«Respirare è la prima lezione» (M. Ercolani, Sindrome del ritorno, 2025)
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…Per la prima volta non ho capito un tuo libro. Cioè: non sapevo se lo avevo scritto io, o tu, o tu per te, oppure tu per me… Ho scelto quella che credo sia la strada migliore: oltrepassare la questione lasciandola irrisolta, o meglio, lasciando la soluzione ovvia: è tuo, e quel mio «ma sempre qualcosa là dentro preferisce l”addiaccio”» (nel Paesaggio con viandanti, forse) è un terreno comune. Con le dovute differenze. E finalmente ti posso dire di trovare difficile, e anche un po’ respingente, il tema del ritorno, la stessa parola… proprio ora…
Ma devo uscire dal tuo libro, toglierci i piedi… Guardarlo. Anche se sì, il lettore deve «essere presente dentro ogni riga». Che poi è il vecchio attributo della poesia, alla Bonnefoy…
Una vita che non si sviluppa all’esterno in modo arioso si sviluppa all’interno, diventa forza trivellante, costante affondo nel proprio inconscio, bufera segreta, ombra, oscurità […]. L’io si abbandona a un’esperienza di soglia che nasce dal sonno della ragione e dal desiderio consapevole di essere fuori di sé, dentro una qualche estasi […]».
Ecco, no, fuori. Non dentro. Non più le ἔκστασις verso i nulla del religioso, della trascendenza, né quelli più biechi della vita. Non si può vivere al chiuso. Forse neanche nel nulla. Il lavoro su di sé non finisce mai, è vero – e ho omesso di citare la frase che viene prima ma che apprezzo tanto per la tua sincerità, «ma mi rifiuto di pensare che tutto si riduca a trauma» – bisogna poi uscire, se non uscirne.
Fuori. Andare.
Respirare non è solo la prima lezione, è l’essenziale. Me ne sono accorto di colpo. Sto cercando di imparare a respirare. Poi, forse, a vivere.
«Arrivi a casa: ma quale casa? Non lo sai. Tu soffri della sindrome del ritorno, che ti rende eternamente passeggero dei luoghi». No, non è una sindrome, tanto meno una malattia. Non passeggeri. In cammino.
Non si cerca divertimento in un colore che gli ospedali hanno usato per calmare i neonati urlanti o sedare i pazienti affetti da disturbi emotivi. Gli antichi egizi avvolgevano le mummie in stoffe blu; i guerrieri celti si tingevano i corpi con il guado prima di lanciarsi in battaglia […] Maggie Nelson, Bluets
È giugno e piove: come si fa a credere che arrivi l’estate? Seduto in un bar, misuro le alterazioni del battito cardiaco, che si è sincronizzato all’angoscia. Ed è nel senso di vertigine che apro il libro alla pagina, previamente segnalata, che riporta la citazione apposta.
In Bluets di Maggie Nelson (Nottetempo, 2023, traduzione di Alessandra Castellazzi), Van Gogh, dopo il tentato suicidio, dice: La tristezza durerà per sempre, mentre l’amica quadriplegica dell’autrice si chiede cosa possa rendere vivibile la vita e “come lei possa viverla”.
Il libro, si dice, è già scritto; resta all’autore il compito di sezionarlo. Perché è immenso, dura una vita, nel grande libro ti ci perdi. Wittgenstein coevo di Goethe; William Carlos Williams accanto a Schopenhauer.
Fuori di metafora, immaginiamoci impaginato tutto ciò che l’uomo ha scritto. Immaginiamoci tutte le tracce, come le chiamava Derrida. Maggie Nelson sfoglia questo tomo immenso e, per raccontare la sua depressione, vi attinge, selezionando da esso materiale che poi assembla.
E se iniziasse a raccontare, apre Nelson, dicendo che si è innamorata di un colore? Cosa significa? si/ci chiede. Come ci si fa a innamorare di qualcosa (o qualcuno?) che non può ricambiare il sentimento? Eppure, lei vede solo blu. È contrariata, scrive: gli alimenti blu sono rari in natura (addirittura, si sconsiglia di servire le pietanze in piatti blu, riducono l’appetito). È contrariata perché lei il blu lo mangerebbe. Se ne farebbe mangiare. Intingere le mani nella vernice. Inzuppare la veste di una vergine nella tintura (blu). E col blu masturbarsi.
Dirà Maggie Nelson, a un certo punto, di non sapere scrivere altro che lettere. Bluets è una lettera, in fondo. L’interlocutore, il “tu”, è il compagno che l’ha lasciata. La trama di Bluets – se vogliamo proprio rintracciarla, cosa innecessaria (Maggie Nelson è tutto fuorché storyteller) – è questa: il racconto di una separazione.
