IL DENTRO E IL FUORI. Alfonso Guida

Io abito due territori. Non sarei impazzito altrimenti. Ma tendo al dentro. Mi chiedo se sia più trasgressiva una vita monacale – incestuosa – o una vita tesa al fuori, al sogno, all’utopia. Descrivo in due parole, con esattezza, la mia situazione attuale. In me ora il fuori e il dentro sono intercambiabili. Non fraintendermi. Ho fatto una scelta discutibile. Mentre prima, come ogni buon psicotico, negavo la realtà, adesso mi è di fronte perché l’ho dislocata, per poterla vedere e tollerare.

(…)

Io sto da una parte, il mondo dall’altra. Ci ignoriamo, con gentilezza.

(…)

Nel mio “largo” c’è un vivo movimento di emersione, per fortuna. Sogno poco. Tutto diventa subito coscienza grazie agli studi e alla mia sensibilità di scavo e introspezione. Avrei voluto capire prima il meccanismo della macchina infernale.

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Riflesso, Giovanni Castiglia

L’UOMO DI NOTTE. Marco Ercolani

Passy, 15 ottobre 1854

Caro Monsieur de Nerval,

le farò recapitare questo biglietto questa notte stessa: annoti i suoi sogni. La prego, li annoti! Ne parlavamo tre mesi fa, in una conversazione funestata da molti suoi deliri su regni favolosi e imperatrici orientali. Li trascriva su un foglio di quaderno, anche se dovesse svegliarsi a notte alta per farlo. Per curarla, devo arrivare a conoscere le differenze fra vita diurna e vita notturna dentro di lei. Prenda appunti dei suoi sogni reali, notte dopo notte, e non mi inganni con le fantasie dello scrittore sveglio, il Nerval che tutti conosciamo attraverso i suoi libri. È mia modesta opinione che non si siano ancora pronunciate parole decisive sulla scienza dell’oniromanzia e che molti dei medici che esercitano funzioni psichiatriche sul territorio francese trattino questi prodotti della mente solo come le scorie di un corpo addormentato dal sonno. Li trascriva, per assurdi che siano (non sarà certo lei a stupirsi che esistano cose assurde nella mente umana), perché io voglio decifrarli. Lo faccia con scrupolo, senza alterare quello che ricorda, fingendo di non essere uno scrittore (anche se, in fondo, gli scrittori trascrivono, anche in stato di veglia, qualcosa hanno rimuginato in sogno). Lavori in questo senso, Nerval. Non lasci Passy, non fugga a Parigi. Ogni sera metta qui, sul comodino, un foglietto con le note dei sogni: l’infermiere lo ritirerà il mattino dopo e, nel pomeriggio, i miei occhi lo leggeranno. Poi, il giorno dopo, ne parleremo insieme. Non aggiunga nulla. Ripeto: non complichi quello che ha sognato con le sue fantasticherie. Li trascriva semplicemente, così come li ricorda. Se c’è una speranza di guarire, per lei, potrebbe passare attraverso la nostra comune lettura di questi sogni apparentemente privi di un senso comune. Lei ha grande esperienza di cose che hanno perso il loro senso, Monsieur de Nerval. Cominci ad aver fiducia nel mio essere medico. Questa fiducia può esserle utile più che il desiderio di allontanarsi da noi, credendo di essere guarito.

Suo Emile Blanche

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Passy, 24 ottobre 1854

Sono trascorsi nove giorni e non le ho più scritto. Mi perdoni ma ho letto i sogni che ha avuto la gentilezza di trascrivermi e non ho più parole, non riesco a trovarne. Le sue immagini sono dolci, decisive, essenziali. Non so affatto come decifrarle (mi illudevo di poterlo fare). Non so come guarirla dalla sua malattia, anche se lo credevo possibile. Non so neppure se sarebbe utile farlo. La sua scrittura lascia noi, scienziati, secoli lontano. I suoi sogni sono un libro straordinario e irripetibile, che spero in brevissimo tempo di leggere stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità. Le consiglio un titolo: L’uomo di notte.

Grazie, Gérard.

