DOPPIA LETTERA. Comoglio, Ercolani

Marco carissimo,

il tuo Sindrome del ritorno non è una raccolta di frammenti come tu scrivi in apertura del libro. Pensare a questa tua opera in questi termini significa non coglierne il nucleo e la vita che abita ogni parola di questo volume. Sindrome del ritorno è adesione profonda al tuo sé interiore e ogni parola, ogni sguardo, che sia alle nuvole o al sandalo che compare in sogno, vivifica il tuo sé interiore ed è qui, in questo e su questo vivificare, che la sindrome del ritorno si regge e costruisce. Perché “sindrome del ritorno” non è altro che scavare nella propria dimensione esistenziale vivendo in modo sincronico ciò che è e ciò che è stato in modo da poter rinnovare costantemente il proprio essere, la propria coscienza. Si avanza e al contempo ci si riprende per vivificarsi senza sosta, perché “le mani posate sui fogli ancora vuoti” abbiano quello scatto, quella presa di coscienza, che le mette in moto, che le fa diventare quello strumento/destino che disvela l’inganno e anche l’abisso della realtà che ci circonda e che, dopo averli disvelati, ritorna su se stesso, per imbracciare “quel fucile rosso, mezzo disegnato sul muro” e uccidere con questo fucile “le nevrosi, i numeri, gli odori, i rumori, le sciocchezze di sempre”. Ritorna, si è detto, su se stesso. E ritornare su se stesso equivale ad agire. E agire è vivificarsi, poter essere contro o a favore, poter scrivere, potersi concentrare sui dettagli, anche quelli di un sogno. È potersi stupire. E nello stupore, inteso come qualcosa che sconcerta e sbalordisce, tutto si tiene e lega, si fa sintesi e unità.

Ecco, la sintesi e l’unità. E il ritorno/vivificarsi ne è radice radicale. Senza il ritorno la coscienza si sgretola, l’io si sgretola, il mondo si sgretola. Ma, soprattutto, la parola si sgretola. Da qui la necessità della sindrome del ritorno perché la parola e il proprio sé possano eternamente generarsi e rigenerarsi, possano eternamente sperimentare e sperimentarsi nella loro struttura fisica e psichica, nella loro corporeità fatta di nodi e grumi, di sogni emblemi ed enigmi che marcano tempo e spazio, etica ed estetica, in uno slancio che plasma, individualmente, certo, ma poi anche collettivamente e quindi storicamente, gli infiniti conflitti e contraddizioni che abitano e animano il sé e la parola.

Per questo, Marco, non siamo qui di fronte a dei frammenti ma ad un’opera che è tessitura solida e compiuta, e che da dialogo intimo, interiore, si espande per diventare ed essere testimonianza di tutte quelle dinamiche dilanianti o astruse, imprevedibili o folli, che segnano a fior di pelle l’umano sentire, e che segnandolo lo rendono però anche libero di riconoscersi, e di tornare eternamente su se stesso per essere e vivere. Per continuare a vivere.

Con un forte abbraccio,

Silvia

**

Silvia carissima,

hai ragione, non ho scritto un libro di frammenti. Ma, per me, dire “frammento” è dire una totalità ridotta all’essenza, è la presenza stessa della poesia. La poesia non guarisce chi si ammala, non trasforma il mondo, non lo guida a magnifiche sorti progressive: è disarmata, nuda, vinta, ma ha sempre qualcosa da dire ancora perché il suo regno è quello dell’indicibile, degli “infiniti conflitti e contraddizioni che abitano e animano il sé e la parola”. La poesia nasce quando il discorso logico sparisce e ci consegna allo stupore di parole che, trattenute per un istante, per un istante trascritte, nostre e mai solo nostre, imprudenti, infelici, rivoltose, amorose, ricche di infinito, di pericolo, di bellezza, sono esattamente quello che abbiamo e quello in cui ci riconosciamo. La poesia è l’esperienza di sentirsi dentro le cose con il rigore di un linguaggio sospeso in una realtà “fatta di nodi e grumi, di sogni emblemi ed enigmi che marcano tempo e spazio, etica ed estetica”. Ma questa sospensione non è arabesco del linguaggio o estasi mistica: è attenzione morale a una lingua che ci permetta di guardare dentro e attorno a noi senza impressionismi consolatori, senza vezzi linguistici, senza paesaggi rassicuranti. Guardare. Dormire. Poi svegliarsi, in stato di allarme e combattere la dittatura dell’ovvio non solo con la poesia in versi ma con il pensiero poetico, essenziale per “continuare a vivere”. Sindrome del ritorno è costruire un’oasi nostra, che sia casa da cui partire e casa in cui tornare. Luogo di “tessitura solida e compiuta”, ma anche luogo dei nostri frammenti, abitati dal demone di un vento che distrugge, incessante, e plasma, ininterrotto. La radice, così penso e sogno, di noi stessi, è il vento, e ogni scrittura è una lezione di vento. Le “mani posate sui fogli ancora vuoti” non smettono mai di scriversi, di scriverci.

L’ARTE CHE CI PERDONA DEL SAPERE. Francesco Marotta

Francesco Marotta (1954-2025)

Immagine di Nicolas De Staël

**

più chiare nascite
senza memoria di parole
nella voce,
profili
in trame di muschi
cresciuti nel grembo caldo
della luce –
dove
la pelle è un paesaggio
che si apre
a mani da semina
e consiste, limpido,
nell’oblio di polvere
del futuro

(viste dall’alto,
da un prima di distanze,
versando dentro i calici
l’arte che ci perdona
del sapere)

*

sul labbro
sente le sillabe
intrecciare favole di nebbia,
geografie di resina e
notti immaginarie
tradotte al guado di
lampade profonde: –

la lingua assorbe tempo
dai pori del respiro,
l’infanzia
fa cenni di luce
da cieli di rimpianto
che ora svaniscono, ora
si impigliano alle fronde,
nel grido di chi sbaglia strada
e senza il dono dell’orma
va nel giorno

*

ieri
gravido di lune franate
nell’abisso
salino
di un grido –
al laccio un viola
d’ombre di crepuscolo,
negli occhi
la rotta dolente
di vele sopra mari
inesplorati: –

non altro si annuncia
in questo lento fluire
di spazi
arresi a regole d’azzardo,
solo vorticose cadute
di saggezza
nella quiete che scolora
insieme al liquido bruciato
di una bottiglia vuota –
costellazione
imprevista
di petali, silenzi
fermentati
dagli umori densi
del sangue delle rose