Scritta attraverso un collage di tracce provenienti da media differenti, l’opera non vuole fare psicoanalisi del dramma privato, non vuole cadere nello psicologismo sterile.
Cosa vuole fare? Cospargere di blu la carne del testo. Nelson, dice, non crede che la bellezza celi la verità o la offuschi (sta commentando testi greci); la bellezza si diffonde. Così come si diffonde il colore. Mi è parso, leggendo (si deve specificare che quanto è scritto è visione soggettiva?), che Maggie Nelson non volesse raccontare una depressione ma fare della depressione materia in cui imbevere il testo. Ogni frammento è colorato di blu, è depresso. Ed è solo incidentalmente – pare – che il dramma privato dell’autrice ek-siste, sbuca, salta, dal testo.
Già ne Gli Argonauti – romanzo sulla transessualità – il fuoco dell’uomo era la carne, non la psiche; in Bluets, idem. Sia per gli aneddoti dell’amica quadriplegica di Nelson sia per frammenti in cui è il corpo e lui soltanto. Memorabile, a mio avviso, il frammento – anche divertente, per certi versi – in cui l’autrice si chiede come potremmo chiamare una persona che “scopa come una professionista”, ossia che si guarda allo specchio mentre scopa, come se lo scopato e lo scopante esistessero – scrive Maggie Nelson – solo nell’atto dello scopare, e nient’altro sapessero o potessero fare che sesso.
Furtivo, si fa strada il “tu”, nell’alternarsi di citazioni (tutte inerenti il blu: che sia Wittgenstein, che sia Goethe) e aneddoti (blu anch’essi). E il “tu” riesce a emozionare perché magari posto al termine di un blocco, in un terminale, definitorio: Mi manchi.
Fortunatamente, Maggie Nelson non si è limitata (forse non lo fa affatto) a tracciare una similitudine tra il blu e il suo dolore. Se è vero ciò che diceva Duchamp – che l’arte, oggi, consente all’autore, quanto a originalità, solo il progetto, la forma, il contenitore – Bluets è un progetto artistico di caratura intellettuale altissima. Nonché difficilmente catalogabile, perché si parla di letteratura, relazioni, salute mentale. E si parla di colori, ovviamente.
Rigurgiti (direbbe Nelson), ma forse più neutralmente “tracce”, di racconto psicologico si possono trovare nella seguente facile deduzione, che riassume non la trama ma il progetto: una donna trova il punto nevralgico (il blu) che funga da leitmotiv della propria narrazione biografica, consentendo l’atto psicologicamente necessario del raccontarsi. Ma il fatto che Maggie Nelson condivida il suo sé con gli altri universalizza il racconto, che non è più dell’autrice sull’autrice ma dove l’autrice è personaggio di una depressione più grande, quella collettiva, quella che si diffonde come tintura nell’acqua.
Democratica opera aperta, Bluets compie l’atto politico di riflettere e riflettersi nel lettore. Bluets ci riguarda. Più ancora se dal blu siamo affetti.
“Per chissà quale motivo le donne nel libro imparano tutte a dire. È la mia depressione che parla. Non sono ‘io’. Come se potessimo grattar via il colore dall’iride e continuare a vedere”
Van Gogh (parafraso il frammento 98 di Nelson), vedeva i colori del mondo troppo vividi per sopportarli. Dopo essersi sparato alla pancia, fallendo il suicidio, disse: La tristezza durerà per sempre. “Immagino,” scrive Maggie Nelson, “che avesse ragione.” Spero non avesse ragione. Prego, non so chi, che non avesse ragione.
*Marco Sbrana è nato il 26/03/2003. Studia scrittura creativa presso la scuola Mohole, a Milano. Collabora con le riviste Zona di disagio e Evidenzialibri. Ha scritto un romanzo sui disturbi mentali e una raccolta di poesia, finora inediti. Si occupa di cinema, letteratura e filosofia.
Me lo ripetono dall’asilo (quando scelsi di rimanere a giocare coi sassolini del cortile anziché dormire come tutti i bravi bambini e fui prontamente spedita dallo psichiatra infantile). Le scelte si pagano e quale altro originalissimo leitmotiv potrebbe scandire la lingua di chi Artista NON è? «Non te l’ha prescritto il medico». «Non hai diritto di lamentarti» (in realtà, essendo di Genova, pagando si intende, fin dal Trecento, ne ho diritto: il mugugno è una scelta e in quanto tale – si paga).
