IL DEMONE DELLA SCRITTURA

IL DEMONE DELLA SCRITTURA
Giornata di studi su Marco Ercolani
Genova, Biblioteca Universitaria
Mercoledì 5 febbraio 2024, ore 15.30

Relazioni
Ida Merello, La pagina bianca
Luigi Sasso, Tra le ombre delle parole
Giuseppe Zuccarino, Come uscire dall’io
Rosa Elisa Giangoia, Studi della paura
Daniela Bisagno,  Il pensiero arcipelagico e “il diritto all’opacità”: i Destini minori di Marco Ercolani.
Stefano Verdino, Scrittore di lettere

Testimonianze
Francesco Denini, Ground
Francesco Macciò, L’altro dentro di noi
Massimo Morasso, Infinita ossessione

Intervista di Viviane Ciampi

Dal 5 febbraio al 20 febbraio 2025 saranno esposti, in Biblioteca, gli esemplari della rivista Arca (prima e seconda serie) e i volumi dei Libri dell’Arca.

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Le mie pagine non vanno confuse con un diario dei propri eventi personali: sono appunti, incursioni, frammenti, pensieri, sono un taccuino senza biografia se non quella del mio io catturato dal demone della scrittura, sospesa tra filosofia, estetica e sogno. Opere simili ne sono sempre esistite, in ogni letteratura: opere che obbligano il lettore ad essere presente dentro ogni riga dei testi, senza distinguere opera da opera, libro da libro, come se dall’accumulo di pietre dopo pietre, notte dopo notte, in decenni di semilucidità, scaturisse alla fine la struttura architettonica di un palazzo sghembo. Per una scrittura come la mia – un “gigantesco frammento” la definirebbe Thomas Bernhard – sarebbe appropriato il termine di ossessione. Di dettatura inconscia, se volete. Il “frammento” non è incompiuto perché ambisca a una interezza: vuole essere frammento. (M.E.)

FRAMMENTI DI POETI PRENEOTERICI E NEOTERICI

Fine del II Secolo A.C.

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Q. Lutazio Catulo, dagli Epigrammi, 2 M.

M’ero per avventura

fermato a salutare

l’aurora che sorgeva,

quando dalla sinistra

all’improvviso spunta Roscio.

Lasciatemelo dire

con vostra pace, dèi del cielo;

più, più bello d’un dio

m’è parso quel mortale

*

Gaio Valerio Edituo, dagli Epigrammi, 1 M

Quando cerco, Panfìla,

di svelarti l’affanno del mio cuore,

ciò che da te vorrei,

svaniscono dal labbro le parole

sul mio petto all’improvviso di voglia

si diffonde un sudore,

e così di voglia in silenzio

per timidezza mi sento morire.

*

Levio, dagli Scherzi d’amore, Alcesti, 8 M

emaciato in tutto il corpo e nel cuore,

la mente ottenebrata,

era oppresso dalla vecchiaia

che rattrappisce le ginocchia

*

Levio, dagli Scherzi d’amore, Ino, 12 M

abbandonata, in preda alla follia,

si gettò l’eroina a capofitto

nei gorghi profondi del mare

*

Gneo Mazio, da Iliade 1. I, 1 M

impietrito guardava

i corpi dei greci bruciare fra le fiamme

*

Gneo Mazio, da Iliade 1. XX, 6 M.

la bocca spalancata,

cadde morente a mordere la terra

*

Gneo Mazio, da Iliade 1. XXI, 8 M.

muta, a nostra immagine,

rimarrà mai un’ombra

dopo la morte?

*

Gneo Mazio, dai Mimiambi, 10 M.

dolce conviene allora rendere la vita

e col piacere lenire la morsa degli affanni

*

Gneo Mazio, dai Mimiambi, 12 M.

scaldandola al seno sciogli il gelo del tuo amore,

labbra strette alle labbra, due colombi

*

Gneo Mazio, dai Mimiambi, 13 M.

tappeti ormai rasati,

ubriachi di rosso,

che un succo di conchiglia

impregnandoli dipinse di porpora

*

Gneo Mazio, dai Mimiambi, 17 M.

un solo acino,

premuto fra le labbra,

sembrava d’uva passa

*

Gannio, 1. III, 3 M.

spicca contro le nuvole, tra il fumo,

la vampata del grano

*

Egnazio, Della natura, 1, I, 2 M.