*

così risalgono parole
dove fa luce la pena
di sostanze in tacita
pelle d’ombra –

è luce
il non detto che lontana
in disperate finzioni,
allegorie di veglia,
fragili tracce
immiserite
sopra margini di fiamma,
in tutto simili
a un ritrarsi d’ala
davanti al picco
che domina
franate radure del linguaggio

*

incoerente rotta nell’azzurro
disegnata dall’ultimo volo,
dalle pupille di una rondine
in rallegrati lumi
invernali –
quando lo sguardo
cede all’incanto
di quel lampo compiuto
da sciami di cielo e
la notte frana come un porto
all’inarcarsi di onde
millenarie, poi
lacrima nell’erba nevi
elementari, argille d’isola
per modellare transiti
di epoche: –

si muore
nella calma di uno stelo
reciso dal gelo,
col passo che profonda sete
in ripetute lettere del sonno,
un breve sorso
alla ferita immobile
del sole

*

indicibile senso
di impuri,
insanabili alfabeti
per quanti segni vibrano
nell’oscura nobiltà dei morti
e prendono voci di steli
inebriati dal respiro
della falce – reciso
accordo di ostinate forme,
solo lo sguardo intatto,
non indurito da
battesimi di luce,
un fuoriuscire dall’atlante
di rituali paesaggi,
oasi che gravano
di desideri l’occhio,
gigli accesi in troppo labili
calici di mente

*

estasi annunciate
dal ritorno di ali recluse
tra orizzonti di vertigine,
in quel volo radente
che, sul nascere,
a nessuno germoglia
cristalli contro il fuoco,
ma rose aguzze
che
nel chiarore
cercano accordi con la spina: –

le senti rosseggiare,
crepitanti
resine d’inchiostro,
assomigliarsi agli astri
sfiniti tra rigagnoli di mura,
al tempo che si estenua
nel lievito di un grido,
a questa dura pace
dell’aria che regna
nel guardare

*

cardini del cielo
in fondali di specchio,
echi del vivere
in corpi fasciati d’acque
nel cono illuminato
dell’appena, quasi
una bruma
misericordiosa
che bussa alle palpebre
e ricopre, tra
nevicate di foglie,
parole miniate
con gli inchiostri delle cime: –

quanto riemerge al giorno
è colore sbiancato
di segni, la mano
che inquadra l’ombra
in brevi metamorfosi
di luce – fragili,
irripetibili
trasparenze d’altrove

vanescenti cerchi
in stagni illusori di eventi –
tutto trascorre
limpido
allo sguardo
tranne una pietra
covata in chimiche
stagioni d’iride, scagliata
tra le onde dei giorni
a naufragare la fitta
autunnale
che ricuce l’anima di tele,
come un ragno: –

arcipelaghi
frementi di alghe
per quanti istanti
la morte cede ai sensi
azzurrati di piovasco –
in trame di segni
intraducibili
fiorisce sulla pelle
mappe d’acque immobili,
silenzi di ninfee

*

maree incantate
da rive inaccessibili –
sporge da un grido d’acque,
tra filamenti d’isola,
come un lume
covato nei fondali,
il dio dagli occhi a stella
che emerge nel tramonto
confuso dentro orme
verdeluce: –

il suo volto
si mostra allo sbarco
terra di tormentate lune
che nel timore difende
l’oro dei suoi deserti,
e per necessità,
di dubbio in dubbio,
appronta il diario
dei suoi disvelamenti –
ventoso diario di parole,
sbiadita rassegna
di immagini
d’assenza

*

alberi sedotti
da luci segrete di pietre
e solitarie stelle
di ponente –
alberi grondanti fuochi
di passione, gravidi
di foglie in lenta fila
al controllo delle parche,
naturali epifanie
di finitudine
in segnali di chiome,
di terragni voli: –

alberi –
nella notte
rischiarata da un bagliore,
respiri di occhi
arresi
alla voce srotolata
delle acque – al dire
che alimenta
il desiderio inspiegabile
del seme

*

vegliano i giorni
la stele irrivelata dei canti,
reliquiario di pensieri
spesi in muta grazia
e trapassati, ombra
dopo ombra,
al sonno delle sabbie,
indecifrabili
come lacrime sognate
da respiri ardenti d’oasi –
pagine di fiume
dove il senso emerge
in labili segnali di corrente
cancellati dall’aurora,
un’altra resa,
una rosa di silenzi
unica nel suo alfabeto
senza requie: –

di tante voci
gridate sull’orlo dell’abisso
solo la sete dura,
accampata
sulle labbra di stelle
incapaci d’occhi,
dismesse
radure dell’eterno

*

il segno dice della parola
quello che non è più,
il non ancora –
come una palpebra
abbassata
sull’orizzonte del foglio,
sotto cieli grondanti
della stessa attesa,
fa corpo da sempre
col vuoto
che si lascia alle spalle,
col vuoto che annuncia: –

tacere in ascolto
è il suo volto segreto,
un candelabro semprevivo
sulla spuma d’astro
della parola ritrovata,
perduta,
abitata in passi d’esilio

*

respiri
impenetrabili alla goccia,
se l’acqua è nero
lume di parole
e devasta orizzonti
di radici, lingua
che taglia
a colpi di memoria
volti illuminati appena
da mute eredità di foglie

(salpa il naviglio
e si congeda
dai fiori dello stagno,
la disperazione dell’erba
è già un parlare
in lingue di cammino –
vibra alla brezza,
muove la corrente,
indica la rotta
per la foce)

*

stelle che al corpo rivelano
contiguità radianti
di stupore
e sensi accesi
nell’oro della sera –
in quei silenzi che
parlano di oscuro
quando la rosa che si osserva,
rabbrividita
nella luce assente,
costretta nell’acqua
stagnante del suo sguardo,
copula inavvertite albagie
di fiume, il suo diario
di amori appesi al cielo,
a strapiombo
sulle rapide dell’alba –

minia ingegnose chiuse d’aria
sulla pagina mai scritta
di un brivido –
il profumo di disfatta
che si improvvisa palpito
del mondo

*

dimore precarie
dove fiamma il respiro
di icone ingrigite,
un tracciato di brina e ragnatele
per copule di polvere,
architetture aeree
di remote vite
consumate in odore di nebbia,
bruciate in cifre perpetue
di non visibili volti di marea,
di varchi dislagati
per smemorati ritorni: –

dimore del respiro,
flutti di un ambiguo
immaginarsi
sotto insegne di vele
vaganti fino alla riva
che fa cenni di faro
dall’astro sabbioso dell’origine –
muove istanti a spezzettati,
esausti giochi d’onde,
come un fuoco
che si accende e spegne
nella pupilla disarmonica
dei venti

*I testi sono tratti da: Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera, I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure 2024.