Ecco il mio scudo, Carón.
Ecco. Vorrei essere scelta. Non certo come compagna di squadra (noi rachitici malaticci e problematici tentammo vanamente essere esonerati dal martirio detto “educazione fisica”: sopravvivere al Liceo Classico non vi sembra già prova di tempra rara? Perché dobbiamo guadagnarci anche contusioni, fratture e umiliazioni? Idea luminosa costringere chi soffre di vertigini a inerpicarsi sullo stramaledetto quadro svedese. Colta da crisi di panico: mi rifiutai scendere finché, due ore dopo, il bisogno fisiologico di urinare mi portò a miti consigli. Spedita dallo psichiatra scolastico. Ah, la mia lunga storia d’amore coi dottori dell’Anima, quanta tenerezza. Per loro).
Ecco. Mi sono persa. Matassa di voci senza capo, batte in testa la voglia di essere scelta. Chiaramente non come sposa: «la brava moglie, santa, madre di Dio NON è il ruolo mio, mi dispiace amico mio»intona Il Divo e sottoscrivo. «Sposati e sepolti» graffiava Cobain in All Apologies: tutte scuse – quelle dei Pesci che da sempre boccheggiano la fame d’aria (almeno psicoterapeuta coniugale riuscii evitarmelo, belin).
Ecco. Vorrei essere scelta. Come cavia? Quale allettante proposta! «Possiamo usare il suo plasma e prelevarle campioni di tessuto connettivo e scheletrico per studiarli? La sua malattia autoimmune presenta valori così anomali che vorremmo approfondire». Donare il corpo alla scienza io che son abbandonata alla lettera? Oltremodo ironico. Per fortuna il mio stato di famiglia prevede la regolare visita domiciliare dello psichiatra eroico.
Ecco, l’ho detto chiaro e tondo? Vorrei essere scelta come scarto. Come Autore da rigurgito. «Se si capisce è meglio, Dama» disse sorridente la Tabacchina Germana: «quando ti leggo ho sempre la sensazione di non capire tutto quello che hai scritto e nascosto nel testo». Ho scelto la Cipolla come Musa. Ho scelto la sbronza ossimorica come stile di vita, ho scelto di bere e non procreare (anche questa trucidata vi debbo spiegare?).
Ancella d’Appino «ho scelto tutto, tutto tranne il mio dolore. Lo ammazzo io e non c’è niente da capire».
I testi sono tratti da: Viviane Ciampi, Dincolo de linia somnuli (Oltre la linea del sonno), traduzione di Alexandru Macadàn, Editura Cosmopoli, stampato in Romania, 2023. Immagine di copertina di Lino Cannizzaro.
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Vie del sonno
E’ illudersi.
Il sonno non uccide le voci.
Traversano il bosco,
assemblano parole.
E si battono come gladiatori.
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Noi
Non siamo più
l’elica del tempo
giriamo in contro-vita
in che modo dimmi
per quali ragioni
anneriamo la pagina
lecchiamo i segni
lingua strappata
da una parola d’ordine
lasciare un vuoto
qui quale dolore
si scrive nel margine
in prosa libera
qualcosa d’innato
speriamo che esista
sempre anticipandoci
sempre precedendoci
*
So
So che spesso
in compagnia dell’amore
colmiamo la gravità.
So che la nostra voce
sparirà nel suo doppio.
So che la tua bocca
è il rifugio preferito
dell’alfabeto silenzioso.
Allora parlami come alla nube smarrita
scrivimi una lettera immaginaria.
Lascia stare il sesso.
Siamo noi il fuoco.
*
Per coloro che dormono
Anime spente svegliatevi
accendete le vostre lampade
lasciate correre le fiamme tutte quante
cucite gli strappi della pelle terrestre
smontate i ponti della stupidità
riempite le pance vuote dei fratelli lontani
digerite l’altro dal nome impronunciabile
tornatevene all’uva e al trattore
all’olio dolce di colline
bevete le parole di quei libri
di cui conoscete la grandezza
per sentito dire.
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Questa breve raccolta di versi di Viviane Ciampi, Oltre la linea del sonno (uscita in italiano e in rumeno, Dincolo de linia somnului, Edizioni Cosmopoli, 2023) è la delicata cosmogonia di una cantica profana, che racchiude uomo e mondo nella materia turbata di un inno al mistero (“Strano che il mondo non sia qui per caso./ Non è la quiete il suo regno/ e se non è la quiete…/ Limiti/ confini/ trappole/ come materia di ogni inferno. / La gente attraversa le linee del sonno/ va oltre le sbarre”). Viviane offre la sua voce, da poeta sonnambulo, all’illusione del mutamento (“e quando avrai un piede/ nella terra promessa/sblocca le montagne“).