al calare degli astri che vagano nella notte,

in rugiada la luna, sospinta al tramonto,

svanì cedendo all’intensa luce del giorno

*

Gaio Licinio Calvo, da Io, 9 M.

fanciulla sventurata,

d’erba amare ti nutrirai

*

Gaio Licinio Calvo, da Quintilia, 15 M.

quando ormai sarò cenere dorata

*

Quinto Cornificio, dagli Scherzi, 1 M.

a me che chiacchieravo con voce sommessa

*

P. Terenzio Varrone Atacino, da Gli Argonauti 1. III, 8 M.

più non latravano i cani,

tacevano le città:

tutto era avvolto

dal silenzio placido della notte

*

P. Terenzio Varrone Atacino, da Corografia, 14 m.

e vide intorno all’asse celeste girare il mondo

e sette cerchi, che gravitano gli uni negli altri,

dar suono a voci eterne per la delizia suprema

degli dèi. Da allora la destra di Apollo, piacevole

come non mai, s’ingegna a rendere uguali armonie.

*

P. Terenzio Varrone Atacino, da Corografia, 15 M.

Fra la dimora del sole e le sette stelle

giace distesa la terra; la costa esterna

è lambita dall’oceano, quella interna da Nettuno.

*

P. Terenzio Varrone Atacino, da Corografia, 16 M.

Da cinque zone del cielo è fasciato l’universo,

flagellate dal freddo le estreme, dal caldo quelle in centro:

così sono abitate fra queste solo le terre

che mai sono travolte dalla vampa violenta del sole.

*

P. Terenzio Varrone Atacino, da Efemeride, 22 M.

Potrai allora vedere gli uccelli

del mare e delle paludi stagnanti

gareggiare fra loro per la voglia

insaziabile di tuffarsi in acqua

e bagnarsi le penne di rugiada

come se non la conoscessero;

e svolazzare intorno ai laghi

col loro squittire le rondini

e, con tua meraviglia, il bue

che, levando lo sguardo al cielo,

con le narici aperte

aspira gli odori dell’aria,

e la minuscola formica

che nella tana nasconde le uova.

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I testi sono tratti da: Frammenti di poeti preneoterici e neoterici, a cura di Mario Ramous, in “In forma di parole”, anno ottavo, numero terzo, luglio-agosto-settembre 1987, Liviana editrice.

UNA MASCHERA DI CERA. Alfonso Guida

La follia è la tessitura arcaica e arcana (dunque,carica di stupefazione) delle “celesti finzioni” di cui parlava Lautréamont nei suoi Canti,credo proprio nel Canto Sesto. La finzione è destinata come la parte che tocca in teatro a un attore, la stessa parte, per anni, per sempre. La follia è appiccicaticcia, untuosa. A un certo punto la maschera cadde dal volto mio e da quello di Hölderlin. Capimmo che si trattava di una maschera di cera promessa alla scomparsa. Se la follia scompare all’io, quasi sempre succede di ritirarsi. Si passa dal boato psicotico al silenzio ascetico. Si capovolge la moneta e se da un lato c’era la maschera, dall’altro si affaccia una specie di volto, ma sicuramente una prossimità, un avvicinamento alla unità o, spiritualmente parlando, alla comunione. È come se la moneta venisse improvvisamente convertita. Dalla foiba alla pianura.

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Pierre Tal Coat

BELACQUA E PIA. Julien Green

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20 giugno 1941

Oggi ho trascorso una parte della mattina e del pomeriggio in Biblioteca. Letto il IV Canto del Purgatorio con estremo piacere. Finalmente, eccoci nel dominio del vero, lungi dall’orrida illusione di cui i giornali ci ammanniscono un quadro così minuzioso! È la fede, una fede irresistibile che dona alla parola del grande Italiano questa stupefacente densità. In quest’immenso poema dalle pareti solide come le pareti d’una basilica romana, non una fessura attraverso la quale il dubbio possa scivolare. Nell’episodio di Belacqua c’è un verso in cui vedo una risposta a una domanda che spesso mi sono posta. Belacqua chiede che preghino per lui le anime in stato di grazia. Quanto alla preghiera delle anime in stato di peccato mortale… L’altra che val, che in ciel non è udita?