**

Francesco Marotta (Nocera inferiore 1954-Milano 2025), ha pubblicato Le guide del tramonto (1986), Memoria delle meridiane (1988), Giorni come pietre (1989), Alfabeti d’esilio (1990), Il verbo dei silenzi (1991), Postludium (2003), Impronte sull’acqua (2008), Esilio di voci (2011), Hairesis (202126), Il poema ininterrotto. Antologia a cura di Marco Ercolani (2016), Da un’eternità passeggera (2024), Polvere (2024),

Ha tradotto Yves Bergeret, Paul Celan, René Char, Henri Michaux, Mario Osvaldo Benedetti.

Tutta la sua produzione, edita e inedita,è reperibile in rete a questo indirizzo:

https://rebstein.wordpress.com/poetry-in-time/

Immagine di Jean Fautrier

COME GIOCHI D’INCHIOSTRO. Henri Michaux

I testi sono tratti da Jeux d‘encre. Trajet Zao Wou Ki, L’Echoppe & La Maison des Amis des Livres, Tusson, 1994 (traduzione di Marco Ercolani)

Immagini di Zao Wou Ki

**

I libri sono noiosi da leggere. Nessuna libera circolazione. Si è solo invitati a seguirli. Ma il cammino è già tracciato, unico.

Differente il quadro: immediato, intero. Si va a destra o a sinistra, dove si vuole, dove piace, secondo le sue traiettorie, e le pause non sono indicate.

Da quando lo desidera, l’occhio lo trattiene: nuovo, integro. Un attimo, ed è tutto è là.

Tutto, ma non si sa ancora niente. Da qui bisogna cominciare a LEGGERE. Gioia quasi ignota a tutti. Ma tutti possono leggere un quadro e trovarci qualcosa (e a mesi distanza cose nuove), tutti, rispettosi, insolenti, estroversi, introversi, analisti scientifici, chi studia i movimenti dell’individuo o il suo aldilà, o chi vede ogni tratto come un salmone da tirar fuori dall’acqua, quelli per cui ogni cane incontrato è da stendere sul tavolo operatorio per scrutarne le emozioni nello stomaco aperto, o chi con il cane che incontra preferisce giocarci e riconoscersi conoscendolo, quelli che nell’altro non festeggiano altro che se stessi, o chi vede soprattutto la grande marea che porta il quadro al pittore e il pittore stesso, e al lettore la folla del suo seguito e dei predecessori e la folla degli avvenimenti riuniti, e infine i buoni a nulla, gli scoordinati, e chi in ogni paesaggio ha le loro pale del suo mulino da far girare (le pale si vedono girare in piena luce nei paesaggi stranieri).

Posso spingere lettori che si ignorano a leggersi a loro volta? Mi perdoni Zao Wou Ki: mi hanno portato le sue litografie, e io ignoravo lui e le sue pitture.

L’indomani scrissi le pagine seguenti, e altri frammenti dopo.

Forse si meritava un lettore più “serio”!

**

Poco più di un millennio fa un poeta pittore, Wang Wei, realizzò solo con inchiostro diluito una delle cascate più memorabili al mondo, e una gran quantità di monti, sentieri, boschi, promontori, pini in gruppo o isolati, vicini a rocce alte. Per tutte queste estensioni spettacolari usava un solo colore. Ancora il nero. Mille sfumature di pallido su scuro e la sua prodigiosa spontaneità facevano il resto.

“Aveva trovato il modo di dipingere il soffio delle nuvole… le sue montagne erano trattate come giochi d’inchiostro “. Il maestro, si dice da qualche parte, “posa l’inchiostro, leggero qui, pesante là”. È l’assenza di materia che resuscita la materia, la materia in movimento. Così l’evasivo pennello ricopre una grande distanza: Tao della pittura… dove simultaneamente parla la poesia. La popolazione dei pennelli è piovuta in questa pittura, e attraverso i secoli si è messa alla prova. Zao Wou Ki ha ripreso i giochi d’inchiostro: a modo suo…

**

L’astratto prende più posto

astratto per distacco

purificazione delle presenze

*

Sparpagliato qui, segreto là,

uova o isole?

Segno ultimo

*

Abbreviato, residuale

*

Ciò che non è stato trascinato si ferma, ellittico

*

Una massa diventa tracciato

*

Richiamo alla contrazione

*

Il vivente ancora frusciante

nato all’istante

l’istante dopo, soltanto presentito

*

Lo spirito dell’aforisma, nei dintorni, divaga

*

Avvertita presenza dell’antica prospettiva aerea…

*

Con una souplesse di seta

atterrando sulla spiaggia della carta

*

E sempre all’arrivo

un non so che di decontratto

…non solo occidentale.

LA TRUCE VOCE CALDA DEL SOLSTIZIO. Marco Sbrana

Ho visto due angeli al bar

Una morte scosciata decisa con i chiodi

gli epigoni di Cristo stanno amandosi al bar

e muoiono di birra la rovina per schioppo

mentre smetto lumaca tra bava e vestigiali.

Gli occhi impazienti per settembre

dicono neve su cimase

che siano neve ed io cimasa

sulle cimase densa neve.

Non declino l’invito con parole

da buon cane cresciuto a bastonate

vomitare interiora e sterminarmi

come un popolo sporco di formiche

affinché mi disertino quegli occhi

per posarsi su canne mozze gli angeli

ammazzatisi a canne mozze sbronzi.

E scopano un boato

e gli invidio il crepare.

Gli occhi sul giorno

Ostinazione erculea

il dispiegarsi al giorno

quando comincia il giorno.

Non ho più gli occhi belli

ma la testa mozzata di una carpa

mi disapprova in specchi

che mi vengono al mondo la mattina.

Poi sta pure piovendo

che cosa penseranno i bimbi dell’estate?

*

Curatemi il tremore

quante belle ragazze

mi mettono paura.

Moriva di ossa strane

la rampa con il tonfo

ricordava la morte.