Marco Ercolani, Sindrome del ritorno, Il Convivio editore, Tivoli 2025.
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Wakefield è il racconto di Nathaniel Hawthorne in cui l’omonimo protagonista si assenta per venti anni dalla moglie (come Ulisse da Penelope: 10 anni di guerra + 10 di viaggi) e un bel giorno, senza nessun preavviso, ritorna. Wakefield non fugge lontano, però, non viaggia, non affronta battaglie o incantesimi, non incontra ninfe, maghe, dee, ciclopi, né si dà alla bella vita. Trova alloggio nella via adiacente alla sua casa e da lì spia la moglie e gli effetti della propria assenza, in una condizione di esilio volontario.
Quando la sua morte è data per certa e la moglie è rassegnata alla vedovanza, una sera, rientra tranquillo dal suo ventennale esilio, come dopo l’assenza di un giorno, e ritorna a essere un marito affettuoso fino alla fine dei suoi giorni. Del resto, non ha pretendenti da sterminare.
Storia vera, tratta dai giornali, Hawthorne non spiega come, di che cosa viva il Nostro Eroe. La sua analisi si sofferma su alcune caratteristiche morali: Wakefield non è un eccentrico, è un uomo pigro, abitudinario. All’inizio vuole solo assentarsi per qualche giorno, massimo una settimana, per soddisfare l’innocua curiosità di vedere che cosa succede. È interessato, in particolare, a osservare la reazione di sua moglie. Poi, proprio per la sua pigrizia e abitudinarietà, rimanda. Settimana si aggiunge a settimana. Le settimane diventano mesi, anni. Gli anni si accumulano uguali.
Si traveste, assiste al suo funerale, vede se stesso morto come Mattia Pascal. A differenza di Mattia Pascal di Pirandello, però, non si allontana, non cerca di cambiar vita.Resta dov’è sempre stato, lì accanto. Osserva il cambiamento fisico di sua moglie e non si accorge del suo.
Ecco, Marco Ercolani, con questa Sindrome del ritorno, con questo ennesimo esperimento/operazione chirurgica di immedesimazione con un personaggio topico della letteratura, colma le lacune di Hawthorne, taglia e ricuce e scava, scava, scava.
Dove siamo? A casa di chi?
A un certo punto leggiamo: «per te non esiste il regno dei cieli ma la repubblica delle nuvole.» (p.45). Ma chi è questo te?
È senz’altro Wakefield ma è soprattutto Ercolani. Vicino a casa ma lontano, a pochi metri ma da una distanza incalcolabile, nel mondo e fuori del mondo, proprio come Wakefield che vuole stare vicino alle cose e alle persone a lui care ma a una distanza indelebile, infinitamente parallela, Ercolani studia il mondo, lo esplora con uno sguardo perturbato, senza rimorsi o rimpianti.
Niente aldilà, inferni, paradisi o purgatori, l’autore rimane con i piedi sulla terra, ma con la testa tra le nuvole, anzi, come dichiara in questo splendido aforisma, nella repubblica delle nuvole. Ercolani, la sua scavatrice/bisturi, cioè la sua scrittura, esplorano i confini, perlustrano le forme, la sostanza, le strade, le case, i prati, le foreste, le creature, i pensieri, le crepe, le parole, le cose di questa vasta, evanescente/potente repubblica.
Sogni, ricordi, evocazioni, ossessioni, visioni, epifanie, profumi, sapori, luoghi, paesaggi, città, linguaggi, scritture, Artaud e la psichiatria, Kafka e Praga, Genova e l’Osteria degli Archi, Seurat, Michaux, Van Gogh, Giacometti, Bacon, Musorgskij, Magritte, Marsiglia, Barcellona, Pisa e il suo Trionfo della Morte, Milano e la Basilica di Sant’Ambrogio, Marrakech, i suoi vicoli densi di odori, colori, suoni… subiscono e alimentano la consistenza, il dinamismo, l’imponenza, la solennità, il potere metamorfico, costruttivo e distruttivo di immagini e significati, delle nuvole, cioè della scrittura, come agire ed effetto di questo agire. Le immagini e le percezioni della memoria sono smembrate come quelle di un prezioso ma consumato arazzo e vengono in continuazione richiamate e ricostituite dallo scrivere.