*

23 giugno 1941

VI Canto del Purgatorio. Si vede tutto quanto dice questo uomo, ogni verso colpisce e fa sostare. L’economia delle parole è così grande che sarebbe impossibile togliere un nulla, ma in questa brevità c’è una pienezza che stupisce. Certe parole ossessionano la memoria come il grido di Pia: Ricòrdati di me, che son la Pia…etc. Si procede nel mondo terrificante della realtà, là dove cessa Maia, dove cessa l’illusione dei sensi, dove svanisce lo scenario della vita che nasconde il vero; ma in questa sorta di paesaggio spirituale dove noi ci muoviamo, le anime ci vengono presentate in tal maniera che uno le vede, come se, avendoci l’autore prestato i suoi occhi, noi vedessimo a nostra volta nell’invisibile. Se si potesse parlare in tal modo senza sragionare, si direbbe quasi che in queste pagine lo spirituale diventa concreto.

**Julien Green, Diario 1940-1943, traduzione di Libero De Libero, Mondadori, Milano 1949

L’ANGELO SCIOCCO. Rafael Alberti

Pablo Picasso

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L’angelo dell’ira

Senza padrone fra le ortiche,

pietra scabra, brillavi.

Piede invisibile.

(Nulla, fra le ortiche).

Piede invisibile dell’ira.

Lingue di limo, annegate,

sorde, rammentarono qualcosa.

Non c’eri più.

Che cosa rammentarono?

Si mosse muto il silenzio

e disse qualcosa.

Non disse nulla.

Senza saperlo,

cambiò corso il mio sangue,

e caddero nei fossi

lunghi gridi.

Per salvare i miei occhi,

per salvare te che…

Segreto.

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L’angelo sciocco

Quell’angelo,

quello che nega il limbo della sua fotografia

e fa della sua mano

un uccello morto.

Quell’angelo che teme che gli chiedano le ali,

che gli bacino il becco,

seriamente,

senza contratto.

Se è del cielo ed è così sciocco

perché è qui in terra? Dimmi.

Ditemi.

Non nelle vie, ma ovunque,

indifferente, balordo,

me lo trovo davanti.

L’angelo sciocco!

Che sia della terra?

-Sì, della terra soltanto.

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*I testi sono tratti da: Rafael Alberti, Degli angeli (trad. di Vittorio Bodini), Einaudi, Torino 1966.

DUENDE. Federico Garcia Lorca

[…]

Il duende non sta nella gola; il duende monta dentro, dalla pianta dei piedi. Vale a dire, non è questione di capacità ma di autentico stile vivo; vale a dire, di sangue; di antichissima cultura e, contemporaneamente, di creazione in atto…

Il duende dii cui parlo, oscuro e trepidante, è un discendente di quell’allegrissimo demone di Socrate, marmo e sale, che lo graffiò indignato il giorno in cui bevve la cicuta, e dall’altro il malinconico diavoletto di Cartesio, piccolo come una mandorla verde, il quale, stufo di cerchi e di linee, andava sui canali per sentire i grandi marinai indistinti. Ogni uomo, ogni artista, si chiami Nietzsche o Cèzanne, sale ogni gradino della torre della sua perfezione al prezzo della lotta che sostiene con il proprio duende, non con il proprio angelo, come è stato detto, né con la propria musa. È necessario fare questa distinzione, fondamentale per la radice dell’opera….

Per cercare il duende non c’è mappa né esercizio. Si sa solo che brucia il sangue come un tropico di vetri, che estenua e respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili e si appoggia al dolore umano inconsolabile, che spinge Goya, maestro dei grigi, degli argenti e dei rosa della miglior pittura inglese, a dipingere con ginocchia e pugni, con orribili neri bitume… L’arrivo del duende presuppone sempre un cambiamento radicale di tutte le forme. Ai vecchi schemi dà sensazioni di freschezza completamente nuove, con una qualità di cosa appena creata, di miracolo, che arriva a generare un entusiasmo quasi religioso. È un folletto, una voce nuova, un vento mentale: i toreri, i ballerini di flamenco, e chi altro? Ognuno può affibbiare il duende a chi preferisce, ma tenendo conto che non si tratta né di pensosità né di dedizione né di intelligenza, e nemmeno di studio. È qualcosa con cui si nasce e che poi cresce, si nutre di conflitto. Brahms non lo possedeva, Bach sì, Nietzsche, Cézanne, Rimbaud. E chissà quanti altri, sconosciuti o famosissimi, di certo mai soddisfatti, mai paghi, mai quieti, lottano ogni giorno con il proprio duende. In poco più di cinquanta pagine potrete capire di cosa parliamo quando parliamo di qualcosa di inspiegabile, e di irresistibile. Grazie al poeta, che sa trovare le parole anche per quel che parole non ha…

Signore e signori, ho costruito tre archi, e con mano impacciata vi ho collocato la musa, l’angelo e il duende. La musica rimane immobile; può avere la tunica a piccole pieghe o gli occhi di mucca che guardano a Pompei, o il nasone a quattro facce con cui l’ha dipinta il suo grande amico Picasso. L’angelo può scuotere i capelli di Antonello da Messina, la tunica di Lippi, e il violino di Masolino o di Rousseau.