Suona la fisarmonica

crepassi non darei

un euro al musicista.

Quando tremo il tremare

di ridire me stesso

nei domani di sempre

prego mio nonno morto

che mi uccida sul serio

senza carne lasciare

come fa di continuo.

Nessuna faccia buffa

proteggiti dagli occhi

ho solo il sonno brutto

devo solo dormire.

*

Mi sogno mentre scopo i culi per le strade.

Le sclere di Anna

io me le ricordo

ritorte moriva

ogni settimana

circa ricordando

del padre il membro dentro.

*

Lei si dichiara nei volti degli altri

sorprende la strada

che faccio arrancando.

L’amaretto del nonno

la crostata un sapore

come i sogni stupendi

che degli occhi lo schiudersi

chiude per sempre agli occhi.

Adagio

Il pomeriggio piano.

Nel fruscio scema il traffico d’auto

retrocede l’abbaglio del sole

così la città, che torna a casa.

Nell’afasia dei vecchi che finiscono

con i soli loro occhi a testimone

il mondo allestisce morti soffuse.

La città si è votata alla campagna

ché lì si smette adagio.

Marta

La motosega trucida gli abeti

di trucioli spirali

che porta, insieme all’afa

la truce voce calda del solstizio.

Uno stupro di raggi

gli spigoli puntuti di Marta

che dorme sempre meno.

Dirige le civette

le dicono Per questo solamente

tu ne vali la pena.

Ma già ai destinatari pensa Marta

e ad uno tra il sudore e la sua insonnia

di cui dire mi ha uccisa, suicidata.

Quei previ pagamenti

di gingilli mai stati

e la via del sudore

non porta che alla doccia.

Cimitero la stanza

di falene spezzate

e cimici riverse.

Ma come fanno i pendolari a viversi

le sponde i fiumi i corpi dentro i treni?

Dove andranno i miei sogni?

Mi fermenta il Nebraska nella testa

Esistesse una casa

per riposare il petto.

L’epigrafe dirà

che Marta giace morta

come orologi mai usati ché rotti

bisnonni in bianco e nero

dirà loro Chi siete?

L’ultimo giorno viva

Marta ha visto la volpe

fuggire dai cinghiali

la volpe l’ha guardata

la volpe ha detto Marta

ma Marta era già via.

Il cadavere di Ettore

Perdevano tintura le panchine

per le tue gambe che nei nervi

già preparavano gli addii

ché queste visite sparute

rimarcano l’assenza, e non so più abbracciarti.

Cambiasti la tintura della pelle

fu bianca per confonderti vincente.

E mentre adesso vai via

ti vorrei dire che mantengo

quella promessa fatta ai frassini

Il vostro splendido gennaio

vi emuleremo a gemme, che inverno caldo, voi

dalla tintura bella, la bella morte, voi.

Tu mi parli attraverso

ma magari non ricordi

eppure, la tua bocca mi diceva.

E, adesso che nessuno mi precede

ti vivo tra i molari e la trachea.

Tale e quale a mio nonno

che la scatola di ottone

chiude alla vista di mia nonna

troppo stanca per spolverare.

Resta enorme la vita, e mi ci perdo

come ieri, ha due facce l’estate

salendomi alla lingua, tu mi dici

che a giugno occorre farsi di sole

foss’anche sopportare

restiamo noi due eroi.

Achille, porta le mie spoglie a casa.

Dato che vivi hai vinto ma sii buono.

Papà mi vuole piangere

non mi ha mai pianto

ma piangerà non visto.

La terza ora è greco

il dizionario, Achille

non ti scordare il Rocci.

*Marco Sbrana (26/03/2003) studia scrittura creativa presso la scuola Mohole a Milano, dov’è nato. È nella redazione di Zona di disagio e Evidenzialibri. Cura la rubrica settimanale di cinema per Odissea di Angelo Gaccione e collabora con il blog Scritture di Marco Ercolani. Ha scritto un romanzo sui disturbi mentali e una raccolta di poesie di prossima pubblicazione. Cura il blog di cultura e critica cinematografica Carrello a seguire.

Immagini di Francis Bacon

UN CAVALLO NERO. Scipione

Andavo ad appostarmi sulla strada della montagna

m’arrampicavo pei boschi pieno di trepidazione

e mi rannicchiavo ricolmo d’ansietà ad aspettare.

Sentivo i gridi dei paoni.

Una notte il pensiero della via mi prese.

Salii salii – e gli alberi e i sassi

uscivano dal buio

qand fui in agguato.

La via bianca era come una benda

sui miei occhi.

Udii rumore di verde vicino:

apparve un cavallo nero

guardò intorno e scese lentamente

immergendosi nel bianco

poi nitrì

e il suo grido scese come un brivido sulla montagna.

Stette immobile a subirne l’eco

e fuggì via.

*

Da Carte segrete, Einaudi, Torino 1982.

**

Immagine di Scipione (Gino Bonichi), 1904-1933

BIBLIOTECA BANDITA

Lo spirito si sviluppa nel tempo del sonno, quando apparentemente siamo fuori dal mondo e invece sprofondiamo realmente nel nostro. Vediamo i nostri sogni e ci appaiono reali. Viviamo dentro una nebbia, ma la nebbia non arriva dal clima esterno: la nebbia siamo noi, il modo con cui vediamo, che non è mai unico. La notte nutre il giorno e il giorno la notte. Ma, quando ci si sveglia o ci si addormenta, si va dall’una all’altra parte del mondo, attraverso lo stretto passaggio di cui siamo custodi.