Suo Emile

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Passy, 30 ottobre 1854

Carissimo Blanche…

E se riempissi centinaia di pagine solo con queste due parole “Carissimo Blanche”? Non ho bisogno di essere capito: estendo me stesso sulla carta dei fogli, tutto qui, come in una favola antica. Perché non riesco più a vedere castelli? È ingiusto. I castelli sono soglie meravigliose. Guardarle è già vivere dentro nidi di uccelli regali. Ma nessun uccello è regale, perché non tollera mura che fermino il suo volo. E i castelli sono fumo, come i ponti appena traversati. L’uomo di notte, oh! Un fenomeno naturale. Non esiste che l’uomo di notte. Mai è nato un giorno.

Gérard

Gérard de Nerval

PER “SENTINELLA”. Mauro Germani

Il testo è tratto da Ai margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, con postfazione di Sebastiano Aglieco, La Vita Felice, Milano, 2014.

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Come scrive Alberto Bertoni nella nota critica posta in appendice, questo libro di Marco Ercolani ha l’intento “di avvicinare fino a sovrapporli i domini della poesia e della filosofia (..) con un cortocircuito di verità e di invenzione”. Gli aforismi poetici che compongono il volume sembrano provenire da un silenzio originario e quasi attonito: essi si dispongono infatti sulla pagina in una sorta di necessaria obbedienza al loro stesso ambivalente destino di presenza e assenza. Ciò che ci viene consegnata pare essere una profonda instabilità ontologica, che forse potremmo definire la consapevolezza della soglia, la coscienza di un continuo mancare di presunte realtà che si sfaldano per assumere altre forme e altre sostanze, in un processo metamorfico sottile ma incessante (“ogni realtà rinvia a realtà ulteriori, tangibili come la polvere nell’aria”).

Polarità diverse si attraggono e si respingono in un gioco di chiaroscuri e di precipizi, che fa pensare alle interrogazioni e alle sovversioni del grande Jabès, il quale ebbe modo di scrivere: “Crediamo di vivere, crediamo di scrivere la nostra vita: scaviamo buchi”. Ma in questa generale atmosfera di incompiutezza esistenziale, che si respira nelle pagine del libro, nei suoi frammenti e nelle sue illuminazioni, emerge improvvisa l’interrogazione/ricerca intorno all’io: “Una fessura, nella pietra liscia. Un io, forse”, come ciò che resta dopo una scomparsa o una guerra devastante, a cui si deve in qualche modo rispondere (“Sentinella di un tempio che potrebbe essere luminoso, smisurato, incandescente, ma che sarà sempre elevato sulle rovine dell’io, in un campo disseminato di macerie”).

Ecco allora quella “lezione necessaria” che deve essere la scrittura, “il mistero di un sonno in cui restare svegli”, perché “in quel limite tra veglia e sonno si dibatte la necessità di tacere e la possibilità di dire, che si confrontano come due misteri. La scrittura poetica è la traccia fisica di questa esitazione. La lezione necessaria del vuoto”. In questa consapevolezza, che continuamente deve essere rinnovata, risiede la spinta di chi scrive “non cercando verità definitive nella proprie forme ma esponendosi, come stracci a folate di vento, a quell’ansia inguaribile”.

La lezione non riguarda solo l’atto dello scrivere, ma la nostra stessa esistenza. E a questo proposito vale la pena riportare per intero questo stupendo brano di Ercolani; un’esortazione alla fuga come pedagogia e vera appropriazione di sé, come avvicinamento all’ignoto che siamo.

“Ai miei allievi, se avessi degli allievi a cui insegnare qualcosa, direi: buttate via i miei quaderni di appunti, non trascrivete nulla delle mie osservazioni. Se il primo compito è ricordare ogni parola, ogni sillaba e ogni pausa del discorso, il compito successivo è dimenticarle e ricordare solo il tono. Nessuno di noi è perfetto o felice: nessuno ha ricevuto le giuste carezze o le giuste offese. Qualcosa di meno o qualcosa di più certamente. 81 In ognuno di noi c’è un punto nero. Il difetto o l’eccesso. Un punto che solo noi vediamo, a cui nessun altro deve accedere. Per difendere quel punto si usano mille strategie. Potreste uccidere o diventare pazzi, se lo profanassero. La filosofia lo circuisce con le idee, la scienza con i teoremi, la poesia con le parole. Avete vent’anni. Non restate fermi dentro un’aula. Ci sono nomadi in un deserto sterminato, gambe che marciano verso una meta sconosciuta, menti che pensano cose incomprensibili. Vi insegno che è necessario fuggire. Di quel punto, voi non sapete ancora nulla. E se restate qui ve lo nasconderanno e morrete, senza aver visto la vostra essenza”.