Il duende… Dov’è il duende? Dall’arco vuoto entra un vento mentale che soffia con insistenza sulle teste dei morti, in cerca di nuovi paesaggi e di accenti ignorati: un vento che odora di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa, e annuncia il costante battesimo delle cose appena create.

*Il testo è tratto da: Federico Garcia Lorca, Gioco e teoria del duende, Adelphi, Milano 2007.

RICORDA, CORPO. Konstantinos Kavafis

Corpo, ricorda non soltanto quanto fosti amato,

non solamente i letti dove giacesti

ma anche quei desideri che per te

brillavano negli occhi apertamente,

tremando nella voce – e qualche

ostacolo casuale li trattenne.

Ora che tutto è ormai immerso nel passato,

è quasi come se a quei desideri

ti fossi dato – come brillavano

ricorda, negli occhi quanto ti guardavano;

come tremavano nella voce, per te, ricorda, corpo.

*Il testo è tratto da: Konstantinos Kavafis, Poemata 1912-1919, Edizioni d’Arte di Enrica Dorna, Coup d’idée, 2024

(Classici moderni, 7)

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MURI. Konstantinos Kavafis

Senza preavviso, né pietà, senza nessun pudore,

muri massicci ed alti mi hanno costruito intorno.

E sono qui che mi dispero e per il mio dolore

non penso ad altro: e mi rodo il cervello tutto il giorno.

Perché, là fuori avevo molte cose da fare.

Ma che costruissero i muri, non ho avuto sentori.

Non ho sentito i colpi di chi era lì a murare.

A mia insaputa, dal mondo mi hanno chiuso fuori.

(Classici moderni, 6)

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Giovanni Castiglia

LA MIA PROSA

I miei taccuini – in Sentinella (L’arcolaio 2022), Nottario (I Quaderni del Bardo, 2023), L’età della ferita (Medusa, 2022) – sono le tracce concrete dell’opera segreta che perseguo da decenni. Sono libri estranei ai canoni letterari. Sono unaprosaintima. Un monologo-dialogo-confessione, che si iscrive nel mio essere terapeuta, nel mio essere attento ai soprassalti dell’anima, alla vertigine del non adeguamento, alla ricerca di un nuovo equilibrio. Potrei citare Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, il libro che, quando lo lessi a sedici anni, mi convinse, una volta per tutte, che avrei affidato la mia vita alla scrittura (potrei dire anche, ma in modo laico, “consacrato”). Queste pagine non vanno confuse con un diario dei propri eventi personali: sono appunti, incursioni, frammenti, pensieri. Sono un taccuino senza biografia, se non quella del mio io catturato dal demone della scrittura, sospesa tra filosofia, estetica e sogno. Mi sento, in qualche modo, la Sentinella del mio Nottario. Opere simili ne sono sempre esistite, in ogni letteratura. Gli esempi più inarrivabili? Lo Zibaldone di Leopardi, gli Appunti di Canetti, i Diari di Kafka. Opere che obbligano il lettore ad essere presente dentro ogni riga delle loro pagine, senza distinguere opera da opera, libro da libro, come se dall’accumulo di pietre dopo pietre, notte dopo notte, in decenni di semilucidità, scaturisse alla fine la struttura architettonica di un palazzo.

Per una scrittura come la mia – un “gigantesco frammento” come direbbe Thomas Bernhard – sarebbe appropriato il termine di ossessione. Di dettatura inconscia, se volete. Il “frammento” non è in sé incompiuto: vuole esserlo.