Di cosa siamo custodi? Del nostro corpo, mai identico a se stesso, delle nostre menti tormentate. È come essere davanti a un muro crivellato: bisogna andare via, lo sappiamo, le vittime non ci sono più, a cosa serve restare? Ma si prova uno strano pudore, un’intima paura, a lasciare quel muro solo, con le sue cicatrici; vogliamo che il nostro sguardo abbia ancora il potere di consolare, di lenire, non si sa cosa, perché tutto è già accaduto; e così non si va ancora via, si guardano le schegge, i buchi, le crepe (perché non si chiamano ferite?), si pensa a scene di battaglia dove alcuni uomini sono stati uccisi e a scene di festa dove sono stati felici, in una metamorfosi continua della mente e del corpo. La metamorfosi sostanzia il nostro pensiero e il prezzo da pagare è la duplicità del corpo, il suo strazio somatopsichico, che si svela e si insinua, attraverso continui smascheramenti, come un inquietante animale collettivo, anonimo protagonista di estasi e terrori, dove non soltanto dominano le espressioni della follia “altra” ma l’umano svelato in tutta la sua minacciosa e felice potenza. Il reverendo Hooper, nel racconto di Nathaniel Hawthorne Il velo nero del pastore, da una certa domenica in poi celebra la messa con il viso coperto da un velo. Il velo nero non è simbolo di nulla. Né metafora né allegoria, allude a tutto e a niente. Chi lo guarda si pone domande assillanti: il pastore vuole espiare una colpa personale o collettiva? Ma il reverendo non fornisce spiegazioni plausibili. Si farà seppellire con il velo sul volto, lasciando tutte le domande senza risposta. L’inquietudine non nasce da uno smascheramento, come sarebbe logico pensare, ma da un mascheramento enigmatico, come accade in tutti i libri di questa Biblioteca bandita, esposti a Villa Piaggio, simboli della nostra nebbia e felici strumenti per attraversarla.

(2015)

L’ARIA ASSENTE. Per Scipione

Lettera apocrifa di Scipione all’amico Falqui. Arco, 25 ottobre 1933.

Scipione (Gino Benichi)

**

Se tu dici a un uomo “dormi seduto”, quando da innumerevoli generazioni l’uomo ha dormito sdraiato, non è cosa facile da ottenere senza un indicibile strazio. Per di più con la febbre e un’agitazione delle braccia e delle gambe che ti sposta e ti rende di fuoco. Se mi sdraio però mi sembra di soffocare. Altre congestioni, altra febbre. Respiro con difficoltà, la nuca sotto una pila di cuscini. Apparentemente il tuo Scipione ha la pelle durissima – dall’esterno sembro sempre florido, giovane e forte, i miei muscoli sono tesi e spessi. Posso apparire un tronco tenace abbarbicato alla vita – ma dentro l’albero è vuoto. Come certi ulivi con le fibre salde e forti, ma svuotati di linfa, disseccati nudi come una canna.

Purtroppo – a me sembra impossibile – i polmoni sono andati. C’è è tanta aria per tutta la valle, tanto vento, ma per me tra pochi mesi non ci sarà più aria da respirare. Eppure tante cose mi urgono ancora dentro. Non ho neanche trent’anni. Ho appena iniziato la mia storia di poeta e pittore, qui sulla terra. Ho appena iniziato ad amare i colori, le donne, le parole e già tutto mi fugge via, bevuto, goduto, assorbito da altri – che non conosco, che non sono io.

Ho ordinato il cavalletto ma quel benedetto falegname non me l’ha ancora consegnato. In queste ultime ore sono migliorato e devo lavorare prima della prossima primavera. Io temo la primavera più di ogni altra stagione. Con la bella stagione la linfa corre dentro il tronco e dilata la ferita e io non respiro più e comincio a tossire. Maggio soprattutto è crudele, con quelle fioriture bianche di narcisi.

Spero di essere ancora vivo nei prossimi mesi. Forse la ferita si fermerà e io guarirò e con un terzo di polmone potrò ancora combinare qualcosa. Se questo avvenisse – te lo giuro Falqui -, la mia pittura non avrebbe più nulla di contorto, con quei paesaggi massacrati e gli alberi che vomitano verde da ogni parte, e il rosso dei corpi. Non dipingerei più a rotta di collo ma disegnerei. Grandi figure bianche, nere e vive.

Un uomo nudo cammina.

È bianco come un albero senza corteccia

e4 tutte le cose create vogliono toccarlo.

E lui taglierà gli alberi

dopo aver goduto della loro frescura

prenderà i pesci dal fiume,

gli uccelli che volano.

Ho molta ansia, Falqui. Temo che scrivere mi sia troppo faticoso e che poi dovrò pagare lo sforzo di questa lettera con uno sbocco di sangue. La vita mi sta sfuggendo e l’aria è così lontana che la mia bocca non riesce a raggiungerla. Ieri per esempio, ho passato una notte d’inferno e oggi sto benissimo, ristorato, rinfrescato e la poca aria che mi entra nei polmoni sembra una cascata impetuosa. Oh, se tutti gli uomini capissero che respirare è a volte una grazia impossibile!

Non mi rassegno a morire. Non avrebbe senso.

Mi sento abbacinato

Come un foglio bianco

Su cui picchi il sole.

Ma questo foglio ormai saranno gli altri a riempirlo con le loro parole. Non mi illudo.

Per cui mio Falqui, addio.

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Carte false, Hestia edizioni, Milano 1999.

Immagini di Scipione

Scipione (Gino Bonichi, Macerata 1904 – Arco 1933) è noto sopratutto come pittore: la sua breve presenza a Roma alla fine degli anni venti costituisce uno dei momenti piú intensi del rinnovarsi della giovane arte figurativa in un momento di fruttuosi scambi fra pittura letteratura e critica. Sotto il titolo di Carte segrete sono stati raccolti, dopo la sua morte, pochi versi, pagine di prosa e di diario, lettere: quel materiale restituiva schegge liriche di singolare, decisa forza poetica, tali da garantirgli un ruolo non secondario nella poesia italiana del Novecento. Integrato da altri testi, sparsi via via in riviste e libri di scarsa diffusione, quel gruppo di frammenti, che in parte riproporremo in questo blog, mostra Scipione poeta dalla «grande forza panica», come dice Amelia Rosselli.