Durante la lettura del libro, allora, anche noi non possiamo che provare una nostalgia infinita per il nostro punto nero e segreto, che abbiamo perduto o dimenticato, o addirittura mai conosciuto. Ercolani ci apre alla nostra stessa erranza, alle diverse soglie dentro di noi e oltre noi, ci interroga sull’enigma della scrittura e dell’esistenza, in una dimensione che costantemente ci sdoppia: noi lettori di parole altrui, noi sentinelle della sentinella che ha scritto.

CAMPI DI BATTAGLIA, 2. Erik Derkenne

Catalogo a cura di Gustavo Giacosa, FRMK edizioni, collezione KNOCK OUT, 2014

Derkenne preferisce le acque basse e le immersioni nella loro estensione. Un rizoma che non vuole opposizioni fra testa e corpo, senza privilegiare l’uno rispetto all’altro. Ci si trova faccia a faccia con l’orchestrazione organica di un corpo-testa o di una testa-corpo. Una organicità dai tanti centri e dai multipli ingressi. Ramificazioni dove ogni centro possiede un valore in sé, intercambiabile con gli altri. Bulbi oculari, buchi di naso o testicoli, sono talvolta delle porte turbinose aperte a ogni identità rizomatica, la quale, senza inizio e senza fine, comunica la vitalità di un guerriero che ha vinto la sua battaglia.

Dall’introduzione di Gustavo Giacosa (traduzione dal francese di Marco Ercolani)

Disegni di Eric Derkenne

Erik Derkenne nasce a Stavelot, 1960 e muore a Saint Virth nel 2014. Affetto da trisomia 21, è affettuoso e infaticabile nel lavoro artistico, che accompagna con grida, sussurri, bisbigli.

STRADE NASCOSTE Marco Balducci

I testi sono tratti da: Marco Balducci, Terzo repertorio, con postfazione di Igor De Marchi, Collana Nuova Limina, Anterem edizioni 2023.

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Terzo repertorio (Nuova Limina, Anterem, 2024) è un volume di versi composto da sei capitoli: Quadrature, Condensazioni, Verticale, Piano inclinato, Da capo, Emergenze. Il lettore, naturalmente, è invitato a leggere i testi del libro, che evocano scabri paesaggi kafkiani, ma soprattutto a vedere delle poesie in prosa raccolte in blocchi brevi e geometrici, ordinate in nette campiture visive. Non diventa essenziale capire il senso di questi frammenti ma osservarli nel foglio, nitidi come scene-quadri che, nonostante le loro forme compiute, sono invece soprassalti di percezioni che addensano, turbano, sfigurano i significati, con la “verticale e serrata lucentezza della parola”, come osserva Silvia Comoglio nella quarta di copertina. Terzo repertorio – terza fase nella poesia di Marco Balducci – ha qualcosa di alieno e di inquieto (“dove sono finiti i contorni delle cose?”) che, nella sua “inadeguatezza ontologica” (Igor de Marchi), evoca i fulminei paesaggi della poesia di Bartolo Cattafi.

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TESTI

desiderare

un desiderio. Avere un testamento. Scrivere il

bisogno di tacere, ottenere che qualcuno

ascolti. È indifferente se l’intenzione cam-

bia nel corso del gesto, importante è vedersi

agire, saturi di volontà, simultaneamente

fuori fuoco e stagliati controluce, voci di un

improvviso estuario…

*

strade nascoste

che percorro a velocità sostenuta, fiancheg-

giando canali interminabili, case murate, for-

re ombrose – diretto non so dove, estraniato,

rapito da una gravità che accelera di secon-

do in secondo la corsa – guardo indifferente

cancelli, fossi, segnaletica sempre meno di-

stinguibile, le curve diventano inaffrontabili:

cambio pensieri

*

intravedere

case in lontananza, seminascoste dalla ve-

getazione. C’è spazio qui, il vento è libero

di fare scorrerie: i suoni misurano distanze.