È una volontà di estraneazione, ma di uno speciale straniamento ricostruttivo a imporsi, a dominare, che decolla da un altrove, vicino ma lontano, e si espande lungo assi riconoscibili ma imprevedibili. A pochi centimetri, a una distanza abissale. Ad altezza d’uomo, da una finestra che si affaccia sulla strada da un sotterraneo. Che cosa si può vedere? Le gambe dei passanti, le caviglie, i piedi, le scarpe. Il resto del corpo, impostato dalla realtà, è affidato all’immaginazione. Lo straniamento è un percorso che parte dalle forme del reale ma ha bisogno dell’immaginario di un sottostante (i ricordi personali, le letture, l’arte, la letteratura) per salire, per completarle, in un viaggio avventuroso di scoperta di se stessi, di perdite e di acquisti, di trasalimenti, di seduzioni.
«E alla fine, nella tua scrittura, sarà assente anche la fastidiosa gravità delle braccia, delle gambe. Sarai, in tutto e per tutto, chi continua a volare, anche se chi ti vede non ti vedrà mai staccarti da terra. Ma tu lo sai: ti sei già staccato. Tu ne hai scritto. Il tuo piccolo delirio è diventato seme per nuove parole, per altri racconti. Tu, ora, sei realmente Wakefield. Le tue case sono l’unica casa.» (p. 84).
Dopo 20 anni Wakefield/Ulisse ritorna a casa, l’unica vera casa, la dimora di Penelope, ed è come se fossero passati 20 minuti. Dopo 20 minuti (ma potrebbero essere anche 20 ore o 20 secondi o 20 giorni), anche Ercolani ritorna a casa ma, con questa Sindrome, curata e coltivata dalla sua penna erratica e puntuale, è come se fossero passati 20 anni.
ho letto il tuo libro [Sindrome del ritorno]. Non intendo fingermi critico letterario, non lo sono. Stanotte, mi urge semplicemente dirti cose che sento, che mi sono salite su, e sappi che sono cosciente di poter sbagliare, dire banalità, o esprimere opinioni che tu hai già avuto da voci di certo più autorevoli di me. In questo tuo mondo impalpabile, attraversato da ombre, sarò veritiero e concreto. Io percepisco – magari erroneamente – che ogni tuo libro è solo un capitolo e nel successivo è il secondo e così via. I legami tra uno e l’altro, se pur mimetizzati, appartengono a un solo cordone ombelicale mai spezzato. Tutta le tua opera è una sola opera definibile come: L’ODISSEA PSICHICA. Tu sei Ulisse tra i folli, i malati, gli infelici, le ombre, ammaliato e forse ingannato da queste sirene. E, quando inventi sugli altri, è ancora il viaggio infinito, senza approdo, che continui dentro te stesso. Ti cerchi negli altri, li vai a trovare, a scovare e a scavare. La tua è una autoanalisi che, per strategia, scarichi su questi “altri”. Dunque la tua opera è verticale, un’apnea impossibile nella Fossa delle Marianne. E si manifesta, come dimostri, con un flusso inestinguibile che non puoi interrompere, pena l’annegamento.
Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini (Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinand Céline)
La notte ci prende, viene la paura. Non abbiamo più madri da far accorrere, né padri da chiamare perché ci raggiungano al capezzale e ci salvino. È un macigno il cielo colore del petrolio, e non sembra valere la pena di vivere. Nessuna stella in cielo, la bruma che offusca.
Marco Ercolani apre il suo Nottario (I Quaderni del Bardo, 2023) – antologia di aforismi scritti tra il 2015 e il 2021 – con un esergo che riporta Handke e Starobinski. La vita scivolerebbe via, è Handke, se Marco Ercolani non scrivesse; scrivere, è Starobinski, trasforma l’impossibilità di vivere in possibilità di dire. Coerente sarebbe aggiungere ai due Pessoa: che scrive quello che sente perché così facendo abbassa la febbre di sentire.
È nella notte che fa anchilosati gli arti, il letto come polo di gravitazione dal quale non si riesce a emergere, che la prosa apodittica di Ercolani batte il suo primo colpo di martello in quella che è una dichiarazione di poetica:
L’arte: un nuovo universo la cui illusione persuada più del mondo reale.
Ché, dice Borges nell’Aleph, accettiamo di buon grado la realtà forse perché intuiamo che niente è reale.