Il trauma che ha determinato la mia scrittura è irrisolvibile dall’inizio, forse insignificante. In sintesi: una vita che non si sviluppa all’esterno in modo arioso deflagra all’interno, diventa forza trivellante, costante affondo nel proprio inconscio, bufera segreta, ombra intima, chiamatela come volete. L’io si abbandona a un’esperienza di soglia che nasce dal sonno della ragione e dal desiderio consapevole di essere fuori di sé, dentro una qualche estasi/smarrimento di cui parlare, sì, ma solo per frammenti, senza sapere se corrispondano a qualche verità. Rimane viva la fedeltà a una scrittura del non detto e del non dicibile. La vita dello scrittore sfrutta la veglia e il sonno perché emerga l’isola sommersa che ancora non esiste e che le parole edificheranno, instabile e necessaria, “solido nulla” opposto al silenzio, follia viva contro regole morte. Come sa bene Giacomo Leopardi: «Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Potrei dire che non mi sento né libero né prigioniero. “Blocco calmo qui caduto da un disastro oscuro”, scrive Camus di René Char con icastica precisione. Condivido quella definizione come un destino, non solo mio ma di ogni io scrivente. Inorridito dalla prigionia, mi smarrisco nella libertà e continuo ossessivamente a rappresentare l’atto della mia liberazione, indugiando nei dettagli, rallentando il tempo, non permettendomi di tornare all’orrore precedente ma neppure affrontando lo smarrimento futuro. So molte cose, ma sapere tante cose o averne lette tante non significa avere qualcosa da dire. L’abisso non ha forma e non c’è occhio che possa afferrare ciò che rappresenta. Il fatto che io scriva molti libri accentua il mio amore del silenzio: ogni libro è come se cancellasse l’altro, e il risultato è identico al tacere. L’arte del silenzio è sempre l’arte migliore, quando non ci viene imposta da nemici o oppressori.

Mentre Sentinella e Nottario accadono dentro di me, L’età della ferita mi porta a un passo ulteriore: si avvicina ai Diari di Kafka attraverso un personaggio intermedio, il filosofo Felix Weltsch, amico di Kafka e di Brod. Così viene fuori un libro dove i miei taccuini vivono all’ombra dei taccuini di K., quasi li commentano attraverso la voce di un interprete, che è e non è la mia voce. Ma perché un autore autentico ama nascondersi fra citazioni e parole altrui? Vi rispondo subito: quegli autori e quelle citazioni mi consentono di parlare più chiaramente di un me che è un noi. È mia convinzione che esista un solo io, e che nel corso dei secoli, formando molti arcipelaghi, quell’io abbia inventato le forme della letteratura. Nessun artista può essere così ottuso da risolvere la sua esistenza dentro la nicchia del proprio stile personale. Mille letture, lui volente o nolente, lo hanno modellato. L’opera, insomma, è quaderno di appunti, referto complesso del “demone della scrittura”, notebook. Vi consiglio di leggere il Diario di Jules Renard, le annotazioni di Nicolas Gomez Avila, i Taccuini di Julian Green. Ma dimentico molti autori di frammenti e di aforismi, per restare in Italia Carlo Dossi e le sue Note azzurre. In breve, desidero un taccuino interminabile che eviti la biografia dell’autore se non trattandola come soggetto scrivente catturato dalla composizione delle sue note, sospese in un assillo senza fine e senza nome.

Non originale nel linguaggio della scrittura, inseguo da sempre l’idea di opera. Mentre i singoli pezzi sembrano tasselli immobili di un puzzle, l’idea che li anima è fluida perché io, l’autore, uso le forme in modo variabile – dal racconto breve al racconto lungo, dal frammento alla poesia, dalla micronarrazione all’aforisma –, come una struttura in divenire che non si ferma al singolo libro ma viene dai libri precedenti e si allunga in quelli successivi, spiazzando i giudizi critici che vorrebbero definire i singoli testi. La mia scrittura è un sismografo non segreto delle emozioni dentro i pensieri. Questa idea di oscillazione, di plasticità, di irrequietudine, mi sorregge sempre. In un laboratorio ardono fuochi, non risplendono statue.

Mi azzardo a dire che la mia scrittura è confessione. Con questa definizione potrei radunare molte parti di me: lettera intima, apocrifo, saggio, aforisma, poesia. Io mi confesso, come i miei pazienti fecero per decenni con me. In tutti i miei libri, nelle diverse maschere della scrittura, io mi rivelo a me stesso. Come se non esistesse letteratura. Come se non ci fossero generi letterari (Bachmann diceva che non esistono né generi né nuore letterarie) ma solo il bisogno di mettermi a nudo. “Il cuore messo a nudo”. Un Raskòlnikov che, in “Delitto e castigo”, si confessa senza bisogno di nessun Porfirji Porfiryc.