PER CARLOTTA CICCI. Marco Ercolani

Artista visivo, specificamente videomaker, Carlotta Cicci trova, alla sua prima raccolta di versi, Sul banco dei pesci (L’Arcolaio, 2022, prefazione di Alberto Bertoni), una flessuosità ritmica che rende le poesie del libro frammenti crudeli e compatti, intrisi di una disperata, inevitabile cantabilità (“in un passaggio / di vortici e soglie / con l’anima capovolta / in un improvviso odore / di fieno e sale / nel delirio / lei nasce // il suo respiro / come una carezza / assoluta // un suono / piccolo”). Bertoni osserva, nella sua postfazione, che questo libro innova la percezione del linguaggio: “montaggio dinamico e variegato di fotogrammi che lasciano alla fine della lettura una sensazione di attività cooperante e soprattutto di libertà reciproca”. Io aggiungerei: questi versi non sono pensati come versi autonomi di singole poesie ma come strutture mobili di una cantata profana, sospesa fra tragico e sacro, radicata in una straniata “pressione” della psiche a contagio col “garbuglio del mondo” (Bertoni). Suddiviso in quattro sezioni (“La sentenza”, Bestie caute”, “Tunnel”, “Stanze deserte”), il libro racconta, con echi surrealisti e secche sequenze di versi brevi, un viaggio iniziatico di conoscenza/spoliazione dell’io. Naturalmente, ogni poeta ci comunica sempre il suo personale sperdimento. Ma c’è chi lo fa dall’esterno, come se sviluppasse teoricamente il tema prima di trascriverlo in versi. Nulla di tutto questo, nella poesia di Carlotta, dove osserviamo la trascrizione fisica, nelle parole, di un potente terrore psichico, che dal linguaggio viene appena placato: “cerco un appello / cerco la mia faccia // mi manco // senza pericolo / senza inventarlo / è calma / è sevizia”; “devo difendere il silenzio / tornare dove le allodole / fanno i nidi / dove la vita smarrisce / nella pazienza del tutto // devo cercare la sua voce / così un uccello mi segnerebbe / il petto // spalanco la bocca / scelgo di coprirmi il volto // schiantare / voglio schiantare”). Si potrebbe parlare per questi versi di epifanie, se la parola non fosse fin troppo abusata. Ma occorre dirlo, perché di epifanie qui si tratta, di fessure visionarie dove è abolita la punteggiatura ma non il ritmo, e che rivelano l’immediato riversarsi della percezione in poesia, gettata “sul banco dei pesci” senza mezze misure, fra odori, soprassalti, brandelli di preghiere (“latente / pregiata / rara / come un cervo bianco / eludi tu che resti”), in un campo perturbato di emozioni e di polifonie ritmiche, alla ricerca della parola adeguata, la più nuda possibile (“la mia parola marciva / nelle tue parole perdute / nella spirale inattesa / nella misera fine”). “Non si guarisce dall’io” scrive Emil Cioran ma lo si frammenta, lo si dissemina, lo si espone. Non è più il proprio io: è un io molteplice, gettato nel vortice delle sue possibilità.

Nel secondo libro, Grado zero (MC, 2024), il suo “essere poeta”, scagliato sulla pagina, non mostra nessuna esitazione: “nel mio grado zero ho posato l’umanità”. Che cosa vanno cercando questi versi? “Furore e mistero”, come ci indica René Char? Carlotta fa emergere una voce severa, visionaria, che lotta contro il ‘mondo offeso’ per trovare salvezza nei suoi dèi ulteriori: “in questo smarrimento terrestre / mi tieni il fianco con atti di pietà. / resta delicato il nostro lungo risveglio”. I versi che inventa sono sequenze di una salmodia frammentaria ma nitida, opposta agli orrori endemici della vita quotidiana. Echi di immagini, scorie di riflessioni, lampi introspettivi: ecco il pre-pensiero di questa poesia fulminea e passionale, incisa con tagli glaciali di parole che Pasquale di Palmo, nel risvolto di copertina di Grado zero, definisce da street photographer.

Il lettore è costretto ad accogliere un dettato rapido, un accordo brusco, un feroce passo animale che lo lascia interdetto, senza che lo sorregga la consolazione di un logos poetico confortante. Grado Zero è un libro “inconsolato”, non placato. Leggere la poesia di Carlotta è come camminare in un mondo capovolto e ridurre la lingua poetica all’essenziale – cosa che mi sembra naturale per un artista che non proviene dagli stretti antri del linguaggio poetico ma dalla limpidezza visionaria del suo essere “artista di immagini”. I veri poeti sono sonnambuli che guardano insieme i tetti d’oro di una Praga sognata, infittendo quaderni con ciò che non esiste: “non avrà pietà la mia piccola voce. / non ti lascerò solo senza leggi. / ti solleverò sul margine / della tua salvezza”. L’arte della compassione non ha, come oggetto, solo gli esseri umani: si tratta, come scrive Nanni Cagnone, di “pensare il percepire”.

È evidente, nella sintassi di questi versi, l’assenza delle virgole e la presenza perentoria dei punti, a sottolineare che ogni frase conclude se stessa e si avvicina all’altra non tanto per costruire un dialogo quanto per mostrare, complici, un contrasto, una visione, un dramma. Il corpo è un palinsesto di ordini imposti, di veti incrociati. Nasce così come ha potuto, informe, oscurato, difficile. Poi arriva la ferita, come se dall’esterno qualcuno forasse il velo. E, da sotto la ferita, come un breve urlo, esplode la parola: “c’è grandezza. La stanza è irrequieta. / è il taglio alto della luce. Là dove taccio / mi vedi e non chiedi tutte quelle cose / vere. E la tua bocca sembra una parola”.

Non corteggiare l’inutile ma conquistarlo: farne il proprio racconto, la propria arte reale. Così come Herzog trasforma il pianoforte, issato sopra le montagne in Fitzcarraldo, non in segno di follia ma in possibile estasi, dove si compie l’impossibile: “credo di dare un nome al pianto. / dimentico la pace di noi. Tutti morti. / abito dove il silenzio sarebbe un dono”.

Il corpo è lupa, spasimo, turbamento ininterrotto. In toni da inno sacro questa poesia concentra un tormento umano e un eros da belva: “ti trattengo sulla pelle. Ti trattengo / tra le cosce. Tra le pieghe del lenzuolo / ti confesso il sangue”. In Carlotta Cicci abita l’eternità dell’impulso d’amore ma è roccia, fermezza, tempo sacro: “tutto è mio se mi fermo nel nostro / silenzio. Come una vittoria si avvicina / il temporale. gli stormi sembrano polmoni. / e il fiume è sempre lì”. Il poeta che abita questo libro è vagabondo dell’ordine che sta minando. La sua opera, violenta, non ha l’irrespirabile segreto della natura morta ma l’oscura potenza dell’organismo vivente. Dimentica di modellare la forma e la inchioda: così si libera dallo spirito solare delle frasi e trova un verso, di diamante o di fumo, nel quale intonare la voce. Scrive René Char: “Imita il meno possibile gli uomini, nella loro enigmatica abilità di stringere nodi”. In questa poesia i nodi non vengono stretti ma mostrati, come un abisso spalancato: “ho salutato tutti i miei morti. sfiorandoli / di improvvisa gioia”.

