OMAGGIO AD ANGELO LUMELLI

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Milano, mercoledì 9 aprile 2025, ore 18.00, Auditorium ex chiesetta del Parco Trotter

La Casa della Poesia al Trotter organizza un incontro sull’opera di ANGELO LUMELLI

Presentazione di Caterina Galizia

Intervengono: Barbara Anceschi, Giusi Busceti, Luigi Ballerini, Marco Ercolani, Eugenio Gazzola

Letture di Mario Bertasa

Saranno presenti gli artisti visivi Pietro Bologna e Andrea Franzosi

Verrà letta una poesia inviata da Nanni Cagnone

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INCHIOSTRO INNAMORATO. Michele Ferrara degli Uberti

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Adesso ti cucio
un vestito,
addosso meditando i gesti
gioie rubate
a un rigattiere
li serbo per te con cura
mentre tutto fuori
è in disordine
il cielo le cose
il grido disperato di un bambino
allora in tutto questo caos
getto
lo sguardo dalla finestra e m’accorgo
di non averti mai parlato
e di essere
in questo vuoto di parola
testimone della tua morte
che t’invade le vesti
le porta a sorgenti
limpide più quiete
precoci lame del tuo pensare
chiuso in una scatola,
dove ascolti soltanto
la voce dei tuoi dèi ribelli, traditi
e beffeggiati.

*

Ad Alfonso

Alfonso, voce della terra,

lasci l’inchiostro innamorato

dei giorni, macchiare il dorso,

gli omeri, nascosti gioielli nella tua

parola, eloquenza campale

come il suono delle campane

nell’umiltà vespertina.

Hai capito l’oscurità

demone sottile,

sei in ogni gesto

ogni anfratto della madre

tua origine, filtro

di memoria bellezza cauta

degli dèi che ispirano

nel caos serale il tuo

lavoro,padrone dell’officina

tanto cara a te, fulgido

angelo della creazione gettato

nel vagone d’un treno deragliato,

spina del cuore rossa moltitudine

sonora, florilegio arcaico

di notti dipinte sul dorso

della tua mano

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Michele Ferrara degli Uberti (1971-2025). Ha iniziato a pubblicare nel 1992 su riviste di cultura e poesia quali “Pagine”, “Galleria”, “Poetry”, “Fermenti”, “Produzione e cultura”, “Inchiostri”. Del 1998 la prima raccolta poetica, I richiami della luna nuova; nel 2004, con Liberi editore, Il compagno invisibile. È presente in diverse antologie e ha vinto vari premi fra cui la sezione inediti del “Dario Bellezza”.

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Un ricordo, di Alfonso Guida

Un altro che scende dalla carrozza, un altro e poi un altro. Ma oggi è sceso Michele, poeta geniale della parola innamorata, della parola riflessa dallo specchio attraversato da un’Alice a lui tanto cara, insieme a Rosselli, Campana, Auden, fino a psicoanalisti come Laing. Quante strade aveva tentato Michele. Mi chiamava un giorno al fisso (allora non esistevano i cellulari) e si diceva innamorato di mia sorella che non aveva mai visto. Mi chiamava un giorno e mi cantava, roco, cavernoso, oltretombale, un inglese inventato – jazz. Rideva grasso. Andava coi travestiti che sostituivano le donne, impossibilitato ad averle. Era completamente compromesso da una malattia crudele che però lo rendeva geniale con le parole, con l’arte in generale. Suonava il pianoforte. Anche suo fratello gemello era schizofrenico. Stava in una comunità psichiatrica quando ci conoscemmo al Premio Bellezza. Un rapporto troppo conflittuale aveva fatto sì che i medici lo allontanassero dalla madre. Eppure veniva da una buona famiglia. Sua madre psicoanalista freudiana, suo padre lavorava alla Treccani a Venezia. Non era me, figlio dell’ignoranza che mi ha ucciso, dopo anni di sevizie. Ma seviziato era pure Michele, seviziato fin nelle radici che si ostinava a percepire “stellate”. Ricordo questa sua immagine relativa a La libellula. Gli piaceva Sleep e diceva sempre al telefono, nel primo pomeriggio: “Hello, Shallops”. Shallops è il nome usato da Amelia in una poesia di Sleep che sta per “scialuppa”. È sparito un giorno nel nulla. Sono passati trent’anni… Quanti primi pomeriggi d’estate passati a leggerci poesie. Vanno via tutti… L’ultima volta fu di mattina: “Devo andare a piazza Venezia a leggere una poesia sulla Shoah”…

Michele, classe 1971, occhi spiritati e barba alla Charles Manson. Sapeva le poesie di Testamento di Alda Merini, libro che gli regalò la madre, a memoria…

Di notte russava.