Gli aforismi di Ercolani si collocano nelle zone grigie che separano l’autobiografia, la folgorazione epifanica e la critica letteraria. Fa seguito, infatti, a questa sentenza che racchiude sei anni di ricerca, un frammento su Nanni Cagnone e la compossibilità della poesia. Financo nella critica testuale più classica, Marco Ercolani, soggetto scrivente che scaturisce dalla langue poetica, parla di sé. È nella discussione sull’aut aut come oltrepassamento dell’infanzia (nell’infanzia non si rinuncia: è il regno della compossibilità) che emerge un Io travolto dalle incombenze di un adultità non desiderata, e che ricerca, all’interno del tessuto poetico, “la fortuna dell’insonnia”, perché, dice nell’aforisma successivo, “gli occhi sprofondati nel sonno, inafferrabili: vedono nuvole”. Chiari gli echi: Kafka e Céline. Non è necessario, per l’uno, uscire dalla stanza; per il francese (l’ouverture dell’opera magna – Viaggio al termine della notte), il viaggio “possono farlo tutti” perché “basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”.
Il soggetto lirico di Ercolani, fin dalle prime battute di questa autoantologia, è nella lontananza costitutiva che ricerca la verità, trasmissibile attraverso l’arte. Nello sprofondare laddove si perde il senso dell’orientamento – tanto quanto il senso di appartenenza a una società che lascia ai margini chi non viene perdonato – Ercolani ritrova se stesso, e scolpisce la sua arte non per “erigere un monumento più duraturo del bronzo”, ma per quell’incontro – fosse anche il solo, fosse anche l’ultimo – con la verità. Dalla verità, una volta raggiunta – già ci dicono i greci –, non puoi più evadere. Una speciale vertigine che concede (anche e forse solo) l’esperienza estetica.
Benché nella vertigine di chi ha, nell’essere “paroliere”, raggiunto l’orgasmo, infila la prospettiva della morte. Scrivere della gioia è credersi immortali, dice Ercolani, che poi prega per fuggire dai lettini assicurati dai lacci. Partoriti nelle grida, venienti al mondo in un pianto che sembra presagire orrori futuri, il destino si chiude in un anello e si torna, con dolore, a gettare gli ultimi ansimi in un ospedale.
Il giusto congedo. Non essere carne d’ospedale, consegnata a mani estranee e aghi ostili. Dileguarsi prima.
Ma come sfuggire alla burocrazia della morte? al corpo che si ammala e, sciancato, strascica pantofole sul linoleum chiazzato di candeggina? Forse con l’atto di estrema pietà per noi stessi.
È dunque, quella di Ercolani, una ricerca di stampo esistenzialista, che richiama il dolore di Sartre – scrittore più che fenomenologo –, di Camus, di Gadamer, di Heidegger, di Jaspers, con la causticità e la disperazione e le ossa scheggiate di Cioran, che grida dalla colpa primordiale di essere sbucati, con quel gran dolore di cui sopra, da una voragine di carne, da un varco di terminazioni nervose, urlando.
E come Beckett, intervistato su ciò che rimane all’artista (di esprimere nessun potere, nessun desiderio, nessun mezzo, ma solo l’obbligo), scrive Ercolani, che l’unico modo per non arrancare morti nel mondo è reinventare il mondo e – alla stregua di Fellini – dire perché si deve dire benché nulla da dire si abbia.
Presso metà libro, a ripresa (in gergo cinematografico: payoff), della sentenza che apre il testo, una dichiarazione cristallina sulla forma dell’arte, che riporto:
I sintomi, nella malattia mentale, sono la scrittura deformata che il terapeuta deve decifrare e trasformare, interprete e testimone di quel caos, chiarificando il senso di una storia e la forma di un dolore. L’arte, come il più complesso dei sogni, è la costruzione lucida e logica di un altro mondo simile all’antimondo del delirio, composto dalle stesse parole e dalle stesse immagini ma orientato da una persona che non ne è vittima. Quando l’ossessione si libera dal sintomo diventa l’immagine o la parola che conserva la concentrazione di quel dolore, ma non ne è più sopraffatta.
Chi ha piantato il seme dell’infelicità? Quando abbiamo iniziato a zoppicare? Riprendendo Freud nel suo principio di morte, quella lotta intestina tra il bene e il male, vinta da quest’ultimo nel nostro coartarci a immetterci sempre e comunque e da sempre nell’orrore che più patiamo, Ercolani dice:
Siamo da sempre costruttori dei nostri incubi
ricalcando con efficacia quei lampi (quei dardi che uccidono i borghesi) emessi dai testi di Cioran.
Dietro ogni incubo c’è il nostro volto che ghigna e ci deride. E ci vuole morti. Ercolani ha abbastanza vita alle spalle, abbastanza testi alle spalle, per saperlo. Ma nulla può contro il suicidio che impiega una vita a farsi.