Improvvisa, dolente, disforme gioia. Non è solo un caso che l’autrice, con il compagno Stefano Massari, curi da diversi anni un progetto di videopoesia che ha come suo ideale la libertà espressiva della poesia come valore assoluto. “Zona disforme” è il titolo del lavoro, a quattro mani, che Stefano e Carlotta hanno intrapreso come teoria del “fare poesia” in questo tempo stravolto dall’opacità mediocre del linguaggio: un progetto utopico, multimediale, lacerato, alla ricerca dell’anomala bellezza di cui i veri poeti sono assetati e dipendenti, e per la quale combattono. Di questa “zona disforme” la poesia di Carlotta è, dopo appena due libri, uno degli emblemi più autentici. Scrissi diversi anni fa, nel 2000, una raccolta di saggi su alcuni poeti contemporanei e lo intitolai Fuoricanto. La posizione di Carlotta Cicci, oggi, nella poesia italiana contemporanea, è davvero “fuori canto”: un miraggio trasfuso nella lingua poetica, una percezione barocca e arcaica del mondo dove ogni gesto è miraggio di sé. Con felice curiosità attendiamo le sue ulteriori prove.

**

Carlotta Cicci, poeta, fotografa, videomaker, nasce a Roma nel 1984. Cura e realizza con Stefano Massari il format videopoesia “zona disforme” (www.disforme.net). Pubblica nel 2022 Sul banco dei pesci (L’Arcolaio editrice, prefazione di Alberto Bertoni) e nel 2023 la sua seconda silloge Grado zero (MC edizioni, nota di Pasquale di Palmo).

DA ALBA A TRAMONTO. IL RAGGIO INVERSO DI “NOTTE ALTA”. Francesco Scaramozzino

La scrittura di “Notte alta”, breve prosa poetica contenuta nell’eponima silloge del 1997 (Lucetta Frisa, Notte alta, Book editore, 1997), si svolge all’interno di un processo di rinascita, che prende le mosse da un’esperienza di premorte, di cui cerca di invertire il senso. In questo contesto, il problema centrale, dichiarato già nel primo degli otto mo(vi)menti in cui si articola il testo, è quello del perdere e prendere forma, della scelta fra forme diverse (“Cosa nasconde quel luogo? Non so se ha forma di rettangolo o di cerchio”), in cui in fondo consiste l’atto stesso del nascere (e del rinascere). Il boccascena, infine, è quello onirico di una spiaggia al tramonto – ricorrente fin dai sogni di bambina dell’autrice – dove il sole compare su un orizzonte vuoto: “sabbia tra gli alluci e io che mi dico affrettati a riempire gli occhi di tutta questa meravigliosa luce”.

Per meglio comprendere queste prime sintetiche annotazioni, può essere utile rilevare almeno che, all’interno dell’intera silloge, Notte alta si trova in un punto di contatto fra terminali in cui il dato autobiografico e onirico si va intensificando lasciando gradualmente il posto alla prosa (“A fine verso si spalanca lo spazio del respiro prima di rovinare indietro. Si può morire di asfissia o anossia. Per gravità di suono? Dipendenza da un ritmo?” – versi centrali in “Verso Palermo”), e il patto fra “poesia e morte” viene formalmente dichiarato, come rileva Stefano Verdino nella postfazione al libro (“La poesia non copre la morte/la scopre piano piano finché non puoi parlare che di loro/della poesia e di lei – loro due insieme e null’altro” – versi centrali invece in “L’arte di non pensarla”).

Che Notte alta si collochi all’interno di un’esperienza di premorte è esplicito: “al corpo, per morire, occorre molto più tempo; la mente giunge al traguardo per prima e si mette in attesa. Giorno per giorno lo aspetta”; oppure “Scrivo perché scrivendo posso simulare mille e una volta questo attimo che precede la morte”. E che, al suo interno, si tratti di un processo di rinascita, è dato nei molti riferimenti che innervano la prosa in un tentativo costante di riemersione: “La fessura del soffitto che si affaccia sul cielo aperto, e ricorda la debole fontanella dei neonati, mi porta l’immagine dell’infinito”; “Nella città labirintica (…) l’abitante si occulta in posizione fetale”; e prima ancora: “Un bambino prende in mano foglio e matita e traccia, al centro, a caso, uno scarabocchio: è il segno di un groviglio. Lì sul foglio, come sulla superficie terrestre, sembra piatto. Ma basta alzare lo sguardo, e la profondità emerge”. Rinascita come riemersione quindi, che inverte il senso della premorte sostituendo al tramonto del sogno l’alba di un sole sorgente (“Sempre il tramonto, mai l’alba”), di cui Notte alta è anche metaforicamente tramite nel suo porsi esattamente a metà – Venere occulta – nello spazio palindromo che separa l’ultimo raggio della sera e il primo del mattino.