Con le orecchie tappate dalle mani entrare

nell’inquadratura: vedersi salire il crinale…

la pellicola è attraversata da macchie, aloni

luminosi….sempre più frequenti

*

mi rincorro, raggiungo

travolgendomi cado, d’istinto paro un calcio

sulla schiena… È inutile, domani è già ades-

so, è un continuo inghiottire saliva, pensare

cosa pensare. È il solito garbuglio fatto del-

l’eterna linea invisibile, tracciata da un muro

a un altro, a un ennesimo

*

un’idea di presente

persistente nella memoria. Mani che traccia-

no disegni nell’aria, veloci come rondini at-

traversano la stanza. Osservarle senza inte-

resse, come le cose intorno, da nominare

mentalmente: un cuscino, un foglio, la porta.

Aprire la porta senza oltrepassarla, affonda

re la faccia nel cuscino… strappare il foglio.

Rinunciare a ciò che si è perso. Ripetere que-

sta frase

*

risale

un’eco da un vano scala deserto. Mi sporgo

dalla ringhiera e il vuoto si riempie di occhi

interroganti. Biancore eccessivo di muri ges-

sosi: appoggiando il palmo della mano scatu-

risce una polvere finissima. Né giorno né sera:

bevo un bicchiere d’acqua, traccio una riga

sul tavolo con un dito bagnato, dove sono

finiti i contorni delle cose? Mi siedo, forse è

meglio addormentarsi, confondersi, lasciarsi

assorbire

*

uccelli su un filo

distanti il pomeriggio a camminare in pe-

riferia, tra le ultime case e le rotatorie,

impossibili da attraversare. Inutilità di pen-

sieri ossidati o inservibili e aria a folate:

odore di bruciato. Questa è la condizione

che cercavo inconsapevolmente, forse: una

ricognizione tra frantumi di cose viste mi-

lioni di volte, l’idea di incontrarmi per caso,

in fondo a una strada

*

non ti rimane in testa

niente, evapora l’ultima impressione su cui

avevi costruito un ragionamento. Un pugno

di mosche senza mosche. Un ronzio che ti

accompagna nelle stanze e corrode ogni

musica rievocata, mentre cammini assente,

sulle pareti

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Marco Balducci (Pisa, 1964), vive a Bologna. Ha pubblicato sulle riviste “Anterem” (1992) e “Passaggi” (2003). Ha scritto alcuni testi di poesia “Neo-tecnologica” esposti in forma visuale in spazi commerciali a Parma e Bologna. Con la silloge Terzo repertorio (Anterem, 2023) è stato finalista al Premio inediTO, nel 2021, e al Premio Montano nel 2022.

PAROLE. Robert Walser

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Le parole che mi preparo a pronunciare qui hanno, al di là di se stesse, la loro volontà, sono più forti e potenti di me, credo che il loro desiderio sia quello di dormire, o che a loro non piaccia esistere come sono, quasi pensassero che coincidere con se stesse fosse insipido, e inutile risvegliarle, al mio “In piedi!” non reagiscono e dal canto mio, di sicuro, trovo che c’è tanto spirito quanta singolare bellezza nel trovarmi, per così dire, incapace di conoscere le mie stesse parole e non permettere che loro si conoscano, e poi, nell’attimo in cui avvicinarmi alla distesa pallida e accidentata, non desiderare riconoscermi per chi ero, al contrario trovo molto raffinato persuadermi che io ero un certo signore, un tal dei tali che si accorgeva del giorno solo l’indomani, quando era totalmente irraggiungibile…

*Questo testo è apparso in versione originale in: Robert Walser, Prosastücke, Surkamp, Francoforte 1985, che raccoglie i suoi “Microgrammi”; in traduzione francese per le edizioni Zoé (Genève) con il titolo Le territoire du crayon. Microgrammes, 2013.

OTTIMISMO. Robert Walser

L’ottimismo è una cosa magnifica

L’ottimismo è una cosa magnifica, ecco la riflessione che mi ha ispirato una voce clamorosa che usciva dalla bocca di un flâneur. Questa voce aveva un che di arrotondato. Una giovane fanciulla mi ha fatto osservare che stavo facendo una deviazione. Io le dissi: “Non è andando dritti all’obiettivo che si trova la strada ma nelle deviazioni. È quando ci si distrae dall’obiettivo che possiamo percepirlo e siamo in grado di mostrare, con il nostro rigore, che non l’abbiamo perso di vista e che disponiamo di una certa forza di carattere”. Alcune pietre tombali si ergevano in un prato. Tombe di famiglia. Che aria isolata avevano! Nessuno sguardo umano sembrava essersi posato su di esse da tanto tempo. Era bello, quindi, da parte mia, notarle. Sono passato davanti a una chiesa. Il pastore stava per prendere il thé in famiglia. Non potevo escludere che che quel mattino stesso avesse pronunciato un sermone impressionante. Per un flâneur mostrarsi amabile e corretto agli sguardi di chi incontra presuppone una grandezza d’animo. Gli esseri sensibili mi capiscono. E, quanto agli insensibili o ai poco sensibili, non è per loro che scrivo, per mia fortuna. E d’altronde non leggerebbero i miei articoli.