Nella vivisezione di se stesso, ritroviamo Beckett (Fallisci ancora, fallisci meglio): così Ercolani:
Resto fedele al mio mandato: che comporta l’abbandono, non inerme ma risoluto, al mio predestinato fallire.
L’ironia che talvolta esce con la testa a guardare fuori dal terreno dove si incava, e che subito viene abortita, un altro Beckett, quello di Finale di partita. Sembra dirci Ercolani quello che arrivano a teorizzare i due protagonisti della pièce: che la vita è come quella barzelletta che ci hanno raccontato talmente tante volte che adesso non ci fa più ridere.
Con un aforisma che ha l’andamento del poetare, mi avvio alla conclusione:
Letti vuoti, dove nessuno ha dormito. Lettere scritte da chi non conosceva il sonno. Mentre dormo, si dissolve la terra precedente. Sempre futuro, il nulla.
Nottario è un testo che richiederebbe esegesi più che recensioni. Ci limitiamo a dire che, nell’oscurità dei suoi aforismi ermetica – in cui riecheggia la forza del contemporaneo poeta italiano Enrico Marià (per l’affanno del corpo, per la frantumazione dell’anima) – apre fenditure nella notte che esso stesso genera. Leggere Nottario è esperienza che elude il buon senso comune e il senso cronologico e il rapporto causale. È la fantasmagoria sofferente che abbiamo davanti in certi romanzi (quasi tutti, invero) di Cartarescu. Laddove il senso non è afferrabile, significante cantato e significato come immagine trascendente ogni sforzo di comprensione emergono nella loro forza brutale non per farsi capire, non per illustrare (il che sarebbe pedagogico e quindi inaccettabile), ma per suggerire, per sussurrare all’orecchio segreti scordati l’indomani, mediante folgorazioni liriche che sospendono il lettore, lo inducono a setacciare il testo come un medico che analizzi il cervello di un paziente. Nella doppia funzione di medico e paziente, Marco Ercolani ha svelato i meandri scabrosi, le intuizioni di un momento, i pensieri partoriti su di un treno che oltrepassa il mare e le oscenità che serba la notte, non per capirle ma, generosamente, per regalarle; ne riesce un atto di tanta sincerità che ci si domanda se ancora Ercolani, domani, avrà la forza di dire il vero, dopo che tanto di vero ha detto. Gli è rimasto qualcosa da dire? Per comprendere Nottario si impiega una vita; per comprendersi in Nottario, Ercolani impiegherà una vita.
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Marco Sbrana (26/03/2003) è studente di scrittura creativa presso la scuola Mohole di Milano. Ha scritto un romanzo e una raccolta di poesie finora inediti. Collabora con le riviste “Zona di disagio” e “Evidenzialibri” per le quali si occupa di letteratura e cinema.
grazie ancora del tuo bel pensiero. Il tuo libro (Sindrome del ritorno) ho avuto modo di leggerlo e rileggerlo subito. L’ho portato con me, anche un po’ in giro, perché con trasporto le tue parole e visioni mi hanno accompagnato in questi giorni, ed è per me un grande piacere aver potuto prestare l’immagine per la copertina. Hai avuto ragione nel selezionare proprio quel dipinto. Ora che ho letto, non posso che condividere appieno. Ricordo molto bene l’immagine “spettrale” e come bidimensionale/oscillante, di quei giorni. il mondo interiore che costruiva tali visioni, sospese e rarefatte come proiezioni viste dietro schermi di vetro e polveri, le ho ritrovate in filigrana, mi pare, in molte delle tue bellissime e ispirate pagine (da quello stato ne uscii, solo dopo aver incontrato lo sguardo potente e luminoso di Paola)
ci sono dei passi che ho voluto ripercorrere in quanto straordinari e poetici, incisivi e necessari.
ho ritrovato dentro il tuo testo, come una ferita comune, uno strappo nel reale, che come un’autentica opera d’arte ci ferisce e consola.
di questo ti ringrazio ancora. Tante le sottolineature entusiaste che accompagnano le tue parole, ma forse, quelle che più mi stanno a cuore, sono state sin da subito, quelle dedicate alle nuvole.
un volto-nuvola è davvero il nostro che rispecchia tutto ciò in cui siamo immersi.
ci farebbe tanto piacere potervi nuovamente rivedere di persona. Chissà… speriamo si possa un giorno concretizzare… qui le distanze, influiscono purtroppo in maniera decisiva, ma non demordiamo.
per ora ti lasciamo, con un caro e affettuoso abbraccio da estendere anche a Lucetta.