LE SETTE REGOLE DEL SILENZIO. Robert Mächler

Baden Baden, 15 gennaio 1964.

Cari signori,

non vi ruberò troppo tempo. Il mio nome è Robert Mächler. Questa mia breve relazione nasce dalla mia lunga solidarietà con il grande scrittore Robert Walser, di cui mi onoro di aver decifrato i manoscritti e interpretato alcuni dettagli biografici. Io avevo diciannove anni (scuserete questa digressione personale, ma mi è utile per chiarirvi il senso della mia brevissima relazione) e non conoscevo affatto la sua opera quando, disgustato dalla normalità della mia famiglia (mi amavano, non mi picchiavano, erano solo buoni), me ne allontanai, mi finsi pazzo e passai un certo periodo di tempo nella Maison de Santé de Malevoz, tentando di scrivere il mio libro Come tacque Zarathustra, articolando scrupolosamente il mio suicidio perché morendo avrei salvato l’umanità. Cercavo le Sette Regole della Salvezza quando, come per incanto, leggendo avventurosamente e casualmente un libro di Robert Walser (che oggi neppure ricordo), scoprii le Sette Regole del Silenzio – Prudenza, Segretezza, Simulazione, Sogno, Fantasticheria, Metamorfosi, Malinconia. Le scoprii intatte, perfette, indissolubili, nei criptici appunti a matita delle sue micrografie, dipanati in quel modo austero, fittissimo, fatto proprio per non dire, scritti nell’ingenuo desiderio che le sue frasi incompiute e gentili alla fine ricoprissero l’irritante e rumorosa superficie del pianeta come un lungo manto di neve, dopo una lunga notte d’inverno, ricopre l’intero paesaggio. La scrittura, liberata e indifferente, è solo una silenziosa conversazione con il proprio segreto. E Robert Walser, a cinquant’anni come io a diciannove, dopo romanzi, prose, racconti, poesie, ha finto di essere pazzo; internato prima a Waldau e poi a Herisau, ha intrecciato mitemente canestri, in silenzio, senza più pronunciare e scrivere parole, lo ha fatto perché solo così poteva servire il Grande Ordine della Struttura Chiusa e realizzare le Sette Regole del Silenzio, smettere di fare il girovago di una scrittura senza fine, essere senza più dolore l’anacoreta del nulla, approdare, infine, all’incantesimo di una neve senza suoni. Vi assicuro, signori, che Robert ha simulato la follia solo per essere più vicino alla sua mente e il più lontano possibile dal mondo. È stato prudente. Si è chiuso nel suo segreto. Ha simulato la follia trasformandosi in un matto. Ha continuato a fantasticare e sognare. È rimasto malinconico. Vedete: Prudenza, Segreto, Simulazione, Metamorfosi, Fantasticheria, Sogno, Malinconia.

Questo io ho cercato di dimostrare, interpretando la sua opera come devono fare i puri interpreti, avvicinandosi e allontanandosi dal loro oggetto, tra le sabbie mobili e il cielo puro. Il fuoco arde con maggiore precisione se al suo interprete è concesso di non accostarsi troppo alle fiamme, consumando così tutto l’enigma. Di tante, troppe ceneri sono pieni i cimiteri della critica tradizionale, attenta più alle tracce dei libri che alle anime degli scrittori.

Direi che non ho nulla da aggiungere.

Lascio tutto lo spazio ai (veri?) interpreti che vi parleranno dell’opera (opera?) walseriana.

Io torno a casa per trovare la Grande Regola della Salvezza con la quale potrò, finalmente, far quadrare il Magico Cerchio dell’Umanità. Solo chi scorge i contorni di questo cerchio riesce a vedere, intera e perfetta, l’ombra del suo corpo, e non ha più bisogno di nulla.