Questo testo è apparso in versione originale in: Robert Walser, Prosastücke, Surkamp, Francoforte 1985, che raccoglie i suoi “Microgrammi”; in traduzione francese per le edizioni Zoé (Genève) con il titolo Le territoire du crayon. Microgrammes, 2013.

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Robert Walser, Microgramma

La morte di Robert Walser

UNA VOLTA. Robert Walser

Ah, una volta, passavo giornate radiose, giovani, stupide, anonime, spensierate, nel borgo di Thun, celebre per il suo pittoresco paesaggio. Quelle montagne e poi, di nuovo, questa piccola camera scura dove andavo, per così dire, a nascondermi. Nascondermi? Perché questa parola? Non ha alcun senso. L’ho detto così, nell’aria. Forse ci tornerò dopo. E allora, cosa? Ah, quel luccichìo! Sì, sì, quell’accento dolce che evocava il violino, quel suono di Vienna, ora quasi svanito, del tutto dimenticato. Sì, sì, è questo. D’altronde, ne riparlerò in dettaglio più tardi, senza dubbio. Tornerò nei particolari, e presumo con grande piacere, su questo luccichìo. Ora, prima di tutto, a dirla in due parole, si tratta, per me, del piccolo borgo di Thun dove mi nascondevo, diciamo così, come commissario di una cassa di risparmio. Una volta, già, era una volta, scrissi a un uomo quanto c’’è di più istruito, con un’enfasi quasi regale: “Io! Io ve lo ordino!” Era folle, lo so. Ma ha senso essere giovani, se non per fare, in qualche modo, il matto? (…)

*Questo testo è apparso in versione originale in: Robert Walser, Prosastücke, Surkamp, Francoforte 1985, che raccoglie i suoi “Microgrammi”; in traduzione francese per le edizioni Zoé con il titolo Le territoire du crayon. Microgrammes, 2013.

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Robert Walser

WOLS. Marco Ercolani

La Parigi delle sue foto – barboni, scalini, ponti, tavoli, sedie, tende del bar – e il groviglio microscopico e fluttuante delle sue tele, si corrispondono. Wols è il disperato voyeur di un manifesto a brandelli, di un acciottolato umido di pioggia nella Parigi svuotata dal temporale; e fa vorticare l’insensata lucidità del segno in un reale dissolto, inafferrabile. Come può, la desolata visibilità di una città deserta, accordarsi a una scena esplosa, che nega lo sguardo umano? Come possono quei frammenti inspiegabili, evocare Parigi? Eppure certi scalini sopra la Senna sono l’ultima àncora visiva della sua provvisorietà delirante. Certi scalini fotografati sopra il fiume – punti di un nero totale nella luminosità del cielo – sono l’imprescindibile ricordo di un inferno mai sottomesso alla logica dei raggi solari ma sempre magmatico, coinvolto nelle curve dei corpi e nelle linee della terra. Wols condivide l’affermazione di Klee secondo cui «La forza della luce è, in natura, oltre modo offensiva». In alcune sue tele, popolate di misteriosi e brulicanti microrganismi, dipinge un nero lucente contro un nero opaco: per lui l’arte è sempre il quasi-nero e i colori, sostanzialmente, sono illusioni. In questo è rigorosamente fedele alle parole di Matisse: «Da molto tempo mi sono accontentato di disegnare a occhi chiusi. I disegni che scopro in seguito sono frequentemente linee più decise, più energiche, che quelle eseguite a occhi aperti». Wols segue alla lettera l’interpretazione di Sartre che vede, nella sua arte, non l’Altro perturbante che si oppone alla Bellezza armoniosa ma “la sostanza stessa della Cosa, la sua grana, la coesione dell’essere”. «Non posso morire – io, cristallo!» – diceva Klee. Wols analizza i cuori plurali e verminosi di quel cristallo. Insiste, si sporge, cerca un varco. L’utopia nata dall’arte con la sovversione del sogno è barbara, accidentale, ma rigorosa: è vera eresia, canto nel buio.