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«Chi non sa che la letteratura è arte di evocare i dèmoni?». Se per qualcuno il concetto restasse ancora poco chiaro, Manganelli stesso ha provveduto a chiosarlo: «Facciamo il caso degli scrittori. Alcuni si difendono dal demone, altri si lasciano sopraffare dalla grazia e dalla dannazione della fantasia, perché non è data l’una senza l’altra. Anzi direi meglio: si lasciano sopraffare dalla grazia della dannazione. Ma no, macché difendersi o lasciarsi sopraffare! A un certo punto il demone s’impone, si prende lui tutto lo spazio, che tu lo voglia o no».

Giunti a questo punto, risulta agevole il passaggio al libro di cui intendiamo parlare, ossia Il demone accanto di Marco Ercolani. Nella quarta di copertina, l’autore lo definisce «una sorta di journal intime», e in effetti la matrice segreta di questa come di altre opere ercolaniane è data da un’immensa mole di appunti scritti giorno per giorno (o piuttosto notte per notte), entro cui si incontrano, liberamente alternati, frammenti narrativi, aforismi, riflessioni sull’accaduto personale e collettivo, note su libri letti, su quadri e film visti o musiche ascoltate. Qualcosa di questa originaria varietà è rilevabile in Il demone accanto, al pari della presenza di elementi autobiografici, ma il volume si sottrae alla forma del diario, senza per questo confluire nell’ambito del romanzo.

Come viene suggerito dal titolo, il tema demonico svolge nel libro un ruolo essenziale: ad essere in causa è un tipico demone interiorizzato, che parla solo nella mente del narratore, e tuttavia la sua voce condiziona le stesse modalità enunciative dell’opera, scritta quasi per intero in seconda persona. Si tratta di un procedimento utilizzato assai di rado in letteratura (ad esempio in testi sperimentali come La modification di Butor, Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, La maladie de la mort di Marguerite Duras), ma che acquista qui una forte motivazione interna. Nella finzione ercolaniana, infatti, l’«autore» cessa di essere l’emittente per divenire il destinatario di una comunicazione che proviene da altrove, ossia appunto dal demone.

Giuseppe Zuccarino

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Le folle

Solitudine, moltitudine, termini uguali e convertibili per il poeta fecondo e attivo. Chi non sa popolare la sua solitudine non saprà essere solo in una folla indaffarata. Il poeta gode di questo incomparabile privilegio di poter piacere a se stesso e agli altri. Come quelle anime vagabonde che bramano un corpo, lui penetra a suo talento nella maschera di chiunque. E’ solo per lui che tutto è aperto; e se certi luoghi paiono essergli sbarrati, è che ai suoi occhi non valgono la pena di essere visitati.

Charles Baudelaire

DIARIO 1928-1934. Julien Green

15 gennaio 1931.

Esposizione di disegni e stampe di Corot alla Nationale. Ne ho guardati soltanto una cinquantina, ma attentamente, col desiderio di portarmene il più possibile nella memoria. I primi sembranno i più belli. Non hanno quella magnifica libertà dei disegni del 1840, ma non hanno più quell’aria di virtuosismo che dà un po’ di fastidio al mio piacere. Sono talvolta duri e secchi, eseguiti con una cura che ricorda i paesaggi di Dürer. Ho l’impressione che Corot, a quell’epoca, dovette usare la materia più ingrata, quella di cui si servono gli architetti per le piante, una matita grigia più che nera, e che fora la carta. Tuttavia, basta un segno di quella matita, nella mano di Corot, per far vedere una collina, la luce nella collina e quasi il colore del cielo. Non so se egli abbia trovato questo procedimento in certo modo magico. Un disegno di lui, eseguito verso il 1850, e alla maniera della sua giovinezza, m’è sembrato sostenuto e freddo. Sarebbe interessante poter notare tanto quello che lui non indica nei suoi paesaggi quanto quello che indica, poiché la sua scelta è ridotta all’irriducibile, ed è proprio in questo che lui mi pare grande. Osservando quei meravigliosi disegni così distesi e profondi che uno è quasi portato ad allungare il braccio nella carta, per vedere se ciò non sia vero, mi sono chiesto quanto avrebbe potuto aggiungere il colore a tali opere. Niente, senza dubbio. Il colore, in tal caso, non sarebbe che una piccolezza, ciò che Corot avrebbe chiamato leggiadria.

(Taccuini, 1)

*Il testo è tratto da: Julien Green, Diario 1928-1934, traduzione di Libero de Libero, Mondadori, Milano 1949.