Vostro Robert Mächler

UOMO PSICHICO

Immagini di Henri Michaux

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Lui? Sempre a costruire una vita segreta, dove nessuno lo vedesse. Lui, a scrivere chiuso nella sua stanza parole che cancellassero le penose cose del mondo. Felice quando, con suo padre, allungava l’elastico della fionda e tirava pietre contro la fabbrica di birra vicina al terrazzo. Il sasso rimbalzava sulla tettoia di ferro con una freschezza felice. Qualcosa, finalmente, accadeva. Lui, in quel suono, esisteva. Uscì di casa fingendo di essere testimone alle nozze di un altro: era vestito a festa, sorrideva, ma vagava come un fantasma in quel matrimonio che era il suo e non era il suo. I suoi amici scattavano fotografie da cui la madre sarebbe stata, per sempre, assente. Quell’assenza, oggi, è un macigno che non raccoglie più dal suolo. La vera biografia è amare chi si desidera amare. La sua vita è stata Einfhart, regno dell’immaginazione interiore, modellato dalla madre. Poi divenne Erlebnis, l’esperienza amorosa con le creature umane. I momenti bellissimi, pur restando nascosti nella vita reale, lo abbagliano ancora, come meteoriti disseminati negli anni, come prati luminosi nei pendii di montagna. Alla fine, lo sa, è stato lui il regista di tutti i suoi segreti.

Hofmannsthal, scoprendo a Parigi la prima mostra dello sconosciuto V. Van Gogh nel 1901, ne è sconvolto come da un cataclisma. Nulla è più identico a quello che era, dopo che ha visto quei colori. «Ma cosa sono i colori se non prorompe in essi la vita più fonda degli oggetti? E quella vita profondissima era lì, albero e pietra e muro e sentiero davano di sé quel che avevano di più segreto, me lo gettavano per così dire incontro, ma non la voluttà e l’armonia della loro vita muta, quale in passato mi fluiva talvolta incontro dai quadri antichi quasi un’aura incantata; no, il solo fatto che esistessero con quella violenza, il furibondo stupefacente miracolo della loro esistenza investì la mia vita umana. Come posso farti intendere che ogni creatura […] mi si levava incontro come rinata dallo spaventoso caos della non-vita, dal baratro dell’irrealtà, così che io sentii, no, seppi, che ognuna di quelle cose, di quelle creature, era nata da un terribile dubbio del mondo e con la sua esistenza copriva ora per sempre un’orrenda voragine, il nulla spalancato!» Hofmannsthal davanti a Van Gogh è l’uomo psichico travolto dalla follia dell’oltrepsiche. Il nulla spalancato è la sua ombra quotidiana, ma non è in grado di soffrirla dentro di sé: la regge per un attimo, da spettatore incantato.

Una psicologa di nome Nausicaa scrive un libro dedicato ai “fantasmi gentili” ricoverati nel manicomio di Quarto. Il libro, accompagnato dai disegni burleschi di un matto anonimo, viene pubblicato quando lei ha ormai più di ottant’anni. Pochi mesi dopo, prima della presentazione del libro, muore, nella sua casa di campagna, per coma diabetico. Vivo il libro, l’autore deve sparire, come quando si fugge all’improvviso e si lascia la scena. Ma la parola resta, con le piccole fiamme dei racconti. Eccone uno: «Ho esitato a lungo prima di scrivere questa storia. Penso però che sia giusto parlare di quella sera d’inverno, fredda e piovosa. Ero stanca, timbrai il cartellino con un senso di sollievo, Finalmente potevo tornare a casa, al caldo, dia miei cari. Poi mi accorsi d lui, era là nell’atrio e chiaramente mi stava aspettando, non ne farò il nome anche se risuona da anti anni nella mia mente e nel mio cuore. Si avvicinò, con il suo sorriso di sempre. Lo guardai, forse un po’ infastidita, ero stanca, gli dissi: “Hai qualcosa da dirmi?”. Lui rispose, sempre sorridendo: “No, forse non è importante, ne parleremo domani mattina”: Tornai a casa sollevata… L’indomani mattina, arrivata al cancello, mi dissero che durante la notte si era tolto la vita. Sono trascorsi agli anni e il suo fantasma gentile mi appare spesso, quasi volesse consolarmi perché io quella sera non l’ho ascoltato. Non saprò mai cosa mi volesse dire, se in qualche modo avrei potuto evitare il suo gesto. So che sicuramente lui mi ha perdonata ma la colpa rimane, e pesa…».