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“Qui si rivelano le qualità di un’era”, “qui vi sono tutte le sue tensioni”. Così scrisse il critico d’arte Carl Jakob Burckhardt nel 1947 dopo avere assistito alla mostra di Wolfgang Schulze, in arte Wols, presso la Galerie Drouin di Parigi. A distanza di più di mezzo secolo non si può che dare ragione al suo giudizio. Ancora oggi le opere di Wols sono cariche di un’angoscia interiore comune al suo autore, artista tanto geniale quanto dalla vita irregolare, vittima tanto di sé stesso che di un’epoca, quella degli anni ‘30 e ‘40, che schiacciò la sua sensibilità, rendendolo grande come fotografo solo a posteriori grazie alle Documenta di Kassel (1955, 1959, 1964) della Biennale di Venezia del 1958. Quest’ansia generale è ben riscontrabile al Martin Gropius Bau di Berlino dove dal 15 marzo al 22 giugno del 2014 è di scena la mostra Wols Photographer – The Guarded Look (Lo sguardo salvato), raccolta di più di un centinaio di suoi lavori solo fotografici (niente quindi della sua produzione da pittore). Inizialmente allestita l’anno scorso a Dresda in occasione del centesimo anniversario della nascita dell’artista che nella città sassone passò l’infanzia (ma i suoi natali furono a Berlino), il titolo dell’esposizione ha una sua giustificazione prima di tutto storica: quasi tutte le opere mostrate al Martin Gropius Bau fanno parte dell’archivio messo a disposizione dalla sorella di Wols, Elfriede Schulze-Battmann che fin dalla morte del fratello si preoccupò di raccoglierne e preservarne tutto il materiale prodotto durante la sua breve, ma variegata, vita in giro per l’Europa.Il percorso dell’esposizione è ordinato cronologicamente. A seconda del periodo della sua vita, Wols fotografò soggetti e con tecniche differenti, senza mai tornare indietro. Ecco quindi, in successione, i primi ritratti in bianco e nero a modelle ed attrici, le foto di strada sia tedesche che francesi (si trasferì a Parigi nel 1932 dove fu coinvolto nel movimento surrealista senza mai davvero abbracciarlo), le varie nature morte e quell’astrattismo sempre più protagonista degli scatti della sua ultima parte di vita quando, parallelamente, Wols si affermava come uno dei maggiori rappresentanti della cosiddetta Arte Informale. Purtroppo erano già gli anni in cui la sua salute veniva debilitata dall’alcolismo, una progressivo decadimento fisico che lo avrebbe portato alla prematura morte a 38 anni, a Parigi, per avvelenamento da cibo. Così lo ricordò successivamente Jean Paul Sartre, colui che assieme a Simone de Beauvoir all’epoca lo avevano avvicinato al pensiero esistenzialista. “Ho incontrato Wols nel ‘45, calvo, con una bottiglia e una borsa da mendicante. In quella borsa c’era il mondo, c’erano le sue preoccupazioni. Nella bottiglia c’era la sua morte. Era stato bello un tempo, ma non lo era più. Aveva 33 anni, ma guardandolo nessuno lo avrebbe potuto immaginare senza quella giovanile tristezza nei suoi occhi. Tutti, lui per prima, pensavano che non avrebbe più potuto tornare indietro da quella situazione”. (Andrea d’Addio)

Fotografie di Wols

DIAGNOSI

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit, Verona 2010.

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I miei genitori, dottore? Erano sordomuti. Camminavano, mangiava­no, dormivano, senza emettere suoni. Io, perfettamente sano, io che avrei potuto parlare, sentivo quel silenzio come inviolabile. Loro avrebbero sorriso, se io avessi parlato, ma non avrebbero capi­to. Mi era lecito usare la voce? No. Perciò me la proibii, senza eccezioni. Decisi di accettare gesti, sguardi, carezze: subii il loro codice. Per non offendere quella diversità mi feci diverso con loro. Ma ogni notte, come potevo non sognare temporali e tuoni? Quando uscivo di casa udivo con vergogna i rumori della strada, come se venissero da un mondo proibito. Provavo una rabbia cieca perché papà e mamma non avrebbero mai potuto udirli. In certe notti sognavo esseri strani che sbucavano dalla tappezzeria dei muri, dal legno della porta, dai vetri delle finestre, e scendevano a cucirmi la bocca e tapparmi le orecchie.