Alcuni libri di poesia “perturbano”, testimoniando che, all’inizio, prima ancora della scrittura, esiste un soprassalto psichico, una vibrazione incontrollata di anima e corpo, un sussulto di sensi e di mente che ammutolisce ma che cerca sempre una forma per “dire”, soltanto dopo, con le giuste risonanze, in versi gioiosi, tragici, dolenti, questo “ammutolire”. È la prima impronta che Notte barbara traccianel lettore-spettatore, coadiuvata e ampliata dai vellutati frammenti fotografici notturni di Lino Cannizzaro. «Ogni risposta resta un rimando che non si fa completamente certezza. In un mondo dove “l’ombra proiettata tra oggi e oggi” teme la spirale che ci imprigiona, la paura che ci paralizza, Notte barbara offre l’opportunità di scrutare l’ignoto, di scoprire i frammenti dell’io, del tu, del noi, che sfuggono e resistono alla luce del giorno”». (M.E.)
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I testi sono tratti da: Notte barbara, I libri dell’Arca, Edizioni Joker, Novi Ligure, maggio 2025.
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14
Talvolta dici
sono a un punto morto rivolta
a una luna lattiginosa.
Talvolta accendi la lampada
per vegliare gli dèi
anche se la pioggia la spegne.
Da tempo l’esitazione, la paura d’incendiare.
Da tempo un richiamo di campane.
Una quiete di crudeli fiori
ti rende semplice.
15
A levante s’innalza la collina.
Calda notte di settembre.
Tutta la grazia. Qui.
Cresci sicura perché hai imparato
a camminare sull’acqua.
Questione di esercizio
o d’intelligenza?
Il mistero ‒ rigido nei dettami ‒
è latte che trabocca.
Mentre dormi
non sai dire che cosa ti viene rubato.
Molte, le cose che non sai.
Mentre dormi, di sicuro,
le unghie crescono,
le pagine volano da qualche parte
dove di solito non vai.
16
Qualcosa sottopelle di non ben definito,
geometrie indecise
flebili vibrazioni della terra
rapide variazioni dello scenario
ma il terremoto non c’è.
O sei tu a vibrare
in quasi serene ore
in una vita ‒ sventrata ‒
di cui per pudore sarà meglio tacere.
30
Ore quattro.
E allora stai lì a pensarti?
E ad amarti a basso volume
con l’impressione che l’infinito
giri al rallentatore?
In fondo non ti piace quell’immagine.
Passiamo ad altro: chiudere gli occhi
e tutto vedere.
Oh il gioco del punto luminoso
del punto luminoso
del punto luminoso!
Portalo con te ‒ avanti ‒
fino a quel giorno.
Se li riapri appare
un mondo anfora di coccio,
vuota, dove incolli l’orecchio.
99
Nell’attimo prima del risveglio
ho sognato corpi senza cuspidi.
Un’umanità normale.
Non dico fraterna. Normale.
Infatti vedi, mi do dell’io.
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Viviane Ciampi, poetessa franco-italiana, bilingue, traduttrice, antologista, illustratrice, nata in Francia e residente a Genova dagli anni ‘70. Collabora regolarmente per le riviste francesi “Souffles” e “TESTE” e per l’italiana on line “Fili d’aquilone”. Volumi di versi: Domande Minime Risposte (Le Mani, Recco 2001); Pareti e famiglie (Liberodiscrivere, Genova 2006); Inciampi (Ed. Fonopoli, Roma 2008); Le ombre di Manosque (Ed.Internòs, Chiavari 2011); Scritto nelle saline (Ed. Genesi, 2013 Torino); D’aria e di terra (Ed. Fili d’Aquilone, Roma 2016); Du bleu autour / Azzurro attorno (Ed. Plaine Page, Barjols 2018) ; Poèmes assis, poèmes debout / Poesie sedute, poesie in piedi (Ed. Al Manar, Neuilly 2019); Selected poems, in Journal of Italian translation, New York (2022); Dincolo De Linia Somnului / Oltre la linea del sonno (Cosmopoli, Bacău 2023) trad. Alexandru Macadan; Morning Trains / I treni del mattino, selected poems (Ekstasis, Toronto 2023) trad. Antonio D’Alfonso; Le couteau de Madame (Ed. Plaine page, Barjols 2023). Di prossima pubblicazione: Nouvelles de la planète rouge / Notizie del pianeta rosso (Ed. De Surtis).