primaria dell’invasamento. La scrittura poetica appartiene a chi, temporaneamente, si sveglia e con la sua lingua riferisce, per restare avvinto più alungo dentro quel sonno, dentro le sue visioni: «mormoro il grido di tutti/ sorveglio la porta chiusa/ capovolta su un letto bianco/coperto di sassi».
Carlotta Cicci. Poeta, counselor psicobiologico, videomaker, fotografa, nasce a Roma nel 1984. Dal 2016 vive e lavora a Bologna. In poesia ha pubblicato Sul banco dei pesci (L’Arcolaio editore, 2022) e Grado Zero (MC edizioni, 2023). Attualmente cura e realizza con Stefano Massari il format di video-poesia zona disforme (www.disforme.net).
Ilaria Palomba, Lettera ad Alejandra Pizarnik. Tu volevi solo ardere, Les Flâneurs edizioni, 2026.
Hai vissuto nell’eterno ritorno nietzschiano: il peso più grande – quando ogni cosa vissuta sai che dovrai riviverla infinitamente, evolvere dal così fu al così volli che fosse. Tutta una trama di architetture orientali. La mente l’avresti sgretolata. Il corpo risuonava negli acuti accordi incoscienti. La tua anima stava andando verso l’allineamento con la tua ombra. Le pareti dei manicomi avevano i tuoi occhi. I muri dove batteva lo sguardo erano portali. Stavi per entrare nella dissolvenza, nella tua ombra.
Agli inizio degli anni Sessanta abitavi a Parigi e passeggiavi per Boulevard Saint-Germain con Julio Cortàzar. Venivate dalle sponde del Rio de la Plata, l’Argentina era in voi presenza e nostalgia. Nelle vostre passeggiate, nel vivo cuore di una città straniera, sentendovi stranieri, gettati nell’eterno, risa fameliche, vino bevuto fortissimamente, l’abbraccio nella pioggia torrenziale, i consigli di lettura alle due di notte. Julio era distante, ti sembrava forte, gli scorgevi addosso una corazza dall’odore del legno. Ti sentivi colpita a morte, e cercavi una protezione.
Quando gli capitava di allontanarsi da te ti scriveva affinché non accadesse quanto temeva. Scrivere una poesia era riparare una ferita originaria, lo strappo. Ti dicevi di non mancare di andare a trovare Julio. Non mancare di dirgli che le tue lacrime fossero la consistenza della tua vita, e che la sua esistenza fosse l’unica ragione valida per non buttarti dalla finestra.
*
Nel 1971 torni in Argentina sotto l’egida del fallimento di tutte le aspettative professionali e mondane. La poesia è per te questo traboccare e sparire, la via maestra, o il sentiero secondario? L’assenza. Vieni salvata in extremis da un tentativo di suicidio. Trascorsi diversi giorni in ospedale. Scrivi a Julio di essere arrivata così in fondo, ma non c’è un fondo.
Non sopporto le cagne parole!
Morte e Follia, le sovrane, ti stanno addosso con la delicatezza degli incendi. Odi Antonin Artaud perché ti somigli e lo comprendi fin troppo bene. Immagini gli eroi, come Don Chisciotte, privi di volontà propria, loro non scrivono. Sono scritti. Perché la follia dovrà venire a devastarti? Perché la follia distrugge le menti migliori? Hai esagerato, e hai perso. Julio capirà. Sarà l’unico. No, nessuno capirà, nessuno può mai capire quanto le sovrane ti chiamino, e t’invochino. E io, la tua Ombra, ti chiamo, e t’invoco nel sepolcro. Esistono persone la cui esistenza è solo l’incanto di una fonte, e non hanno diritto a nulla, se non a eseguire la partitura dell’abisso, ordinarla con strumenti musicali perfetti. Loro vengono qui, come te, con l’illusione di possedere una vita, sono le più vicine all’Origine. Perciò noi le lasciano solo per poco danzare sulla superficie delle cose. E dopo le riportiamo nell’eternità. In ospedale impari a convivere con i derelitti, con gli ultimi. La tua migliore amica è una domestica di diciotto anni che ha ucciso suo figlio. Oppure farnetica.
Con luminosa chiarezza, in Strappo del tempo (edizioni puntoacapo, collana Ancilia, 2026), Elio Grasso sembra voler correggere dolori, strappi, ferite di un mondo la cui “dilapidata pace” non consente conforti o terreferme: «Flessibile e inflessibile/ nella Genova e nella Venezia,/ rammendi i danni delle strade/che svalutano le distanze./ Nello strappo, disarmati/ definiamo ogni giorno/ il nostro spartito resistente». Sottolineerei parola e aggettivo: spartito resistente. Questa parola e questo aggettivo sintetizzano la ricerca poetica di una vita intera. Elio Grasso ha sempre trovato e voluto, fin dall’inizio della sua ricerca letteraria, una musica astratta, non allineata, complessa e nitida, ma resistente. «Memoria, aiuta la memoria/ a difendersi sotto la pioggia/ bianca, asciutta, elettrica./ Traendo diverso ardore/ dal farraginoso cavo del sole/ la verità sommuove il mondo». Qui, in queste pagine, Elio sembra cercare una cura al dolore di essere-nel-mondo: Genova e Venezia, luoghi di esperienze umane e letterarie, sono i simboli del suo canzoniere amoroso, intimo e universale, dove la salvezza esiste per esistere «Oltre le differenti stagioni». Maestro di uno stile a mezza voce, affidato spesso a parole astratte (ma non solo), qui Elio Grasso ci parla del suo tempo interiore. Scrive Giancarlo Pontiggia nella quarta di copertina: «E alla “bufera” degli anni e della storia – con i suoi cumuli minacciosi, i suoi crolli e i suoi schianti (che sono anche schianti della lingua) – il poeta può opporre le sue mappe privilegiate, lo spartito segreto dei giorni che ci protegge e ci fortifica contro il male, forse inevitabile, delle cose. Così tutta la sua opera ci appare sempre di più come un canzoniere di amorosi segni volto a rammendare danni e strappi, tra passato e futuro, nostalgia e profezia». Elio, che mai commenta i suoi scritti, qui fa eccezione con quattro pagine intitolate Questo libro: «…Tra una bufera e l’altra, il sismografo capta parole diverse in terre diverse, dove però l’acqua fa sentire la sua civiltà. Tutti i miei libri contengono mappe. Genova e Venezia non si contraddicono, hanno probabili pali fossili che reggono frantumi e schegge, pietre saline regalate ai propri figli e figlie in due regioni fatte di maglie strette e rotte».
Grasso preferisce mostrare non le cupe strettoie ma un felice accordo fra cielo e terra, una scrittura “contraria a disfarsi”, un tessuto abissale, contra ruinas, ma propizio, speranza di un soffio nuovo che, da qualche luogo remoto, ci conduca ancora verso un qualche futuro, per necessità d’amore: «La nostra impronta regge l’urto,/ nei modi del ritrovarsi,/ due vite percorse in decenni -/ non era lo scalpiccio di una fuga». Il poeta affida a Strappo del tempo la domanda prima e ultima dell’uomo: chi siamo? «Chi siamo è una prova di affidamento, come cercare di far coincidere quel futuro di ricordi con il passato che non era di ricordi ma di travasi continui di tempo. Come si vede, sempre una questione di durata». (M.E.)