Imparai i movimenti del corpo e la mimica della faccia. Divenni padrone di un altro alfabeto, fatto solo di gesti. Ma sapevo di poter parlare e questa facoltà mi annichiliva. La voce era sempre lì, dentro la gola, come un tesoro che marciva. Io ero un falso diverso. Come potevo liberarmene? Dovevo cacciarla via urlando nel giardino, a notte alta, come un lupo. Prima di addormentar­mi, prendevo un cuscino, lo afferravo coi denti e urlavo, soffocavo la voce in quella cosa calda e bianca. Avrei potuto gridare liberamente: nessuno mi avrebbe sentito. Loro avreb­bero continuato a dormire sereni. Ma io come potevo farlo, senza sentirmi un assassino e uno stupido? Lì, nel cuscino bianco o nel giardino buio, resistevo al silenzio.

Divenni così abile nell’uso del corpo che mi scritturarono come mimo, in un vaudeville di provincia, poi come attore nel cinema muto. Interpretai subito figure di mostri. Sordi e muti, natural­mente. Il cinema non parlava. Ma io li rendevo espressivi, quasi-parlanti; mascheravo la loro voce impossibile nelle gobbe pesanti, nelle maschere-teschio, negli arti amputati, nelle mani a due pollici, nelle gambe morte che strisciavo come un serpente. Riuscii a fare del mio corpo la loro voce tortu­rata ma virtuale, repressa: mai che potesse erompe­re fuori.

Divenni celebre. Hollywood mi acclamava, aveva paura di me. L’immagine di Lon Chaney attore mostruoso coincideva con l’imma­gine di me stesso: io, agli occhi di tutti, ero un vero freak. «Attenti, un ragno! Potrebbe essere Lon Chaney!». In pochi conoscevano il mio volto, come pochi sapevano a quale atroce sofferenza mi piegavo per far parlare il mio corpo. Erano i miei arti cuciti, la mia faccia deforme, il mio torace compresso, l’urlo che dovevo far esplodere dallo schermo. Solo con i miei mostri mi salvai dalla follia del silenzio. I mostri non accettano il silenzio. lo combattono.

Ma ora le lotte sono finite. Le mie speranze si sono realizzate. Il cinema parla! Gli studi della MGM e della Warner Bros si affollano di microfoni. Il cinema muto scompare. Capisce, dottor Frost, è il 1 gennaio 1930 e lo schermo emette suoni! E io posso, senza tradire nessuno, essere una, due, tre, mille voci. Ho sofferto abbastanza, in tutti questi anni, un silenzio che, da mostro, piegavo a urlo. Adesso no. Basta. Potrò parlare, cantare, spiegare, narrare, sussurrare, gridare. Colmare il silenzio della mia casa, quando da bambino battevo le pentole con dei cucchiai di ferro e con gioia immensa generavo un frastuono incredibile, sperando di essere udito. Ma gli occhi materni mi guardavano con stupore, come davanti a un fatto inspiegabile. E io piangevo. Ma oggi, nella finzione del film, potrò essere vero…

Il cinema è sonoro, dottor Frost! Ho appena finito un film dove ho interpretato cinque voci diverse. E ho altri contratti. Per un ventriloquo, un attore, un cortigiano, un saltimbanco. Vedrete cosa vi farò udire. Vedrete quale sarà la mia voce…

Per questo mi rivolgo a lei, che è specialista: da qualche giorno non sto affatto bene. La gola è secca, deglutisco con difficoltà, e quando comincio a parlare un dolore acuto mi rende afono. Cosa significa? Una brutta bronchite? Ho preso molto freddo sul set del mio ultimo film. Troppe botole, troppi spifferi, il solito castellaccio gotico. Mi guarisca presto. Pagherò quanto vorrà. Ho bisogno della voce come voi uomini avete bisogno dell’aria.

*

Ospedale di Los Angeles. Letto numero 7. Lon Chaney, attore. Quarantasei anni. Deceduto per carcinoma alle corde vocali alle 8,16 del mattino del 26 agosto 1930. I funerali giovedì pomeriggio nella chiesa di S. Nicholas.

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Lon Chaney