Il processo di rinascita si compie dunque nella scrittura, intesa nella sua capacità di porsi come “punto di equilibrio” fra forme, a iniziare da quella elementare, ma geroglifica, etimologicamente intesa e quindi sacra in radice, di un bambino, perché “Imparare l’alfabeto è un rito che libera forze per poi trattenerle, snodarle e annodarle, almeno per l’attimo della frase”. Si tratta di un percorso, quasi <reiniziatico>, in cui il comporsi dell’equilibrio che fonda la rinascita è interpretazione di quello scarabocchio che, come detto, si può comprendere solo alzando lo sguardo, in un’acquisizione elementare e sorprendente che lo ri-vela “sulla chiocciola, sulla conchiglia, in certi insetti, nel disegno della tela del ragno, nelle orbite planetarie”: nell’infinitesimale e nell’infinitamente grande. Ma anche nel corpo, ad esempio nelle forme annodanti di un <ombelico-omphalos>, che “dopo la nascita, si richiude come un sigillo”, o in quelle dell’orecchio che “ci unisce alle vibrazioni dell’universo” e infine nelle forme del cervello, che “comprende tutte le memorie” e richiama nella forma lo <stilema> delle città in cui viviamo, che fin dall’antichità “viste dall’alto (…) assomigliano a tele di ragno”. Si tratta, a ben guardare, di forme vorticanti ellittiche sinusoidali, mai pure, mai chiuse, sintesi di forme, di tensioni, di diverse energie (“Divino è l’inizio di un vortice che semina suoni”), in cui la scrittura, ma sarebbe meglio dire: la ri scrittura di Notte alta sviluppa con i suoi segni la difficile relazione fra punto e linea in cui si in-scrive la realtà (punto come “centro” o “neo bizzarro”, linea come orizzonte o “linea curva” sulla cui cima “si vede il possibile”), risolvendo in immagini e in un <surplus di senso> le forme sempre in tensione del quadrato e del cerchio con cui si apre il testo. L’equilibrio che ne deriva, proprio in quanto rinascita del corpo in questa esperienza di premorte, si esprime anche attraverso il contrasto e il relativo ricomporsi dei sensi predominanti della vista e dell’udito, che il gesto stesso della scrittura mette a sintesi e che ricorrono ora nella loro nuda valenza di organi naturali, occhio e orecchio, ora nella funzione dello sguardo e dell’ascolto, ora come “meravigliosa luce” e “grembo sonoro”, pozzo “claustrale” che “cattura quaggiù, nel suo piccolo cerchio finito, l’infinito” o dove risalgono le “voci di demoni solitari che abitano cavità acquatiche” di cui parlano “certe fiabe”. Soprattutto, ribaltandosi sul vissuto di chi scrive, lo stesso equilibrio diventa necessariamente equilibrio fra un passato che “lega ma orienta” e un futuro che è “distacco per andare verso, sempre più disorientati”: coordinate sulla mappa del tempo che si possono individuare solo volgendosi, con un movimento che richiama la torsione natale con cui la vita si dipana da dentro a fuori. La soluzione dell’equilibrio passa così nella sublimazione di un distacco vissuto come <perdita> e reinterpretato in un nome, il proprio, che si fa identità, forma come sintesi con l’“altra me stessa”: “Prendo quella parola, quel suono che mi somiglia e lo seppellisco sotto un albero, vicino alle radici”. Si tratta di un gesto ancora una volta <re-iniziatico> e ancora una volta ossimorico, che parte dal passato e propizia visioni, anche se non si sa più “se dal mondo che si è disfatto o da quello che arriverà”. Ma poco importa, perché ciò che si abbandona ora “è una ragione minuscola quanto un’orma di animale vista dall’alto di un monte” e la sensazione che resta al risveglio è quella di “una misteriosa, struggente bellezza. Nostalgia del grembo sonoro di mia madre o annuncio di un altro universo – illimitato – che mi viene incontro” come la meravigliosa luce di quel sole al tramonto che sembrava invece attesa. E non lo era. Forse era luce d’alba, quella che già si vede a Notte alta. “Qui anche la mia anima sembra ferma. Trattengo l’anima come il respiro. Dopo che se n’è volata via, questo respiro che cos’è?”

Melzo, fine giugno 2025

**

Lucetta Frisa, da Notte alta

La prima immagine che mi si presenta è un luogo chiuso da mura ma senza tetto, forse un chiostro: ci piove di striscio, da destra, un raggio di sole. Questo taglio obliquo della scena indica l’ora in cui mi trovo. È il tramonto, e la sua luce, densa del giorno trascorso, è sul punto di disfarsi.

Cosa nasconde quel luogo? Non so se ha la forma di rettangolo o di cerchio. Mi sembra rettangolare, l’occhio può riposare ai quattro angoli e non vorticare su se stesso, conosce già un ordine. È una geometria occulta che allude che allude a uno spazio sacro, mi separa dal mondo, crea esterno e interno. Questo luogo dove nulla manca, dove sono in pace, mi attrae irresistibilmente; avanzo e intorno a me la forma rettangolare si dissolve, e mi sento al centro di qualcosa di circolare. Non alzo gli occhi, non voglio null’altro; al centro può esserci un pozzo, nel pozzo acqua limpida o torbida, oppure nulla, un vuoto nero. Mi attrae come scovare una tana d’animale, qualcosa di palpitante che non si mostrerà mai.

So che sono qui perché mi sono umiliata, spogliata dii tutto, e mentre mi avvicino bisbiglio una preghiera. La mia voce non è voce imperiosa di cacciatrice ma richiamo seduttivo di chi chiede insieme assoluzione e amore. Io so che il mio occhio fissa quel punto, che la mia mente è lì, la mia anima è ricaduta lì; con pazienza imparo a congiungermi e morire nel mio oggetto d’amore.

Sono in questo assoluto non luogo che esiste in me prima di me, in una profondità dove mi attende, immobile, l’altra me stessa; ostile, inadeguata al mondo, sempre me l’ha sottratto.

Il mio sguardo verso il centro è calmo e dritto; vedo infine il mio desino e lo amo, amo il nulla e il démone che lo abita.

Guardo questo vuoto ma non vi precipito, lo tengo a distanza, insensibile, come chi cammina a piedi nudi su sassi e fiamme e non si ferisce né brucia. Guardo e resto serena. Scrivo guardando questo punto, comprendo quel nulla in me. Scrivo perché scrivendo posso simulare mille e una volta questo attimo che precede la morte.

*

Al centro del pozzo c’è qualcuno. Certe fiabe parlano di voci, démoni solitari che abitano cavità acquatiche; questo démone, una volta riconosciuto e addomesticato, conduce il viaggiatore dentro il pozzo; poi, improvvisamente, sparisce.

Raggiungere il destino è chiudere un cerchio, fare coincidere la propria esistenza con il suo invisibile progetto, cioè il ragno con la tela, il viaggiatore col viaggio. È punto di quiete e di estasi – che è fermezza di sguardo – inflessibile ma amoroso.

Non voglio indugiarvi troppo; solo quell’attimo è il senso, ciò che viene dopo è cronaca o maniera.

*

Mare, spiaggia e un orizzonte vuoto – il sole basso, al tramonto. Piedi nudi sulla spiaggia ancora tiepida, sabbia tra gli alluci e io che mi dico affréttati a riempirti gli occhi di tutta questa meravigliosa luce. È il sogno ricorrente del tramonto, fatto fin da piccola. Sempre il tramonto, mai l’alba.

Ora, mare e pioggia si sono concentrati in un unico punto, tutto quello spazio dilatato si è contratto in questa clausura, in questo cerchio stretto, e tornerà a dilatarsi per qualcun altro quando io non potrò più guardarlo.

La mente lo ha raggiunto: piano piano dovrà convincere il corpo a morire, perché al corpo, per morire, occorre molto pù tempo; la mente giunge al traguardo per prima e si mette in attesa. Giorno per giorno lo aspetta…