Di quel mare così azzurro, le onde osservate da intelligenti e da idioti, da cani e bambini, che fare? La luce sta per arrivare alla finestra. Ricordo quando guardavo le saline azzurre, il mulino di Mozia. Cos’è lo stile, se non l’aria asciutta che prosciuga il vento? Lo scudo potente e sicuro che controlla le infinite rifrazioni dello specchio? Rifrazioni, non fantasie. L’immaginario non è una plaga remota ai confini del mondo: è il mondo stesso come un tutto straziato. Sono io che curo, io che faccio all’amore. D. mi scrive, mi dice che ha vinto il cancro alla vescica e ringrazia i Grandi Medici del Grande Staff che lo ha curato. Ma, prima di tutti, ringrazia me. Che, nella mente, lo avevo già guarito. Tiene, sul comodino, il mio Demone accanto (copia introvabile che ha trovato e acquistato sul web), e a tratti lo legge, perché sente che da lì si sprigiona una forza. I. mi dice che, con Galassie parallele, ho costruito un edificio con le pietre dei matti e ci abito, fingendo di essere sano.

La scrittura come una tela che cuci e che scuci secondo la tua tempesta emotiva. Ma non perdere l’ultimo controllo. Una lucida vigilanza, dentro il disfacimento, e l’opera è scritta, è dipinta, risuona: come se vedessimo un quadro di Bacon colare colore e disgregarsi (ma anche se stanno disfacendosi dei lineamenti, anche se intravediamo una macchia astratta, sappiamo che tutto deriva da una figura, da un volto). La vigilanza: necessità di mantenere i confini mentre tutto si disgrega. Se la tempesta si cristallizza in delirio, il dolore viene zittito nella gabbia del sintomo. Ma se il crogiuolo di immagini fluttua e la forma tiene; scopriamo attimi attoniti dove la poesia trova la sua cassa di risonanza. Sarebbe un mio antico sogno invitare un matto al rigore ostinato dello studio, sapergli insegnare come slacciarsi dai suoi traumi: «vedi, quelle sono corde inservibili che hanno solo il potere di soffocarti…». Ma io, cosa posso insegnare sulla libertà, a parte queste annotazioni teoriche? Nulla, avendo vissuto sempre da prigioniero, in ogni secondo della mia vita, ribellandomi contro ogni dovere ma restandone ostinato custode. In guerra sarei stato medico come in tempo di pace, curando le ferite dei combattenti ma imprecando contro gli orrori bellici che non sapevo evitare. Mai stato homo politicus: solo un soccorritore, una creatura compassionevole. Tutte le mura intorno, tanti soldati che cercano di sgretolarle con l’esplosivo. Tante sentinelle, tutte racchiuse in me. Come dice C. «Ho in dote una matassa di voci».

L’idea dell’essere come tremore. Non conosco una seconda idea: filosofi la studiano, io la vivo.

Ho salvato vent’anni di lavoro: solo poesie, scarabocchi qui e là. Sapete che io resto muto per giorni. Ma le parole scritte mi salvano dal tacere senza ritorno.

Fermo qualcuno per strada, gli leggo i miei versi. Non potete immaginare con quanta sufficienza mi ascolti, aspettando che io finisca. Per fortuna, dopo, non mi regala due spiccioli (ma forse sarebbe meglio). Ho già deciso che sarò un accattone della poesia, con le postume grandezze fissate come chiodi nella testa. I miraggi sono solo raggiri.

A LINGUA. Angela Passarello

*I versi sono tratti dalla raccolta A puntu strittu a puntu largu, Edizioni del Verri, Milano 2025.

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a lingua

ah a lingua a to lingua

còmu a chidda di to matri

tantichiedda ammintata

còmu a chidda di to patri

ah a lingua a to lingua

lingua taliata e muzzicata

lingua rimmuttata e sputata

lingua zzittuta e scuncichiata

ah a lingua a to lingua ncarnata

nnâ ti peddi è rrugna camurrriusa

ah a lingua a to lingua cusuta intra

u to pettu cü u lu versu curtu curtu

*

la lingua

ah la lingua la tua lingua / come quella di tua madre/ un poco inventata/ come quella di tuo padre/ ah la lingua la tua lingua/ lingua guardata e morsicata/ lingua rifiutata e sputata/ lingua zittita e derisa// ah la lingua la tua lingua/ incarnata/ nella tua pelle è rogna fastidiosa/ ah la lingua la tua lingua cucita dentro/ il tuo petto con un verso breve breve

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u checcu

u checcu u cunta chicchiannu

ca a so lingua s’impidugghia

nnu palatu còmu intra na cassa

chiuiuta ‘ntornu

i corda vocali ammuttannu i gutturali

nnâ vucca unni a lingua chicchia

lucannu cu’ i sona a so vinuta

ncapu ê labbra

i sillabba nun cantanu

sciàtanu a palora

ca a picca a picca nasci

ca a picca picca nesci

il balbuziente

il balbuziente balbettando racconta/ che la lingua si ingarbuglia nel palato/ come dentro una cassa chiusa intorno/ le corde vocali spingono le gutturali/ nella bocca dove la lingua balbetta/ giocando con i suoni il suo arrivo// le sillabe non cantano/ ma soffiano la parola/ che a poco a poco esce/ che a poco a poco nasce

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Angela Passarello, nata ad Agrigento, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato Asina Pazza, La Carne dell’Angelo, Ananta delle voci bianche, Piano Argento, Pani scrittu, Bestie sulla scena, Poema Rupe. È stata cofondatrice della rivista “Il Monte Analogo” e ha collaborato con “La mosca di Milano”. Ha realizzato la mostra personale “Scritto in mare (Fondazione Mudima, Milano 2019). I versi di A puntu strittu a puntu largu sono scritti nella “parlata” di Girgenti e mescolano tragedie, amori, prodigi, fiabe, silenzi, con metafisica leggerezza: la lingua italiana traduce il dialetto agrigentino con una intensità lieve e felice, diversa ma simile a quella della lingua madre.

LACRIME DI VETRO

A Piergiorgio Colombara

Il mondo? È in fuga.

*

Un nulla ci accoglie ora, un vetro senza ombre.

*

Sì. avremmo sorriso. Se fosse accaduto.

*

Senza aria, resterebbero stalattiti.

I venti disincantano i sassi, rendono reali

suoni e odori, illusioni vive.

Ora sono pietre libere: aeree e bianche,

un fragore remoto.

Superstite sopra la cima, ne osservo ancora il volo.

*

Carta senza penna che scrive, senza mani che toccano,

senza finzioni che bucano il foglio.

Carta bianca. Non c’è scampo. Tutto accade

togliendo vita.

Che la verità, mai eterna,

muoia e si moltiplichi.

Che per giorni interi

si impari a frantumare in specchi le verità.

*

Sapere che gli uccelli non saliranno dal bosco

non torneranno. Perduti,

insostituibili.

Parlare, quasi senza voce,

di questo dolore.

E dopo?

Risentire il vento

ma secco, nudo.

In pieno giorno il monte proietta

la sua ombra frastagliata e bianca

al centro del prato.

In quell’ombra scaturita dal sasso scagliato

si concentra il destino.

Le rocce, disintegrate.

Le vite, superstiti.

*

Maschera: espone la sua forma.

Vuoto invisibile: dietro la maschera.

Nodo: agli intrecci del nulla.

Lo specchio: primo cuore di tenebra.

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Immagini di Piergiorgio Colombara

DOPO LA PRIMA MORTE. Silvia Giacomini

Dopo la prima morte

ogni altra perdita

rafforza l’esilio.

Sulla terra si sta con un piede solo,

l’altro poggia in un altrove.

Le frenesie terrene hanno sempre meno presa,

i fallimenti sono campi di soffioni.

Con un piede solo si va,

con l’anima mozzata

ma non è un male

smettere di fingersi interi,

è solo cominciare un ritorno.

*

I testi sono tratti da: Silvia Giacomini, Cittadinanza d’altrove. Poesie, Le Càriti editore, Firenze 2025.

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PER LORENZO, LA POTENZA DEL RESPIRO. Silvia Comoglio

Sono potenza e respiro” scrive Lorenzo Pittaluga in Poeta, testo tratto dalla raccolta L’indulgenza e ora riproposto nell’antologia L’enigma di una voce (Edizioni Macabor, 2025, a cura di Marco Ercolani). Un verso, questo, che dice tutta la tensione e l’urgenza di creare, una tensione e un’urgenza che potrebbe sconfinare ed essere onnipotenza se non fosse per la presenza di quel “respiro” che rende umano e carico di fragilità il verso e chi lo ha scritto. Perché umano e fragile il verso e Lorenzo (perché il poeta, lo sappiamo, qui è Lorenzo) nonostante quel “potenza”? Perché nel momento in cui Lorenzo entra con il suo respiro in ciò che ha sentito l’urgenza di creare, e forse di dominare, succede che quanto ha creato rivela tutta l’umanissima e fragilissima sensibilità di Lorenzo, il suo essere voce che urla o sussurra, che trattiene la smania e la tragicità dell’esistenza oppure le lancia oltre se stesso ma in un lancio che lo contiene e che lo spinge verso la sua sorgente, non a caso un suo verso è proprio “io sono la foce e la sorgente: sono Lorenzo”.

Il respiro, dunque, ma soprattutto il modo e la materia di cui è fatto il respiro di Lorenzo (sussurro urlo smania tragicità trattenute o gettate oltre se stesso in un gettare che contiene il se stesso), ecco, questo specifico respiro attraversa ogni testo di Lorenzo. E non in modo inconsapevole. Lorenzo è presente sempre a se stesso (scrive “sono / l’unico poeta uscito dalla / placenta della terra desolata”), si respira ed è in questo respirarsi che possiamo recuperare quel “potenza” e anziché congiungere con una “e” potenza e respiro scrivere: la potenza del respiro.

E per e da questo respiro la parola trae un’identità che è perfetto combaciare (fisico? ontologico?) tra l’essenza della parola e l’io di Lorenzo. E leggere le sue parole, i suoi versi, è vedere Lorenzo, sentirne la sua lotta interiore, vederlo sgorgare dai suoi vuoti portandoli tutti con sé nello strano ed enigmatico bilanciamento delle sue visioni.

La potenza, quindi, del respiro. Da cui due identità che si sovrappongono (di Lorenzo e della parola). E ancora da qui il fluire di immagini e suoni autentici e lucidi, perché la potenza del respiro, del respiro di Lorenzo, è adesione e presa di coscienza, anche dell’irrazionale, ed è volontà di essere e dirsi anche scavalcandosi, anche cancellando le proprie orme. Uno scavalcare e un cancellare che è comunque un mettersi al centro perché la potenza del respiro di Lorenzo non si arresta di fronte al reale, a ciò che accade, ma continua la sua corsa, nuda o folle, allucinata o surreale che sia, e lo fa per millenni perché ripete continuamente ciò su cui si fonda, ossia: sono Lorenzo.

LA CIVILTA’ DELL’APOCRIFO. Alfonso Guida

Per “essere” altri bisogna essere colti e soprattutto civili. L’apocrifo è più di una dedica. È atto di civiltà. Di assunzione del tutto che è l’altro sull’eterna incompiutezza di sé. Forse è un gesto quaresimale, un atto d’amore.

Non è né una dedica né un omaggio. L’apocrifo non prevede distanze ma una testa che si capovolge per affondare: un io nell’io. Ma un io che non crede di essere, che non vuole esistere. Un io che forse si è eclissato, una specie di suicidio esistenziale, e torna, come uno di quei demoni di cui parla l’antropologia culturale, la tradizione del negativo del Sud e del mondo filosofico-religioso-ebraico. Negativo come doppione oscurato. E il tuo io è il negativo di Osip e di tutti quelli da cui ricevi ferita.

UN’ALTRA RESPIRAZIONE. Jacques Dupin

Per Giacometti il disegno è un’altra respirazione. Per modellare o dipingere ci vogliono terra, tele e colori. Disegnare è possibile ovunque, in ogni momento, e Giacometti disegna ovunque e in ogni momento. Disegna per vedere e non può veder nulla senza disegnare, almeno mentalmente: ogni cosa vista si disegna in lui. L’occhio disegnante di Giacometti non conosce riposo o fatica. E davanti ai suoi disegni neppure il nostro occhio ha diritto al riposo.

Il testo è tratto da: Jacques Dupin, Alberto Giacometti. Testi per un approccio, Pagine d’arte. Sintomi, Zurigo 2020.

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